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	<title>Torquemada &#187; USA</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Ahmad Shah Massoud, il Leone del Panshir</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2015 11:56:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ahmad Shah nasce il 2 settembre 1953 a Bazarak, nella Valle del Panshir, situata nella parte nordorientale dell’Afghanistan. È figlio di un Colonnello dell’Esercito Reale Afgano, di etnia tagica e religione musulmana sunnita. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Kabul, dove frequenta il Liceo francese e studia ingegneria all’Università. Nell’ambiente universitario, inizia a militare nell’Organizzazione della Gioventù Musulmana (Sazman-i Jawanan i-Musulman), a sua volta ramo studentesco della Società Islamica (Jamiat-e Islami), che si oppone all’influenza sovietica e comunista sul governo. Assume in queste circostanze il nome di battaglia di Massoud. Presto (1975), con la scissione del movimento islamista tra gli estremisti]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="A" class="cap"><span>A</span></span>hmad Shah</strong> nasce il 2 settembre 1953 a <strong>Bazarak, nella Valle del Panshir</strong>, situata nella parte nordorientale dell’<strong>Afghanistan</strong>. È figlio di un Colonnello dell’Esercito Reale Afgano, di etnia tagica e religione musulmana sunnita. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Kabul, dove frequenta il Liceo francese e studia ingegneria all’Università.</p>
<p style="text-align: justify">Nell’ambiente universitario, inizia a militare nell’<strong>Organizzazione della Gioventù Musulmana (Sazman-i Jawanan i-Musulman)</strong>, a sua volta ramo studentesco della Società Islamica <strong>(Jamiat-e Islami)</strong>, che si oppone all’influenza sovietica e comunista sul governo. Assume in queste circostanze il nome di battaglia di Massoud. Presto (1975), con la scissione del movimento islamista tra gli estremisti del <strong>Partito Islamico (Hezb-i Islami)</strong> di <strong>Gulbuddin Hekmatyar</strong> e i moderati, diventa un esponente di spicco di questi ultimi.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nel 1978, il Partito Popolare Democratico dell’Afghanistan prende il potere con un colpo di stato militare e comincia ad imporre un regime comunista e a massacrare oppositori e dissidenti.</strong> Entro un anno, ampia parte della popolazione, specie nelle regioni rurali, si rivolta in armi. Di fronte alla crisi militare – meno di metà delle forze armate resta fedele al governo –, questo chiama in soccorso l’<strong>Armata Rossa</strong>, che invade il Paese nel 1979.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/flat550x550075f_zpsc7b8b85f.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2730" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/flat550x550075f_zpsc7b8b85f-281x300.jpg" alt="flat550x550075f_zpsc7b8b85f" width="281" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il 6 luglio, Massoud insorge nel Panshir contro l’occupante sovietico.</strong> Da quel momento, conduce una forte guerriglia contro le forze del governo e quelle straniere. La sua abilità come comandante guerrigliero, ispirato a Mao Zedong ed Ernesto Guevara, e il suo sostegno da parte della popolazione locale fanno sì che diventi presto una spina nel fianco per il nemico.<strong> A causa della sua forte indipendenza, riceve però ben poco sostegno sia dalla dirigenza del proprio partito, in esilio a Peshawar, in Pakistan, sia dagli Stati Uniti che, seguendo la Dottrina Reagan, stanno finanziando i mujaheddin islamisti per indebolire l’URSS. Tuttavia, riesce a rimanere imbattuto per ben dieci anni.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>All’inizio del 1989, l’Armata Rossa si ritira dal Paese, ma il governo comunista guidato da Mohammad Najibullah continua a combattere, grazie al sostegno sovietico.</strong> Solo nel <strong>1992</strong>, dopo il collasso dell’URSS, le divisioni interne si fanno sentire e buona parte delle forze armate si unisce ai ribelli, determinando il crollo del regime. Il 24 aprile, con gli accordi di Peshawar, viene istituita la <strong>Repubblica Islamica dell’Afghanistan</strong>, con Massoud come Ministro della Difesa e <strong>Hekmatyar</strong> come Primo Ministro. Quest’ultimo però rifiuta di firmare e, sempre con il sostegno diretto del Pakistan, muove guerra al resto della coalizione vittoriosa, bombardando Kabul.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/asm1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2728" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/asm1-300x212.jpg" alt="asm1" width="300" height="212" /></a></p>
<p style="text-align: justify">A sua volta, la Repubblica Islamica è dilaniata dagli scontri tra le diverse milizie: in particolare, <strong>il Partito dell’Unità (Hezb-i Wahdat)</strong> di <strong>Abdul Ali Mazari</strong>, hazara sciita e filoiraniano,<strong> Ittihad i-Islami</strong> di <strong>Abdul Rasul Sayyaf</strong>, pashtun e wahabita filosaudita, e il <strong>Junbish-i Milli</strong> di <strong>Abdul Rashid Dostum</strong>, ex generale comunista di etnia uzbeca, sostenuto dall’Uzbekistan di Islam Karimov. Da tutte le parti, sono commessi crimini e atrocità, e persino Massoud ha difficoltà a controllare i suoi uomini, e ancor più mantenere una parvenza d’unità nel governo.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nel 1994, nel meridione a maggioranza Pashtun, esasperato dalla tirannia dei governatori provinciali e dai soprusi dei signori della guerra, prende il potere il nuovo movimento dei Taliban</strong>, che ottengono il sostegno pakistano e della <strong>“legione straniera” di mujaheddin reclutati da Osama Bin Laden</strong> negli anni ’80 per combattere i sovietici. Massoud combatte contro di loro, cercando di bloccare la loro avanzata.</p>
<p style="text-align: justify">Solo nel 1996, di fronte a questa minaccia, le varie fazioni riescono a formare un Fronte Unito (o <strong>“Alleanza del Nord”</strong>). Tuttavia, gli studenti coranici, approfittando dell’aiuto straniero e delle divisioni interne dei loro avversari, entrano in Kabul e completano man mano la conquista dei territori settentrionali. <strong>In questo frangente, Massoud resta l’unico comandante di spicco a rimanere nel Paese e a mantenere le sue posizioni, ossia la regione comprendente il natio Panshir.</strong> Al tempo stesso, continua a condurre negoziati con le varie fazioni, inclusi i talebani, per raggiungere la pace. <strong>Intanto, nell’area sotto il suo controllo, tutela i diritti delle donne e lavora per la formazione d’istituzioni progressive.</strong></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Corbis-AAEC0011001.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2729" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Corbis-AAEC0011001-300x174.jpg" alt="Ahmed Shah Massoud Firing a Rifle" width="300" height="174" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>In questo periodo è importante notare come non riceva pressoché supporto dall’amministrazione Clinton</strong>. Solo India, Russia, Iran e Tagikistan forniscono qualche limitato aiuto, finché, nel 2001, con la Presidenza Bush, gli Stati Uniti tornano ad interessarsi all’Afghanistan. <strong>Nello stesso anno, di fronte al Parlamento Europeo, denuncia il sostegno di Pakistan e Arabia Saudita al regime talebano, oltre che al terrorismo islamista di stampo salafita e wahabita</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, il 9 settembre, poco prima dell’attentato alle Twin Towers, viene avvicinato con il pretesto di un’intervista e assassinato con una bomba da due terroristi islamisti</strong>, inviati plausibilmente da Al-Qaeda o dai servizi pakistani. Solo nei mesi successivi, grazie all’invasione statunitense, l’Alleanza del Nord prende il controllo del Paese e instaura un nuovo regime, il quale proclama Massoud Eroe Nazionale. I suoi fratelli partecipano ai nuovi governi di coalizione, ma il vuoto politico lasciato dal Leone del Panshir continua ad essere avvertito nel contesto di un Afghanistan instabile, militarmente occupato e lacerato dalle lotte intestine.</p>
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		<title>Le onde del Mediterraneo e il naufragio della politica UE</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2015 11:58:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le onde. Il mare. Il mar Mediterraneo. Da sempre luogo di viaggi storici: migrazioni, colonizzazioni, sanguinosi conflitti. Ma anche di viaggi letterari, dove il viaggio attraverso questo mare assumeva i connotati di una vera e propria metafora di vita: vita di Odisseo, di Teseo, di Enea e tanti altri eroi. Oggi invece la metafora di una vita in viaggio si trasforma nella triste realtà di dieci, cento, mille vite di profughi perdute per sempre nei profondi fondali del mar Bianco di Mezzo, al-Baḥr al-Abyaḍ al-Mutawassiṭ, secondo la definizione araba. Sì perché vi sono oltre ad africani e asiatici, uomini dell&#8217;Africa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>e onde. Il mare. Il mar Mediterraneo. Da sempre luogo di viaggi storici: migrazioni, colonizzazioni, sanguinosi conflitti. Ma anche di viaggi letterari, dove il viaggio attraverso questo mare assumeva i connotati di una vera e propria metafora di vita: vita di Odisseo, di Teseo, di Enea e tanti altri eroi. Oggi invece la metafora di una vita in viaggio si trasforma nella triste realtà di dieci, cento, mille vite di profughi perdute per sempre nei profondi fondali del mar Bianco di Mezzo,<em> al-Baḥr al-Abyaḍ al-Mutawassiṭ</em>, secondo la definizione araba.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2680" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto1-300x174.jpg" alt="ansa - andrea acquarone - IMMIGRAZIONE:ALTRI SBARCHI A LAMPEDUSA MENTRE ARRIVA PREMIER" width="300" height="174" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Sì perché vi sono oltre ad africani e asiatici, uomini dell&#8217;Africa sub-sahariana, anche numerosi siriani e mediorientali tra le vittime. Viaggiano su catapecchie naviganti che a malapena possono essere definite imbarcazioni su cui scafisti senza scrupolo li imbarcano sotto la minaccia anche di pistole. A loro l&#8217;esito della traversata interessa relativamente se comparato al denaro incassato in precedenza all&#8217;imbarco: le ultime stime parlano di un giro di affari compreso <strong>tra i 300 e i 600 milioni di euro</strong>. A rimpinguare le casse degli scafisti nell&#8217;ultimo periodo, la massiccia affluenza di <strong>profughi siriani</strong>: più danarosi dei loro compagni di sventura africani, sono decisi a sborsare <strong>somme decisamente più alte</strong> per la traversata e creano una concorrenza anche all&#8217;interno dei gruppi di profughi. L&#8217;aumento della disponibilità di liquidi e quindi di anche di navigli su cui imbarcare profughi in continua crescita e ad una <strong>preparazione scientifica dei gruppi di scafisti</strong> &#8211; conoscono le leggi europee e le regole di Frontex &#8211; ha portato il fenomeno a raggiungere picchi drammatici. Picchi che se dovessero perdurare nella loro intensità porterebbero, secondo le stime, porterebbero a <strong>30.000 morti</strong> nel Mediterraneo quest&#8217;anno. E questo apre questioni che interessano tanto l&#8217;Europa al suo interno ma anche nei suoi rapporti con i paesi limitrofi.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2681" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto2-300x197.jpg" alt="Foto2" width="300" height="197" /></a></p>
<p style="text-align: justify">In primo luogo manca da mesi a questa parte una chiara visione europea d&#8217;insieme. Il <strong>deficit di politica estera</strong> dell&#8217;Unione Europea è messo spietatamente a nudo da situazioni come questa, dove a singoli stati – leggi: Italia &#8211; è richiesto di gestire situazioni che richiedono una visione più d&#8217;insieme e a lungo termine e meno basata sull&#8217;efficienza individuale dello stato, mentalità dominante nei paesi nordici tra cui, non ultima, quella <strong>Germania</strong> che è ad ora punto centrale e fulcro della politica europea. Il deficit di lungimiranza politica vede come conseguenza immediata un affollamento sopra ogni norma di buon senso e igiene di centri accoglienza di un solo paese, quando da tempo &#8211; correva l&#8217;anno 2013 &#8211; paesi nordeuropei come la Svezia hanno annunciato la concessione di asilo indiscriminata per i profughi siriani. Ma la contraddizione in termini è che ben poco viene fatto per favorire la mobilità dei profughi nel territorio europeo, permettendo loro di trovare rifugio e sistemazione. E questo fomenta in paesi come l&#8217;Italia i populismi di chi è stufo di vedere il proprio paese essere l&#8217;unico ad assumersi l&#8217;onere dell&#8217;emergenza, tuonando <strong>&#8216;rispediamo indietro i barconi&#8217;</strong>. Tutto questo in barba alla norma internazionale del <strong>non-refoulement</strong> che impedisce di rispedire i migranti dai paesi in cui in pericolo non erano solo le loro sostanze ma anche la loro stessa vita.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto3-1.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-2684" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto3-1-300x134.png" alt="Foto3 (1)" width="300" height="134" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La mancanza di una <strong>foreign policy</strong> europea, un comune indirizzo politico nelle relazioni internazionali condiziona pesantemente la risoluzione di crisi come quella che attualmente attanaglia il Mediterraneo. Una miopia così pesante rischia di impedire di vedere l&#8217;evidente connessione tra la mala gestione della crisi siriana con conseguente appoggio dei &#8216;<strong>ribelli moderati</strong>&#8216;, avvento dello Stato Islamico, massacri a carattere etnico e religioso e <strong>crisi libica</strong> con l&#8217;eliminazione del <strong>colonnello Gheddafi</strong>. Perché l&#8217;Occidente in senso lato e l&#8217;UE nello specifico ha sempre fondato finora la propria politica mediterranea sull&#8217;appoggio di regimi più o meno autoritari &#8211; <strong>Ben Ali</strong> a Tunisi e <strong>Hosni Mubaraq</strong> al Cairo &#8211; in grado di garantire un minimo standard di sicurezza anche sulle transizione migratorie nel Mediterraneo. Tutto questo è venuto meno con l&#8217;avvento delle primavere arabe, che però non hanno portato agli sperati risultati di democratizzazione pura come ipotizzato in Occidente. Semplicemente la mancanza di uomini forti al potere ha frantumato l&#8217;unità politica &#8211; ora in Libia ci sono ben due governi- degli stati della sponda sud del Mediterraneo. Non si è capito come e dove queste transizioni potessero portare Egitto, Tunisia e Siria. Si è pensato che questi paesi potessero democratizzarsi da sé, né più né meno dei paesi occidentali. Non si è mai pensato che per via della cultura e della mentalità differente degli ambienti tunisino, egiziano e siriano le soluzioni democratiche potessero non contemplare le medesime categorie di pensiero europeo. Nessun appoggio a forme di governo diverse da quelle già in voga in Europa, insomma.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto4.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2682" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto4-300x199.jpg" alt="Foto4" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Questo vuoto decisionale nelle relazioni internazionali senza l&#8217;appoggio convinto a leader di paesi della primavera araba autonomi ha creato una pericolosa inversione di tendenza che, vuoi per ragioni di sicurezza dovuta all&#8217;eccessivo caos post-crollo di regimi e all&#8217;incapacità di governi &#8211; vedi Morsi in Egitto &#8211; sia di controllare la sicurezza e proporre soluzioni credibili ha portato al ritorno, in particolare in Egitto, a regimi più stabili ma al tempo stesso militarizzati e poco democratici. Per reinterpretare la situazione che ora si è creata urge una seria riflessione in merito a una politica estera comune e poi in merito alla risoluzione delle crisi siriana e libica. Forse un compromesso è possibile, ma senza cercare di imporre un modello predefinito o calato dall&#8217;alto, bensì adattandosi di volta in volta alle esigenze del paese. Perché, le democrazie in Europa non sono forse nate così?</p>
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		<title>LA VITTORIA SOVIETICA 70 ANNI DOPO: TRA PATRIOTTISMO, PROPAGANDA E IMPERIALISMO</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2015 11:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pasquin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da settimane ormai in tutti gli angoli della Russia si preparano i festeggiamenti di quella che è la ricorrenza più importante dell’anno, la più sentita tra la popolazione e allo stesso tempo quella più cara al governo centrale. Si tratta della “Giornata della Vittoria” (День Победы), che cade il 9 maggio e celebra la vittoria di quella che nell’ex-blocco sovietico è conosciuta come la “Grande guerra patriottica”. L’8 maggio 1945, presso il quartier generale della quinta armata sovietica a Berlino-Karlshorst, venne firmata la resa incondizionata della Germania nazista, già sancita il giorno precedente con un documento sottoscritto a Rheims, in]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="JUSTIFY"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a settimane ormai in tutti gli angoli della Russia si preparano i festeggiamenti di quella che è la ricorrenza più importante dell’anno, la più sentita tra la popolazione e allo stesso tempo quella più cara al governo centrale. Si tratta della <strong>“Giornata della Vittoria” (День Победы), che cade il 9 maggio e celebra la vittoria di quella che nell’ex-blocco sovietico è conosciuta come la “Grande guerra patriottica”</strong>. L’8 maggio 1945, presso il quartier generale della quinta armata sovietica a Berlino-Karlshorst, venne firmata la resa incondizionata della Germania nazista, già sancita il giorno precedente con un documento sottoscritto a Rheims, in Francia. L’accordo entrò in vigore alle 23.01 ora di Berlino, quando a Mosca era già il giorno successivo.</p>
<div id="attachment_2607" style="width: 230px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/1ea82c2df44249402255782b73e3568e1.png"><img class="wp-image-2607" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/1ea82c2df44249402255782b73e3568e1-170x300.png" alt="" width="220" height="388" /></a><p class="wp-caption-text">Il manifesto per i 70 anni della commemorazione</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">La ricorrenza iniziò ad avere un certo significato in occasione del suo ventennale nel 1965, in epoca Brežneviana, tornando ad essere definitivamente giorno festivo. A partire dagli anni ’60 non solo a Mosca, ma anche in altre città dell’Unione Sovietica, si iniziarono ad organizzare parate militari con cerimonie presso i memoriali ai caduti in guerra e al milite ignoto. La tradizione si è conservata anche in seguito allo smembramento dell’URSS e dal 1995 è ripresa l’usanza della parata sulla Piazza Rossa a Mosca. Quest&#8217;anno sono previsti grandi festeggiamenti, visto che si celebra il settantesimo giubileo.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">La passerella della festa deve essere impeccabile e già da fine aprile è possibile percepire la frenesia in centro città (non solo a Mosca, ma in qualunque delle capitali degli 85 stati federati russi): le strade, solitamente disastrate a causa della losca gestione dei finanziamenti pubblici, vengono rattoppate e ripulite dal fango, le fioriere vengono rinvasate e le aiuole ripiantate, da ogni lampione sventolano il tricolore russo e i colori della festa, il nero e l’arancio, ogni giorno ci sono deviazioni forzate del trasporto pubblico per permettere le prove generali della parata. Le celebrazioni coinvolgono naturalmente anche le scuole, con disegni e cartelloni dei più piccoli e con vere e proprie marce militari in divisa dei più grandi.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">La domanda (lecita) che sorge spontanea è:<strong> Quale può essere il significato di una tale celebrazione settant’anni dopo la fine della guerra? È davvero una festa del popolo o è una cerimonia calata dall’alto?</strong></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>Il 9 maggio è innanzitutto una festa patriottica, sentita da tutte le classi sociali</strong>, al contrario ad esempio della nostra Liberazione, su cui si crea sempre qualche distinguo a causa dell’uso politico che se ne è fatto in passato. Il motto tra la gente è &#8220;<em>Io ricordo, io sono orgoglioso”</em>: il riferimento va all’opposizione al nazi-fascismo, tema di tradizione sovietica ancora caro ai russi (basti pensare alla propaganda filogovernativa a proposito dei “fascisti ucraini”), ma anche e soprattutto va ai ventitré milioni di cittadini sovietici, tra militari e civili, che persero la vita durante il conflitto (13,6% della popolazione), perdite di gran lunga superiori alle altre potenze che presero parte alla guerra. Grande importanza rivestono gli ormai pochi veterani di guerra ancora in vita, che in occasione di molteplici eventi pubblici sfoggiano una pioggia di medaglie sulle proprie divise.</p>
<div id="attachment_2594" style="width: 510px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/mosca_parata.jpg"><img class="wp-image-2594" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/mosca_parata-1024x576.jpg" alt="mosca_parata" width="500" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Parata sulla Piazza Rossa</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">C’è però qualcosa di più che il semplice ricordo del sacrificio dei padri, considerando che altre tragedie della storia del popolo sovietico, quali le purghe staliniane e la grande carestia in Ucraina, non godono di una tale risonanza (anche mediatica). La celebrazione della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, ultimo grande successo dell’Unione Sovietica all’alba della Guerra Fredda, pare anche (e soprattutto) l’occasione per rimarcare il carattere imperialista della Russia e la sua importanza nello scacchiere mondiale. Per quale ragione altrimenti scomodare la propria tecnologia bellica e i propri reparti militari in parate che non hanno pari nel mondo?<strong> Il 9 maggio è una vetrina per la Russia stessa, è la rappresentazione davanti all’opinione pubblica interna del potere di quello che ancor oggi è l’<em>Impero</em> russo, di quel potere che ha permesso il “ritorno a casa della Crimea” </strong>sotto gli occhi di un Occidente impotente e che permette di salvaguardare la propria zona di influenza sponsorizzando stati cuscinetto come Abkhazia, Ossezia del Sud e Nuova Russia.</p>
<div id="attachment_2603" style="width: 360px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/nastro.jpg"><img class="wp-image-2603" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/nastro-300x168.jpg" alt="nastro" width="350" height="197" /></a><p class="wp-caption-text">Volontari distribuiscono gratuitamente il Nastro di San Giorgio</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">Lo stesso Vladimir Putin ha contribuito nei suoi anni di governo ad accrescere l’importanza della festa dal punto di vista propagandistico. Dal 2008 la parata moscovita è tornata a comprendere anche la tecnologia bellica (il 9 maggio non vi sarà quindi molta differenza tra il panorama di Mosca e quello di Donetsk), mentre <strong>dal 2005 è iniziata la tradizione della distribuzione pubblica del “Nastro di San Giorgio”, oggi chiave dei festeggiamenti</strong>. Il nastro di San Giorgio non è una bandiera e non è uno stemma, ma in questo periodo assume molta più importanza del tricolore russo: è un nastro di stoffa a strisce nere e arancio e si rifà direttamente all’onorificenza sovietica della <em>“Medaglia per la vittoria sulla Germania nella grande guerra patriottica 1941-1945”</em>, conferita ai reduci nel dopoguerra, che a sua volta prese spunto dalla massima onorificenza militare di epoca zarista, l’allora <em>“Ordine di San Giorgio”</em>. Il nastro viene distribuito gratuitamente tra i mesi di aprile e maggio, non solo in Russia ma anche all’estero (Italia compresa).</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Il semplice nastro è quindi il simbolo della partecipazione alle celebrazioni del 9 maggio, sfoggiato in bella vista sul cruscotto delle automobili e sul volante di ogni autobus, così come sulle borse o sulle giacche delle signore a passeggio. È il vero biglietto d’entrata (gratuito) ai festeggiamenti, il collante che cementifica l’unità dei russi e della Federazione in questi giorni di festa. Vi è però una differenza: conclusi i festeggiamenti e tornati i soldati nelle caserme la città torna alla normalità, tolte le bandiere e lasciate le strade a sgretolarsi. Il nastro, al contrario, resta appeso nelle automobili, nei bus e nei luoghi pubblici. Resta come simbolo di una vittoria che fu e… come monito di una vittoria che può ancora essere.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Di recente è sorto un altro contrasto, complici il surriscaldarsi della confronto USA-Russia in Europa orientale e la rinnovata politica imperialista di Mosca: i separatisti filo-russi in Ucraina hanno iniziato ad esporre accanto alle bandiere di Lugansk e Donetsk proprio il Nastro di San Giorgio, che <strong>ha assunto quindi l’ulteriore significato di appartenenza alla sfera di influenza russa in contrapposizione a quella ucraina filo-americana</strong>, causando non poche proteste tra i reduci di guerra di Kiev, che si oppongono alla strumentalizzazione del nastro, considerato un patrimonio storico comune a tutte le ex-repubbliche sovietiche.</p>
<p>Tutto è ormai pronto per i festeggiamenti e il nastro è già da tempo appeso al mio zaino. Perché, diciamocelo: <strong>senza nastro, che festa sarebbe?</strong></p>
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		<title>L&#8217;ambientalismo ci sta rovinando</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2015 19:40:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chiamatela pure sindrome della botte piena e della moglie ubriaca. In termini tecnici si chiama NIMBY (Not In My Back Yard, cioè non nel mio cortile): l&#8217;insieme &#8211; spesso numeroso &#8211; di persone che protestano contro centrali elettriche, piattaforme petrolifere e ogni sorta di infrastruttura di interesse pubblico che debba attraversare la propria città o regione. Se c&#8217;è il minimo rischio possa inquinare, fatela da un&#8217;altra parte. Questa malattia ha investito in maniera preponderante i movimenti ambientalisti. In particolar modo su un tema cardine della vita economica della società europea, cioè l&#8217;Energia. Senza elettricità non andremmo molto lontano. Chi sta]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>hiamatela pure sindrome della botte piena e della moglie ubriaca. In termini tecnici si chiama <strong>NIMBY</strong> (Not In My Back Yard, cioè <em>non nel mio cortile</em>): l&#8217;insieme &#8211; spesso numeroso &#8211; di persone che protestano contro centrali elettriche, piattaforme petrolifere e ogni sorta di infrastruttura di interesse pubblico che debba attraversare la propria città o regione. <strong>Se c&#8217;è il minimo rischio possa inquinare, fatela da un&#8217;altra parte.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Questa malattia ha investito in maniera preponderante i movimenti ambientalisti. In particolar modo su un tema cardine della vita economica della società europea, cioè l&#8217;Energia. <strong>Senza elettricità non andremmo molto lontano</strong>. Chi sta leggendo queste righe non potrebbe farlo, se non avesse di che alimentare il suo computer o lo smartphone. Senza elettricità dovremmo tornare a conservare il cibo nelle cantine a suon di sale, pepe e metodi per affumicare la carne. Di energia viviamo: il problema risiede nel come generare la corrente di cui abbiamo bisogno. <strong>Perché produrne è inquinante. Molto. E qui casca l&#8217;asino</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/BUNGA_KELANA_3-scontro-a-Singapore-petrolio-in-mare1.jpg"><img class="alignleft wp-image-2537" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/BUNGA_KELANA_3-scontro-a-Singapore-petrolio-in-mare1-300x146.jpg" alt="BUNGA_KELANA_3-scontro-a-Singapore-petrolio-in-mare1" width="447" height="219" /></a>In un recente libro intitolato <strong>&#8220;Nuove Energie&#8221;, Giuseppe Recchi,</strong> presidente dell&#8217;Eni, si scaglia contro Europa ed ambientalisti, rei di aver <strong>ideologicamente sbarrato la strada a tutti gli idrocarburi</strong> in nome della riduzione delle emissioni e dell&#8217;<strong>inutile rincorsa alle fonti rinnovabili</strong>. Il terrorismo mediatico e l&#8217;incapacità politica dei molti governanti europei ha reso l&#8217;Europa fanalino di coda del mondo industrializzato, per il semplice fatto di essersi castrata volontariamente nel punto più dolente dei processi di crescita economica: la disponibilità di risorse energetiche a basso costo per le imprese e per le famiglie, costrette le une a non poter competere con le altre aziende straniere e le altre a pagare una sovrattassa energetica che riduce i consumi.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>In Europa paghiamo l&#8217;energia più cara del mondo</strong>. Più degli USA e in misura molto maggiore di quanto non possa fare un imprenditore in Cina e in Brasile. I motivi sono semplici: corsa sfrenata alle rinnovabili, recessione economica e ricorso crescente al carbone (più inquinante, ma enormemente più vantaggioso).</p>
<p style="text-align: justify">Tutto nasce dalla decisone assunta dalla <strong>Commissione europea</strong> di porsi come obiettivo il raggiungimento di una cometa, sperando di poterci arrivare con un aquilone. Nel 2009 è stato stabilito <strong>l&#8217;obiettivo 20/20/20:</strong> ridurre del 20% le emissioni di gas serra, aumentare fino al 20% la quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili e aumentare del 20% l&#8217;efficienza energetica. Tutto bello, ma utopico e dannoso. Soprattutto per via delle medicine che sono state sottoposte ad un paziente impreparato a riceverle: <strong>enormi incentivi economici alle rinnovabili</strong> (10 miliardi complessivi in Italia che pesano sulla bolletta di tutti i cittadini per un 18%) e la creazione nel 2005 dell&#8217;<em><strong>Emission Trading System.</strong> </em>Un &#8220;mercato dell&#8217;inquinamento&#8221;: se vuoi inquinare devi pagare, acquistando quote di emissioni di gas serra.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>I risultati, come detto, non sono stati quelli sperati.</strong> Con la crisi economica la quantità di energia richiesta dalle imprese in deficit di produzione si è ridotta e quindi l&#8217;offerta quote presenti nel mercato ha superato la richiesta. Inquinare costava sempre meno ed investire sul carbone diventava relativamente più vantaggioso. <strong>È così che la generazione elettrica a carbone è aumentata dal 37% nel 1990 al 41% nel 2011.</strong> Nonostante, anzi, grazie alle politiche ambientaliste.</p>
<p style="text-align: justify">Chiariamo. <strong>L&#8217;attenzione verso la sostenibilità ambientale dell&#8217;attività economica è indubbiamente positiva</strong>. Ma occorre affrontare la questione con spirito razionale, non ideologico. Quell&#8217;ideologia che ha pervaso è tuttora alimenta le lotte ambientaliste e localiste in tutta Europa. L&#8217;ideologia, appunto, della moglie ubriaca e della botte ancora piena. Perché chi protesta contro petroliere, centrali a carbone, centrali a gas e chi più ne ha più ne metta (ma ho assistito anche a manifestazioni contro l&#8217;eolico), spesso <strong>si scorda di vivere in una società immersa nel petrolio.</strong> Tutto quello che ci circonda è direttamente prodotto con un derivato dell&#8217;oro nero o è creato grazie all&#8217;utilizzo di energia prodotta con idrocarburi. Farne a meno è praticamente impossibile. Si pensi alla plastica, alle auto, ai computer, alle componenti per le cellule fotovoltaiche e finanche alle medicine: aspirine, antibiotici e supposte.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>E proprio alle supposte viene da pensare quando si guarda alle scelte energetiche dell&#8217;Europa</strong>, unita solo a parole. Molti paesi europei hanno detto un secco &#8220;no&#8221; al nucleare, e nessuno sforzo viene ancora fatto per sfruttare le risorse di <strong><em>shale gas</em></strong> presenti nel Vecchio Continente. Riserve non enormi, ammette anche Recchi, ma comunque indispensabili in un periodo di crisi economica dove risparmiare sull&#8217;energia potrebbe significare la sopravvivenza di una impresa produttiva. Provare per credere. <strong>Gli Stati Uniti in pochi anni, grazie al gas ottenuto dalla frantumazione delle rocce, sono diventati da importatori di energia a esportatori</strong>. La rivoluzione dello <em>shale gas</em> ha prodotto un rimescolamento geopolitico. I prezzi dell&#8217;Energia enormemente bassi hanno reso l&#8217;economia statunitense incredibilmente competitiva che, infatti, è uscita dalla recessione ben prima di noi. Gli europei sono ancora impantanati nei regolamenti comunitari e, impauriti dalle proteste ambientaliste, hanno frenato questa nuova tecnologia.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Difendere il pianeta è un diritto.</strong> Sacro ed anche positivo. Ma non si può fermare il mondo e puntare alla &#8220;decrescita felice&#8221; quando un intero continente comincia a riscoprire la povertà e l&#8217;immobilismo economico. Investire sulle tecnologie per ridurre l&#8217;inquinamento è doveroso. <strong>Ma non si può pensare di frenare la macchina economica</strong> fino a che un genio del politecnico avrà capito come trarre energia in grandi quantità da una fonte inesauribile e del tutto &#8220;green&#8221;. L&#8217;innovazione va avanti per piccoli passi, puntare sullo Shale Gas (e perché no, anche sul nucleare) e sulle tecnologie ad esso collegato è lungimirante, non criminale nei confronti dell&#8217;ambiente. Perché va ricordato: <strong>la scoperta del petrolio</strong>, riducendo il ricorso all&#8217;olio animale, <strong>&#8220;ha salvato più balene di Greenpeace&#8221;.</strong> E ci ha reso la grande economia che eravamo. Ora invece siamo al palo. Anche per colpa degli ambientalisti.</p>
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		<title>Cuba, dal comunismo al socialismo: le prove di un cambiamento</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2015 08:13:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è la percezione diffusa che le riforme varate a Cuba a partire dagli anni `90 abbiano riguardato essenzialmente l&#8217;economia, senza però intaccare la natura comunista dello Stato. Questa tesi è sostenuta sia da alcuni nemici di Cuba, che hanno interesse a screditarla, continuando a bollarla come un arretrato regime totalitario, sia da alcuni suoi sostenitori, cui preme &#8211; per ragioni altrettanto ideologiche &#8211; sottolineare l&#8217;immutata realtà comunista di questo Stato. Tuttavia, la realtà è ben differente. Al tempo stesso, però, non è neanche appropriato asserire che Cuba non abbia più alcunché di socialista, stante le sue aperture al mercato. Introduzione]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>&#8217;è la percezione diffusa che le riforme varate a Cuba a partire dagli anni `90 abbiano riguardato essenzialmente l&#8217;economia, senza però intaccare la natura comunista dello Stato</strong>. Questa tesi è sostenuta sia da alcuni nemici di Cuba, che hanno interesse a screditarla, continuando a bollarla come un arretrato regime totalitario, sia da alcuni suoi sostenitori, cui preme &#8211; per ragioni altrettanto ideologiche &#8211; sottolineare l&#8217;immutata realtà comunista di questo Stato. Tuttavia, la realtà è ben differente. <strong>Al tempo stesso, però, non è neanche appropriato asserire che Cuba non abbia più alcunché di socialista, stante le sue aperture al mercato.</strong></p>
<p style="text-align: center"><em>Introduzione</em></p>
<p style="text-align: justify">Innanzitutto, però, occorre chiarire un momento i termini in questione. <strong>Nel marxismo, s’intende per socialismo, la fase in cui lo Stato, sotto la dittatura del proletariato, socializza i mezzi di produzione, preparando quindi il passaggio al comunismo vero e proprio</strong>. Tuttavia, storicamente, con l’etichetta socialismo si designavano tutti quei movimenti che miravano, in qualche modo, alla socializzazione dei mezzi di produzione, per cui Marx ed Engels prendono le distanze dai vari socialismi utopici o reazionari. È così che <strong>il socialismo, nel XX secolo, passa ad indicare le correnti riformiste o moderate del socialismo</strong> (socialdemocrazia, socialismo riformista, socialismo nazionale), in contrasto con il comunismo bolscevico. La stessa dottrina sociale cattolica si interroga a proposito dei cambiamenti all’interno del movimento socialista (cfr. Quadragesimo Anno e Octogesima Adveniens).</p>
<p style="text-align: justify">La cartina di tornasole dei cambiamenti a Cuba, non solo come prassi contingente, ma come vera e propria missione programmatica, si ha nella vasta riforma della Costituzione operata nel 1992. <strong>La Costituzione della Cuba rivoluzionaria risale in realtà al 1976</strong>, ben diciassette anni dopo la conquista del potere. In precedenza, era teoricamente ancora in vigore la Costituzione democratica e progressista del 1940, sia pure ormai scavalcata dalla legislazione rivoluzionaria dei primi anni ’60. Con la normalizzazione delle istituzioni compiuta nel 1975 (I Congresso del Partito Comunista di Cuba), fu quindi varata una Costituzione ispirata a quella sovietica. Viceversa,<strong> nel 1992, dopo il collasso del blocco sovietico, e in piena crisi economica, prima ancora di approntare altre riforme, furono effettuati importanti cambi alla Costituzione</strong>.</p>
<p style="text-align: center"><em>Dalla classe alla nazione</em></p>
<p style="text-align: justify">Guardiamo innanzitutto al <strong>preambolo</strong>, dove – nonostante rimanga per lo più invariato – compresi i riferimenti positivi al marxismo-leninismo, all’internazionalismo proletario, al socialismo e al comunismo come unica via per liberare l’uomo da ogni sorta di sfruttamento, e all’edificazione di una società comunista – <strong>già si notano alcune differenze eloquenti</strong>. Laddove, nel 1976, i Cubani erano «guidati dal marxismo-leninismo» e «appoggiati (…) nell’amicizia fraterna e la cooperazione dell’Unione Sovietica e altri Paesi socialisti e nella solidarietà dei lavoratori e popoli dell’America Latina e del mondo», ora sono «guidati dall’ideario di José Martí e le idee politico-sociali di Marx, Engels e Lenin» e «appoggiati (…) nell’amicizia fraterna, l’aiuto, la cooperazione e la solidarietà dei popoli del mondo, specialmente quelli dell’America Latina e dei Caraibi». Il fine ultimo, in compenso, resta il medesimo, espresso con una citazione di Martí: «il culto dei Cubani alla dignità piena dell’uomo».</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/martillo-y-la-hoz-fidel-ernesto-vasquez.jpg"><img class="size-medium wp-image-2470 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/martillo-y-la-hoz-fidel-ernesto-vasquez-278x300.jpg" alt="martillo-y-la-hoz-fidel-ernesto-vasquez" width="278" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Poi, <strong>circa la natura dello Stato</strong>, la vecchia Costituzione afferma (art. 1) che la «Repubblica di Cuba è uno Stato socialista di operai e contadini e altri lavoratori manuali e intellettuali», che (art. 4) «tutto il potere appartiene al popolo lavoratore (…) che si fonda nella ferma alleanza della classe operaia con i contadini e gli altri ceti lavoratori urbani e rurali, sotto la direzione della classe operaia». Inoltre, il Partito Comunista è qualificato (art. 5) come “avanguardia organizzata marxista-leninista della classe operaia”. Al contrario nella nuova Costituzione non si parla più di “classe” in alcun luogo: Cuba è «uno Stato socialista di lavoratori» (art. 1), la cui sovranità «risiede nel popolo, dal quale emana tutto il potere dello Stato» (art. 3), mentre il Partito Comunista è ora «martiano e marxista-leninista, avanguardia organizzata della nazione cubana» (art. 5).</p>
<p style="text-align: center"><em>Dal materialismo alla libertà religiosa</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Un altro cambiamento fondamentale, specialmente dal nostro punto di vista, è quello relativo alla religione</strong>. Se, in epoca sovietica (art. 54), «lo Stato socialista, che basa la sua attività ed educa il popolo nella concezione scientifica materialista dell’universo, riconosce e garantisce la libertà di coscienza, il diritto di ciascuno a preferire qualsiasi credenza religiosa e a praticare, nel rispetto della legge, il suo culto di riferimento», pure è «illegale e punibile opporre la fede o la credenza religiosa alla Rivoluzione, all’educazione o al compimento dei doveri di lavorare, difendere la patria in armi, riverire i suoi simboli e gli altri doveri stabiliti dalla Costituzione». Infatti,<strong> i credenti non potevano all’epoca essere iscritti al Partito</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Invece, nella nuova Cuba, esplicitamente (art. 8) «lo Stato riconosce, rispetta e garantisce la libertà religiosa»</strong> e «Le distinte credenze e religioni godono di uguale considerazione», mentre <strong>scompare ogni riferimento sia alla “concezione scientifica materialista dell’universo”, sia all’opposizione tra fede e Rivoluzione</strong>. Anche la<strong> politica educativa e culturale</strong> (art. 38) non si fonda più nella «concezione scientifica del mondo, stabilita e sviluppata dal marxismo-leninismo», bensì nei «progressi della scienza e della tecnica, l’ideario marxista e martiano, la tradizione pedagogica progressista cubana e universale».</p>
<p style="text-align: justify">Non solo, ma ora lo Stato, oltre a proteggere (art. 35) «la famiglia, la maternità e il matrimonio», ora «riconosce nella<strong> famiglia</strong> la cellula fondamentale della società e le attribuisce responsabilità e funzioni essenziali nella educazione e la formazione delle nuove generazioni». Peraltro,<strong> il matrimonio</strong> è sempre stato definito (art. 36) come «unione volontariamente concertata di un uomo e di una donna con capacità legali, al fine di condurre vita in comune». Il cosiddetto “same sex marriage” sarebbe quindi incostituzionale a Cuba. Infine, un nuovo capitolo (III), con l’art. 34, è introdotto per regolare la condizione dei residenti stranieri, fino ad allora non prevista a livello generale.</p>
<p style="text-align: center"><em>Dal comunismo al socialismo</em></p>
<p style="text-align: justify">Al contrario,<strong> se parliamo di proprietà ed economia, i cambiamenti sono stati meno radicali, ma non meno importanti</strong>. Cuba continua ad avere un «sistema socialista di economia basata sulla proprietà socialista di tutto il popolo sui mezzi di produzione e nella soppressione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo» (art. 14). Tuttavia, ora si specifica che si parla di mezzi «fondamentali». Allo stesso modo, laddove (art. 15) si stabiliva la proprietà statale di tutta una serie di risorse e beni fondamentali, ora si specifica (a scanso di equivoci!) che «questi beni non possono trasmettersi in proprietà a persone naturali o giuridiche, salvo i casi eccezionali in cui la trasmissione parziale o totale di alcun obiettivo economico sia destinata ai fini dello sviluppo del Paese e non influenzino i fondamenti politici, sociali ed economici dello Stato». Insomma, sono posti comunque dei paletti che evitino eventuali privatizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, tanto quanto prima (art. 16) «lo Stato organizza, dirige e controlla l’attività economica nazionale», prima «d’accordo col Piano unico di Sviluppo Economico-Sociale», di matrice sovietica, mentre ora, più genericamente, «conformemente ad un piano che garantisca lo sviluppo programmato del Paese». Sempre però si presume che «partecipino attivamente e coscientemente i lavoratori di tutte le branche dell’economia e delle altre sfere della vita sociale». L’unico fine che viene meno è «la capacità per compire i doveri internazionalisti del nostro popolo» – che all’epoca si riferiva alle missioni militari internazionaliste. Inoltre, precedentemente il commercio estero (art. 18) era «funzione esclusiva dello Stato», mentre ora questo lo «dirige e controlla».</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/CubaRevolucion.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2467" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/CubaRevolucion-300x224.jpg" alt="CubaRevolucion" width="300" height="224" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Infine, esattamente come prima, anche adesso (art. 19-20), lo Stato «riconosce la proprietà dei piccoli agricoltori sulla loro terra e altri mezzi e strumenti di produzione», nonché il diritto ad associarsi, a organizzarsi in cooperative e a vendere le terre, con diritto di preferenza allo Stato. Inoltre, resta immutato (art. 21) il diritto alla proprietà personale sulle entrate e risparmi provenienti dal proprio lavoro, sull’abitazione e altri beni, nonché su quei «mezzi e strumenti di lavoro personale o famigliare, che non si usino per sfruttare il lavoro altrui». L’unica differenza importante è qui l’inserimento di un nuovo articolo (23), con cui «lo Stato riconosce la proprietà delle imprese miste, società e associazioni economiche che si costituiscono conformemente alla legge».</p>
<p style="text-align: center"><em>Conclusione</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Come si può vedere, Cuba resta costituzionalmente, ma anche nella pratica, un Paese del tutto socialista, privo di quelle ambiguità che appaiono nella Repubblica Popolare Cinese o in Vietnam, dove le multinazionali straniere trovano così conveniente delocalizzare la produzione</strong>. I cambiamenti, dal punto di vista economico, hanno riguardato soprattutto la prassi, per cui lo Stato resta sì agente centrale della pianificazione economica, ma è affiancato da aziende miste con capitali stranieri, cooperative agricole – che sono state espanse ampiamente negli anni ’90 – e lavoro privato, a conduzione famigliare, specialmente nell’ambito dei servizi. Insomma, non solo la proprietà personale, quella frutto del lavoro delle singole famiglie, è garantita, ma è anche possibile assumere personale dipendente, che aiuti il proprietario nel suo lavoro. È proibita semmai la rendita parassitaria sullo sfruttamento del lavoro altrui.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, è nella sfera ideologica e politica che più di tutte si vede la marcata presa di distanza con il comunismo storico novecentesco</strong>. Al di là dei richiami al marxismo-leninismo e al comunismo, si è preso atto che la comunità politica non è la sola classe operaia (a Cuba minoritaria), bensì tutta la nazione lavoratrice, inclusi i piccoli agricoltori proprietari e i lavoratori autonomi. E allo stesso modo, il materialismo scientifico è stato abbandonato in favore di una prospettiva plurale, dove il socialismo marxiano convive con il nazionalismo democratico martiano, e il ruolo della religione nella società è riconosciuto e tutelato. Quest’ultimo fattore non è indifferente, se si tiene conto dell’importante ruolo che ebbero<strong> i cattolici</strong>, da Padre Varela a José Antonio Echevarria, nello sviluppo della nazione e della Rivoluzione cubana.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Stanti i fatti, è evidente che continuare a presentare Cuba come un bunker veterocomunista, dove vige una feroce dittatura stalinista e la Chiesa è perseguitata, è errato tanto quanto elevare questo Paese ad ultimo baluardo del marxismo-leninismo di fronte al liberal-capitalismo</strong>. Sono categorie ideologiche, del tutto prive di riscontro nella realtà. Oggi, possiamo dire che il trentennio effettivamente comunista (1961-1992), non rappresenta altro che una fase, dovuta anche a contingenze storiche, nello sviluppo della Rivoluzione cubana, dal 1953 ad oggi.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/172VictoriaCUBA.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2468" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/172VictoriaCUBA-196x300.jpg" alt="172VictoriaCUBA" width="196" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>L&#8217;infamia di Reagan</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2015 17:42:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, Ronald Reagan si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità. Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! D’altronde, questa è gente]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: left"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span> Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, <strong>Ronald Reagan</strong> si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità.</p>
<p style="text-align: justify">Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! <strong>D’altronde, questa è gente che, dopo 124 anni di encicliche sociali in cui i Pontefici spiegano il contrario, ancora si ostina a credere che il liberismo (o, peggio ancora, il neoliberismo!) sia compatibile con la fede cattolica.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Come anticipato, <strong>delle colpe di Reagan ci sarebbe molto da narrare,</strong> come pure dei presunti meriti. Primo fra tutti, quello di aver combattuto l’aborto. In realtà, tante belle parole ma, dati alla mano, ci risulta che il tasso percentuale di aborti negli Stati Uniti non è mai stato così alto come durante il suo mandato. Del resto, se si fa macelleria sociale…</p>
<p style="text-align: justify">Parliamo pur sempre, del resto, di <strong>un attore prestato alla politica che riteneva che la cura per un Paese segnato dalle gravi ingiustizie sociali, frutto del liberismo, fosse applicare maggiore liberismo.</strong> Anche se – a dirla tutta – è quanto meno discutibile togliere i soldi ai contribuenti per commissionare alle grandi industrie belliche un riarmo generale, con tanto di fantasmagorici scudi spaziali di dubbia utilità – a maggior ragione quando si è già la principale potenza mondiale, con un rilevante distacco sulla seconda, quanto a produzione economica, ricerca tecnologica, consenso diplomatico, proiezione aeronavale e posizionamento strategico. Non ho grande dimestichezza con l’opera di <strong>Hayek</strong>, ma dubito fortemente che approvasse un simile e ingiustificato aumento della spesa pubblica.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Che poi questo dispiegamento di forze sia servito davvero a vincere la Guerra Fredda, è tutto da vedere</strong>. Molti studiosi pensano piuttosto che il crollo del blocco sovietico abbia avuto cause endogene (cfr. Strobe Talbott), in particolare con l’affermazione di Gorbaciov (cfr. Robert G. Kaiser), o che addirittura l’atteggiamento di Reagan abbia ritardato questo processo (cfr. Charles W. Kegley). Altri ancora osservano che dal 1984 l’approccio fu invece molto più conciliante (cfr. Beth A. Fischer). In ogni caso, persino i suoi stessi consiglieri (es. Robert McFarlane e Jack Matlock) hanno in seguito ammesso che l’intenzione reale non era portare l’Impero del Male al collasso, ma piuttosto migliorare le relazioni tra le superpotenze, partendo da una posizione di forza. Ma ora non pretendiamo che i liberisti abbiano studiato la storia, e men che meno quella delle relazioni internazionali!</p>
<p style="text-align: justify">Ad ogni modo, <strong>fatto sta che il guitto della Casa Bianca ha lanciato negli anni ’80 una serie di offensive in tutto il mondo per rilanciare l’egemonia statunitense</strong>.<strong> I suoi alleati</strong> in questa <strong>“ultima crociata contro il bolscevismo”</strong>, da parte loro, erano ancora più imbarazzanti di lui. Passi <strong>Saddam</strong> sguinzagliato contro Khomeini, con tanto di gas, mine e oltre un milione di morti; passi pure <strong>il Sudafrica bianco</strong> deciso a mantenere il dominio razziale sui popoli dell’Africa meridionale… ma della creazione di <strong>Al-Qaeda</strong>, <strong>col compagno di merende Osama Bin Laden</strong>, e quindi del <strong>jihadismo islamico</strong> come lo conosciamo oggi, retrospettivamente, avremmo fatto volentieri a meno.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, l’apice di queste eroiche gesta, su cui voglio sollevare l’attenzione, è stato compiuto proprio nel cortile di casa. Parliamo dunque dell’<strong>intervento reaganiano in America Centrale</strong>, riassunto magistralmente da un saggio dello storico J<strong>ohn A. Coatsworth, contenuto nella “Cambridge History of Cold War”</strong> (che non è proprio “Il Manifesto”).</p>
<p style="text-align: justify">Ora, gli interventi statunitensi in America Latina non sono mai stati una novità. <strong>Solo durante la Guerra Fredda, sono stati rovesciati ventiquattro governi, perlopiù democraticamente eletti</strong> – dei quali <strong>quattro per intervento militare diretto</strong>, <strong>tre attraverso la CIA</strong>, e <strong>i restanti golpe sono stati subappaltati alle forze militari locali</strong>, i cui quadri erano spesso e volentieri addestrati dagli stessi USA, per difendere il mondo libero dalle dittature fasciste prima, e comuniste poi (quando si dice l’eterogenesi dei fini…). Come risultato,<strong> nel 1977, solo Costa Rica e Venezuela erano Paesi stabili con governi liberamente eletti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">A questo punto, il democratico Carter, sulla scia di Kennedy, cominciava a chiedersi se non fosse il caso di contrastare il comunismo, promuovendo democrazia e giustizia sociale, ossia alleviando quelle condizioni di estrema oppressione e miseria che spingevano i popoli del Continente nelle braccia del socialismo rivoluzionario. Inutile dire che le élite locali, pur di non perdere i propri privilegi, non erano molto inclini ad usare altri metodi di pacificazione sociale, oltre alla tortura e agli squadroni della morte… ma qualche progresso era stato fatto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il repubblicano Reagan era intervenuto però a gamba tesa fin dalla campagna elettorale, accusando Carter di debolezza e promettendo di usare il pugno di ferro contro la minaccia comunista</strong>. In particolare, nel 1979, i <strong>rivoluzionari sandinisti del Nicaragua</strong> avevano finalmente abbattuto la pluridecennale dittatura della famiglia <strong>Somoza</strong>, e la guerriglia si era estesa nei vicini <strong>El Salvador</strong> e <strong>Guatemala</strong>. Fortunatamente, il prode “crociato della libertà” era pronto a ricacciare i comunisti all’inferno.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2353" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch-300x200.jpg" alt="Reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Peccato che la minaccia comunista in America Latina non esistesse se non nella propaganda reaganiana</strong>. I movimenti rivoluzionari della regione consistevano in <strong>fronti di liberazione nazionale, dove convivevano varie correnti ideologiche</strong>, dai comunisti ai nazionalisti ai cristiano-sociali. <strong>L’URSS</strong> era troppo lontana e impegnata per intervenire e <strong>aveva sempre guardato di cattivo occhio il sostegno cubano ad altri movimenti rivoluzionari</strong> in quella che era tacitamente considerata dal Cremlino come riserva statunitense.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Lo stesso Nicaragua sandinista</strong> non solo ricevette aiuti sovietici e cubani in misura minore rispetto a quelli provenienti da altri Paesi europei e americani, ma soprattutto <strong>non implementò mai una politica comunista d’imposizione di un Partito unico e collettivizzazione dei mezzi di produzione</strong>, e tantomeno abbandonò l’Organizzazione degli Stati Americani. A margine, è anche interessante osservare come questo piccolo Stato vanti tuttora le leggi più restrittive al mondo in materia d’aborto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quello che invece era fin troppo reale era la natura estremamente repressiva delle dittature centroamericane</strong>. In un contesto dove un’oligarchia di latifondisti e <em>compradores</em>, insieme alle grandi multinazionali statunitensi, sfruttava masse rurali in condizioni di sussistenza, dominavano giunte militari, in confronto alle quali persino Pinochet poteva a buon diritto passare per socialdemocratico. <strong>Qui, anche contro la stessa opinione pubblica statunitense</strong> – che fin dai tempi del Vietnam cominciava a porsi problemi riguardo alle manifestazioni più brutali del proprio imperialismo –,<strong> Ronnie Reagan diede il meglio di sé</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Al confine tra Honduras e Nicaragua, la CIA, con l’aiuto d’istruttori militari argentini</strong> (sì, quelli che facevano volare i dissidenti in mare), <strong>organizzò elementi della ex-Guardia Nazionale di Somoza, per formare i famigerati Contras</strong>, finanziati dal Congresso e armati attraverso il narcotraffico e la vendita di armi all’Iran. <strong>Non pago di ciò, il governo statunitense, in totale violazione del diritto internazionale, minò i porti nicaraguegni, infischiandosene poi bellamente del verdetto di risarcimento emesso dalla Corte dell’Aia</strong>. Insomma, il rispetto della legalità valeva solo quando si trattava di tollerare la sentenza Roe vs Wade…</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Dopo una serie di sonore sconfitte sul campo per opera delle forze regolari, i Contras ricorsero al terrorismo contro obiettivi civili, causando oltre 30.000 morti</strong>. Alla fine, incapaci di prevalere direttamente, gli USA accettarono un compromesso con il governo sandinista, che perse di misura le elezioni del 1990. Queste si svolsero in un contesto di esasperazione popolare di fronte alla prepotenza statunitense e videro la vittoria di una coalizione di centrodestra finanziata dagli Stati Uniti e guidata da <strong>Violeta Chamorro</strong>, il cui padre era stato assassinato da Somoza.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2352" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan-300x200.jpg" alt="0128-wires-reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>In Guatemala, la guerriglia contro la dittatura militare era radicata nelle popolazioni indigene maya</strong> che vivevano lì da millenni. <strong>Anche qui Reagan provvide a fornire ampio sostegno economico, in particolare al nuovo governo del Generale Efraín Ríos Montt</strong>, convertito alla fede evangelica, <strong>che nel 1982 era subentrato, via golpe, al Generale García Lucas</strong>. Siccome la semplice repressione politica è troppo poco, <strong>in appena un anno di potere, prima di essere deposto da un nuovo golpe, Ríos Montt distrusse 686 villaggi e uccise 50.000-75.000 indigeni</strong>, conquistandosi un processo per genocidio (attualmente in corso). <strong>In totale, in questo periodo, su una popolazione guatemalteca di 6.500.000 abitanti (nel 1980), si ebbero 200.000 morti </strong>(per il 93% ad opera dello Stato e per l’83% di etnia maya)<strong> e 1 milione di rifugiati</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, è al <strong>Salvador</strong> che spetta la palma nella lotta contro il comunismo ateo e omicida. <strong>Il 24 marzo 1980, l’Arcivescovo conservatore Óscar Arnulfo Romero, Primate di El Salvador, vertice della gerarchia cattolica nel Paese, fu assassinato dai servizi militari mentre celebrava Messa nella Cattedrale, durante la Consacrazione, per aver criticato la repressione del regime</strong>. <strong>Non soddisfatti, la mattina successiva, durante le esequie, esplosero una bomba e spararono dalle finestre del Palazzo Presidenziale, causando 38 morti tra i fedeli</strong>. Inutile dire che neanche Hitler e Stalin si erano mai sognati di fare una cosa del genere, senza neanche attendere la fine della Messa e istituire un processo farsa! Oggi, Romero è Beato in quanto Martire, a controprova che si è trattato di <strong>una vera e propria persecuzione contro la Chiesa Cattolica</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Infatti, più avanti, vista la sgradevole tendenza del clero a schierarsi con i più deboli, minacciarono lo sterminio dei gesuiti presenti nel Paese</strong>. A dicembre, per festeggiare l’elezione di Reagan, i militari rapirono, stuprarono e uccisero quattro religiose statunitensi impegnate nell’assistenza dei poveri. Carter, sdegnato, ritirò l’appoggio economico, ma questo fu subito reintegrato dal “Nostro” il mese seguente. <strong>Grazie a questo decisivo sostegno, l’esercito salvadoregno resistette, l’offensiva dei ribelli fu respinta e il massacro dei civili proseguì indisturbato</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, ben presto il regime si accorse che cominciavano a scarseggiare gli uomini da arruolare, ma presto fu trovata la soluzione: l’arruolamento – anche coatto, ricorrendo a raid nelle scuole – di ragazzi, anche di 14-15 anni</strong>. In piena guerra civile, l’80% delle forze governative e il 30% dei guerriglieri era composto da minorenni. Questo fenomeno è alla base della nascita di violentissime gang giovanili come la <strong>Mara Salvatrucha 13</strong>. In ogni caso, si stima un totale di <strong>75.000 morti (per l’85% causati dal regime), di cui oltre la metà sotto il mandato di Reagan, e 500.000 rifugiati su una popolazione di 4.500.000 (1980)</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">In conclusione, a fare i conti, il motto “Meglio morti che rossi” non è mai stato tanto vero, se consideriamo che su una popolazione totale – per questi tre Stati – di circa 12.500.000 abitanti (nel 1975), i morti ammontano al 2,84% e i rifugiati al 16%. Questi ultimi, tra l’altro, si diressero in maggior parte negli Stati Uniti, dove chiesero di essere accolti come rifugiati politici. <strong>Naturalmente, mentre gli esuli cubani erano accolti a braccia aperte e coccolati dal governo statunitense, i profughi centramericani erano rifiutati e costretti alla clandestinità: solo il 9-11% dei nicaraguegni, il 2,6% dei salvadoregni e l’1,8% dei guatemaltechi ottenne asilo politico – sempre grazie alle cristiane virtù d’accoglienza e ospitalità dell’amico Reagan, beninteso</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, viste le sue preclare virtù di <em>Defensor Fidei</em> sovraelencate, che aspettano i cattoliberisti a chiedere la canonizzazione del loro novello Luigi IX?</p>
<p style="text-align: justify">P.S. Raccontatemi pure di quando Chávez e Castro facevano sparare agli arcivescovi.</p>
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		<title>Solo i paesi islamici possono sconfiggere l&#8217;IS. Ecco perché</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2015 14:41:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le rappresaglie più decise, dure e rapide contro l&#8217;uccisione di ostaggi da parte dell&#8217;IS sono arrivate dai paesi musulmani. Non dagli Stati Uniti, né da alcuna nazione europea. L&#8217;uccisione del pilota giordano Muath al-Kasasbeh e la decapitazione di ventuno lavoratori egiziani copti presenti in Libia non sono passate impunite. I governi di Amman e del Cairo si sono mostrati risoluti nell&#8217;attuare la rappresaglia a fronte della sorte toccata ai propri cittadini. Nel giro di poche ore bombardieri e caccia sono decollati dall&#8217;Egitto e dalla Giordania alla volta di Libia e Siria dove hanno bombardato installazioni militari dei jihadisti dello Stato]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>e rappresaglie più decise, dure e rapide contro l&#8217;uccisione di ostaggi da parte dell&#8217;IS sono arrivate dai paesi musulmani. Non dagli Stati Uniti, né da alcuna nazione europea. L&#8217;uccisione del pilota giordano <strong>Muath al-Kasasbeh</strong> e la decapitazione di ventuno lavoratori egiziani <strong>copti</strong> presenti in Libia non sono passate impunite. I governi di Amman e del Cairo si sono mostrati risoluti nell&#8217;attuare la rappresaglia a fronte della sorte toccata ai propri cittadini. Nel giro di poche ore bombardieri e caccia sono decollati dall&#8217;<strong>Egitto</strong> e dalla <strong>Giordania</strong> alla volta di Libia e Siria dove hanno bombardato installazioni militari dei jihadisti dello Stato Islamico. Forze speciali egiziane hanno attaccato direttamente miliziani dell&#8217;IS, facendo morti e prigionieri. Il medesimo intervento di forze speciali è stato minacciato dalla Giordania. Nei paesi arabi come mai da mesi a questa parte nella lotta all&#8217;<strong>IS</strong> si sono levate forti e nette voci a condanna dei jihadisti. Il rettore dell&#8217;<strong>Università di Al-Azhar</strong> del Cairo, una delle massime autorità del mondo musulmano sunnita, ha parlato di <strong>“crocifissione, decapitazione e mutilazione”</strong> quale esemplare punizione per i miliziani dell&#8217;IS.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Foto_1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1983" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Foto_1-300x200.jpg" alt="Foto_1" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Se in un primo momento erano i paesi occidentali a perseguire una politica che contemplasse anche l&#8217;opzione militare, ora sono i <strong>paesi musulmani</strong> in quanto coinvolti direttamente dalla morte di loro connazionali, a prendere l<strong>&#8216;iniziativa in campo militare</strong> e a invocare a gran voce <strong>vendetta</strong> contro gli assassini. E se un&#8217;iniziativa militare decisa e una aperta <strong>condanna</strong> nei confronti dell&#8217;IS arrivano da paesi esponenti di quella religione stessa che i miliziani si vantano di professare e porre a fondamento delle loro azioni, allora la carica ideologica che colpisce lo Stato Islamico è di <strong>peso specifico molto superiore alle bombe</strong> sganciate da qualsiasi aereo della coalizione a <strong>guida occidentale</strong>. La guerra impostata dall&#8217;IS è ideologica, proprio come ideologica è la denominazione dello stato, che si auto-definisce fondato sui precetti della religione islamica e fa della propaganda mediante audio- e video-messaggi il fulcro della sua azione. Un&#8217;azione fortemente mediatica, cui una risposta altrettanto mediatica (vedi <strong>re Abdullah di Giordania</strong>, fotografato in assetto di guerra e alla guida dei bombardamenti contro l&#8217;IS), condita da uno stroncamento da autorevoli esponenti dell&#8217;Islam può infliggere un duro colpo nel breve termine.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Foto_2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1984" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Foto_2-300x290.jpg" alt="Foto_2" width="300" height="290" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Ma nel<strong> medio e lungo termine</strong>? È lecito domandarsi se i governi di Giordania ed Egitto perseguiranno in maniera sistematica la lotta allo stato islamico o si limiteranno ad una rappresaglia di <strong>forte impatto mediatico</strong> ma di <strong>scarsa efficacia a lungo termine</strong>. La forte delegittimazione subita dallo Stato Islamico agli occhi del mondo musulmano fa pensare come un <strong>coinvolgimento sistematico dei paesi musulmani</strong> possa costituire la chiave di volta per una svolta nel conflitto mediorientale. Per sradicare l&#8217;opinione che siano solo i civilizzati paesi occidentali a poter affrontare, colpire e sconfiggere la barbarie che caratterizza lo Stato Islamico. Per eliminare la convinzione che lo Stato Islamico abbia in realtà un qualche legame fondato con l&#8217;Islam o che sia peggio ancora legittimato dal mondo musulmano e dalle sue massime autorità e governi.</p>
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		<title>George S. Patton, il Generale d’Acciaio</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2015 09:15:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Ancora un’altra guerra è giunta alla fine, e con essa la mia utilità per il mondo.» George Smith Patton nasce l’11 novembre 1885 a San Gabriel, in California. Da parte paterna, discende dai primi coloni della Virginia, con un nonno e un prozio caduti combattendo nelle fila confederate. Il nonno materno è un ricco proprietario californiano, già sindaco di Los Angeles. Fin da giovane pensa alla carriera militare. Entra nel 1902 a West Point, dove si distingue come un mediocre studente, ma un ottimo militare, in particolare nella scherma. Da ufficiale di cavalleria, con due Colt .45 alla cintura, come]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " align="JUSTIFY"><i>«Ancora un’altra guerra è giunta alla fine, e con essa la mia utilità per il mondo.»</i></p>
<p align="JUSTIFY"><span title="G" class="cap"><span>G</span></span>eorge Smith Patton nasce l’11 novembre 1885 a San Gabriel, in California. Da parte paterna, discende dai primi coloni della Virginia, con un nonno e un prozio caduti combattendo nelle fila confederate. Il nonno materno è un ricco proprietario californiano, già sindaco di Los Angeles. Fin da giovane pensa alla carriera militare.</p>
<p align="JUSTIFY">Entra nel 1902 a West Point, dove si distingue come un mediocre studente, ma un ottimo militare, in particolare nella scherma. Da ufficiale di cavalleria, con due Colt .45 alla cintura, come un cowboy, arriva quinto nel pentathlon, alle Olimpiadi di Stoccolma (1912). L’anno dopo, ridisegna la sciabola regolamentare per la cavalleria. Nel 1916, al comando del generale Pershing, partecipa ad una spedizione punitiva in Messico contro Pancho Villa. L’anno successivo, prende parte alla Prima Guerra Mondiale, in Francia, dove, grazie all’interessamento del suo superiore, ottiene un comando nelle prime forze corazzate. Si distingue nell’avanzata durante gli ultimi mesi di guerra, guadagnandosi i gradi di Colonnello.</p>
<p align="JUSTIFY">Patton trascorre il periodo tra le due guerre elaborando una propria teoria della guerra meccanizzata, con l’impiego combinato di fanteria, artiglieria e forze corazzate. Nel 1932, su ordine del Gen. MacArthur, accetta lo sgradevole incarico di disperdere con una carica di cavalleria la marcia di protesta dei veterani. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, con la promozione a generale, può finalmente tradurre in realtà le sue teorie, partecipando allo sviluppo e alla costituzione delle prime divisioni corazzate statunitensi.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel novembre 1942, durante l’Operazione Torch, comanda lo sbarco a Casablanca, guadagnandosi l’ammirazione del Sultano del Marocco. Poi risolleva il morale del II Corpo dopo la sconfitta di Kasserine, e lo guida alla conquista della Tunisia («<i>Mi aspetto di vedere tra gli ufficiali, e soprattutto gli ufficiali di stato maggiore, perdite tali da convincermi che sia stato compiuto un serio sforzo per la conquista dell’obiettivo</i>»). Nel luglio successivo, guida la Settima Armata alla conquista della Sicilia, fino ad entrare vittorioso a Palermo e a Messina. Tuttavia, la sua vittoria è offuscata dallo scandalo, dopo aver preso a schiaffi due soldati in preda a choc bellico.</p>
<p align="JUSTIFY">Nonostante Patton goda dell’ammirazione indiscussa dei Tedeschi, Eisenhower preferisce non affidargli il comando delle forze statunitensi in occasione dello sbarco in Normandia. Solo in seguito la sua Terza Armata prende parte alle operazioni sul continente. Finalmente, il generale può mettere pienamente in atto la sua strategia basata su rapidità e aggressività delle forze operanti. Nell’arco di agosto, spazza la Francia settentrionale dalla Bretagna alla Lorena. Davanti a Metz, è costretto a fermarsi, per ordine di Eisenhower, che sceglie di avanzare lungo un fronte più ampio, piuttosto che rischiare di esporre i fianchi. Solo a novembre, riesce ad espugnare la piazzaforte.</p>
<p align="JUSTIFY">A dicembre, i Tedeschi lanciano la loro ultima offensiva, sulle Ardenne, sfondando le linee alleate. Grazie a piani già predisposti, Patton sgancia in due giorni sei divisioni dalla linea del fronte, e le sposta a coprire Bastogne, grazie a 133.000 veicoli e 62.000 t di rifornimenti. Per ottenere i cieli liberi per il supporto aereo, commissiona al cappellano dell’armata una preghiera ad hoc. Grazie a questo capolavoro tattico, la battaglia è vinta e la via della Germania è aperta.</p>
<p align="JUSTIFY">Dalla fine di febbraio, avanza a briglia libera verso est. Di fronte all’ordine di evitare Treviri, per la cui cattura erano stimate necessarie quattro divisioni, risponde: “Ho preso Treviri con due divisioni. La devo ridare indietro?”. Attraversato il Reno, punta con decisione verso l’Elba, attraverso la Baviera, cercando di anticipare il più possibile l’Armata Rossa, ma viene fermato infine da Eisenhower, quando è ormai in Boemia. In nove mesi di campagna militare, la sua unità, di circa 300.000 uomini, ha ucciso, ferito o catturato un numero sei volte maggiore di Tedeschi.</p>
<p align="JUSTIFY">Per alcuni mesi, è quindi governatore militare della Baviera, dove si rifiuta di deporre numerosi amministratori locali membri della NSDAP, affermando che erano stati spinti ad entrare nel Partito durante la guerra, non diversamente da Democratici e Repubblicani negli Stati Uniti. Dopo questo paragone, è rimosso dall’incarico. L’8 dicembre 1945, durante una gita in automobile, ha un incidente e si rompe l’osso del collo, morendo il 21 dicembre. È sepolto nel cimitero militare statunitense di Hamm, in Lussemburgo, a fianco dei suoi soldati della Terza Armata.</p>
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		<title>La Nuova Russia, stato ribelle autoproclamato</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Feb 2015 14:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pasquin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalla mezzanotte di domenica vige in Ucraina orientale il cessate il fuoco stabilito dagli accordi della conferenza di Minsk della scorsa settimana. Nella migliore delle ipotesi si arriverà ad uno stop della guerra civile che da quasi un anno segna la regione del Donbass, mentre una risoluzione definitiva delle questioni politiche tra Ucraina e Russia è ancora distante. Le testate di informazione quasi sempre descrivono le parti in causa parlando di forze governative e forze pro-russe ribelli. Dietro ai cosiddetti rivoltosi non si nascono semplicemente terroristi (così sono infatti definiti dal governo di Kiev) o gruppi isolati, ma si cela]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="JUSTIFY"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>alla mezzanotte di domenica vige in Ucraina orientale il cessate il fuoco stabilito dagli accordi della conferenza di Minsk della scorsa settimana. Nella migliore delle ipotesi si arriverà ad uno stop della guerra civile che da quasi un anno segna la regione del Donbass, mentre una risoluzione definitiva delle questioni politiche tra Ucraina e Russia è ancora distante.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Le testate di informazione quasi sempre descrivono le parti in causa parlando di <em>forze governative</em> e <em>forze pro-russe ribelli</em>. <strong>Dietro ai cosiddetti rivoltosi non si nascono semplicemente terroristi (così sono infatti definiti dal governo di Kiev) o gruppi isolati, ma si cela in realtà una nazione che ha dichiarato la propria indipendenza</strong>. Qualche bandiera può tornare utile per comprendere meglio la situazione.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">È ormai chiaro cosa è accaduto in Crimea a marzo dello scorso anno, quando le truppe russe hanno invaso la penisola con lo scopo di proteggere la popolazione russofona e hanno traghettato le proteste verso il referendum che ha sancito l’indipendenza della regione e la sua annessione alla Federazione Russa.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">In Ucraina orientale il copione è stato simile, con le prime rivolte popolari e l’occupazione di edifici governativi da parte dei filo-russi ad aprile, contrastate da un’offensiva militare ucraina. Anche qui, <strong>tramite due referendum svoltisi l’11 maggio (entrambi non riconosciuti dal governo centrale e dai partner occidentali), con vittoria bulgara del Sì è stata sancita l’indipendenza dei due oblast’ di Donetsk e Lugansk, autoproclamatisi due Repubbliche popolari autonome</strong>.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">La bandiera della Repubblica popolare di Donetsk è un tricolore con bande orizzontali nera, blu e rossa. I colori si ispirano rispettivamente al carbone del Donbass (importante regione mineraria) e al mar Nero, all’acqua e alla libertà. Sulla bandiera sono apposti anche lo stemma della repubblica (un’aquila bicipite tanto cara all’araldica slava) e l’iscrizione <em>Doneckaja Narodnaja Respublika</em> (Repubblica Popolare di Donetsk).</p>
<p>La bandiera della Repubblica Popolare di Lugansk è quasi identica, non prevede però nella sua versione attuale (ufficializzata a fine novembre) né la presenza dello stemma repubblicano, né l’iscrizione con il nome ufficiale. Le bande orizzontali sono color ciano, blu e rosso, ispirate ai colori panslavi della bandiera russa e al color ciano dello stemma cittadino di Lugansk.</p>
<div id="attachment_1795" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Lugansk.png"><img class="wp-image-1795 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Lugansk-300x199.png" alt="Bandiera_Lugansk" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera della Repubblica Popolare di Lugansk</p></div>
<div id="attachment_1794" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Donetsk.png"><img class="wp-image-1794 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Donetsk-300x199.png" alt="Bandiera_Donetsk" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera della Repubblica Popolare di Donetsk</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">Già fine maggio<strong> le due repubbliche si sono fuse creando la Federazione delle Repubbliche Popolari, cui ci si riferisce abitualmente con il nome di Nuova Russia (Novoróssija)</strong>. Nuova Russia non è banalmente un termine nazionalista per rivendicare la propria appartenenza alla sfera russa piuttosto che a quella ucraina, bensì un diretto riferimento alla regione storica della Nuova Russia, conquistata e slavizzata dai russi nel XVIII secolo, prima in mano agli ottomani e al Khanato di Crimea e a maggioranza tatara. La regione storica (cui corrispondono le odierne rivendicazioni degli indipendentisti) si estendeva non solo sulla parte orientale dell’Ucraina, bensì su tutta la costa settentrionale del Mar Nero, comprendendo anche altre aree russofone, come l’oblast’ di Odessa, e arrivando a lambire i confini dell’attuale Transnistria (altra nazione filo-russa autoproclamata ormai da più di vent’anni).</p>
<div id="attachment_1800" style="width: 430px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/pic_39fe5d94ee7a734ca9e37977782d8758.jpg"><img class="wp-image-1800 size-full" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/pic_39fe5d94ee7a734ca9e37977782d8758.jpg" alt="pic_39fe5d94ee7a734ca9e37977782d8758" width="420" height="280" /></a><p class="wp-caption-text">Ucraina e Nuova Russia</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">La Nuova Russia è stata finora riconosciuta ufficialmente solo dall’Ossezia del Sud (a sua volta riconosciuta solo da un pugno di Stati nel mondo). I ribelli inizialmente hanno utilizzato per identificarsi non solo le bandiere di Donetsk e Lugansk, bensì anche altri vessilli: la bandiera sovietica, la bandiera della Federazione Russa e il nastro di S. Giorgio (strisce nero-arancio, simbolo russo d’identità militare). Il processo di scelta di una bandiera ufficiale sotto cui riconoscersi è stato lanciato da Pavel Gubarev, governatore di Donetsk, a fine maggio, concretizzandosi ad inizio luglio con una votazione online tra 11 alternative sul portale <em>Novorossija</em>.<strong> La proposta più gettonata era quella di una bandiera con una croce di S. Andrea azzurra bordata di bianco su sfondo rosso</strong>, che sfrutta vari rimandi alla tradizione russa: lo sfondo rosso riprende il vessillo della vittoria sovietica fatto sventolare sul Reichstag nella Berlino capitolata, mentre la croce è ispirata alla bandiera della marina militare russa ed è presente anche nello stemma della flotta di Sebastopoli.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Ad agosto il portavoce del parlamento nuovo-russo Oleg Tsarëv ha presentato ufficialmente <strong>la bandiera scelta dalle autorità, che non è quella appena descritta, bensì un tricolore a bande orizzontali bianca, gialla e nera, versione capovolta del vessillo imperiale della dinastia degli zar Romа́nov</strong>. La scelta dei colori è un riferimento storico diretto alla Nuova Russia di epoca ottocentesca, conquistata e slavizzata proprio sotto il comando della famiglia Romа́nov. Un’interpretazione non ufficiale vuole anche che il bianco stia per la purezza delle idee e dei principi della federazione, il giallo per i campi dorati di Lugansk e il nero per le miniere del Donbass.</p>
<div id="attachment_1802" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Nuova_Russia_guerra.png"><img class="wp-image-1802 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Nuova_Russia_guerra-300x199.png" alt="Bandiera_Nuova_Russia_guerra" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera di guerra della Nuova Russia</p></div>
<div id="attachment_1801" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Nuova_Russia.png"><img class="wp-image-1801 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Nuova_Russia-300x199.png" alt="Bandiera_Nuova_Russia" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera civile della Nuova Russia</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY"> La bandiera con la croce di S. Andrea è stata contestualmente adottata come vessillo di guerra ed è sfoggiato sulle toppe militari dell’esercito (come in foto di copertina), risultando comunque ben più popolare di quella civile. L’apparente somiglianza con la bandiera degli Stati Confederati d&#8217;America è meramente una curiosa analogia, senza alcun riferimento diretto.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Alla conferenza di Minsk, alle spalle dei rispettivi leader, erano presenti solo le bandiere di Bielorussia, Russia, Germania, Francia e Ucraina, con i rappresentanti ribelli ad attendere nelle retrovie. <strong>È lecito aspettarsi la bandiera della Nuova Russia alla prossima conferenza?</strong></p>
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		<title>Donbass e Repubblica Sociale, quell&#8217;ipocrisia delle etichette &#8220;sinistrate&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jan 2015 08:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanbattista Varricchio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[A fianco del Donbass antifascista. Contro USA, UE e NATO, la scritta che leggo sul muro è firmata da uno dei tanti centri sociali operativi a Roma Sud, non mi sorprende: so che se riesci a dare l&#8217;aggettivo di “antifascista” a una qualunque battaglia &#8211; politica o metapolitica che sia &#8211; la teppaglia dello squadrismo rosso si prodigherà a farne bandiera il prima possibile. Sorge però spontaneo un doveroso, per quanto forse originale parallelo storico: come si fa, c&#8217;è da chiedersi, a conciliare gli slogan a sostegno delle Repubbliche Popolari in questione con altri slogan &#8211; come il classico “25]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium"><span title="A" class="cap"><span>A</span></span><strong> <em>fianco del Donbass antifascista. Contro USA, UE e NATO</em>, la scritta che leggo sul muro è firmata da uno dei tanti centri sociali operativi a Roma Sud</strong>, non mi sorprende: so che se riesci a dare l&#8217;aggettivo di “antifascista” a una qualunque battaglia &#8211; politica o metapolitica che sia &#8211; la teppaglia dello squadrismo rosso si prodigherà a farne bandiera il prima possibile.</span></p>
<p align="left"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Armata-Donbass.jpg"><img class=" wp-image-1320 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Armata-Donbass-266x300.jpg" alt="Armata Donbass" width="297" height="335" /></a></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Sorge però spontaneo un doveroso, per quanto forse originale parallelo storico: come si fa, c&#8217;è da chiedersi, <strong>a conciliare gli slogan a sostegno delle Repubbliche Popolari in questione con altri slogan &#8211; come il classico “25 Aprile SEMPRE” &#8211; volti alla condanna senza se e senza ma della Repubblica Sociale Italiana?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">La discrasia intellettuale di questa sinistra, a tal riguardo, è più evidente di quanto non possa apparire in un primo momento: l&#8217;esperienza della Repubblica Sociale e quella delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk – ma si potrebbero inserire altri casi come la Transnistria- hanno notevoli affinità, al netto delle diverse circostanze storiche, sia dal punto di vista della loro genesi, sia, almeno in parte, dal punto di vista ideologico.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Per quanto attiene al fattore genetico infatti, <strong>è facilmente riscontrabile come, sia la R.S.I. che la cosiddetta <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2014/05/25/donetsk-e-lugansk-unite-in-nuova-russia_99910189-5ea7-4d53-a62f-cb4d54cc83e2.html" target="_blank">Nuova Russia</a> (progetto statuale federativo delle realtà separatiste a Donetsk e Lugansk), siano sorte in contesti bellici e, particolarmente, a seguito di un cambio radicale al governo centrale del Paese</strong>. </span></p>
<div id="attachment_1318" style="width: 449px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-1318" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Aquila-devasta-Pravy-Sektor-300x225.jpeg" alt="Aquila devasta Pravy Sektor" width="439" height="329" /><p class="wp-caption-text">L&#8217;aquila della Nuova Russia che strappa le insegne del Pravy Sektor, gruppo terrorista ucraino.</p></div>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Sotto il profilo ideologico è evidente il nazionalismo che anima le dette Repubbliche, sorte appunto con la volontà di liberazione del proprio popolo di riferimento (etnicamente individuato); sotto lo stesso profilo è, altresì, individuabile negli U.S.A. e (soprattutto per quanto attiene al Donbass) nell&#8217;apparato politico sovranazionale dell&#8217;Occidente, un comune nemico, fautore e promotore di un liberalismo morale ed economico osteggiato tanto dalla Repubblica Sociale che dalle Repubbliche Popolari.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Interessante ed ironica si fa, a questo punto, la posizione dei centri sociali, la cui ipocrisia a riguardo può essere criticata sotto due aspetti: il primo, quello attinente alla condanna della Repubblica “fascista”; l&#8217;altro attinente alla difesa del Donbass “antifascista”.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Riguardo al primo aspetto, infatti viene da chiedersi perché la sinistra radicale non guardi almeno con simpatia all&#8217;impianto politico e programmatico della R.S.I., <strong>che può esser definita</strong> – almeno nelle sue dichiarazioni di intenti – <strong>come l&#8217;esperienza statuale italiana più vicina al socialismo.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">In effetti basterebbe leggere il <a href="http://www.larchivio.org/xoom/cartadiverona.htm" target="_blank">Manifesto di Verona</a>, documento programmatico del fascismo repubblicano, per rendersi conto di quanto la Repubblica fascista avrebbe potuto essere baluardo contro all&#8217;ideologia liberale e all&#8217;<i>American way of life</i>, i quali sarebbero diventati dominanti nell&#8217;italietta del dopoguerra, vassalla fedele della NATO e dell&#8217;UE.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Tornando al Manifesto di Verona, <strong>notiamo al punto 10 un abbozzo di quella che oggi definiremmo “funzione sociale della proprietà”; per non parlare della cogestione delle aziende ad opera delle rappresentanze operaie per la fissazione dei salari e la ripartizione degli utili secondo criteri di equità (punto 12).</strong></span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><strong><span style="font-size: medium">Al punto 13 troviamo addirittura la possibilità di esproprio delle terre incolte o mal gestite, le quali sarebbero state poi lottizzate tra gli stessi braccianti.</span></strong></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Oltre a ciò, si riscontra la promozione del &#8211; tanto sbandierato a sinistra &#8211; diritto alla casa (punto 15) e la fissazione di minimi salariali a livello nazionale (punto 17).</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Un&#8217;impostazione decisamente socialisteggiante &#8211; che aveva infatti trovato sostegno in personaggi singolari come il comunista Nicola Bombacci, e prima ancora nel noto storiografo Delio Cantimori che, a guerra finita passò al Partito Comunista &#8211; peccato non avesse il titolo di “Repubblica Popolare” (sebbene lo stesso <a href="http://1.bp.blogspot.com/-1F5Ws_EjT6k/UMG9QX37OVI/AAAAAAAAHkg/znbfCPJXIoE/s1600/corsera+annuncio+18+punti+di+VR.JPG" target="_blank">Corriere della Sera</a> non esitò a definirla così) e quindi non può piacere ai compagni nostrani.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">E&#8217; vero, si potrebbe eccepire il carattere reazionario (punto 6) e nazionalista (punto 18) che animava il documento sopracitato, <strong>ma qui la contraddizione diventa palese se lo si raffronta con le basi ideologiche delle tanto acclamate Repubbliche Popolari del Donbass.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Declinare l&#8217;antifascismo dichiarato dai militanti filo-russi è questione certamente complessa, ma senz&#8217;altro non corrisponde all&#8217;ideologia pacifista, internazionalista e ateizzante promossa dai fan della canna libera e del relativismo etico.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">L&#8217;antifascismo del Donbass è, in primis, parte integrante della storia della Russia sovietica: non sfugge infatti il parallelo tra la “grande guerra patriottica” con la quale l&#8217;URSS respinse l&#8217;iniziativa militare dell&#8217;Asse sul proprio territorio, <strong>e la guerra civile attuale nell&#8217;est Ucraina, che vede impegnate sul fronte di Kiev organizzazioni politiche e paramilitari di ispirazione neo-nazista quali il <i>Pravy Sector</i>, il battaglione Azov e il battaglione Donbass</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><strong><span style="font-size: medium">Questo antifascismo però, dimostra alla prova dei fatti, peculiarità che lo rendono quanto mai distante dalla visione del mondo portata avanti dai centri sociali nostrani: è stato rilevato – sebbene le fonti a riguardo non siano molte – che la Costituzione della Repubblica Popolare di Donetsk sosterrebbe apertamente la famiglia tradizionale, oltrech</span><span style="font-size: medium">é</span></strong><span style="font-size: medium"><strong> il diritto alla vita del nascituro, per non parlare dell&#8217;Ortodossia come religione di stato </strong>(le fonti <a href="http://www.eastjournal.net/ucraina-altro-che-compagni-la-repubblica-di-donetsk-e-lombra-nera-di-aleksandr-dugin/46773" target="_blank">qui </a>e <a href="https://crisiglobale.wordpress.com/2014/05/21/focus-ucraina-repubblica-di-donetsk-sempre-piu-a-destra-verso-la-russia/" target="_blank">qui</a>).<strong> In ogni caso, se anche queste informazioni non risultassero vere, ci sono diverse altre prove che l&#8217;antifascismo militante in salsa filo-russa non è in alcun modo paragonabile a quello comunemente inteso nel nostro Paese;</strong> basta vedere chi è effettivamente al comando dei ribelli: personaggi come Igor Strelkov, il quale in un&#8217;<a href="http://souloftheeast.org/2014/10/31/a-russian-centurion/" target="_blank">intervista</a> ha avuto modo di affermare: </span><span style="font-size: medium"><i>“</i></span><span style="font-size: medium"><i>La gente del Donbass combatte per la propria terra</i></span><span style="font-size: medium"><i>, </i></span><span style="font-size: medium"><i>la terra degli antenati</i></span><span style="font-size: medium"><i>.(&#8230;) </i></span><span style="font-size: medium"><i>La gente del Donbass lotta per la Giustizia</i></span><span style="font-size: medium"><i>, </i></span><span style="font-size: medium"><i>per il diritto di essere russi</i></span><span style="font-size: medium"><i>, </i></span><span style="font-size: medium"><i>per la cultura russa</i></span><span style="font-size: medium"><i>, </i></span><span style="font-size: medium"><i>per l&#8217;Ortodossia</i></span><span style="font-size: medium"><i>. (…) </i></span><span style="font-size: medium"><i>la verità è con loro, ma sopratutto Dio è con loro</i></span><span style="font-size: medium"><i>”. </i></span><span style="font-size: medium">Si potrebbe, d&#8217;altronde anche citare uno dei suoi aiutanti, Igor Druz, il quale titola un suo recente articolo sulla Nuova Russia con un poco fraintendibile <i>“</i><i><a href="http://ruskline.ru/analitika/2014/09/06/my_russkaya_kontrrevolyuciya/" target="_blank">Мы &#8211; русская контрреволюция</a>”</i> (= Noi, la controrivoluzione russa).</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium"><strong>Idealismo, sentimento religioso marcatamente ortodosso, nazionalismo panrusso sono quindi ingredienti imprescindibili per questi combattenti; chissà cosa ne potrebbero pensare quei simpaticoni della <a href="http://www.punkadeka.it/wp-content/uploads/2014/07/BANDABASSOTTI_NOPASARAN.jpg" target="_blank">Banda Bassotti</a> (anche loro accaniti fan degli antifà dell&#8217;est ucraino) nel vedere, ad esempio l&#8217;<a href="http://www.gettyimages.co.uk/detail/news-photo/pro-russian-fighters-sit-ontop-of-a-tank-in-starobesheve-news-photo/454426238" target="_blank">icona del Cristo <i>Pantokrator</i></a> sui carri armati dei loro partigiani</strong>.</span></p>
<div id="attachment_1321" style="width: 440px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Bandiera-Pantokrator.jpg"><img class="wp-image-1321" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Bandiera-Pantokrator-300x168.jpg" alt="Bandiera Pantokrator" width="430" height="241" /></a><p class="wp-caption-text">La bandiera del Christos Pantokrator usata in battaglia dalla Milizia Ortodossa e portata in piazza a Roma dal Coordinamento Solidale per il Donbass a ottobre.</p></div>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">A conclusione di questa, purtroppo non brevissima, disamina, non si può non concordare con <strong>un filosofo di spessore come Costanzo Preve, il quale affermava, riguardo ai ragazzi dei centri sociali</strong>: <em>Privi di qualsiasi ragion d&#8217;essere storica, costoro, composti di semianalfabeti, intontiti dalla musica che ascoltano abitualmente ad altissimo volume e dallo spinellamento di gruppo, hanno una cultura della mobilitazione, dello scontro e della paranoia del fascismo esterno sempre attuale, ed è del tutto inutile porsi in un razionale atteggiamento dialogico, che pure potrebbe teoricamente chiarire moltissimi equivoci. Ma il paranoico non è un interlocutore</em>.</span></p>
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