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	<title>Torquemada &#187; Sicilia</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Sul Feroce Saracino di Pietrangelo Buttafuoco</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2015 07:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea G. G. Parasiliti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci fu un tempo in cui, non curante dei controlli degli aereoporti, un cavaliere italiano che poi era un Leporello, una maschera italiota, fottendosene della drammatica scorreggia di stato, su un aereo, divenne turco e napoletano. Ed era Silvio Berlusconi che si arrestò (l’unica possibilità di vederlo arrestato) di fronte a una bella ragazza su un volo civile. La giovane leggeva intensamente un libro d’amore, e chiesto ragguaglio dal Cavaliere sul contenuto del volume, ella gli decantò il romanticismo partenopeo e l’araba impressione virile. E fu così che, per corteggiarla, le si presentò nei panni di Muhammed Esposito. Come Totò,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5490" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5491"><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>i fu un tempo in cui, non curante dei controlli degli aereoporti, un cavaliere italiano che poi era un Leporello, una maschera italiota, fottendosene della drammatica scorreggia di stato, su un aereo, divenne turco e napoletano. Ed era Silvio Berlusconi che si arrestò (l’unica possibilità di vederlo arrestato) di fronte a una bella ragazza su un volo civile. La giovane leggeva intensamente un libro d’amore, e chiesto ragguaglio dal Cavaliere sul contenuto del volume, ella gli decantò il romanticismo partenopeo e l’araba impressione virile. E fu così che, per corteggiarla, le si presentò nei panni di Muhammed Esposito. Come Totò, certamente, ma senza le forbici sul Fez, anzì con la scimitarra nelle mutande. </span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5498" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5499">Ma i tempi sono cambiati, agli occhi di chi non vede nell’Esteriore l’Interiore, e rimane ubriacato dalla Molteplicità. Ché i tempi non cambiano. A cambiare, semmai, è il Tempo.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5501" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5502">Con <em>il Feroce Saracino, La guerra dell’Islam</em>, Pietrangelo Buttafuoco, che è Giafar al-Siqilli (il Signore si compiaccia di lui), non ha scritto un testo, poi pubblicato da Bompiani a inizio aprile, ma ha seminato. Ed è tutto una semina dell’Ora Ultima, come d’altra parte, lui stesso avverte citando l’hadit del Profeta (su di lui la Pace), apposta come faro e dedica allo stesso tempo, in apertura del volume.</span></p>
<blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5505" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5504">“Se giunge l’Ora e qualcuno ha in mano un seme con l’intenzione di piantarlo, lo faccia”.</span></em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5507" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5508">Ed è il tempo di Sade, il nostro tempo. L&#8217;Età Oscura, quella in cui c&#8217;è come un impegno di scienza ad architettare la blasfemia. Il tempo in cui &#8220;Achille che umilia il corpo di Ettore trascinandone le spoglie sotto la città di Ilio compie quasi un atto di pietà&#8221; rispetto a ciò che succede, nel nostro tempo. E il sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che si vorrebbe fare erede di Abu Bakr, il primo dei califfi ben guidati, altro non è che un bestemmiatore della clemenza e della misericordia, che sono i primi due attributi di Allah e che troviamo nella prima Sura del Sacro Corano, nell&#8217;al- Fātiḥa, l&#8217;Aprente.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5510" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5511">Ora capitò che, aprendosi la porta di un ascensore, un giovane trovò un maestro. Lo Shaykh ‘Abd al-Wāhid Pallavicini, servo dell&#8217;Uno. Il giovane accompagnò, non conoscendolo, l&#8217;anziano in stampelle fino al suo posto, all&#8217;interno di una sala conferenze, nella quale, l&#8217;ospite, assieme a un monsignore e al rabbino di Milano, avrebbe parlato di Abramo, padre comune. Alla fine dell&#8217;incontro, lo Shaykh, si avvicinò, non senza difficoltà, al ragazzo e gli regalò un libro: A Sufi Master&#8217;s Message, In memoriam René Guénon. Il giovane capì.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5513" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5514">E in quel libro, scritto da questo barbuto signore, che divenne musulmano il 7 gennaio del 1951, mentre al Cairo si spegneva lo Shaykh Abd al-Wāhid Yahyā, conosciuto più semplicemente col nome di Guénon, per l&#8217;appunto, vi è scritto:</span></p>
<blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5517" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5516">«Per coloro che hanno familiarità con l&#8217;opera degli autori tradizionalisti o perennialisti &#8211; e principalmente con il filosofo francese René Guénon, [&#8230;] la prognosi è che viviamo alla fine di un ciclo temporale conosciuto come Kali Yuga o Età Oscura. Questa diagnosi, spesso contestualizzata nel primordiale ed eterno codice di condotta manifestato allo scaturire di questo ciclo temporale &#8211; il Sanatana Dharma della Tradizione Indù, culmina nella sua espressione equivalente al-Hikmat al-Khalidah o Din al-Qayyimah all&#8217;interno della Tradizione Islamica, l&#8217;ultima tradizione sapienziale rivelata di questo ciclo».</span></em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5520" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5519"><em>Il Feroce Saracino</em>, certo, nella sua forma esteriore è libro. E come tale ne parliamo. Irresponsabile è l’autore, afferma qualche giorno dopo, l’Elefantino, in un articolo dal titolo <em>Giafar, il Sottomesso</em>. E lo affermò con i più buoni propositi, forse spinto dall’insegnamento del maestro Ibn al Arabī, il quale nel secolo XIII dell’era volgare, nel suo <em>Libro dell’Estinzione nella Contemplazione</em>, scriveva che <em>«[&#8230;] quando ci si ritrova un libro che tratta di una scienza che si ignora e di cui non si è percorso il cammino, è opportuno non aprirlo, riconsegnandolo nelle mani di coloro che sanno, senza sentirsi tenuti a credere o non credere al suo contenuto, o persino a parlarne».</em> Ma il rischio intravisto da Ferrara è presto scongiurato, giacché più volterrianamente possiamo affermare che si possa scrivere di tutto tanto il popolo non legge&#8230; Ché se per sei giorni lavora (chi il lavoro ce l’ha) il settimo lo passa all’osteria. Chi il lavoro non ce l’ha, all&#8217;osteria ci passa tutta la settimana.</span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: center"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5519"> <img class="alignnone size-medium wp-image-2720" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Il-feroce-saracino-201x300.png" alt="Il feroce saracino" width="201" height="300" /></span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5522" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5523">Anzi, nei nostri giorni, vi è qualcosa di più tragico e goffo&#8230; I lettori, (li vogliamo chiamare ancora così? o forse sarebbe meglio dire i commentatori di oggi), quelli dei giornali 2.0, si inscrivono perfettamente dentro il paradigma disegnato da Geert Lovink, il design dell’interazione nei blog e nei social network, secondo il quale <em>«nella nostra era dell’autorappresentazione, spesso i commenti non hanno un legame diretto con il testo e l’opera d’arte in questione. L’atto di rispondere non cerca il dialogo con l’autore [&#8230;] Con un misto di espressioni gergali, slogan tipo inserzioni pubblicitarie e giudizi incompiuti, gli utenti mettono insieme frasi e battute ascoltate o lette in giro. Chiacchiericcio non è il termine giusto. Quel che prende forma è il disperato tentativo di essere ascoltati, di avere un impatto e di lasciare un segno».</em></span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">E dimostrazione eloquente di ciò, sono quei chiosatori, interpreti e postillatori, che attaccarono il Feroce Saracino sul Foglio, pur ammettendo di non averlo mai letto.</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5531" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5530">Certo, qualcuno potrebbe ricordarci di Nanà, di Leonardo Sciascia, il quale parlando del pittore del Diavolo con gli Occhiali di Todo Modo, avvertiva bene che di uno che si chiama Buttafuoco non bisogna fidarsi mai, che lo stesso nome è impostura per definizione, dai tempi di Andreuccio da Perugia. Ma noi non diamo credito a Buttafuoco, ci mancherebbe, ma a Giafar, il siciliano.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5528" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5527">E Giafar è memore, come chi scrive, della geografia di al-Idrisi, ché passeggiavamo assieme, un tempo, in quel granaio divenuto giardino d’agrumi ornamentali, ed è forse anche lui convinto, contrariamente a Nanà, che il Padreterno non ci avesse voluto fregare facendoci nascere sull’Isola. Ma forse, quello che scrisse Sciascia in <em>Nero su nero</em>, valeva l’altrieri, non oggi, ché se un siciliano si riappropria della propria essenza è bello e pronto per vivere nel Caos del mondo contemporaneo, nel post moderno, nel villaggio globale, e trova le coordinate spazio-temporali assai più facilmente del Duca d’Auge di Queneau, il quale, mischino, si svegliava al mattino e, se non si metteva in cima al suo torrione, non sapeva in che secolo fosse. Poiché, in fondo, la nostra Siqilliyya, villaggio globale lo è sempre stato. E Giufà, minchione com’è, ne è testimonianza, che ce lo ritroviamo pure in Turchia e nei Balcani. </span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5525" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5524">E quindi la Sicilia come teatro galleggiante, e come metafora del mondo, è sempre viva e continua, inconsapevolmente, a rappresentarsi. Perché il teatro, direbbe Carmelo Bene, non sa che cos’è il teatro. E forse questo ha concorso, più volte, nel far scrivere il nostro Giafar al modo del Teatro dei Pupi, oggi come ieri, dalle Uova del Drago alla Buttanissima Sicilia. </span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">Quando scrive Giafar, è più dolce dello zucchero e più amaro del fiele, e sarà forse l’ascendenza Sufi a dare alla sua persona, e alla sua scrittura questo connotato. Potremmo ricordare infatti quello che scriveva Al-Arabī ad-Darqāwī, del suo maestro ’Alì al-Jamal:</p>
<blockquote>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em>«Era a un tempo sconfinato e angusto, dolce e rude, forte e debole, ricco e povero; era un oceano senza sponde».</em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5538" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">E Giafar, il mare e l’oceano li conosce bene, che si è fatto erede di quel messinese che si fece turco, quello del Lupo e la luna, uno dei pochissimi esempi di uomini di mare siciliani ricordati da Sciascia, nel suo <em>Rapporto sulle coste dell’Isola</em>. Mentre i siciliani, e pian piano, anche gli italioti e via via l’Occidente tutto, ché anche l’acqua come le palme va sempre salendo, quando si trovano di fronte al mare, non vedono il mare eterno, colore del vino e del sangue, ma la sabbia. E non è quella del deserto, popolato dai demoni, ma quella dei castelli dei fanciulli, nella quale nascondere la testa.</p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: center">
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		<title>Il tiranno dimenticato</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Dec 2014 12:35:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro De Giambattista]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il nome di Dionisio I di Siracusa ai più potrebbe non suscitare nulla; per i liceali, qualche vago ricordo legato ad aneddoti come la famosa “spada di Damocle” o alle assurde fobie del paranoico personaggio, che si faceva radere la barba con dei carboncini dalle figlie, temendo attentati contro la sua vita. I lettori del romanzo “Il Tiranno” di Valerio Massimo Manfredi ricorderanno forse una figura più complessa, tratteggiata nel conflitto fra la perdita degli affetti personali e la titanica volontà di conseguire l’obiettivo di tutta la vita: riunire i Greci di Sicilia e guidarli contro il nemico di sempre,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " align="JUSTIFY"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>l nome di <b>Dionisio I di Siracusa</b> ai più potrebbe non suscitare nulla; per i liceali, qualche vago ricordo legato ad aneddoti come la famosa “spada di Damocle” o alle assurde fobie del paranoico personaggio, che si faceva radere la barba con dei carboncini dalle figlie, temendo attentati contro la sua vita. I lettori del romanzo <i><b>“Il Tiranno”</b></i> di Valerio Massimo Manfredi ricorderanno forse una figura più complessa, tratteggiata nel conflitto fra la perdita degli affetti personali e la titanica volontà di conseguire l’obiettivo di tutta la vita: riunire i <b>Greci di Sicilia</b> e guidarli contro il nemico di sempre, <b>Cartagine</b>, anche a costo di costringerli e di sacrificare la propria umanità dietro alla fredda maschera del potere.<br />
Confesso di avere scoperto la figura di Dionisio da ragazzino proprio sulle pagine di Manfredi, restando abbagliato dal tragico ritratto che la penna del divulgatore e romanziere storico aveva dipinto, inserito in un mondo di splendide città, amori e odi totali, battaglie in cui centinaia di triremi e migliaia di soldati si affrontavano in scontri di proporzione quasi leggendaria e sogni d’eroismo omerico che morivano di fronte al procedere implacabile della storia. Mi colpì particolarmente l’immagine delle sculture del grande tempio di Zeus ad Agrigento che acquisiscono tragico realismo, lambite dalle fiamme appiccate dai conquistatori punici.<br />
Ho riletto varie volte per svago <i>Il Tiranno</i>, chiedendomi sempre più spesso come di un personaggio da cui era stato possibile trarre una storia di tale potenza ed intensità, restasse solo qualche distratto cenno sui libri scolastici e una memoria completamente negativa, conservata nei testi da cui si traevano le versioni da tradurre, spesso senza nemmeno un inquadramento storico-culturale (tragico difetto dei licei, in cui si somministrano a volte brani come pillole solo per verificare la grammatica, senza curarsi per nulla del contenuto e del loro significato ideale). Chi era dunque davvero Dionisio I?<br />
Gli studiosi di storia greca possono dire che fu un giovane e brillante ufficiale che, tramite tecniche demagogiche, <b>si fece tiranno di Siracusa nel 406-5 a.C.</b>, mantenendo il potere per trentotto anni, fino alla sua morte avvenuta nel <b>367</b>. In questo lungo periodo represse ogni rivolta, sconfisse i suoi rivali all’interno del mondo greco coloniale, combatté cinque durissime guerre contro Cartagine, riducendo il dominio punico all’estrema punta occidentale della Sicilia. Odiato da coloro che professavano nella <b>libertà della </b> <i><b>polis</b></i> il valore fondamentale della grecità, dileggiato dagli stessi per i suoi, a volte maldestri, tentativi letterari (scrisse alcune tragedie), equiparato al Gran Re di Persia per la potenza del suo impero, che aveva basi persino nell’Adriatico e in Epiro, controllava la Calabria e si protendeva persino nel Tirreno, in funzione anti-etrusca, divenne presto una sorta di <i>monstrum </i> negativo, soprattutto per la tradizione accademica e platonica. Gli allievi di <b>Platone</b> non avevano probabilmente apprezzato il fatto che il signore di Siracusa si fosse stufato dei consigli del loro maestro e l’avesse fatto prontamente vendere come schiavo, condizione da cui era stato riscattato dai suoi seguaci. A rafforzare l’immagine negativa del personaggio, contribuì lo storico <b>Timeo di Tauromenio</b>, che trasmise una versione totalmente negativa di Dionisio, oppressore dei cittadini, incapace di vincere i Cartaginesi e colpevole di non dar mai loro il colpo di grazia, pur di mantenere il timore dei barbari fra i suoi sudditi e così la giustificazione della sua tirannide. Timeo è confluito nell’unica fonte continuativa rimasta su Dionisio, cioè <b>Diodoro Siculo</b>. Gli studiosi hanno però rintracciato, sotto la base timaica ostile, le tracce di una storia elogiativa del condottiero siracusano, cioè l’opera di <b>uno dei suoi amici e collaboratori, Filisto</b>, che ci fa intravvedere una visione completamente diversa del tanto vituperato tiranno. Lo storico filodionisiano infatti faceva del signore di Siracusa un <b>eroe della grecità</b>, sorta di sovrano eletto regolarmente da larghe fasce di cittadini, <i>deus ex machina</i> inviato dagli dei per salvare i Greci d’occidente dall’annientamento subito già da molte città elleniche per mano degli implacabili barbari. Costruttore di un solido stato territoriale, governante illuminato circondato da un gruppo di ottimi e nobili collaboratori, capo militare deciso e capace, in contrasto con la gestione incompetente della guerra operata dalla democrazia precedente al suo colpo di stato. In base a tale visione, Dionisio sembrerebbe quasi assumere la statura di un <b>precursore</b> dei re ellenistici e, per taluni limitati aspetti della gestione dello stato, persino di Roma.<br />
Indagare tali aspetti in questo breve articolo è ovviamente impossibile; mi preme soltanto dare un’immagine, per quanto incompleta e personale, di un personaggio che sarebbe, a mio parere, degno di maggiori studi anche nei licei, dato che non fu in nulla inferiore ad un Pericle o ad un Lisandro, di cui però studiamo maggiormente le gesta. C’è un frammento di Timeo, di cui esisteva la corrispondente versione di Filisto, in cui una sacerdotessa di Imera sogna un giovane di capelli e barba rossicci incatenato al trono di Zeus: egli sarebbe l’<i><b>alastor</b></i>, cioè il <b>flagello della Sicilia</b> e dell’Italia che, una volta liberato, avrebbe oppresso e distrutto molte città. La versione originaria dello storico filodionisiano sosteneva in realtà proprio il contrario: l’<i>alastor </i>sarebbe <b>il vendicatore</b> dei Greci oppressi dai Cartaginesi,<b> il salvatore del mondo ellenico d’occidente</b>. Mi piace pensare che l’immagine possa essere suscettibile di entrambe le interpretazioni, e che in realtà un’ambiguità di fondo avvolga questo personaggio, capace di suscitare odi viscerali e straordinaria ammirazione come solo le grandi personalità della storia hanno fatto, ambiguità che può essere studiata e approfondita, ma che in fondo rimarrà sempre tratto tipico di una figura che si staglia titanicamente sullo sfondo di un mondo in crisi e immerso in cambiamenti epocali.</p>
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