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	<title>Torquemada &#187; Recensione</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
	<lastBuildDate>Sat, 11 Feb 2017 20:06:31 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Prova Vintage: Back to 5800XM</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2015 12:15:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Domenico Staffa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Come già da qualche altra parte hanno fatto, nello specifico parlo delle retroprove di Andrea Galeazzi (anche se video), oggi vi voglio parlare di un terminale uscito ben 7 anni fa, il Nokia 5800 XpressMusic. Questo smartphone viene messo in vendita nel 2008 per contrastare l&#8217;iPhone presentato l&#8217;anno prima da Apple. È il primo Nokia touchscreen basato su Symbian S60 (versione dell&#8217;OS usato da Nokia ai tempi). È anche il predecessore dell&#8217;N97 altro smartphone di Nokia di grande successo. La scocca è in plastica ed è presente una banda colorata simil-catarifrangente che segue il profilo del telefono, in blu, rosso o]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>ome già da qualche altra parte hanno fatto, nello specifico parlo delle retroprove di <strong>Andrea Galeazzi</strong> (anche se video), oggi vi voglio parlare di un terminale uscito ben 7 anni fa, il <strong>Nokia 5800 XpressMusic</strong>. Questo smartphone viene messo in vendita nel 2008 per contrastare l&#8217;iPhone presentato l&#8217;anno prima da Apple. È il primo Nokia <strong>touchscreen</strong> basato su <strong>Symbian S60</strong> (versione dell&#8217;OS usato da Nokia ai tempi). È anche il predecessore dell&#8217;N97 altro smartphone di Nokia di grande successo.</p>
<p>La scocca è in plastica ed è presente una banda colorata simil-catarifrangente che segue il profilo del telefono, in blu, rosso o grigio. Sul retro c&#8217;è la fotocamera da 3.2 Megapixel con doppio flash LED integrato (l&#8217;iPhone all&#8217;epoca non aveva il flash) e <strong>ottiche Carl Zeiss</strong> con autofocus. Sul fronte in alto si trova l&#8217;altoparlante, il sensore di luminosità, il sensore di prossimità, una fotocamera per effettuare le videochiamate grazie alla connessione <strong>UMTS</strong>. È inoltre presente un tasto touch &#8220;XpressMusic&#8221; che permette di entrare subito nella parte multimediale del telefono. Essendo un dispositivo XpressMusic, la parte audio chiaramente è stata studiata bene, e di fianco infatti troviamo 2 speaker Stereo molto potenti. Sono previsti quattro diversi tipi di input di scrittura: QWERTY mini, QWERTY a schermo intero, classica tastiera alfanumerica con scrittura facilitata (T9) e riconoscimento della scrittura manuale.<br />
Proprio in questi giorni sto riutilizzando questo dispositivo, a causa di una defaillance del mio smartphone attuale. Perciò voglio descrivervi che sensazioni si hanno nel riutilizzare un dispositivo ormai superato, ma che all&#8217;epoca era desiderato da molti ed era abbastanza innovativo, anche per la stessa Nokia.</p>
<p>Ebbene, l&#8217;utilizzo al giorno d&#8217;oggi risulta chiaramente mortificante per chi ha già posseduto terminali migliori e avanzati. Ma, nonostante tutto, si può fare praticamente tutto. <strong>Whatsapp</strong> funziona abbastanza bene, è presente l&#8217;app per <strong>Spotify</strong> (servizio di streaming musicale) e attraverso il browser si può andare su Facebook (preferibile rispetto alla app) e visitare le pagine preferite. La connessione, anche se solo 3G è nella media, ma il caricamento dell pagine tramite browser è spesso troppo lento. Il vero limite sta nel <strong>touch resistivo</strong> che non offre certo una elevata precisione, perciò spesso bisogna utilizzare il <strong>pennino</strong> che si trova integrato nella cover posteriore. Altro limite è la <strong>memoria interna</strong> del dispositivo, ma fortunatamente si può utilizzare una microSD per espanderla.</p>
<div id="attachment_2243" style="width: 2242px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/49_Nokia-5800-xpressmusic.jpg"><img class="size-full wp-image-2243" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/49_Nokia-5800-xpressmusic.jpg" alt="Nokia 5800 con stand e pennino in navigazione Internet " width="2232" height="1505" /></a><p class="wp-caption-text">Nokia 5800 con stand e pennino in navigazione Internet</p></div>
<p>Punti di forza sono l&#8217;audio e la batteria.<br />
L&#8217;<strong>audio</strong> è veramente magnifico, i due speaker stereo messi sul lato sinistro dello smartphone producono un suono forte e abbastanza definito, in cui si percepiscono anche i bassi. Uno dei più forti mai sentiti!<br />
La<strong> batteria</strong>, da <strong>1320mAh</strong>, nonostante senta ormai il peso degli anni (passa da quasi tutta carica a scarica, invece di scaricarsi gradualmente), riesce a garantire <strong>24 ore</strong> di utilizzo medio-alto, con messaggi, whatsapp, telefonate e un pò di navigazione internet. Ai tempi non ci sarebbe stato sicuramente il bisogno di caricare lo smartphone ogni giorno.<br />
La fotocamera, invece, fa buoni scatti ed ha un flash abbastanza potente, ciononostante negli scatti con luminosità medio-bassa mostra dei grandi limiti, probabilmente dovuti al software (il cui ultimo aggiornamento risale al 2011)</p>
<p>In conclusione, i passi che sono stati fatti sono enormi dal punto di vista dell&#8217;usabilità e della velocità (in quanto sul 5800 qualche lag c&#8217;è) però garantire per tutti gli smartphone una durata della batteria superiore, o attraverso un maggior amperaggio o attraverso una migliore ottimizzazione, sarebbe auspicabile.</p>
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		<title>Sobre la Marxa: The Creator of the Jungle</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/03/31/fachiro_al_cinema_sobre-la-marxa_francesco-foschini/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2015 08:26:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Foschini]]></category>
		<category><![CDATA[Jordi Morató]]></category>
		<category><![CDATA[Re della giungla]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni film]]></category>

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		<description><![CDATA[M Regia: Jordi Moratò Sceneggiatura: Jordi Moratò Anno: 2014 Durata: 77’ Produzione: Spagna Colonna sonora: Charly Torrebadella Interpreti: Josep Pijiula Alias Garrel, Jordi Moratò TRAMA L&#8217;eremita Garrel è un moderno Tarzan che ha scelto di vivere  all&#8217;interno di una foresta costruendo da solo la propria casa sugli alberi, al solo scopo di &#8220;tenersi occupato&#8221;, di essere sempre &#8220;in movimento&#8221; (da qui il titolo). RECENSIONE “L’acqua è l’inizio, il fuoco è la fine”.  Sobre la Marxa, opera d&#8217;esordio dello spagnolo Jordi Morató, mette a nudo il rapporto drammatico tra l’uomo e l&#8217;imperativo della civilizzazione. Vincitore del secondo premio a Filmmaker 2014 per essere “una riflessione]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: left"><span title="M" class="cap"><span>M</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: Jordi Moratò</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: Jordi Moratò</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2014</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 77’</p>
<p style="text-align: right"><strong>Produzione</strong>: Spagna</p>
<p style="text-align: right"><strong>Colonna sonora</strong>: Charly Torrebadella</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Josep Pijiula Alias Garrel, Jordi Moratò</p>
<p><strong>TRAMA</strong></p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;eremita Garrel è un moderno Tarzan che ha scelto di vivere  all&#8217;interno di una foresta costruendo da solo la propria casa sugli alberi, al solo scopo di &#8220;tenersi occupato&#8221;, di essere sempre &#8220;in movimento&#8221; (da qui il titolo).</p>
<p><strong>RECENSIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify">“L’acqua è l’inizio, il fuoco è la fine”.  <em>Sobre la Marxa, </em>opera d&#8217;esordio dello spagnolo Jordi Morató, mette a nudo il rapporto drammatico tra l’uomo e l&#8217;imperativo della civilizzazione. Vincitore del secondo premio a Filmmaker 2014 per essere “una riflessione sul senso più profondo dell&#8217;arte, dove il puro gioco diventa un&#8217;irrinunciabile esperienza di crescita e continuo confronto con l&#8217;ambiente”.</p>
<p style="text-align: justify">Un racconto fra documentario e fiction, dove la realtà si interseca con la fantasia. Il giovane Morató si è fatto portavoce della storia di Garrell, alias Josep Pujiula, eccentrico personaggio che “ha costruito un’intera città dove nessuno vive”, a pochi passi dal piccolo centro urbano di Argelaguer, in Catalogna.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/sabag.jpg"><img class=" wp-image-2269 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/sabag-300x168.jpg" alt="sabag" width="387" height="217" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Tutto è iniziato 45 anni fa. La voglia di evadere da un mondo “saturo di civiltà” si è fatta sempre più pressante. Così, il bizzarro Garrell ha cominciato a costruire una vera e propria città di legno, stringendo un forte contatto con la natura e il ritorno al primitivo. Dal 1991 gli si è affiancato Aleix Oliveras, all’epoca 14enne. Armato di telecamera, Oliveras si è fatto osservatore della vita di Garrell. Il rifiuto di tornare alla civiltà è uno degli aspetti fondamentali dell’opera di Morató: “Sono nella giungla. Ho tutto quello di cui ho bisogno e non voglio avere niente a che fare con l’uomo civilizzato” afferma Garrell.</p>
<p style="text-align: justify">Il Tarzan catalano gioca &#8211; assieme al nipote &#8211; al ruolo dell’uomo-scimmia, lotta contro un caprone, caccia un coniglio, cucina del pesce appena pescato, si lancia in pozze d’acqua&#8230; Il tutto con estrema disinvoltura divertita. Nemmeno un gruppo di vandali motorizzati (per esigenze di copione) riuscirà a fermare la sua vocazione di eremita. Ma dovrà poi fare i conti con dei veri vandali che non hanno seguito alcuna sceneggiatura scritta, quelli che hanno bruciato l’intera città costruita con fatica e ucciso tutti gli animali presenti. “Realtà e finzione si fondono in un’unica immagine”.</p>
<p style="text-align: justify">I danni subìti nel suo “mondo” hanno cambiato il pensiero del protagonista: “Stupidi uomini civilizzati. Rompete la nostra pace”. Dopo 15 anni di duro lavoro per costruire tutto quello che ha sempre sognato, Garrell si è rimboccato le maniche e ha rifatto tutto da capo. Più grande, più immenso di prima. In pochi anni ha ricreato quello che gli era stato spazzato via dal fuoco, l’elemento cardine della civiltà, l’elemento che provoca la morte delle cose: “Tra acqua e fuoco c’è sempre qualcosa che muore e qualcosa che nasce”.</p>
<p style="text-align: justify">Passano gli anni, i capelli diventano via via sempre più bianchi e la sua storica Renault 4 viene rottamata: Garrell è arrivato al punto in cui non può più occuparsi del suo microcosmo incontaminato lontano dalla civiltà. La foresta è stata definita pericolosa dalle forze dell’ordine e lui accetta di ritirarsi. Distrugge tutto. Da creatore si è fatto distruttore, chiudendo così un cerchio vitale. Ora ha poco meno di un’ottantina d’anni, ma &#8211; ci fa sapere Morató &#8211; gioca ancora nella foresta come quando era bambino. Il suo momento di gloria non si è mai spento, l’acqua della sua vita non si è mai prosciugata. È rimasto il re della giungla, della sua giungla.</p>
<p style="padding-left: 330px"><strong>Voto: 8</strong></p>
<p><strong>Francesco Foschini</strong></p>
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		<title>Inferno, attualità e paradiso attraverso gli occhi dell&#8217;Idiota. Giovanni Truppi – Giovanni Truppi (Woodworm, 2015)</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/03/01/inferno-attualita-e-paradiso-attraverso-gli-occhi-dellidiota-giovanni-truppi-giovanni-truppi-woodworm-2015/</link>
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		<pubDate>Sun, 01 Mar 2015 09:50:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Morello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni truppi]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[musica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Forse il biglietto da visita non è dei migliori. Almeno in relazione ai più raffinati predecessori di questo disco. Un forte accento partenopeo, il cui effetto Checco Zalone (che pure partenopeo non è) potrebbe depistare subito anche i più cauti, blatera su melodie naive, arrangiate in modo casareccio ed insieme quasi modaiolo, spesso travestite da anonimi garage-rock. Bastano pochi secondi però per capire che qui si vola a giri alti. Il blatericcio e il crooning a-tecnico del sud diventa rifiuto della normalizzazione vocale dell&#8217;indie italiano(-)medio; le melodie naif, che non sempre sono così naif ed a volte indugiano su tempi]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="F" class="cap"><span>F</span></span>orse il biglietto da visita non è dei migliori.</strong> Almeno in relazione ai più raffinati predecessori di questo disco. Un forte accento partenopeo, il cui effetto Checco Zalone (che pure partenopeo non è) potrebbe depistare subito anche i più cauti, blatera su melodie <em>naive</em>, arrangiate in modo casareccio ed insieme quasi modaiolo, spesso travestite da anonimi <em>garage-rock</em>. Bastano pochi secondi però per capire che qui si vola a giri alti. Il blatericcio e il <em>crooning</em> a-tecnico del sud diventa rifiuto della normalizzazione vocale dell&#8217;<em>indie</em> italiano(-)medio; <strong>le melodie <em>naif</em>, che non sempre sono così <em>naif</em> ed a volte indugiano su tempi sghembi e asimmetrici, si mutano in una disarmante deposizione delle difese e del contegno di artista</strong>; i suoni anonimi si giustificano nel momento in cui dimostrano che il disco ha qualcosa di molto più importante che il semplice godimento estetico.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Truppi è uno che lavora con le parole e sa toccare a volte vette di sgangherata poesia</strong>. Come tutti i grandi folletti della parola accosta l&#8217;alto e il basso (contenutisticamente e formalmente) lasciandoli giocare nel più stridente contrasto che, più che a creare un effetto comico, mirano ad esprimere qualcosa che altrimenti sarebbe difficile da dire. <strong>La giustapposizione nei testi di ovvietà e riflessioni fa sì che le seconde illuminino il pieno diritto e la verità delle prime, e le prime riportino sulla terra le seconde</strong>. Nella strampalata idea di scrivere una<strong> <em>Lettera a Papa Francesco I</em></strong> si mescolano in modo sublime il <em>kitsch</em>, la discussione da bar e pensieri filosofici. Così Truppi discute alla buona con il Papa sudamericano e nella variata gamma di toni si passa dal &#8220;sono successe troppe cose brutte &#8230; lo vedi come abbiamo combinato il pianeta, conta solo il potere, contano solo i soldi, non c&#8217;è amicizia non c&#8217;è grandezza e non c&#8217;è amore&#8221; al &#8221; &#8220;certe volte bisogna fare delle cose impossibili, perché abbiamo visto dove ci hanno portato quelle possibili&#8221;, fino alla sua personale soteriologia &#8220;la salvezza non arriverà dalla politica dall&#8217;economia o dalla tecnica, la salvezza non arriverà dalle forze maschili e razionali ma dalle forze femminili e spirituali&#8221;. Alla fine il Papa viene incalzato con un quasi spazientito: &#8220;Francesco, ma veramente non ci hai pensato mai? Quando sei a letto come tutti gli altri, in pigiama, in mutande e sbadigli&#8221;. In <em>Superman</em> Truppi sogna di fare l&#8217;amore con il noto supereroe &#8220;grande e forte&#8221;, ma questa idea malsana partorita da chissà quale angolo dislocato della sua mente diventa subito il pretesto per evadere, con estrema delicatezza e ironia, da un rapporto troppo poco stimolante. Stessa delicatezza che attraversa la sgangherata filastrocca infantile de <em>Il pilota</em> è vivo, che, senza mai cadere nella retorica della pietà, riesce ad affrontare un tema come quello di un pilota che rimane disabile in seguito ad un incidente con toni assolutamente prosaici e quasi giocosi:</p>
<p style="text-align: justify"><em><span style="font-family: Arial, sans-serif">Volevo dirti che ho visto il pilota. Il pilota è vivo! Anche se devo dire che cammina male. Cammina male però fa buon viso a cattivo gioco, perché lui è il pilota e lo sapeva dall&#8217;inizio che o fai buon viso a cattivo gioco o fai cattivo viso a cattivo gioco, e lui ha scelto.</span></em></p>
<p style="text-align: justify">Chiunque riconoscerebbe poi nella logorrea della <em>Conversazione con Marco sui destini dell&#8217;umanità</em> quella di <strong>sterminate conversazioni da birra con gli amici, in cui non ci vuole niente a scivolare insensibilmente dai rotoli di Qumran a quelli di carta igienica</strong>. Ma quella di Truppi è tutt&#8217;altro che una mera conversazione privata o autocompiaciuta. Non si può non rimanere sorpresi dalla quantità di idee sicuramente strampalate, ma assolutamente trasversali che sciorina in meno di tre minuti. <strong>E, per quanto possa apparire incredibile, c&#8217;è un <em>leit-motiv</em> che le attraversa: quello (pasoliniano) della nuova schiavitù che si manifesta negli imperativi del godimento, della &#8220;libertà individuale&#8221;, del benessere e persino dell&#8217;uguaglianza</strong>. Il sermone politico di Truppi, mi raccomando ci tiene, non è complottistico, ma mira ad individuare un accomodamento spontaneo di sistema, &#8220;un po&#8217; come Matrix ma senza le macchine, con le idee&#8221;. Truppi ha il sospetto che le donne emancipate siano state &#8220;fottute due volte&#8221;, perché non è possibile che dopo duemila anni di schiavitù femminile la società abbia già assorbito il colpo della &#8220;cosa più sconvolgente che è successa da un centinaio d&#8217;anni a questa parte&#8221;, cioè la &#8220;rivoluzione del rapporto tra gli uomini e le donne&#8221;. Con un taglio sghembo tra idee che solitamente consideriamo di destra e di sinistra, Truppi si domanda:</p>
<p style="text-align: justify"><em><span style="font-family: Arial, sans-serif">Non è che la famiglia ti consuma di meno e ti conserva di più? Non è che un esercito di uomini e donne soli, giovani fino a quarant&#8217;anni fa girare più soldi, paga più affitti, si compra più telefonini? E non è che uno deve difendere per forza la famiglia, però non è nemmeno che la famiglia la devono difendere solo i bacchettoni.</span></em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Truppi sembra incarnare alla perfezione il <em>topos</em> del folle che dice la verità</strong>. O forse ancor più i tratti dell&#8217;Idiota dostoevskiano. Ma la sua verità è spesso come ammalata, incompiuta, monca. A volte così tanto da assumere i contorni dell&#8217;allucinazione, da suggerire un ulteriorità di senso che si può cogliere solo con gli occhi della febbre o con quelli di un bambino che &#8220;sembra un matto &#8230; perso tra forme colori e suoni&#8221;. Eppure lo schizzo autobiografico che egli ci offre in <em>Tutto l&#8217;universo</em> ci offre uno scorcio su di una vita del tutto ordinaria, lineare, fresca. <strong>Ma la follia di Truppi non sta nel delirare forsennato di un poeta maledetto, ma nel saper cogliere con sguardo puro le cose più elementari della nostra esistenza</strong>. E&#8217; solo sotto questo sguardo che papà e mamma (quelli reali, proprio quelli di Truppi!) diventano rispettivamente Dio e la terra.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Di Dio questo disco è pieno</strong>. Ma il vero e proprio trattato di teologia, niente di meno che sulla caduta dell&#8217;uomo, arriva con la conclusiva <em>Eva</em>. Certo una teologia scritta come solo Truppi poteva fare, e di cui la copertina del disco, che raffigura una cacciata dall&#8217;Eden decisamente <em>sui generis</em>, ci offre un&#8217;efficace anticipazione. Su struggenti note di piano, egli ci presenta il suo Eden: &#8220;Adamo te lo ricordi quando quasi non dormivamo, e la mattina ci svegliavamo senza le caccole negli occhi e i tuoi occhi erano aperti e belli&#8221;. Dietro lo smodato amore per il dettaglio turpe Truppi cela una profonda conoscenza della natura del peccato dell&#8217;uomo, conoscenza che unita ad un linguaggio infantile e ad una forte vena ironica che fanno da contrasto muove quasi alla commozione.</p>
<p style="text-align: justify"><em><span style="font-family: Arial, sans-serif">Dio ci ha puniti proprio tanto, ti vedo sempre stanco, e la mattina negli occhi c&#8217;hai delle caccole enormi. Io lo capisco e lo posso anche sopportare. Quello che mi dispiace è che mi sembra che ti piace.</span></em></p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia non si scade mai nel cinismo autocompiaciuto, e il ricordo della dignità edenica accende la speranza nel futuro sin da ora, nel pieno, ma disilluso godimento del presente.</p>
<p style="text-align: justify"><em><span style="font-family: Arial, sans-serif">Ma tu non ti dimenticare del paradiso che ci faceva sognare senza sognare, ché tu sei tutto quello che del paradiso mi rimane qui.</span></em></p>
<p style="text-align: justify">Sembra una persona serena il nostro Giovanni. Di una serenità tragica che sa fino in fondo dell&#8217;incompiutezza dell&#8217;uomo. Tuttavia di una serenità così matura che può godere senza vergogna dell&#8217;infanzia che ci accompagna segretamente nel nostro quotidiano giocare a fare gli adulti. <strong>E, non appena lo si perde un attimo di vista, lo si ritrova a regalarsi e a regalarci perle auto-motivazionali, che condensano in un cristallo matto ingenuità, lucidità, voglia di vivere e di lottare</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><em><span style="font-family: Arial, sans-serif">E non fare che se t&#8217;innamori smetti di esercitarti, e non è vero che le abitudini di una famiglia ci mettono tre generazioni a cambiare, però la tua natura è la tua natura, e nella tua natura c&#8217;è il tuo destino, e sono cose che devi accettare, anche se questo non vuol dire che non devi imparare a finire quello che cominci, perché gli ultimi metri di corsa sono i più difficili, e la pipì si sente di più proprio quando stai arrivando nel bagno.</span></em></p>
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		<title>La decostruzione in birreria. Fear &#8211; The record (1982)</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Feb 2015 17:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Morello]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Fear mettono subito le cose in chiaro. L’assalto frontale della corazzata Let’s have a war abbatte in un attimo tutte le sterili discussioni su cosa sia o non sia il punk-hardcore, sui suoi primati storici, sulla sua fondazione. Le opere perfette “fondano e liquidano un genere nello stesso momento”, di questo era convinto Walter Benjamin e, se non fosse fuori luogo in mezzo a tanto degrado morale e sonoro, questo disco si potrebbe definire perfetto. Omofobi, cafoni, misogini, razzisti, blasfemi; ad ascoltare i testi di questi quattro scalmanati si direbbe di essere di fronte ai peggiori piantagrane da birreria.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span> Fear mettono subito le cose in chiaro. L’assalto frontale della corazzata <em>Let’s have a war</em> abbatte in un attimo tutte le sterili discussioni su cosa sia o non sia il punk-hardcore, sui suoi primati storici, sulla sua fondazione. <strong>Le opere perfette “fondano e liquidano un genere nello stesso momento”, di questo era convinto Walter Benjamin e, se non fosse fuori luogo in mezzo a tanto degrado morale e sonoro, questo disco si potrebbe definire perfetto</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Omofobi, cafoni, misogini, razzisti, blasfemi</strong>; ad ascoltare i testi di questi quattro scalmanati si direbbe di essere di fronte ai peggiori piantagrane da birreria. Ed in parte, almeno a giudicare da quello che succedeva durante le loro esibizioni, non ci si sbaglierebbe. Tuttavia, solo in parte. Sì perché se si dirige l’attenzione verso la musica, che è il vero piatto forte di questo disco, ci si accorge immediatamente di essere di fronte ad uno dei dischi, se non al disco più avanguardistico del punk-hardcore tutto. <strong>Si è fin troppo insistito sulle influenze blues sulla formazione, in realtà molto marginali e riscontrabili solo in alcune venature vocali, che solo saltuariamente prendono congedo dal consueto grugnito gutturale, comunque già di per se molto al di sopra della media del genere per varietà ed intelligenza d’uso, per assumere le torbide tinte del delta</strong>. Questa sopravvalutazione dell’influenza blues una volta di più il patetico glotto-centrismo della critica, che mai come in questa cosa mancherebbe il bersaglio sottovalutando l’aspetto strumentale.<em> The record</em> è infatti da questo punto di vista una cornucopia di invenzioni, un vero e proprio repertorio di creatività punk. A partire da un hardcore fortemente colluso con il garage più balordo, il disco si muove in ogni direzione concepibile, trovando sempre soluzioni più che felici. Ma, fughiamo ogni dubbio, la vocazione più genuina di questo disco è quella sperimentale. Dissonanze, cambi di tempo e di registro inattesi, noise dilagante, atonalità, un uso del tutto innovativo del linguaggio musicale di base, che tende a rovesciare parodisticamente il serio in comico e viceversa. La maestria con cui infilano una scala arabeggiante nel bel mezzo del riff asimmetrico del math-rock ante-litteram di Camarillo, ci fa dubitare se il brano sia stato scritto veramente dallo stesso gruppo che in <em>Fresh flesh</em> canta:  <em>I wanna fuck you to death/I don&#8217;t wanna smell your breath/Piss on your warm embrace!/I just wanna cum in your face!</em> Ma proprio quest’ultimo brano mette in campo un’artiglieria trash-metal di raro equilibrio tra punk e metal. Difficile poi descrivere l’effetto straniante della messa alla berlina dell’ambiente radical chic newyorkese, che si lancia a rotta di collo su un giro grottesco sfigurato da un inatteso sax free-jazz, tra l’altro proprio nei momenti in cui Lee Ving sbeffeggia l’intelighenzia della grande mela ironizzando: <em><strong>New York’s alright if you like saxophones</strong></em>.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/fear-the-record.jpg"><img class=" wp-image-1529 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/fear-the-record-300x300.jpg" alt="fear the record" width="305" height="305" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Il sole della California deve fare veramente male, se si considera che da questa patria di spiagge, ragazze in bikini e pattini in linea provengono anche quegli altri impareggiabili terroristi del punk-hardcore, i <strong>Black Flag</strong>. Ma i Fear vanno oltre. Se i primi sono la rabbia, i secondi la decomposizione. Difficile scorgere un raggio di sole in questa decostruzione permanente del linguaggio del punk. <strong>Questi tipi fanno veramente paura, e spaventano per il semplice motivo che è evidente che la loro musica non voglia semplicemente divertire</strong>. Sono lontani anni-luce dall’essere un gruppo di rock-demenziale, aggettivo cui talvolta sono stati associati. Il loro effetto è piuttosto simile al filtro deposto sulla realtà dalla scrittura kafkiana, in cui tutti gli elementi sono prosaici, quotidiani, realistici persino, ma nessuna cosa si trova al suo posto. E il disco tocca i suoi vertici proprio laddove si fa più cerebrale. <em>Disconnected</em> si disconnette in modo stralunato, rallentando improvvisamente e creando un effetto di distorsione percettiva, disseminando periodici buchi neri tra le maglie di un apparentemente ordinario tessuto punk. <em>Getting the brush</em> sembra tentare ormai semplicemente la messa in musica di una perdita di sensi, anche se propriamente tenta di simulare la “pera” di eroina che un ragazzo frignone e viziato si inietta. Il giro di chitarra che, interrotto solo dalle consuete dissonanze, attraversa <em>We got to get out of this place</em> altro poi non è che un verme che si contorce nella mente di un pazzo.</p>
<p style="text-align: justify">Nella <strong>folle operazione di destrutturazione</strong> dei Fear ci si può certo imbattere in momenti (più apprezzati di quanto meritino ma più rari di quanto si creda) di chiassosa baldoria da stadio. Tuttavia non possono esserci dubbi, anch’essi sono funzionali al loro collage dadaista. I Fear hanno coniato una formula di <strong>art-hardcore</strong> (si potrebbe utilizzare il termine ruffiano: art-core) in cui diversi linguaggi musicali vengono smantellati e rimontati in modo tale da mutarne radicalmente il senso. Kracauer attribuiva questa possibilità al cinema che, laddove guidato da una coscienza emancipata, può dissolvere gli elementi organici e naturali per compenetrarli con la ragione. I Fear, nel loro piccolo, come il cinema, sono un’espressione eminente della modernità, quella che, come se non fosse già abbastanza moderna di per sé, oggi si vede così spesso apporre il suffisso <em>post-</em>. <strong>Dimostrano che, anche un genere così apparentemente brutale e schiavo degli istinti più immediati e inelaborati, può essere vulnerabile ad una coscienza trasformativa, che non accetti passivamente ciò che le proviene dal materiale dato</strong>. Ciò, a suo particolarissimo modo, può redimere anche tutta le volgarità debosciate e xenofobe che trasudano dai testi di questo album. Anche queste infatti (che siano pronunciate con intenzione ironica, seria, provocatoria o furba non è importante) divengono i pannelli di questo grande quadro schizoide che è <em>The record</em>.</p>
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