10:36 am
23 November 2017

Zoécomunismo? Un’intervista ad Aldo Sottofattori

Zoécomunismo? Un’intervista ad Aldo Sottofattori

Da circa un anno vive il sito web criticadelleteologieeconomiche.net. Si tratta di un sito che presenta un solo documento, un pamphlet dal titolo “Il cannocchiale di Galileo” scritto da Aldo Sottofattori, un attivista del movimento per la liberazione animale. Il contenuto di questo libretto, però, non è dedicato agli animali, ma al modo con il quale gli umani si relazionano con il mondo. Il lavoro è originale offrendo una tesi che può essere definita certamente eretica. Ne parliamo con l’autore.

Quale motivazione ti ha spinto a scrivere “Il cannocchiale di Galileo”?

La disperazione. Vedo un mondo che si sta spegnendo sotto il peso delle sue contraddizioni e non mi do pace. Contemporaneamente ho la certezza (una certezza “soggettiva”, d’accordo…) che tutte le ricette che le èlite della specie umana, sotto ogni latitudine, tentano di attuare saranno destinate a un doloroso fallimento. Questo  è un motivo di vera angoscia per chi è stato allevato con l’assoluta fede nel progresso e, giunto nella parte finale della sua vita, vede il mondo avvitarsi in convulsioni politiche, economiche, culturali e ambientali. In particolare temo per le nuove generazioni. Loro non sanno cosa le aspetta.

La tua ultima frase, mette un po’ in apprensione; ma prima dimmi: perché hai scelto questo titolo?

Tutti conoscono la storia. Galileo, messo a punto il cannocchiale, invitò invano Bellarmino e gli altri membri del Sant’Uffizio a guardare il cosmo attraverso lo strumento. La Chiesa di allora non poteva accettare la sfida, poiché non era pronta a mettere in discussione i fondamenti “letteralisti” delle Sacre Scritture e si rifiutò di “vedere” ciò che era evidente al semplice sguardo. Analogamente, oggi i nuovi “bellarmini” ben situati nelle istituzioni politiche ed economiche del mondo non vogliono porre lo sguardo dove nuovi strumenti inducono a guardare. Insomma, mi è sembrato un titolo adeguato.

Dunque torniamo alla frase inquietante: cosa si devono aspettare le nuove generazioni dal futuro che immagino vada inteso come assai ‘prossimo’?

Niente di buono. Il motivo è semplice. La nostra vita, la vita della nostra specie intendo, dipende da come la società riproduce se stessa. La scienza che pretende di dare delle risposte, anzi, di organizzarci la vita, è l’economia. La politica svolge soltanto una funzione sussidiaria e se riceviamo l’impressione contraria è soltanto perché l’economia sembra possedere un carattere di naturalità che in realtà non le appartiene. Allora, per vedere qual è il nostro futuro, è necessario considerare cosa ci propongono le varie scuole economiche. Nel pamphlet ho usato una griglia a maglie larghe e ho descritto le allucinazioni dell’economia neoclassica, neokeynesiana e, sotto certi aspetti, neomarxista. Inoltre ho considerato anche i frammenti piuttosto inconsistenti che derivano dall’ambientalismo e dall’approccio alla “decrescita”. Bene, tutti questi modelli sono controadattativi per la specie umana (per la stramba teoria della decrescita va fatto un discorso a parte) e assolutamente fatali perché conducono l’umanità in un cul di sacco da cui uscirà soltanto a grave prezzo. Tutte queste teorie, o abbozzi di teorie non considerano un nodo assolutamente ineludibile che se non verrà riconosciuto e sciolto il tempo produrrà gravi effetti irreversibili sul piano sociale e ambientale

Quale sarebbe il nodo che ritieni “ineludibile”?

Nella storia c’è stato un punto di passaggio ricco di implicazioni. È stato quando l’umanità ha incominciato a tagliare il cordone ombelicale con la natura. Da quel momento la natura è diventata esterna all’umano, qualcosa da manipolare senza che la retroazione generata dalle sue pratiche lo riguardasse. Insomma la natura è diventata un insieme di quinte teatrali ridefinibili a piacimento dagli attori e scenografi che salivano sul palco. Qualche momento di questo passaggio è contrassegnato dall’invenzione di un termine sorprendentissimo: “animale”. “Animale”, più che una parola, è uno strumento: se ci pensiamo un attimo, serve per definire qualcosa di strumentale con il quale l’umano si autosepara da tutto il resto del vivente decidendo per sé uno statuto ontologico diverso per qualità anziché per grado. La nascita del termine “animale” traccia l’origine di un divorzio catastrofico. Ne abbiamo anche una prova nel senso comune degli umani: c’è più vicinanza tra un gorilla e un moscerino rispetto a quella esistente tra un umano e un gorilla e la parola “animale” lo certifica. Ebbene tutto questo possiede implicazioni nella stessa organizzazione sociale e i fallimenti della scienza economica l’attestano: se noi non siamo parte della natura ne consegue che le leggi che operano all’interno di essa non possiedono capacità di agire retroattivamente sulla società. Negando questo principio ci avviciniamo a un punto di catastrofe. Mi piace ricordare le ultimissime righe di un libro che tutti dovrebbero leggere: “Il Secolo Breve” di Eric Hobsbawm. In esse il grande storico ci ricorda che se cercheremo di costruire il futuro come prolungamento del presente o del passato falliremo miseramente entrando in un periodo così buio da non sapere come potremo uscirne. Dalla pubblicazione del libro ad oggi sono accadute molte cose che rendono ancora più chiari i passi che dovremo obbligatoriamente compiere. Ma questi passi obbligati, nessuno vuole compierli. Anzi, ogni scuola economica rifugge da essi come il diavolo l’acqua santa.

Quindi il Cannocchiale di Galileo costituisce un attacco alla scienza economica…

Il Cannocchiale costituisce un attacco alla scienza economica così come si è costituita e come – nella prospettiva di gruppi antisistema – si vorrebbe che si costituisse. In realtà, come scrivo nell’introduzione, di una scienza economica seria ne abbiamo davvero bisogno. Da essa dipende il modo con cui la società deve riprodursi per ricercare quella felicità che costituisce lo sfondo inalienabile dell’aspirazione umana. Ma non siamo ancora a questo punto: fino a prova contraria continuo a pensare che nei dipartimenti economici delle università si insegni solo teologia.

Ancora una precisazione: il tuo approccio è ecologista. Sbaglio?

Sì e no. Il mio è un approccio certamente ecologista, ma preferisco non usare questa parola perché colonizzata da umani che pur avendo e perseguendo riguardo per l’ambiente, continuano a perseverare nell’idea della separazione dell’umano dalla natura. In tal modo, qualora potessero mettere in atto le loro concezioni, reintrodurrebbero inevitabili malfunzionamenti in quella fondamentale fase rigenerativa che è la riproduzione sociale. In una conferenza, un mio caro amico, Massimo Filippi, ha introdotto di sfuggita il termine “zoécomunista” per indicare una società solidale fusa nella comunità del vivente. È un termine che mi piacerebbe si diffondesse per definire il nuovo approccio.

Cosa faresti se un economista appartenente alle scuole che hai criticato ti dimostrasse che la tesi su cui si basa il Cannocchiale è sbagliata o inconsistente?

Beh, avrebbe un solo modo per demolire seriamente la tesi del Cannocchiale: dimostrare che ogni popolazione che risiede in Occidente può vivere del suo, al massimo scambiando merci sulla base del contenuto materia-energia da esse possedute, e non su base monetaria. Inoltre dovrebbe dimostrare come, in tale contesto, sia possibile sviluppare le politiche economiche espansive auspicate anche da politici, sindacalisti, cittadini e anime belle. In questo caso potrei mangiarmi il dattiloscritto. Anzi, mi impegno a farlo se qualcuno riuscirà a dimostrarlo.

 

 

Rispondi