08:58 am
25 June 2017

Pink Floyd: un fiume sempre in piena

Pink Floyd: un fiume sempre in piena

Riceviamo e pubblichiamo l’articolo di Antonio Orrico Gianpaolo Capraro:

Dopo anni di silenzio, Gilmour & co. tornano alla ribalta con una nuova fatica: The Endless River.
Ci è spettato l’arduo compito di recensirlo, visto lo spessore artistico della band.
Ma partiamo dal concepimento dell’album: si sviluppa sulla base di alcune tracce di Richard Wright, compianto tastierista, registrate nel 1994, che David Gilmour e Nick Mason hanno rispolverato, costruendo 17 brani strumentali, sulla base delle stesse tracce di tastiera.
Banale a dirsi, ma l’album è un chiaro tributo a Wright e, allo stesso tempo, racchiude tratti caratteristici degli album che hanno consentito loro di entrare nell’Olimpo della grande musica.
In “The Endless River” manca l’ex bassista Roger Waters, rifiutatosi di prendere parte alle registrazioni.

L’album è suddiviso in 4 “Sides”, connessi da un filo tematico riscontrabile nei titoli dei brani.

Il primo side inizia con un muro di tastiere e con delle raffinate chitarre acustiche, suonate con l’ausilio di molta effettistica, già ricorrente nel recente lavoro da solista di Gilmour “On an island”. Elemento particolare della prima traccia è il campionamento della voce di Stephen Hawking (già sperimentato in “High Hopes, Division Bell”).
Sono palesi e mai troppo scontati i riferimenti, dal punto di vista strumentale, all’album “Animals” del 1977.

Il secondo side riprende parzialmente una tipologia di arrangiamenti dai quali gli stessi Pink Floyd si allontanarono dopo gli anni ’70. I riferimenti più chiari sono quelli di “Dark side of the moon” (1973) e “Meddle” (1971), poiché Nick Mason si cimenta in pattern ripetuti alle percussioni e le atmosfere sono psichedeliche. Inoltre, oltre all’aiuto di altri bassisti e session-men, Gilmour registra anche parti di basso; altro strumento molto presente e utilizzato come in passato è il sax.

Il terzo side inizia con il brano “The lost art of conversation”, che introduce un argomento molto attuale, ossia la perdita della conversazione tra esseri umani, dovuta – probabilmente – al parallelo sviluppo della tecnologia. In “Night Light”, possiamo apprezzare un intreccio di sole tastiere e chitarre, in un connubio di suoni dal valore artistico inestimabile.
In questo side è importante sottolineare la vicinanza a pietre miliari quali “The Wall” (1979) e “Atom Heart Mother” (1970). Quest’ultimo viene, addirittura, omaggiato nel brano “Autumn ’68”, come una sorta di continuazione del brano “Summer ’68”. Tutto ciò, ovviamente, scandisce la maturità artistica e musicale di Gilmour e soci che, con questa traccia, riprendono e completano il filo logico di uno dei loro album più famosi (ma non apprezzatissimo dalla critica!).

Con “Calling” inizia il quarto e ultimo side, preparando l’ascoltatore, tramite sonorità più “ambient”, all’ultima traccia che è l’unica non strumentale.
In questi pezzi, infatti, possiamo apprezzare più parti corali che si sposano egregiamente con atmosfere più rilassate e meno elaborate.
Arriviamo adesso a “Louder than Words”, unico pezzo cantato e più “radiofonico” (in un’accezione positiva). Le metriche vocali richiamano in particolare a “Dark Side of the Moon” e “Division bell”, condito da un espressivo solo di chitarra, in pieno stile Gilmour. Il brano termina con alcune sequenze che riassumono il filo conduttore dell’intero concept album.

Dovendo scegliere, in un momento qualsiasi, di ascoltare un loro lavoro, non lasceremmo “The Endless River” come ultima scelta.
Quindi possiamo affermare con certezza che “il fiume è sempre in piena” e quest’album è l’ultimo dei Pink Floyd solo dal punto di vista cronologico.

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