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24 November 2017

Alla ricerca dell’eros perduto con Lady Chatterley

Alla ricerca dell’eros perduto con Lady Chatterley

«Fica! Sei tu; è quella cosa in cui entro ed è quello che diventi tu quando entro in te, nient’altro. Chiavare è soltanto quello che si fa. Gli animali chiavano. Ma fica è molto di più. Sei tu, capito: e non sei affatto un animale, no? anche da chiavare. Fica! È questo il bello di te, piccolina!»

Con L’amante di Lady Chatterley  prende inizio il mio percorso alla scoperta della letteratura erotica. Come molti già sapranno il libro narra la storia di una giovane donna, Connie, sposata con Lord Clifford, uomo della bassa aristocrazia, ipocrita e formale . La vicenda è ambientata in Inghilterra, nel piccolo paese di Wragby, nel dopo guerra, in quella fase di ascesa animata da una forte spinta verso la modernità e il progresso. Nel corso del romanzo l’unione tra i coniugi Chatterley si allenta sempre più e la giovane donna cerca altrove il suo appagamento sessuale e morale.

Non voglio dilungarmi ad analizzare il tortuoso percorso di pubblicazione né le pecche e i pregi narrativi ma piuttosto soffermarmi sugli aspetti che in passato hanno marchiato il romanzo come scandaloso e osceno.

Per Lawrence il sesso è istinto, impeto, forza cieca primordiale.  È l’unico spiraglio di vita, l’unico approdo catartico in una realtà fiacca, vuota e senza anima. Wragby è al contempo micro e macrocosmo, è un mondo privato del senso della fratellanza, di comunione. Un mondo sub-umano dove l’intera società si fonda sul nulla più assoluto, sull’apparenza caduca di un momento: «Il Nulla! Accettare il grande Nulla sembrò l’unico scopo della vita!».

Siamo di fronte a progressivo annichilimento dell’umanità. La stessa Connie finisce col sentirsi «sola e inutile, nemmeno più donna, solo un essere attanagliato dalla paura.» Depredata della sua femminilità e fertilità, Lady Chatterley è inutile, vuota e inesistente.
I personaggi sono in piena regressione monologica, stretti in una morsa di irrealtà. Vuoto è il rapporto tra i due coniugi, vuoti i racconti scritti da Clifford, vuote le relazioni trai personaggi. A ciò si contrappone solo la forza sessuale, lo spasimo dell’orgasmo. L’autore non parla quindi della forza dell’amore, ma di puro e libero sesso, come massima fonte di vita generativa e rigenerativa.

Interessante è la rappresentazione della figura femminile (e modernissima, considerando che il romanzo risale al 1928). La  donna riconquista la sua sessualità e l’emancipa da quella maschile: gli orgasmi di Connie avvengono puntualmente dopo quelli del maschio, ed è quest’ultimo a diventare mezzo e strumento della donna: «che bello poter essere una baccante, in fuga per i boschi, e come in una baccanale, invocare Iacco: il fallo meraviglioso senza una personalità indipendente; un semplice dio al servizio della donna!».

Ho apprezzato particolarmente questo crescente anelito verso la primitività, ogni pagina più forte, fino a raggiungere l’apogeo ed esplodere nel punto centrale del romanzo.
Il ritorno all’origine, all’istinto insieme pacificante e perturbante, mi fa invidia… vorrei lasciarmi abbandonare a tal flusso anche io, essere fanciulla per sempre.

Lucciola della Ribalta

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