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	<title>Torquemada &#187; Seconda Guerra Mondiale</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Ernst Jünger</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2015 16:44:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Dietro quale bandiera si stia è, in fondo, lo stesso, ma una cosa è certa: l’ultimo grigioverde o l’ultimo Poilu che fece fuoco e caricò nello scontro sulla Marna ha per il mondo un significato più grande di tutti i libri che questi letterati possono accatastare uno sull’altro.» Ernst Jünger nasce il 29 marzo 1895 a Heidelberg, primo dei sette figli di un farmacista. Da giovane, milita nei Wandervogel, i giovani scout romantici e patriottici. Due anni dopo, appena diciottenne, fugge da casa per arruolarsi nella Légion étrangère in Nord Africa, da cui evade per cercare di raggiungere l’Africa nera.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>«Dietro quale bandiera si stia è, in fondo, lo stesso, ma una cosa è certa: l’ultimo grigioverde o l’ultimo </em>Poilu<em> che fece fuoco e caricò nello scontro sulla Marna ha per il mondo un significato più grande di tutti i libri che questi letterati possono accatastare uno sull’altro.»</em></p></blockquote>
<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="E" class="cap"><span>E</span></span>rnst Jünger <strong>nasce il 29 marzo 1895 a Heidelberg, primo dei sette figli di un farmacista</strong>. Da giovane, milita nei <strong><em>Wandervogel</em></strong>, i giovani scout romantici e patriottici. Due anni dopo, appena diciottenne, fugge da casa per arruolarsi nella <em>Légion étrangère</em> in Nord Africa, da cui evade per cercare di raggiungere l’Africa nera. Rimpatriato, nel 1914, affronta anticipatamente l’esame di stato (<em>Abitur</em>), per arruolarsi come volontario al fronte nel 73° Reggimento Fucilieri “Gibraltar”.</p>
<p style="text-align: justify">Ferito a Les Eparges (aprile 1915), segue un corso da alfiere durante la convalescenza, diventando ufficiale, e passando poi a comandare i reparti d’assalto (<strong><em>Stoßtruppen</em></strong>). Nei due anni successivi combatte nella <strong>Battaglia della Somme</strong> a Guillemont e Combles (agosto 1916), nella <strong>Battaglia di Arras</strong> (aprile 1917), nella <strong>Terza Battaglia di Ypres</strong> (luglio e ottobre 1917), nella <strong>Battaglia di Cambrai</strong> (novembre 1917) e nell’<strong>Offensiva di Primavera</strong> (marzo 1918), venendo ferito in tutto quattro volte e decorato con la Croce di Ferro di Prima Classe (gennaio 1917), con il <em>Kronenorden von Hohenzollern </em>(novembre 1917) e infine con la <em>Pour le Mérite</em>, la più alta decorazione prussiana (settembre 1918), concessa solo a una dozzina di ufficiali inferiori (tra cui Rommel e Richthofen). La riceve a soli 23 anni, nonostante il parere contrario di Hindenburg, ed è stato l’ultimo sopravvissuto tra i portatori.</p>
<div id="attachment_2843" style="width: 218px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/139801-004-6FD6551D.jpg"><img class="wp-image-2843 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/139801-004-6FD6551D-208x300.jpg" alt="139801-004-6FD6551D" width="208" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il ventitreenne Jünger che indossa la &#8220;Pour le Mérite&#8221;</p></div>
<p style="text-align: justify">Nel frattempo, a partire dalla pubblicazione del  romanzo autobiografico <em>Nelle tempeste d’acciaio</em> (1920), e di altre opere (<em>La lotta come esperienza interiore</em>, <em>Il tenente Sturm</em>, <em>Boschetto 125</em>, <em>Fuoco e sangue, Il cuore avventuroso</em>), basate sulle sue esperienze al fronte, diventa un protagonista dell’ala nazional-rivoluzionaria della <strong>Rivoluzione Conservatrice</strong>. Diviene così amico intimo di grandi figure intellettuali quali il filosofo <strong>Martin Heidegger</strong>, il giurista <strong>Carl Schmitt</strong>, il nazionalbolscevico <strong>Ernst Niekisch</strong> e lo scrittore <strong>Ernst von Solomon</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Coerentemente alle sue posizioni, <strong>mantiene le distanze dal <em>Reich</em> hitleriano</strong>, il cui stile volgare e demagogico gli ripugna e i cui progetti grandiosi lo lasciano scettico. Anche se la sua casa fu perquisita dalla Gestapo e l’uscita dei suoi libri taciuta dalla stampa, <strong>per ordine del Führer in persona, che ne ammira le opere letterarie, non gli è torto un capello, neanche dopo la pubblicazione del romanzo criptostorico <em>Sulle scogliere di marmo</em>, da molti considerata una critica allegorica al regime.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nell’agosto 1939, è richiamato alle armi col grado di capitano</strong>, comandando dapprima una postazione della Linea Sigfrido, poi partecipando all’avanzata in Francia. <strong>Dal 1940 al 1944, è di stanza alla guarnigione di Parigi</strong>, come membro dello stato maggiore del comandante la piazza, il generale Stülpnagel. Oltre al lavoro d’ufficio e alle escursioni entomologiche, frequenta i salotti artistici e intellettuali di Parigi, conoscendo, tra gli altri, <strong>Céline</strong> e <strong>Picasso</strong>. <strong>Inoltre continua a essere una figura importante negli ambienti dell’opposizione militare al regime. Perciò, dopo l’attentato del 20 luglio, non risultando prove a suo carico, e viene dimesso dall’esercito con disonore.</strong></p>
<div id="attachment_2844" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Jünger-Schmitt.jpg"><img class="wp-image-2844 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Jünger-Schmitt-300x200.jpg" alt="Jünger, Schmitt" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Ernst Jünger a Parigi con Carl Schmitt</p></div>
<p style="text-align: justify">Nello stesso anno, il suo primogenito, Ernst, cadetto della <em>Kriegsmarine</em>, cade in battaglia presso Carrara, dove era in forze ad un battaglione di disciplina, stante la sua punizione per attività sovversiva. Nel 1945, è riarruolato come comandante della locale compagnia del <em>Volksturm</em>, ruolo in cui si adopera per limitare le distruzioni e le vittime presso i civili. <strong>Dopo la guerra, rifiuta di compilare il formulario per la denazificazione, e inizialmente gli è proibito di pubblicare.</strong> Per questo motivo, si sposta a Ravensburg, sul Bodensee, nella zona d’occupazione francese.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nel 1950, si trasferisce stabilmente nel villaggio di Wilflingen, in Alta Svevia,</strong> dove prende dimora nella foresteria del maniero dei Conti von Stauffenberg. Qui vive fino alla morte, continuando però a viaggiare in tutto il mondo e a dedicarsi alle sue passioni: dalla letteratura all’entomologia. <strong>Dialoga di filosofia con Schmitt e Heidegger, si occupa di esoterismo insieme ad Eliade, sperimenta l’acido lisergico con Albert Hoffmann, raggiunge l’Indonesia per rivedere la Cometa di Halley.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Il suo valore come filosofo e scrittore è presto riconosciuto anche dalla nuova Repubblica Federale Tedesca, che lo riabilita e decora. Nel 1984, in occasione del 70° anniversario della Prima Guerra Mondiale, parla al memoriale di Verdun, insieme con il cancelliere tedesco Helmut Köhl e il presidente francese socialista François Mitterrand, entrambi suoi ammiratori. <strong>Alla verde età di 101 anni si converte infine al cattolicesimo. Muore il 17 febbraio 1998 ed è sepolto nel piccolo cimitero locale, insieme ai figli e alle mogli.</strong></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/junger2.jpg"><img class="size-medium wp-image-2846 alignleft" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/junger2-300x196.jpg" alt="junger2" width="300" height="196" /></a> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/97005473.jpg"><img class="size-medium wp-image-2842 alignright" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/97005473-200x300.jpg" alt="97005473" width="200" height="300" /></a></p>
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		<title>LA VITTORIA SOVIETICA 70 ANNI DOPO: TRA PATRIOTTISMO, PROPAGANDA E IMPERIALISMO</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2015 11:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pasquin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da settimane ormai in tutti gli angoli della Russia si preparano i festeggiamenti di quella che è la ricorrenza più importante dell’anno, la più sentita tra la popolazione e allo stesso tempo quella più cara al governo centrale. Si tratta della “Giornata della Vittoria” (День Победы), che cade il 9 maggio e celebra la vittoria di quella che nell’ex-blocco sovietico è conosciuta come la “Grande guerra patriottica”. L’8 maggio 1945, presso il quartier generale della quinta armata sovietica a Berlino-Karlshorst, venne firmata la resa incondizionata della Germania nazista, già sancita il giorno precedente con un documento sottoscritto a Rheims, in]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="JUSTIFY"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a settimane ormai in tutti gli angoli della Russia si preparano i festeggiamenti di quella che è la ricorrenza più importante dell’anno, la più sentita tra la popolazione e allo stesso tempo quella più cara al governo centrale. Si tratta della <strong>“Giornata della Vittoria” (День Победы), che cade il 9 maggio e celebra la vittoria di quella che nell’ex-blocco sovietico è conosciuta come la “Grande guerra patriottica”</strong>. L’8 maggio 1945, presso il quartier generale della quinta armata sovietica a Berlino-Karlshorst, venne firmata la resa incondizionata della Germania nazista, già sancita il giorno precedente con un documento sottoscritto a Rheims, in Francia. L’accordo entrò in vigore alle 23.01 ora di Berlino, quando a Mosca era già il giorno successivo.</p>
<div id="attachment_2607" style="width: 230px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/1ea82c2df44249402255782b73e3568e1.png"><img class="wp-image-2607" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/1ea82c2df44249402255782b73e3568e1-170x300.png" alt="" width="220" height="388" /></a><p class="wp-caption-text">Il manifesto per i 70 anni della commemorazione</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">La ricorrenza iniziò ad avere un certo significato in occasione del suo ventennale nel 1965, in epoca Brežneviana, tornando ad essere definitivamente giorno festivo. A partire dagli anni ’60 non solo a Mosca, ma anche in altre città dell’Unione Sovietica, si iniziarono ad organizzare parate militari con cerimonie presso i memoriali ai caduti in guerra e al milite ignoto. La tradizione si è conservata anche in seguito allo smembramento dell’URSS e dal 1995 è ripresa l’usanza della parata sulla Piazza Rossa a Mosca. Quest&#8217;anno sono previsti grandi festeggiamenti, visto che si celebra il settantesimo giubileo.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">La passerella della festa deve essere impeccabile e già da fine aprile è possibile percepire la frenesia in centro città (non solo a Mosca, ma in qualunque delle capitali degli 85 stati federati russi): le strade, solitamente disastrate a causa della losca gestione dei finanziamenti pubblici, vengono rattoppate e ripulite dal fango, le fioriere vengono rinvasate e le aiuole ripiantate, da ogni lampione sventolano il tricolore russo e i colori della festa, il nero e l’arancio, ogni giorno ci sono deviazioni forzate del trasporto pubblico per permettere le prove generali della parata. Le celebrazioni coinvolgono naturalmente anche le scuole, con disegni e cartelloni dei più piccoli e con vere e proprie marce militari in divisa dei più grandi.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">La domanda (lecita) che sorge spontanea è:<strong> Quale può essere il significato di una tale celebrazione settant’anni dopo la fine della guerra? È davvero una festa del popolo o è una cerimonia calata dall’alto?</strong></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>Il 9 maggio è innanzitutto una festa patriottica, sentita da tutte le classi sociali</strong>, al contrario ad esempio della nostra Liberazione, su cui si crea sempre qualche distinguo a causa dell’uso politico che se ne è fatto in passato. Il motto tra la gente è &#8220;<em>Io ricordo, io sono orgoglioso”</em>: il riferimento va all’opposizione al nazi-fascismo, tema di tradizione sovietica ancora caro ai russi (basti pensare alla propaganda filogovernativa a proposito dei “fascisti ucraini”), ma anche e soprattutto va ai ventitré milioni di cittadini sovietici, tra militari e civili, che persero la vita durante il conflitto (13,6% della popolazione), perdite di gran lunga superiori alle altre potenze che presero parte alla guerra. Grande importanza rivestono gli ormai pochi veterani di guerra ancora in vita, che in occasione di molteplici eventi pubblici sfoggiano una pioggia di medaglie sulle proprie divise.</p>
<div id="attachment_2594" style="width: 510px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/mosca_parata.jpg"><img class="wp-image-2594" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/mosca_parata-1024x576.jpg" alt="mosca_parata" width="500" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Parata sulla Piazza Rossa</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">C’è però qualcosa di più che il semplice ricordo del sacrificio dei padri, considerando che altre tragedie della storia del popolo sovietico, quali le purghe staliniane e la grande carestia in Ucraina, non godono di una tale risonanza (anche mediatica). La celebrazione della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, ultimo grande successo dell’Unione Sovietica all’alba della Guerra Fredda, pare anche (e soprattutto) l’occasione per rimarcare il carattere imperialista della Russia e la sua importanza nello scacchiere mondiale. Per quale ragione altrimenti scomodare la propria tecnologia bellica e i propri reparti militari in parate che non hanno pari nel mondo?<strong> Il 9 maggio è una vetrina per la Russia stessa, è la rappresentazione davanti all’opinione pubblica interna del potere di quello che ancor oggi è l’<em>Impero</em> russo, di quel potere che ha permesso il “ritorno a casa della Crimea” </strong>sotto gli occhi di un Occidente impotente e che permette di salvaguardare la propria zona di influenza sponsorizzando stati cuscinetto come Abkhazia, Ossezia del Sud e Nuova Russia.</p>
<div id="attachment_2603" style="width: 360px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/nastro.jpg"><img class="wp-image-2603" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/nastro-300x168.jpg" alt="nastro" width="350" height="197" /></a><p class="wp-caption-text">Volontari distribuiscono gratuitamente il Nastro di San Giorgio</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">Lo stesso Vladimir Putin ha contribuito nei suoi anni di governo ad accrescere l’importanza della festa dal punto di vista propagandistico. Dal 2008 la parata moscovita è tornata a comprendere anche la tecnologia bellica (il 9 maggio non vi sarà quindi molta differenza tra il panorama di Mosca e quello di Donetsk), mentre <strong>dal 2005 è iniziata la tradizione della distribuzione pubblica del “Nastro di San Giorgio”, oggi chiave dei festeggiamenti</strong>. Il nastro di San Giorgio non è una bandiera e non è uno stemma, ma in questo periodo assume molta più importanza del tricolore russo: è un nastro di stoffa a strisce nere e arancio e si rifà direttamente all’onorificenza sovietica della <em>“Medaglia per la vittoria sulla Germania nella grande guerra patriottica 1941-1945”</em>, conferita ai reduci nel dopoguerra, che a sua volta prese spunto dalla massima onorificenza militare di epoca zarista, l’allora <em>“Ordine di San Giorgio”</em>. Il nastro viene distribuito gratuitamente tra i mesi di aprile e maggio, non solo in Russia ma anche all’estero (Italia compresa).</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Il semplice nastro è quindi il simbolo della partecipazione alle celebrazioni del 9 maggio, sfoggiato in bella vista sul cruscotto delle automobili e sul volante di ogni autobus, così come sulle borse o sulle giacche delle signore a passeggio. È il vero biglietto d’entrata (gratuito) ai festeggiamenti, il collante che cementifica l’unità dei russi e della Federazione in questi giorni di festa. Vi è però una differenza: conclusi i festeggiamenti e tornati i soldati nelle caserme la città torna alla normalità, tolte le bandiere e lasciate le strade a sgretolarsi. Il nastro, al contrario, resta appeso nelle automobili, nei bus e nei luoghi pubblici. Resta come simbolo di una vittoria che fu e… come monito di una vittoria che può ancora essere.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Di recente è sorto un altro contrasto, complici il surriscaldarsi della confronto USA-Russia in Europa orientale e la rinnovata politica imperialista di Mosca: i separatisti filo-russi in Ucraina hanno iniziato ad esporre accanto alle bandiere di Lugansk e Donetsk proprio il Nastro di San Giorgio, che <strong>ha assunto quindi l’ulteriore significato di appartenenza alla sfera di influenza russa in contrapposizione a quella ucraina filo-americana</strong>, causando non poche proteste tra i reduci di guerra di Kiev, che si oppongono alla strumentalizzazione del nastro, considerato un patrimonio storico comune a tutte le ex-repubbliche sovietiche.</p>
<p>Tutto è ormai pronto per i festeggiamenti e il nastro è già da tempo appeso al mio zaino. Perché, diciamocelo: <strong>senza nastro, che festa sarebbe?</strong></p>
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		<title>Ascoltavo Radio Londra dalla mia gavetta</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Feb 2015 16:36:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Asolo è un piccolo paese nel trevigiano, bello come molti dei luoghi nascosti della nostra penisola. Un paese che regala alcune eleganze, dalla rocca del XII secolo alla spoglia chiesa che un tempo ospitò la cattedra vescovile. E poi, a raffigurare la vitalità produttiva dell’area, il consolato rumeno ancora oggi situato in piazza, con la sua bandiera ad indicare antichi rapporti commerciali che risalgono alla fine dell’Ottocento. L’Italia è fatta di piccoli gioielli, non solo architettonici. Anche culturali. Come la mostra sulle radio storiche, un percorso culturale promosso dall’associazione Il Pardo che parte dalla fine dell’Ottocento ed arriva alla fine]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="A" class="cap"><span>A</span></span>solo è un piccolo paese nel trevigiano</strong>, bello come molti dei luoghi nascosti della nostra penisola. Un paese che regala alcune eleganze, dalla rocca del XII secolo alla spoglia chiesa che un tempo ospitò la cattedra vescovile. E poi, a raffigurare la vitalità produttiva dell’area, il consolato rumeno ancora oggi situato in piazza, con la sua bandiera ad indicare antichi rapporti commerciali che risalgono alla fine dell’Ottocento. <strong>L’Italia è fatta di piccoli gioielli, non solo architettonici. Anche culturali</strong>. Come la <strong>mostra sulle radio storiche</strong>, un percorso culturale promosso dall’associazione <em>Il Pardo</em> che parte dalla fine dell’Ottocento ed arriva alla fine degli anni Sessanta del Novecento. Una mostra. Nulla di particolare, se all’ingresso non si fosse proposto come <strong>guida appassionata (e gratuita) Silvano Gazzola</strong>, a cui attribuiamo circa settant’anni, sperando di non sbagliare di troppo.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0154.jpg"><img class="alignleft wp-image-1844 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0154-300x225.jpg" alt="IMG_0154" width="300" height="225" /></a>«Volete vedere <strong>come si trasmettevano i messaggi con il telegrafo</strong>?», ci racconta fiero con un accento veneto solo a tratti difficilmente comprensibile. Era il metodo di comunicazione usato <strong>prima dell’arrivo di Guglielmo Marconi</strong>. Innovativo, certo, ma necessitava due cose: lunghe connessioni elettriche su cui far correre gli impulsi delle lettere in <strong>codice morse;</strong> e soprattutto, di telegrafisti specializzati, capaci di inviare 65 caratteri al minuto, anche se «<em>mi n’ho</em> conosciuto uno che arrivava fino a 150 e non aveva bisogno di leggere i segni per capire cosa era stato trasmesso: un orecchio straordinario».</p>
<p style="text-align: justify">Ed è incredibile notare con quale minuziosità è stato preparato il <strong>percorso didattico sull’evoluzione del segnale radio</strong>, dai primi esperimenti sulla pila ai generatori e rudimentali lettori di onde elettromagnetiche. Tutto fedelmente ricostruito. Poi, <strong>la lunga storia delle radio che svilupparono l’intuizione del fisico italiano</strong>. «Non vi potete sbagliare con le date: dal ’31 al ’33 le facevano con forma a tempietto, poi arrivarono quelle verticali, solo dopo hanno pensato di farle orizzontali». Forme che raccontano anche un contenuto, quello delle trasmissioni che stavano crescendo nel tempo, mentre si cercava di ridurre il prezzo di uno strumento che stava portando un po’ di novità nelle case della gente. «<strong>Quella che vedete lì</strong>, nonostante pesasse uno sproposito, viene considerata la prima radio trasportabile: <strong>costava qualcosa come tre campetti di terra</strong>». Non poco, se si considera con l’agricoltura si portava avanti una famiglia.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0141.jpg"><img class="alignright wp-image-1841 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0141-300x225.jpg" alt="IMG_0141" width="300" height="225" /></a>L’importanza della radio, com’è noto, non mancarono di comprenderla Hitler e Mussolini</strong>. La propaganda di entrambi i regimi ne fece grande uso. «Nel 1933 Hitler arrivò al potere e Goebbels chiese ai suoi tecnici di mettere a punto una radio più economica. Così venne prodotta la <strong>VE 301 W</strong>. Costava 75 marchi, circa 340 lire. Un terzo di quanto non occorresse fino a quel giorno per comprarne una: un terzo di campetto di terra, per intenderci». E quando si parla di propaganda, anche i nomi hanno un significato spesso importante: «Guardate il numero sul modello: 301. <strong>Le prime due cifre, il 30, indicano il giorno e l’ultima, l’1, il primo mese dell’anno: è la data della salita al potere del </strong><strong>Führer</strong>».</p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignleft wp-image-1848 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_01401-255x300.jpg" alt="IMG_0140" width="255" height="300" />Mussolini arrivò subito dopo con la <strong>radio rurale</strong>, più bella delle tedesche grazie alle mascherine decorative che ne arricchivano la cassa. <strong>Il Duce obbligò le case del fascio e le scuole di campagna ad acquistarne una</strong>, a un prezzo politico di 700 lire, per assicurarsi che oltre «alle interessanti trasmissioni sull’agricoltura <strong>tutti potessero ascoltare i suoi discorsi</strong>». Silvano, la nostra guida, è una persona curiosa che sa come investire il visitatore delle sue passioni. «Volete sentire come gli italiani ascoltarono la dichiarazione di guerra? Ecco», ci ha detto premendo il pulsante che faceva risuonare dalla Radio Rurale il tanto famoso «vincere e vinceremo». <strong>Perché la storia si racconta anche attraverso gli oggetti</strong>, dai mezzi di guerra che rivoluzionarono il modo di combattere a quelli che gli ruotarono attorno. Per i conflitti mondiali e per quelli civili, fu una radio a descriverne i drammi e le speranze: come la <strong>Radio Balilla</strong>, ad esempio, dotata di una mascherina con il fascio littorio stilizzato e le grandi lettere a comporre il nome della gioventù mussoliniana. «Questa è una delle più rare e costose che ci siano oggi in circolazione. Servivano venti metri di antenna per farla funzionare, ma <strong>costava solo 430 lire</strong>. Ancora troppo per il popolo, ma era un prezzo <strong>sufficientemente basso per i funzionari e i gerarchi fascisti</strong>. Loro potevano comprarla. Così, <strong>dopo l’8 settembre</strong>, furono quasi tutte distrutte. Prima facevano scomparire la mascherina, cercando di salvare almeno l’apparecchio, ma ben presto chiunque l’aveva la eliminò». Perché? «<strong>Se arrivavano i partigiani e la trovavano in casa ne deducevano che il proprietario fosse una spia o un gerarca del regime. E gli sparavano in testa</strong>».<a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_01371.jpg"><img class="aligncenter wp-image-1847 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_01371-280x300.jpg" alt="IMG_0137" width="280" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Dall’altra parte, invece, la storia <strong>della prigionia nei campi tedeschi dei militari italiani</strong> che non presero parte alla Repubblica di Salò. Chiusi lì dentro, non avevano notizie della guerra. Tranne <strong>Oliviero Olivieri</strong> e i suoi commilitoni, che nei Lager costruirono una radio con mezzi di fortuna trovati o rubati nel campo di prigionia. Questa storia, la storia di <strong>Radio Caterina</strong> – come è stata chiamata – venne <strong>raccontata da Giovannino Guareschi</strong>. Lui, Silvano, l’ha ricostruita dalle fotografie ed ora è perfettamente funzionante. Era stata fatta con barattoli di conservanti spianati, fil di ferro, stagnola dei pacchetti di sigarette e «<strong>poteva essere smontata e rimontata in un minuto</strong>, per questo le guardie non l’hanno mai trovata». «Quando staccarono la corrente alla baracca che utilizzavano per alimentare la radio, decisero di costruire una pila come quella di Volta: un dischetto di rame, un dischetto di zinco e una garza imbevuta di un acido. Dopo averne provati alcuni rubati dall’infermeria, presero l’urina dei pozzi neri. Funzionava e a rigenerarla ci pensava il prete, unico ad avere l’accesso a locali con la corrente: la nascondeva sotto la tonaca». <strong>Radio Caterina divenne famosa, molto più di quella di un altro italiano prigioniero, Giulio Borgogno</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignright wp-image-1840 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0158-300x225.jpg" alt="IMG_0158" width="300" height="225" />Essendo tecnico specializzato, veniva utilizzato dai tedeschi per riparare le radio rotte dei lager. Poteva così accedere ai magazzini, dove rubò l’occorrente per costruirsi la sua. «Per non farla trovare<strong>, s’inventò di fare in modo che entrasse dentro la gavetta</strong>. Dopo aver mangiato, bastava una pulita e poteva essere nuovamente usata senza il timore di essere scoperti». Ascoltava così Radio Londra.</p>
<p style="text-align: justify">È la storia raccontata e ricostruita attraverso un apparecchio. Una storia che parte da fine ‘800 ed investe agli anni Sessanta. <strong>Uno strumento che ha segnato la vita degli italiani</strong>. Un mezzo di comunicazione potente, uno svago particolare per le famiglie. Fino a quando «arrivò quella cosa lì, quella scatola che ha ucciso la Radio».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Silvano indicava la Televisione, senza nascondere una vena malinconica</strong>.</p>
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		<title>John &#8220;Mad Jack&#8221; Churchill</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Feb 2015 12:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un ufficiale che entri in combattimento senza la sua spada non è adeguatamente vestito. John Malcolm Thorpe Fleming Churchill nasce il 16 settembre 1906 in Surrey. Dopo aver frequentato il King William’s College, sull’Isola di Man, e il prestigioso Royal Sandhurst College, inizia la carriera militare nel Manchester Regiment, assegnato alla Birmania. Qui può dedicarsi alle sue passioni, come la motocicletta, la cornamusa e il tiro con l’arco. Dopo dieci anni, abbandona l’esercito e svolge vari mestieri, in giro per l’Impero britannico: tra gli altri, il redattore di giornale, il modello e l’attore. Si distingue inoltre come secondo classificato in]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><em><span title="U" class="cap"><span>U</span></span>n ufficiale che entri in combattimento senza la sua spada non è adeguatamente vestito.</em></p>
<p style="text-align: justify">John Malcolm Thorpe Fleming Churchill nasce il 16 settembre 1906 in Surrey. Dopo aver frequentato il King William’s College, sull’Isola di Man, e il prestigioso Royal Sandhurst College, <strong>inizia la carriera militare nel Manchester Regiment, assegnato alla Birmania</strong>. Qui può dedicarsi alle sue passioni, come la motocicletta, la cornamusa e il tiro con l’arco.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo dieci anni, abbandona l’esercito e svolge vari mestieri, in giro per l’Impero britannico: tra gli altri, il redattore di giornale, il modello e l’attore. <strong>Si distingue inoltre come secondo classificato in una competizione di cornamusa (1937) e come membro della squadra britannica ai campionati mondiali di tiro con l’arco in Norvegia (1938), ma solo quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale, può finalmente dare il meglio di sé</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Richiamato al suo reggimento, si trova nel 1940 a far parte del <strong>Corpo di Spedizione Britannico in Francia</strong>. In un villaggio francese, la sua unità tende un’imboscata ad una pattuglia tedesca, e <strong>Mad Jack dà il via all’attacco trafiggendo il sergente tedesco con una freccia scagliata dal suo arco lungo</strong>.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/mad-jack-2.jpg"><img class="wp-image-1700 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/mad-jack-2-205x300.jpg" alt="mad jack 2" width="225" height="329" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Combatte ancora a Dunkerque proteggendo la ritirata alleata, poi si offre volontario per i Commandos, ma <strong>prima di tornare al fronte, si sposa</strong>. Il suo primo raid è a Vagsøy, Norvegia, il 27 dicembre 1941.<strong> Churchill è il primo a balzare a terra, suonando la cornamusa e scagliando granate</strong>. Per queste azioni, è decorato con la Military Cross &amp; Bar.</p>
<p style="text-align: justify">Nella campagna d’Italia, nell’estate &#8217;43, egli prosegue questa tradizione, <strong>sia in Sicilia che a Salerno</strong>, sbarcando sulla spiaggia vestito con i colori reggimentali, la spada al fianco e l’arco e la cornamusa a tracolla. Al di là dell’apparenza anacronistica, Mad Jack guida i suoi commando alla vittoria, come a Molina, sopra Salerno, dove <strong>quasi da solo cattura 42 soldati tedeschi</strong>, compresa una squadra di mortai.</p>
<p style="text-align: justify">La sua avventura successiva è, la primavera seguente, <strong>in Jugoslavia</strong>, dove opera dal quartier generale di Tito, sull’isola di Lissa. Churchill guida 43 britannici e circa 1500 partigiani all’attacco dell’isola di Brazza, ma i Tedeschi oppongono una resistenza più forte del previsto. Mentre avanza verso le posizioni nemiche, suonando la cornamusa, <strong>è ferito e catturato</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Finisce nel campo di concentramento di Sachsenhausen, presso Berlino, da cui riesce a fuggire, con un compagno di prigionia</strong>. Tuttavia, sono ricatturati a pochi chilometri dalla costa del Baltico. A fine guerra, è trasferito in Tirolo sotto custodia delle SS, insieme ad altri prigionieri di alto rango. Temendo di essere fucilati, si appellano ad un generale della Wehrmacht, e sono rilasciati all’inizio di maggio. A questo punto, <strong>Mad Jack attraversa le Alpi a piedi, scendendo fino ad incontrare le forze corazzate statunitensi presso Verona</strong>.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/mad-jack-3.jpg"><img class="wp-image-1701 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/mad-jack-3-300x220.jpg" alt="mad jack 3" width="340" height="249" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Per lui, però, la guerra non è finita, e chiede subito di essere inviato<strong> in Birmania</strong>, dove si combatte ancora contro i Giapponesi. La notizia di Hiroshima e Nagasaki lo coglie quando è ancora in India, e gli fa esclamare: «Maledetti yankees! Se non fosse stato per loro, avremmo potuto continuare a combattere per dieci anni!».</p>
<p style="text-align: justify">Nel dopoguerra, la sua vicenda bellica ha un epilogo come comandante in seconda del 1° battaglione del Highland Light Infantry, <strong>di stanza in Palestina</strong>. Nel 1948, nei concitati prodromi della prima guerra arabo-israeliana, si trova ad agire come forza d’interposizione tra le due parti.</p>
<p style="text-align: justify">Il tenente colonnello Jack Churchill trascorre gli ultimi anni da militare, fino al 1959, con mansioni di istruttore e amministrative. Questo non gli impedisce di dedicarsi a passatempi “normali” e riposanti come fare surf, pilotare navi a vapore sul Tamigi e giocare con modelli navali radiocomandati. <strong>Muore l’8 marzo 1996, alla soglia dei novant’anni</strong>.</p>
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		<title>Vasilij Grigor’evič Zajcev</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2015 12:10:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Per noi non c’è terra oltre il Volga Vasilij Zajcev nasce da una famiglia russa il 23 marzo 1915 a Yeleninskoye, nel governatorato di Orenburg, negli Urali. Fin da ragazzo, con il nonno e il fratello minore, va a caccia di cervi e lupi nelle montagne. A dodici anni, con un fucile Berdan, uccide il suo primo lupo. Allo scoccare dell’Operazione Barbarossa, egli si trova a Vladivostok, come sottufficiale di marina nella Flotta del Pacifico, dove svolge mansioni d’ufficio. Chiede quindi di essere trasferito al fronte, come volontario. É assegnato perciò al 2° Battaglione del 1047º Reggimento di Fucilieri della]]></description>
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<p class="first-child " style="text-align: justify"><i><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>er noi non c’è terra oltre il Volga</i></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify">Vasilij Zajcev nasce da una famiglia russa il 23 marzo 1915 a Yeleninskoye, nel governatorato di Orenburg, negli Urali. Fin da ragazzo, con il nonno e il fratello minore, va a caccia di cervi e lupi nelle montagne. <strong>A dodici anni, con un fucile Berdan, uccide il suo primo lupo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Allo scoccare dell’Operazione Barbarossa, egli si trova a <strong>Vladivostok</strong>, come sottufficiale di marina nella Flotta del Pacifico, dove svolge mansioni d’ufficio. Chiede quindi di essere trasferito al fronte, come volontario. É assegnato perciò al 2° Battaglione del 1047º Reggimento di Fucilieri della 284ª Divisione di Fucilieri “Tomsk”. Intanto, i Tedeschi dilagano a fondo nel territorio sovietico, e la sua unità è inquadrata nella 62ª Armata, schierata di fronte a Stalingrado,<strong> ultimo baluardo delle difese sovietiche di fronte all’offensiva dell’Asse</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Vasilij-Zajcev.jpg"><img class="wp-image-1418 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Vasilij-Zajcev-227x300.jpg" alt="Vasilij Zajcev" width="253" height="334" /></a></p>
<p style="text-align: justify">In questa situazione critica, Zajcev si mette subito in mostra per le sue doti di tiratore, abbattendo 32 nemici con il proprio Mosin-Nagant. <strong>Divenuto un cecchino</strong>, tra il 10 novembre e il 17 dicembre 1942, durante l’apice della battaglia,<strong> elimina 225 soldati nemici</strong>, compresi 11 cecchini e numerosi ufficiali.</p>
<p style="text-align: justify">La sua impresa più famosa, tuttavia, resta il <strong>duello con lo <i>SS-Standartenführer</i> Heinz Thorwald</strong>, inviato apposta per eliminarlo. Dopo alcuni giorni di caccia, Zajcev riesce a sorprendere il suo avversario e ucciderlo. Sebbene il mirino telescopico di Thorwald si trovi al Museo dell’Armata Rossa di Mosca, tutta la vicenda, immortalata nel <strong>film francese “Il nemico alle porte”</strong>, resta in bilico tra la storia e la leggenda.</p>
<p style="text-align: justify">Ad ogni modo, il suo contributo alla vittoria è importante, e non solo per i <strong>400 nemici circa abbattuti</strong>, durante l’intera battaglia. Zajcev sperimenta nuove tecniche, affina l’arte del cecchinaggio e trasmette la sua esperienza ai suoi compagni. Si stima che i 28 cecchini da lui addestrati abbiano ucciso altri 3000 nemici. Inoltre, le tattiche da lui sviluppate sono state applicate con successo dalle forze armate sovietiche e russe nelle guerre a venire.</p>
<p style="text-align: justify">A gennaio, <strong>è ferito agli occhi da un mortaio e deve ritirarsi dal fronte</strong>. Durante la convalescenza è nominato Eroe dell’Unione Sovietica (22 febbraio 1943) e riceve la tessera del Partito Comunista. Una volta guarito, grazie al medico Vladimir Filatov, torna al fronte, terminando la guerra alle porte di Berlino, con il grado di capitano.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo il conflitto, studia da ingegnere e lavora a Kiev come direttore di un’azienda tessile. <strong>Muore il 15 dicembre 1991</strong>, appena dieci giorni prima della fine dell’Unione Sovietica, per cui aveva combattuto. Solo il 31 gennaio 2006, però, viene esaudito il suo desiderio di riposare sulla collina di Mamayev Kurgan, sopra Stalingrado, a fianco dei compagni caduti.</p>
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		<title>Amedeo Guillet, il Comandante Diavolo</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jan 2015 15:02:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Amedeo Guillet nasce il 7 febbraio 1909 a Piacenza, in una famiglia piemontese di lunga tradizione militare. Esce nel 1931 dall’Accademia di Modena, con il grado di sottotenente di Cavalleria. Solo lo scoppio della Guerra d’Etiopia gli impedisce di gareggiare alle Olimpiadi di Berlino, nella squadra italiana d’equitazione. Chiede piuttosto d’essere assegnato ad un reparto di spahis libici, alla testa dei quali combatte in Abissinia, venendo ferito. Decorato a Tripoli da Italo Balbo in persona, organizza il corteo equestre che consegna al Duce la Spada dell’Islam. Partecipa alla Guerra di Spagna, comandando prima un reparto di blindati e poi un]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " align="JUSTIFY"><span title="A" class="cap"><span>A</span></span>medeo Guillet nasce il 7 febbraio 1909 a Piacenza, in una famiglia piemontese di lunga tradizione militare. Esce nel 1931 dall’Accademia di Modena, con il grado di sottotenente di Cavalleria. Solo lo scoppio della Guerra d’Etiopia gli impedisce di gareggiare alle Olimpiadi di Berlino, nella squadra italiana d’equitazione. Chiede piuttosto d’essere assegnato ad un reparto di <i>spahis</i> libici, alla testa dei quali combatte in Abissinia, venendo ferito. Decorato a Tripoli da Italo Balbo in persona, organizza il corteo equestre che consegna al Duce la Spada dell’Islam. Partecipa alla Guerra di Spagna, comandando prima un reparto di blindati e poi un <i>tabor</i> di cavalleria marocchina. Combatte da Santander a Teruel, guadagnandosi quattro decorazioni spagnole. Il suo posto è però in Africa, dove torna poco dopo, al comando del 7° squadrone di <i>savari</i> in Libia.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 1939, è trasferito in Africa Orientale, al comando del Gruppo Bande Amhara, una formazione irregolare di cavalleria formata da 1700 tra eritrei, etiopi e yemeniti. In un’azione militare nel Dougur Dubà, continua a combattere illeso, nonostante due cavalli muoiano sotto di lui. Si guadagna così la Medaglia d’Argento al Valor Militare, l’ammirazione dei coloni italiani e la stima dei militari indigeni, che lo chiamano <i>Cummandar As-Sciaitan</i> (“Comandante Diavolo”). Guillet mostra rispetto verso le popolazioni locali, nemici compresi, e tratta i suoi soldati alla pari, permettendo loro di mantenere usi e costumi propri e di condurre seco le proprie famiglie. Egli stesso, sfidando le leggi razziali, vive con Khadija, figlia di un capotribù. Il suo valore militare e umano si manifesta pienamente durante la sfortunata difesa dell’Impero coloniale italiano.</p>
<p align="JUSTIFY">Alla Battaglia di Agordat (21 gennaio 1941), il suo gruppo armato di spade, pistole e bombe a mano, carica a cavallo la fanteria e i carri britannici, che rispondono sparando ad alzo zero. È grazie a questo coraggioso sacrificio che le forze italiane riescono a sfuggire all’accerchiamento. Tuttavia, l’Esercito Britannico è troppo forte, e di lì a poco le forze italiane capitolano. La resa non impedisce però al Comandante Diavolo di continuare a combattere contro le forze di Sua Maestà. Spogliatosi dell’uniforme, col suo gruppo di fedelissimi indigeni, guida una strenua guerriglia contro le forze alleate, compiendo ogni sorta di scorrerie e sabotaggi. Dopo otto mesi, incalzato dal nemico, congeda gli uomini rimasti e resta alla macchia a Massaua. Col nome di Ahmed Abdallah al-Redai, sfugge ancora alla cattura e tenta di attraversare il Mar Rosso. Aggredito e depredato dai pirati una prima volta, riesce finalmente a raggiungere lo Yemen, con un lasciapassare britannico.</p>
<p align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a>Qui, il monarca locale, l’Imam Yahia, lo prende a benvolere e lo arruola come Gran Maniscalco di Corte, con il compito di istruire la guardia a cavallo e gli stessi figli del sovrano. Contro il volere dell’Imam, nel giugno ’43, Guillet torna a Massaua, dove s’imbarca per l’Italia su una nave della Croce Rossa, fingendosi un civile. Arriva il 3 settembre a Roma, dove ottiene la promozione a maggiore, e domanda mezzi per proseguire la guerriglia in Africa. Tuttavia, si è appena consumata l’onta di Cassibile, e il Regno d’Italia ha cambiato campo. All’annuncio dell’armistizio, riattraversa la Linea Gustav e si presenta a Brindisi, al servizio del Re. Nella sua nuova mansione di generale di brigata, nei ricostituiti servizi segreti militari, conduce una serie di missioni, culminando nel recupero della Corona del Negus d’Etiopia, sottratta ai partigiani garibaldini.</p>
<p align="JUSTIFY">All’indomani del 2 giugno, fedele ancora una volta a Casa Savoia, si dimette dall’Esercito. Re Umberto II gli vieta però di abbandonare il Paese per seguirlo: «Noi passiamo, l’Italia resta». In compenso, lo nomina Barone, nel 1964. Si dedica quindi alla carriera diplomatica, dove trova comunque il modo di distinguersi, diventando confidente di governanti stranieri quali Re Hussein di Giordania e Indira Gandhi, e salvando alcuni colleghi stranieri durante un tentativo di golpe in Marocco. Trascorre gli anni della vecchiaia in Irlanda, ad allevare cavalli. Solo nel 2000, torna in Eritrea, accolto dai sopravvissuti tra i suoi soldati. Muore ultracentenario a Roma il 16 giugno 2010, ed è sepolto a Capua.</p>
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