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18 November 2017

Ma quanto era forte quel River Plate?

Ma quanto era forte quel River Plate?

D’accordo, il calcio italiano è in crisi nera. La Serie A, un tempo terra promessa per campioni di ogni nazionalità, è attualmente un torneo di secondo piano in Europa: i migliori giocatori, come è normale, preferiscono altri lidi.

Tuttavia, c’è chi sta molto peggio. Se guardiamo, per esempio, al declino totale del campionato argentino, possiamo forse consolarci. Fino ai primi anni 2000, la Primera División era ancora una fucina di talenti e una competizione di buon livello, poi la crisi economica ha distrutto questo patrimonio nazionale, fino a rendere il massimo campionato un torneo insignificante. Oggi i giocatori della Primera si dividono sostanzialmente in tre categorie: 1) i giovanissimi, buttati nella mischia sempre più precocemente e pronti a scappare verso l’Europa alla prima buona offerta; 2) le vecchie glorie (a volte davvero ex-giocatori) tornate in patria per chiudere la carriera; 3) quelli che, per mancanza di qualità, non sono riusciti a fare il grande salto verso il calcio che conta.

Ma torniamo all’età dell’oro. A metà dei gloriosi anni ’90 una squadra leggendaria dominò la scena, conquistando vari titoli argentini, una Copa Libertadores e una Supercoppa Sudamericana: il River Plate. Molti rammenteranno lo scontro tra i Millionarios e la Juventus nella Coppa Intercontinentale del 1996, conclusosi con una faticosa vittoria dei bianconeri grazie al gol di Del Piero. Facciamo ancora un passo indietro: all’inizio degli anni Quaranta il River era una formazione altrettanto imbattibile, caratterizzata da un gioco offensivo e spregiudicato: tutti la chiamavano La Máquina (la macchina). Ricordando le imprese di quella squadra indimenticabile, la stampa ribattezzò il nuovo River La Máquinita. [Che meraviglia questi soprannomi: prima o poi scriverò un pezzo sui piedi magici di Juan Sebastián Verón, detto La Brujita (letteralmente, la streghetta), in continuità con il soprannome del padre Juan Ramón, anch’egli calciatore dell’Estudiantes de La Plata: La Bruja.]

river del piero

Sotto la guida del tecnico Ramon Diaz, il club raggiunse uno dei punti più alti della sua storia a cavallo tra il 1995 e il 1997. Senza elencare gli straordinari risultati raggiunti, basterà citare i nomi di alcuni protagonisti per dare un’idea della dimensione davvero epica di quel team. [Ho inserito i link ai filmati di alcuni momenti storici: se volete apprezzare appieno questo salto nel passato, guardateli!]

A centrocampo i tifosi dei Millionarios potevano godersi le invenzioni del Payaso Pablo Aimar, giocatore dall’eleganza sopraffina che in Europa ha brillato soprattutto nel Valencia bello e sfortunato dell’Hombre vertical Hèctor Cúper (altro personaggio che meriterebbe ben più di un articolo). Qui una delle sue perle, ancora più preziosa perché realizzata nel derby contro l’odiatissimo Boca Juniors. Al suo fianco non poteva mancare un vero mastino, il cattivissimo Matías Almeyda, profeta della garra sudamericana (poi faceva anche dei gol così…). Profeta sia in patria sia in Italia, dove lo ricordano con piacere i tifosi del Parma e della Lazio. Sempre a metà campo devo per forza menzionare uno dei miei pallini, Marcelo Gallardo, attuale allenatore della squadra biancorossa (se volete, ecco uno dei suoi migliori gol con la maglia del River). Splendido centrocampista offensivo, partì dall’Argentina per formare una coppia micidiale con Ludovic Giuly nel grande Monaco di fine millennio.

river tifo

Ma era l’attacco a fare davvero impressione. Nella stagione 1995-1996 la batteria di trequartisti e punte comprendeva, in ordine sparso: il Principe Enzo Francescoli, leggenda del calcio uruguaiano (nonché sosia di Diego Milito), venuto a Buenos Aires a chiudere una carriera eccezionale (guardate qui) ; Ariel Ortega, giocatore di classe superiore alla media ma con la carriera rovinata dall’amore per la bottiglia e da una testa troppo calda (il soprannome Burrito, asinello, vorrà forse dire qualcosa); Hernan Crespo, poi divenuto uno degli attaccanti più completi del calcio recente, allora appena uscito dal ricchissimo vivaio del River, come Ortega e Gallardo. Per rinfrescarvi la memoria su che razza di attaccante fosse Crespo, godetevi il suo gol contro lo Sporting Cristal in Copa Libertadores. A questi campioni possiamo aggiungere anche Santiago Solari, che nell’Inter non ha lasciato grandi tracce di sé, ma che può comunque vantare una carriera di tutto rispetto, con più di cento partite giocate con la camiseta del Real Madrid.

Nel 1996 il River fu costretto a cedere Crespo al Parma, lasciando un grosso buco al centro del reparto offensivo. Il bomber, autore di 36 gol in tre anni, venne sostituito niente meno che da Marcelo Salas (!) e Julio Ricardo Cruz, altri due fenomeni assoluti. Il primo è considerato uno dei migliori calciatori cileni della storia (qui un suo golazo nella Supercoppa del 1997), il secondo è sempre vivo nella memoria dei tifosi italiani per la sua efficacia anche quando entrava a partita in corso. Insomma, il River era un concentrato di talento con pochi eguali nella storia del calcio.

Come si è intuito da questa breve divagazione romantica, anche in quegli anni i migliori giocatori argentini partivano in massa verso il calcio europeo, ma, di solito, solo dopo essersi seriamente affermati in patria. La qualità dei settori giovanili locali faceva il resto, sfornando costantemente nuove nidiate di campioni da consegnare alla storia del calcio e alla nostalgia degli appassionati. Ah, quanto era forte Gallardo…

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