05:57 pm
24 November 2017

 Yemen, o Arabia Felix. Oggi poi non troppo

 Yemen, o Arabia Felix. Oggi poi non troppo

Bombe. Di nuovo bombe su Aden, nello Yemen. Ci si era illusi che il cessate il fuoco di cinque giorni  definito a fine maggio avrebbe partorito qualche significativa soluzione politica nell’ambito di quella che è una delle situazioni più calde dello scacchiere mediorientale. Ad oggi la guerra civile si protrae da settembre, quando il gruppo ribelle Houthi di matrice sciita costrinse il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, ‘Abd Rabbih Mansur Hadi al-Hadi, a fuggire dalla capitale Sana’a e a rifugiarsi nella strategica città di Aden. La presa de facto del potere da parte dei ribelli sciiti, a detta di molti e in particolare dell’Arabia Saudita, supportati militarmente e politicamente dall’Iran, minaccerebbe il transito del traffico petrolifero nel cruciale stretto di Bal al-Mandab, tra mar Rosso e Oceano Indiano. Per contrastare questa minaccia buona parte del mondo arabo sunnita, in particolare nazioni come Marocco, Egitto, Giordania Sudan più cinque paesi arabi del Golfo, si è schierata apertamente con l’ex presidente destituito Hadi contro il nuovo ordine. Da inizio anno i bombardamenti aerei allo scopo di allontanare dalle zone calde e influenti – leggi: la capitale Sana’a e il porto di Aden – a opera della coalizione di paesi arabi a guida saudita i miliziani Houthi si sono intensificati.

 Foto1 (1)

Perché? Il motivo di un contrasto così deciso all’avanzata delle milizie sciite Houthi – dal nome del loro fondatore, Hussein Badr al-Din al-Houthi, morto nel 2004 in un tentativo di sommossa separatista – è il sospetto da parte dell’Arabia Saudita che dietro questa offensiva ci sia il grande nemico di Riiad, l’Iran sciita. Alcune fonti vicine all’intelligence saudita affermano di aver visto esponenti di spicco delle forze ribelli in visita alla città santa di Qom in Iran. Inoltre si teme per un blocco eventuale dei traffici marittimi petroliferi del Bal al-Mandab, con Teheran a giovarsi di un eventuale blocco commerciale. Riiad non vede affatto di buon occhio un’eventualità di questo genere e sta ammassando a titolo precauzionale 150.000 soldati al confine per tutelarsi.

 Foto2 (1)

Ma perché coinvolgere anche gli altri paesi sunniti? Perché un’egemonia iraniana forte non è vista di buon occhio questo tipo di movimenti, come l’Ansar Allah (partigiani di Dio) dei ribelli Huthi in Yemen così come si mostrano abbastanza diffidenti delle milizie sciite impiegate in Iraq e in Siria contro l’IS. Senza dimenticare che anche l’IS si è affacciato in Yemen e ha colpito il 30 marzo con autobombe moschee accusate di essere affiliate ai ribelli sciiti, considerati eretici, in quanto sciiti, dai seguaci del califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Bisogna anche tenere a mente che vi sono numerose cellule di AQAP (Al-Qaeda in the Arabian Peninsula) attive in loco, anche se opposte alle cellule IS come modus operandi e principi. La situazione yemenita riflette lo stesso caso dell’Iraq e della Siria, dove le cellule IS si scontrano anche con i miliziani di al-Nusra (Al-Qaeda in Siria e Iraq) oltre che con le forze governative e curde.

 Foto3

È chiaro che lo Yemen è un laboratorio per la risoluzione della crisi mediorientale tra Iraq e Siria perché è di fondamentale importanza capire come si evolveranno i rapporti tra le potenze di Iran e Arabia Saudita. Un accordo che bilanci le sfere di influenza e porti le due potenze al dialogo piuttosto che allo scontro armato, potrebbe beneficiare anche la lotta contro l’IS, con un impegno congiunto sunnita-sciita che ora è solo allo stato sperimentale in alcune città dell’Iraq come Ramadi e Tikrit ma che potrebbe evolvere in maniera ben più costruttiva se supportata da accordi pacifici e non scontri armati per spartirsi la travagliata area yemenita. Un tempo Arabia Felix per i romani, come sarà questa Arabia dipenderà ora da sauditi e iraniani. Dalle cui decisioni -sia detto per inciso – dipenderà anche la sorte di circa dieci milioni di persone ridotte nel paese alla fame e sull’orlo della povertà, che da un eventuale conflitto trarrebbero solo ulteriore miseria.

 

Rispondi