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25 June 2017

Gone Girl – L’amore bugiardo

Gone Girl – L’amore bugiardo

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Regia: David Fincher

Sceneggiatura: Gillian Flinn

Anno: 2014

Durata: 149′

Produzione: USA

Fotografia: Jeff Cronenweth

Montaggio: Kirk Baxter, Angus Wall

Scenografia: Donald Graham Burt

Costumi: Trish Summerville

Colonne sonore: Trent Reznor, Atticus Ross

Interpreti: Ben Affleck, Rosamund Pike, Carrie Coon, Kim Dickens

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TRAMA

Al quinto anno di matrimonio con Amy, Nick perde il suo lavoro di scrittore e decide di trasferirsi in Missouri per aprire un bar insieme alla gemella Margot. Ma all’anniversario di nozze Amay sparisce nel nulla.

RECENSIONI

Il giorno del loro quinto anniversario l’improvvisa e inaspettata scomparsa di Amy Dunne rompe la consuetudine di un matrimonio, che agli occhi di tutti sembrava perfetto. Ma niente è ciò come sembra e l’ombra del dubbio si allunga sulla felicità della loro unione e sulla figura del marito.

Gli indizi si accumulano, gli investigatori sono alla ricerca di un colpevole, i media alla disperata caccia di un capro espiatorio, e il puzzle piano piano si configura. L’ameno paesino di provincia americana con le case bianche e i vialetti ben curati che sonnecchiava in letargo si tinge di quelle tinte cupe che solo Fincher sa dare e ben presto l’interesse morboso della comunità su cui soffia l’attenzione ossessiva dei media solletica le violenze più latenti. Ma nulla è come sembra.

Si tratta di un film perfetto, anche troppo. Fincher gioca con virtuosismo con i generi e i personaggi, invertendo più volte vittima e carnefice e trasformando proporzionalmente ai colpi di scena il registro della pellicola, che da thriller diviene Noir, per poi sfiorare l Horror e terminare in una Dark commedy graffiante sul matrimonio, descritto come luogo di manipolazioni e compromessi narcisistici ma ancor di più sulle sproporzioni e sui non luoghi dell’intimità ormai cannibalizzati dalla ferocia delle regole dell’apparenza e dei media.

Il film ha ritmo, una bellissima atmosfera, dialoghi intelligenti ed un estetica perfetta ma non coinvolge fino ino in fondo ed è quasi corrotto dalla stessa bravura e dalla vanità celebrale del suo regista che è la croce e la delizia di un’opera che lascia allibiti ma non emoziona che è indiscutibile ma non riesce a diventare un capolavoro.

Voto 7,5

Luca Del Vescovo


Come spesso accade, il titolo originale, seppur più sbrigativo e impersonale, surclassa quello tradotto in italiano, che, riecheggiando un genere di film romantico e strappa lacrime, incuriosisce solamente quella fetta di pubblico dai gusti meno ricercati. Lo stesso incipit si presenta, ingannevolmente, talmente lezioso e sdolcinato da far invidia alla migliore lovestory hollywoodiana. Attraverso un flash-back, la protagonista Amy (interpretata da Rosamund Pike) ci regala squarci del suo passato: l’incontro con Nick (Ben Affleck), il primo bacio, la prima notte e la proposta di matrimonio; il tutto sfumato in una realtà dai contorni onirici, favolistici. Siamo di fronte a un Amore astratto, velleitario, retorico, il cui oggetto non è tanto la persona concreta ma la proiezione del desiderio di perfezione, di elevazione rispetto al grigiore della quotidianità. E come in ogni favola che si rispetti, anche questa storia “è troppo bella per essere vera”, e da una pioggia di zucchero filato si passa brutalmente al presente e a schizzi di sangue fresco sul fornello della cucina. Dov’è Amy?

Thriller, giallo che prevarica i limiti del genere e sfocia nel noir, Gone Girl ha un intreccio complesso, un’architettura labirintica, in alcune parti fin troppo contorta. Alla fine lo stesso David Fincher sembra aver perso qualche filo (non stupitevi se alcuni passaggi rimarranno irrisolti e in sospeso), senza però compromettere la struttura logica generale del film.

Tutta la vicenda si snoda intorno a Amy, che catalizza l’attenzione del pubblico su di sé, lasciando in ombra gli altri personaggi. Rosamund Pike interpreta un personaggio camaleontico: dalla “super figa che mangia pizza fredda e rimane una 42” alla casalinga depressa e frustrata. Dalla cattiva ragazza che beve birra e mangia junk food a donna cruenta, senza scrupoli e pietà. La protagonista calza a pennello in ognuno di questi ruoli e allora sorge naturale chiedersi: ma chi è veramente Amy? Depredata della sua vera identità, che ha affibbiato alla sua controparte letteraria “la mitica Amy”, si è spersonalizzata, svuotata: può essere solo ciò che gli altri vogliono che ella sia. Accanto a un personaggio così sfaccettato contrasta un Ben Affleck inetto, preda degli eventi, incapace di prendere decisioni autonome, pavido burattino mono espressivo.

David  Fincher inscena un finto “delitto perfetto”, che, come Hitchcock insegna, è per sua natura “imperfetto” e la verità, inesorabile, viene a galla. Ma se il pubblico e i personaggi del noir in bianco e nero erano affamati di verità, in Gone Girl non è così. Non c’è più posto per il vero, per l’autentico. La verità rimane latente, svilita e subordinata a un ordine superiore di luccicanti menzogne.

Voto: 7,5

Camilla Longo Giordani


Questa pellicola propone un’interessante panoramica della vita coniugale nelle sue contraddizioni e nei suoi agi, tra le bugie e il fallimento amoroso e la mancata realizzazione del sogno di coppia, e che coppia, poi, con due protagonisti di questo calibro. Belli e affascinanti, talmente tanto che il buon Fincher dedica una serie infinita di inquadrature ai vari profili di Affleck, mostrato in tutta la sua beltà da muscoloso Adone Casanova, meno alla Amy interpretata da Rosamund Pike (scelta, pare, tra svariati nomi importanti, come quello di Charlize Theron) quasi da accentuarne l’oscurità del personaggio, da rendere ancora più marcato l’alone di indefinito mistero intorno alla sua magra figura. Insomma, belli e affascinanti – abbiamo detto – ricchi, giovani, interessanti: tutti gli ingredienti per arrivare al famigerato american dream. Ma cosa va storto? Dov’è l’inghippo? Più radicato di un qualsiasi disagio, più particolare di una qualsiasi nevrosi: l’insoddisfazione perenne che muove intricatissimi fili di disamore, disistima e rabbia, fino ad arrivare al punto di rottura di un delicato raso che mantiene l’unione, fino all’ossessione del rimanere uniti nonostante tradimenti e stanchezza, per una serie di ben architettate pressioni psicologiche, violenze mentali che portano alla destrutturazione non solo del personaggio, ma dell’io proprio ed unico di tutti e ognuno.

Un Fincher assolutamente inusuale, questo di Gone Girl, lontano dalla raffinata crudeltà di Seven, distante dalla cruenta schizofrenia di fight club, come unico condivisibile scenario: l’animo umano, nelle sue più cavernose contraddizioni. Belle le riprese a due respiri, la storia battuta in due tempi, da una parte, Nick che si angoscia per uscire pulito dalle probabile accuse, mentre la Amy ormai lontana sorseggia il suo drink, in piscina, godendosi le altrui angosce. Fincher frega ancora, fino alla fine, il proprio spettatore, che si scervella per arrivare a carpirne il possibile sbocco. La conclusione del film lascia con il classico amaro in bocca, l’impossibilità di uscire da una gabbia matrimoniale soffoca e inquieta, e soprattutto inquieta come tutta la narrazione sia mossa e manipolata da faziosi mass media che gestiscono ad hoc le situazioni e le verità, siano queste presunte o tangibili. Contestualmente, però, è un film sopravvalutato dal quale ci si aspetta certamente di più, almeno per il buon nome del regista che lo coordina, almeno per sopperire ai tempi lunghi di immagini ridondanti a cui si è costretti, che sforano di poco l’obbiettivo di portare in scena un così delicato ecosistema, e di poco si sfiora anche l’Oscar, nonostante le svariate nomination.

Voto: 7

Alessandra Buttiglieri


Dimensione privata e dimensione pubblica, verità e menzogna, fedeltà e tradimento, perdono e vendetta. Fincher torna nella calda culla del genere Thriller per raccontarci la crisi della coppia moderna, tra recessione economica e tradimenti. La deriva dell’amore, fino all’estremo.  Ma forse c’è di più. Dall’idilliaco primo bacio avvolto (letteralmente) in una nuvola di zucchero Nick e Amy imboccano una strada che li porterà dritti all’odio reciproco, con sacrifici mal digeriti, cappi psicologici, ricatti economici e menzogne. La coppia si sgretola. Tutto ciò che segue è un racconto ad orologeria, con forzati sviluppi narrativi e personaggi caricaturali che trasformano nel bene e nel male il semplice thriller in dramma grottesco, toccando corde dissonanti. Si percepisce l’ingombrante doppio ruolo della sceneggiatrice (già autrice del best seller di partenza) che fa pesare la matrice del film. Espedienti come la lettura del diario e la caccia al tesoro sembrano ricalcare il tedioso Lettere da una sconosciuta (Max Ophuls, 1948), lasciando un sapore letterario al palato, portando a percepire il peso della pagina a scapito delle immagini. La falsità, come male sociale, cinge l’universo di Gone Girl. In ogni suo aspetto la corruzione è totale, non c’è scampo per niente e nessuno e l’ovvia soluzione psichica di difesa dell’uomo appare “mal comune mezzo gaudio”, così va il mondo. Fincher non ci sta, ci racconta i retroscena e fa emergere una verità che spesso resta chiusa tra quattro mura, ci permette di entrare nelle teste dei protagonisti per darci l’inequivocabile verità e la confronta con la verità presunta, quella sociale. Il risultato è un evidente scarto.

Quest’affresco sociale risulta però in qualche modo incompiuto: si prova fatica a seguire i processi che costruiscono questo mondo malgrado siano fondamentali per la percezione reale, gli attanti non creano coinvolgimento e trasformano i propri, complessi, pensieri in novelle rappresentazioni delle maschere della commedia dell’arte, creando  contrapposizioni nette e semplificate (buono-cattivo, ingenuo-manipolatore).

Personaggi esageratamente stereotipati come le conduttrici di talk show fanno pensare che la lettura debba prendere nuove direzioni, uscire dall’empatia che il thriller crea necessariamente con determinati personaggi, allo scopo di assumere una visione sopraelevata della vicenda, distante dal sentimento. Lo straniamento che ne consegue è indispensabile per creare la condizione adatta alla percezione della critica alla società, che Fincher non voleva sottacere. Siamo schiavi della nostra immagine e dei processi che la costruiscono e  la demoliscono. La verità non è importante e forse non lo è mai stata; stiamo vivendo il  passaggio evolutivo che ci porterà ad essere solo ed esclusivamente immagini, il nostro alter ego. Si esce dall’universo reale e si entra in quello della finzione. L’ipocrisia regna in questo nuovo mondo e non possiamo far altro che stare al gioco, accettando il fatto che non esiste l’amore ma solo una rappresentazione dello stesso. La famiglia, punto cardine della società, è un simulacro, una messa in scena: simbolo vuoto dello smarrimento della società occidentale che, vittima di se stessa, è costretta a replicare immagini ormai prive di senso.

Il sorriso ebete di Nick (un Ben Affleck molto a suo agio nel ruolo), mantenuto anche in circostanze inopportune (vedi la veglia), sarà una delle pietre che affosseranno la sua immagine. Perché ciò che appare, è. Forse è per far emergere questo concetto che Fincher ha volutamente lasciato buchi nella storia senza calcare la mano sull’approfondimento dei personaggi; da questo punto di vista le varie incongruenze narrative (peccato capitale per un thriller) non sono così gravi. Ma oltre a questa critica, per altro banale, cosa ci lascia questo film? Un buon ritmo ma con forzati espedienti, frivole citazioni (dalla rapina di Amy – Thelma e Louise, all’assassinio di Desi Collings – Basic Instinct), buone prove attoriali e poco altro.

Voto 5,5

Manuel Lasaponara


Luca Del Vescovo: 7,5

Camilla Longo Giordani: 7,5

Alessandra Buttiglieri: 7

Manuel Lasaponara: 5,5

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