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29 June 2017

L’ARMONIA CELESTE DELL’ ARTE DELLA FUGA DI JOHANN SEBASTIAN BACH

L’ARMONIA CELESTE DELL’ ARTE DELLA FUGA DI JOHANN SEBASTIAN BACH

In attesa della prossima rubrica nascitura, “Il flauto di Socrate”, un articolo del compositore e filosofo Marco Brighenti, luce che risplende tra le paludi di Fossa D’Albero (FE)!

Che cosa vuole tutto quanto il mio corpo dalla musica in generale? Giacché un’anima non esiste…Sentirsi alleggerito, io penso: come se tutte le funzioni animali dovessero venir accelerate da ritmi leggeri, arditi, sfrenati, sicuri di sé; come se la bronzea, plumbea vita dovesse perdere la sua pesantezza grazie a melodie dorate, morbide simili all’oblio….L’estetica è per l’appunto nient’altro che una fisiologia applicata”. Con quella radicalità che hanno solo le parole che riescono a guardare senza timore il profondo delle cose, Nietzsche mette nudo l’uomo d’oggi di fronte al senso del suo bisogno di musica.

Smascherata l’ipocrita ideologia della “cultura”, definitivamente abbattute ogni trascendenza, la giustificazione metafisica della musica come dono divino ed elevazione ad esso è morta.

I compositori classico-romantici si sarebbero ritratti spaventati all’idea di ridurre la loro arte a una qualche forma di cibo o medicina per animali, ma in realtà furono proprio essi a compiere questa grande rivoluzione. Con loro si pensa definitivamente la musica a misura d’uomo, comunicazione del genio al gregge degli altri uomini, linguaggio espressivo condiviso, che sorge dall’empatico congiungimento tra musica e ascoltatore. Questo è il senso dell’arte che chiunque troverebbe oggi più ovvio e radicato.

Chi abbia assistito alla stupenda esecuzione di Die Kunst der Fuge di J.S. Bach, si sarà accorto di “scontrarsi” con un’opera che rifiuta decisamente una ragion d’essere come quella sopra esposta. L’Arte della Fuga è l’estremo e più alto compendio, la nottola di Minerva, di una secolare civiltà musicale destinata al dissolvimento. Ci si accosta con timore reverenziale a quest’opera poiché immergersi nel suo contrappunto significa respirare l’aria rarefatta delle vette, perdere ogni riferimento empirico e quotidiano e innalzarsi nella più assoluta astrattezza musicale. La complessità del contrappunto in cui l’orecchio si perde fino a non essere più fisiologicamente in grado di distinguere le voci, le nascoste relazioni numeriche e geometriche tra i temi (forma a specchio, aumentazione, diminuzione…) ci mettono di fronte a un monumento in cui la mente umana non può penetrare. Charles Rosen nel suo ultimo bellissimo libro La Generazione romantica ha dimostrato come, a differenza che nelle fughe “pubbliche” delle Cantate, l’entrata della voci nell’Arte della fuga non è fisicamente percepibile se eseguita su un solo strumento a tastiera. Ci si accosta quindi all’ascolto di questa musica come a una “macchina meravigliosa” di cui non riusciamo a comprendere i complessi ingranaggi. Essa non viene incontro all’uomo, non è fatta per essere da lui misurabile, poiché è regolata da un ordine e un’armonia sovraumani.

L’Arte della fuga non parla all’uomo direttamente, poiché gli comunica una grandezza che egli non può concipere, come una complessa equazione matematica. Per questo paradossalmente ritengo che sia una musica da ascoltare; proprio la sua meravigliosa inaudibilità è ciò che dobbiamo ascoltare, è la sua distanza che ci rivela qualcosa di profondo. È essenziale per l’uomo misurarsi con ciò che nell’opera di Bach si manifesta: l’inafferrabilità di un’armonia superiore.

La musica per il Bach de L’Arte della fuga non consiste nell’espressione, ma nel tentativo solitario e individuale di cogliere l’ordine supremo del cosmo, la perfetta armonia della sfere celesti.

Questa idea della musica che il mondo contemporaneo ha dimenticato è antichissima e risale a Pitagora (la cui concezione nell’antica Grecia è il contraltare di quella dionisiaca) e a Platone( Repubblica X, 616-617) e attraverso Cicerone (Somnium Scipionis) giunge alla latinità e arriva fino a Keplero (Harmonices Mundi).

« Quis est, qui complet aures meas tantum et tam dulcis sonus? «Hic est » inquit « ille, qui intervallis disiunctus imparibus, sed tamen pro rata parte ratione distinctis impulsu et motu ipsorum orbium efficitur et acuta cum gravibus temperans varios aequabiliter concentus efficit…Illi autem octo cursus, in quibus eadem vis est duorum, septem efficiunt distinctos intervallis sonum, qui numerus rerum omnium fere nodus est; quod docti homines nervis imitati atque cantibus apuruerunt sibi reditum in hunc locum… »  (Cicerone, De re publica VI, 18-19)

“Cos’è questo suono che riempie le mie orecchie tanto intenso e tanto dolce?” Egli rispose “Questo è il suono che scandito secondo intervalli differenti, ma tuttavia ordinati secondo delle proporzioni regolate, è prodotto dall’impulso e dal moto delle orbite stesse, e modulando i toni acuti con i gravi produce un accordo armonioso di voci diverse…Perciò quelle otto orbite, tra le quale due hanno la stessa velocità, producono sette distinti intervalli di suoni, e questo numero sette, è il nodo di tutte le cose; e uomini dotti, imitando con le corde e con il canto questo suono si aprirono la via del ritorno in questo luogo…”

Come non vedere in questa pratica così tenacemente individualistica ( sibi apuruerunt…) dei docti homines il vecchio Sebastian Bach curvo sull’organo.

Durante il Medioevo domina il pensiero di Severino Boezio per il quale la musica più perfetta è quella Mundana, prodotta dal movimento dei pianeti e inaccessibile all’uomo.

La musica che si ritenne fosse l’immagine più vicina a questa, la sua imperfetta copia terrena, è la polifonia. “Diverse voci fan dolci note;// così diversi scanni in nostra vita // rendon dolce armonia fra queste rote.”, scrive Dante (Paradiso VI, 124-126). Non a caso la polifonia sviluppa la più alta armonia, ma è anche caratteristica per la ardua udibilità delle sue voci. Solo l’orecchio di Dio sa ascoltare il suono dei pianeti, come solo l’orecchio di Dio sa districare le linee del contrappunto. Hans Heberhard Dentler ha dimostrato anche sotto il rispetto biografico la vicinanza di Bach con questa concezione pitagorica della musica come scienza speculativa, e al suo bellissimo saggio sull’Arte della fuga si rimanda.

Qui preme solo porre in luce la diversità della concezione antica della musica e sostenere la necessità di riaccostarvisi per ripensare la musica non solo come essoterica ma anche come esoterica, non solo come linguaggio ma anche come enigma, nel quale non solamente il contenuto sia arduo per l’uomo ma anche la sua forma.

L’Arte della fuga si può ben sintetizzare con l’immagine del labirinto: forma di assoluta razionalità in sé e per chi lo costruisce, ma indecifrabile per chi lo percorre, così da svelargli la sua finitudine conoscitiva.

Come è noto, Bach non lasciò indicazioni sull’esecuzione dell’Arte della Fuga (che quindi oggi viene eseguita al pianoforte, al clavicembalo, per quartetto d’archi o per complesso orchestrale). Ci sono diverse versioni dell’Arte della Fuga disponibili in rete o in commercio. Personalmente sono legato alla realizzazione pianistica del grande Evgenij Koriolov, che ascoltai qualche anno fa in una esecuzione dell’arte della fuga eseguita interamente a memoria!

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