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23 November 2017

Qualcosa cambierà, vedrai? Christos Ikonomou: libri dell’Atene contemporanea

Qualcosa cambierà, vedrai? Christos Ikonomou: libri dell’Atene contemporanea

In anteprima assoluta in Italia, il nostro grecista d’eccezione e carissimo amico Giacomo Leo (il nom de plume è molto vicino a quello “reale”) recensisce per Torquemada il nuovo libro dello scrittore Christos Ikonomou, <<Il bene verrà dal mare>>: uscito in Grecia lo scorso autunno, ne stiamo ancora aspettando la traduzione italiana. Per fortuna che abbiamo Leo!

Dopo il successo di Qualcosa capiterà, vedrai (2010), Christos Ikonomou ha pubblicato nell’autunno scorso Il bene verrà dal mare. In attesa di vederlo anche nelle librerie italiane tentiamo uno sguardo d’insieme, provvisorio, sull’autore.

Mentre i ministri del nuovo governo Tsipras fanno il tour d’Europa per convincere i loro omologhi europei delle scelte di cambiamento che intendono fare, qualcosa già è cambiato nelle case e nei locali greci. Un clima nuovo, che è tutto fatto di speranza. Non è a caso che il sempre più popolare – in Grecia – Tsipras ha scelto questa parola-chiave: gli elettori non hanno bisogno di progetti spiegati nel dettaglio, ardui a comprendersi, ma solo sapere che qualcosa sarebbe cambiato: imboccare una nuova via era più di quanto i greci potessero sperare guardando al futuro. Insistentemente di speranza – ma non a scopo politico, è anzi uno slogan «esistenziale» per lui – parla Christos Ikonomou (Atene 1970). Traduttore dall’inglese (ha tradotto i classici Conrad e Twain, ma anche il contemporaneo Matthew Dicks e una ponderosa storia politica della Russia di Orlando Figes), è apparso sulla scena letteraria greca ormai dodici anni fa. Nel 2003 pubblicò la breve raccolta di racconti La donna al cancello (Η γυναίκα στα κάγκελα, 134 pp.), libro rimasto inedito fuori di Grecia. Già in questo prima prova si coglievano le caratteristiche che, con l’avanzare del successo di pubblico e di critica, ha riconfermato in seguito: una letteratura della contraddizione; della sofferenza; la scelta del racconto come forma unica di espressione. In questo primo libro infatti storie diversissime si intrecciavano in un caotico caleidoscopio, dove i protagonisti sono spesso persone sofferenti, nel fisico o nell’anima: donne che si trascinano zoppicanti, alcoolisti, cantanti senza voce; non credenti che interrogano straziati il Vangelo; sono persone che potete incontrare al Pireo, a Creta, a Salonicco, dovunque. È la contraddizione che, presente nella vita di tutti noi, balza all’occhio dello scrittore, più profondo, che guarda «sotto il primo strato di realtà». Non è una scrittura «profetica», come è stata definita nel 2010 all’uscita del suo secondo libro, ma una scrittura che mirava a rendere partecipe il lettore del panorama di sconfitta e tormento che si rivelava allo scrittore. Per fare questo i personaggi devono essere credibili: non potevano essere dei tormentati Amleto che sembrano cercare ‘a bella posta’ i loro problemi; dovevano essere persone vere, straziate dai tormenti del quotidiano, posti fin nella più prosaica materialità – senza via d’uscita – di fronte ai problemi latenti nella vita di ognuno. Ciò che spaventa il lettore alle prime pagine è proprio questo: la sconcertante materialità del problema; ma questa è solo l’apparenza, non è forma letteraria di un preteso materialismo dell’autore (che tiene molto a sottolineare anzi come i personaggi vivano una vita loro, non da burattini). Non è la letteratura del cuore ferito, della mente popolata di fantasmi, ma della «ferita da cui gocciola il sangue», come egli stesso l’ha definita: una ferita che si vede, si può toccare; di più: si può anche sanare. Ecco perché nel guardare avanti si trova la speranza.

Tesi verso il futuro sono i titoli dei suoi libri successivi: Qualcosa capiterà, vedrai e Il bene verrà dal mare. Nell’uno e nell’altro Ikonomou sceglie ancora l’economica, densa forma del racconto, dilatandolo in dimensioni e cesellandolo con sempre maggior precisione nel secondo. I racconti di Qualcosa capiterà, vedrai (titolo originale Κάτι θα γίνει, θα δείς, 2010; traduzione italiana di Alberto Gabrieli, Editori Riuniti 2012, 224 pp.) sono sedici, tutti compresi tra le trenta pagine del lungo Mao e le otto de I pinguini fuori dall’ufficio contabilità, e mettono a fuoco una realtà più circoscritta: sono tutti ambientati nei quartieri popolari del Pireo, tra Nikea e Drapetsona, Keratsini e Kaminia, alla periferia di Atene e periferia simbolica di tutta la Grecia. Chi era giunto ad Atene dalla periferia (come la famiglia di Esci e bruciale da Creta) sperando di trovare fortuna nel centro vitale della Grecia si ritrova sospinto ai margini di questo grande centro; scopre poi che la Grecia tutta è periferia: se avessero voluto salvare la mamma unica soluzione sarebbe stata andare in Germania. È questa una delle linee di contraddizione che segna i racconti. Come una collana di perle ammaccate che sbattono l’una all’altra i racconti sono legati da figure di protagonisti che tornano sullo sfondo di altre, spesso nel racconto successivo o vengono anticipati (il che è significativo di quanto coerente sia il progetto di Ikonomou, di fronte a una forma narrativa che è spesso usata proprio per disimpegnare lo scrittore dalla costruzione di un quadro rigido). Lo scrittore Nicola Lagioia, entusiastico lettore dei racconti, lo definì «una delle più toccanti cronache sulla recessione». In realtà i racconti, usciti nel pieno della bufera del 2010, erano stati scritti tra il 2004 e il 2010, cioè negli anni in cui, dopo lo spettacolare trionfo delle Olimpiadi di Atene (2004) la Grecia sembrava vivere la sua stagione migliore: i bilanci (apparentemente) a posto, il turismo fiorente, le infrastrutture costruite in vista delle Olimpiadi un asso nella manica per lo sviluppo del paese. Ma questo è, per usare un’espressione ricorrente dello scrittore, era solo «il primo strato della realtà». Come la fiumana del progresso impressiona solo da lontano, Ikonomou ha dovuto cercare la crisi esistenziale nei condomini del Pireo, ben prima che stati di indigenza tali e quali quelli vissuti dai personaggi venissero raccontati dalle parole fredde e impersonali dei rapporti statistici governativi. Il narratore non fa i conti con la classe dirigente: non è realismo o neorealismo, non scrittura di denuncia.

Molti racconti sono stati estratti dalla critica da queste sedici perle come migliore frutto dell’opera. Tra questi vale la pena di ricordare il racconto eponimo, Qualcosa capiterà, vedrai. Questo racconto svela la matrice anti-realistica del testo. Alle frasi brevissime, da parlato quotidiano, caratterizzate da un compiacimento per l’impoetico (al punto che si potrebbe fare un lungo catalogo di improperi e volgarità, unito a continui riferimenti al denaro, alla fatica, al caldo del sudore, all’odore del fumo) si contrappone uno slancio in avanti, nel futuro. La protagonista teme di perdere la propria casa, ma è rassicurata da una scena assurda che ha visto: una storia nella storia, che si potrebbe a ragione intitolare Il congiungimento dei corpi (come un altro racconto del libro), quella di due ragazzi che per non lasciarsi mai si incollano tra di loro. Un personaggio non capisce questa assurdità, si vocifera siano tossicodipendenti, sono giovani e strani, è evidente: eppure per Niki, la protagonista, donna delle pulizie con uno sfratto incombente, lo slancio e il sorriso dei due, le loro poche parole, il silenzio che li avvolge li trasforma in un’ipostasi della capacità di sognare, fin nell’assurdo. La metafora del congiungimento dei corpi si fa realtà: ecco tutto il surrealismo di Ikonomou. Raccontare la realtà non basta, perché non è un giornalista; questa piccola storia, riportata da diversi personaggi del racconto, ha il sapore del mito prosaico: apre strade alla ragione anche nella sua intrinseca assurdità. Se essi sono giunti a questo atto estremo, anche Niki potrà trovare un modo per tenere la sua casa. Significativamente il finale manca quasi sempre nei racconti: sono spezzoni di vita, non conoscono i ristretti orizzonti della narrativa, con antefatto-corpo-conclusione artefatti. Il lavoro di Ikonomou si appunta sulla lingua e sulla ricerca di un senso in perenne tensione.

Mao, il racconto più lungo, è un’altra storia significativa. Ikonomou qui è abile a creare un ambiente nella mente del lettore: la figura di Mao, che sembra fin dalla nascita fisicamente estraneo al suo mondo e si autoestrania, è un baluardo contro il clima di paura che la crescente insicurezza crea nelle case. Egli si propone quando ogni altra sicurezza viene a mancare. Anche qui, è da notare, la famiglia giunge dalle isole dell’Egeo. La crudeltà e il disonore sono pervasivi: appartengono ai comportamenti degli uomini verso le donne, degli uomini con gli animali, dei gesti, delle parole, degli sguardi. La società appare frantumata in questo lungo racconto in cui il lettore si sente spaesato dal non capire chi parli. È un coro popolare la voce del racconto, voce che entra nei bar e segue Mao su e giù per le vie in cui fa la ronda, che raccoglie i continui commenti di tanti personaggi senza volto.

Non stupisce che questo prezioso libro abbia vinto il Premio Nazionale per il Racconto in Grecia e abbia ricevuto dei fondi governativi per la pubblicazione anche all’estero. Ciò segnala una notevole coscienza anche negli ambienti della critica letteraria greca del rapporto tra la crisi economica ed esistenziale e la missione della buona letteratura, che è l’unica, in tempo di crisi, che valga a muovere il nostro interesse. Di fonte a tanta produzione letteraria appiattita sul presente, che cerca solo di arrivare in testa alle classifiche di vendita per qualche settimana, il tempo della crisi, il nostro, ha bisogno di opere impegnative, che tolgano ai libri una caratteristica: l’accessorietà, l’essere utile passatempo per chi ha tempo da passare, l’inutilità. Se tutto ciò che è superfluo va messo da parte laddove viene a mancare il necessario, è anche d’obbligo cercare nella letteratura il vero necessario, l’irriducibile umano.

Simile prova giustifica grandi aspettative nel pubblico. Non proveremo a soffocarle, ma anzi a caricarle. L’autunno scorso è infatti uscito – per ora solamente in greco – Το καλό θα ‘ρθει από τη θάλασσα (uscito a settembre 2014, per i tipi di Polis, casa editrice ateniese) che possiamo qui tradurre <<Il bene verrà dal mare>>. Si tratta di un libro molto diverso dal precedente, nato però da un’idea già concepita prima di Qualcosa capiterà, vedrai. Questo è il primo articolo pubblicato in Italia riguardo a questo libro: si potrebbe pensare a una stranezza. Una recensione prima del libro? In realtà è un lavoro fondamentale guardare oltre i confini del nostro paese: creare interesse intorno a un libro, un film, un’opera d’arte non ancora importata nel nostro paese è una scelta di libertà. Se ci dovessimo rassegnare a ciò che le case editrici ci offrono, non ci accontenteremmo troppo facilmente? Creare un interesse per ciò che ancora non è stato importato significa rovesciare il gioco, e ridare ai lettori il controllo della letteratura. Significa anche un’altra cosa: di fronte all’espandersi nelle librerie degli English books in lingua originale si è visto un progressivo ridursi (quando non sparire) di altre lingue originali. Di fronte all’aumentare della conoscenza delle lingue straniere sembra che solo ciò che è scritto in inglese sia però significativo, perché esso è la lingua del mondo, ci riguarda ormai tutti: gli altri paesi producono letterature esotiche a cui si dedicano pochi specialisti; sono libri che dicono qualcosa solo a chi è inserito in quella cultura. Invece è facile constatare che non è così; dovremmo invece più accostarci a paesi che geograficamente, economicamente e linguisticamente sono più vicini a noi; nel caso della Grecia e dei Balcani è poi necessario valutare il notevole impatto della cultura italiana su queste culture.

Giustifichiamo questo digressione: il mare da cui «verrà il bene» – così dice uno dei protagonisti – è il Mediterraneo, mare in cui è immersa buona parte del nostro paese, il mare in cui è immersa l’unica isola che fa da sfondo alle quattro storie del nuovo libro. L’isola, mai nominata nel libro, è stata riconosciuta in Serifo per via di alcuni toponimi; ma l’importante è il suo essere isola. Infatti questa sua essenza racchiude la contraddizione produttiva di tutto il libro: essa non conosce orizzonti perché da ogni parte c’è solo il piatto mare; è al contempo una trappola. La linea direttrice del libro è affatto opposta a quella di Qualcosa capiterà, vedrai: qui il problema è quello della migrazione interna (problema comune a molti paesi europei), che si svolge però al contrario rispetto alle vicende storiche. Mentre la storia ci segnala enormi afflussi di migranti verso Atene e la creazione di quartieri per migranti poveri come gli infiniti isolati del Pireo, qui i migranti sono arrivati su un isola dell’Egeo da Atene, da Larissa e da Salonicco, le città più industrializzate del paese. L’isola si spacca così tra due gruppi, quello degli stranieri e quello dei nativi. Al centro del libro sono proprio i rapporti conflittuali tra queste due comunità, strette nei confini dell’isola, dove – come in un laboratorio – la realtà sociale può essere osservata a livello minimo, con numeri limitati, ma traendone senso valido per comunità assai più ampie. L’opera ha raccolto numerosissime critiche positive. I quattro racconti, più lunghi dei precedenti pubblicati da Ikonomou, sono tutti legati da una trama comune. Il primo racconto, Θα σας καταπιώ τα όνειρα («Vi ingoierò i sogni») ha per protagonista Tassos, forse la figura più memorabile del libro. È un «eroe tragico» secondo lo stesso scrittore, perché, segno di contraddizione per l’isola, da straniero immigrato non si schiera nettamente con la comunità degli immigrati; sceglie di cercare una conciliazione con l’altra comunità. Questa definizione di personaggio tragico segna un notevole stacco con la produzione precedente: laddove il Pireo era popolato di personaggi grigi, senza una missione, un ideale per cui combattere (o al massimo da anti-eroi come Mao), Tassos compie una scelta eticamente vagliata di cui ha previsto i rischi; è un autosacrificio volontario. Al contempo si mantiene su un livello sociale basso: il suo scopo è vivere una vita appena dignitosa, come i personaggi di Qualcosa capiterà, vedrai. Diversissima è anche la marcia della lingua: questi personaggi, colti nella loro autocoscienza, necessitano di uno spazio di libera espressione che esuli dai sogni (spesso semplici azioni irrealistiche) o dalle azioni; così trovano senso densi monologhi caratterizzati da un certo lirismo, il lirismo della speranza, del non sentirsi in trappola nel passato o schiacciati dal presente. Il sogno di Tassos è l’unità della comunità; non è un sogno, è un progetto da costruire.

Σκότωσε τον Γερμανό («Uccise il tedesco») mette a tema proprio la libertà della scelta. Questa scelta deve orientarsi liberamente, secondo il protagonista Chronis, nel bene o nel male, senza restrizioni.

Το Καλό θα ‘ρθει από τη θάλασσα («Il Bene verrà dal mare»), racconto eponimo della raccolta, narra la vicenda in un padre che cerca tutte le notti il proprio figlio scomparso.

Χαρταετοί τον Ιούλιο («Aquiloni a luglio») è quasi una favola, che nella sua apertura all’eterea leggerezza si scontra con il male terreno e la fatica del vivere. I due protagonisti fanno volare un bell’aquilone colorato con delle lanterne davanti al loro ristorante bruciato da un nemico; rifiutano di cadere nella disperazione.

Non diciamo oltre, sperando che questo sia bastato a caricare le attese. Attendiamo di vedere uscire tradotto per il pubblico italiano Il Bene verrà dal mare – attenti, il traduttore potrebbe scegliere un titolo diverso! Intanto possiamo leggere Qualcosa cambierà, vedrai e appuntare Ikonomou tra gli autori contemporanei di «buona letteratura»; e mentre leggiamo non potremo evitare la domanda: Cambierà qualcosa? Arriverà ‘il bene’?Da dove?

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