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25 June 2017

Le 120 giornate di Sodoma

Le 120 giornate di Sodoma

Pasolini e de Sade. O meglio, de Sade e Pasolini.
Incuriosita, volli leggere qualcosa del celebre marchese e in biblioteca era disponibile soltanto Le 120 giornate di Sodoma. Dopo la sudata lettura, non ancora paga, decisi di vedere il film fratello diretto da Pasolini nel 1920, Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Per tutti coloro a cui è mistero, o poco conosciuto, Donatien-Alphonse-François de Sade, meglio noto come Marchese de Sade o il Divin marchese, nasce a Parigi a metà Settecento. Scrittore, poeta, filosofo poliedrico, il Conte da subito si distingue come fervente esponente dell’ala più estrema del libertinaggio, nonché dell’illuminismo radicale e materialista. Il suo nome, come evidente, sta all’origine del termine sadismo, in virtù della materia trasgressiva e perversa dei suoi romanzi e dell’ostinata ricerca del piacere fulcro del suo pensiero filosofico. Macchiatosi di abusi sessuali, violenze, sodomia e con condotta  –vorrei ben dire– non molto decorosa, il Marchese viene rinchiuso in prigione e poi in manicomio, periodo in cui prenderà luce gran parte della sua produzione.
Ma al bando le ciance.

Con un immediato richiamo al Decameron (per quanto riguarda la cornice narrativa e strutturale), si è stagliato sotto i miei occhi un racconto ben oltre ogni limite dell’immaginabile. Dopo un incipit conviviale e comico –anche se a tratti noioso, considerata la prodigalità di particolari dell’autore– il marchese si addentra in una narrazione che si rivela ogni pagina più cruenta e atterrente. Un linguaggio aulico, risonante dà forma, senza tralasciare il minimo particolare, a svariate pratiche sodomitiche, descrivendo, lungi da qualsiasi censura morale, ogni tipo di mania: umiliazioni, ignominie, violenze, torture e delitti. I quattro libertini, sprezzanti di ogni religione, di ogni Dio, di ogni legge morale e sociale, si abbandonano a lascivie, orgogliosi della loro condotta.
Le vittime sono sia maschi che femmine, ma la donna è considerata un essere di dignità di gran lunga inferiore rispetto all’uomo: disprezzata soltanto a causa dell’attributo sessuale (guai a mostrare una vagina a un libertino! Solo il deretano verrà apprezzato) e per quelle inclinazioni alla pietà e alla sensibilità proprie del carattere femmineo. Risulta quindi evidente il carattere maschilista impresso a tutta la narrazione, carattere che forse risulta ancor più marcato nel film di Pasolini, dove i ragazzi, sin da subito, si fanno coinvolgere dalle infamie dei padroni con manifesto piacere, indossando i panni dei carnefici a meraviglia, mentre le ragazze (con l’unica eccezione delle tre mezzane), rimangono dall’inizio alla fine vittime sofferenti.  –Per un opposto punto di vista rimando alla Venere in Pelliccia di Masoch, dove è la donna a essere padrona e carnefice.–

Definito, prima di romanzo, documento scientifico (svariati psichiatri nel corso della storia hanno attinto, in relazione ai propri studi, a tal scritto), appare ai miei occhi un documento disumano, che, proprio in virtù di tale disumanità, si afferma in tutta la sua umanità: è messo a nudo e rappresentato tutto ciò che di bestiale l’uomo porta e nasconde dentro di sé.  –Un richiamo a Lord of the flies: cosa succede se si lasciano dei ragazzini, privi di qualsiasi educazione sociale e culturale, soli in un’isola in preda ai loro istinti primordiali? –
Gli stessi libertini si autodefiniscono anarchici, e quale condizione migliore, nella quale poter sfogare tutte le proprie pulsioni ignobili celate, se non quella di una totale libertà? In realtà i libertini delle regole ce le hanno, ma risultano puramente arbitrarie, fragili e mutevoli.
In Sodoma si va oltre la condizione anarchica che riporta in superficie quell’istintività latente e soffocata dall’involucro sociale: assistiamo a un elogio, a una sublimazione dell’atroce: matricidi, incesti e torture; perché la massima eccitazione dei sensi deriva esclusivamente dal delitto.
La denuncia sociale diventa centrale nel film pasoliniano e raggiunge il culmine in quelle ultime scene agghiaccianti, che sono nient’altro che lo specchio dei maltrattamenti e torture inflitte nei campi di concentramento  –a tal proposito rimando a un altro celebre film Il portiere di notte, dove il binomio vittima-carnefice è accostato ancora una volta a quello nazista-ebreo –. Anche in de Sade possiamo ritrovare un riflesso della società del tempo: l’uomo posto al centro di tutto, fautore della propria realtà, libero di scegliere e agire è fondamento della visione illuminista settecentesca e, spingendoci oltre, preludio della visione nietzschiana.
Due capolavori dell’arte e della psicologia umana.

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