09:02 pm
20 August 2017

Voglio votare solo uomini: no alle “preferenze rosa”

Voglio votare solo uomini: no alle “preferenze rosa”

Io le donne non le voglio votare. Punto. Nella mia scheda elettorale, non voglio Chiara o Federica. Sia che il mio voto valga per le elezioni regionali, sia che porti al potere di un piccolo comune vicino a Fratta Todina, sia che elegga i rappresentanti alla Camera dei Deputati (il Senato no perché – si dice – non lo voteremo più). Potrei sforzarmi di scrivere “Andrea”, ma solo se accompagnato da un’incontrovertibile dichiarazione di mascolinità che chiarifichi il nome ambivalente. Voglio dare la mia preferenza a soli uomini. Non è misoginia, ma naturale richiesta di poter godere del sacrosanto diritto di libertà. Contro una legge, come quella elettorale umbra, che invece obbliga a votare disgiunto-per-genere. Puoi dare due preferenze, ma devono essere di sesso diverso, altrimenti la seconda la annullano.

La piccola e poco vistosa Assemblea regionale dell’Umbria è da poco madre di un nuovo sistema di voto, partorito il 19 febbraio scorso per poter affrontare nel prossimo maggio il responso delle urne. Le Regioni, come noto, hanno la possibilità di scriversi le regole delle tornate elettorali come gli pare e piace. Lo Stato ha messo a disposizione una normativa nel lontano 1968, firmata dall’allora Presidente Saragat, che dettava le linee guida e permetteva di eleggere i Consigli regionali senza dover pensare a nulla di nuovo. Molte Regioni si sono accontentate, altre no e con il tempo sono anche cresciute nel numero. Gestendo in maniera fantasiosa la loro autonomia legislativa sul tema.

Nulla di strano, quindi, se la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini ha deciso di emanare nuovi sistemi elettorali. Eppure, tra le tante novità inserite nella legge, solo una mi ha provocato una reazione scomposta. Non violenta, ma d’irritazione profonda. La preferenza di genere, appunto.

A dire il vero, non è una novità nell’alveo delle leggi elettorali italiane (cosa che non depone a suo favore, ovviamente: non mi butto dal pozzo se in molti lo fanno). Dal 2012 una normativa statale prevede questo tipo di preferenza per tutti i comuni con più di 5.000 abitanti, con lo scopo – c’è scritto – di «riequilibrare le rappresentanze di genere». Come se la parità dei sessi fosse simile alla pasta della pizza in fase di preparazione, quando hai messo troppa acqua e per far si che alla fine diventi una margherita e non una porcheria, sei costretto ad aggiungere farina in continuità. Fino a riequilibrare. Poi s’impasta e tutto si mischia: uomini e donne pareggiati per legge. Con «tante grazie» al merito e ai voti conquistati da quelli che saranno esclusi-per-sesso.

Tra pizze e Consigli regionali non ci sono molte somiglianze. E nemmeno tra donne e calzoni (per precisare: quelli con la mozzarella e il prosciutto – a me i funghi non piacciono –, non il capo d’abbigliamento. Sennò poi mi accusano di sessismo). Il problema è un altro ed è semplice: in nome di un certo buonismo fasullo, di una corrente femminista ipocrita, la nuova legge elettorale umbra dà la possibilità di scrivere due preferenze sulla scheda e poi dimezza quello stesso diritto. Obbligando chi s’avventura (e già son pochi) tra le tendine elettorali delle scuole italiane a scegliere non due persone che stima, o anche solo sue amiche da tempo, ma due sessi opposti. Se entrambi sono figli di Adamo o entrambe assomigliano ad Eva, niente da fare. Un maschio e una donna. Altrimenti la seconda preferenza, quale che sia, sarà annullata.

Quale democrazia è quella che t’impone il sesso del tuo candidato preferito? Quale democrazia è quella che indirizza obbligatoriamente l’elettore a scegliere un candidato del sesso-forte e un’aspirante consigliera del gentil-sesso, quando – magari – vorrebbe eleggere due donne o due uomini perché li valuta più capaci, più coerenti al proprio modo di pensare?

A ben vedere, c’è poca differenza con i plebisciti di mussoliniana memoria. Anche tra fasci e aquile imperiali si diceva che la gente andava volontariamente al voto a dire sì o no ad una lista di candidati. Le elezioni c’erano, la libertà di scelta non del tutto. Come con le preferenze di genere: si è liberi di scegliere, ma non del tutto. Se non piace al legislatore metà del mio diritto, questo sarà buttato nel cestino.

A condannare la meritocrazia in nome del solo merito di essere estremamente politically correct ci pensavano già le «quote rosa». Esse stesse un qualcosa di abominevoleFiguriamoci le «preferenze rosa».

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