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	<title>Torquemada &#187; Torquemada</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Gli antifa offendono la Resistenza</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2015 23:48:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il richiamo selettivo alla storia è sicuramente una costante del discorso politico, specie laddove si tratta di nobilitare o rafforzare le proprie idee, associandole ad eventi del passato, e in particolare per quanto riguarda la storia della propria comunità di popolo. È selettivo proprio perché si presuppone che sia uno sguardo critico che sceglie quali esperienze e momenti celebrare e ricordare. É ampiamente noto che l’attuale sinistra radicale italiana, unificata dal criminogeno mito dell’antifascismo militante, si richiama compulsivamente alla cosiddetta Resistenza. Ora, lasciando da parte gli altrettanto discutibili giudizi dei fascisti duri e puri, è giusto ammettere che la maggior]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>l richiamo selettivo alla storia è sicuramente una costante del discorso politico</strong>, specie laddove si tratta di nobilitare o rafforzare le proprie idee, associandole ad eventi del passato, e in particolare per quanto riguarda la storia della propria comunità di popolo. È selettivo proprio perché si presuppone che sia uno sguardo critico che sceglie quali esperienze e momenti celebrare e ricordare.</p>
<p style="text-align: justify">É ampiamente noto che l’attuale sinistra radicale italiana, unificata dal criminogeno mito dell’antifascismo militante, si richiama compulsivamente alla cosiddetta <strong>Resistenza</strong>. Ora, lasciando da parte gli altrettanto discutibili giudizi dei fascisti duri e puri, <strong>è giusto ammettere che la maggior parte dei partigiani fosse mossa da sentimenti del tutto comprensibili, tra i quali si possono individuare, a mio umile parere, tre principali motivazioni ideali.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>La prima, propria dei militari</strong>, era fondata nella <strong>fedeltà al sovrano</strong>, in quanto capo delle forze armate e rappresentante della nazione. Senza nulla togliere alla gravità del tradimento commesso da Vittorio Emanuele III con la fuga di Brindisi e l’abbandono dei soldati a se stessi, i risultati elettorali del giugno 1946, mostrano come l’idea monarchica restasse ben viva nel cuore degli Italiani.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>La seconda, ampiamente diffusa a sinistra</strong>, era il sogno di una <strong>rivoluzione socialista</strong> – <strong>sogno condiviso anche da non pochi fascisti repubblicani.</strong> Come anche questi ultimi ammettevano, fino ad allora il regime fascista, nonostante le indubbie riforme sociali progressive e il processo di nazionalizzazione delle masse, non aveva comunque scalfito la proprietà capitalista dei mezzi di produzione. Di lì a pochissimo, però, nella <strong>Conferenza di Mosca (18 ottobre – 11 novembre 1943)</strong> si stabilì di restaurare una democrazia liberale in Italia, per cui l’URSS si adoperò subito affinché Palmiro Togliatti rientrasse in Italia e accettasse di entrare a far parte del governo Badoglio II (22 aprile 1944), <strong>con la cosiddetta “Svolta di Salerno”. Insomma, la Resistenza fu “tradita” dai massimi vertici del comunismo internazionale e nazionale, poco dopo il suo inizio, con buona pace di chi ci credeva.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Infine, la terza, e più largamente condivisa</strong>, motivazione ideale consisteva nella <strong>lotta patriottica contro l’occupante tedesco</strong>, riallacciandosi anche alla retorica germanofoba risorgimentale. Qui va riconosciuto non solo che la Germania era l’alleato originario dell’Italia, meschinamente tradito e comprensibilmente inferocito per questa infamia, ma che lo stesso movimento di resistenza dipendeva in gran parte dal sostegno militare, politico ed economico degli Alleati che avevano bombardato, invaso e occupato l’Italia con gravissime distruzioni, stragi e crimini di guerra. <strong>In coerenza con la storia patria, si pretendeva di liberare il Paese con le armi di un nuovo occupante.</strong></p>
<p style="text-align: justify">D’altra parte, il trattamento riservato all’Italia occupata dall’alleato germanico era oggettivamente deprecabile, con continue prevaricazioni della sovranità della stessa RSI: dalle deportazioni di Ebrei, alle rappresaglie contro i civili, fino all’annessione d’intere province nordorientali. Gli stessi politici fascisti, a partire da Mussolini, si rendevano conto della situazione e cercavano di limitare il più possibile i danni. <strong>Insomma, piaccia o meno, la verità è che entrambe le fazioni si trovavano a dipendere da alleati che calpestavano impunemente quel medesimo suolo patrio che cercavano di difendere.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ora, a chi si richiamano gli antifa, quando parlano di “Resistenza”?</strong> Alle pagine nobili di questa storia? Ai fanti, parà, alpini, bersaglieri e artiglieri del Corpo Italiano di Liberazione, che hanno combattuto da Montelungo al Po? Ai difensori di Porta San Paolo? Alle Repubbliche partigiane sbocciate sui monti d’Italia? Al valoroso <strong>Comandante Mauri</strong> con i suoi partigiani dalla penna nera e dal fazzoletto azzurro? Ai <strong>41.000 militari internat</strong>i che non sono più tornati dai <em>lager</em> tedeschi? Ai fucilati di<strong> Cefalonia</strong>, <strong>Corfù</strong> e <strong>Coo</strong>? Ai <strong>misconosciuti eroi di Unterlüss</strong>? All’eroico medico <strong>Felice Cascione</strong>? Al <strong>Servo di Dio Salvo d’Acquisto</strong>, offertosi in olocausto?</p>
<p style="text-align: justify"><strong>No, costoro scelgono <em>apertis verbis </em>di elogiare spudoratamente le pagine più cupe e vergognose della guerra civile. Loro non lottano per amore di patria o di libertà o di giustizia, ma per odio cieco e feroce.</strong> La loro Resistenza è quella dei <strong>GAP</strong>, degli attentati terroristici per provocare le rappresaglie tedesche e seminare rancore e ostilità sulla pelle dei civili massacrati. <strong>La loro Resistenza è quella degli assassinii mirati dei conciliatori – Resega, Gentile, Borsani, Bombacci –, delle vendette non meno spietate e inumane di quelle naziste, dei mattatoi di Schio, Oderzo, Mignagola, ecc. ecc. La loro Resistenza è quella delle sevizie ai prigionieri, dell&#8217;assassinio dei sacerdoti, dello stupro delle ausiliarie, della pulizia etnica dei propri compatrioti in servitù allo straniero.</strong></p>
<p style="text-align: justify">D’altronde, se oggi il neofascismo cerca di glissare, almeno in pubblico, i propri tratti meno presentabili (razzismo, antisemitismo, ecc.), loro invece <strong>non hanno vergogna di farsi corresponsabili morali dei crimini dell’antifascismo, di volta in volta minimizzandoli, negandoli, rivendicandoli, esaltandoli o, su scala minore, imitandoli. Il fascismo, invece, di cui si riempiono la bocca, non è neanche più quello storico</strong>, <strong>ma di volta in volta, su indicazione dei loro padrini del clero intellettuale radical chic, assume volti nuovi, arrivando a includere dei perfetti antifascisti!</strong> La costante, dal 1943 ad oggi, è una: l’odio fratricida che obnubila le menti e deforma i volti di questi figli di Caino.</p>
<p style="text-align: justify">Proprio questo è il punto: la loro Resistenza è quella della Malga di Porzûs, della Missione Strassera, di Dante Castellucci e Mario Simonazzi, insomma, quella dei partigiani che ammazzano altri partigiani, “colpevoli” di anteporre la Patria all’ideologia. Paradossalmente, sono proprio loro a infangare questo fenomeno storico, mettendone in risalto gli aspetti peggiori. <strong>Sono loro, non Salvini, a offendere la Resistenza!</strong></p>
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		<title>&#8220;Signore e signori, buonanotte!&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2015 12:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Camilla Scarpa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per una buffa coincidenza, la tanto discussa, folkloristica e giustamente vituperata apparizione televisiva dei parenti di Vittorio Casamonica nel salotto di Bruno Vespa ha coinciso per me con la visione di un film satirico degli anni ’70, da cui il mio breve articolo trae il suo titolo. Per questa ragione le righe che seguiranno non cercheranno di riassumere la peraltro ben nota vicenda dei funerali, definiti “principeschi” ma più simili a una sagra di paese, né di analizzare le responsabilità del sindaco, del questore o del parroco &#8211; che peraltro ha commentato, non senza uno sprazzo di &#8216;sense of humour':]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>er una buffa coincidenza, la tanto discussa, folkloristica e giustamente vituperata apparizione televisiva dei parenti di Vittorio Casamonica nel salotto di Bruno Vespa ha coinciso per me con la visione di un film satirico degli anni ’70, da cui il mio breve articolo trae il suo titolo.</p>
<p style="text-align: justify">Per questa ragione le righe che seguiranno non cercheranno di riassumere la peraltro ben nota vicenda dei funerali, definiti “principeschi” ma più simili a una sagra di paese, né di analizzare le responsabilità del sindaco, del questore o del parroco &#8211; che peraltro ha commentato, non senza uno sprazzo di &#8216;sense of humour': <em>“Se era un criminale tanto pericoloso potevano arrestarlo da vivo. Dovevo forse arrestarlo io, da morto?”</em>.<br />
<strong>Queste righe si propongono invece di fare alcune rapide osservazioni sulla società moderna attraverso un parallelismo con gli episodi del telegiornale satirico condotto dallo speaker Paolo T. Fiume</strong>, interpretato magistralmente da<strong> Marcello Mastroianni</strong> (un predecessore del Mentana comico di Maurizio Crozza, nomen omen?).</p>
<div id="attachment_2928" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/00962903.jpg"><img class="wp-image-2928 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/00962903-300x210.jpg" alt="00962903" width="300" height="210" /></a><p class="wp-caption-text">Mastroianni con Monica Guerritore nel ruolo dell&#8217;assistente del conduttore.</p></div>
<p style="text-align: justify"><strong>L’episodio che ha attirato dapprima la mia attenzione è quello degli onorevoli Lo Bove.</strong> Nel film lo speaker cerca di intervistare quattro politici napoletani che, curiosamente, hanno tutti lo stesso cognome ma negano recisamente di essere parenti e perfino di conoscersi. Ogni tentativo di porre loro delle domande sarà però vano, dal momento che lo speaker sarà continuamente interrotto dalle missive degli spettatori, infarcite di insulti &#8211; quelli sì che si evolvono nel tempo! &#8211; nei confronti dei politici, che peraltro considereranno folcloristico e colorito essere definiti “fetentoni” e “teste di ***”, e finiranno per mangiarsi a quattro palmenti, in senso proprio e figurato, (il plastico del)la città di Napoli. Non serve certo un’arguzia particolare per notare il collegamento con le tante mafie che infestano il nostro paese, di cui quella dei Casamonica non sembra nemmeno la più minacciosa e moderna, come ha sottolineato, tra gli altri, Vittorio Sgarbi.</p>
<p style="text-align: justify">Il primo spezzone del film, dopo <strong>una bizzarra lezione di inglese un po’ osé</strong> (anche questo parametro possiamo confermare che si evolve!), ci rappresenta il surreale omicidio di un dignitario nero di fronte a un’ambasciata, perpetrato da un agente della CIA che finge nel frattempo di visitare la stanza di un modesto stabile della zona. La visita però è guidata dall’insegnante di inglese che si rivela anch’ella un’agente segreto della DIA, che elimina il collega che ormai sa troppe cose, ricordandoci che <strong>la violenza è “una lingua per tutti”</strong>. E come non ricordare, giusto per citare qualche esempio, l’omicidio di J.F. Kennedy, l’attentato alle Torri Gemelle, le extraordinary renditions perpetrate dalla CIA anche negli ultimi vent’anni?</p>
<div id="attachment_2929" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/Signoreesignoribuonanotte-Villaggio.jpg"><img class="wp-image-2929 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/Signoreesignoribuonanotte-Villaggio-300x159.jpg" alt="Signoreesignoribuonanotte-Villaggio" width="300" height="159" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Villaggio imita Carl Schmitt, ma solo nel nome e nell&#8217;aspetto.</p></div>
<p style="text-align: justify">Ancora sulla violenza è, in un certo senso, incentrato l’episodio <em>“La bomba”</em>, che raffigura <strong>un presunto attentato a una caserma della polizia, a cui segue la scoperta che la tanto temuta bomba è in realtà la sveglia di un’anziana signora</strong>. I vertici della polizia però non vogliono assolutamente ammettere il proprio ridicolo errore, perché gli eventi della giornata stanno mutando in positivo il parere dell’opinione pubblica sull’operato delle forze dell’ordine. Di conseguenza si procurano un ordigno vero, ma saltano in aria nel tentativo di installarlo nella caserma. Certamente l’episodio si riferisce alle numerose stragi di (più o meno presunta o dimostrata) matrice terroristica, rossa e nera, degli anni di piombo, ma <strong>come non andare con la mente alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo sui recenti fatti della scuola Diaz, in cui gli agenti avevano nascosto armi e materiale esplosivo per giustificare a posteriori il proprio intervento violento?</strong> E come non ripensare con orrore alla ratio che la Corte Europea sembra aver rinvenuto in questi comportamenti, proprio quella di invertire la tendenza, trasmettendo un’immagine efficiente e forte, di forze dell’ordine con il pugno di ferro?</p>
<div id="attachment_2918" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/caserma-diaz.jpg"><img class="wp-image-2918 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/caserma-diaz-300x200.jpg" alt="caserma-diaz" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Gli eventi della scuola Diaz.</p></div>
<p style="text-align: justify"><strong>E che dire del <em>&#8216;disgraziometro&#8217; </em>?</strong> L’episodio mostra una trasmissione televisiva in stile Mike Bongiorno, in cui trionfa il concorrente che racconta con maggior dovizia di particolari le proprie sfortune e sofferenze esistenziali. Difficile, anche qui, non trovare delle somiglianze con la televisione trash di <em>“Chi l’ha visto?”</em>, Barbara D’Urso et similia. La realtà ha superato di gran lunga la fantasia e la parodia.<br />
Altri due episodi, <em>“Il personaggio del giorno”</em> e <em>“Il salone delle cariatidi”</em> tratteggiano l’uno, significativamente sottotitolato “Poco per vivere, troppo per morire”, la vita di stenti di un pensionato “normale”, interpretato da uno splendido Ugo Tognazzi, l’altro <em>“l’orgia del potere”</em> degli altrettanto anziani vertici dello stato e della Chiesa alla fantomatica “inaugurazione dell’anno pregiudiziario”.</p>
<p style="text-align: center"><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='680' height='413' src='http://www.youtube.com/embed/ZfVB1ICIR-4?version=3&#038;rel=0&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=0&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0' allowfullscreen='true'></iframe></span>
<p style="text-align: justify">E se già è una conclusione inquietante da trarre, e non solo per i fautori delle “magnifiche sorti e progressive”, quella per cui la società di oggi sarebbe quasi perfettamente sovrapponibile a quella di quarant’anni fa, a questa conclusione inquietante si accompagna l’impressione che le recenti riforme della scuola, a cui ha fatto cenno (seppur en passant) Eugenio nel suo <a title="Prima di criticare la scuola di Gentile sciacquatevi… (i panni nell’Arno)" href="http://www.torquemada.eu/2015/09/14/scienzalive-contro-fusaro-prima-di-criticare-la-scuola-di-gentile-sciacquatevi-i-panni-nellarno/" target="_blank">articolo su Gentile</a>, debbano mirare ancora più in basso di quanto non sembri, per adeguarsi al “servizio pubblico” offerto dalla RAI e al suo target!</p>
<div id="attachment_2921" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/casamonica-porta-a-porta.jpg"><img class="wp-image-2921 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/casamonica-porta-a-porta-300x198.jpg" alt="Vera e Vittorino Casamonica a 'Porta a Porta'" width="300" height="198" /></a><p class="wp-caption-text">Un fotogramma della discussa puntata di &#8216;Porta a Porta&#8217;</p></div>
<p style="text-align: justify">Forse, più che Leopardi, aveva ragione <strong>Spengler</strong> quando riteneva incombente il <em>“Tramonto dell’occidente”</em>, e chissà che lo stesso titolo del film che mi ha ispirato non sia, in qualche modo, la previsione (o l’auspicio, seppur in tono semiserio) di una simile conclusione?</p>
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		<title>Ernst Jünger</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2015 16:44:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Dietro quale bandiera si stia è, in fondo, lo stesso, ma una cosa è certa: l’ultimo grigioverde o l’ultimo Poilu che fece fuoco e caricò nello scontro sulla Marna ha per il mondo un significato più grande di tutti i libri che questi letterati possono accatastare uno sull’altro.» Ernst Jünger nasce il 29 marzo 1895 a Heidelberg, primo dei sette figli di un farmacista. Da giovane, milita nei Wandervogel, i giovani scout romantici e patriottici. Due anni dopo, appena diciottenne, fugge da casa per arruolarsi nella Légion étrangère in Nord Africa, da cui evade per cercare di raggiungere l’Africa nera.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>«Dietro quale bandiera si stia è, in fondo, lo stesso, ma una cosa è certa: l’ultimo grigioverde o l’ultimo </em>Poilu<em> che fece fuoco e caricò nello scontro sulla Marna ha per il mondo un significato più grande di tutti i libri che questi letterati possono accatastare uno sull’altro.»</em></p></blockquote>
<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="E" class="cap"><span>E</span></span>rnst Jünger <strong>nasce il 29 marzo 1895 a Heidelberg, primo dei sette figli di un farmacista</strong>. Da giovane, milita nei <strong><em>Wandervogel</em></strong>, i giovani scout romantici e patriottici. Due anni dopo, appena diciottenne, fugge da casa per arruolarsi nella <em>Légion étrangère</em> in Nord Africa, da cui evade per cercare di raggiungere l’Africa nera. Rimpatriato, nel 1914, affronta anticipatamente l’esame di stato (<em>Abitur</em>), per arruolarsi come volontario al fronte nel 73° Reggimento Fucilieri “Gibraltar”.</p>
<p style="text-align: justify">Ferito a Les Eparges (aprile 1915), segue un corso da alfiere durante la convalescenza, diventando ufficiale, e passando poi a comandare i reparti d’assalto (<strong><em>Stoßtruppen</em></strong>). Nei due anni successivi combatte nella <strong>Battaglia della Somme</strong> a Guillemont e Combles (agosto 1916), nella <strong>Battaglia di Arras</strong> (aprile 1917), nella <strong>Terza Battaglia di Ypres</strong> (luglio e ottobre 1917), nella <strong>Battaglia di Cambrai</strong> (novembre 1917) e nell’<strong>Offensiva di Primavera</strong> (marzo 1918), venendo ferito in tutto quattro volte e decorato con la Croce di Ferro di Prima Classe (gennaio 1917), con il <em>Kronenorden von Hohenzollern </em>(novembre 1917) e infine con la <em>Pour le Mérite</em>, la più alta decorazione prussiana (settembre 1918), concessa solo a una dozzina di ufficiali inferiori (tra cui Rommel e Richthofen). La riceve a soli 23 anni, nonostante il parere contrario di Hindenburg, ed è stato l’ultimo sopravvissuto tra i portatori.</p>
<div id="attachment_2843" style="width: 218px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/139801-004-6FD6551D.jpg"><img class="wp-image-2843 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/139801-004-6FD6551D-208x300.jpg" alt="139801-004-6FD6551D" width="208" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il ventitreenne Jünger che indossa la &#8220;Pour le Mérite&#8221;</p></div>
<p style="text-align: justify">Nel frattempo, a partire dalla pubblicazione del  romanzo autobiografico <em>Nelle tempeste d’acciaio</em> (1920), e di altre opere (<em>La lotta come esperienza interiore</em>, <em>Il tenente Sturm</em>, <em>Boschetto 125</em>, <em>Fuoco e sangue, Il cuore avventuroso</em>), basate sulle sue esperienze al fronte, diventa un protagonista dell’ala nazional-rivoluzionaria della <strong>Rivoluzione Conservatrice</strong>. Diviene così amico intimo di grandi figure intellettuali quali il filosofo <strong>Martin Heidegger</strong>, il giurista <strong>Carl Schmitt</strong>, il nazionalbolscevico <strong>Ernst Niekisch</strong> e lo scrittore <strong>Ernst von Solomon</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Coerentemente alle sue posizioni, <strong>mantiene le distanze dal <em>Reich</em> hitleriano</strong>, il cui stile volgare e demagogico gli ripugna e i cui progetti grandiosi lo lasciano scettico. Anche se la sua casa fu perquisita dalla Gestapo e l’uscita dei suoi libri taciuta dalla stampa, <strong>per ordine del Führer in persona, che ne ammira le opere letterarie, non gli è torto un capello, neanche dopo la pubblicazione del romanzo criptostorico <em>Sulle scogliere di marmo</em>, da molti considerata una critica allegorica al regime.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nell’agosto 1939, è richiamato alle armi col grado di capitano</strong>, comandando dapprima una postazione della Linea Sigfrido, poi partecipando all’avanzata in Francia. <strong>Dal 1940 al 1944, è di stanza alla guarnigione di Parigi</strong>, come membro dello stato maggiore del comandante la piazza, il generale Stülpnagel. Oltre al lavoro d’ufficio e alle escursioni entomologiche, frequenta i salotti artistici e intellettuali di Parigi, conoscendo, tra gli altri, <strong>Céline</strong> e <strong>Picasso</strong>. <strong>Inoltre continua a essere una figura importante negli ambienti dell’opposizione militare al regime. Perciò, dopo l’attentato del 20 luglio, non risultando prove a suo carico, e viene dimesso dall’esercito con disonore.</strong></p>
<div id="attachment_2844" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Jünger-Schmitt.jpg"><img class="wp-image-2844 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Jünger-Schmitt-300x200.jpg" alt="Jünger, Schmitt" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Ernst Jünger a Parigi con Carl Schmitt</p></div>
<p style="text-align: justify">Nello stesso anno, il suo primogenito, Ernst, cadetto della <em>Kriegsmarine</em>, cade in battaglia presso Carrara, dove era in forze ad un battaglione di disciplina, stante la sua punizione per attività sovversiva. Nel 1945, è riarruolato come comandante della locale compagnia del <em>Volksturm</em>, ruolo in cui si adopera per limitare le distruzioni e le vittime presso i civili. <strong>Dopo la guerra, rifiuta di compilare il formulario per la denazificazione, e inizialmente gli è proibito di pubblicare.</strong> Per questo motivo, si sposta a Ravensburg, sul Bodensee, nella zona d’occupazione francese.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nel 1950, si trasferisce stabilmente nel villaggio di Wilflingen, in Alta Svevia,</strong> dove prende dimora nella foresteria del maniero dei Conti von Stauffenberg. Qui vive fino alla morte, continuando però a viaggiare in tutto il mondo e a dedicarsi alle sue passioni: dalla letteratura all’entomologia. <strong>Dialoga di filosofia con Schmitt e Heidegger, si occupa di esoterismo insieme ad Eliade, sperimenta l’acido lisergico con Albert Hoffmann, raggiunge l’Indonesia per rivedere la Cometa di Halley.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Il suo valore come filosofo e scrittore è presto riconosciuto anche dalla nuova Repubblica Federale Tedesca, che lo riabilita e decora. Nel 1984, in occasione del 70° anniversario della Prima Guerra Mondiale, parla al memoriale di Verdun, insieme con il cancelliere tedesco Helmut Köhl e il presidente francese socialista François Mitterrand, entrambi suoi ammiratori. <strong>Alla verde età di 101 anni si converte infine al cattolicesimo. Muore il 17 febbraio 1998 ed è sepolto nel piccolo cimitero locale, insieme ai figli e alle mogli.</strong></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/junger2.jpg"><img class="size-medium wp-image-2846 alignleft" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/junger2-300x196.jpg" alt="junger2" width="300" height="196" /></a> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/97005473.jpg"><img class="size-medium wp-image-2842 alignright" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/97005473-200x300.jpg" alt="97005473" width="200" height="300" /></a></p>
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		<title> Yemen, o Arabia Felix. Oggi poi non troppo</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2015 14:46:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bombe. Di nuovo bombe su Aden, nello Yemen. Ci si era illusi che il cessate il fuoco di cinque giorni  definito a fine maggio avrebbe partorito qualche significativa soluzione politica nell&#8217;ambito di quella che è una delle situazioni più calde dello scacchiere mediorientale. Ad oggi la guerra civile si protrae da settembre, quando il gruppo ribelle Houthi di matrice sciita costrinse il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, &#8216;Abd Rabbih Mansur Hadi al-Hadi, a fuggire dalla capitale Sana&#8217;a e a rifugiarsi nella strategica città di Aden. La presa de facto del potere da parte dei ribelli sciiti, a detta di molti]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="B" class="cap"><span>B</span></span>ombe. Di nuovo bombe su Aden, nello Yemen. Ci si era illusi che il cessate il fuoco di cinque giorni  definito a fine maggio avrebbe partorito qualche significativa soluzione politica nell&#8217;ambito di quella che è una delle situazioni più calde dello scacchiere mediorientale. Ad oggi la guerra civile si protrae da settembre, quando il gruppo ribelle Houthi di matrice sciita costrinse il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, <strong>&#8216;Abd Rabbih Mansur Hadi</strong> <strong>al-Hadi</strong>, a fuggire dalla capitale Sana&#8217;a e a rifugiarsi nella strategica città di Aden. La presa <em>de facto</em> del potere da parte dei ribelli sciiti, a detta di molti e in particolare dell&#8217;Arabia Saudita, supportati militarmente e politicamente dall&#8217;Iran, minaccerebbe il transito del traffico petrolifero nel cruciale stretto di Bal al-Mandab, tra mar Rosso e Oceano Indiano. Per contrastare questa minaccia buona parte del <strong>mondo arabo sunnita</strong>, in particolare nazioni come <strong>Marocco, Egitto, Giordania Sudan più cinque paesi arabi del Golfo</strong>, si è schierata apertamente con l&#8217;ex presidente destituito Hadi contro il nuovo ordine. Da inizio anno i bombardamenti aerei allo scopo di allontanare dalle zone calde e influenti – leggi: la capitale Sana&#8217;a e il porto di Aden – a opera della coalizione di paesi arabi a guida saudita i miliziani Houthi si sono intensificati.</p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto1-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2829" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto1-1-300x219.jpg" alt="Foto1 (1)" width="300" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Perché? Il motivo di un contrasto così deciso all&#8217;avanzata delle milizie sciite Houthi – dal nome del loro fondatore, <strong>Hussein Badr al-Din al-Houthi</strong>, morto nel 2004 in un tentativo di sommossa separatista – è il sospetto da parte dell&#8217;Arabia Saudita che dietro questa offensiva ci sia il grande nemico di Riiad, l&#8217;Iran sciita. Alcune fonti vicine all&#8217;<em>intelligence</em> saudita affermano di aver visto esponenti di spicco delle forze ribelli in visita alla città santa di Qom in Iran. Inoltre si teme per un blocco eventuale dei traffici marittimi petroliferi del <strong>Bal al-Mandab</strong>, con Teheran a giovarsi di un eventuale blocco commerciale. Riiad non vede affatto di buon occhio un&#8217;eventualità di questo genere e sta ammassando a titolo precauzionale 150.000 soldati al confine per tutelarsi.</p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto2-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2830" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto2-1-300x173.jpg" alt="Foto2 (1)" width="300" height="173" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Ma perché coinvolgere anche gli altri paesi sunniti? Perché un&#8217;egemonia iraniana forte non è vista di buon occhio questo tipo di movimenti, come l&#8217;<strong>Ansar Allah</strong> (partigiani di Dio) dei ribelli Huthi in Yemen così come si mostrano abbastanza diffidenti delle milizie sciite impiegate in Iraq e in Siria contro l&#8217;IS. Senza dimenticare che anche l&#8217;IS si è affacciato in Yemen e ha colpito il 30 marzo con autobombe moschee accusate di essere affiliate ai ribelli sciiti, considerati eretici, in quanto sciiti, dai seguaci del califfo <strong>Abu Bakr al-Baghdadi</strong>. Bisogna anche tenere a mente che vi sono numerose cellule di <strong>AQAP (<em>Al-Qaeda in the Arabian Peninsula</em>)</strong> attive <em>in loco</em>, anche se opposte alle cellule IS come <em>modus operandi</em> e principi. La situazione yemenita riflette lo stesso caso dell&#8217;Iraq e della Siria, dove le cellule IS si scontrano anche con i miliziani di al-Nusra (Al-Qaeda in Siria e Iraq) oltre che con le forze governative e curde.</p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto3.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2831" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto3.jpg" alt="Foto3" width="277" height="182" /></a></p>
<p style="text-align: justify">È chiaro che lo Yemen è un laboratorio per la risoluzione della crisi mediorientale tra Iraq e Siria perché è di fondamentale importanza capire come si evolveranno i rapporti tra le potenze di Iran e Arabia Saudita. Un accordo che bilanci le sfere di influenza e porti le due potenze al dialogo piuttosto che allo scontro armato, potrebbe beneficiare anche la <strong>lotta contro l&#8217;IS</strong>, con un impegno congiunto sunnita-sciita che ora è solo allo stato sperimentale in alcune città dell&#8217;Iraq come <strong>Ramadi e Tikrit</strong> ma che potrebbe evolvere in maniera ben più costruttiva se supportata da accordi pacifici e non scontri armati per spartirsi la travagliata area yemenita. Un tempo <strong>Arabia Felix</strong> per i romani, come sarà questa Arabia dipenderà ora da sauditi e iraniani. Dalle cui decisioni -sia detto per inciso – dipenderà anche la sorte di circa <strong>dieci milioni di persone</strong> ridotte nel paese alla fame e sull&#8217;orlo della povertà, che da un eventuale conflitto trarrebbero solo ulteriore miseria.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I quaderni neri di Heidegger: quando la filosofia fa notizia non è più filosofia</title>
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		<pubDate>Sun, 31 May 2015 13:54:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un primo contributo su Torquemada del filosofo e giornalista Andrea Lugoboni. Qualche tempo fa era il New realism di Ferraris. Ora è l’antisemitismo dei Quaderni neri del filosofo Martin Heidegger a riempire le terze pagine dei giornali. La filosofia fa notizia. E il lettore subodora che dietro quel nero, quelle immagini di svastiche e braccia tese, ci sarà qualche oscuro fatto di cronaca, qualche agghiacciante delitto. D’altra parte un articolo di solito si legge perché accende fantasie e curiosità. Ma tutto ciò vale per la filosofia? Heidegger non sarebbe probabilmente d’accordo. Così scriveva alla filosofa Hannah Arendt (la sua amante]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><em><span title="U" class="cap"><span>U</span></span>n primo contributo su Torquemada del filosofo e giornalista Andrea Lugoboni.</em></p>
<p style="text-align: justify">Qualche tempo fa era il New realism di Ferraris. Ora è l’antisemitismo dei Quaderni neri del filosofo Martin Heidegger a riempire le terze pagine dei giornali. La filosofia fa notizia. E il lettore subodora che dietro quel nero, quelle immagini di svastiche e braccia tese, ci sarà qualche oscuro fatto di cronaca, qualche agghiacciante delitto. D’altra parte un articolo di solito si legge perché accende fantasie e curiosità. Ma tutto ciò vale per la filosofia? Heidegger non sarebbe probabilmente d’accordo. Così scriveva alla filosofa Hannah Arendt (la sua amante ebrea):</p>
<p style="text-align: justify">«Forse il giornalismo planetario è il primo spasimo di questa desertificazione incipiente di tutti gli inizi e della loro trasmissione»</p>
<p style="text-align: justify">La desertificazione era quella della tecnica, del dominio che l’uomo moderno voleva esercitare sul mondo attraverso il suo sapere matematico. Modernità, capitalismo, America, andavano insieme per il pensatore tedesco. Di qui la desertificazione, la dimenticanza di quel legame decisivo tra poesia e verità, quest’ultima trasformata in mezzo di controllo e asservimento. Cosa avrebbe detto quel montanaro egocentrico di Heidegger se, nella sua baita spersa nella foresta nera, avesse letto i titoli dei giornali di oggi? Proprio lui, che in Essere e tempo, la sua opera principale, aveva detto che il contrario della vera filosofia è l’affidarsi a quella curiosità, che vuol saper un po’ di tutto, senza approfondire niente. Senza fare i conti, potremmo tranquillamente continuare, con l’angoscia che prende l’uomo quando sperimenta lo spaesamento del nulla, dell’inabitabile che sta sul limite del nostro mondo di significati. E da cui il mondo stesso proviene. Può il giornalismo porsi in ascolto della verità, rifuggendo l’urgenza della notizia? Necessariamente sì, attraverso un’onestà intellettuale che racconti i fatti nella loro complessità, con un linguaggio comprensibile. Necessariamente sì, se esso tiene presente però i suoi limiti per così dire “epistemologici”. Proprio per questo necessariamente “no”, in quanto non può sostituirsi ai dibattiti degli studiosi di professione, che di solito ( ma non necessariamente) dovrebbero avere luogo nelle università. Anche la querelle heideggeriana non fa eccezione: dare giudizi troppo frettolosi sulla filosofia di Heidegger, in un articolo di giornale rischia sempre di essere fuori luogo. L’argomentazione tende sempre a essere poco precisa, e il ricorso a luoghi comuni una tentazione forte. A chi si chiede che cosa ci sia da salvare della filosofia heideggeriana oggi, si potrebbe rispondere come segue. Proprio Heidegger aveva messo in guardia dall’identificare la verità con il sentito dire, con il si dice. Questo aspetto centrale e decisivo della sua filosofia richiama ogni giornalista al suo dovere, quello di riportare fatti, pur sapendo che l’interpretazione filosofica di quelli spetta a qualcun altro (spesse volte). Ma non dimenticandosi mai, che i fatti puri, sono una pura fantasia. Ogni fatto rimanda sempre a un soggetto conoscente e al suo bagaglio di esperienze, valori e significati che costituiscono il suo modo di conoscere. Mestiere duro, quello del giornalista. Anche perché, i lettori, anche quelli che non frequentano i libri di filosofia, devono sempre capire qualcosa di ciò che sta accadendo. Un requisito che non va certo d’accordo con il carattere elitario della filosofia.</p>
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		<title>Ahmad Shah Massoud, il Leone del Panshir</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2015 11:56:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ahmad Shah nasce il 2 settembre 1953 a Bazarak, nella Valle del Panshir, situata nella parte nordorientale dell’Afghanistan. È figlio di un Colonnello dell’Esercito Reale Afgano, di etnia tagica e religione musulmana sunnita. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Kabul, dove frequenta il Liceo francese e studia ingegneria all’Università. Nell’ambiente universitario, inizia a militare nell’Organizzazione della Gioventù Musulmana (Sazman-i Jawanan i-Musulman), a sua volta ramo studentesco della Società Islamica (Jamiat-e Islami), che si oppone all’influenza sovietica e comunista sul governo. Assume in queste circostanze il nome di battaglia di Massoud. Presto (1975), con la scissione del movimento islamista tra gli estremisti]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="A" class="cap"><span>A</span></span>hmad Shah</strong> nasce il 2 settembre 1953 a <strong>Bazarak, nella Valle del Panshir</strong>, situata nella parte nordorientale dell’<strong>Afghanistan</strong>. È figlio di un Colonnello dell’Esercito Reale Afgano, di etnia tagica e religione musulmana sunnita. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Kabul, dove frequenta il Liceo francese e studia ingegneria all’Università.</p>
<p style="text-align: justify">Nell’ambiente universitario, inizia a militare nell’<strong>Organizzazione della Gioventù Musulmana (Sazman-i Jawanan i-Musulman)</strong>, a sua volta ramo studentesco della Società Islamica <strong>(Jamiat-e Islami)</strong>, che si oppone all’influenza sovietica e comunista sul governo. Assume in queste circostanze il nome di battaglia di Massoud. Presto (1975), con la scissione del movimento islamista tra gli estremisti del <strong>Partito Islamico (Hezb-i Islami)</strong> di <strong>Gulbuddin Hekmatyar</strong> e i moderati, diventa un esponente di spicco di questi ultimi.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nel 1978, il Partito Popolare Democratico dell’Afghanistan prende il potere con un colpo di stato militare e comincia ad imporre un regime comunista e a massacrare oppositori e dissidenti.</strong> Entro un anno, ampia parte della popolazione, specie nelle regioni rurali, si rivolta in armi. Di fronte alla crisi militare – meno di metà delle forze armate resta fedele al governo –, questo chiama in soccorso l’<strong>Armata Rossa</strong>, che invade il Paese nel 1979.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/flat550x550075f_zpsc7b8b85f.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2730" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/flat550x550075f_zpsc7b8b85f-281x300.jpg" alt="flat550x550075f_zpsc7b8b85f" width="281" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il 6 luglio, Massoud insorge nel Panshir contro l’occupante sovietico.</strong> Da quel momento, conduce una forte guerriglia contro le forze del governo e quelle straniere. La sua abilità come comandante guerrigliero, ispirato a Mao Zedong ed Ernesto Guevara, e il suo sostegno da parte della popolazione locale fanno sì che diventi presto una spina nel fianco per il nemico.<strong> A causa della sua forte indipendenza, riceve però ben poco sostegno sia dalla dirigenza del proprio partito, in esilio a Peshawar, in Pakistan, sia dagli Stati Uniti che, seguendo la Dottrina Reagan, stanno finanziando i mujaheddin islamisti per indebolire l’URSS. Tuttavia, riesce a rimanere imbattuto per ben dieci anni.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>All’inizio del 1989, l’Armata Rossa si ritira dal Paese, ma il governo comunista guidato da Mohammad Najibullah continua a combattere, grazie al sostegno sovietico.</strong> Solo nel <strong>1992</strong>, dopo il collasso dell’URSS, le divisioni interne si fanno sentire e buona parte delle forze armate si unisce ai ribelli, determinando il crollo del regime. Il 24 aprile, con gli accordi di Peshawar, viene istituita la <strong>Repubblica Islamica dell’Afghanistan</strong>, con Massoud come Ministro della Difesa e <strong>Hekmatyar</strong> come Primo Ministro. Quest’ultimo però rifiuta di firmare e, sempre con il sostegno diretto del Pakistan, muove guerra al resto della coalizione vittoriosa, bombardando Kabul.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/asm1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2728" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/asm1-300x212.jpg" alt="asm1" width="300" height="212" /></a></p>
<p style="text-align: justify">A sua volta, la Repubblica Islamica è dilaniata dagli scontri tra le diverse milizie: in particolare, <strong>il Partito dell’Unità (Hezb-i Wahdat)</strong> di <strong>Abdul Ali Mazari</strong>, hazara sciita e filoiraniano,<strong> Ittihad i-Islami</strong> di <strong>Abdul Rasul Sayyaf</strong>, pashtun e wahabita filosaudita, e il <strong>Junbish-i Milli</strong> di <strong>Abdul Rashid Dostum</strong>, ex generale comunista di etnia uzbeca, sostenuto dall’Uzbekistan di Islam Karimov. Da tutte le parti, sono commessi crimini e atrocità, e persino Massoud ha difficoltà a controllare i suoi uomini, e ancor più mantenere una parvenza d’unità nel governo.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nel 1994, nel meridione a maggioranza Pashtun, esasperato dalla tirannia dei governatori provinciali e dai soprusi dei signori della guerra, prende il potere il nuovo movimento dei Taliban</strong>, che ottengono il sostegno pakistano e della <strong>“legione straniera” di mujaheddin reclutati da Osama Bin Laden</strong> negli anni ’80 per combattere i sovietici. Massoud combatte contro di loro, cercando di bloccare la loro avanzata.</p>
<p style="text-align: justify">Solo nel 1996, di fronte a questa minaccia, le varie fazioni riescono a formare un Fronte Unito (o <strong>“Alleanza del Nord”</strong>). Tuttavia, gli studenti coranici, approfittando dell’aiuto straniero e delle divisioni interne dei loro avversari, entrano in Kabul e completano man mano la conquista dei territori settentrionali. <strong>In questo frangente, Massoud resta l’unico comandante di spicco a rimanere nel Paese e a mantenere le sue posizioni, ossia la regione comprendente il natio Panshir.</strong> Al tempo stesso, continua a condurre negoziati con le varie fazioni, inclusi i talebani, per raggiungere la pace. <strong>Intanto, nell’area sotto il suo controllo, tutela i diritti delle donne e lavora per la formazione d’istituzioni progressive.</strong></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Corbis-AAEC0011001.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2729" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Corbis-AAEC0011001-300x174.jpg" alt="Ahmed Shah Massoud Firing a Rifle" width="300" height="174" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>In questo periodo è importante notare come non riceva pressoché supporto dall’amministrazione Clinton</strong>. Solo India, Russia, Iran e Tagikistan forniscono qualche limitato aiuto, finché, nel 2001, con la Presidenza Bush, gli Stati Uniti tornano ad interessarsi all’Afghanistan. <strong>Nello stesso anno, di fronte al Parlamento Europeo, denuncia il sostegno di Pakistan e Arabia Saudita al regime talebano, oltre che al terrorismo islamista di stampo salafita e wahabita</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, il 9 settembre, poco prima dell’attentato alle Twin Towers, viene avvicinato con il pretesto di un’intervista e assassinato con una bomba da due terroristi islamisti</strong>, inviati plausibilmente da Al-Qaeda o dai servizi pakistani. Solo nei mesi successivi, grazie all’invasione statunitense, l’Alleanza del Nord prende il controllo del Paese e instaura un nuovo regime, il quale proclama Massoud Eroe Nazionale. I suoi fratelli partecipano ai nuovi governi di coalizione, ma il vuoto politico lasciato dal Leone del Panshir continua ad essere avvertito nel contesto di un Afghanistan instabile, militarmente occupato e lacerato dalle lotte intestine.</p>
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		<title>Sul Feroce Saracino di Pietrangelo Buttafuoco</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2015 07:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea G. G. Parasiliti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci fu un tempo in cui, non curante dei controlli degli aereoporti, un cavaliere italiano che poi era un Leporello, una maschera italiota, fottendosene della drammatica scorreggia di stato, su un aereo, divenne turco e napoletano. Ed era Silvio Berlusconi che si arrestò (l’unica possibilità di vederlo arrestato) di fronte a una bella ragazza su un volo civile. La giovane leggeva intensamente un libro d’amore, e chiesto ragguaglio dal Cavaliere sul contenuto del volume, ella gli decantò il romanticismo partenopeo e l’araba impressione virile. E fu così che, per corteggiarla, le si presentò nei panni di Muhammed Esposito. Come Totò,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5490" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5491"><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>i fu un tempo in cui, non curante dei controlli degli aereoporti, un cavaliere italiano che poi era un Leporello, una maschera italiota, fottendosene della drammatica scorreggia di stato, su un aereo, divenne turco e napoletano. Ed era Silvio Berlusconi che si arrestò (l’unica possibilità di vederlo arrestato) di fronte a una bella ragazza su un volo civile. La giovane leggeva intensamente un libro d’amore, e chiesto ragguaglio dal Cavaliere sul contenuto del volume, ella gli decantò il romanticismo partenopeo e l’araba impressione virile. E fu così che, per corteggiarla, le si presentò nei panni di Muhammed Esposito. Come Totò, certamente, ma senza le forbici sul Fez, anzì con la scimitarra nelle mutande. </span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5498" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5499">Ma i tempi sono cambiati, agli occhi di chi non vede nell’Esteriore l’Interiore, e rimane ubriacato dalla Molteplicità. Ché i tempi non cambiano. A cambiare, semmai, è il Tempo.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5501" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5502">Con <em>il Feroce Saracino, La guerra dell’Islam</em>, Pietrangelo Buttafuoco, che è Giafar al-Siqilli (il Signore si compiaccia di lui), non ha scritto un testo, poi pubblicato da Bompiani a inizio aprile, ma ha seminato. Ed è tutto una semina dell’Ora Ultima, come d’altra parte, lui stesso avverte citando l’hadit del Profeta (su di lui la Pace), apposta come faro e dedica allo stesso tempo, in apertura del volume.</span></p>
<blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5505" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5504">“Se giunge l’Ora e qualcuno ha in mano un seme con l’intenzione di piantarlo, lo faccia”.</span></em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5507" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5508">Ed è il tempo di Sade, il nostro tempo. L&#8217;Età Oscura, quella in cui c&#8217;è come un impegno di scienza ad architettare la blasfemia. Il tempo in cui &#8220;Achille che umilia il corpo di Ettore trascinandone le spoglie sotto la città di Ilio compie quasi un atto di pietà&#8221; rispetto a ciò che succede, nel nostro tempo. E il sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che si vorrebbe fare erede di Abu Bakr, il primo dei califfi ben guidati, altro non è che un bestemmiatore della clemenza e della misericordia, che sono i primi due attributi di Allah e che troviamo nella prima Sura del Sacro Corano, nell&#8217;al- Fātiḥa, l&#8217;Aprente.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5510" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5511">Ora capitò che, aprendosi la porta di un ascensore, un giovane trovò un maestro. Lo Shaykh ‘Abd al-Wāhid Pallavicini, servo dell&#8217;Uno. Il giovane accompagnò, non conoscendolo, l&#8217;anziano in stampelle fino al suo posto, all&#8217;interno di una sala conferenze, nella quale, l&#8217;ospite, assieme a un monsignore e al rabbino di Milano, avrebbe parlato di Abramo, padre comune. Alla fine dell&#8217;incontro, lo Shaykh, si avvicinò, non senza difficoltà, al ragazzo e gli regalò un libro: A Sufi Master&#8217;s Message, In memoriam René Guénon. Il giovane capì.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5513" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5514">E in quel libro, scritto da questo barbuto signore, che divenne musulmano il 7 gennaio del 1951, mentre al Cairo si spegneva lo Shaykh Abd al-Wāhid Yahyā, conosciuto più semplicemente col nome di Guénon, per l&#8217;appunto, vi è scritto:</span></p>
<blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5517" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5516">«Per coloro che hanno familiarità con l&#8217;opera degli autori tradizionalisti o perennialisti &#8211; e principalmente con il filosofo francese René Guénon, [&#8230;] la prognosi è che viviamo alla fine di un ciclo temporale conosciuto come Kali Yuga o Età Oscura. Questa diagnosi, spesso contestualizzata nel primordiale ed eterno codice di condotta manifestato allo scaturire di questo ciclo temporale &#8211; il Sanatana Dharma della Tradizione Indù, culmina nella sua espressione equivalente al-Hikmat al-Khalidah o Din al-Qayyimah all&#8217;interno della Tradizione Islamica, l&#8217;ultima tradizione sapienziale rivelata di questo ciclo».</span></em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5520" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5519"><em>Il Feroce Saracino</em>, certo, nella sua forma esteriore è libro. E come tale ne parliamo. Irresponsabile è l’autore, afferma qualche giorno dopo, l’Elefantino, in un articolo dal titolo <em>Giafar, il Sottomesso</em>. E lo affermò con i più buoni propositi, forse spinto dall’insegnamento del maestro Ibn al Arabī, il quale nel secolo XIII dell’era volgare, nel suo <em>Libro dell’Estinzione nella Contemplazione</em>, scriveva che <em>«[&#8230;] quando ci si ritrova un libro che tratta di una scienza che si ignora e di cui non si è percorso il cammino, è opportuno non aprirlo, riconsegnandolo nelle mani di coloro che sanno, senza sentirsi tenuti a credere o non credere al suo contenuto, o persino a parlarne».</em> Ma il rischio intravisto da Ferrara è presto scongiurato, giacché più volterrianamente possiamo affermare che si possa scrivere di tutto tanto il popolo non legge&#8230; Ché se per sei giorni lavora (chi il lavoro ce l’ha) il settimo lo passa all’osteria. Chi il lavoro non ce l’ha, all&#8217;osteria ci passa tutta la settimana.</span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: center"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5519"> <img class="alignnone size-medium wp-image-2720" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Il-feroce-saracino-201x300.png" alt="Il feroce saracino" width="201" height="300" /></span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5522" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5523">Anzi, nei nostri giorni, vi è qualcosa di più tragico e goffo&#8230; I lettori, (li vogliamo chiamare ancora così? o forse sarebbe meglio dire i commentatori di oggi), quelli dei giornali 2.0, si inscrivono perfettamente dentro il paradigma disegnato da Geert Lovink, il design dell’interazione nei blog e nei social network, secondo il quale <em>«nella nostra era dell’autorappresentazione, spesso i commenti non hanno un legame diretto con il testo e l’opera d’arte in questione. L’atto di rispondere non cerca il dialogo con l’autore [&#8230;] Con un misto di espressioni gergali, slogan tipo inserzioni pubblicitarie e giudizi incompiuti, gli utenti mettono insieme frasi e battute ascoltate o lette in giro. Chiacchiericcio non è il termine giusto. Quel che prende forma è il disperato tentativo di essere ascoltati, di avere un impatto e di lasciare un segno».</em></span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">E dimostrazione eloquente di ciò, sono quei chiosatori, interpreti e postillatori, che attaccarono il Feroce Saracino sul Foglio, pur ammettendo di non averlo mai letto.</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5531" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5530">Certo, qualcuno potrebbe ricordarci di Nanà, di Leonardo Sciascia, il quale parlando del pittore del Diavolo con gli Occhiali di Todo Modo, avvertiva bene che di uno che si chiama Buttafuoco non bisogna fidarsi mai, che lo stesso nome è impostura per definizione, dai tempi di Andreuccio da Perugia. Ma noi non diamo credito a Buttafuoco, ci mancherebbe, ma a Giafar, il siciliano.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5528" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5527">E Giafar è memore, come chi scrive, della geografia di al-Idrisi, ché passeggiavamo assieme, un tempo, in quel granaio divenuto giardino d’agrumi ornamentali, ed è forse anche lui convinto, contrariamente a Nanà, che il Padreterno non ci avesse voluto fregare facendoci nascere sull’Isola. Ma forse, quello che scrisse Sciascia in <em>Nero su nero</em>, valeva l’altrieri, non oggi, ché se un siciliano si riappropria della propria essenza è bello e pronto per vivere nel Caos del mondo contemporaneo, nel post moderno, nel villaggio globale, e trova le coordinate spazio-temporali assai più facilmente del Duca d’Auge di Queneau, il quale, mischino, si svegliava al mattino e, se non si metteva in cima al suo torrione, non sapeva in che secolo fosse. Poiché, in fondo, la nostra Siqilliyya, villaggio globale lo è sempre stato. E Giufà, minchione com’è, ne è testimonianza, che ce lo ritroviamo pure in Turchia e nei Balcani. </span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5525" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5524">E quindi la Sicilia come teatro galleggiante, e come metafora del mondo, è sempre viva e continua, inconsapevolmente, a rappresentarsi. Perché il teatro, direbbe Carmelo Bene, non sa che cos’è il teatro. E forse questo ha concorso, più volte, nel far scrivere il nostro Giafar al modo del Teatro dei Pupi, oggi come ieri, dalle Uova del Drago alla Buttanissima Sicilia. </span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">Quando scrive Giafar, è più dolce dello zucchero e più amaro del fiele, e sarà forse l’ascendenza Sufi a dare alla sua persona, e alla sua scrittura questo connotato. Potremmo ricordare infatti quello che scriveva Al-Arabī ad-Darqāwī, del suo maestro ’Alì al-Jamal:</p>
<blockquote>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em>«Era a un tempo sconfinato e angusto, dolce e rude, forte e debole, ricco e povero; era un oceano senza sponde».</em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5538" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">E Giafar, il mare e l’oceano li conosce bene, che si è fatto erede di quel messinese che si fece turco, quello del Lupo e la luna, uno dei pochissimi esempi di uomini di mare siciliani ricordati da Sciascia, nel suo <em>Rapporto sulle coste dell’Isola</em>. Mentre i siciliani, e pian piano, anche gli italioti e via via l’Occidente tutto, ché anche l’acqua come le palme va sempre salendo, quando si trovano di fronte al mare, non vedono il mare eterno, colore del vino e del sangue, ma la sabbia. E non è quella del deserto, popolato dai demoni, ma quella dei castelli dei fanciulli, nella quale nascondere la testa.</p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: center">
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		<title>Un nome, una leggenda: Ferenc Puskas</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2015 11:54:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Oriani]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando nasci a Budapest ci sono alcune cose che sono stabilite in automatico: parlerai una lingua che nessuno, a parte i tuoi connazionali, ha speranze di capire e sarai certamente un appassionato di calcio. Nella capitale magiara infatti risiedono la metà delle squadre che partecipano al campionato nazionale, ed è una delle più piccole e apparentemente trascurabili, la Honved, in cui uno dei giocatori più forti del secolo scorso, se non di tutti i tempi, ha mosso i primi passi da professionista. Ferenc Puskas ha esordito a 16 anni coi rossoneri ungheresi, e fin dal primo pallone che gli è]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="Q" class="cap"><span>Q</span></span>uando nasci a Budapest ci sono alcune cose che sono stabilite in automatico: parlerai una lingua che nessuno, a parte i tuoi connazionali, ha speranze di capire e sarai certamente un appassionato di calcio. Nella capitale magiara infatti risiedono la metà delle squadre che partecipano al campionato nazionale, ed è una delle più piccole e apparentemente trascurabili, la <strong>Honved</strong>, in cui uno dei giocatori più forti del secolo scorso, se non di tutti i tempi, ha mosso i primi passi da professionista.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ferenc Puskas</strong> ha esordito a 16 anni coi rossoneri ungheresi, e fin dal primo pallone che gli è capitato tra i piedi si è capito che quel ragazzino bassetto coi capelli scuri aveva qualcosa di speciale: veloce, tecnico, sempre a giocare a testa alta e con un tiro secco di una potenza insospettabile per un fisico così piccolo. Ad allenare la squadra è Ferenc Puskas senior, suo padre, che pur essendo conscio del talento immenso che si ritrova in casa, non smette mai di spronare suo figlio a migliorarsi e ad allenarsi duramente, cosa che il ragazzo fa con puntualità e abnegazione, come quando si mette a correre dietro ai tram per sviluppare ulteriormente il suo scatto e la sua rapidità.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/04-Panini-Ferenc-PUSKAS-Panini-Real-Madrid-1966.png"><img class="size-medium wp-image-2656 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/04-Panini-Ferenc-PUSKAS-Panini-Real-Madrid-1966-232x300.png" alt="04-Panini - Ferenc PUSKAS Panini Real Madrid 1966" width="232" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Decine e decine di difensori da tutto il mondo hanno tentato di marcarlo a uomo, a zona o in qualunque altro modo, ma l’ unico risultato è stato solo un grande mal di testa dopo il triplice fischio: immaginate di mandare Cristiano Ronaldo indietro di 50 o 60 anni e di farlo scontrare con i giocatori di quei tempi ed avrete una vaga idea di come Ferenc facesse ammattire tutti i suoi avversari. Con quel suo mancino caldissimo non avrebbe avuto difficoltà neanche su un campo dei giorni nostri, a tal punto che è considerato da molti un vero e proprio precursore del modo moderno di giocare come numero 10.</p>
<p style="text-align: justify">La sua classe cristallina lo porta a realizzare 352 gol in 341 presenze con il suo club e 84 gol in 85 presenze con la Grande Ungheria, quella nazionale che nel 1952 vincerà l’ oro olimpico ad Helsinki con lui come capitano e leader. Le favole però difficilmente rimangono tali a lungo nel mondo reale, e in pochi anni si susseguono due drammi differenti per natura che cambieranno la vita di Puskas per sempre: il dramma sportivo avviene nel 1954, quando i magiari vengono battuti a Berna dalla Germania Ovest nella finale dei campionati del mondo, mentre il dramma umano ha luogo nell’ ottobre di due anni più tardi, quando per le strade di Budapest l’ insurrezione popolare del popolo ungherese viene repressa dalle truppe sovietiche.</p>
<p style="text-align: justify">In quel momento, Ferenc è a Bilbao con la sua Honved per una partita di coppa campioni, e quando arriva dalle autorità di casa l’ ordine di rientrare in patria, è proprio lui a tenere a rapporto la squadra come un autentico leader per decidere il da farsi. Tutti scelgono di tentare la fortuna al di la della cortina di ferro destreggiandosi tra tour in Sudamerica e contratti con i team dell’ Europa occidentale. Puskas in particolare è cercato da Milan, Inter, Fiorentina, Arsenal e Manchester United, ma alla fine viene convinto ad indossare la “camiceta blanca” del <strong>Real Madrid</strong>, ed è proprio qui, nonostante i suoi 31 anni di età, che scriverà le pagine più importanti della sua storia e di questo glorioso club.</p>
<p style="text-align: justify">Fare 156 gol in 180 partite può sembrare poco per un fuoriclasse della sua risma, ma Ferenc si è dimostrato speciale anche in questo, diventando il giocatore che ha tirato più in porta della storia delle “merengues”, con il titolo di capocannoniere della Liga spagnola vinto 4 volte e svariati trofei nazionali ed internazionali all’ attivo, e tanto per non farsi mancare niente, è stato l’ unico a segnare 4 gol in una finale di Coppa Campioni, quella con l’ Eintracht Francoforte nel 1966.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Puskas-foto-4.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-2657" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Puskas-foto-4-221x300.png" alt="Puskas-foto-4" width="221" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><strong>Alfredo Di Stefano, suo capitano in Spagna e grande amico di quel periodo, ha scritto così di lui nel suo libro: “chi non l’ ha visto giocare non sa che cosa si è perso”, e non stentiamo a credergli</strong>. Ritiratosi da giocatore, l’ ex condottiero della Grande Ungheria ha allenato club e nazionali in tutto il mondo, dal Cile all’ Australia, dall’ Arabia Saudita agli Stati Uniti, raggiungendo il suo apice da tecnico quando nel 1971 ha portato il Panathinaikos in finale di Champions League, poi persa contro l’ Ajax di Cruijff.</p>
<p style="text-align: justify">Il suo glorioso percorso si è concluso nel 2006, quando nella sua bellissima Budapest si è spento a causa dell’ Alzheimer che lo tormentava da anni. E’ ironico come uno dei più grandi campioni dello sport che amiamo si sia dimenticato tutto di se stesso prima di andarsene, ma forse è proprio questa una delle ragioni per cui tutti noi appassionati non lo dimenticheremo mai. Grazie, o meglio, in ungherese, köszönöm, Ferenc Puskas.</p>
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		<title>Miseria e infamia dell&#8217;antifascismo militante</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2015 15:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’incendio, a Milano, di una sede di Forza Nuova e della storica libreria Ritter rappresenta la degna celebrazione di settant’anni di quella branca del crimine organizzato, che si autodefinisce “antifascismo militante”. Se la mafia era stata definita da Peppino Impastato “una montagna di merda”, tale epiteto risulta però fin troppo lusinghiero per gli antifa, dal momento che lo sterco è notoriamente un ottimo fertilizzante, mentre il loro odio è del tutto sterile. Specifichiamo: sarebbe ingiusto attribuire quest’etichetta infamante a coloro che coraggiosamente si opposero per davvero al regime fascista, pagandone il prezzo in prima persona; ad esempio, quei 12 accademici]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>’incendio, a Milano, di una sede di Forza Nuova e della storica<strong> libreria Ritter</strong> rappresenta la degna celebrazione di settant’anni di quella branca del crimine organizzato, che si autodefinisce “antifascismo militante”. Se la mafia era stata definita da Peppino Impastato “una montagna di merda”, tale epiteto risulta però fin troppo lusinghiero per gli antifa, dal momento che lo sterco è notoriamente un ottimo fertilizzante, mentre il loro odio è del tutto sterile.</p>
<p style="text-align: justify">Specifichiamo:<strong> sarebbe ingiusto attribuire quest’etichetta infamante a coloro che coraggiosamente si opposero per davvero al regime fascista, pagandone il prezzo in prima persona</strong>; ad esempio, quei 12 accademici su 1200 che rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà; o quei pochi che vi si opposero fin dall’inizio, come Matteotti, Gramsci, i fratelli Rosselli, ecc.<strong> Già è discutibile la posizione di quei tanti, invece, che lo accettarono fintanto che esso ebbe il mandato del Re, e diventarono antifascisti solo dopo l’8 settembre</strong>, in occasione dell’occupazione tedesca. Sia come sia, essi combatterono il fascismo, fintanto che esso viveva.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Criminali sono invece coloro che da settant’anni si ostinano, al di fuori di ogni legalità, ad inveire contro un nemico già vinto e destituito</strong>. Costoro si fanno scudo della Costituzione, ma mostrano di non conoscerla affatto. <strong>In nessun luogo della carta costituzionale compare, infatti, la parola “antifascismo”</strong>; solo nelle disposizioni finali e transitorie, si escludono temporaneamente gli ex-fascisti dalle cariche pubbliche e si proibisce la ricostituzione del disciolto partito fascista. Poi, è vero, dato che il fascismo pareva non aver lasciato un ricordo così cattivo in tutti gli italiani e continuava ad avere un seguito politico rilevante, s’introdussero ulteriori leggi a limitazione della libertà di espressione, come la Scelba e la Mancino.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, le leggi della Repubblica Italiana sanciscono anche che la legalità è tutelata dalla magistratura e dalle Forze dell’Ordine, non da bande d’incendiari, picchiatori e assassini, che sporcano la bandiera rossa di cui si ammantano. Se un movimento o un partito neofascista, comunque si chiami, è legalmente registrato e si presenta regolarmente alle elezioni, non c’è nulla che abbiano diritto di fare per impedirne l’attività, salvo il ricorso a vie legali. Non parliamo poi di semplici associazioni culturali o esercizi commerciali. Tuttavia, per questa feccia il crimine e l’ingiustizia paiono essere una seconda natura.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Qui nessuno vuole negare i crimini e gli errori commessi dai regimi fascisti, al pari però di ogni altra forma di governo o ideologia, ma questi non autorizzano né legalmente né tanto meno moralmente a commettere altri crimini in risposta. Eppure, la storia dell’antifascismo militante è costellata d’infamie e orrori di ogni genere, fin dai suoi inizi, e non di rado commessi anche contro l’opinione o le persone degli altri antifascisti!</strong> Ad esempio, in Venezia Giulia i partigiani comunisti uscirono dal CLN, e assassinarono quei patrioti italiani antifascisti sì, ma che non volevano barattare l’occupazione tedesca con quella jugoslava, non meno feroce. Non è certo un caso che monarchici, cattolici, azionisti, repubblicani, ecc. uscirono quasi subito dall’<strong>ANPI</strong>, per fondare le proprie associazioni di reduci, non condividendone la faziosità.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ora, sarebbe troppo banale scadere nell’anticomunismo, il quale ha oggi senso tanto quanto l’antifascismo, ossia nessuno. Anche perché questi delinquenti con la dottrina di Marx e Lenin non hanno nulla a che fare</strong>. Esattamente come lo sono in Italia, anche in qualsiasi regime socialista reale, sarebbero elementi antisociali e anarcoidi, con la differenza importante che nei suddetti regimi, bontà loro, le loro canagliate frutterebbero qualche annetto di lavori socialmente utili, d’indubbio impatto educativo. Negli stessi Paesi, tra l’altro, gli ex-fascisti che rispettavano le leggi dello Stato erano pienamente integrati nel sistema socialista – esemplare è il caso della<strong> NDPD</strong> nella Repubblica Democratica Tedesca. <strong>D’altronde, la rivendicazione ideologica principale dei cessi sociali è un reddito gratuito per chiunque, cittadino o meno, totalmente svincolato dal lavoro. È difficile immaginare una proposta più smaccatamente individualista e antisocialista</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, mentre nelle nostre città continuano a comparire filiali bancarie, supermercati stranieri che fagocitano il piccolo commercio, compro-oro e sale giochi dove si ricicla denaro sporco, costoro non alzano neanche la voce per denunciare questo scempio. È però sufficiente che un’associazione neofascista o semplicemente di destra, annunci un evento culturale, come una conferenza, ed ecco che costoro ululano come gli sciacalli che sono, perché le autorità – quelle che disprezzano ogni giorno – proibiscano l’evento ed essi stessi si mobilitano, cercando l’aggressione e lo scontro, ma sempre rigorosamente in netta superiorità numerica. Le rare volte che i tutori dell’ordine si ricordano di accarezzare loro doverosamente la schiena, subito si lamentano a gran voce, scandalizzati che dopo aver predicato lotta e violenza contro il sistema, qualcuno li prenda un attimo sul serio.</p>
<p style="text-align: justify">Non hanno tutti i torti, del resto, dato che<strong> le loro “lotte” sono del tutto congenite al sistema liberalcapitalista che a parole osteggiano</strong>. Esattamente come i trogloditi che, dall’altro lato, scaricano le loro frustrazioni sul bracciante africano o sull’ambulante arabo, invece di colpire i veri responsabili dell’immigrazione di massa, anche questi subumani inveiscono contro il “fascista”, con gli applausi di tutti i poteri forti. Del resto, chi paga i musicanti decide la musica; e chi sovvenziona costoro pagando le bollette dei centri sociali occupati e stipendiando le attività culturali, se non le giunte di centrosinistra targate SEL o PD, partiti che con il peggior imperialismo e liberal-capitalismo ci hanno sempre marciato d’amore e d’accordo, ben più degli stessi neofascisti! Peraltro, un’analisi di classe non mancherebbe di identificare il retroterra alto e medioborghese, di questi emuli in sedicesima del bombarolo miliardario Giangiacomo Feltrinelli.</p>
<p style="text-align: justify">E così, “fascista” è il cattolico che timidamente osa difendere la famiglia naturale, “fascista” è il proletario che si oppone alla costruzione di un centro d’accoglienza in una zona già disagiata, “fascista” è l’antimperialista che manifesta solidarietà per la Siria o la Nuova Russia. <strong>Del resto, con la presenza fascista ridotta ai minimi termini, bisogna inventarne di nuovi</strong>. Questo è esattamente quello che il filosofo comunista Costanzo Preve condannava, definendolo “antifascismo in assenza di fascismo”. Del resto, il teorico marxista Amadeo Bordiga, già nel ’45, sosteneva chiaramente che l’antifascismo non era diventato che un pretesto per legare i comunisti ai partiti borghesi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: al Job Act di Renzi, si risponde aggredendo gli sparuti fautori del corporativismo, ovvero si preferisce lottare contro chi sostiene velleitariamente un’economia sociale di mercato, ignorando chi implementa realmente il neoliberismo.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, la psicopatologia dell’antifascismo militante non si esaurisce semplicemente nella criminosità, nella stupidità e nel servilismo<strong>. Se, infatti, dovessimo trovare una cifra alle loro azioni, questa sarebbe l’odio, cieco e bestiale</strong>. Così, durante la resistenza all’occupazione tedesca, loro mito fondante, operarono scientificamente per provocare le rappresaglie dell’occupante contro la popolazione inerme, che pagò per le loro colpe, in modo da suscitare e diffondere odio, sulla pelle degli altri. Non a caso, in quel frangente, assassinarono tutti quegli esponenti fascisti, i quali si ostinavano a cercare, in quei difficili momenti, la conciliazione tra Italiani, senza risparmiare un invalido di guerra come Carlo Borsani né un grande filosofo come Giovanni Gentile.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, <strong>la loro azione si concentrò non tanto contro lo straniero, ma soprattutto contro gli altri italiani</strong>. Nonostante le loro pretese, la storia mostra che le forze tedesche in Italia furono sconfitte dagli Alleati e che cedettero solo alla fine, quando ormai la Germania era già invasa. Ben altra fu la consistenza di movimenti di resistenza autentici, come in Polonia, Jugoslavia, Francia. Qui invece<strong> le file partigiane lievitarono solo a guerra finita, quando non restava altro che saltare sul carro del vincitore e massacrare nei modi più orribili i fascisti (o presunti tali)</strong>. Senza stare a fare i ragionieri della morte (come di moda), queste atrocità travalicano ampiamente i misfatti compiuti in Italia dal fascismo, tra il 1922 e il 1943. <strong>Paradossalmente, in Libia ed Etiopia, dove il colonialismo fascista ebbe colpe ben più gravi, i governanti indigeni, come Haile Selassie, tutelarono le vite e le proprietà dei coloni italiani, chiedendo invece la consegna dei veri colpevoli</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nondimeno, alla civiltà africana, corrispose la barbarie europea: ossia il peculiare senso di giustizia antifascista</strong>. Mentre migliaia di coscritti, camicie nere, ausiliarie, podestà ed altri piccoli gerarchi erano barbaramente trucidati, i veri criminali di guerra fascisti, come Roatta e Graziani, se la cavarono con pene perlopiù simboliche, senza mai vedere un tribunale straniero. Persino gli ufficiali tedeschi responsabili delle rappresaglie e delle stragi non furono inquisiti che decenni dopo i fatti. Nel dopoguerra, mentre ragazze innocenti erano stuprate e assassinate, il capo dell’OVRA diventava prefetto. Questa è la giustizia antifascista che queste iene hanno lo stomaco di esaltare, minacciando chiunque osi rinfacciare i loro crimini, a settant’anni di distanza.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Orbene, ammettiamo anche che queste gesta fossero dovute all’eccitazione violenta della guerra civile. Perché, allora, lo stesso odio bestiale si è ripresentato più volte nel corso della Prima Repubblica?</strong> Dal linciaggio di Vittorio Ferri, al rogo di Primavalle, all’assassinio di Sergio Ramelli, fino alla mattanza di Acca Larenzia, questo è stato l’antifascismo militante: massacrare dei ragazzi, quasi sempre di estrazione popolare, mentre gli Almirante e i Rauti, che in teoria avrebbero dovuto essere i veri bersagli di un presunto antifascismo, sono morti serenamente nei loro letti.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Particolarmente odioso è poi il fatto che questa feccia abbia ora distrutto una libreria, ma ciò non fa altro che confermarne la bestialità. Non vi è in essi la minima volontà o capacità non dico di comprendere l’avversario, ma neanche di combattere le sue idee con le proprie.</strong> E quando si parla di cultura fascista, si parla non già di dozzinali libelli di propaganda, ma di colossi come Heidegger, Schmitt, Gentile, Pound, etc. <strong>L’antifascismo militante sprofonda ad uno stadio di barbarie e nichilismo intellettuale, che nulla ha da invidiare a gruppi fondamentalisti come lo Stato Islamico dell&#8217;Iraq e del Levante</strong>. Quelli distruggono le antiche rovine assire, questi imbrattano i monumenti ai caduti. <strong>Ieri accanirsi sui vinti e sui deboli, oggi bruciare una libreria: è quasi ironico osservare come non si facciano alcuno scrupolo di commettere in prima persona le barbarie imputate (talvolta a ragione) al fascismo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Quest’osservazione presume però che questi subumani abbiano una morale equanime, secondo cui ogni atto possa essere giudicato in sé. Non è così, <strong>per costoro il fine giustifica i mezzi, e la stessa azione può essere positiva o negativa a seconda di chi la commette</strong>. È un manicheismo politico che serpeggia ampiamente in tutta la storia politica moderna, a partire dalla Rivoluzione Francese, nel corso della quale i paladini della libertà e dei diritti invocavano lo sterminio dei contadini che si opponevano al nuovo sistema politico. Le sue radici tuttavia affondano già nella peculiare “tolleranza” liberale di Locke, esplicitamente negata a cattolici e atei. L’uso di due pesi e due misure e la disumanizzazione dell’avversario politico diventano quindi mezzo di lotta e prassi di vita, fino ad arrivare ad oggi e vedere gli antifa pretendere di negare le libertà, costituzionalmente garantite, a chiunque non vada loro a genio: si tratti di forzanovisti, leghisti, sentinelle in piedi, ecc. ecc.<br />
Non si tratta qui di negare il conflitto sociale, che è una realtà di fatto, bensì di chiarire che la lotta va condotta senza odio per l’avversario, senza negarne l’umanità. Vittorio Arrigoni, di cui gli antifa si vanno riempiendo la bocca, e che a differenza loro ha dato generosamente la vita per la causa palestinese, diceva “Restiamo umani”. Gli antifascisti militanti, invece, insistono per comportarsi come cani rabbiosi, ed è inevitabile che prima o poi vengano trattati come tali, e allontanati a calci dalla comunità.</p>
<p style="text-align: justify">Purtroppo, c’è poca speranza che i colpevoli di questi crimini siano puniti, vista la connivenza e le coperture di cui godono a livello istituzionale, e financo nelle più alte cariche dello Stato, come la Presidenza della Camera, si avalla questa mentalità patologica che smentisce alla radice ogni discorso sulla tolleranza. Impuniti erano in passato e impuniti rimangono ora. Almeno questo conferma senza ombra di dubbio, che costoro altro non sono che i figli bastardi del sistema liberal-capitalista che sostengono di combattere e che proprio costoro (e non certo i neofascisti vessati e perseguitati da ogni Stato “democratico”) costituiscono la guardia “bianca” del Capitale. Non lo dimenticheremo.</p>
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		<title>L&#8217;ambientalismo ci sta rovinando</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2015 19:40:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chiamatela pure sindrome della botte piena e della moglie ubriaca. In termini tecnici si chiama NIMBY (Not In My Back Yard, cioè non nel mio cortile): l&#8217;insieme &#8211; spesso numeroso &#8211; di persone che protestano contro centrali elettriche, piattaforme petrolifere e ogni sorta di infrastruttura di interesse pubblico che debba attraversare la propria città o regione. Se c&#8217;è il minimo rischio possa inquinare, fatela da un&#8217;altra parte. Questa malattia ha investito in maniera preponderante i movimenti ambientalisti. In particolar modo su un tema cardine della vita economica della società europea, cioè l&#8217;Energia. Senza elettricità non andremmo molto lontano. Chi sta]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>hiamatela pure sindrome della botte piena e della moglie ubriaca. In termini tecnici si chiama <strong>NIMBY</strong> (Not In My Back Yard, cioè <em>non nel mio cortile</em>): l&#8217;insieme &#8211; spesso numeroso &#8211; di persone che protestano contro centrali elettriche, piattaforme petrolifere e ogni sorta di infrastruttura di interesse pubblico che debba attraversare la propria città o regione. <strong>Se c&#8217;è il minimo rischio possa inquinare, fatela da un&#8217;altra parte.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Questa malattia ha investito in maniera preponderante i movimenti ambientalisti. In particolar modo su un tema cardine della vita economica della società europea, cioè l&#8217;Energia. <strong>Senza elettricità non andremmo molto lontano</strong>. Chi sta leggendo queste righe non potrebbe farlo, se non avesse di che alimentare il suo computer o lo smartphone. Senza elettricità dovremmo tornare a conservare il cibo nelle cantine a suon di sale, pepe e metodi per affumicare la carne. Di energia viviamo: il problema risiede nel come generare la corrente di cui abbiamo bisogno. <strong>Perché produrne è inquinante. Molto. E qui casca l&#8217;asino</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/BUNGA_KELANA_3-scontro-a-Singapore-petrolio-in-mare1.jpg"><img class="alignleft wp-image-2537" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/BUNGA_KELANA_3-scontro-a-Singapore-petrolio-in-mare1-300x146.jpg" alt="BUNGA_KELANA_3-scontro-a-Singapore-petrolio-in-mare1" width="447" height="219" /></a>In un recente libro intitolato <strong>&#8220;Nuove Energie&#8221;, Giuseppe Recchi,</strong> presidente dell&#8217;Eni, si scaglia contro Europa ed ambientalisti, rei di aver <strong>ideologicamente sbarrato la strada a tutti gli idrocarburi</strong> in nome della riduzione delle emissioni e dell&#8217;<strong>inutile rincorsa alle fonti rinnovabili</strong>. Il terrorismo mediatico e l&#8217;incapacità politica dei molti governanti europei ha reso l&#8217;Europa fanalino di coda del mondo industrializzato, per il semplice fatto di essersi castrata volontariamente nel punto più dolente dei processi di crescita economica: la disponibilità di risorse energetiche a basso costo per le imprese e per le famiglie, costrette le une a non poter competere con le altre aziende straniere e le altre a pagare una sovrattassa energetica che riduce i consumi.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>In Europa paghiamo l&#8217;energia più cara del mondo</strong>. Più degli USA e in misura molto maggiore di quanto non possa fare un imprenditore in Cina e in Brasile. I motivi sono semplici: corsa sfrenata alle rinnovabili, recessione economica e ricorso crescente al carbone (più inquinante, ma enormemente più vantaggioso).</p>
<p style="text-align: justify">Tutto nasce dalla decisone assunta dalla <strong>Commissione europea</strong> di porsi come obiettivo il raggiungimento di una cometa, sperando di poterci arrivare con un aquilone. Nel 2009 è stato stabilito <strong>l&#8217;obiettivo 20/20/20:</strong> ridurre del 20% le emissioni di gas serra, aumentare fino al 20% la quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili e aumentare del 20% l&#8217;efficienza energetica. Tutto bello, ma utopico e dannoso. Soprattutto per via delle medicine che sono state sottoposte ad un paziente impreparato a riceverle: <strong>enormi incentivi economici alle rinnovabili</strong> (10 miliardi complessivi in Italia che pesano sulla bolletta di tutti i cittadini per un 18%) e la creazione nel 2005 dell&#8217;<em><strong>Emission Trading System.</strong> </em>Un &#8220;mercato dell&#8217;inquinamento&#8221;: se vuoi inquinare devi pagare, acquistando quote di emissioni di gas serra.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>I risultati, come detto, non sono stati quelli sperati.</strong> Con la crisi economica la quantità di energia richiesta dalle imprese in deficit di produzione si è ridotta e quindi l&#8217;offerta quote presenti nel mercato ha superato la richiesta. Inquinare costava sempre meno ed investire sul carbone diventava relativamente più vantaggioso. <strong>È così che la generazione elettrica a carbone è aumentata dal 37% nel 1990 al 41% nel 2011.</strong> Nonostante, anzi, grazie alle politiche ambientaliste.</p>
<p style="text-align: justify">Chiariamo. <strong>L&#8217;attenzione verso la sostenibilità ambientale dell&#8217;attività economica è indubbiamente positiva</strong>. Ma occorre affrontare la questione con spirito razionale, non ideologico. Quell&#8217;ideologia che ha pervaso è tuttora alimenta le lotte ambientaliste e localiste in tutta Europa. L&#8217;ideologia, appunto, della moglie ubriaca e della botte ancora piena. Perché chi protesta contro petroliere, centrali a carbone, centrali a gas e chi più ne ha più ne metta (ma ho assistito anche a manifestazioni contro l&#8217;eolico), spesso <strong>si scorda di vivere in una società immersa nel petrolio.</strong> Tutto quello che ci circonda è direttamente prodotto con un derivato dell&#8217;oro nero o è creato grazie all&#8217;utilizzo di energia prodotta con idrocarburi. Farne a meno è praticamente impossibile. Si pensi alla plastica, alle auto, ai computer, alle componenti per le cellule fotovoltaiche e finanche alle medicine: aspirine, antibiotici e supposte.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>E proprio alle supposte viene da pensare quando si guarda alle scelte energetiche dell&#8217;Europa</strong>, unita solo a parole. Molti paesi europei hanno detto un secco &#8220;no&#8221; al nucleare, e nessuno sforzo viene ancora fatto per sfruttare le risorse di <strong><em>shale gas</em></strong> presenti nel Vecchio Continente. Riserve non enormi, ammette anche Recchi, ma comunque indispensabili in un periodo di crisi economica dove risparmiare sull&#8217;energia potrebbe significare la sopravvivenza di una impresa produttiva. Provare per credere. <strong>Gli Stati Uniti in pochi anni, grazie al gas ottenuto dalla frantumazione delle rocce, sono diventati da importatori di energia a esportatori</strong>. La rivoluzione dello <em>shale gas</em> ha prodotto un rimescolamento geopolitico. I prezzi dell&#8217;Energia enormemente bassi hanno reso l&#8217;economia statunitense incredibilmente competitiva che, infatti, è uscita dalla recessione ben prima di noi. Gli europei sono ancora impantanati nei regolamenti comunitari e, impauriti dalle proteste ambientaliste, hanno frenato questa nuova tecnologia.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Difendere il pianeta è un diritto.</strong> Sacro ed anche positivo. Ma non si può fermare il mondo e puntare alla &#8220;decrescita felice&#8221; quando un intero continente comincia a riscoprire la povertà e l&#8217;immobilismo economico. Investire sulle tecnologie per ridurre l&#8217;inquinamento è doveroso. <strong>Ma non si può pensare di frenare la macchina economica</strong> fino a che un genio del politecnico avrà capito come trarre energia in grandi quantità da una fonte inesauribile e del tutto &#8220;green&#8221;. L&#8217;innovazione va avanti per piccoli passi, puntare sullo Shale Gas (e perché no, anche sul nucleare) e sulle tecnologie ad esso collegato è lungimirante, non criminale nei confronti dell&#8217;ambiente. Perché va ricordato: <strong>la scoperta del petrolio</strong>, riducendo il ricorso all&#8217;olio animale, <strong>&#8220;ha salvato più balene di Greenpeace&#8221;.</strong> E ci ha reso la grande economia che eravamo. Ora invece siamo al palo. Anche per colpa degli ambientalisti.</p>
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