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18 November 2017

Gilbert Keith Chesterton, “L’irritante internazionale”

Gilbert Keith Chesterton, “L’irritante internazionale”

Benché scomoda, e perciò misconosciuta e sostanzialmente “neutralizzata” dalla critica letteraria e dalle case editrici dell’ultimo secolo (o forse proprio per questo), quella di Gilbert K. Chesterton è una figura interessante e ricca di spunti alquanto moderni, se non addirittura “futuribili”, tanto dal punto di vista politico quanto da quello letterario. Il suo primo romanzo, “Il Napoleone di Notting Hill”, pubblicato nel 1904, è un esempio calzante per entrambe le categorie: è una sorta di “dystopian novel” ambientata nell’Inghilterra di un indeterminato 1984 (vi dice niente?), retta da una nuova forma di governo “tranquillamente dispotica”, che si afferma come super-potenza dominante in Europa e nel mondo.

Se, dal punto di vista letterario, non può non risultare evidente che il romanzo di Chesterton è un diretto antesignano di “1984” di George Orwell, nonché del “Mondo Nuovo” di Huxley, dal punto di vista politico Chesterton è addirittura profetico: infatti, la superpotenza inglese è fautrice di una politica di imperialismo culturale non dissimile da quella degli Stati Uniti, sorretta da una dottrina che pare precorrere quella americana del “destino manifesto”, sostenuta peraltro anche dall’ultimo Bobbio. Chesterton, all’inizio del libro, fa dire al fiero primo ministro del Nicaragua, in esilio a Londra:

“E’ questo che denuncio del vostro cosmopolitismo. Quando dite di volere l’unione di tutti i popoli, in realtà volete che tutti i popoli si uniscano per apprendere ciò che il vostro popolo sa fare. Se l’arabo beduino non sa leggere, si dovrà inviare un missionario o un maestro per insegnargli a leggere, ma nessuno dice: “Questo maestro non sa cavalcare un cammello, paghiamo un beduino perché glielo insegni.”.

A questa sintesi perfetta del concetto di imperialismo culturale, Barker, l’inglese indottrinato (ma non privo di intelletto), risponde, riaffermando la superiorità della propria nazione, che l’Inghilterra si è disfatta delle superstizioni, e che

“La superstizione della grande nazionalità è negativa, ma la superstizione della piccola nazionalità è peggiore. La superstizione di venerare il proprio paese è negativa, ma la superstizione di riverire il paese di qualcun altro è peggiore. […] La superstizione della monarchia è negativa, ma la superstizione della democrazia è la peggiore di tutte.”

e infatti nel romanzo il re è scelto a caso, mediante sorteggio, perché un regime dispotico privo di illusioni elettorali “non è la degenerazione ma il compimento più perfetto della democrazia”.

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Una strada di Notting Hill, quartiere londinese al centro delle vicende del primo romanzo di G. K. Chesterton

Un simile atteggiamento, che probabilmente si ispira, nel contesto storico degli anni a cavallo tra la fine dell’’800 e l’inizio del ‘900, agli avvenimenti della guerra anglo-boera, che quasi solo Chesterton ebbe il coraggio di condannare apertamente, non può non ricordarci la pretesa statunitense di “Esportare la libertà”, per usare una formula di Luciano Canfora, e le conseguenti, disastrose imprese in Medio-Oriente e in Somalia degli anni ’90 e 2000, nonché una più generale pretesa dell’Occidente, che si rifiuta di riconoscere e comprendere qualsiasi modello politico, giuridico e culturale diverso dal proprio, e ingenera così quello “scontro di civiltà” profetizzato da Huntington, che tanto teme e di cui però si considera vittima.

Ma se Chesterton condanna l’imperialismo culturale, condanna anche l’atteggiamento speculare a quello di Barker. In uno dei suoi articoli politici, risalente al 1928 , “L’irritante internazionale” (che dà il titolo a questo articolo proprio in quanto definisce perfettamente l’atteggiamento provocatorio e le posizioni spesso radicali ed eclettiche dello stesso Chesterton), uno dei bersagli polemici è il “buonismo” sotteso a certe posizioni umanitaristiche pacifiste, che tendono a passare sotto silenzio “i peccati” tanto delle grandi potenze quanto di quelli che, di volta in volta, sono “gli stranieri”, piuttosto che ad essere trasparenti sugli errori di tutti gli stati. E anche questo tipo di posizioni, che paiono inneggiare al russoviano “mito del buon selvaggio”, non manca di corrispondenze nella politica contemporanea, soprattutto di sinistra, degli ultimi vent’anni.

Politicamente parlando, la conclusione di Chesterton è che l’imperialismo culturale abbia arrecato più danni alle relazioni internazionali pacifiche di quanto lo abbia fatto il nazionalismo più ottuso, perché il primo, ben più del secondo, vieta all’“altro” di pensare a noi in maniera speculativa e di includerci nelle sue generalizzazioni, e anzi al contrario stimola nell’“altro” un pensiero aggressivo-difensivo, che può poi sfociare in un comportamento attivo violento, e perfino in un’invasione – prospettiva che negli ultimi trent’anni, e anche negli ultimi mesi, si è dimostrata nient’affatto di scuola.

Questa conclusione, insieme al conservatorismo in materia religiosa, che lo portò a convertirsi al cattolicesimo (dell’episodio della conversione, e dell’influenza sull’autore di padre O’ Connor, restano tracce nei “Racconti di Padre Brown”, apprezzati peraltro anche dall’Antonio Gramsci delle “Lettere dal Carcere”), gli è valsa, tra i lettori superficiali, la nomea di un reazionario retrivo, nazionalista e conservatore, ma in realtà, a un’analisi attenta, si dimostra invece modernissima. L’episodio storico che spinge Chesterton a questa riflessione è, nello specifico, la questione dell’Alsazia-Lorena, territorio storicamente conteso tra Germania e Francia che G. K. Chesterton erige ad esempio di una politica di indiscriminate annessioni che ha preso piede a cavallo tra ‘800 e ‘900, e che avrebbe dovuto essere repressa in modo esemplare, sì da costituire un monito per tutti gli attori internazionali. E poco importa che l’auspicio concreto di Chesterton, ossia la pronta restituzione dei territori alla Francia (pretesa con forza da Clemenceau) si sia poi realizzato, dal momento che le grandi potenze in questione non hanno affatto colto l’occasione per imparare la lezione, e un’altra faccenda di minoranze etnico-linguistiche, quella dei Sudeti, ha acceso la miccia della II guerra mondiale.

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Renato Rascel è Padre Brown in una delle riduzioni televisive di maggior successo.

Merita poi qualche considerazione anche quello che è un altro dei fili rossi del “Napoleone” chestertoniano, nonché una sorta di corollario della riflessione critica sull’internazionalismo “coatto” (cioè su quella che oggi chiamiamo globalizzazione), e che costituisce, negli ultimi vent’anni, un argomento di studio politicamente e poeticamente trasversale: mi riferisco alla cosiddetta “teoria delle piccole patrie”, tanto cara ad Hilaire Belloc, l’amico e collaboratore dei fratelli Chesterton a cui, non a caso, è dedicato il “Napoleone”. La tendenza alla riscoperta delle piccole comunità, culturalmente ed etnicamente organiche, di cui l’Europa dovrebbe essere (e purtroppo, almeno per ora, non è) casa comune, non è propria solo degli autori cosiddetti “comunitaristi”, ma, al contrario, a questo filone – che talora sconfina nel localismo più particolaristico, malgrado o per volontà degli stessi autori – si rifanno espressamente tanto autori di scuole neomarxiste (soprattutto quella barese), come Franco Cassano, quanto intellettuali a vario titolo “di destra”, quali Marcello Veneziani e Pietrangelo Buttafuoco, riscoprendo le radici culturali del meridione anche in chiave politica e geopolitica, ma in primis in chiave letteraria, culturale e filosofica.

Questo sentimento, non dissimile da quello dell’Europa medievale e soprattutto dell’Italia comunale, si è infatti rinfocolato dopo l’ondata di globalizzazione degli ultimi decenni, e trova un suo riconoscimento anche nell’ordinamento giuridico: nel suo risvolto “unitario”, con il principio di sussidiarietà, soprattutto verticale (codificato nella nostra Costituzione all’art. 118, oltre che nei trattati europei), e in quello “disgregante” con il rinnovarsi delle più disparate – e a volte anche disperate – pretese secessionistiche, che vorrebbero spesso elevarsi a diritti.

In materia religiosa, Chesterton, dopo la conversione, fu certamente un cattolico rigoroso, cosa che gli è valsa, un paio d’anni fa, l’avvio dell’indagine per la causa di beatificazione, ma anche un fautore dello spirito critico: in uno dei suoi vivaci scritti polemici, intitolato “La difesa dell’Occidente”, sosterrà che il sentimento di costante vigilanza e battaglia contro il peccato proprio del misticismo cristiano, legato alla teoria della Caduta, è un motore di cambiamento positivo (si badi bene, non dell’immotivata esaltazione, “senza se e senza ma”, delle “magnifiche sorti e progressive” tipica degli illuministi, ma nemmeno dell’immobilismo, che C. attribuisce alle religioni orientali).

Inoltre, sin dagli articoli degli anni ’20 e ‘30 in cui, polemizzando con l’amico G. B. Shaw, rigetta il socialismo materialista e definisce il comunismo “l’unico modello funzionante, completo e razionale, di capitalismo”, Chesterton rimarca così il carattere popolare e tradizionale, di elemento del Volksgeist, della religione: “Possiamo facilmente rispondere al solenne interrogativo di Bucharin sull’origine della religione: “se è una favola, è certamente una favola popolare. Se non ci viene da Dio, viene senza dubbio interamente dal popolo.”. Tale conclusione, che chiude l’articolo “La vera accusa contro il bolscevismo”, evidenzia un altro carattere tipico del Nostro, ossia l’anti-intellettualismo e la propensione per aderire e comprendere le esigenze dell’uomo comune, che Chesterton definì, addirittura, “perseguitato” dai suoi contemporanei. Può quindi ben dirsi che la prospettiva non solo politica, ma anche religiosa, culturale e antropologica dell’autore in questione è quella di un “nazionalismo internazionale” nient’affatto retrivo, bensì mediato dalle radici e dalle tradizioni popolari anche regionali e locali, piuttosto che quella di un internazionalismo “immediato”, di moda allora come ora, che miri a recidere i legami del singolo con la sua comunità e la sua appartenenza.

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