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	<title>Torquemada &#187; Storia</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Gilbert Keith Chesterton, &#8220;L&#8217;irritante internazionale&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2015 10:21:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Camilla Scarpa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Benché scomoda, e perciò misconosciuta e sostanzialmente “neutralizzata” dalla critica letteraria e dalle case editrici dell’ultimo secolo (o forse proprio per questo), quella di Gilbert K. Chesterton è una figura interessante e ricca di spunti alquanto moderni, se non addirittura “futuribili”, tanto dal punto di vista politico quanto da quello letterario. Il suo primo romanzo, “Il Napoleone di Notting Hill”, pubblicato nel 1904, è un esempio calzante per entrambe le categorie: è una sorta di “dystopian novel” ambientata nell’Inghilterra di un indeterminato 1984 (vi dice niente?), retta da una nuova forma di governo “tranquillamente dispotica”, che si afferma come super-potenza]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="B" class="cap"><span>B</span></span>enché scomoda, e perciò misconosciuta e sostanzialmente “neutralizzata” dalla critica letteraria e dalle case editrici dell’ultimo secolo (o forse proprio per questo), quella di <strong>Gilbert K. Chesterton</strong> è una figura interessante e ricca di spunti alquanto moderni, se non addirittura “futuribili”, tanto dal punto di vista politico quanto da quello letterario. Il suo primo romanzo, <strong>“Il Napoleone di Notting Hill”</strong>, pubblicato nel <strong>1904</strong>, è un esempio calzante per entrambe le categorie: è una sorta di “dystopian novel” ambientata nell’Inghilterra di un indeterminato 1984 (vi dice niente?), retta da una nuova forma di governo “tranquillamente dispotica”, che si afferma come super-potenza dominante in Europa e nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify">Se, dal punto di vista letterario, non può non risultare evidente che il romanzo di Chesterton è un diretto antesignano di “1984” di George Orwell, nonché del “Mondo Nuovo” di Huxley, dal punto di vista politico Chesterton è addirittura profetico: infatti, la superpotenza inglese è fautrice di una politica di <strong>imperialismo culturale</strong> non dissimile da quella degli Stati Uniti, sorretta da una dottrina che pare precorrere quella americana del “destino manifesto”, sostenuta peraltro anche dall’ultimo Bobbio. Chesterton, all’inizio del libro, fa dire al fiero primo ministro del Nicaragua, in esilio a Londra:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify"><em>“E’ questo che denuncio del vostro cosmopolitismo. Quando dite di volere l’unione di tutti i popoli, in realtà volete che tutti i popoli si uniscano per apprendere ciò che il vostro popolo sa fare. Se l’arabo beduino non sa leggere, si dovrà inviare un missionario o un maestro per insegnargli a leggere, ma nessuno dice: “Questo maestro non sa cavalcare un cammello, paghiamo un beduino perché glielo insegni.”</em>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify">A questa sintesi perfetta del concetto di imperialismo culturale, Barker, l’inglese indottrinato (ma non privo di intelletto), risponde, riaffermando la superiorità della propria nazione, che l’Inghilterra si è disfatta delle superstizioni, e che</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify"><em>“La superstizione della grande nazionalità è negativa, ma la superstizione della piccola nazionalità è peggiore. La superstizione di venerare il proprio paese è negativa, ma la superstizione di riverire il paese di qualcun altro è peggiore. [&#8230;] La superstizione della monarchia è negativa, ma la superstizione della democrazia è la peggiore di tutte.”</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify">e infatti nel romanzo il re è scelto a caso, mediante sorteggio, perché un regime dispotico privo di illusioni elettorali <em>“non è la degenerazione ma il compimento più perfetto della democrazia”</em>.</p>
<div id="attachment_2998" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/11/London_110.jpg"><img class="wp-image-2998 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/11/London_110-300x225.jpg" alt="London_110" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Una strada di Notting Hill, quartiere londinese al centro delle vicende del primo romanzo di G. K. Chesterton</p></div>
<p style="text-align: justify">Un simile atteggiamento, che probabilmente si ispira, nel contesto storico degli anni a cavallo tra la fine dell’’800 e l’inizio del ‘900, agli avvenimenti della guerra anglo-boera, che quasi solo Chesterton ebbe il coraggio di condannare apertamente, non può non ricordarci la pretesa statunitense di “Esportare la libertà”, per usare una formula di Luciano Canfora, e le conseguenti, disastrose imprese in Medio-Oriente e in Somalia degli anni ’90 e 2000, nonché una più generale pretesa dell’Occidente, che si rifiuta di riconoscere e comprendere qualsiasi modello politico, giuridico e culturale diverso dal proprio, e ingenera così quello “scontro di civiltà” profetizzato da Huntington, che tanto teme e di cui però si considera vittima.</p>
<p style="text-align: justify">Ma se Chesterton condanna l’imperialismo culturale, condanna anche l’atteggiamento speculare a quello di Barker. <strong>In uno dei suoi articoli politici, risalente al 1928 , <em>“L’irritante internazionale”</em></strong> (che dà il titolo a questo articolo proprio in quanto definisce perfettamente l’atteggiamento provocatorio e le posizioni spesso radicali ed eclettiche dello stesso Chesterton), <strong>uno dei bersagli polemici è il “buonismo” sotteso a certe posizioni umanitaristiche pacifiste, che tendono a passare sotto silenzio “i peccati” tanto delle grandi potenze quanto di quelli che, di volta in volta, sono “gli stranieri”, piuttosto che ad essere trasparenti sugli errori di tutti gli stati.</strong> E anche questo tipo di posizioni, che paiono inneggiare al russoviano “mito del buon selvaggio”, non manca di corrispondenze nella politica contemporanea, soprattutto di sinistra, degli ultimi vent’anni.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Politicamente parlando, la conclusione di Chesterton è che l’imperialismo culturale abbia arrecato più danni alle relazioni internazionali pacifiche di quanto lo abbia fatto il nazionalismo più ottuso, perché il primo, ben più del secondo, vieta all’“altro” di pensare a noi in maniera speculativa e di includerci nelle sue generalizzazioni, e anzi al contrario stimola nell’“altro” un pensiero aggressivo-difensivo, che può poi sfociare in un comportamento attivo violento, e perfino in un’invasione</strong> &#8211; prospettiva che negli ultimi trent’anni, e anche negli ultimi mesi, si è dimostrata nient’affatto di scuola.</p>
<p style="text-align: justify">Questa conclusione, insieme al conservatorismo in materia religiosa, che lo portò a convertirsi al cattolicesimo (dell’episodio della conversione, e dell’influenza sull’autore di padre O’ Connor, restano tracce nei <strong><em>“Racconti di Padre Brown”</em>, apprezzati peraltro anche dall’Antonio Gramsci delle “Lettere dal Carcere”)</strong>, gli è valsa, tra i lettori superficiali, la nomea di un reazionario retrivo, nazionalista e conservatore, ma in realtà, a un’analisi attenta, si dimostra invece modernissima. L’episodio storico che spinge Chesterton a questa riflessione è, nello specifico, la questione dell’Alsazia-Lorena, territorio storicamente conteso tra Germania e Francia che G. K. Chesterton erige ad esempio di una politica di indiscriminate annessioni che ha preso piede a cavallo tra ‘800 e ‘900, e che avrebbe dovuto essere repressa in modo esemplare, sì da costituire un monito per tutti gli attori internazionali. E poco importa che l’auspicio concreto di Chesterton, ossia la pronta restituzione dei territori alla Francia (pretesa con forza da Clemenceau) si sia poi realizzato, dal momento che le grandi potenze in questione non hanno affatto colto l’occasione per imparare la lezione, e un’altra faccenda di minoranze etnico-linguistiche, quella dei Sudeti, ha acceso la miccia della II guerra mondiale.</p>
<div id="attachment_3001" style="width: 256px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/11/pbr1.jpg"><img class="wp-image-3001 size-full" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/11/pbr1.jpg" alt="pbr1" width="246" height="184" /></a><p class="wp-caption-text">Renato Rascel è Padre Brown in una delle riduzioni televisive di maggior successo.</p></div>
<p style="text-align: justify"><strong>Merita poi qualche considerazione anche quello che è un altro dei fili rossi del “Napoleone” chestertoniano, nonché una sorta di corollario della riflessione critica sull’internazionalismo “coatto” (cioè su quella che oggi chiamiamo globalizzazione),</strong> e che costituisce, negli ultimi vent’anni, un argomento di studio politicamente e poeticamente trasversale: mi riferisco alla cosiddetta<strong> “teoria delle piccole patrie”</strong>, tanto cara ad <strong>Hilaire Belloc</strong>, l’amico e collaboratore dei fratelli Chesterton a cui, non a caso, è dedicato il “Napoleone”. La tendenza alla riscoperta delle piccole comunità, culturalmente ed etnicamente organiche, di cui l’Europa dovrebbe essere (e purtroppo, almeno per ora, non è) casa comune, non è propria solo degli autori cosiddetti “comunitaristi”, ma, al contrario, a questo filone &#8211; che talora sconfina nel localismo più particolaristico, malgrado o per volontà degli stessi autori &#8211; si rifanno espressamente tanto autori di scuole neomarxiste (soprattutto quella barese), come Franco Cassano, quanto intellettuali a vario titolo “di destra”, quali Marcello Veneziani e Pietrangelo Buttafuoco, riscoprendo le radici culturali del meridione anche in chiave politica e geopolitica, ma in primis in chiave letteraria, culturale e filosofica.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Questo sentimento, non dissimile da quello dell’Europa medievale e soprattutto dell’Italia comunale, si è infatti rinfocolato dopo l’ondata di globalizzazione degli ultimi decenni, e trova un suo riconoscimento anche nell’ordinamento giuridico: nel suo risvolto “unitario”, con il principio di sussidiarietà</strong>, soprattutto verticale (codificato nella nostra Costituzione all’art. 118, oltre che nei trattati europei), <strong>e in quello “disgregante” con il rinnovarsi delle più disparate &#8211; e a volte anche disperate &#8211; pretese secessionistiche</strong>, che vorrebbero spesso elevarsi a diritti.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>In materia religiosa, Chesterton, dopo la conversione, fu certamente un cattolico rigoroso,</strong> cosa che gli è valsa, un paio d’anni fa, l’avvio dell’indagine per la causa di beatificazione, <strong>ma anche un fautore dello spirito critico</strong>: in uno dei suoi vivaci scritti polemici, intitolato <em>“La difesa dell’Occidente”</em>, <strong>sosterrà che il sentimento di costante vigilanza e battaglia contro il peccato proprio del misticismo cristiano, legato alla teoria della Caduta, è un motore di cambiamento positivo</strong> (si badi bene, non dell’immotivata esaltazione, “senza se e senza ma”, delle “magnifiche sorti e progressive” tipica degli illuministi, ma nemmeno dell’immobilismo, che C. attribuisce alle religioni orientali).</p>
<p style="text-align: justify">Inoltre, sin dagli articoli degli anni ’20 e ‘30 in cui, <strong>polemizzando con l’amico G. B. Shaw, rigetta il socialismo materialista e definisce il comunismo <em>“l’unico modello funzionante, completo e razionale, di capitalismo”</em></strong>, Chesterton rimarca così il carattere popolare e tradizionale, di elemento del Volksgeist, della religione: <em>“Possiamo facilmente rispondere al solenne interrogativo di Bucharin sull’origine della religione: “se è una favola, è certamente una favola popolare. Se non ci viene da Dio, viene senza dubbio interamente dal popolo.”</em>. Tale conclusione, che chiude l’articolo <em>“La vera accusa contro il bolscevismo”</em>, evidenzia un altro carattere tipico del Nostro, ossia l’anti-intellettualismo e la propensione per aderire e comprendere le esigenze dell’uomo comune, che Chesterton definì, addirittura, “perseguitato” dai suoi contemporanei. Può quindi ben dirsi che la prospettiva non solo politica, ma anche religiosa, culturale e antropologica dell’autore in questione è quella di un “nazionalismo internazionale” nient’affatto retrivo, bensì mediato dalle radici e dalle tradizioni popolari anche regionali e locali, piuttosto che quella di un internazionalismo “immediato”, di moda allora come ora, che miri a recidere i legami del singolo con la sua comunità e la sua appartenenza.</p>
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		<title>Gli antifa offendono la Resistenza</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2015 23:48:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il richiamo selettivo alla storia è sicuramente una costante del discorso politico, specie laddove si tratta di nobilitare o rafforzare le proprie idee, associandole ad eventi del passato, e in particolare per quanto riguarda la storia della propria comunità di popolo. È selettivo proprio perché si presuppone che sia uno sguardo critico che sceglie quali esperienze e momenti celebrare e ricordare. É ampiamente noto che l’attuale sinistra radicale italiana, unificata dal criminogeno mito dell’antifascismo militante, si richiama compulsivamente alla cosiddetta Resistenza. Ora, lasciando da parte gli altrettanto discutibili giudizi dei fascisti duri e puri, è giusto ammettere che la maggior]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>l richiamo selettivo alla storia è sicuramente una costante del discorso politico</strong>, specie laddove si tratta di nobilitare o rafforzare le proprie idee, associandole ad eventi del passato, e in particolare per quanto riguarda la storia della propria comunità di popolo. È selettivo proprio perché si presuppone che sia uno sguardo critico che sceglie quali esperienze e momenti celebrare e ricordare.</p>
<p style="text-align: justify">É ampiamente noto che l’attuale sinistra radicale italiana, unificata dal criminogeno mito dell’antifascismo militante, si richiama compulsivamente alla cosiddetta <strong>Resistenza</strong>. Ora, lasciando da parte gli altrettanto discutibili giudizi dei fascisti duri e puri, <strong>è giusto ammettere che la maggior parte dei partigiani fosse mossa da sentimenti del tutto comprensibili, tra i quali si possono individuare, a mio umile parere, tre principali motivazioni ideali.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>La prima, propria dei militari</strong>, era fondata nella <strong>fedeltà al sovrano</strong>, in quanto capo delle forze armate e rappresentante della nazione. Senza nulla togliere alla gravità del tradimento commesso da Vittorio Emanuele III con la fuga di Brindisi e l’abbandono dei soldati a se stessi, i risultati elettorali del giugno 1946, mostrano come l’idea monarchica restasse ben viva nel cuore degli Italiani.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>La seconda, ampiamente diffusa a sinistra</strong>, era il sogno di una <strong>rivoluzione socialista</strong> – <strong>sogno condiviso anche da non pochi fascisti repubblicani.</strong> Come anche questi ultimi ammettevano, fino ad allora il regime fascista, nonostante le indubbie riforme sociali progressive e il processo di nazionalizzazione delle masse, non aveva comunque scalfito la proprietà capitalista dei mezzi di produzione. Di lì a pochissimo, però, nella <strong>Conferenza di Mosca (18 ottobre – 11 novembre 1943)</strong> si stabilì di restaurare una democrazia liberale in Italia, per cui l’URSS si adoperò subito affinché Palmiro Togliatti rientrasse in Italia e accettasse di entrare a far parte del governo Badoglio II (22 aprile 1944), <strong>con la cosiddetta “Svolta di Salerno”. Insomma, la Resistenza fu “tradita” dai massimi vertici del comunismo internazionale e nazionale, poco dopo il suo inizio, con buona pace di chi ci credeva.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Infine, la terza, e più largamente condivisa</strong>, motivazione ideale consisteva nella <strong>lotta patriottica contro l’occupante tedesco</strong>, riallacciandosi anche alla retorica germanofoba risorgimentale. Qui va riconosciuto non solo che la Germania era l’alleato originario dell’Italia, meschinamente tradito e comprensibilmente inferocito per questa infamia, ma che lo stesso movimento di resistenza dipendeva in gran parte dal sostegno militare, politico ed economico degli Alleati che avevano bombardato, invaso e occupato l’Italia con gravissime distruzioni, stragi e crimini di guerra. <strong>In coerenza con la storia patria, si pretendeva di liberare il Paese con le armi di un nuovo occupante.</strong></p>
<p style="text-align: justify">D’altra parte, il trattamento riservato all’Italia occupata dall’alleato germanico era oggettivamente deprecabile, con continue prevaricazioni della sovranità della stessa RSI: dalle deportazioni di Ebrei, alle rappresaglie contro i civili, fino all’annessione d’intere province nordorientali. Gli stessi politici fascisti, a partire da Mussolini, si rendevano conto della situazione e cercavano di limitare il più possibile i danni. <strong>Insomma, piaccia o meno, la verità è che entrambe le fazioni si trovavano a dipendere da alleati che calpestavano impunemente quel medesimo suolo patrio che cercavano di difendere.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ora, a chi si richiamano gli antifa, quando parlano di “Resistenza”?</strong> Alle pagine nobili di questa storia? Ai fanti, parà, alpini, bersaglieri e artiglieri del Corpo Italiano di Liberazione, che hanno combattuto da Montelungo al Po? Ai difensori di Porta San Paolo? Alle Repubbliche partigiane sbocciate sui monti d’Italia? Al valoroso <strong>Comandante Mauri</strong> con i suoi partigiani dalla penna nera e dal fazzoletto azzurro? Ai <strong>41.000 militari internat</strong>i che non sono più tornati dai <em>lager</em> tedeschi? Ai fucilati di<strong> Cefalonia</strong>, <strong>Corfù</strong> e <strong>Coo</strong>? Ai <strong>misconosciuti eroi di Unterlüss</strong>? All’eroico medico <strong>Felice Cascione</strong>? Al <strong>Servo di Dio Salvo d’Acquisto</strong>, offertosi in olocausto?</p>
<p style="text-align: justify"><strong>No, costoro scelgono <em>apertis verbis </em>di elogiare spudoratamente le pagine più cupe e vergognose della guerra civile. Loro non lottano per amore di patria o di libertà o di giustizia, ma per odio cieco e feroce.</strong> La loro Resistenza è quella dei <strong>GAP</strong>, degli attentati terroristici per provocare le rappresaglie tedesche e seminare rancore e ostilità sulla pelle dei civili massacrati. <strong>La loro Resistenza è quella degli assassinii mirati dei conciliatori – Resega, Gentile, Borsani, Bombacci –, delle vendette non meno spietate e inumane di quelle naziste, dei mattatoi di Schio, Oderzo, Mignagola, ecc. ecc. La loro Resistenza è quella delle sevizie ai prigionieri, dell&#8217;assassinio dei sacerdoti, dello stupro delle ausiliarie, della pulizia etnica dei propri compatrioti in servitù allo straniero.</strong></p>
<p style="text-align: justify">D’altronde, se oggi il neofascismo cerca di glissare, almeno in pubblico, i propri tratti meno presentabili (razzismo, antisemitismo, ecc.), loro invece <strong>non hanno vergogna di farsi corresponsabili morali dei crimini dell’antifascismo, di volta in volta minimizzandoli, negandoli, rivendicandoli, esaltandoli o, su scala minore, imitandoli. Il fascismo, invece, di cui si riempiono la bocca, non è neanche più quello storico</strong>, <strong>ma di volta in volta, su indicazione dei loro padrini del clero intellettuale radical chic, assume volti nuovi, arrivando a includere dei perfetti antifascisti!</strong> La costante, dal 1943 ad oggi, è una: l’odio fratricida che obnubila le menti e deforma i volti di questi figli di Caino.</p>
<p style="text-align: justify">Proprio questo è il punto: la loro Resistenza è quella della Malga di Porzûs, della Missione Strassera, di Dante Castellucci e Mario Simonazzi, insomma, quella dei partigiani che ammazzano altri partigiani, “colpevoli” di anteporre la Patria all’ideologia. Paradossalmente, sono proprio loro a infangare questo fenomeno storico, mettendone in risalto gli aspetti peggiori. <strong>Sono loro, non Salvini, a offendere la Resistenza!</strong></p>
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		<title>&#8220;Signore e signori, buonanotte!&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2015 12:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Camilla Scarpa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per una buffa coincidenza, la tanto discussa, folkloristica e giustamente vituperata apparizione televisiva dei parenti di Vittorio Casamonica nel salotto di Bruno Vespa ha coinciso per me con la visione di un film satirico degli anni ’70, da cui il mio breve articolo trae il suo titolo. Per questa ragione le righe che seguiranno non cercheranno di riassumere la peraltro ben nota vicenda dei funerali, definiti “principeschi” ma più simili a una sagra di paese, né di analizzare le responsabilità del sindaco, del questore o del parroco &#8211; che peraltro ha commentato, non senza uno sprazzo di &#8216;sense of humour':]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>er una buffa coincidenza, la tanto discussa, folkloristica e giustamente vituperata apparizione televisiva dei parenti di Vittorio Casamonica nel salotto di Bruno Vespa ha coinciso per me con la visione di un film satirico degli anni ’70, da cui il mio breve articolo trae il suo titolo.</p>
<p style="text-align: justify">Per questa ragione le righe che seguiranno non cercheranno di riassumere la peraltro ben nota vicenda dei funerali, definiti “principeschi” ma più simili a una sagra di paese, né di analizzare le responsabilità del sindaco, del questore o del parroco &#8211; che peraltro ha commentato, non senza uno sprazzo di &#8216;sense of humour': <em>“Se era un criminale tanto pericoloso potevano arrestarlo da vivo. Dovevo forse arrestarlo io, da morto?”</em>.<br />
<strong>Queste righe si propongono invece di fare alcune rapide osservazioni sulla società moderna attraverso un parallelismo con gli episodi del telegiornale satirico condotto dallo speaker Paolo T. Fiume</strong>, interpretato magistralmente da<strong> Marcello Mastroianni</strong> (un predecessore del Mentana comico di Maurizio Crozza, nomen omen?).</p>
<div id="attachment_2928" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/00962903.jpg"><img class="wp-image-2928 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/00962903-300x210.jpg" alt="00962903" width="300" height="210" /></a><p class="wp-caption-text">Mastroianni con Monica Guerritore nel ruolo dell&#8217;assistente del conduttore.</p></div>
<p style="text-align: justify"><strong>L’episodio che ha attirato dapprima la mia attenzione è quello degli onorevoli Lo Bove.</strong> Nel film lo speaker cerca di intervistare quattro politici napoletani che, curiosamente, hanno tutti lo stesso cognome ma negano recisamente di essere parenti e perfino di conoscersi. Ogni tentativo di porre loro delle domande sarà però vano, dal momento che lo speaker sarà continuamente interrotto dalle missive degli spettatori, infarcite di insulti &#8211; quelli sì che si evolvono nel tempo! &#8211; nei confronti dei politici, che peraltro considereranno folcloristico e colorito essere definiti “fetentoni” e “teste di ***”, e finiranno per mangiarsi a quattro palmenti, in senso proprio e figurato, (il plastico del)la città di Napoli. Non serve certo un’arguzia particolare per notare il collegamento con le tante mafie che infestano il nostro paese, di cui quella dei Casamonica non sembra nemmeno la più minacciosa e moderna, come ha sottolineato, tra gli altri, Vittorio Sgarbi.</p>
<p style="text-align: justify">Il primo spezzone del film, dopo <strong>una bizzarra lezione di inglese un po’ osé</strong> (anche questo parametro possiamo confermare che si evolve!), ci rappresenta il surreale omicidio di un dignitario nero di fronte a un’ambasciata, perpetrato da un agente della CIA che finge nel frattempo di visitare la stanza di un modesto stabile della zona. La visita però è guidata dall’insegnante di inglese che si rivela anch’ella un’agente segreto della DIA, che elimina il collega che ormai sa troppe cose, ricordandoci che <strong>la violenza è “una lingua per tutti”</strong>. E come non ricordare, giusto per citare qualche esempio, l’omicidio di J.F. Kennedy, l’attentato alle Torri Gemelle, le extraordinary renditions perpetrate dalla CIA anche negli ultimi vent’anni?</p>
<div id="attachment_2929" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/Signoreesignoribuonanotte-Villaggio.jpg"><img class="wp-image-2929 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/Signoreesignoribuonanotte-Villaggio-300x159.jpg" alt="Signoreesignoribuonanotte-Villaggio" width="300" height="159" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Villaggio imita Carl Schmitt, ma solo nel nome e nell&#8217;aspetto.</p></div>
<p style="text-align: justify">Ancora sulla violenza è, in un certo senso, incentrato l’episodio <em>“La bomba”</em>, che raffigura <strong>un presunto attentato a una caserma della polizia, a cui segue la scoperta che la tanto temuta bomba è in realtà la sveglia di un’anziana signora</strong>. I vertici della polizia però non vogliono assolutamente ammettere il proprio ridicolo errore, perché gli eventi della giornata stanno mutando in positivo il parere dell’opinione pubblica sull’operato delle forze dell’ordine. Di conseguenza si procurano un ordigno vero, ma saltano in aria nel tentativo di installarlo nella caserma. Certamente l’episodio si riferisce alle numerose stragi di (più o meno presunta o dimostrata) matrice terroristica, rossa e nera, degli anni di piombo, ma <strong>come non andare con la mente alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo sui recenti fatti della scuola Diaz, in cui gli agenti avevano nascosto armi e materiale esplosivo per giustificare a posteriori il proprio intervento violento?</strong> E come non ripensare con orrore alla ratio che la Corte Europea sembra aver rinvenuto in questi comportamenti, proprio quella di invertire la tendenza, trasmettendo un’immagine efficiente e forte, di forze dell’ordine con il pugno di ferro?</p>
<div id="attachment_2918" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/caserma-diaz.jpg"><img class="wp-image-2918 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/caserma-diaz-300x200.jpg" alt="caserma-diaz" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Gli eventi della scuola Diaz.</p></div>
<p style="text-align: justify"><strong>E che dire del <em>&#8216;disgraziometro&#8217; </em>?</strong> L’episodio mostra una trasmissione televisiva in stile Mike Bongiorno, in cui trionfa il concorrente che racconta con maggior dovizia di particolari le proprie sfortune e sofferenze esistenziali. Difficile, anche qui, non trovare delle somiglianze con la televisione trash di <em>“Chi l’ha visto?”</em>, Barbara D’Urso et similia. La realtà ha superato di gran lunga la fantasia e la parodia.<br />
Altri due episodi, <em>“Il personaggio del giorno”</em> e <em>“Il salone delle cariatidi”</em> tratteggiano l’uno, significativamente sottotitolato “Poco per vivere, troppo per morire”, la vita di stenti di un pensionato “normale”, interpretato da uno splendido Ugo Tognazzi, l’altro <em>“l’orgia del potere”</em> degli altrettanto anziani vertici dello stato e della Chiesa alla fantomatica “inaugurazione dell’anno pregiudiziario”.</p>
<p style="text-align: center"><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='680' height='413' src='http://www.youtube.com/embed/ZfVB1ICIR-4?version=3&#038;rel=0&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=0&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0' allowfullscreen='true'></iframe></span>
<p style="text-align: justify">E se già è una conclusione inquietante da trarre, e non solo per i fautori delle “magnifiche sorti e progressive”, quella per cui la società di oggi sarebbe quasi perfettamente sovrapponibile a quella di quarant’anni fa, a questa conclusione inquietante si accompagna l’impressione che le recenti riforme della scuola, a cui ha fatto cenno (seppur en passant) Eugenio nel suo <a title="Prima di criticare la scuola di Gentile sciacquatevi… (i panni nell’Arno)" href="http://www.torquemada.eu/2015/09/14/scienzalive-contro-fusaro-prima-di-criticare-la-scuola-di-gentile-sciacquatevi-i-panni-nellarno/" target="_blank">articolo su Gentile</a>, debbano mirare ancora più in basso di quanto non sembri, per adeguarsi al “servizio pubblico” offerto dalla RAI e al suo target!</p>
<div id="attachment_2921" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/casamonica-porta-a-porta.jpg"><img class="wp-image-2921 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/casamonica-porta-a-porta-300x198.jpg" alt="Vera e Vittorino Casamonica a 'Porta a Porta'" width="300" height="198" /></a><p class="wp-caption-text">Un fotogramma della discussa puntata di &#8216;Porta a Porta&#8217;</p></div>
<p style="text-align: justify">Forse, più che Leopardi, aveva ragione <strong>Spengler</strong> quando riteneva incombente il <em>“Tramonto dell’occidente”</em>, e chissà che lo stesso titolo del film che mi ha ispirato non sia, in qualche modo, la previsione (o l’auspicio, seppur in tono semiserio) di una simile conclusione?</p>
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		<title>Prima di criticare la scuola di Gentile sciacquatevi… (i panni nell’Arno)</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2015 12:56:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Runco]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si torna tra i banchi in periodo di riforme scolastiche, con Diego Fusaro che ha lanciato da poco una provocazione al governo: “la buona scuola è quella di Giovanni Gentile”. Questo il titolo di un articolo che merita davvero di essere condiviso e sottoscritto. Fusaro ritiene la riforma scolastica del 1922/23 “discutibile finché si vuole, sì, ma pur sempre la migliore di cui questo Paese abbia beneficiato”. Sono trascorse due settimane dalla comparsa sulle colonne virtuali de “Il Fatto Quotidiano” e l’articolo ha avuto un’ampia circolazione senza che qualcuno si sentisse in dovere di prendere carta e penna ed esprimere,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>i torna tra i banchi in periodo di riforme scolastiche, con Diego Fusaro che ha lanciato da poco una provocazione al governo: <strong>“la buona scuola è quella di Giovanni Gentile”</strong>. Questo il titolo di un <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/31/la-buona-scuola-e-quella-di-giovanni-gentile/1996202/">articolo</a> che merita davvero di essere condiviso e sottoscritto. Fusaro ritiene la riforma scolastica del 1922/23 <em>“discutibile finché si vuole, sì, ma pur sempre la migliore di cui questo Paese abbia beneficiato”</em>. Sono trascorse due settimane dalla comparsa sulle colonne virtuali de “Il Fatto Quotidiano” e l’articolo ha avuto un’ampia circolazione senza che qualcuno si sentisse in dovere di prendere carta e penna ed esprimere, come capita spesso in questi casi, la propria opinione discordante. Segno che <strong>Fusaro ha saputo individuare un tema importante, e soprattutto che parlare male della scuola di Giovanni Gentile oggi è oltremodo inopportuno alla luce di quel che è stata la scuola dopo e di quel che si prospetta</strong>. Anche gli italiani del 2015, d&#8217;altronde, sanno bene quanto è difficile mettersi a discutere con chi è uscito dalla scuola pubblica di qualche decennio fa. Bisogna ponderare bene ogni parola se non si vuole correre il rischio di essere rintuzzati brutalmente e incappare in imbarazzanti figuracce.</p>
<p style="text-align: justify">A dire il vero però, <strong>c’è ancora qualcuno che non gradisce che si rivolgano elogi nostalgici al ministro Gentile</strong>, ed è così che <a href="http://www.scienzalive.it"><strong>scienzalive.it</strong></a> è intervenuta nel dibattito sulla scuola pubblica urlando dal salone mentre gli oratori si salutavano all&#8217;uscita, nella speranza di riuscire a smentire con un articolo (<a href="http://www.scienzalive.it/primopiano/no-caro-fusaro-la-buona-scuola-non-e-quella-di-gentile/">questo</a>), sia il marxista tascabile di oggi che l’imponente attualista di ieri.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Lo stile utilizzato stavolta non appartiene alla divulgazione scientifica</strong>: non è affatto pacato e suadente come quello che ci ha fatto affezionare agli Angela. <strong>Si tratta invece di un tono indignato, di quelli che vorrebbero trascinare le folle piuttosto che insegnargli qualcosa</strong>, ma nonostante l’autore trasudi disappunto da ogni parola, si rivela egualmente poco portato per la psicagogia. Il promettente scienziato è sconvolto, secondo lui addirittura l’intera società italiana sarebbe <em>“ancora nel pieno della sua terapia di riabilitazione dal trauma della riforma Gentile”</em> e Fusaro tesse le lodi dell’uomo che l’ha ideata senza rendersi conto che così sta dando un bacio al proprio aguzzino, assurgendo a sintomo di un disturbo collettivo della personalità, della <strong>“sindrome di Stoccolma”</strong> generalizzata che dilaga nel Bel Paese. Non sto esagerando, è una diagnosi che ricorre fin dall&#8217;esordio dell’articolo. Potremmo pure darla per buona se non fosse che la lunga serie di guai da cui la nostra cultura sarebbe afflitta a causa di quel sistema scolastico, mi sembra oltremodo pretestuosa. Insomma, forse sono ammalato anch&#8217;io, ma proprio non riesco ad individuare in questa disamina né il carnefice né i tormenti.</p>
<div id="attachment_2888" style="width: 264px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/gentile.jpg"><img class="wp-image-2888 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/gentile-254x300.jpg" alt="Giovanni Gentile" width="254" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Giovanni Gentile</p></div>
<p style="text-align: justify"><strong>Le colpe della riforma Gentile sarebbero molteplici, innanzi tutto non le si perdona di essere stata “la più fascista delle riforme”</strong> e dunque inevitabilmente intaccata dall&#8217;ideologia. <strong>Tuttavia queste parole sono prese molto più sul serio di quanto non faceva lo stesso Mussolini quando le ha pronunciate</strong>. Già nel marzo del 1931, appena otto anni dopo i provvedimenti sulla scuola, li ridefinirà “un errore dovuto ai tempi e alla forma mentis dell’allora ministro”, affidando il compito di una ulteriore riforma al successore di Gentile al ministero, <strong>Giuseppe Bottai</strong> (che avrebbe smembrato il ginnasio per creare la scuola media). <strong>Ma il consenso riscosso durante il ventennio può anche essere messo da parte, resta che finanche dopo la guerra, il sistema scolastico italiano, a parte qualche ritocco, è rimasto articolato sulla struttura plasmata durante il gabinetto Gentile.</strong> Se ciò è potuto accadere è stato perché perfino alcuni fra gli oppositori vittoriosi del fascismo, l’hanno considerata fin da subito non solo come <strong>qualcosa di non irrimediabilmente compromesso con il regime, ma addirittura come un’eredità di quest’ultimo di cui non c’era affatto da vergognarsi.</strong> Ed è indubbio che nessuno in seguito è stato in grado di realizzarne una alternativa.</p>
<p style="text-align: justify">Su scienzalive.it la riprensione è implacabile, come può venire in mente a qualcuno di apprezzare una riforma del genere che è stata addirittura:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right"><em>“emanata tramite vari regi decreti legislativi (sic!)”</em><br />
<em>[La parentesi è originale n.d.r.]</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: left">Una fonte normativa senz&#8217;altro disgustosa, una tara su cui non si può passare sopra! Che dire allora dello scandalo di altri atti con diciture simili che sono ancora in vigore, come il Codice Civile (Regio Decreto 16 marzo 1942 n. 262) (Orrore!), o per esempio i Regi Decreti numero 1669 e 1736 del 1933 rispettivamente noti come legge cambiaria e legge assegni (Basta per carità!).</p>
<p style="text-align: justify">I rimproveri sono appena cominciati e sono ancora più buffi e imprecisi. Gentile per scienzalive.it non era altro che un “filosofo di regime” che con la sua riforma mirava alla <em>“subordinazione della cultura scientifica ad una posizione subalterna”</em>. Quest’ultima frase presa da sola non avrebbe significato in lingua italiana, ma non spingiamoci troppo oltre. <strong>Insomma l’insegnamento scientifico a scuola sarebbe stato trascurato, addirittura perseguitato, favorendo invece gli insegnamenti cosiddetti “letterari” od “umanistici”.</strong> La qual cosa non è vera, anzi <strong>è vero il contrario: è stata proprio la riforma Gentile a mettere le materie scientifiche sullo stesso piano di quelle umanistiche nell&#8217;insegnamento scolastico.</strong> Alle materie scientifiche è stata conferita eguale dignità rispetto alle altre con l’istituzione del liceo scientifico, che prima non esisteva. <strong>Sotto il vigore della precedente legge Casati del 1859 l’istruzione scientifica era relegata nella scuola tecnica, che non dava accesso all&#8217;università.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Si esagera poi sul <strong>“liceo femminile”</strong> giacché si sostiene che le donne sarebbero state “escluse dagli altri licei”. Peccato che l’inciso mutuato dalla relativa pagina wikipedia sia del tutto falso, i nostri divulgatori avrebbero dovuto controllare la fonte. Si sarebbero accorti che questa scuola superiore, esistita solo fino al 1928, era stata pensata proprio per offrire una opzione ulteriore alle ragazze che volevano intraprendere degli studi superiori meno impegnativi di quelli degli altri licei – cui avevano liberamente accesso – ma comunque più approfonditi di quelli dell’istituto magistrale. E poi basta recuperare qualche vecchia fotografia di liceo per accorgersi che le classi erano già miste.</p>
<div id="attachment_2889" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/foto-liceo-1927.jpg"><img class="wp-image-2889 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/foto-liceo-1927-300x204.jpg" alt="foto liceo 1927" width="300" height="204" /></a><p class="wp-caption-text">Una classe mista in un liceo del 1927.</p></div>
<p style="text-align: justify">Si afferma inoltre che <em>“l’introduzione dell’insegnamento obbligatorio della religione cattolica nella scuola elementare”</em> avrebbe realizzato la <em>“cattolicizzazione forzata della popolazione”</em>! Non sarebbero state la bimillenaria predicazione della Chiesa e l’esempio dei santi a strappare la penisola al paganesimo, ma un esercito di maestrine con la gonna nera delle giovani italiane, completando l’opera in soli vent’anni, un’ora alla settimana, a suon di bacchettate!</p>
<p style="text-align: justify">Il resto è un piagnisteo infarcito di barbarismi, Giovanni Gentile e l’ora di religione ci avrebbero lasciato un considerevole disavanzo <em>“scientifico tecnologico”</em> rispetto alle altre nazioni (e inspiegabilmente si dimenticano scoperte, invenzioni ed industrie italiane, ma proseguiamo); ci avrebbero condannato ad essere <em>“l’ultimo paese occidentale senza una separazione netta tra Stato e Chiesa”</em> (e la Germania? La Spagna? L’Irlanda? E così via, per non parlare della Gran Bretagna con la sua chiesa di stato con a capo la regina); e infine ci avrebbero costretto a sopportare <em>“un’opinione pubblica vulnerabile ad ogni minaccia della pseudoscienza”</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Fusaro scrive nel suo articolo che <em>“il liceo classico ha reso possibile la superiorità culturale di intere generazioni di liceali italiani rispetto ai loro coetanei di tutto il mondo”</em>. E su scienzalive.it lanciano contro Fusaro e contro Gentile un mucchietto di quelle <strong>classifiche</strong> famose, quelle in cui la moquette viene prima dei programmi e la possibilità di andare scalzi dentro la scuola e più importante di quello che si impara. Graduatorie in cui l’Italia malgrado tutto non si piazza neanche tanto male.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il lamento poi si fa paradossale, quello che non va bene è la civiltà</strong>. Pare che sia un problema che in un paese civile come l’Italia si possa avere l’umanità di evitare le sofferenze inutili degli altri esseri viventi ponendo alcuni limiti alla <strong>sperimentazione animale</strong>; addirittura si contesta l’<strong>obiezione di coscienza</strong>, che ci hanno propugnato come grande conquista civile dell’ultimo secolo. Questo sfacelo sarebbe derivato dall&#8217;ignoranza generalizzata provocata dalla scuola pubblica, che permette che diventi ginecologo qualcuno che si rifiuta di fare a pezzi o squagliare coll&#8217;acido una creaturina nel grembo della madre, perché la considera un bambino e non un grumo di cellule. Eccoli i retaggi di un mondo primitivo e barbarico, come i “crocifissi negli ospedali e nelle scuole”, e Giovanni Gentile ha permesso che sopravvivessero.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>La riforma Gentile ha ricevuto, e spesso meritato, diverse critiche già in passato. Mi ha sorpreso molto non ritrovare quella del “nozionismo”, perché abbastanza datata e piuttosto in voga.</strong> Peccato perché non avrei avuto nulla da controbattere a questo sempreverde, <strong>la scuola dei nostri genitori e dei nostri nonni era nozionista</strong>. Non alle elementari però, dove Gramsci invece avrebbe preferito fosse stata dogmatica, ma questa è un’altra storia. <strong>Nella scuola che facciamo adesso nozionismo ce ne è troppo poco</strong>, te ne accorgi quando tutti i concorrenti di un quiz televisivo dicono che Hitler è diventato cancelliere negli anni settanta, e pochi secondi dopo aver ascoltato la risposta esatta mettono anche a Mussolini i jeans a zampa di elefante. <strong>IL nozionismo è quella cosa che serve a non spararle grosse</strong>, del tipo “la luna è una stella” o “Biella è in Toscana”. Sentirle sarà pure divertente, ma se a dirle sono i parlamentari alle Iene che li aspettano proprio per registrare le più ridicole, il fenomeno si rivela in tutta la sua dolorosa tragicità. Alla fine basterebbe imparare a memoria da piccoli un elenco di apostoli e di martiri per non dire poi da grandi che l’Italia è stata cattolicizzata forzatamente da Gentile nel ’23.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Per poco non mi sfuggiva che nell&#8217;articolo si prende a prestito anche un po’ dell’autorevolezza di <strong>Antonio Gramsci</strong>, alludendo, troppo velocemente, alla sua principale censura alla riforma Gentile: <strong>il classismo</strong>. Andrebbe fatta però molta più attenzione anche nel citarlo a vanvera Gramsci! Perché in questo caso, <strong>egli voleva metterci in guardia proprio dal rischio terribile che comporta porre in secondo piano la cultura che chiamava “disinteressata”</strong> (quella cosiddetta umanistica). <strong>Cioè quello di sfornare individui privi della “potenza fondamentale di pensare e sapersi dirigere nella vita”</strong>. Il pericolo ieri si nascondeva nella scuola tecnica, che in questo modo avrebbe allargato le distanze tra le classi sociali, già inevitabilmente rispecchiate dalle scuole differenziate (in questo sta il classismo della riforma gentile per Gramsci); e che oggi si è esteso fino a minacciare tutto quel che resta dell’istruzione pubblica.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Chiamare in causa Gramsci su questo punto equivale a riconoscere in pieno che Fusaro ha ragione</strong>, su scienzalive.it si sono contraddetti da soli, ma non credo che se ne siano accorti. Potete controllare nei <em>Quaderni del Carcere</em> se non mi credete, dopotutto anch&#8217;io non ho nessuna qualifica scientifica.</p>
<p style="text-align: justify">Tornando al tema principale, per concludere, abbiamo potuto renderci conto di come l’affermazione secondo la quale il lavoro di Giovanni Gentile al Ministero della Pubblica Istruzione si sia concretizzato in <em>“decenni di ostracismo scientifico programmato”</em> non possa essere presa sul serio.<strong> Ma</strong> <strong>va respinto espressamente anche l’ultimo degli appunti mossi alla prelodata riforma:</strong> <em>“l&#8217;apertura della dicotomia tra scienze naturali e discipline umanistiche che ancora lacera e polarizza in fazioni il nostro dibattito culturale”</em>. Per farla breve questo “equivoco intellettuale” non esiste. O meglio mi sembra che esso si possa riscontrare solo in alcuni esponenti del mondo degli studi. Spesso proprio fra quelli che questa frattura la denunciano ogni piè sospinto (parlo in generale). Io credo che la prospettiva di uno specialismo autoreferenziale sia in agguato laddove si avverte una latente frustrazione nel non padroneggiare le conoscenze che si trovano al di fuori del proprio ambito disciplinare, e di conseguenza si teme possano sfuggire anche le intuizioni olistiche a volte necessarie all&#8217;interno di quest’ultimo. Di solito però tutto questo non c’entra perché si cerca la polemica di proposito. E d&#8217;altronde leggendo qualche dubbio ogni tanto mi è venuto… Mi spiego: ad esempio l’autore fa bene a scrivere “scienze” naturali e “discipline” umanistiche, se allude ad una differenza di metodo, ma ho avuto il sospetto che qui come in altre parti si debba invece intendere un giudizio di merito, celando un certo disprezzo per le seconde. Ma della buona fede non è mai lecito dubitare.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Del resto poi non è che in questo articolo si presti molta attenzione al significato di termini ed espressioni</strong>, come quando con tono fastidiosamente saccente lo scienziato rimbecca Fusaro sulla <strong>“razionalità calcolatrice”</strong> dimostrando di aver confuso il mezzo con il fine, la razionalità strumentale con lo spirito critico, e finendo col dare ancora una volta inavvertitamente ragione all&#8217;avversario in questa contesa.</p>
<p style="text-align: justify">Che il nostro promettente scienziato non fosse anche un maestro di retorica lo avevamo capito, e tutto quello che abbiamo notato fin qui si può e bisogna perdonarlo, ma la presunzione di dare lezioni a Giovanni Gentile concludendo con una citazione sgangherata di Brecht no. Avrebbe dovuto risparmiarsela. Prima di provarci un’altra volta sarebbe meglio fare qualche altra lettura, e “sciacquare i panni in Arno”.</p>
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		<title>Ernst Jünger</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2015 16:44:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Dietro quale bandiera si stia è, in fondo, lo stesso, ma una cosa è certa: l’ultimo grigioverde o l’ultimo Poilu che fece fuoco e caricò nello scontro sulla Marna ha per il mondo un significato più grande di tutti i libri che questi letterati possono accatastare uno sull’altro.» Ernst Jünger nasce il 29 marzo 1895 a Heidelberg, primo dei sette figli di un farmacista. Da giovane, milita nei Wandervogel, i giovani scout romantici e patriottici. Due anni dopo, appena diciottenne, fugge da casa per arruolarsi nella Légion étrangère in Nord Africa, da cui evade per cercare di raggiungere l’Africa nera.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>«Dietro quale bandiera si stia è, in fondo, lo stesso, ma una cosa è certa: l’ultimo grigioverde o l’ultimo </em>Poilu<em> che fece fuoco e caricò nello scontro sulla Marna ha per il mondo un significato più grande di tutti i libri che questi letterati possono accatastare uno sull’altro.»</em></p></blockquote>
<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="E" class="cap"><span>E</span></span>rnst Jünger <strong>nasce il 29 marzo 1895 a Heidelberg, primo dei sette figli di un farmacista</strong>. Da giovane, milita nei <strong><em>Wandervogel</em></strong>, i giovani scout romantici e patriottici. Due anni dopo, appena diciottenne, fugge da casa per arruolarsi nella <em>Légion étrangère</em> in Nord Africa, da cui evade per cercare di raggiungere l’Africa nera. Rimpatriato, nel 1914, affronta anticipatamente l’esame di stato (<em>Abitur</em>), per arruolarsi come volontario al fronte nel 73° Reggimento Fucilieri “Gibraltar”.</p>
<p style="text-align: justify">Ferito a Les Eparges (aprile 1915), segue un corso da alfiere durante la convalescenza, diventando ufficiale, e passando poi a comandare i reparti d’assalto (<strong><em>Stoßtruppen</em></strong>). Nei due anni successivi combatte nella <strong>Battaglia della Somme</strong> a Guillemont e Combles (agosto 1916), nella <strong>Battaglia di Arras</strong> (aprile 1917), nella <strong>Terza Battaglia di Ypres</strong> (luglio e ottobre 1917), nella <strong>Battaglia di Cambrai</strong> (novembre 1917) e nell’<strong>Offensiva di Primavera</strong> (marzo 1918), venendo ferito in tutto quattro volte e decorato con la Croce di Ferro di Prima Classe (gennaio 1917), con il <em>Kronenorden von Hohenzollern </em>(novembre 1917) e infine con la <em>Pour le Mérite</em>, la più alta decorazione prussiana (settembre 1918), concessa solo a una dozzina di ufficiali inferiori (tra cui Rommel e Richthofen). La riceve a soli 23 anni, nonostante il parere contrario di Hindenburg, ed è stato l’ultimo sopravvissuto tra i portatori.</p>
<div id="attachment_2843" style="width: 218px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/139801-004-6FD6551D.jpg"><img class="wp-image-2843 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/139801-004-6FD6551D-208x300.jpg" alt="139801-004-6FD6551D" width="208" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il ventitreenne Jünger che indossa la &#8220;Pour le Mérite&#8221;</p></div>
<p style="text-align: justify">Nel frattempo, a partire dalla pubblicazione del  romanzo autobiografico <em>Nelle tempeste d’acciaio</em> (1920), e di altre opere (<em>La lotta come esperienza interiore</em>, <em>Il tenente Sturm</em>, <em>Boschetto 125</em>, <em>Fuoco e sangue, Il cuore avventuroso</em>), basate sulle sue esperienze al fronte, diventa un protagonista dell’ala nazional-rivoluzionaria della <strong>Rivoluzione Conservatrice</strong>. Diviene così amico intimo di grandi figure intellettuali quali il filosofo <strong>Martin Heidegger</strong>, il giurista <strong>Carl Schmitt</strong>, il nazionalbolscevico <strong>Ernst Niekisch</strong> e lo scrittore <strong>Ernst von Solomon</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Coerentemente alle sue posizioni, <strong>mantiene le distanze dal <em>Reich</em> hitleriano</strong>, il cui stile volgare e demagogico gli ripugna e i cui progetti grandiosi lo lasciano scettico. Anche se la sua casa fu perquisita dalla Gestapo e l’uscita dei suoi libri taciuta dalla stampa, <strong>per ordine del Führer in persona, che ne ammira le opere letterarie, non gli è torto un capello, neanche dopo la pubblicazione del romanzo criptostorico <em>Sulle scogliere di marmo</em>, da molti considerata una critica allegorica al regime.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nell’agosto 1939, è richiamato alle armi col grado di capitano</strong>, comandando dapprima una postazione della Linea Sigfrido, poi partecipando all’avanzata in Francia. <strong>Dal 1940 al 1944, è di stanza alla guarnigione di Parigi</strong>, come membro dello stato maggiore del comandante la piazza, il generale Stülpnagel. Oltre al lavoro d’ufficio e alle escursioni entomologiche, frequenta i salotti artistici e intellettuali di Parigi, conoscendo, tra gli altri, <strong>Céline</strong> e <strong>Picasso</strong>. <strong>Inoltre continua a essere una figura importante negli ambienti dell’opposizione militare al regime. Perciò, dopo l’attentato del 20 luglio, non risultando prove a suo carico, e viene dimesso dall’esercito con disonore.</strong></p>
<div id="attachment_2844" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Jünger-Schmitt.jpg"><img class="wp-image-2844 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Jünger-Schmitt-300x200.jpg" alt="Jünger, Schmitt" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Ernst Jünger a Parigi con Carl Schmitt</p></div>
<p style="text-align: justify">Nello stesso anno, il suo primogenito, Ernst, cadetto della <em>Kriegsmarine</em>, cade in battaglia presso Carrara, dove era in forze ad un battaglione di disciplina, stante la sua punizione per attività sovversiva. Nel 1945, è riarruolato come comandante della locale compagnia del <em>Volksturm</em>, ruolo in cui si adopera per limitare le distruzioni e le vittime presso i civili. <strong>Dopo la guerra, rifiuta di compilare il formulario per la denazificazione, e inizialmente gli è proibito di pubblicare.</strong> Per questo motivo, si sposta a Ravensburg, sul Bodensee, nella zona d’occupazione francese.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nel 1950, si trasferisce stabilmente nel villaggio di Wilflingen, in Alta Svevia,</strong> dove prende dimora nella foresteria del maniero dei Conti von Stauffenberg. Qui vive fino alla morte, continuando però a viaggiare in tutto il mondo e a dedicarsi alle sue passioni: dalla letteratura all’entomologia. <strong>Dialoga di filosofia con Schmitt e Heidegger, si occupa di esoterismo insieme ad Eliade, sperimenta l’acido lisergico con Albert Hoffmann, raggiunge l’Indonesia per rivedere la Cometa di Halley.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Il suo valore come filosofo e scrittore è presto riconosciuto anche dalla nuova Repubblica Federale Tedesca, che lo riabilita e decora. Nel 1984, in occasione del 70° anniversario della Prima Guerra Mondiale, parla al memoriale di Verdun, insieme con il cancelliere tedesco Helmut Köhl e il presidente francese socialista François Mitterrand, entrambi suoi ammiratori. <strong>Alla verde età di 101 anni si converte infine al cattolicesimo. Muore il 17 febbraio 1998 ed è sepolto nel piccolo cimitero locale, insieme ai figli e alle mogli.</strong></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/junger2.jpg"><img class="size-medium wp-image-2846 alignleft" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/junger2-300x196.jpg" alt="junger2" width="300" height="196" /></a> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/97005473.jpg"><img class="size-medium wp-image-2842 alignright" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/97005473-200x300.jpg" alt="97005473" width="200" height="300" /></a></p>
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		<title>Ahmad Shah Massoud, il Leone del Panshir</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2015 11:56:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ahmad Shah nasce il 2 settembre 1953 a Bazarak, nella Valle del Panshir, situata nella parte nordorientale dell’Afghanistan. È figlio di un Colonnello dell’Esercito Reale Afgano, di etnia tagica e religione musulmana sunnita. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Kabul, dove frequenta il Liceo francese e studia ingegneria all’Università. Nell’ambiente universitario, inizia a militare nell’Organizzazione della Gioventù Musulmana (Sazman-i Jawanan i-Musulman), a sua volta ramo studentesco della Società Islamica (Jamiat-e Islami), che si oppone all’influenza sovietica e comunista sul governo. Assume in queste circostanze il nome di battaglia di Massoud. Presto (1975), con la scissione del movimento islamista tra gli estremisti]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="A" class="cap"><span>A</span></span>hmad Shah</strong> nasce il 2 settembre 1953 a <strong>Bazarak, nella Valle del Panshir</strong>, situata nella parte nordorientale dell’<strong>Afghanistan</strong>. È figlio di un Colonnello dell’Esercito Reale Afgano, di etnia tagica e religione musulmana sunnita. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Kabul, dove frequenta il Liceo francese e studia ingegneria all’Università.</p>
<p style="text-align: justify">Nell’ambiente universitario, inizia a militare nell’<strong>Organizzazione della Gioventù Musulmana (Sazman-i Jawanan i-Musulman)</strong>, a sua volta ramo studentesco della Società Islamica <strong>(Jamiat-e Islami)</strong>, che si oppone all’influenza sovietica e comunista sul governo. Assume in queste circostanze il nome di battaglia di Massoud. Presto (1975), con la scissione del movimento islamista tra gli estremisti del <strong>Partito Islamico (Hezb-i Islami)</strong> di <strong>Gulbuddin Hekmatyar</strong> e i moderati, diventa un esponente di spicco di questi ultimi.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nel 1978, il Partito Popolare Democratico dell’Afghanistan prende il potere con un colpo di stato militare e comincia ad imporre un regime comunista e a massacrare oppositori e dissidenti.</strong> Entro un anno, ampia parte della popolazione, specie nelle regioni rurali, si rivolta in armi. Di fronte alla crisi militare – meno di metà delle forze armate resta fedele al governo –, questo chiama in soccorso l’<strong>Armata Rossa</strong>, che invade il Paese nel 1979.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/flat550x550075f_zpsc7b8b85f.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2730" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/flat550x550075f_zpsc7b8b85f-281x300.jpg" alt="flat550x550075f_zpsc7b8b85f" width="281" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il 6 luglio, Massoud insorge nel Panshir contro l’occupante sovietico.</strong> Da quel momento, conduce una forte guerriglia contro le forze del governo e quelle straniere. La sua abilità come comandante guerrigliero, ispirato a Mao Zedong ed Ernesto Guevara, e il suo sostegno da parte della popolazione locale fanno sì che diventi presto una spina nel fianco per il nemico.<strong> A causa della sua forte indipendenza, riceve però ben poco sostegno sia dalla dirigenza del proprio partito, in esilio a Peshawar, in Pakistan, sia dagli Stati Uniti che, seguendo la Dottrina Reagan, stanno finanziando i mujaheddin islamisti per indebolire l’URSS. Tuttavia, riesce a rimanere imbattuto per ben dieci anni.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>All’inizio del 1989, l’Armata Rossa si ritira dal Paese, ma il governo comunista guidato da Mohammad Najibullah continua a combattere, grazie al sostegno sovietico.</strong> Solo nel <strong>1992</strong>, dopo il collasso dell’URSS, le divisioni interne si fanno sentire e buona parte delle forze armate si unisce ai ribelli, determinando il crollo del regime. Il 24 aprile, con gli accordi di Peshawar, viene istituita la <strong>Repubblica Islamica dell’Afghanistan</strong>, con Massoud come Ministro della Difesa e <strong>Hekmatyar</strong> come Primo Ministro. Quest’ultimo però rifiuta di firmare e, sempre con il sostegno diretto del Pakistan, muove guerra al resto della coalizione vittoriosa, bombardando Kabul.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/asm1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2728" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/asm1-300x212.jpg" alt="asm1" width="300" height="212" /></a></p>
<p style="text-align: justify">A sua volta, la Repubblica Islamica è dilaniata dagli scontri tra le diverse milizie: in particolare, <strong>il Partito dell’Unità (Hezb-i Wahdat)</strong> di <strong>Abdul Ali Mazari</strong>, hazara sciita e filoiraniano,<strong> Ittihad i-Islami</strong> di <strong>Abdul Rasul Sayyaf</strong>, pashtun e wahabita filosaudita, e il <strong>Junbish-i Milli</strong> di <strong>Abdul Rashid Dostum</strong>, ex generale comunista di etnia uzbeca, sostenuto dall’Uzbekistan di Islam Karimov. Da tutte le parti, sono commessi crimini e atrocità, e persino Massoud ha difficoltà a controllare i suoi uomini, e ancor più mantenere una parvenza d’unità nel governo.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nel 1994, nel meridione a maggioranza Pashtun, esasperato dalla tirannia dei governatori provinciali e dai soprusi dei signori della guerra, prende il potere il nuovo movimento dei Taliban</strong>, che ottengono il sostegno pakistano e della <strong>“legione straniera” di mujaheddin reclutati da Osama Bin Laden</strong> negli anni ’80 per combattere i sovietici. Massoud combatte contro di loro, cercando di bloccare la loro avanzata.</p>
<p style="text-align: justify">Solo nel 1996, di fronte a questa minaccia, le varie fazioni riescono a formare un Fronte Unito (o <strong>“Alleanza del Nord”</strong>). Tuttavia, gli studenti coranici, approfittando dell’aiuto straniero e delle divisioni interne dei loro avversari, entrano in Kabul e completano man mano la conquista dei territori settentrionali. <strong>In questo frangente, Massoud resta l’unico comandante di spicco a rimanere nel Paese e a mantenere le sue posizioni, ossia la regione comprendente il natio Panshir.</strong> Al tempo stesso, continua a condurre negoziati con le varie fazioni, inclusi i talebani, per raggiungere la pace. <strong>Intanto, nell’area sotto il suo controllo, tutela i diritti delle donne e lavora per la formazione d’istituzioni progressive.</strong></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Corbis-AAEC0011001.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2729" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Corbis-AAEC0011001-300x174.jpg" alt="Ahmed Shah Massoud Firing a Rifle" width="300" height="174" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>In questo periodo è importante notare come non riceva pressoché supporto dall’amministrazione Clinton</strong>. Solo India, Russia, Iran e Tagikistan forniscono qualche limitato aiuto, finché, nel 2001, con la Presidenza Bush, gli Stati Uniti tornano ad interessarsi all’Afghanistan. <strong>Nello stesso anno, di fronte al Parlamento Europeo, denuncia il sostegno di Pakistan e Arabia Saudita al regime talebano, oltre che al terrorismo islamista di stampo salafita e wahabita</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, il 9 settembre, poco prima dell’attentato alle Twin Towers, viene avvicinato con il pretesto di un’intervista e assassinato con una bomba da due terroristi islamisti</strong>, inviati plausibilmente da Al-Qaeda o dai servizi pakistani. Solo nei mesi successivi, grazie all’invasione statunitense, l’Alleanza del Nord prende il controllo del Paese e instaura un nuovo regime, il quale proclama Massoud Eroe Nazionale. I suoi fratelli partecipano ai nuovi governi di coalizione, ma il vuoto politico lasciato dal Leone del Panshir continua ad essere avvertito nel contesto di un Afghanistan instabile, militarmente occupato e lacerato dalle lotte intestine.</p>
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		<title>Sul Feroce Saracino di Pietrangelo Buttafuoco</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2015 07:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea G. G. Parasiliti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci fu un tempo in cui, non curante dei controlli degli aereoporti, un cavaliere italiano che poi era un Leporello, una maschera italiota, fottendosene della drammatica scorreggia di stato, su un aereo, divenne turco e napoletano. Ed era Silvio Berlusconi che si arrestò (l’unica possibilità di vederlo arrestato) di fronte a una bella ragazza su un volo civile. La giovane leggeva intensamente un libro d’amore, e chiesto ragguaglio dal Cavaliere sul contenuto del volume, ella gli decantò il romanticismo partenopeo e l’araba impressione virile. E fu così che, per corteggiarla, le si presentò nei panni di Muhammed Esposito. Come Totò,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5490" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5491"><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>i fu un tempo in cui, non curante dei controlli degli aereoporti, un cavaliere italiano che poi era un Leporello, una maschera italiota, fottendosene della drammatica scorreggia di stato, su un aereo, divenne turco e napoletano. Ed era Silvio Berlusconi che si arrestò (l’unica possibilità di vederlo arrestato) di fronte a una bella ragazza su un volo civile. La giovane leggeva intensamente un libro d’amore, e chiesto ragguaglio dal Cavaliere sul contenuto del volume, ella gli decantò il romanticismo partenopeo e l’araba impressione virile. E fu così che, per corteggiarla, le si presentò nei panni di Muhammed Esposito. Come Totò, certamente, ma senza le forbici sul Fez, anzì con la scimitarra nelle mutande. </span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5498" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5499">Ma i tempi sono cambiati, agli occhi di chi non vede nell’Esteriore l’Interiore, e rimane ubriacato dalla Molteplicità. Ché i tempi non cambiano. A cambiare, semmai, è il Tempo.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5501" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5502">Con <em>il Feroce Saracino, La guerra dell’Islam</em>, Pietrangelo Buttafuoco, che è Giafar al-Siqilli (il Signore si compiaccia di lui), non ha scritto un testo, poi pubblicato da Bompiani a inizio aprile, ma ha seminato. Ed è tutto una semina dell’Ora Ultima, come d’altra parte, lui stesso avverte citando l’hadit del Profeta (su di lui la Pace), apposta come faro e dedica allo stesso tempo, in apertura del volume.</span></p>
<blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5505" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5504">“Se giunge l’Ora e qualcuno ha in mano un seme con l’intenzione di piantarlo, lo faccia”.</span></em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5507" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5508">Ed è il tempo di Sade, il nostro tempo. L&#8217;Età Oscura, quella in cui c&#8217;è come un impegno di scienza ad architettare la blasfemia. Il tempo in cui &#8220;Achille che umilia il corpo di Ettore trascinandone le spoglie sotto la città di Ilio compie quasi un atto di pietà&#8221; rispetto a ciò che succede, nel nostro tempo. E il sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che si vorrebbe fare erede di Abu Bakr, il primo dei califfi ben guidati, altro non è che un bestemmiatore della clemenza e della misericordia, che sono i primi due attributi di Allah e che troviamo nella prima Sura del Sacro Corano, nell&#8217;al- Fātiḥa, l&#8217;Aprente.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5510" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5511">Ora capitò che, aprendosi la porta di un ascensore, un giovane trovò un maestro. Lo Shaykh ‘Abd al-Wāhid Pallavicini, servo dell&#8217;Uno. Il giovane accompagnò, non conoscendolo, l&#8217;anziano in stampelle fino al suo posto, all&#8217;interno di una sala conferenze, nella quale, l&#8217;ospite, assieme a un monsignore e al rabbino di Milano, avrebbe parlato di Abramo, padre comune. Alla fine dell&#8217;incontro, lo Shaykh, si avvicinò, non senza difficoltà, al ragazzo e gli regalò un libro: A Sufi Master&#8217;s Message, In memoriam René Guénon. Il giovane capì.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5513" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5514">E in quel libro, scritto da questo barbuto signore, che divenne musulmano il 7 gennaio del 1951, mentre al Cairo si spegneva lo Shaykh Abd al-Wāhid Yahyā, conosciuto più semplicemente col nome di Guénon, per l&#8217;appunto, vi è scritto:</span></p>
<blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5517" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5516">«Per coloro che hanno familiarità con l&#8217;opera degli autori tradizionalisti o perennialisti &#8211; e principalmente con il filosofo francese René Guénon, [&#8230;] la prognosi è che viviamo alla fine di un ciclo temporale conosciuto come Kali Yuga o Età Oscura. Questa diagnosi, spesso contestualizzata nel primordiale ed eterno codice di condotta manifestato allo scaturire di questo ciclo temporale &#8211; il Sanatana Dharma della Tradizione Indù, culmina nella sua espressione equivalente al-Hikmat al-Khalidah o Din al-Qayyimah all&#8217;interno della Tradizione Islamica, l&#8217;ultima tradizione sapienziale rivelata di questo ciclo».</span></em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5520" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5519"><em>Il Feroce Saracino</em>, certo, nella sua forma esteriore è libro. E come tale ne parliamo. Irresponsabile è l’autore, afferma qualche giorno dopo, l’Elefantino, in un articolo dal titolo <em>Giafar, il Sottomesso</em>. E lo affermò con i più buoni propositi, forse spinto dall’insegnamento del maestro Ibn al Arabī, il quale nel secolo XIII dell’era volgare, nel suo <em>Libro dell’Estinzione nella Contemplazione</em>, scriveva che <em>«[&#8230;] quando ci si ritrova un libro che tratta di una scienza che si ignora e di cui non si è percorso il cammino, è opportuno non aprirlo, riconsegnandolo nelle mani di coloro che sanno, senza sentirsi tenuti a credere o non credere al suo contenuto, o persino a parlarne».</em> Ma il rischio intravisto da Ferrara è presto scongiurato, giacché più volterrianamente possiamo affermare che si possa scrivere di tutto tanto il popolo non legge&#8230; Ché se per sei giorni lavora (chi il lavoro ce l’ha) il settimo lo passa all’osteria. Chi il lavoro non ce l’ha, all&#8217;osteria ci passa tutta la settimana.</span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: center"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5519"> <img class="alignnone size-medium wp-image-2720" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Il-feroce-saracino-201x300.png" alt="Il feroce saracino" width="201" height="300" /></span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5522" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5523">Anzi, nei nostri giorni, vi è qualcosa di più tragico e goffo&#8230; I lettori, (li vogliamo chiamare ancora così? o forse sarebbe meglio dire i commentatori di oggi), quelli dei giornali 2.0, si inscrivono perfettamente dentro il paradigma disegnato da Geert Lovink, il design dell’interazione nei blog e nei social network, secondo il quale <em>«nella nostra era dell’autorappresentazione, spesso i commenti non hanno un legame diretto con il testo e l’opera d’arte in questione. L’atto di rispondere non cerca il dialogo con l’autore [&#8230;] Con un misto di espressioni gergali, slogan tipo inserzioni pubblicitarie e giudizi incompiuti, gli utenti mettono insieme frasi e battute ascoltate o lette in giro. Chiacchiericcio non è il termine giusto. Quel che prende forma è il disperato tentativo di essere ascoltati, di avere un impatto e di lasciare un segno».</em></span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">E dimostrazione eloquente di ciò, sono quei chiosatori, interpreti e postillatori, che attaccarono il Feroce Saracino sul Foglio, pur ammettendo di non averlo mai letto.</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5531" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5530">Certo, qualcuno potrebbe ricordarci di Nanà, di Leonardo Sciascia, il quale parlando del pittore del Diavolo con gli Occhiali di Todo Modo, avvertiva bene che di uno che si chiama Buttafuoco non bisogna fidarsi mai, che lo stesso nome è impostura per definizione, dai tempi di Andreuccio da Perugia. Ma noi non diamo credito a Buttafuoco, ci mancherebbe, ma a Giafar, il siciliano.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5528" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5527">E Giafar è memore, come chi scrive, della geografia di al-Idrisi, ché passeggiavamo assieme, un tempo, in quel granaio divenuto giardino d’agrumi ornamentali, ed è forse anche lui convinto, contrariamente a Nanà, che il Padreterno non ci avesse voluto fregare facendoci nascere sull’Isola. Ma forse, quello che scrisse Sciascia in <em>Nero su nero</em>, valeva l’altrieri, non oggi, ché se un siciliano si riappropria della propria essenza è bello e pronto per vivere nel Caos del mondo contemporaneo, nel post moderno, nel villaggio globale, e trova le coordinate spazio-temporali assai più facilmente del Duca d’Auge di Queneau, il quale, mischino, si svegliava al mattino e, se non si metteva in cima al suo torrione, non sapeva in che secolo fosse. Poiché, in fondo, la nostra Siqilliyya, villaggio globale lo è sempre stato. E Giufà, minchione com’è, ne è testimonianza, che ce lo ritroviamo pure in Turchia e nei Balcani. </span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5525" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5524">E quindi la Sicilia come teatro galleggiante, e come metafora del mondo, è sempre viva e continua, inconsapevolmente, a rappresentarsi. Perché il teatro, direbbe Carmelo Bene, non sa che cos’è il teatro. E forse questo ha concorso, più volte, nel far scrivere il nostro Giafar al modo del Teatro dei Pupi, oggi come ieri, dalle Uova del Drago alla Buttanissima Sicilia. </span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">Quando scrive Giafar, è più dolce dello zucchero e più amaro del fiele, e sarà forse l’ascendenza Sufi a dare alla sua persona, e alla sua scrittura questo connotato. Potremmo ricordare infatti quello che scriveva Al-Arabī ad-Darqāwī, del suo maestro ’Alì al-Jamal:</p>
<blockquote>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em>«Era a un tempo sconfinato e angusto, dolce e rude, forte e debole, ricco e povero; era un oceano senza sponde».</em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5538" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">E Giafar, il mare e l’oceano li conosce bene, che si è fatto erede di quel messinese che si fece turco, quello del Lupo e la luna, uno dei pochissimi esempi di uomini di mare siciliani ricordati da Sciascia, nel suo <em>Rapporto sulle coste dell’Isola</em>. Mentre i siciliani, e pian piano, anche gli italioti e via via l’Occidente tutto, ché anche l’acqua come le palme va sempre salendo, quando si trovano di fronte al mare, non vedono il mare eterno, colore del vino e del sangue, ma la sabbia. E non è quella del deserto, popolato dai demoni, ma quella dei castelli dei fanciulli, nella quale nascondere la testa.</p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: center">
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		<title>Miseria e infamia dell&#8217;antifascismo militante</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2015 15:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’incendio, a Milano, di una sede di Forza Nuova e della storica libreria Ritter rappresenta la degna celebrazione di settant’anni di quella branca del crimine organizzato, che si autodefinisce “antifascismo militante”. Se la mafia era stata definita da Peppino Impastato “una montagna di merda”, tale epiteto risulta però fin troppo lusinghiero per gli antifa, dal momento che lo sterco è notoriamente un ottimo fertilizzante, mentre il loro odio è del tutto sterile. Specifichiamo: sarebbe ingiusto attribuire quest’etichetta infamante a coloro che coraggiosamente si opposero per davvero al regime fascista, pagandone il prezzo in prima persona; ad esempio, quei 12 accademici]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>’incendio, a Milano, di una sede di Forza Nuova e della storica<strong> libreria Ritter</strong> rappresenta la degna celebrazione di settant’anni di quella branca del crimine organizzato, che si autodefinisce “antifascismo militante”. Se la mafia era stata definita da Peppino Impastato “una montagna di merda”, tale epiteto risulta però fin troppo lusinghiero per gli antifa, dal momento che lo sterco è notoriamente un ottimo fertilizzante, mentre il loro odio è del tutto sterile.</p>
<p style="text-align: justify">Specifichiamo:<strong> sarebbe ingiusto attribuire quest’etichetta infamante a coloro che coraggiosamente si opposero per davvero al regime fascista, pagandone il prezzo in prima persona</strong>; ad esempio, quei 12 accademici su 1200 che rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà; o quei pochi che vi si opposero fin dall’inizio, come Matteotti, Gramsci, i fratelli Rosselli, ecc.<strong> Già è discutibile la posizione di quei tanti, invece, che lo accettarono fintanto che esso ebbe il mandato del Re, e diventarono antifascisti solo dopo l’8 settembre</strong>, in occasione dell’occupazione tedesca. Sia come sia, essi combatterono il fascismo, fintanto che esso viveva.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Criminali sono invece coloro che da settant’anni si ostinano, al di fuori di ogni legalità, ad inveire contro un nemico già vinto e destituito</strong>. Costoro si fanno scudo della Costituzione, ma mostrano di non conoscerla affatto. <strong>In nessun luogo della carta costituzionale compare, infatti, la parola “antifascismo”</strong>; solo nelle disposizioni finali e transitorie, si escludono temporaneamente gli ex-fascisti dalle cariche pubbliche e si proibisce la ricostituzione del disciolto partito fascista. Poi, è vero, dato che il fascismo pareva non aver lasciato un ricordo così cattivo in tutti gli italiani e continuava ad avere un seguito politico rilevante, s’introdussero ulteriori leggi a limitazione della libertà di espressione, come la Scelba e la Mancino.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, le leggi della Repubblica Italiana sanciscono anche che la legalità è tutelata dalla magistratura e dalle Forze dell’Ordine, non da bande d’incendiari, picchiatori e assassini, che sporcano la bandiera rossa di cui si ammantano. Se un movimento o un partito neofascista, comunque si chiami, è legalmente registrato e si presenta regolarmente alle elezioni, non c’è nulla che abbiano diritto di fare per impedirne l’attività, salvo il ricorso a vie legali. Non parliamo poi di semplici associazioni culturali o esercizi commerciali. Tuttavia, per questa feccia il crimine e l’ingiustizia paiono essere una seconda natura.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Qui nessuno vuole negare i crimini e gli errori commessi dai regimi fascisti, al pari però di ogni altra forma di governo o ideologia, ma questi non autorizzano né legalmente né tanto meno moralmente a commettere altri crimini in risposta. Eppure, la storia dell’antifascismo militante è costellata d’infamie e orrori di ogni genere, fin dai suoi inizi, e non di rado commessi anche contro l’opinione o le persone degli altri antifascisti!</strong> Ad esempio, in Venezia Giulia i partigiani comunisti uscirono dal CLN, e assassinarono quei patrioti italiani antifascisti sì, ma che non volevano barattare l’occupazione tedesca con quella jugoslava, non meno feroce. Non è certo un caso che monarchici, cattolici, azionisti, repubblicani, ecc. uscirono quasi subito dall’<strong>ANPI</strong>, per fondare le proprie associazioni di reduci, non condividendone la faziosità.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ora, sarebbe troppo banale scadere nell’anticomunismo, il quale ha oggi senso tanto quanto l’antifascismo, ossia nessuno. Anche perché questi delinquenti con la dottrina di Marx e Lenin non hanno nulla a che fare</strong>. Esattamente come lo sono in Italia, anche in qualsiasi regime socialista reale, sarebbero elementi antisociali e anarcoidi, con la differenza importante che nei suddetti regimi, bontà loro, le loro canagliate frutterebbero qualche annetto di lavori socialmente utili, d’indubbio impatto educativo. Negli stessi Paesi, tra l’altro, gli ex-fascisti che rispettavano le leggi dello Stato erano pienamente integrati nel sistema socialista – esemplare è il caso della<strong> NDPD</strong> nella Repubblica Democratica Tedesca. <strong>D’altronde, la rivendicazione ideologica principale dei cessi sociali è un reddito gratuito per chiunque, cittadino o meno, totalmente svincolato dal lavoro. È difficile immaginare una proposta più smaccatamente individualista e antisocialista</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, mentre nelle nostre città continuano a comparire filiali bancarie, supermercati stranieri che fagocitano il piccolo commercio, compro-oro e sale giochi dove si ricicla denaro sporco, costoro non alzano neanche la voce per denunciare questo scempio. È però sufficiente che un’associazione neofascista o semplicemente di destra, annunci un evento culturale, come una conferenza, ed ecco che costoro ululano come gli sciacalli che sono, perché le autorità – quelle che disprezzano ogni giorno – proibiscano l’evento ed essi stessi si mobilitano, cercando l’aggressione e lo scontro, ma sempre rigorosamente in netta superiorità numerica. Le rare volte che i tutori dell’ordine si ricordano di accarezzare loro doverosamente la schiena, subito si lamentano a gran voce, scandalizzati che dopo aver predicato lotta e violenza contro il sistema, qualcuno li prenda un attimo sul serio.</p>
<p style="text-align: justify">Non hanno tutti i torti, del resto, dato che<strong> le loro “lotte” sono del tutto congenite al sistema liberalcapitalista che a parole osteggiano</strong>. Esattamente come i trogloditi che, dall’altro lato, scaricano le loro frustrazioni sul bracciante africano o sull’ambulante arabo, invece di colpire i veri responsabili dell’immigrazione di massa, anche questi subumani inveiscono contro il “fascista”, con gli applausi di tutti i poteri forti. Del resto, chi paga i musicanti decide la musica; e chi sovvenziona costoro pagando le bollette dei centri sociali occupati e stipendiando le attività culturali, se non le giunte di centrosinistra targate SEL o PD, partiti che con il peggior imperialismo e liberal-capitalismo ci hanno sempre marciato d’amore e d’accordo, ben più degli stessi neofascisti! Peraltro, un’analisi di classe non mancherebbe di identificare il retroterra alto e medioborghese, di questi emuli in sedicesima del bombarolo miliardario Giangiacomo Feltrinelli.</p>
<p style="text-align: justify">E così, “fascista” è il cattolico che timidamente osa difendere la famiglia naturale, “fascista” è il proletario che si oppone alla costruzione di un centro d’accoglienza in una zona già disagiata, “fascista” è l’antimperialista che manifesta solidarietà per la Siria o la Nuova Russia. <strong>Del resto, con la presenza fascista ridotta ai minimi termini, bisogna inventarne di nuovi</strong>. Questo è esattamente quello che il filosofo comunista Costanzo Preve condannava, definendolo “antifascismo in assenza di fascismo”. Del resto, il teorico marxista Amadeo Bordiga, già nel ’45, sosteneva chiaramente che l’antifascismo non era diventato che un pretesto per legare i comunisti ai partiti borghesi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: al Job Act di Renzi, si risponde aggredendo gli sparuti fautori del corporativismo, ovvero si preferisce lottare contro chi sostiene velleitariamente un’economia sociale di mercato, ignorando chi implementa realmente il neoliberismo.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, la psicopatologia dell’antifascismo militante non si esaurisce semplicemente nella criminosità, nella stupidità e nel servilismo<strong>. Se, infatti, dovessimo trovare una cifra alle loro azioni, questa sarebbe l’odio, cieco e bestiale</strong>. Così, durante la resistenza all’occupazione tedesca, loro mito fondante, operarono scientificamente per provocare le rappresaglie dell’occupante contro la popolazione inerme, che pagò per le loro colpe, in modo da suscitare e diffondere odio, sulla pelle degli altri. Non a caso, in quel frangente, assassinarono tutti quegli esponenti fascisti, i quali si ostinavano a cercare, in quei difficili momenti, la conciliazione tra Italiani, senza risparmiare un invalido di guerra come Carlo Borsani né un grande filosofo come Giovanni Gentile.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, <strong>la loro azione si concentrò non tanto contro lo straniero, ma soprattutto contro gli altri italiani</strong>. Nonostante le loro pretese, la storia mostra che le forze tedesche in Italia furono sconfitte dagli Alleati e che cedettero solo alla fine, quando ormai la Germania era già invasa. Ben altra fu la consistenza di movimenti di resistenza autentici, come in Polonia, Jugoslavia, Francia. Qui invece<strong> le file partigiane lievitarono solo a guerra finita, quando non restava altro che saltare sul carro del vincitore e massacrare nei modi più orribili i fascisti (o presunti tali)</strong>. Senza stare a fare i ragionieri della morte (come di moda), queste atrocità travalicano ampiamente i misfatti compiuti in Italia dal fascismo, tra il 1922 e il 1943. <strong>Paradossalmente, in Libia ed Etiopia, dove il colonialismo fascista ebbe colpe ben più gravi, i governanti indigeni, come Haile Selassie, tutelarono le vite e le proprietà dei coloni italiani, chiedendo invece la consegna dei veri colpevoli</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nondimeno, alla civiltà africana, corrispose la barbarie europea: ossia il peculiare senso di giustizia antifascista</strong>. Mentre migliaia di coscritti, camicie nere, ausiliarie, podestà ed altri piccoli gerarchi erano barbaramente trucidati, i veri criminali di guerra fascisti, come Roatta e Graziani, se la cavarono con pene perlopiù simboliche, senza mai vedere un tribunale straniero. Persino gli ufficiali tedeschi responsabili delle rappresaglie e delle stragi non furono inquisiti che decenni dopo i fatti. Nel dopoguerra, mentre ragazze innocenti erano stuprate e assassinate, il capo dell’OVRA diventava prefetto. Questa è la giustizia antifascista che queste iene hanno lo stomaco di esaltare, minacciando chiunque osi rinfacciare i loro crimini, a settant’anni di distanza.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Orbene, ammettiamo anche che queste gesta fossero dovute all’eccitazione violenta della guerra civile. Perché, allora, lo stesso odio bestiale si è ripresentato più volte nel corso della Prima Repubblica?</strong> Dal linciaggio di Vittorio Ferri, al rogo di Primavalle, all’assassinio di Sergio Ramelli, fino alla mattanza di Acca Larenzia, questo è stato l’antifascismo militante: massacrare dei ragazzi, quasi sempre di estrazione popolare, mentre gli Almirante e i Rauti, che in teoria avrebbero dovuto essere i veri bersagli di un presunto antifascismo, sono morti serenamente nei loro letti.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Particolarmente odioso è poi il fatto che questa feccia abbia ora distrutto una libreria, ma ciò non fa altro che confermarne la bestialità. Non vi è in essi la minima volontà o capacità non dico di comprendere l’avversario, ma neanche di combattere le sue idee con le proprie.</strong> E quando si parla di cultura fascista, si parla non già di dozzinali libelli di propaganda, ma di colossi come Heidegger, Schmitt, Gentile, Pound, etc. <strong>L’antifascismo militante sprofonda ad uno stadio di barbarie e nichilismo intellettuale, che nulla ha da invidiare a gruppi fondamentalisti come lo Stato Islamico dell&#8217;Iraq e del Levante</strong>. Quelli distruggono le antiche rovine assire, questi imbrattano i monumenti ai caduti. <strong>Ieri accanirsi sui vinti e sui deboli, oggi bruciare una libreria: è quasi ironico osservare come non si facciano alcuno scrupolo di commettere in prima persona le barbarie imputate (talvolta a ragione) al fascismo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Quest’osservazione presume però che questi subumani abbiano una morale equanime, secondo cui ogni atto possa essere giudicato in sé. Non è così, <strong>per costoro il fine giustifica i mezzi, e la stessa azione può essere positiva o negativa a seconda di chi la commette</strong>. È un manicheismo politico che serpeggia ampiamente in tutta la storia politica moderna, a partire dalla Rivoluzione Francese, nel corso della quale i paladini della libertà e dei diritti invocavano lo sterminio dei contadini che si opponevano al nuovo sistema politico. Le sue radici tuttavia affondano già nella peculiare “tolleranza” liberale di Locke, esplicitamente negata a cattolici e atei. L’uso di due pesi e due misure e la disumanizzazione dell’avversario politico diventano quindi mezzo di lotta e prassi di vita, fino ad arrivare ad oggi e vedere gli antifa pretendere di negare le libertà, costituzionalmente garantite, a chiunque non vada loro a genio: si tratti di forzanovisti, leghisti, sentinelle in piedi, ecc. ecc.<br />
Non si tratta qui di negare il conflitto sociale, che è una realtà di fatto, bensì di chiarire che la lotta va condotta senza odio per l’avversario, senza negarne l’umanità. Vittorio Arrigoni, di cui gli antifa si vanno riempiendo la bocca, e che a differenza loro ha dato generosamente la vita per la causa palestinese, diceva “Restiamo umani”. Gli antifascisti militanti, invece, insistono per comportarsi come cani rabbiosi, ed è inevitabile che prima o poi vengano trattati come tali, e allontanati a calci dalla comunità.</p>
<p style="text-align: justify">Purtroppo, c’è poca speranza che i colpevoli di questi crimini siano puniti, vista la connivenza e le coperture di cui godono a livello istituzionale, e financo nelle più alte cariche dello Stato, come la Presidenza della Camera, si avalla questa mentalità patologica che smentisce alla radice ogni discorso sulla tolleranza. Impuniti erano in passato e impuniti rimangono ora. Almeno questo conferma senza ombra di dubbio, che costoro altro non sono che i figli bastardi del sistema liberal-capitalista che sostengono di combattere e che proprio costoro (e non certo i neofascisti vessati e perseguitati da ogni Stato “democratico”) costituiscono la guardia “bianca” del Capitale. Non lo dimenticheremo.</p>
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		<title>L&#8217;infamia di Reagan</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2015 17:42:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, Ronald Reagan si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità. Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! D’altronde, questa è gente]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: left"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span> Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, <strong>Ronald Reagan</strong> si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità.</p>
<p style="text-align: justify">Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! <strong>D’altronde, questa è gente che, dopo 124 anni di encicliche sociali in cui i Pontefici spiegano il contrario, ancora si ostina a credere che il liberismo (o, peggio ancora, il neoliberismo!) sia compatibile con la fede cattolica.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Come anticipato, <strong>delle colpe di Reagan ci sarebbe molto da narrare,</strong> come pure dei presunti meriti. Primo fra tutti, quello di aver combattuto l’aborto. In realtà, tante belle parole ma, dati alla mano, ci risulta che il tasso percentuale di aborti negli Stati Uniti non è mai stato così alto come durante il suo mandato. Del resto, se si fa macelleria sociale…</p>
<p style="text-align: justify">Parliamo pur sempre, del resto, di <strong>un attore prestato alla politica che riteneva che la cura per un Paese segnato dalle gravi ingiustizie sociali, frutto del liberismo, fosse applicare maggiore liberismo.</strong> Anche se – a dirla tutta – è quanto meno discutibile togliere i soldi ai contribuenti per commissionare alle grandi industrie belliche un riarmo generale, con tanto di fantasmagorici scudi spaziali di dubbia utilità – a maggior ragione quando si è già la principale potenza mondiale, con un rilevante distacco sulla seconda, quanto a produzione economica, ricerca tecnologica, consenso diplomatico, proiezione aeronavale e posizionamento strategico. Non ho grande dimestichezza con l’opera di <strong>Hayek</strong>, ma dubito fortemente che approvasse un simile e ingiustificato aumento della spesa pubblica.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Che poi questo dispiegamento di forze sia servito davvero a vincere la Guerra Fredda, è tutto da vedere</strong>. Molti studiosi pensano piuttosto che il crollo del blocco sovietico abbia avuto cause endogene (cfr. Strobe Talbott), in particolare con l’affermazione di Gorbaciov (cfr. Robert G. Kaiser), o che addirittura l’atteggiamento di Reagan abbia ritardato questo processo (cfr. Charles W. Kegley). Altri ancora osservano che dal 1984 l’approccio fu invece molto più conciliante (cfr. Beth A. Fischer). In ogni caso, persino i suoi stessi consiglieri (es. Robert McFarlane e Jack Matlock) hanno in seguito ammesso che l’intenzione reale non era portare l’Impero del Male al collasso, ma piuttosto migliorare le relazioni tra le superpotenze, partendo da una posizione di forza. Ma ora non pretendiamo che i liberisti abbiano studiato la storia, e men che meno quella delle relazioni internazionali!</p>
<p style="text-align: justify">Ad ogni modo, <strong>fatto sta che il guitto della Casa Bianca ha lanciato negli anni ’80 una serie di offensive in tutto il mondo per rilanciare l’egemonia statunitense</strong>.<strong> I suoi alleati</strong> in questa <strong>“ultima crociata contro il bolscevismo”</strong>, da parte loro, erano ancora più imbarazzanti di lui. Passi <strong>Saddam</strong> sguinzagliato contro Khomeini, con tanto di gas, mine e oltre un milione di morti; passi pure <strong>il Sudafrica bianco</strong> deciso a mantenere il dominio razziale sui popoli dell’Africa meridionale… ma della creazione di <strong>Al-Qaeda</strong>, <strong>col compagno di merende Osama Bin Laden</strong>, e quindi del <strong>jihadismo islamico</strong> come lo conosciamo oggi, retrospettivamente, avremmo fatto volentieri a meno.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, l’apice di queste eroiche gesta, su cui voglio sollevare l’attenzione, è stato compiuto proprio nel cortile di casa. Parliamo dunque dell’<strong>intervento reaganiano in America Centrale</strong>, riassunto magistralmente da un saggio dello storico J<strong>ohn A. Coatsworth, contenuto nella “Cambridge History of Cold War”</strong> (che non è proprio “Il Manifesto”).</p>
<p style="text-align: justify">Ora, gli interventi statunitensi in America Latina non sono mai stati una novità. <strong>Solo durante la Guerra Fredda, sono stati rovesciati ventiquattro governi, perlopiù democraticamente eletti</strong> – dei quali <strong>quattro per intervento militare diretto</strong>, <strong>tre attraverso la CIA</strong>, e <strong>i restanti golpe sono stati subappaltati alle forze militari locali</strong>, i cui quadri erano spesso e volentieri addestrati dagli stessi USA, per difendere il mondo libero dalle dittature fasciste prima, e comuniste poi (quando si dice l’eterogenesi dei fini…). Come risultato,<strong> nel 1977, solo Costa Rica e Venezuela erano Paesi stabili con governi liberamente eletti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">A questo punto, il democratico Carter, sulla scia di Kennedy, cominciava a chiedersi se non fosse il caso di contrastare il comunismo, promuovendo democrazia e giustizia sociale, ossia alleviando quelle condizioni di estrema oppressione e miseria che spingevano i popoli del Continente nelle braccia del socialismo rivoluzionario. Inutile dire che le élite locali, pur di non perdere i propri privilegi, non erano molto inclini ad usare altri metodi di pacificazione sociale, oltre alla tortura e agli squadroni della morte… ma qualche progresso era stato fatto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il repubblicano Reagan era intervenuto però a gamba tesa fin dalla campagna elettorale, accusando Carter di debolezza e promettendo di usare il pugno di ferro contro la minaccia comunista</strong>. In particolare, nel 1979, i <strong>rivoluzionari sandinisti del Nicaragua</strong> avevano finalmente abbattuto la pluridecennale dittatura della famiglia <strong>Somoza</strong>, e la guerriglia si era estesa nei vicini <strong>El Salvador</strong> e <strong>Guatemala</strong>. Fortunatamente, il prode “crociato della libertà” era pronto a ricacciare i comunisti all’inferno.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2353" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch-300x200.jpg" alt="Reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Peccato che la minaccia comunista in America Latina non esistesse se non nella propaganda reaganiana</strong>. I movimenti rivoluzionari della regione consistevano in <strong>fronti di liberazione nazionale, dove convivevano varie correnti ideologiche</strong>, dai comunisti ai nazionalisti ai cristiano-sociali. <strong>L’URSS</strong> era troppo lontana e impegnata per intervenire e <strong>aveva sempre guardato di cattivo occhio il sostegno cubano ad altri movimenti rivoluzionari</strong> in quella che era tacitamente considerata dal Cremlino come riserva statunitense.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Lo stesso Nicaragua sandinista</strong> non solo ricevette aiuti sovietici e cubani in misura minore rispetto a quelli provenienti da altri Paesi europei e americani, ma soprattutto <strong>non implementò mai una politica comunista d’imposizione di un Partito unico e collettivizzazione dei mezzi di produzione</strong>, e tantomeno abbandonò l’Organizzazione degli Stati Americani. A margine, è anche interessante osservare come questo piccolo Stato vanti tuttora le leggi più restrittive al mondo in materia d’aborto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quello che invece era fin troppo reale era la natura estremamente repressiva delle dittature centroamericane</strong>. In un contesto dove un’oligarchia di latifondisti e <em>compradores</em>, insieme alle grandi multinazionali statunitensi, sfruttava masse rurali in condizioni di sussistenza, dominavano giunte militari, in confronto alle quali persino Pinochet poteva a buon diritto passare per socialdemocratico. <strong>Qui, anche contro la stessa opinione pubblica statunitense</strong> – che fin dai tempi del Vietnam cominciava a porsi problemi riguardo alle manifestazioni più brutali del proprio imperialismo –,<strong> Ronnie Reagan diede il meglio di sé</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Al confine tra Honduras e Nicaragua, la CIA, con l’aiuto d’istruttori militari argentini</strong> (sì, quelli che facevano volare i dissidenti in mare), <strong>organizzò elementi della ex-Guardia Nazionale di Somoza, per formare i famigerati Contras</strong>, finanziati dal Congresso e armati attraverso il narcotraffico e la vendita di armi all’Iran. <strong>Non pago di ciò, il governo statunitense, in totale violazione del diritto internazionale, minò i porti nicaraguegni, infischiandosene poi bellamente del verdetto di risarcimento emesso dalla Corte dell’Aia</strong>. Insomma, il rispetto della legalità valeva solo quando si trattava di tollerare la sentenza Roe vs Wade…</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Dopo una serie di sonore sconfitte sul campo per opera delle forze regolari, i Contras ricorsero al terrorismo contro obiettivi civili, causando oltre 30.000 morti</strong>. Alla fine, incapaci di prevalere direttamente, gli USA accettarono un compromesso con il governo sandinista, che perse di misura le elezioni del 1990. Queste si svolsero in un contesto di esasperazione popolare di fronte alla prepotenza statunitense e videro la vittoria di una coalizione di centrodestra finanziata dagli Stati Uniti e guidata da <strong>Violeta Chamorro</strong>, il cui padre era stato assassinato da Somoza.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2352" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan-300x200.jpg" alt="0128-wires-reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>In Guatemala, la guerriglia contro la dittatura militare era radicata nelle popolazioni indigene maya</strong> che vivevano lì da millenni. <strong>Anche qui Reagan provvide a fornire ampio sostegno economico, in particolare al nuovo governo del Generale Efraín Ríos Montt</strong>, convertito alla fede evangelica, <strong>che nel 1982 era subentrato, via golpe, al Generale García Lucas</strong>. Siccome la semplice repressione politica è troppo poco, <strong>in appena un anno di potere, prima di essere deposto da un nuovo golpe, Ríos Montt distrusse 686 villaggi e uccise 50.000-75.000 indigeni</strong>, conquistandosi un processo per genocidio (attualmente in corso). <strong>In totale, in questo periodo, su una popolazione guatemalteca di 6.500.000 abitanti (nel 1980), si ebbero 200.000 morti </strong>(per il 93% ad opera dello Stato e per l’83% di etnia maya)<strong> e 1 milione di rifugiati</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, è al <strong>Salvador</strong> che spetta la palma nella lotta contro il comunismo ateo e omicida. <strong>Il 24 marzo 1980, l’Arcivescovo conservatore Óscar Arnulfo Romero, Primate di El Salvador, vertice della gerarchia cattolica nel Paese, fu assassinato dai servizi militari mentre celebrava Messa nella Cattedrale, durante la Consacrazione, per aver criticato la repressione del regime</strong>. <strong>Non soddisfatti, la mattina successiva, durante le esequie, esplosero una bomba e spararono dalle finestre del Palazzo Presidenziale, causando 38 morti tra i fedeli</strong>. Inutile dire che neanche Hitler e Stalin si erano mai sognati di fare una cosa del genere, senza neanche attendere la fine della Messa e istituire un processo farsa! Oggi, Romero è Beato in quanto Martire, a controprova che si è trattato di <strong>una vera e propria persecuzione contro la Chiesa Cattolica</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Infatti, più avanti, vista la sgradevole tendenza del clero a schierarsi con i più deboli, minacciarono lo sterminio dei gesuiti presenti nel Paese</strong>. A dicembre, per festeggiare l’elezione di Reagan, i militari rapirono, stuprarono e uccisero quattro religiose statunitensi impegnate nell’assistenza dei poveri. Carter, sdegnato, ritirò l’appoggio economico, ma questo fu subito reintegrato dal “Nostro” il mese seguente. <strong>Grazie a questo decisivo sostegno, l’esercito salvadoregno resistette, l’offensiva dei ribelli fu respinta e il massacro dei civili proseguì indisturbato</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, ben presto il regime si accorse che cominciavano a scarseggiare gli uomini da arruolare, ma presto fu trovata la soluzione: l’arruolamento – anche coatto, ricorrendo a raid nelle scuole – di ragazzi, anche di 14-15 anni</strong>. In piena guerra civile, l’80% delle forze governative e il 30% dei guerriglieri era composto da minorenni. Questo fenomeno è alla base della nascita di violentissime gang giovanili come la <strong>Mara Salvatrucha 13</strong>. In ogni caso, si stima un totale di <strong>75.000 morti (per l’85% causati dal regime), di cui oltre la metà sotto il mandato di Reagan, e 500.000 rifugiati su una popolazione di 4.500.000 (1980)</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">In conclusione, a fare i conti, il motto “Meglio morti che rossi” non è mai stato tanto vero, se consideriamo che su una popolazione totale – per questi tre Stati – di circa 12.500.000 abitanti (nel 1975), i morti ammontano al 2,84% e i rifugiati al 16%. Questi ultimi, tra l’altro, si diressero in maggior parte negli Stati Uniti, dove chiesero di essere accolti come rifugiati politici. <strong>Naturalmente, mentre gli esuli cubani erano accolti a braccia aperte e coccolati dal governo statunitense, i profughi centramericani erano rifiutati e costretti alla clandestinità: solo il 9-11% dei nicaraguegni, il 2,6% dei salvadoregni e l’1,8% dei guatemaltechi ottenne asilo politico – sempre grazie alle cristiane virtù d’accoglienza e ospitalità dell’amico Reagan, beninteso</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, viste le sue preclare virtù di <em>Defensor Fidei</em> sovraelencate, che aspettano i cattoliberisti a chiedere la canonizzazione del loro novello Luigi IX?</p>
<p style="text-align: justify">P.S. Raccontatemi pure di quando Chávez e Castro facevano sparare agli arcivescovi.</p>
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		<title>Simo Häyhä, la Morte Bianca</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2015 10:58:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Ho solo svolto il mio dovere, e ciò che mi è stato detto di fare, il meglio che ho potuto.» Il contadino finlandese Simo Häyha nasce il 17 dicembre 1905 nel villaggio di Rautjärvi, nell’allora Granducato di Finlandia, provincia dell’Impero Russo. Come i suoi compaesani, fin da ragazzo, lavora la terra, completando la magra dieta a base di patate e segale con i frutti della caccia e della pesca. All’età di vent’anni, si arruola nella milizia (Suolejuskunta), dove acquisisce un addestramento militare di base e si distingue per le sue doti di tiratore, al punto di vincere numerosi premi. Quindici]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><em>«Ho solo svolto il mio dovere, e ciò che mi è stato detto di fare, il meglio che ho potuto.»</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>l contadino finlandese Simo Häyha nasce il 17 dicembre 1905 nel villaggio di Rautjärvi</strong>, nell’allora <strong>Granducato di Finlandia</strong>, provincia dell’<strong>Impero Russo</strong>. Come i suoi compaesani, fin da ragazzo, lavora la terra, completando la magra dieta a base di patate e segale con i frutti della caccia e della pesca. <strong>All’età di vent’anni, si arruola nella milizia (Suolejuskunta)</strong>, dove acquisisce un addestramento militare di base<strong> e si distingue per le sue doti di tiratore</strong>, al punto di vincere numerosi premi.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quindici anni più tardi, l’indipendenza della sua piccola patria nordica è nuovamente in pericolo</strong>. I Russi non hanno apprezzato come il <strong>Maresciallo Mannerheim</strong>, nel caos della guerra civile che ha dilaniato l’impero zarista a seguito della Rivoluzione, abbia ritagliato uno Stato al proprio popolo. Ancora meno hanno gradito la spietata repressione dei comunisti finlandesi, condotta dal medesimo, negli anni immediatamente successivi. Tanto più, poi, che<strong> le postazioni finlandesi sono fin troppo vicine ai sobborghi di Leningrado</strong>. Forte del patto firmato con la Germania e grasso delle spoglie polacche, a fine novembre 1939, l’Orso russo lancia il suo ultimatum alla Finlandia, guidata dallo stesso Maresciallo di vent’anni prima.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/simo-hayha.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2065" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/simo-hayha-266x300.jpg" alt="simo hayha" width="266" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Il resto è storia: <strong>Simo è richiamato alle armi, nella 6ª compagnia del 34º reggimento cacciatori</strong>, e prende parte, sul fronte di Kollaa in Carelia, alla durissima <strong>resistenza</strong> contro l’<strong>invasione sovietica</strong>, combattuta nella <strong>taiga gelata</strong>, nelle brevissime giornate dell’<strong>inverno artico</strong>. I suoi risultati restano impressionanti: <strong>le sole uccisioni confermate ammontano a 505, nell’arco di un centinaio di giorni; in pratica, una per ogni ora di luce</strong>. A queste, andrebbero aggiunti <strong>altri 200 morti con il fucile mitragliatore Suomi M-31</strong>, ma si parla di <strong>oltre 800 vittime in tutto</strong>, il che fa di lui <strong>il cecchino più letale di tutti i tempi</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Certo, la tattica sovietica di avanzare nelle tenebrose foreste del nord con colonne di fanteria e attaccare ad ondate si prestava a subire un numero elevato di perdite, ma Häyhä, con la sua tecnica personale, supera di gran lunga i suoi colleghi</strong>. Quest’ometto di <strong>1,60 m</strong> si sposta rapidamente con i suoi sci, completamente vestito di bianco, portando con sé solo una razione di cibo, armi e munizioni. <strong>Si mimetizza perfettamente nella neve, arrivando a compattare la neve di fronte alla canna affinché non si sollevasse con lo sparo e a masticare neve, per raffreddare il fiato e non creare condensa</strong>. Per lo stesso motivo, <strong>rinuncia al mirino telescopico</strong>, in favore delle tacche di mira segnate sul suo <strong>Mosin-Nagant M-28 “Pystykorva” (“Bassotto”)</strong>, il tipico fucile russo in forza alle milizie finlandesi.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/tumblr_nc6548q9zi1r9kp8no1_500.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2067" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/tumblr_nc6548q9zi1r9kp8no1_500-257x300.jpg" alt="tumblr_nc6548q9zi1r9kp8no1_500" width="257" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Man mano che cresce la fama della “Morte Bianca”, il nemico cerca di stanarlo ed eliminarlo in ogni modo, sia ricorrendo ad altri cecchini, sia col fuoco d’artiglieria. Alla fine, il 6 marzo 1940, uno sparo gli porta via la guancia sinistra.</strong> Riprende coscienza in ospedale dopo una settimana, alla firma dell’armistizio tra i due Paesi. <strong>Nonostante le dure condizioni di pace, la Finlandia non sarà territorio sovietico</strong>. Il Maresciallo Mannerheim in persona lo promuove da caporale a sottotenente.<br />
<strong>Trascorre il resto della sua vita in campagna, cacciando alci e allevando cani. Quando gli chiedono come abbia fatto a sparare così bene, risponde, con semplicità: «Pratica». </strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Muore nel villaggio di Ruokolahti, il 1 aprile 2002, all’età di 96 anni.</strong></p>
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