05:54 pm
24 November 2017

Risposta di un critico del sessismo ad una critica del sessismo

Risposta di un critico del sessismo ad una critica del sessismo

Nella critica alla protervia sessista, la quale si ritrae inorridita di fronte all’idea che i rassicuranti ruoli che strutturano la società possano essere messi in discussione, spesso vi è un residuo di non criticità. L’attacco non sembra essere condotto nel punto decisivo: l’idea stessa di genitorialità. C’è il rischio cioè che l’attacco ad un sistema discriminante che articola le identità per innestarvi delle forme di potere, si limiti a proporre una sostituzione di chi ricopre i ruoli (i transessuali) ma lasci intatti i ruoli stessi (i genitori). Ciò, sia chiarito da subito, dipende più dalla difficoltà da parte della critica di superare un linguaggio ancora troppo debitore di categorie concettuali di natura liberale, che da un effettiva mancanza di chiarezza negli obiettivi.

Non mi ha mai convinto fino in fondo l’appello alla libertà assoluta, tantomeno in campo di identità sessuale. Questo non perché consideri queste manifestazioni esecrabili, immorali, innaturali etc. Ma perché la libertà di autodeterminarsi, osservata più da vicino, non mi sembra ispirata da un’autentica esigenza trasformatrice. Autodeterminarsi per cosa? Liberi per cosa? Ci si è dimenticati forse quali forze storiche hanno costruito il soggetto che aspira alla sua autodeterminazione, alla piena realizzazione di se stesso? Si tratta delle forze liberali che nella storia hanno tentato senza sosta di sganciare l’individuo dal mondo, piuttosto che di fornirgli i mezzi per trasformarlo. La logica dell’autodeterminazione rende accessibili a tutti i centri di potere esistenti senza farli realmente saltare. Il problema è complicatissimo e si intreccia con quello della sopravvalutazione del concetto di “diritto” nelle lotte per il riconoscimento

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So che ciò che sto per dire mi accosterà a gente cui da parte mia non vorrei mai essere accostato. Ma se l’immagine della famiglia dominante resta quella della coppia eterosessuale, ciò ha le sue profonde radici nella storia e nel rapporto (violento, appropriatore, selvaggio) dell’uomo con la natura, e non si tratta di un mero disegno repressivo elaborato a tavolino dai potenti cattivoni di questo mondo. Il concetto di famiglia non è una casella vuota che si può riempire a piacere: esso è intrinsecamente legato alla coppia eterosessuale, e a tutte le ingiustizie che essa presuppone.

Con questo voglio forse dire che le sopraffazioni e le disuguaglianze sono giustificate? Tutto il contrario! Piuttosto voglio dire che tutti coloro che eccedono le maglie del potere che costruisce e ripartisce le identità precostituite, devono scagliarsi contro di esse nella consapevolezza che stanno scardinando il corso del mondo! Quando vedo un animale divorarne un altro, non ce la faccio a pensare: “è giusto così, è la natura”; piuttosto penso “è la natura, quanto è ingiusta!”. Certo la natura non deve essere ipostatizzata: non esiste alcuna natura se la si considera come una sorta di ordine ontologico immutabile. Essa è piuttosto continuo rovesciamento di rapporti di forza. Dunque di fronte ad un animale che ne mangia un altro non posso pensare di opporre una giustizia universale totale, in cui tutti hanno diritto a tutto. Idea romantica tramontata da tempo! Di fronte ad un caso simile posso solo decidermi di volta in volta per uno dei due campi in lotta, per sottrarre il reale, fluido e dinamico di per sé, al dominio permanente di pochi. E, personalmente, io mi schiero al fianco di coloro che lottano per l’esistenza di identità trasversali, nuove, multiformi. Mai però per fattori morali o giuridici; mai mi salterebbe in mente, come alla molle e lasciva mentalità borghese, che anch’essi hanno diritto all’autorealizzazione. Nessuno ha diritto all’autorealizzazione! Mi schiero al loro fianco perché turbano i sonni dei perbenisti, di tutti coloro che non si sono accorti che il loro ordine è soltanto un sistema di dominio tra gli infiniti sistemi possibili. Dunque non per la conquista di diritti, al contrario per sottrarre l’apparenza di diritto ai rapporti di forza attualmente esistenti.

Credo che nessun modello politico, se non qualche sussulto involontario del marxismo e le riflessioni di Foucault, possa fornire una base teorica alla concezione che sto tentando di esprimere come il nuovo testamento e il rapporto che instaura tra natura e grazia. La grazia elegge, così Paolo, lo scarto, la stoltezza, il resto, la follia del mondo! Non che essi divengano meno folli, stolti meno feccia, ma essi per la prima volta assumono significato proprio in quanto feccia, in quanto promemoria critico posto alla natura, come suo irriverente sberleffo, come sua confutazione! La natura produce scarti, inetti, mutilati, froci, scherzi? Ebbene, essi da sé sono la confutazione vivente, i testimoni-martiri dell’arbitrio con cui le culture umane definiscono i limiti del “naturale”, espellendo i loro scarti per insediare il loro dominio.

Troppo spesso, per un pregiudizio marxista, si confonde il rinvio escatologico con un aldilà metafisico di natura greca. Ma l’eschaton è già ora, e non ha altro ruolo che accusare costantemente i tempi che viviamo, che sono sempre gli ultimi. Così il paolino “non ci sarà né uomo né donna” non è un oppiaceo per le donne, che dovrebbero accontentarsi di un’uguaglianza nell’aldilà. Il futuro del “non ci saranno” significa: “attenzione, adesso ci sono” e sta a voi gestirne le relazioni e i rapporti. Esso è un atto d’accusa contro il presente, contro cui grida: “ora, ieri, domani, vi saranno sempre rapporti di dominio sessuale e società costruite su identità che vengono separate solo perché si dominino vicendevolmente. Ma dopodomani, non l’ultimo giorno, ma l’ultimissimo non ci saranno più né uomo né donna. Questo giorno ultimissimo non si situa dopo i tempi ma oltre i tempi, dunque già da ora testimonia che l’esistente è ingiusto perché deve essere rinnovato, senza però fuggire fronte fatto che, finché ci saranno la storia e il tempo, ci saranno ingiustizie da combattere”.

La presente argomentazione costituisce una risposta a quest’altro articolo, pubblicato non molto tempo fa su questo stesso giornale, per la rubrica “Inquisizione Vegana”.

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