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25 June 2017

Scelte, amori ed abbandoni politici del Partito dei Media

Scelte, amori ed abbandoni politici del Partito dei Media

In Transatlantico sono sicuri, e qualcuno nemmeno lo nasconde, che Renzi sia intenzionato ad andare al voto non appena possibile. Italicum permettendo, ovvio. Molti si chiedono come arriveremo alle elezioni, quali alleanze verranno fatte, con chi correrà la Lega. Altri guardano a sinistra (del Pd) e preannunciano la nascita del nuovo PSCR, cioè il Partito delle Sinistre Contro Renzi. Domande giuste, per carità. Noi, invece, volgeremo lo sguardo altrove. Al Partito dei Media (PdM) ed alle scelte che farà. Per capire, partiamo da lontano, chiedendoci: che fine farà Scelta Civica? Già, perché il voto europeo ha decretato la fine del progetto politico nato alla vigilia delle elezioni del 2013. Il suo leader, che sembrava potesse essere l’astro nascente dell’amministrazione-Italia, non conta più nulla. I suoi membri e alleati se ne vanno a poco a poco. Passera si sfilò sin da subito, Mario Mauro si è rifugiato nel gruppo Gal del Senato dopo aver fondato il partito dei Popolari per l’Italia. Casini s’è andato a confessare per espiare il peccato d’averlo sostenuto. Dei vari imprenditori finanziatori, poi, non v’è più traccia. Perché? La risposta, che ha un suo collegamento anche con le odierne vicende sulla popolarità (più o meno) in calo di Renzi, risiede in quel potente e stimato movimento italiano chiamato Partito dei Media

Partiamo dal Novembre del 2011. L’Italia era in evidente crisi finanziaria e politica e il governo Berlusconi non sapeva che pesci prendere. Il famoso spread da qualche tempo era così entrato nelle case degli italiani, ottenendo quotidianamente le prime pagine dei giornali. I Tg non mandavano in onda servizio che non tenesse conto del dato economico che fino a poco prima non veniva mai citato. Solo i laureati in economia avevano idea di cosa fosse. Un numero che, difficile negarlo, ha decretato la fine del governo del Cavaliere.
Contestualmente alla trasformazione del dato economico nel termometro di benessere del Belpaese, ottenne gli onori della cronaca un professore della Bocconi, già editorialista del Corriere della Sera. Stimato economista e con esperienze di governance europea alle spalle, divenne in pochi giorni prima senatore della Repubblica e poi Presidente del Consiglio. Il più rapido cursus honorum mai realizzato. I meno smemorati ricorderanno gli elogi ottenuti da Monti durante gli ultimi giorni del governo Berlusconi e i primi mesi di guida dell’esecutivo. Pur con qualche sfumatura, per le ragioni più disparate, tutti i grandi giornali e telegiornali si allinearono, descrivendo e riportando al pubblico la «ritrovata credibilità dell’Italia in Europa grazie alla personalità di Mario Monti». Non entreremo nel merito della veridicità di tale mantra, ma i dati sulla popolarità del professore sembravano delineare la totale fiducia data dagli italiani al salvatore della Patria. E anche il diretto interessato parve crederci, decidendo di “salire in politica” in occasione delle elezioni del 2013. Durante gli ultimi giorni di campagna elettorale Monti chiamò a Palazzo Chigi un professore esperto di leggi e risultati elettorali. La domanda dell’allora Presidente del Consiglio era semplice: «Quanto crede che prenderà Scelta Civica?». L’analista politico, allora, decise di tenersi abbastanza largo, per non abbattere in partenza le aspettative del Senatore, prevedendo un 15%: Scelta Civica raggiunse l’8,3%. Ben sotto le aspettative, quindi, ma comunque due milioni di voti. Dovuti peraltro in larga parte alla presentazione regale riservata al suo leader.

mario monti

Dopo il flop elettorale, però, il professore è scomparso dalle Tv, rispetto alla quantità di comparse sul piccolo schermo e l’attenzione referenziale dedicatagli durante i mesi di governo.
Qualche mese dopo, alle elezioni europee la somma dei voti di Scelta Civica, Fare per Fermare il Declino e Centro Democratico, riuniti nella lista “Scelta Europea”, sono stati 196.157. Un salto nel vuoto. Il confronto tra le ultime due tornate elettorali è sconcertante: in poco più di un anno l’elettorato di Mario Monti si è disciolto, passando da 2.823.814 voti al magro bottino europeo. Sicuramente Scelta Civica ha pagato le politiche di rigore messe in atto in due anni di governo, ma anche lo spostamento repentino dell’attenzione dei media su altri lidi. Monti è stato abbandonato dai giornali di vario tipo, che hanno iniziato ad incensare prima Enrico Letta e poi Renzi. Alla conferenza dopo le europee, i giornalisti in sala stampa si sono abbandonati ad un lungo applauso alla squadra di Matteo. Anche Scalfari, prima dell’apertura delle urne, si è lasciato ammaliare dal giovane fiorentino, coprendolo di rose. Qualcuno può pensare che questo non abbia più valore, che i “giornali siano morti”. Ma si sbaglia. I fatti delle europee lo dimostrano: il Partito dei Media aveva cambiato leader. Portandosi con sé quasi due milioni di e-lettori.
Attenzione, però. Perché la lealtà dei grandi giornali, siano essi Repubblica o il Corriere, è più traballante di quella di don Giovanni. Infatti, dopo qualche mese di semi-adorazione per il sindaco venuto da Firenze, il primo ad accorgersi dell’inghippo e a cambiare lidi, è stato Barbapapà (Scalfari), e ora non manca domenica in cui non prenda a mal parole il Presidente del Consiglio. Subito dopo, il turno di Ferruccio De Bortoli, il quale ha scritto uno dei più duri attacchi a un governo che sia mai apparso sul Corriere dai tempi delle monetine a Craxi. “Massone” è stato uno dei maggiori complimenti riservati a Renzi. E ora, giorno dopo giorno, la colonna di sinistra del giornale di via Solferino ospita articoli che punzecchiano l’esecutivo: «Dove sono i decreti attuativi?», si chiedono il lunedì; «Quando chiuderà le riforme annunciate?», fanno notare di Sabato.
Ma se nel caso di Monti il divorzio degli editorialisti dalla forza di governo determinò il lento declino del professore, per il momento il gioco non sembra aver funzionato con la squadra di Governo capitanata dal Sindaco. Che ha perso – dicono i sondaggi – il 2% di fiducia da parte degli italiani, ma che può evidentemente ancora dormire sogni tranquilli. Con buona pace di Scalfari. Anche se non è detto che il PdM abbia usato tutte le cartucce.

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