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28 June 2017

La cena dei cretini: tra i due litiganti il marò non gode

La cena dei cretini: tra i due litiganti il marò non gode

La vicenda dell’Enrica Lexie, agli albori del 2015, non dovrebbe aver bisogno di presentazioni. Ma si sa, noi Italiani siamo un popolo strano. Spesso dimentichiamo i fatti; spesso nemmeno li vogliamo sapere con esattezza, poiché temiamo che possano costringerci a cambiare idea. Spesso non ce l’abbiamo nemmeno, una vera e propria idea. Per questo ho deciso di non dar nulla per scontato e di trattare questo delicato argomento partendo dal principio.

Innanzitutto ritengo giusto ricordare ai lettori che se oggi ci troviamo invischiati in questa faccenda, prima ancora che al governo Monti, lo dobbiamo all’ex ministro della difesa Ignazio La Russa, che nel corso dell’agosto 2011, durante l’ultimo governo Berlusconi, aveva deciso di legalizzare la presenza di militari a difesa di imbarcazioni private. Perchè la gente non si chiede mai che diavolo ci facessero dei militari italiani a bordo di una dannata petroliera? I nostri soldati erano stati ingaggiati per scongiurare possibili attacchi pirata, ma non erano certo impegnati a difendere la patria e a rappresentare l’Italia nel mondo. Erano sotto contratto con armatori privati e prestavano i loro servizi a difesa di interessi privati. Tenetelo a mente, poiché questo aspetto risulterà cruciale nel corso di questa vicenda.

Com’è tristemente noto, il 15 febbraio 2012, al largo della costa del Kerala (India Sud Occidentale), intorno alle 16.30 locali, il peschereccio indiano St. Antony, con 11 persone a bordo, è bersaglio di svariati colpi d’arma da fuoco. La St. Antony riporta immediatamente l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio L’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi per fornire chiarimenti. La Marina italiana ordina a Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di NON dirigersi verso il porto e di NON far scendere a terra i militari italiani. Tuttavia il capitano, che è un civile e risponde agli interessi dell’armatore, non agli ordini dell’Esercito, asseconda le autorità Indiane. La notte del 15 febbraio sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia e il 19 Febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, due dei sei marò che si trovavano a bordo della petroliera italiana, vengono arrestati con l’accusa di omicidio. Da questo momento ha avuto inizio una delle commedie più grottesche mai rappresentate dal teatro della politica internazionale.

India, i maro' escono dal carcere di Trivandrum per incontrare le loro famiglie

Da una parte abbiamo visto l’India, paese famoso per la curiosa abitudine di dividere in caste la propria popolazione, ergersi con grande livore contro i soldati cattivi che si presume abbiano ucciso due poveri pescatori, i quali prima di questa vicenda sarebbero stati considerati meno che merda respirante da qualsiasi tribunale indiano. Dall’altra parte abbiamo visto l’Italia, nei primi decisivi confronti col governo indiano, come un bambino grassoccio e balbuziente consapevole di averla fatta grossa e di non poter rimediare in alcun modo, sputacchiare argomentazioni giuridiche inesistenti miste a pezzetti di pandoro insalivato.

La prima e principale argomentazione sfoderata dai diplomatici Italiani fu quella che sosteneva che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali e che, di conseguenza, la giurisdizione dovesse essere quella italiana. Ancora oggi questa è la tesi più sbandierata dai sostenitori dei nostri Marò, ma la verità è molto più complessa. Secondo i principi della convenzione internazionale di Montego Bay sul diritto del mare, ratificata sia dall’Italia che dall’India, il mare territoriale di uno stato è quella porzione di mare adiacente alla costa dello stato in questione e sulla quale lo stato stesso può esercitare la propria sovranità territoriale in modo del tutto analogo al territorio corrispondente alla terra ferma. È di 12 miglia dalla costa il limite fissato dal diritto internazionale per stabilire la porzione di mare che si deve considerare come mare territorialeVi sono altre porzioni di mare più vaste sulle quali uno stato può far valere dei diritti, come la Zona Contigua e la Zona Economica Esclusiva, ma i poteri che possono essere esercitati in questi casi non hanno nessun rilievo con la specie in esame. Infatti nella Zona Contigua il potere dello stato costiero è limitato alla prevenzione e repressione delle infrazioni alle leggi doganali, fiscali, di immigrazione e sanitarie, e, nella Zona Economica Esclusiva, a tutto ciò che riguarda lo sfruttamento delle risorse marine.

Sembrerebbe accertato che il fatto sia avvenuto a circa 20,5 miglia dalla costa indiana e quindi oltre i limiti del mare territoriale. A questa distanza si rientrerebbe entro i limiti della Zona Contigua e della Zona Economica Esclusiva ma come abbiamo visto, nel caso in esame, non sono porzioni di mare sulle quali il governo Indiano poteva far valere la propria giurisdizione penale. Queste analisi sembrerebbero dunque dare credito alle tesi dei giuristi italiani, anche sulla base del fatto che secondo la legge italiana, in accordo con le risoluzioni dell’Onu che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano – la petroliera batteva bandiera italiana – e dovrebbero godere quindi dell’immunità giurisdizionale nei confronti di altri Stati. Tuttavia c’è un problema: tutte queste illustrissime e giustissime considerazioni sarebbero state valide se il pavido e ossequioso capitano della Enrica Lexie avesse evitato di attraccare sul territorio Indiano e avesse continuato il proprio viaggio lungo le acque internazionali. L’eventuale arresto o qualsiasi atto coercitivo da parte delle autorità indiane in alto mare avrebbe costituito una flagrante violazione dei trattati internazionali. Il nocciolo del problema è proprio questo: i marò italiani, accusati di aver ucciso due pescatori indiani, sono stati condotti dal capitano della Enrica Lexie in territorio indiano! Da questo momento ogni genere di argomentazione in merito alle acque internazionali ha automaticamente perso spessore. L’arresto dei marò ad opera delle autorità indiane è stato legittimo, come rimane legittimo il fatto che ora l’India pretenda di sottoporre questi due poveracci alla propria giurisidizione.

Altra tesi che si è cercato di far valere in maniera piuttosto goffa e incoerente, è quella secondo cui in realtà non sarebbero stati i marò a sparare, poiché c’era un’altra nave nelle vicinanze. Nel rapporto consegnato in un primo momento dai membri dell’equipaggio dell’Enrica Lexie alle autorità indiane e italiane si specifica che Latorre e Girone hanno sparato tre raffiche in acqua, come da protocollo, man mano che l’imbarcazione sospetta si avvicinava all’Enrica Lexie. Gli indiani sostengono invece che i colpi siano stati esplosi con l’intenzione di uccidere, come si vede dai 16 fori di proiettile sulla St. Antony. Gli esami basilistici successivi, alla presenza anche di un team di esperti Italiani, hanno confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony. I più ottusi, pur davanti a questi fatti, citano spesso il mistero della Olympic Flair, una nave mercantile greca che sarebbe stata attaccata dai pirati il 15 febbraio, sempre al largo delle coste del Kerala. La notizia, curiosamente, è stata pubblicata esclusivamente dalla stampa italiana, e il 21 febbraio la Marina mercantile greca ha categoricamente escluso qualsiasi attacco subito dalla Olympic Flair (Ergo: ma de che stiamo a parlà?).

Pur essendo convinto del fatto che chiunque, di fronte a dati come questi, sarebbe in grado di giungere autonomamente a delle conclusioni pseudo-sensate, preferisco ugualmente tirare un po’ le somme e terminare l’articolo con alcune mie personali riflessioni. Ci tengo a precisare innanzitutto che personalmente, al di la dei toni usati nell’articolo, volutamente provocatori, nutro grande stima per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Non li stimo in quanto militari ma in quanto uomini. Come militari, se mai dovesse essere accertato che sono stati effettivamente loro ad uccidere i pescatori, sono stati pessimi. Non hanno saputo mantenere il sangue freddo che ci si aspetterebbe da personale addestrato ed hanno sparato ripetutamente contro una nave civile uccidendo due poveretti che ora meritano giustizia. Tuttavia, come uomini, non sono mai venuti meno alla parola data e pur avendone avuto occasione (Es: Natale del 2012) non hanno mai approfittato delle (poche) concessioni del governo Indiano per evitare di sottrarsi alle proprie responsabilità. Inoltre non hanno mai rilasciato dichiarazioni polemiche ed hanno sopportato stoicamente ogni minuto di questo inferno che si protrae ormai da tre anni.

Totalmente riprovevole considero dall’altra parte il comportamento delle autorità indiane, che seppure entro i limiti della piena legittimità formale, pur essendo trascorsi tre anni, non hanno ancora nemmeno cominciato il processo contro i nostri soldati. Ma ciò che più di ogni altra cosa ritengo biasimabile è stato il comportamento dei media e di alcuni movimenti politici italiani, che senza la minima obbiettività ci hanno schifosamente presentato fin da subito un quadro della situazione parziale e poco corretto. I marò sono stati rappresentati per anni come veri e propri eroi; martiri abbandonati dalla terra natia nelle grinfie di brutti e cattivi stranieri negri. Ciò non ha permesso ai cittadini italiani di comprendere appieno la delicatezza della questione. Ancora oggi le persone tendono ad attribuire la responsabilità dell’accaduto ai governi successivi al fattaccio, quando invece i veri responsabili sono coloro che vennero PRIMA.

marò apu

Ma cosa diavolo avrebbe potuto fare il governo Monti e cosa può fare ad oggi il governo Renzi per risolvere questo vischiume? Formalmente l’India è pienamente legittimata a trattenere i marò. Dall’altra parte non c’è stato uno straccio di alleato che abbia accettato di affiancarsi a noi in questa triste vicenda: l’Europa e l’America ci hanno totalmente abbandonati. Cosa possiamo fare ora come ora? L’unica soluzione oltre alla semplice diplomazia sarebbe una vera e propria invasione militare, possibilità da molti stupidamente auspicata ma chiaramente inopportuna.

La verità è che i marò su quella petroliera non avrebbero dovuto mai salirci. L’ex ministro della Difesa La Russa non avrebbe mai dovuto permettere il verificarsi di una simile impasse. Abbiamo messo dei militari al servizio di interessi privati senza minimamente preoccuparci di disciplinare minuziosamente i termini dell’accordo. Di fronte alle pressioni indiane il capitano della Enrica Lexie ha letteralmente consegnato i nostri soldati alle autorità locali, che ora giustamente, anche per non sfigurare di fronte alla propria opinione pubblica, non possono liberarli come se niente fosse. Vi immaginate cosa potrebbe accadere se il governo indiano, fra l’altro espressione di una destra nazionalista, decidesse di restituirci i marò? I giornali indiani tuonerebbero contro le istituzioni che si sono lasciate ricattare dall’invasore occidentale. L’India sta semplicemente tutelando i propri interessi, esattamente come pretenderemmo di fare noi se soldati indiani fossero venuti a sparare a dei pescatori siciliani. La verità è che ad oggi c’è veramente poco da fare. Tutti gli errori più gravi sono stati compiuti ancor prima che questa vicenda si realizzasse. Gli slogan degli attivisti destroidi che quotidianamente urlano a gran voce “Rivogliamo i nostri Marò” sono inutili quanto pietosi.

ridateci i marò

Ci sono solo quattro personaggi, in questo ombroso teatrino, che avrebbero veramente il diritto di lamentarsi: due sono sottoterra. Gli altri preferiscono molto onorevolmente restare in silenzio; dovrebbero fare altrettanto anche tutti gli altri leoni da bar che quotidianamente vomitano luoghi comuni su questioni complesse di cui non sanno nulla.

2 comments

  • Così solo per una prima critica (sono in treno, appena possibile ti risponderò in maniera più approfondita): non trovo nulla di strano se uno Stato, legittimamente, decide di usare l’esercito per difendere una propria impresa (di questo si tratta una nave). Anzi, è forse lodevole.

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    • lodevole un cazzo. I soldi dei contribuenti vengono investiti nell’addestramento di soldati che poi vengono mandati cone mercenari qualunque a difendere gli interessi del primo imprenditore che passa. é una schifezza. Se la nave fosse stata della marina militare, il comandante avrebbe seguito gli ordini dell’esercito e non sarebbe mai approdato in india consegnando i soldati alle autoritá straniere. Tutto nasce dal fatto che non abbiamo concordato bene i termini dell’accordo e abbiamo affidato i nostri soldati a gente che poi li ha consegnati e abbandonati, salvaguardo solo i propri interessi e passando la patata bollente allo stato. Bene! allora che si facciano difendere dalle compagnie private d’ora in poi!

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