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24 November 2017

Ascoltavo Radio Londra dalla mia gavetta

Ascoltavo Radio Londra dalla mia gavetta

Asolo è un piccolo paese nel trevigiano, bello come molti dei luoghi nascosti della nostra penisola. Un paese che regala alcune eleganze, dalla rocca del XII secolo alla spoglia chiesa che un tempo ospitò la cattedra vescovile. E poi, a raffigurare la vitalità produttiva dell’area, il consolato rumeno ancora oggi situato in piazza, con la sua bandiera ad indicare antichi rapporti commerciali che risalgono alla fine dell’Ottocento. L’Italia è fatta di piccoli gioielli, non solo architettonici. Anche culturali. Come la mostra sulle radio storiche, un percorso culturale promosso dall’associazione Il Pardo che parte dalla fine dell’Ottocento ed arriva alla fine degli anni Sessanta del Novecento. Una mostra. Nulla di particolare, se all’ingresso non si fosse proposto come guida appassionata (e gratuita) Silvano Gazzola, a cui attribuiamo circa settant’anni, sperando di non sbagliare di troppo.

IMG_0154«Volete vedere come si trasmettevano i messaggi con il telegrafo?», ci racconta fiero con un accento veneto solo a tratti difficilmente comprensibile. Era il metodo di comunicazione usato prima dell’arrivo di Guglielmo Marconi. Innovativo, certo, ma necessitava due cose: lunghe connessioni elettriche su cui far correre gli impulsi delle lettere in codice morse; e soprattutto, di telegrafisti specializzati, capaci di inviare 65 caratteri al minuto, anche se «mi n’ho conosciuto uno che arrivava fino a 150 e non aveva bisogno di leggere i segni per capire cosa era stato trasmesso: un orecchio straordinario».

Ed è incredibile notare con quale minuziosità è stato preparato il percorso didattico sull’evoluzione del segnale radio, dai primi esperimenti sulla pila ai generatori e rudimentali lettori di onde elettromagnetiche. Tutto fedelmente ricostruito. Poi, la lunga storia delle radio che svilupparono l’intuizione del fisico italiano. «Non vi potete sbagliare con le date: dal ’31 al ’33 le facevano con forma a tempietto, poi arrivarono quelle verticali, solo dopo hanno pensato di farle orizzontali». Forme che raccontano anche un contenuto, quello delle trasmissioni che stavano crescendo nel tempo, mentre si cercava di ridurre il prezzo di uno strumento che stava portando un po’ di novità nelle case della gente. «Quella che vedete lì, nonostante pesasse uno sproposito, viene considerata la prima radio trasportabile: costava qualcosa come tre campetti di terra». Non poco, se si considera con l’agricoltura si portava avanti una famiglia.

IMG_0141L’importanza della radio, com’è noto, non mancarono di comprenderla Hitler e Mussolini. La propaganda di entrambi i regimi ne fece grande uso. «Nel 1933 Hitler arrivò al potere e Goebbels chiese ai suoi tecnici di mettere a punto una radio più economica. Così venne prodotta la VE 301 W. Costava 75 marchi, circa 340 lire. Un terzo di quanto non occorresse fino a quel giorno per comprarne una: un terzo di campetto di terra, per intenderci». E quando si parla di propaganda, anche i nomi hanno un significato spesso importante: «Guardate il numero sul modello: 301. Le prime due cifre, il 30, indicano il giorno e l’ultima, l’1, il primo mese dell’anno: è la data della salita al potere del Führer».

IMG_0140Mussolini arrivò subito dopo con la radio rurale, più bella delle tedesche grazie alle mascherine decorative che ne arricchivano la cassa. Il Duce obbligò le case del fascio e le scuole di campagna ad acquistarne una, a un prezzo politico di 700 lire, per assicurarsi che oltre «alle interessanti trasmissioni sull’agricoltura tutti potessero ascoltare i suoi discorsi». Silvano, la nostra guida, è una persona curiosa che sa come investire il visitatore delle sue passioni. «Volete sentire come gli italiani ascoltarono la dichiarazione di guerra? Ecco», ci ha detto premendo il pulsante che faceva risuonare dalla Radio Rurale il tanto famoso «vincere e vinceremo». Perché la storia si racconta anche attraverso gli oggetti, dai mezzi di guerra che rivoluzionarono il modo di combattere a quelli che gli ruotarono attorno. Per i conflitti mondiali e per quelli civili, fu una radio a descriverne i drammi e le speranze: come la Radio Balilla, ad esempio, dotata di una mascherina con il fascio littorio stilizzato e le grandi lettere a comporre il nome della gioventù mussoliniana. «Questa è una delle più rare e costose che ci siano oggi in circolazione. Servivano venti metri di antenna per farla funzionare, ma costava solo 430 lire. Ancora troppo per il popolo, ma era un prezzo sufficientemente basso per i funzionari e i gerarchi fascisti. Loro potevano comprarla. Così, dopo l’8 settembre, furono quasi tutte distrutte. Prima facevano scomparire la mascherina, cercando di salvare almeno l’apparecchio, ma ben presto chiunque l’aveva la eliminò». Perché? «Se arrivavano i partigiani e la trovavano in casa ne deducevano che il proprietario fosse una spia o un gerarca del regime. E gli sparavano in testa».IMG_0137

Dall’altra parte, invece, la storia della prigionia nei campi tedeschi dei militari italiani che non presero parte alla Repubblica di Salò. Chiusi lì dentro, non avevano notizie della guerra. Tranne Oliviero Olivieri e i suoi commilitoni, che nei Lager costruirono una radio con mezzi di fortuna trovati o rubati nel campo di prigionia. Questa storia, la storia di Radio Caterina – come è stata chiamata – venne raccontata da Giovannino Guareschi. Lui, Silvano, l’ha ricostruita dalle fotografie ed ora è perfettamente funzionante. Era stata fatta con barattoli di conservanti spianati, fil di ferro, stagnola dei pacchetti di sigarette e «poteva essere smontata e rimontata in un minuto, per questo le guardie non l’hanno mai trovata». «Quando staccarono la corrente alla baracca che utilizzavano per alimentare la radio, decisero di costruire una pila come quella di Volta: un dischetto di rame, un dischetto di zinco e una garza imbevuta di un acido. Dopo averne provati alcuni rubati dall’infermeria, presero l’urina dei pozzi neri. Funzionava e a rigenerarla ci pensava il prete, unico ad avere l’accesso a locali con la corrente: la nascondeva sotto la tonaca». Radio Caterina divenne famosa, molto più di quella di un altro italiano prigioniero, Giulio Borgogno.

IMG_0158Essendo tecnico specializzato, veniva utilizzato dai tedeschi per riparare le radio rotte dei lager. Poteva così accedere ai magazzini, dove rubò l’occorrente per costruirsi la sua. «Per non farla trovare, s’inventò di fare in modo che entrasse dentro la gavetta. Dopo aver mangiato, bastava una pulita e poteva essere nuovamente usata senza il timore di essere scoperti». Ascoltava così Radio Londra.

È la storia raccontata e ricostruita attraverso un apparecchio. Una storia che parte da fine ‘800 ed investe agli anni Sessanta. Uno strumento che ha segnato la vita degli italiani. Un mezzo di comunicazione potente, uno svago particolare per le famiglie. Fino a quando «arrivò quella cosa lì, quella scatola che ha ucciso la Radio».

Silvano indicava la Televisione, senza nascondere una vena malinconica.

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