09:01 am
25 June 2017

La democrazia senza quorum soffre di percentualismo

La democrazia senza quorum soffre di percentualismo

La politica italiana è malata di percentuali. I leader partitici, segretari o padroni che siano, guardano al rapporto tra voti ottenuti ed eroi che si sono recati al seggio> come a una manna che scende dal cielo in tempo di magra. Non importa, infatti, se a votare ci sono andati più o meno solo i parenti dei candidati, quello che conta sono le percentuali. «L’affluenza è un problema secondario», ha detto Renzi dopo il voto alla tornata regionale dello scorso 23 novembre. E non poteva di certo fare altrimenti, avendo vinto – si fa per dire – sia in Calabria che in Emilia. Nemmeno i suoi avversari tutti interni al Pd potevano esimersi dal dire che la colpa del 38% scarso di affluenza nella rossa Emilia è stato causato dalla lotta intestina tra Pd renziano e Cigl targata Landini. Non potevano fare altrimenti perché anche loro son contagiati; anche loro son malati di “percentualismo”.
Considerando che l’Emilia Romagna è sempre stata una delle regioni più fedeli nella mobilitazione verso le urne, non è difficile immaginare che il dato possa essere esteso a tutta Italia. E non mettiamo in dubbio che se milioni di italiani disertano le urne è una lor scelta e la democrazia non può fermarsi. Ma qualche riflessione  sulla natura della democrazia stessa e sulla sua validità nel sistema Italia occorre farla.
Normalmente dopo la chiusura dei seggi, nelle dichiarazioni del giorno dopo, nei tweet mattutini e nelle trasmissioni televisive serali son tutti lì a godere – o maledire – delle cifre stratosferiche che ruotano intorno alle percentuali.
Ottenere il 48% non è male e poi assicura cinque anni alla guida di un qualsiasi ente governativo. Ma non funziona esattamente così. Un professore di matematica del liceo era solito raccontarci – più di una volta per la verità, forse per farci capire bene il concetto – la storia dei due fratelli e dei due polli. La famosa similitudine risale a una poesia di Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri, poeta e giornalista del secolo scorso. Divenne anche senatore a vita per nomina presidenziale. Insignito del privilegio a inizio dicembre del 1950, ci lasciò le penne dopo appena 20 giorni. Come ebbe a dire lui stesso, lo nominarono «senatore a morte». Ma che c’entra il poeta romanesco con Renzi, le elezioni regionali, la malattia di “percentualismo” e la democrazia italiana? Il professore, insomma, ci raccontava che se per la statistica ci son due polli mangiati e due persone a tavola, in media hanno mangiato il 50% dei pennuti a testa, «ma potrebbe accadere che uno s’è pappato due polli, e l’altro è rimasto come un pirla». Morale: basarsi sulle percentuali non solo è sciocco, ma è anche politicamente sterile. Perché, prima o poi, il piatto gira e chi ha avuto il pollo scoprirà di essere un «pirla». Il 48% del 37% degli elettori è un dato, visto nella realtà dei numeri assoluti, che dovrebbe lasciare con la bocca aperta, da non far passare in sordina come «problema secondario». È molto vicino, infatti, a quanto accadeva nel Regno sabaudo del 1849, quando Camillo Benso conte di Cavour venne eletto al parlamento regio con 208 voti (le parlamentarie grilline possono ben figurare a confronto). Anche il Conte poi divenuto Primo Ministro, probabilmente, dalle colonne di una delle riviste con cui collaborava (il twitter dell’epoca) si sarà vantato di aver ottenuto un’altissima percentuale nel suo collegio. Il 48%, forse. Bonaccini, neo-eletto alla regione Emilia Romagna, può quindi esultare di quel famoso 50% di polli che le statistiche indicano si è mangiato, anche se il banchetto del suo predecessore Vasco Errani era molto più imbandito. Ma come il regno piemontese non brillava per livello di democrazia, così – senza bisogno di scomodare Patenam – potremmo forse sollevare un ragionevole dubbio sulla qualità di una democrazia in cui poco più di un terzo dei cittadini partecipano al voto. Senza contare, inoltre, la crisi di iscritti ai partiti, la scomparsa della partecipazione politica a più livelli e le anomalie del sistema informativo.
Il dato reale è stato sconcertante e dovrebbe far riflettere, sollevare delle questioni, scuotere la politica locale e nazionale. Invece, nulla: silenzio, buon viso a cattivo gioco e ostentazione del dato statistico.
Senza pensare che un problema c’è e si chiama legittimità. L’ultima tornata elettorale ha dimostrato una cosa: che la democrazia italiana non ha il quorum. Se fosse stato un referendum, oggi l’avrebbero dichiarato nullo o senza alcun effetto. Perché la legittimità non si basa sulle percentuali.

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