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24 November 2017

I quaderni neri di Heidegger: quando la filosofia fa notizia non è più filosofia

I quaderni neri di Heidegger: quando la filosofia fa notizia non è più filosofia

Un primo contributo su Torquemada del filosofo e giornalista Andrea Lugoboni.

Qualche tempo fa era il New realism di Ferraris. Ora è l’antisemitismo dei Quaderni neri del filosofo Martin Heidegger a riempire le terze pagine dei giornali. La filosofia fa notizia. E il lettore subodora che dietro quel nero, quelle immagini di svastiche e braccia tese, ci sarà qualche oscuro fatto di cronaca, qualche agghiacciante delitto. D’altra parte un articolo di solito si legge perché accende fantasie e curiosità. Ma tutto ciò vale per la filosofia? Heidegger non sarebbe probabilmente d’accordo. Così scriveva alla filosofa Hannah Arendt (la sua amante ebrea):

«Forse il giornalismo planetario è il primo spasimo di questa desertificazione incipiente di tutti gli inizi e della loro trasmissione»

La desertificazione era quella della tecnica, del dominio che l’uomo moderno voleva esercitare sul mondo attraverso il suo sapere matematico. Modernità, capitalismo, America, andavano insieme per il pensatore tedesco. Di qui la desertificazione, la dimenticanza di quel legame decisivo tra poesia e verità, quest’ultima trasformata in mezzo di controllo e asservimento. Cosa avrebbe detto quel montanaro egocentrico di Heidegger se, nella sua baita spersa nella foresta nera, avesse letto i titoli dei giornali di oggi? Proprio lui, che in Essere e tempo, la sua opera principale, aveva detto che il contrario della vera filosofia è l’affidarsi a quella curiosità, che vuol saper un po’ di tutto, senza approfondire niente. Senza fare i conti, potremmo tranquillamente continuare, con l’angoscia che prende l’uomo quando sperimenta lo spaesamento del nulla, dell’inabitabile che sta sul limite del nostro mondo di significati. E da cui il mondo stesso proviene. Può il giornalismo porsi in ascolto della verità, rifuggendo l’urgenza della notizia? Necessariamente sì, attraverso un’onestà intellettuale che racconti i fatti nella loro complessità, con un linguaggio comprensibile. Necessariamente sì, se esso tiene presente però i suoi limiti per così dire “epistemologici”. Proprio per questo necessariamente “no”, in quanto non può sostituirsi ai dibattiti degli studiosi di professione, che di solito ( ma non necessariamente) dovrebbero avere luogo nelle università. Anche la querelle heideggeriana non fa eccezione: dare giudizi troppo frettolosi sulla filosofia di Heidegger, in un articolo di giornale rischia sempre di essere fuori luogo. L’argomentazione tende sempre a essere poco precisa, e il ricorso a luoghi comuni una tentazione forte. A chi si chiede che cosa ci sia da salvare della filosofia heideggeriana oggi, si potrebbe rispondere come segue. Proprio Heidegger aveva messo in guardia dall’identificare la verità con il sentito dire, con il si dice. Questo aspetto centrale e decisivo della sua filosofia richiama ogni giornalista al suo dovere, quello di riportare fatti, pur sapendo che l’interpretazione filosofica di quelli spetta a qualcun altro (spesse volte). Ma non dimenticandosi mai, che i fatti puri, sono una pura fantasia. Ogni fatto rimanda sempre a un soggetto conoscente e al suo bagaglio di esperienze, valori e significati che costituiscono il suo modo di conoscere. Mestiere duro, quello del giornalista. Anche perché, i lettori, anche quelli che non frequentano i libri di filosofia, devono sempre capire qualcosa di ciò che sta accadendo. Un requisito che non va certo d’accordo con il carattere elitario della filosofia.

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