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	<title>Torquemada &#187; Politica</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>&#8220;Signore e signori, buonanotte!&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2015 12:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Camilla Scarpa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per una buffa coincidenza, la tanto discussa, folkloristica e giustamente vituperata apparizione televisiva dei parenti di Vittorio Casamonica nel salotto di Bruno Vespa ha coinciso per me con la visione di un film satirico degli anni ’70, da cui il mio breve articolo trae il suo titolo. Per questa ragione le righe che seguiranno non cercheranno di riassumere la peraltro ben nota vicenda dei funerali, definiti “principeschi” ma più simili a una sagra di paese, né di analizzare le responsabilità del sindaco, del questore o del parroco &#8211; che peraltro ha commentato, non senza uno sprazzo di &#8216;sense of humour':]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>er una buffa coincidenza, la tanto discussa, folkloristica e giustamente vituperata apparizione televisiva dei parenti di Vittorio Casamonica nel salotto di Bruno Vespa ha coinciso per me con la visione di un film satirico degli anni ’70, da cui il mio breve articolo trae il suo titolo.</p>
<p style="text-align: justify">Per questa ragione le righe che seguiranno non cercheranno di riassumere la peraltro ben nota vicenda dei funerali, definiti “principeschi” ma più simili a una sagra di paese, né di analizzare le responsabilità del sindaco, del questore o del parroco &#8211; che peraltro ha commentato, non senza uno sprazzo di &#8216;sense of humour': <em>“Se era un criminale tanto pericoloso potevano arrestarlo da vivo. Dovevo forse arrestarlo io, da morto?”</em>.<br />
<strong>Queste righe si propongono invece di fare alcune rapide osservazioni sulla società moderna attraverso un parallelismo con gli episodi del telegiornale satirico condotto dallo speaker Paolo T. Fiume</strong>, interpretato magistralmente da<strong> Marcello Mastroianni</strong> (un predecessore del Mentana comico di Maurizio Crozza, nomen omen?).</p>
<div id="attachment_2928" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/00962903.jpg"><img class="wp-image-2928 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/00962903-300x210.jpg" alt="00962903" width="300" height="210" /></a><p class="wp-caption-text">Mastroianni con Monica Guerritore nel ruolo dell&#8217;assistente del conduttore.</p></div>
<p style="text-align: justify"><strong>L’episodio che ha attirato dapprima la mia attenzione è quello degli onorevoli Lo Bove.</strong> Nel film lo speaker cerca di intervistare quattro politici napoletani che, curiosamente, hanno tutti lo stesso cognome ma negano recisamente di essere parenti e perfino di conoscersi. Ogni tentativo di porre loro delle domande sarà però vano, dal momento che lo speaker sarà continuamente interrotto dalle missive degli spettatori, infarcite di insulti &#8211; quelli sì che si evolvono nel tempo! &#8211; nei confronti dei politici, che peraltro considereranno folcloristico e colorito essere definiti “fetentoni” e “teste di ***”, e finiranno per mangiarsi a quattro palmenti, in senso proprio e figurato, (il plastico del)la città di Napoli. Non serve certo un’arguzia particolare per notare il collegamento con le tante mafie che infestano il nostro paese, di cui quella dei Casamonica non sembra nemmeno la più minacciosa e moderna, come ha sottolineato, tra gli altri, Vittorio Sgarbi.</p>
<p style="text-align: justify">Il primo spezzone del film, dopo <strong>una bizzarra lezione di inglese un po’ osé</strong> (anche questo parametro possiamo confermare che si evolve!), ci rappresenta il surreale omicidio di un dignitario nero di fronte a un’ambasciata, perpetrato da un agente della CIA che finge nel frattempo di visitare la stanza di un modesto stabile della zona. La visita però è guidata dall’insegnante di inglese che si rivela anch’ella un’agente segreto della DIA, che elimina il collega che ormai sa troppe cose, ricordandoci che <strong>la violenza è “una lingua per tutti”</strong>. E come non ricordare, giusto per citare qualche esempio, l’omicidio di J.F. Kennedy, l’attentato alle Torri Gemelle, le extraordinary renditions perpetrate dalla CIA anche negli ultimi vent’anni?</p>
<div id="attachment_2929" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/Signoreesignoribuonanotte-Villaggio.jpg"><img class="wp-image-2929 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/Signoreesignoribuonanotte-Villaggio-300x159.jpg" alt="Signoreesignoribuonanotte-Villaggio" width="300" height="159" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Villaggio imita Carl Schmitt, ma solo nel nome e nell&#8217;aspetto.</p></div>
<p style="text-align: justify">Ancora sulla violenza è, in un certo senso, incentrato l’episodio <em>“La bomba”</em>, che raffigura <strong>un presunto attentato a una caserma della polizia, a cui segue la scoperta che la tanto temuta bomba è in realtà la sveglia di un’anziana signora</strong>. I vertici della polizia però non vogliono assolutamente ammettere il proprio ridicolo errore, perché gli eventi della giornata stanno mutando in positivo il parere dell’opinione pubblica sull’operato delle forze dell’ordine. Di conseguenza si procurano un ordigno vero, ma saltano in aria nel tentativo di installarlo nella caserma. Certamente l’episodio si riferisce alle numerose stragi di (più o meno presunta o dimostrata) matrice terroristica, rossa e nera, degli anni di piombo, ma <strong>come non andare con la mente alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo sui recenti fatti della scuola Diaz, in cui gli agenti avevano nascosto armi e materiale esplosivo per giustificare a posteriori il proprio intervento violento?</strong> E come non ripensare con orrore alla ratio che la Corte Europea sembra aver rinvenuto in questi comportamenti, proprio quella di invertire la tendenza, trasmettendo un’immagine efficiente e forte, di forze dell’ordine con il pugno di ferro?</p>
<div id="attachment_2918" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/caserma-diaz.jpg"><img class="wp-image-2918 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/caserma-diaz-300x200.jpg" alt="caserma-diaz" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Gli eventi della scuola Diaz.</p></div>
<p style="text-align: justify"><strong>E che dire del <em>&#8216;disgraziometro&#8217; </em>?</strong> L’episodio mostra una trasmissione televisiva in stile Mike Bongiorno, in cui trionfa il concorrente che racconta con maggior dovizia di particolari le proprie sfortune e sofferenze esistenziali. Difficile, anche qui, non trovare delle somiglianze con la televisione trash di <em>“Chi l’ha visto?”</em>, Barbara D’Urso et similia. La realtà ha superato di gran lunga la fantasia e la parodia.<br />
Altri due episodi, <em>“Il personaggio del giorno”</em> e <em>“Il salone delle cariatidi”</em> tratteggiano l’uno, significativamente sottotitolato “Poco per vivere, troppo per morire”, la vita di stenti di un pensionato “normale”, interpretato da uno splendido Ugo Tognazzi, l’altro <em>“l’orgia del potere”</em> degli altrettanto anziani vertici dello stato e della Chiesa alla fantomatica “inaugurazione dell’anno pregiudiziario”.</p>
<p style="text-align: center"><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='680' height='413' src='http://www.youtube.com/embed/ZfVB1ICIR-4?version=3&#038;rel=0&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=0&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0' allowfullscreen='true'></iframe></span>
<p style="text-align: justify">E se già è una conclusione inquietante da trarre, e non solo per i fautori delle “magnifiche sorti e progressive”, quella per cui la società di oggi sarebbe quasi perfettamente sovrapponibile a quella di quarant’anni fa, a questa conclusione inquietante si accompagna l’impressione che le recenti riforme della scuola, a cui ha fatto cenno (seppur en passant) Eugenio nel suo <a title="Prima di criticare la scuola di Gentile sciacquatevi… (i panni nell’Arno)" href="http://www.torquemada.eu/2015/09/14/scienzalive-contro-fusaro-prima-di-criticare-la-scuola-di-gentile-sciacquatevi-i-panni-nellarno/" target="_blank">articolo su Gentile</a>, debbano mirare ancora più in basso di quanto non sembri, per adeguarsi al “servizio pubblico” offerto dalla RAI e al suo target!</p>
<div id="attachment_2921" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/casamonica-porta-a-porta.jpg"><img class="wp-image-2921 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/casamonica-porta-a-porta-300x198.jpg" alt="Vera e Vittorino Casamonica a 'Porta a Porta'" width="300" height="198" /></a><p class="wp-caption-text">Un fotogramma della discussa puntata di &#8216;Porta a Porta&#8217;</p></div>
<p style="text-align: justify">Forse, più che Leopardi, aveva ragione <strong>Spengler</strong> quando riteneva incombente il <em>“Tramonto dell’occidente”</em>, e chissà che lo stesso titolo del film che mi ha ispirato non sia, in qualche modo, la previsione (o l’auspicio, seppur in tono semiserio) di una simile conclusione?</p>
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		<title>Turchia, Curdi, IS: chi spara a chi?</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Aug 2015 15:47:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Decenni di faticose trattative ed estenuanti confronti per raggiungere un accordo di pace. Una decina di giorni scarsi per mandarlo nuovamente in soffitta. Triste realtà delle relazioni fra Turchia e curdi turchi, capeggiati dal Partito dei Lavoratori (PKK), normalizzatesi in un&#8217;ottica pacifica da ormai quasi due anni e ora di nuovo al capolinea.  Non è durata la tregua riconosciuta da ambo le parti nel 2013 e di nuovo svanita nel nulla dopo le turbolenze di fine luglio, che hanno provocato nuovi bombardamenti e incursioni dell&#8217;esercito turco contro basi e milizie del PKK curdo. Perché?   Il 20 luglio un attacco]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>ecenni di faticose trattative ed estenuanti confronti per raggiungere un accordo di pace. Una decina di giorni scarsi per mandarlo nuovamente in soffitta. Triste realtà delle relazioni fra Turchia e curdi turchi, capeggiati dal <strong>Partito dei Lavoratori (PKK)</strong>, normalizzatesi in un&#8217;ottica pacifica da ormai quasi due anni e ora di nuovo al capolinea.  Non è durata la tregua riconosciuta da ambo le parti nel <strong>2013</strong> e di nuovo svanita nel nulla dopo le turbolenze di fine luglio, che hanno provocato nuovi bombardamenti e incursioni dell&#8217;esercito turco contro basi e milizie del PKK curdo. Perché?</p>
<p> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-1.png"><img class="size-medium wp-image-2861 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-1-300x200.png" alt="Immagine 1" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Il <strong>20 luglio</strong> un attacco kamikaze poi rivendicato da IS provoca 20 vittime nella città curda turca di <strong>Suruc</strong>. Al confine siriano esplode la rabbia della popolazione. Nella regione della Turchia sud-orientale è ancora viva la memoria del caro prezzo con cui i curdi pagarono la vittoria contro il califfato nella città di <strong>Kobane</strong> nell&#8217;apparente indifferenza turca. Reparti dell&#8217;esercito di Ankara erano infatti schierati a poche centinaia di metri dalla città, sul confine siriano, senza per questo assumere alcun ruolo attivo nella battaglia, anche quando la situazione per i miliziani curdi appariva particolarmente critica. L&#8217;accusa: Ankara si è mostrata incapace di proteggere la popolazione se non addirittura è stata passivamente complice della strage, <strong>chiudendo un occhio sull&#8217;attività dello Stato Islamico in chiave anti-curda.</strong> Di qui, il <strong>22 luglio</strong>, l&#8217;assassinio di due poliziotti turchi, accusati di presunta connivenza con gli attentatori. La reazione del governo di <strong>Recep Tayyip Erdogan</strong> non si fa attendere: da quella  stessa settimana  hanno preso il via i <em>raid</em> contro le installazioni militari del PKK nelle montagne del nord Iraq e nel sud-est Turchia. Due anni di flebile tregua spazzati via nel giro di meno di una settimana.</p>
<p> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-2.jpg"><img class="size-medium wp-image-2860 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-2-300x202.jpg" alt="Immagine 2" width="300" height="202" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Occorre però fare un ulteriore passo indietro. Cosa sta a monte della latente tensione curdo-turca, oltre la causa prossima dell&#8217;attentato di Suruc? Non si può nascondere come gli attriti tra il governo di Ankara e i militanti curdi del PKK siano aumentati esponenzialmente dopo le elezioni tenutesi lo scorso <strong>7 giugno</strong>, in cui l&#8217;<strong>HDP</strong>, il Partito curdo ha ottenuto l&#8217;accesso in parlamento mediante il superamento della soglia di sbarramento del 10% imposta per entrare nel parlamento turco. Non solo, il crollo di consensi dell&#8217;AKP – il partito Giustizia e Libertà del primo ministro Erdogan – ha creato una situazione politica instabile: l&#8217;AKP, pur rimasto partito di maggioranza, si è visto impossibilitato a formare un governo autonomo. È di pochi giorni fa la notizia delle dimissioni di Ahmet Davbutoglu, premier incaricato dal presidente Erdogan, della formazione di un nuovo governo. Con ogni probabilità si andrà a <strong>nuove elezioni a inizio novembre</strong>. L&#8217;impasse politica ha perciò determinato un repentino cambio di strategia in politica estera del governo turco.</p>
<p> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-3.jpg"><img class="size-medium wp-image-2863 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-3-300x199.jpg" alt="Immagine 3" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Di qui la duplice offensiva di Erdogan contro curdi e estremisti islamici, entrambi gruppi etichettati come terroristi dal governo turco. L&#8217;inizio di una politica aggressiva sia nei confronti del PKK che dell&#8217;IS sembra essere funzionale ad un duplice scopo nella politica estera turca. <em>In primis</em>, a vantaggio di Erdogan giocherebbe una <strong>minimizzazione dell&#8217;influenza curda</strong> nella politica interna turca, magari tornando a elezioni anticipate e sfruttando l&#8217;onda lunga del conflitto anti-curdo in chiave nazionalistica per strappare voti a destra, ottenere la maggioranza e formare un nuovo governo più saldo e autonomo a livello parlamentare. In secondo luogo l&#8217; <em>escalation</em> militare nei confronti di IS, con l&#8217;inizio di <em>raid</em> diretti e la concessione ai droni USA della base aerea di Incirlik &#8211; una strategia più aggressiva contro i miliziani dello Stato Islamico &#8211; mira a <strong>strappare ai partiti curdi</strong> quali il PKK turco, l&#8217;YPG siriano e il KRG iracheno <strong>la <em>leadership</em> nella lotta allo Stato Islamico.</strong> Il Daesh si è così tramutato da <em>“useful enemy”</em> &#8211; secondo le parole di Sinan Ulgen, esperto di politica turca – utile per limitare l&#8217;influenza curda, a nemico da colpire con forza per mettere all&#8217;angolo le ambizioni territoriali e politiche curde. Ma pur sempre utile ad affermare un ruolo della Turchia più forte nello scacchiere mediorientale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Grecia e Unione Eurasiatica: un matrimonio che (per il momento) &#8220;non s&#8217;ha da fare&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2015 01:45:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Centini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da almeno 5 anni a questa parte l&#8217;Europa politica (l&#8217;Unione Europea, cioè il costrutto finanziario e non l&#8217;Europa &#8220;reale&#8221;) è sottoposta a tre spinte disgregative convergenti, una da sud, una da est e una dal centro. Queste tre crisi sono: la disgregazione (foraggiata o meno) dell&#8217;ordine politico nel mondo arabo-africano venutosi a creare dopo la fine dell&#8217;URSS e contestuale assalto alla Siria di Assad, l&#8217;inceppamento del motore europeo indipendentemente dalla crisi economica globale, e la rinascita di un fronte orientale con Mosca, quasi chiuso nel decennio 1998-2008. Queste tre spinte diventano particolarmente potenti nella parte sud-orientale del Mediterraneo, dove un]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a almeno 5 anni a questa parte l&#8217;<strong>Europa politica (l&#8217;Unione Europea, cioè il costrutto finanziario e non l&#8217;Europa &#8220;reale&#8221;) è sottoposta a tre spinte disgregative convergenti, una da sud, una da est e una dal centro. Queste tre crisi sono: la disgregazione (foraggiata o meno) dell&#8217;ordine politico nel mondo arabo-africano</strong> venutosi a creare dopo la fine dell&#8217;URSS e contestuale assalto alla Siria di Assad, l&#8217;inceppamento del motore europeo indipendentemente dalla crisi economica globale, e la rinascita di un fronte orientale con Mosca, quasi chiuso nel decennio 1998-2008.</p>
<p style="text-align: justify">Queste tre spinte diventano particolarmente potenti nella parte sud-orientale del Mediterraneo, dove un paese come la Grecia, statualmente debole e ridotto negli anni a frontiera discrasica della NATO sul mondo mediorientale, soffre le infiltrazioni dei tre processi sopracitati.</p>
<p style="text-align: justify">La Grecia, come capitalismo esile ed esposto agli equilibrismi monetari e politici (mancando di un comparto industriale di una certa consistenza e un economia legata al turismo) <strong>ha subito sentito i contraccolpi della crisi tricefala che ha smosso le acque dal 2010 circa in poi. Il risultato ovvio è stata la progressiva debolezza del governo greco, che fino alla vittoria di Syriza (25 Gennaio 2015) aveva colpevolmente rinunciato ad opporsi alla progressiva sostituzione delle agenzie eurocratiche allo Stato legittimo greco</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">La presidenza Tsipras, dichiaratamente riformista, non ha quindi smagnetizzato la Grecia attivamente, ma il suo governo ha labilmente intepretato un processo popolare endogeno, che porta la Grecia fuori dalla dicotomia Europa-Euro, verso però lidi ignoti. Tsipras non ha saputo far altro che prender tempo, e flirtare con la Russia, che vanta da molti anni un ottimo rapporto con la Grecia post-Euro.</p>
<p style="text-align: justify">La discrasia tra il processo endogeno del tutto comprensibile (stante il fallimento totale della cura-Troika) e l&#8217;attendismo di Tsipras e Varoufakis ha portato la Grecia in un limbo in cui i tre aspetti della statualità greca, Militarismo (A), Diplomazia (B), e Burocrazia (C), prendono strade diverse.</p>
<p style="text-align: justify">In questo contesto di caos, in cui la Troika detiene il pallino del gioco (giacchè ha molte armi con cui ricattare Atene) si sono fatte strade in alcuni gruppi di contropensiero antiatlantista lontane prospettive di un avvicinamento della Grecia ai BRICS, soprattutto dopo il viaggio di Tsipras a Mosca (8 Aprile), con contestuali contumelie tedesche. <strong>Un avvicinamento che però pare appartenere alla fantasia, soprattutto se da un piano economico-monetario (adesione alla Banca dei BRICS) ci si sposta su un piano di corposità politica, con la Grecia che entra nell&#8217;Unione Eurasiatica promossa da Mosca</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/06/Tsipras-Putin.jpg"><img class=" wp-image-2815 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/06/Tsipras-Putin-300x241.jpg" alt="Tsipras Putin" width="403" height="324" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">La discrasia che ricordavano poc&#8217;anzi tra l&#8217;effettivo corso del paese-Grecia e l&#8217;attendismo dei suoi governanti, non giustifica uno scatto centometristico verso lo scioglimento dei legami formali con l&#8217;Euro-Occidente e un involata verso le pianure eurasiatiche. A<strong>lla realtà socio-economica popolare si contrappone un governo che, seppur spregiudicato, appare pienamente inserito nella logica eurocratica di mantenimento dello status quo,</strong> e francamente incapace di dare uno strappo al declino in cui, da solo, ha voluto porsi in compagnia (&#8220;La Grecia non uscirà dall&#8217;Euro&#8221; ripeteva Tsipras in campagna elettorale, e ha continuato a ripeterlo anche una volta presidente).</p>
<p style="text-align: justify">Vediamo alcuni motivi per cui un effettivo avvicinamento della Grecia ai BRICS e in particolare all&#8217;Unione Eurasiatica promossa da Mosca.</p>
<p style="text-align: justify">A) <strong>Da un punto di vista militare l&#8217;esercito è ridotto ai minimi termini, per svariati ragioni</strong>. Storicamente, dopo la soppressione della dittatura militare dei colonnelli (1975) l&#8217;esercito è stato rigidamente controllato dagli apparati civili, e il ridotto zoccolo demografico/economico è dissanguato per mantenere una coltre militare con la Turchia (sebbene siano frequenti passaggi di personale di grado all&#8217;interno delle logiche NATO tra i due paesi) e un presidio ad alto valore aggiunto a Cipro sulla linea che divide l&#8217;isola tra la Grecia e la Turchia<strong>. La recente crisi economica ha accellerato questi processi, e ormai l&#8217;esercito greco è ridotto ad un agenzia di controllo immigrazione</strong>. Seppur di robusta cultura ortodossa e genericamente ben disposto verso Mosca, culturalmente parlando, la marina (il comparto più strutturato) e l&#8217;aviazione sono terreno di caccia della NATO. Non da ultimo la Grecia ha partecipato ad Ottobre 2014 ad un esercitazione generale NATO nel Mediterraneo (chiarendo quindi la sua eventuale partecipazione ad una cordata anti-siriana o anti-russa). <strong>Uno spiraglio verso un futuro filorusso potrebbe essere l&#8217;accordo con Mosca, nonostante le sanzioni, per alcuni pezzi di ricambio per sistemi di difesa aerea, siglato a Dicembre 2014. Tuttavia sia la non sponsorizzazione dell&#8217;accordo sia la relativa pochezza dello stesso lasciano pensare che esso sia solo normale routine, normale scambio tecnologico nell&#8217;ambito militare.</strong></p>
<p style="text-align: justify">In generale la mancanza di peso dell&#8217;esercito nella catena di montaggio nelle decisioni politiche e l&#8217;ingerenza, anche economica, degli USA sul comparto militare (nel 2010 gli Stati Uniti hanno venduto il 42 % degli armamenti necessari ai greci, seguiti da altri due paesi NATO, Francia e Germania) impediscono che il comparto militare e in generale l&#8217;esercito possano essere un reale pungolo verso l&#8217;Unione Eurasiatica.</p>
<p style="text-align: justify">B) <strong>La Grecia è un paese diplomaticamente diviso tra un lontano legame ortodosso e un presente mediterraneo-occidentale</strong>. Legata a doppio filo alla militanza NATO della Turchia, con la quale forma un tutt&#8217;uno strategico (tanto che furono proprio gli States a premere perchè entrassero insieme nella NATO, nel 1952, durante il primo allargamento). L&#8217;unica vera faglia militare, quella con la Turchia (giacchè quella con la Macedonia è una boutade su un nome, poca cosa) è forzosamente rimarginata dal paternalismo sovranazionale di Washington. <strong>Ultimamente la Grecia ha però firmato sia le sanzioni contro la Russia</strong> (Settembre 2014) <strong>sia l&#8217;allargamento delle stesse non molto dopo</strong>. Atene si è allineata alla vulgata atlantista anche astenendosi (come quasi tutti i paesi del blocco europeo) riguardo alla proposta putiniana di mettere al bando il revisionismo nazista, quando un governo di Sinistra avrebbe quasi importo un adesione alla proposta russa.</p>
<p style="text-align: justify">A dimostrazione del bipolarismo del governo greco tuttavia stanno le parole del ministro degli esteri Kotzias, che a Febbraio 2014, dopo un colloquio con Lavrov, parlava della necessità di cercare altre vie, che non fossero le sanzioni, per dialogare con la Russia.</p>
<p style="text-align: justify">L<strong>a Grecia diplomaticamente è particolarmente costretta dai lacciuoli eurocratici, e può quindi permettersi meno di quanto non potrebbe fare Berlino, o Parigi, ma anche Roma</strong>. E&#8217; pur vero che nessuna reprimenda, nemmeno flatus vocis è giunta da Atene, in riferimento all&#8217;allargamento delle sanzioni o come abbiamo visto, almeno sulla questione storia del Nazismo. Un voto contrario non solo avrebbe polarizzato la opinione pubblica greca ma avrebbe ragionevolmente galvanizzato alcuni paesi dentro la UE che malsopportano la russofobia spinta (Ungheria,Rep.Ceca ecc).</p>
<p style="text-align: justify">Bisogna quindi chiedersi in che modo Atene pensa di utilizzare diplomaticamente un appoggio gracile alla Russia. <strong>Probabilmente la Grecia spera in una risoluzione travagliata ma positiva del conflitto in Ucraina</strong> (vedi l&#8217;interesse per gli accordi di Minsk) e di diventare in futuro mediatrice tra Mosca e Bruxelles.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/06/Eurasiatic-Emblem.png"><img class="size-medium wp-image-2816 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/06/Eurasiatic-Emblem-300x148.png" alt="Eurasiatic Emblem" width="300" height="148" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><i>                                                                                 Emblema ufficiale dell</i><b><i>&#8216;Unione Economica Eurasiatica </i></b><br />
<strong>C) I segmenti pesanti del paese sono più interessati ad una apertura al credito europeo che a sfidare apertamente la Troika con provocazioni filorusse.</strong> La Banca Centrale Greca è una roccaforte della reazione eurocratica, ed essendo la voce in capitolo più grande per gli investimenti greci e l&#8217;economia ellenica in generale preme per una risoluzione filo-europea della crisi. Anche le parole concilianti rivolte da Putin a Tsipras l&#8217;8 Aprile, durante la sua visita a Mosca, si sono comunque concluse con una rassicurazione del Presidente russo circa la non volontà russa di minare la stabilità politica europea.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Un campo in cui il gran capitale greco può trovare conveniente una ripolarizzazione verso la Russia potrebbe essere quello dell&#8217;energia, con la sponda garantita da Tsipras al progetto di Turkish Steam che coinvolgerebbe anche la Fed.Russa</strong>. L&#8217;energia è il reale ventre molle dell&#8217;eurocratismo, e da qui può partire la magnetizzazione russa del Capitale greco, il quale tuttavia rimane largamente legato, controvoglia, al campo occidentale.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Anche a livello di partiti l&#8217;unico che si sia schierato con convinzione con Mosca è Alba Dorata, che ha recentemente partecipato ad alcune rassegne politiche della galassia nazional-rivoluzionaria a Mosca</strong>. Alba Dorata da qualche anno, dopo aver superato la sua vicinanza con Slovobda (in modo simile a quanto ha fatto Forza Nuova in Italia), preme per un avvicinamento della Grecia alla Russia, sia in funzione antieuropea che antiamericana. <strong>Il resto dei partiti greci tuttavia registra posizioni farraginose</strong> (PASOK e Nea Dimokratia )<strong> o improntate all&#8217;opportunismo</strong> (Syriza, come ricordavamo), <strong>o apertamente filorusse ma solo per quanto concerne la questione ucraina</strong> (KKE).<br />
A queste condizioni, a meno di stravolgimenti (che potrebbero essere un nuovo governo magari a guida Alba Dorata o una sterzata vampiresca della Troika) epocali,<strong> l&#8217;adesione di Tsipras all&#8217;Unione Eurasiatica rimane solamente una carta buona da giocare per esacerbare il dialogo con i soloni eurocratici. Più probabile rimane l&#8217;adesione alla ba</strong><strong>nca dei BRICS, che tuttavia rimane troppo legata a progetti diplomatici e non politici tout court. Nel qual caso quest&#8217;adesione non sarebbe impossibile, ma solo poco produttiva su un piano di rapporti di forza</strong>.</p>
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		<title>Ahmad Shah Massoud, il Leone del Panshir</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2015 11:56:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ahmad Shah nasce il 2 settembre 1953 a Bazarak, nella Valle del Panshir, situata nella parte nordorientale dell’Afghanistan. È figlio di un Colonnello dell’Esercito Reale Afgano, di etnia tagica e religione musulmana sunnita. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Kabul, dove frequenta il Liceo francese e studia ingegneria all’Università. Nell’ambiente universitario, inizia a militare nell’Organizzazione della Gioventù Musulmana (Sazman-i Jawanan i-Musulman), a sua volta ramo studentesco della Società Islamica (Jamiat-e Islami), che si oppone all’influenza sovietica e comunista sul governo. Assume in queste circostanze il nome di battaglia di Massoud. Presto (1975), con la scissione del movimento islamista tra gli estremisti]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="A" class="cap"><span>A</span></span>hmad Shah</strong> nasce il 2 settembre 1953 a <strong>Bazarak, nella Valle del Panshir</strong>, situata nella parte nordorientale dell’<strong>Afghanistan</strong>. È figlio di un Colonnello dell’Esercito Reale Afgano, di etnia tagica e religione musulmana sunnita. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Kabul, dove frequenta il Liceo francese e studia ingegneria all’Università.</p>
<p style="text-align: justify">Nell’ambiente universitario, inizia a militare nell’<strong>Organizzazione della Gioventù Musulmana (Sazman-i Jawanan i-Musulman)</strong>, a sua volta ramo studentesco della Società Islamica <strong>(Jamiat-e Islami)</strong>, che si oppone all’influenza sovietica e comunista sul governo. Assume in queste circostanze il nome di battaglia di Massoud. Presto (1975), con la scissione del movimento islamista tra gli estremisti del <strong>Partito Islamico (Hezb-i Islami)</strong> di <strong>Gulbuddin Hekmatyar</strong> e i moderati, diventa un esponente di spicco di questi ultimi.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nel 1978, il Partito Popolare Democratico dell’Afghanistan prende il potere con un colpo di stato militare e comincia ad imporre un regime comunista e a massacrare oppositori e dissidenti.</strong> Entro un anno, ampia parte della popolazione, specie nelle regioni rurali, si rivolta in armi. Di fronte alla crisi militare – meno di metà delle forze armate resta fedele al governo –, questo chiama in soccorso l’<strong>Armata Rossa</strong>, che invade il Paese nel 1979.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/flat550x550075f_zpsc7b8b85f.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2730" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/flat550x550075f_zpsc7b8b85f-281x300.jpg" alt="flat550x550075f_zpsc7b8b85f" width="281" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il 6 luglio, Massoud insorge nel Panshir contro l’occupante sovietico.</strong> Da quel momento, conduce una forte guerriglia contro le forze del governo e quelle straniere. La sua abilità come comandante guerrigliero, ispirato a Mao Zedong ed Ernesto Guevara, e il suo sostegno da parte della popolazione locale fanno sì che diventi presto una spina nel fianco per il nemico.<strong> A causa della sua forte indipendenza, riceve però ben poco sostegno sia dalla dirigenza del proprio partito, in esilio a Peshawar, in Pakistan, sia dagli Stati Uniti che, seguendo la Dottrina Reagan, stanno finanziando i mujaheddin islamisti per indebolire l’URSS. Tuttavia, riesce a rimanere imbattuto per ben dieci anni.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>All’inizio del 1989, l’Armata Rossa si ritira dal Paese, ma il governo comunista guidato da Mohammad Najibullah continua a combattere, grazie al sostegno sovietico.</strong> Solo nel <strong>1992</strong>, dopo il collasso dell’URSS, le divisioni interne si fanno sentire e buona parte delle forze armate si unisce ai ribelli, determinando il crollo del regime. Il 24 aprile, con gli accordi di Peshawar, viene istituita la <strong>Repubblica Islamica dell’Afghanistan</strong>, con Massoud come Ministro della Difesa e <strong>Hekmatyar</strong> come Primo Ministro. Quest’ultimo però rifiuta di firmare e, sempre con il sostegno diretto del Pakistan, muove guerra al resto della coalizione vittoriosa, bombardando Kabul.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/asm1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2728" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/asm1-300x212.jpg" alt="asm1" width="300" height="212" /></a></p>
<p style="text-align: justify">A sua volta, la Repubblica Islamica è dilaniata dagli scontri tra le diverse milizie: in particolare, <strong>il Partito dell’Unità (Hezb-i Wahdat)</strong> di <strong>Abdul Ali Mazari</strong>, hazara sciita e filoiraniano,<strong> Ittihad i-Islami</strong> di <strong>Abdul Rasul Sayyaf</strong>, pashtun e wahabita filosaudita, e il <strong>Junbish-i Milli</strong> di <strong>Abdul Rashid Dostum</strong>, ex generale comunista di etnia uzbeca, sostenuto dall’Uzbekistan di Islam Karimov. Da tutte le parti, sono commessi crimini e atrocità, e persino Massoud ha difficoltà a controllare i suoi uomini, e ancor più mantenere una parvenza d’unità nel governo.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nel 1994, nel meridione a maggioranza Pashtun, esasperato dalla tirannia dei governatori provinciali e dai soprusi dei signori della guerra, prende il potere il nuovo movimento dei Taliban</strong>, che ottengono il sostegno pakistano e della <strong>“legione straniera” di mujaheddin reclutati da Osama Bin Laden</strong> negli anni ’80 per combattere i sovietici. Massoud combatte contro di loro, cercando di bloccare la loro avanzata.</p>
<p style="text-align: justify">Solo nel 1996, di fronte a questa minaccia, le varie fazioni riescono a formare un Fronte Unito (o <strong>“Alleanza del Nord”</strong>). Tuttavia, gli studenti coranici, approfittando dell’aiuto straniero e delle divisioni interne dei loro avversari, entrano in Kabul e completano man mano la conquista dei territori settentrionali. <strong>In questo frangente, Massoud resta l’unico comandante di spicco a rimanere nel Paese e a mantenere le sue posizioni, ossia la regione comprendente il natio Panshir.</strong> Al tempo stesso, continua a condurre negoziati con le varie fazioni, inclusi i talebani, per raggiungere la pace. <strong>Intanto, nell’area sotto il suo controllo, tutela i diritti delle donne e lavora per la formazione d’istituzioni progressive.</strong></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Corbis-AAEC0011001.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2729" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Corbis-AAEC0011001-300x174.jpg" alt="Ahmed Shah Massoud Firing a Rifle" width="300" height="174" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>In questo periodo è importante notare come non riceva pressoché supporto dall’amministrazione Clinton</strong>. Solo India, Russia, Iran e Tagikistan forniscono qualche limitato aiuto, finché, nel 2001, con la Presidenza Bush, gli Stati Uniti tornano ad interessarsi all’Afghanistan. <strong>Nello stesso anno, di fronte al Parlamento Europeo, denuncia il sostegno di Pakistan e Arabia Saudita al regime talebano, oltre che al terrorismo islamista di stampo salafita e wahabita</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, il 9 settembre, poco prima dell’attentato alle Twin Towers, viene avvicinato con il pretesto di un’intervista e assassinato con una bomba da due terroristi islamisti</strong>, inviati plausibilmente da Al-Qaeda o dai servizi pakistani. Solo nei mesi successivi, grazie all’invasione statunitense, l’Alleanza del Nord prende il controllo del Paese e instaura un nuovo regime, il quale proclama Massoud Eroe Nazionale. I suoi fratelli partecipano ai nuovi governi di coalizione, ma il vuoto politico lasciato dal Leone del Panshir continua ad essere avvertito nel contesto di un Afghanistan instabile, militarmente occupato e lacerato dalle lotte intestine.</p>
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		<title>Miseria e infamia dell&#8217;antifascismo militante</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2015 15:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’incendio, a Milano, di una sede di Forza Nuova e della storica libreria Ritter rappresenta la degna celebrazione di settant’anni di quella branca del crimine organizzato, che si autodefinisce “antifascismo militante”. Se la mafia era stata definita da Peppino Impastato “una montagna di merda”, tale epiteto risulta però fin troppo lusinghiero per gli antifa, dal momento che lo sterco è notoriamente un ottimo fertilizzante, mentre il loro odio è del tutto sterile. Specifichiamo: sarebbe ingiusto attribuire quest’etichetta infamante a coloro che coraggiosamente si opposero per davvero al regime fascista, pagandone il prezzo in prima persona; ad esempio, quei 12 accademici]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>’incendio, a Milano, di una sede di Forza Nuova e della storica<strong> libreria Ritter</strong> rappresenta la degna celebrazione di settant’anni di quella branca del crimine organizzato, che si autodefinisce “antifascismo militante”. Se la mafia era stata definita da Peppino Impastato “una montagna di merda”, tale epiteto risulta però fin troppo lusinghiero per gli antifa, dal momento che lo sterco è notoriamente un ottimo fertilizzante, mentre il loro odio è del tutto sterile.</p>
<p style="text-align: justify">Specifichiamo:<strong> sarebbe ingiusto attribuire quest’etichetta infamante a coloro che coraggiosamente si opposero per davvero al regime fascista, pagandone il prezzo in prima persona</strong>; ad esempio, quei 12 accademici su 1200 che rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà; o quei pochi che vi si opposero fin dall’inizio, come Matteotti, Gramsci, i fratelli Rosselli, ecc.<strong> Già è discutibile la posizione di quei tanti, invece, che lo accettarono fintanto che esso ebbe il mandato del Re, e diventarono antifascisti solo dopo l’8 settembre</strong>, in occasione dell’occupazione tedesca. Sia come sia, essi combatterono il fascismo, fintanto che esso viveva.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Criminali sono invece coloro che da settant’anni si ostinano, al di fuori di ogni legalità, ad inveire contro un nemico già vinto e destituito</strong>. Costoro si fanno scudo della Costituzione, ma mostrano di non conoscerla affatto. <strong>In nessun luogo della carta costituzionale compare, infatti, la parola “antifascismo”</strong>; solo nelle disposizioni finali e transitorie, si escludono temporaneamente gli ex-fascisti dalle cariche pubbliche e si proibisce la ricostituzione del disciolto partito fascista. Poi, è vero, dato che il fascismo pareva non aver lasciato un ricordo così cattivo in tutti gli italiani e continuava ad avere un seguito politico rilevante, s’introdussero ulteriori leggi a limitazione della libertà di espressione, come la Scelba e la Mancino.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, le leggi della Repubblica Italiana sanciscono anche che la legalità è tutelata dalla magistratura e dalle Forze dell’Ordine, non da bande d’incendiari, picchiatori e assassini, che sporcano la bandiera rossa di cui si ammantano. Se un movimento o un partito neofascista, comunque si chiami, è legalmente registrato e si presenta regolarmente alle elezioni, non c’è nulla che abbiano diritto di fare per impedirne l’attività, salvo il ricorso a vie legali. Non parliamo poi di semplici associazioni culturali o esercizi commerciali. Tuttavia, per questa feccia il crimine e l’ingiustizia paiono essere una seconda natura.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Qui nessuno vuole negare i crimini e gli errori commessi dai regimi fascisti, al pari però di ogni altra forma di governo o ideologia, ma questi non autorizzano né legalmente né tanto meno moralmente a commettere altri crimini in risposta. Eppure, la storia dell’antifascismo militante è costellata d’infamie e orrori di ogni genere, fin dai suoi inizi, e non di rado commessi anche contro l’opinione o le persone degli altri antifascisti!</strong> Ad esempio, in Venezia Giulia i partigiani comunisti uscirono dal CLN, e assassinarono quei patrioti italiani antifascisti sì, ma che non volevano barattare l’occupazione tedesca con quella jugoslava, non meno feroce. Non è certo un caso che monarchici, cattolici, azionisti, repubblicani, ecc. uscirono quasi subito dall’<strong>ANPI</strong>, per fondare le proprie associazioni di reduci, non condividendone la faziosità.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ora, sarebbe troppo banale scadere nell’anticomunismo, il quale ha oggi senso tanto quanto l’antifascismo, ossia nessuno. Anche perché questi delinquenti con la dottrina di Marx e Lenin non hanno nulla a che fare</strong>. Esattamente come lo sono in Italia, anche in qualsiasi regime socialista reale, sarebbero elementi antisociali e anarcoidi, con la differenza importante che nei suddetti regimi, bontà loro, le loro canagliate frutterebbero qualche annetto di lavori socialmente utili, d’indubbio impatto educativo. Negli stessi Paesi, tra l’altro, gli ex-fascisti che rispettavano le leggi dello Stato erano pienamente integrati nel sistema socialista – esemplare è il caso della<strong> NDPD</strong> nella Repubblica Democratica Tedesca. <strong>D’altronde, la rivendicazione ideologica principale dei cessi sociali è un reddito gratuito per chiunque, cittadino o meno, totalmente svincolato dal lavoro. È difficile immaginare una proposta più smaccatamente individualista e antisocialista</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, mentre nelle nostre città continuano a comparire filiali bancarie, supermercati stranieri che fagocitano il piccolo commercio, compro-oro e sale giochi dove si ricicla denaro sporco, costoro non alzano neanche la voce per denunciare questo scempio. È però sufficiente che un’associazione neofascista o semplicemente di destra, annunci un evento culturale, come una conferenza, ed ecco che costoro ululano come gli sciacalli che sono, perché le autorità – quelle che disprezzano ogni giorno – proibiscano l’evento ed essi stessi si mobilitano, cercando l’aggressione e lo scontro, ma sempre rigorosamente in netta superiorità numerica. Le rare volte che i tutori dell’ordine si ricordano di accarezzare loro doverosamente la schiena, subito si lamentano a gran voce, scandalizzati che dopo aver predicato lotta e violenza contro il sistema, qualcuno li prenda un attimo sul serio.</p>
<p style="text-align: justify">Non hanno tutti i torti, del resto, dato che<strong> le loro “lotte” sono del tutto congenite al sistema liberalcapitalista che a parole osteggiano</strong>. Esattamente come i trogloditi che, dall’altro lato, scaricano le loro frustrazioni sul bracciante africano o sull’ambulante arabo, invece di colpire i veri responsabili dell’immigrazione di massa, anche questi subumani inveiscono contro il “fascista”, con gli applausi di tutti i poteri forti. Del resto, chi paga i musicanti decide la musica; e chi sovvenziona costoro pagando le bollette dei centri sociali occupati e stipendiando le attività culturali, se non le giunte di centrosinistra targate SEL o PD, partiti che con il peggior imperialismo e liberal-capitalismo ci hanno sempre marciato d’amore e d’accordo, ben più degli stessi neofascisti! Peraltro, un’analisi di classe non mancherebbe di identificare il retroterra alto e medioborghese, di questi emuli in sedicesima del bombarolo miliardario Giangiacomo Feltrinelli.</p>
<p style="text-align: justify">E così, “fascista” è il cattolico che timidamente osa difendere la famiglia naturale, “fascista” è il proletario che si oppone alla costruzione di un centro d’accoglienza in una zona già disagiata, “fascista” è l’antimperialista che manifesta solidarietà per la Siria o la Nuova Russia. <strong>Del resto, con la presenza fascista ridotta ai minimi termini, bisogna inventarne di nuovi</strong>. Questo è esattamente quello che il filosofo comunista Costanzo Preve condannava, definendolo “antifascismo in assenza di fascismo”. Del resto, il teorico marxista Amadeo Bordiga, già nel ’45, sosteneva chiaramente che l’antifascismo non era diventato che un pretesto per legare i comunisti ai partiti borghesi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: al Job Act di Renzi, si risponde aggredendo gli sparuti fautori del corporativismo, ovvero si preferisce lottare contro chi sostiene velleitariamente un’economia sociale di mercato, ignorando chi implementa realmente il neoliberismo.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, la psicopatologia dell’antifascismo militante non si esaurisce semplicemente nella criminosità, nella stupidità e nel servilismo<strong>. Se, infatti, dovessimo trovare una cifra alle loro azioni, questa sarebbe l’odio, cieco e bestiale</strong>. Così, durante la resistenza all’occupazione tedesca, loro mito fondante, operarono scientificamente per provocare le rappresaglie dell’occupante contro la popolazione inerme, che pagò per le loro colpe, in modo da suscitare e diffondere odio, sulla pelle degli altri. Non a caso, in quel frangente, assassinarono tutti quegli esponenti fascisti, i quali si ostinavano a cercare, in quei difficili momenti, la conciliazione tra Italiani, senza risparmiare un invalido di guerra come Carlo Borsani né un grande filosofo come Giovanni Gentile.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, <strong>la loro azione si concentrò non tanto contro lo straniero, ma soprattutto contro gli altri italiani</strong>. Nonostante le loro pretese, la storia mostra che le forze tedesche in Italia furono sconfitte dagli Alleati e che cedettero solo alla fine, quando ormai la Germania era già invasa. Ben altra fu la consistenza di movimenti di resistenza autentici, come in Polonia, Jugoslavia, Francia. Qui invece<strong> le file partigiane lievitarono solo a guerra finita, quando non restava altro che saltare sul carro del vincitore e massacrare nei modi più orribili i fascisti (o presunti tali)</strong>. Senza stare a fare i ragionieri della morte (come di moda), queste atrocità travalicano ampiamente i misfatti compiuti in Italia dal fascismo, tra il 1922 e il 1943. <strong>Paradossalmente, in Libia ed Etiopia, dove il colonialismo fascista ebbe colpe ben più gravi, i governanti indigeni, come Haile Selassie, tutelarono le vite e le proprietà dei coloni italiani, chiedendo invece la consegna dei veri colpevoli</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nondimeno, alla civiltà africana, corrispose la barbarie europea: ossia il peculiare senso di giustizia antifascista</strong>. Mentre migliaia di coscritti, camicie nere, ausiliarie, podestà ed altri piccoli gerarchi erano barbaramente trucidati, i veri criminali di guerra fascisti, come Roatta e Graziani, se la cavarono con pene perlopiù simboliche, senza mai vedere un tribunale straniero. Persino gli ufficiali tedeschi responsabili delle rappresaglie e delle stragi non furono inquisiti che decenni dopo i fatti. Nel dopoguerra, mentre ragazze innocenti erano stuprate e assassinate, il capo dell’OVRA diventava prefetto. Questa è la giustizia antifascista che queste iene hanno lo stomaco di esaltare, minacciando chiunque osi rinfacciare i loro crimini, a settant’anni di distanza.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Orbene, ammettiamo anche che queste gesta fossero dovute all’eccitazione violenta della guerra civile. Perché, allora, lo stesso odio bestiale si è ripresentato più volte nel corso della Prima Repubblica?</strong> Dal linciaggio di Vittorio Ferri, al rogo di Primavalle, all’assassinio di Sergio Ramelli, fino alla mattanza di Acca Larenzia, questo è stato l’antifascismo militante: massacrare dei ragazzi, quasi sempre di estrazione popolare, mentre gli Almirante e i Rauti, che in teoria avrebbero dovuto essere i veri bersagli di un presunto antifascismo, sono morti serenamente nei loro letti.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Particolarmente odioso è poi il fatto che questa feccia abbia ora distrutto una libreria, ma ciò non fa altro che confermarne la bestialità. Non vi è in essi la minima volontà o capacità non dico di comprendere l’avversario, ma neanche di combattere le sue idee con le proprie.</strong> E quando si parla di cultura fascista, si parla non già di dozzinali libelli di propaganda, ma di colossi come Heidegger, Schmitt, Gentile, Pound, etc. <strong>L’antifascismo militante sprofonda ad uno stadio di barbarie e nichilismo intellettuale, che nulla ha da invidiare a gruppi fondamentalisti come lo Stato Islamico dell&#8217;Iraq e del Levante</strong>. Quelli distruggono le antiche rovine assire, questi imbrattano i monumenti ai caduti. <strong>Ieri accanirsi sui vinti e sui deboli, oggi bruciare una libreria: è quasi ironico osservare come non si facciano alcuno scrupolo di commettere in prima persona le barbarie imputate (talvolta a ragione) al fascismo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Quest’osservazione presume però che questi subumani abbiano una morale equanime, secondo cui ogni atto possa essere giudicato in sé. Non è così, <strong>per costoro il fine giustifica i mezzi, e la stessa azione può essere positiva o negativa a seconda di chi la commette</strong>. È un manicheismo politico che serpeggia ampiamente in tutta la storia politica moderna, a partire dalla Rivoluzione Francese, nel corso della quale i paladini della libertà e dei diritti invocavano lo sterminio dei contadini che si opponevano al nuovo sistema politico. Le sue radici tuttavia affondano già nella peculiare “tolleranza” liberale di Locke, esplicitamente negata a cattolici e atei. L’uso di due pesi e due misure e la disumanizzazione dell’avversario politico diventano quindi mezzo di lotta e prassi di vita, fino ad arrivare ad oggi e vedere gli antifa pretendere di negare le libertà, costituzionalmente garantite, a chiunque non vada loro a genio: si tratti di forzanovisti, leghisti, sentinelle in piedi, ecc. ecc.<br />
Non si tratta qui di negare il conflitto sociale, che è una realtà di fatto, bensì di chiarire che la lotta va condotta senza odio per l’avversario, senza negarne l’umanità. Vittorio Arrigoni, di cui gli antifa si vanno riempiendo la bocca, e che a differenza loro ha dato generosamente la vita per la causa palestinese, diceva “Restiamo umani”. Gli antifascisti militanti, invece, insistono per comportarsi come cani rabbiosi, ed è inevitabile che prima o poi vengano trattati come tali, e allontanati a calci dalla comunità.</p>
<p style="text-align: justify">Purtroppo, c’è poca speranza che i colpevoli di questi crimini siano puniti, vista la connivenza e le coperture di cui godono a livello istituzionale, e financo nelle più alte cariche dello Stato, come la Presidenza della Camera, si avalla questa mentalità patologica che smentisce alla radice ogni discorso sulla tolleranza. Impuniti erano in passato e impuniti rimangono ora. Almeno questo conferma senza ombra di dubbio, che costoro altro non sono che i figli bastardi del sistema liberal-capitalista che sostengono di combattere e che proprio costoro (e non certo i neofascisti vessati e perseguitati da ogni Stato “democratico”) costituiscono la guardia “bianca” del Capitale. Non lo dimenticheremo.</p>
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		<title>Sorel e Mussolini: una &#8220;liason dangereux&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2015 00:36:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Centini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Georges Sorel è stato, talvolta, avvicinato al nazionalismo francese, talaltra alla complessa galassia prudhonistica, più spesso ricondotto con serenità al recinto dove, almeno nell&#8217;ultima parte della propria vita, esso stesso di collocava, vale a dire nel solco del socialismo marxista. Arcinoti sono gli apprezzamenti che personaggi antimarxisti e talvolta antisocialisti hanno rivolto a Georges Sorel. Mussolini lo definiva, in un articolo del Popolo d&#8217;Italia del 1909, &#8220;Notre maitre&#8221;, e più in basso lodava il suo Le riflessioni sulla Violenza sostenendo che tale opera convincesse gli uomini che &#8220;la vita è sacrificio, lotta, conquista, un continuo superare se stessi&#8221;. Temi, questi, molto]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="G" class="cap"><span>G</span></span>eorges Sorel è stato, talvolta, avvicinato al nazionalismo francese, talaltra alla complessa galassia prudhonistica, più spesso ricondotto con serenità al recinto dove, almeno nell&#8217;ultima parte della propria vita, esso stesso di collocava, vale a dire nel solco del <strong>socialismo marxista</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Arcinoti sono gli apprezzamenti che personaggi antimarxisti e talvolta antisocialisti hanno rivolto a Georges Sorel. <strong>Mussolini lo definiva, in un articolo del Popolo d&#8217;Italia del 1909, <em>&#8220;Notre maitre&#8221;</em></strong>, e più in basso lodava il suo <em>Le riflessioni sulla Violenza</em> sostenendo che tale opera convincesse gli uomini che <em>&#8220;la vita è sacrificio, lotta, conquista, un continuo superare se stessi&#8221;</em>. Temi, questi, molto presenti nella dialettica Mussoliniana, che hanno trovato paternità putativa nelle riflessioni precedenti dei futuristi (anch&#8217;essi ammiratori di Sorel, in particolare attorno alle riviste La Voce e Leonardo) e successivo sfogo nella polemica spirituale alla morale borghese (&#8220;I tre cazzotti alla borghesia&#8221;) e alle plutocrazia occidentali.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Mussolini aveva avuto la possibilità di leggere Sorel in Svizzera</strong>, durante il suo soggiorno lì, tra il 102 e il 1904. <strong>Il futuro Duce apprezzò particolarmente non solo la concezione non materialistica dello scontro di classe</strong>, perfettamente inseribile nella critica contestuale gli eccessi di entrambe le deviazioni (del Capitale e della rivendicazione operaia) che già maturava nel cuore del Fascismo, <strong>e la concezione taumaturgica della violenza</strong>, capace di rilanciare il processo di scontro tra classi (ma che in Mussolini doveva servire a rilanciare per intero il discorso della lotta nazionale contro le potenze esterne e quelle disgregatrici interne).</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Georges_Sorel.jpg"><img class="alignnone  wp-image-2507" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Georges_Sorel-300x220.jpg" alt="Georges_Sorel" width="480" height="352" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Sia per Mussolini che per Sorel la violenza non è altro che un modo attivo di far ripartire la macchina della Storia</strong>, <strong>sedata per Sorel dall&#8217;arrendevolezza della borghesia</strong> che, cedendo su alcuni punti laterali del programma operaio, aveva, irrazionalmente, ingabbiato il proletariato in un gioco al ribasso, nel quale esso si accontentava di agire all&#8217;interno della pratica democratica e di dialogo imposta dalla strana alleanza grandi proprietari/&#8221;umanisti&#8221; (coloro cioè che, per Sorel, anteponevano una lettura morale e idealistica dello scontro tra sfruttati e sfruttatori ad una lettura materialistica). <strong>Mussolini trasporrà questa dialettica della violenza, carpendone il significato potenzialmente idealistico e spiritualistico, dall&#8217;agone dello scontro di classe a quello dello scontro nelle classi</strong>, dove la violenza come pratica quotidiana (ancor prima che politica) doveva servire a fare la cernita tra una borghesia e un proletariato patriottici e una borghesia invece incline al compromesso internazionale e un proletariato privo di amor patrio.</p>
<p style="text-align: justify">Risulterà, ad una lettura più specifica, che la similitudine si limita alla macrometodologia. <strong>Se per infatti Sorel utilizza la categoria di violenza come tramite attraverso il quale spezzare il delirio pernicioso che ha avvolto la dialettica proletariato/borghesia</strong> (che in Sorel rimane inquadrata materialisticamente), <strong>Mussolini lo utilizza come mezzo prediletto proprio, in ultima analisi, per evitare questa divisione in classi</strong>. Vediamo infatti come si possa intendere in Sorel l&#8217;uso della violenza:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify">«Si concederà ai partigiani della bontà che la violenza può ostacolare il progresso economico, e , anche, se passa certi limiti, per la moralità. Senonchè, siffatta concessione, non può essere opposta alla dottrina che qui si sostiene: perchè io considero la violenza soltanto dal punto di vista della sue conseguenze ideologiche. E&#8217; certo che per far si&#8217; che i lavoratori considerino i conflitti economici come immagini scolorite della battaglia che deciderà dell&#8217;avvenire, non è necessario che si abbia un gran sviluppo della brutalità, e che il sangue sia versato a fiotti. Se la classe capitalistica è energica e afferma senza posa la sua volontà di difendersi, il suo attegiamento francamente e lealmente reazionario contribuisce, almeno quanto la violenza proletaria, a mettere in luce la divisione in classi, base di tutto il socialismo»</p>
<p style="text-align: right">Georges Sorel, <em>Considerazioni sulla violenza</em>, pp. 247-248</p>
</blockquote>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/mussolini_portrait_a_p.jpg"><img class=" wp-image-2508 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/mussolini_portrait_a_p-224x300.jpg" alt="mussolini_portrait_a_p" width="345" height="462" /></a></p>
<p style="text-align: justify">In definitiva ciò che distanzia Mussolini e Sorel è proprio l&#8217;obbiettivo metodologico (intrinseco) che la violenza deve ottenere. Inoltre,<strong> mentre per Sorel la violenza ha un valore sì idealistico, ma inserito in un discorso di carattere materialistico e di scontro tra opposti bisogni sociali, per Mussolini la violenza ha un valore estrinseco, dal momento che rovescia l&#8217;Equilibrio </strong>(che per Mussolini era sintomo della viltà che la democrazia aveva imposto al popolo italiano) <strong>e rilancia la vitalità</strong>. Prima di me molti storici hanno fatto luce sulla filiazione quasi diretta tra <strong>la morale futurista e quella fascista</strong>. Anche nell&#8217;uso della violenza (anzi, soprattutto in questo) si può tracciare un file rouge che va dal manifesto su Le Figaro del 1909 e la vita culturale mussoliniana. Condensando, prima che pratica politica, per Mussolini la violenza “non e’ qualche volta morale […] la nostra violenza e’ risolutiva di una situazione cancernosa, e’ moralissima e sacroscanta e necessaria&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Altro punto centrale nella cosmologia della violenza in Sorel (e Mussolini) è <strong>la teoria del Mito</strong>. Per il sindacalista francese il Mito come concetto politico è strettamente collegato all&#8217;idea di<strong> Sciopero</strong>. Sorel, infatti, per &#8220;non mischiare utopia e pensiero serio&#8221; sostiene che il Mito possa vivere solo se sue riproduzioni parziali possono sussistere anche nei momenti in cui l&#8217;avversario è comunque resiliente. E&#8217; importante per Sorel che il mito trovi un applicazione quasi giornaliera, per impedire che diventi manipolabile come tensione collettiva annacquata. Dice Sorel, riguardo al concetto di Mito:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify">«Tuttavia noi non sapremmo agire senza uscire dal presente, senza rappresentarci questo avvenire che sembra condannato a sfuggire, per sempre, alla nostra comprensione. L&#8217;esperienza ci prova che le costruzioni d&#8217;un avvenire, indeterminato nel tempo, possono avere una grande efficacia e presentare pochissimi inconvenienti, quando abbiano una certa natura. Ciò accade quando si tratta di miti, che racchiudano le tendenze più spiccate d&#8217;un popolo, d&#8217;un partito, d&#8217;una classe; che, con la tenacia propria degl&#8217;istinti, si presentino allo spirito, in tutte le circostanze della vita; che, infine, diano un aspetto di piena realtà alle speranze di prossima azione, su cui si fonda la riforma della volontà.»</p>
<p style="text-align: right">Geroges Sorel, ivi, p. 180</p>
</blockquote>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/sansepolcro.jpg"><img class=" wp-image-2509 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/sansepolcro-300x225.jpg" alt="sansepolcro" width="475" height="356" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Per il Fascismo, e per Mussolini in particolare, il mito sarà soprattutto un artificio oratorio e un programma di intenti elastico</strong>. Anche qui, sempre sulla falsariga del processo di spiritualizzazione e alleggerimento dei temi soreliani, che in Mussolini sono traghettati da un materialismo dialettico e scanzonato ad un puro idealismo ortopratico, Mito non è una ripetizione di azioni di scontro (scioperi) continui, ma adesione incondizionata ad una realtà futura che possa retroplasmare le menti delle masse. In questo Mussolini fonde abilmente il mito della<strong> Guerra</strong> col mito della <strong>Rivoluzione</strong>, in modo non estemporaneo, se si pensa all&#8217;intero filone dell&#8217;interventismo socialista che faceva coincidere l&#8217;Italia al fronte con un italia de facto rivoluzionaria. La Guerra aumenta la disponibilità della massa all&#8217;uso della forza, esaspera le condizioni e favorisce, al ritorno dal fronte, un continuo dell&#8217;uso della violenza, che stavolta si rivolge verso la cricca governativa e la<strong> &#8220;demoplutocrazia&#8221;</strong>.<br />
<strong>Quindi, riassumendo, Sorel trascende in Mussolini attraverso la Violenza.</strong> Come dice lo stesso Duce, in un discorso del 1914, teso a smontare le tesi non interventiste:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify">«Giorgio Sorel diceva che il socialismo è una cosa terribile, grave, sublime e non un esercizio di politicanti che fanno lo sconcio comodo dei loro mercati quotidiani. Se il socialismo è forza, è sacrificio, è tragedia, noi non possiamo seguire coloro che credono di spaventarci innanzi alla guerra coll&#8217;idea delle stragi, del sangue, del sacrificio»</p>
<p style="text-align: right">Benito Mussolini, Discorso pronunciato a Genova nel salone dell&#8217;Università Popolare il 28 dicembre 1914</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify"><strong>Concludendo, la parentela politica tra Sorel e Mussolini, che deve ancora essere indagata, non passa per l&#8217;adesione di Sorel a tesi pre-fasciste</strong> (ancorchè Sorel si beasse d&#8217;esser stato letto dal Duce, come testimoniano gli scritti riportati da M.Missiroli nell&#8217;antologia &#8220;L&#8217;Europa sotto la tormenta&#8221;) <strong>ma per l&#8217;infatuazione che Mussolini prova per ciò che c&#8217;è di meno ortodosso e conseguente in Sorel: l&#8217;azione come atto-motore dello scontro sociale, e non come sua epitome</strong>.</p>
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		<title>Il futuro non è la prossima settimana.</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2015 13:46:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Serena Taurino]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Se nel lungo periodo saremo tutti morti, nel breve invece siamo tutti invalidi resi ciechi da irrefrenabile impazienza. Osservando il susseguirsi di dichiarazioni sull’andamento della economia europea, sembra quasi di guardare un film di Charlie Chaplin: ognuno degli attori va in giro meccanicamente e senza la minima idea di ciò che fa. Ci sono poi i commenti dei “comuni mortali”, di chi legge il giornale e ascolta il telegiornale  e comprende, forse, un terzo di ciò che succede. Ma si sa, “gli italiani sono tutti allenatori” a tavola. Allora, lungi, dal volerci assurgere a demiurgo della economia europea o,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>e nel lungo periodo saremo tutti morti, nel breve invece siamo tutti invalidi resi ciechi da irrefrenabile impazienza. Osservando il susseguirsi di dichiarazioni sull’andamento della economia europea, sembra quasi di guardare un film di Charlie Chaplin: ognuno degli attori va in giro meccanicamente e senza la minima idea di ciò che fa.</p>
<p style="text-align: justify">Ci sono poi i commenti dei “comuni mortali”, di chi legge il giornale e ascolta il telegiornale  e comprende, forse, un terzo di ciò che succede. Ma si sa, “gli italiani sono tutti allenatori” a tavola.</p>
<p style="text-align: justify">Allora, lungi, dal volerci assurgere a demiurgo della economia europea o, peggio, di quella italiana, ci avventuriamo nella lettura di qualche scritto di “addetti ai lavori” e cerchiamo di capire cosa succede se il futuro è adesso, quando parliamo di investimenti e innovazione.</p>
<p style="text-align: justify">Partiamo da un lavoro del 2011 a firma di Andrew Haldane, chief economist della Banca di Inghilterra, e del suo collega Richard Davies. Da una robusta analisi su dati panel dal 1980 al 2009, i due economisti dimostrano come in ambito finanziario la visione a breve termine sia statisticamente ed economicamente significativa. Nel periodo in esame, infatti, nel Regno Unito e negli USA, i cash-flow a cinque anni sono scontati a tassi più appropriati per quelli a otto anni; i cash-flow a dieci anni vengono valutati come se fossero a 16 e quelli a più di 30 anni sono scarsamente valutati.  Il lungo è breve. Le scelte finanziarie, come altre scelte di vita, vengono sintonizzate su lunghezze d’onda più corte. Gli autori utilizzano una metodologia basata sul modello tradizionale di analisi costi-benefici e “equity pricing”. La presenza di logica di breve termine significherebbe che gli agenti scontano eccessivamente i  flussi di cassa futuri. Gli investimenti non vengono intrapresi, anche se il tasso di sconto (dopo aver incluso il premio di rischio) suggerisce l’opportunità razionale di investire in una determinata azienda.</p>
<p style="text-align: justify">Tralasciando di addentrarci nelle cause di questo comportamento, ci preme sottolineare quanto i due economisti concludono: anche piccoli eccessi di attualizzazione possono avere grandi effetti cumulativi. In questo modo, sia gli investimenti che la crescita si smorzano.</p>
<p style="text-align: justify">Questa logica del venture capital è alla base dell’operazione di smantellamento del mito che lo vede foriero di imprese innovative, nonché della sua capacità di generare crescita, portata avanti dalla economista Mariana Mazzucato nel suo bel libro “Lo Stato innovatore”. In realtà, anche altri economisti sottolineano come l’orizzonte del venture capital sia quello della “uscita anticipata” dall’investimento, a causa degli onorari di gestione e delle gratifiche incassate in caso di rendimenti elevati. Quindi la maggior parte dei finanziamenti, soprattutto in settori di ricerca e sviluppo, si concentra su progetti che prevedono di arrivare alla fase di commercializzazione della “scoperta” entro i tre, cinque anni (Gosh e Nanda, 2010). Tuttavia, in alcuni settori come ad esempio quello biotecnologico o energetico, l’arco temporale richiesto dal processo di esplorazione scientifica è più ampio, oltre a richiedere la disponibilità ad accettare un insuccesso.</p>
<p style="text-align: justify">Esattamente il contrario di quanto avvenuto progressivamente nelle ultime decadi, stando a Lazonick e Mazzucato (2013), che dimostrano come la cosidetta “finanziarizzazione” della economia sia dovuta a un eccesso di speculazione e in particolar modo a due fattori. Il primo riguarda la tendenza del settore finanziario a cedere prestiti a se stesso, piuttosto che alla “economia reale”.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>Il secondo concerne una eccessiva concentrazione di finanziamenti ad opera delle grandi corporation in attività altamente profittevoli nel breve periodo &#8211;  acquisizioni e fusioni (M&amp;A) &#8211; contemporaneamente ad un progressivo disimpegno in attività redditizie sul lungo periodo come ricerca e sviluppo (R&amp;D).</p>
<p style="text-align: justify">In questo modo, la finanza non è né lo “schumpteriano” eforo del capitalismo, né il settore privato gioca il suo ruolo di investitore a la Keynes. In sostanza, banche e fondi di venture capital sono diventati “risk-averse”.  Un recente studio del Mit (2013) fa notare come il problema reale nel campo della innovazione sia la mancanza di un settore privato interessato a investire prepotentemente in ricerca e sviluppo. Al contrario di quanto accadeva negli anni ’60 all’interno di aziende come Xerox, Bell e altre, oggi esiste un vuoto spaventoso di laboratori di ricerca all’interno delle grandi corporations.</p>
<p style="text-align: justify">Questo accade in virtù della miopia da “breve termine” del settore e della visione del venture capital focalizzata sulla “uscita” entro tre anni, solitamente attraverso una offerta pubblica iniziale (IPO) (Lazonick and Tulum, 2011). Tuttavia, questo modo di agire, questo tipo di finanza può servire a sviluppare quelli che Mazzucato chiama “gadgets”, ovvero prodotti che si basano sull’assemblaggio di tecnologia già esistente (famoso è, nel libro, l’esempio dell’iPhone), ma certamente non serve a generare le “onde lunghe” del futuro.</p>
<p style="text-align: justify">Le ricette per cambiare questo modo di agire vanno da una maggiore trasparenza, una governance più forte, cambiamenti negli incentivi e nelle remunerazioni degli executive manager (Mazzucato fa notare come le stock option siano uno degli strumenti più adatti a questo tipo di finanza dall’occhio corto), fino a tasse e sussidi, laddove necessario.</p>
<p style="text-align: justify">Non è una questione di quantità degli investimenti, secondo Mazzucato, quanto la qualità di questi. In tempi di quantitative easing da parte della BCE e di “tesoretto” da spendere per il governo italiano, riteniamo che una strategia mirata da navigante con la bussola ben orientata sia essenziale. La Germania ha lavorato bene e predicato male. Dovremmo guardare a cosa ha fatto, più che soffermarci su cosa dice. Investire in settori strategici, che definiscono l’orizzonte del futuro piuttosto che quello dell’uscio di casa.</p>
<p style="text-align: justify">E’ difficile vincere il futuro, se pensiamo esso sia la prossima settimana.</p>
<p style="text-align: justify">Serena Fiona Taurino</p>
<p style="text-align: justify"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Per “economia reale”, si intende crescita produttiva sia nel settore manifatturiero che dei servizi, e creazione di nuovi posti di lavoro.</p>
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		<title>L&#8217;infamia di Reagan</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2015 17:42:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, Ronald Reagan si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità. Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! D’altronde, questa è gente]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: left"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span> Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, <strong>Ronald Reagan</strong> si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità.</p>
<p style="text-align: justify">Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! <strong>D’altronde, questa è gente che, dopo 124 anni di encicliche sociali in cui i Pontefici spiegano il contrario, ancora si ostina a credere che il liberismo (o, peggio ancora, il neoliberismo!) sia compatibile con la fede cattolica.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Come anticipato, <strong>delle colpe di Reagan ci sarebbe molto da narrare,</strong> come pure dei presunti meriti. Primo fra tutti, quello di aver combattuto l’aborto. In realtà, tante belle parole ma, dati alla mano, ci risulta che il tasso percentuale di aborti negli Stati Uniti non è mai stato così alto come durante il suo mandato. Del resto, se si fa macelleria sociale…</p>
<p style="text-align: justify">Parliamo pur sempre, del resto, di <strong>un attore prestato alla politica che riteneva che la cura per un Paese segnato dalle gravi ingiustizie sociali, frutto del liberismo, fosse applicare maggiore liberismo.</strong> Anche se – a dirla tutta – è quanto meno discutibile togliere i soldi ai contribuenti per commissionare alle grandi industrie belliche un riarmo generale, con tanto di fantasmagorici scudi spaziali di dubbia utilità – a maggior ragione quando si è già la principale potenza mondiale, con un rilevante distacco sulla seconda, quanto a produzione economica, ricerca tecnologica, consenso diplomatico, proiezione aeronavale e posizionamento strategico. Non ho grande dimestichezza con l’opera di <strong>Hayek</strong>, ma dubito fortemente che approvasse un simile e ingiustificato aumento della spesa pubblica.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Che poi questo dispiegamento di forze sia servito davvero a vincere la Guerra Fredda, è tutto da vedere</strong>. Molti studiosi pensano piuttosto che il crollo del blocco sovietico abbia avuto cause endogene (cfr. Strobe Talbott), in particolare con l’affermazione di Gorbaciov (cfr. Robert G. Kaiser), o che addirittura l’atteggiamento di Reagan abbia ritardato questo processo (cfr. Charles W. Kegley). Altri ancora osservano che dal 1984 l’approccio fu invece molto più conciliante (cfr. Beth A. Fischer). In ogni caso, persino i suoi stessi consiglieri (es. Robert McFarlane e Jack Matlock) hanno in seguito ammesso che l’intenzione reale non era portare l’Impero del Male al collasso, ma piuttosto migliorare le relazioni tra le superpotenze, partendo da una posizione di forza. Ma ora non pretendiamo che i liberisti abbiano studiato la storia, e men che meno quella delle relazioni internazionali!</p>
<p style="text-align: justify">Ad ogni modo, <strong>fatto sta che il guitto della Casa Bianca ha lanciato negli anni ’80 una serie di offensive in tutto il mondo per rilanciare l’egemonia statunitense</strong>.<strong> I suoi alleati</strong> in questa <strong>“ultima crociata contro il bolscevismo”</strong>, da parte loro, erano ancora più imbarazzanti di lui. Passi <strong>Saddam</strong> sguinzagliato contro Khomeini, con tanto di gas, mine e oltre un milione di morti; passi pure <strong>il Sudafrica bianco</strong> deciso a mantenere il dominio razziale sui popoli dell’Africa meridionale… ma della creazione di <strong>Al-Qaeda</strong>, <strong>col compagno di merende Osama Bin Laden</strong>, e quindi del <strong>jihadismo islamico</strong> come lo conosciamo oggi, retrospettivamente, avremmo fatto volentieri a meno.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, l’apice di queste eroiche gesta, su cui voglio sollevare l’attenzione, è stato compiuto proprio nel cortile di casa. Parliamo dunque dell’<strong>intervento reaganiano in America Centrale</strong>, riassunto magistralmente da un saggio dello storico J<strong>ohn A. Coatsworth, contenuto nella “Cambridge History of Cold War”</strong> (che non è proprio “Il Manifesto”).</p>
<p style="text-align: justify">Ora, gli interventi statunitensi in America Latina non sono mai stati una novità. <strong>Solo durante la Guerra Fredda, sono stati rovesciati ventiquattro governi, perlopiù democraticamente eletti</strong> – dei quali <strong>quattro per intervento militare diretto</strong>, <strong>tre attraverso la CIA</strong>, e <strong>i restanti golpe sono stati subappaltati alle forze militari locali</strong>, i cui quadri erano spesso e volentieri addestrati dagli stessi USA, per difendere il mondo libero dalle dittature fasciste prima, e comuniste poi (quando si dice l’eterogenesi dei fini…). Come risultato,<strong> nel 1977, solo Costa Rica e Venezuela erano Paesi stabili con governi liberamente eletti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">A questo punto, il democratico Carter, sulla scia di Kennedy, cominciava a chiedersi se non fosse il caso di contrastare il comunismo, promuovendo democrazia e giustizia sociale, ossia alleviando quelle condizioni di estrema oppressione e miseria che spingevano i popoli del Continente nelle braccia del socialismo rivoluzionario. Inutile dire che le élite locali, pur di non perdere i propri privilegi, non erano molto inclini ad usare altri metodi di pacificazione sociale, oltre alla tortura e agli squadroni della morte… ma qualche progresso era stato fatto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il repubblicano Reagan era intervenuto però a gamba tesa fin dalla campagna elettorale, accusando Carter di debolezza e promettendo di usare il pugno di ferro contro la minaccia comunista</strong>. In particolare, nel 1979, i <strong>rivoluzionari sandinisti del Nicaragua</strong> avevano finalmente abbattuto la pluridecennale dittatura della famiglia <strong>Somoza</strong>, e la guerriglia si era estesa nei vicini <strong>El Salvador</strong> e <strong>Guatemala</strong>. Fortunatamente, il prode “crociato della libertà” era pronto a ricacciare i comunisti all’inferno.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2353" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch-300x200.jpg" alt="Reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Peccato che la minaccia comunista in America Latina non esistesse se non nella propaganda reaganiana</strong>. I movimenti rivoluzionari della regione consistevano in <strong>fronti di liberazione nazionale, dove convivevano varie correnti ideologiche</strong>, dai comunisti ai nazionalisti ai cristiano-sociali. <strong>L’URSS</strong> era troppo lontana e impegnata per intervenire e <strong>aveva sempre guardato di cattivo occhio il sostegno cubano ad altri movimenti rivoluzionari</strong> in quella che era tacitamente considerata dal Cremlino come riserva statunitense.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Lo stesso Nicaragua sandinista</strong> non solo ricevette aiuti sovietici e cubani in misura minore rispetto a quelli provenienti da altri Paesi europei e americani, ma soprattutto <strong>non implementò mai una politica comunista d’imposizione di un Partito unico e collettivizzazione dei mezzi di produzione</strong>, e tantomeno abbandonò l’Organizzazione degli Stati Americani. A margine, è anche interessante osservare come questo piccolo Stato vanti tuttora le leggi più restrittive al mondo in materia d’aborto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quello che invece era fin troppo reale era la natura estremamente repressiva delle dittature centroamericane</strong>. In un contesto dove un’oligarchia di latifondisti e <em>compradores</em>, insieme alle grandi multinazionali statunitensi, sfruttava masse rurali in condizioni di sussistenza, dominavano giunte militari, in confronto alle quali persino Pinochet poteva a buon diritto passare per socialdemocratico. <strong>Qui, anche contro la stessa opinione pubblica statunitense</strong> – che fin dai tempi del Vietnam cominciava a porsi problemi riguardo alle manifestazioni più brutali del proprio imperialismo –,<strong> Ronnie Reagan diede il meglio di sé</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Al confine tra Honduras e Nicaragua, la CIA, con l’aiuto d’istruttori militari argentini</strong> (sì, quelli che facevano volare i dissidenti in mare), <strong>organizzò elementi della ex-Guardia Nazionale di Somoza, per formare i famigerati Contras</strong>, finanziati dal Congresso e armati attraverso il narcotraffico e la vendita di armi all’Iran. <strong>Non pago di ciò, il governo statunitense, in totale violazione del diritto internazionale, minò i porti nicaraguegni, infischiandosene poi bellamente del verdetto di risarcimento emesso dalla Corte dell’Aia</strong>. Insomma, il rispetto della legalità valeva solo quando si trattava di tollerare la sentenza Roe vs Wade…</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Dopo una serie di sonore sconfitte sul campo per opera delle forze regolari, i Contras ricorsero al terrorismo contro obiettivi civili, causando oltre 30.000 morti</strong>. Alla fine, incapaci di prevalere direttamente, gli USA accettarono un compromesso con il governo sandinista, che perse di misura le elezioni del 1990. Queste si svolsero in un contesto di esasperazione popolare di fronte alla prepotenza statunitense e videro la vittoria di una coalizione di centrodestra finanziata dagli Stati Uniti e guidata da <strong>Violeta Chamorro</strong>, il cui padre era stato assassinato da Somoza.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2352" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan-300x200.jpg" alt="0128-wires-reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>In Guatemala, la guerriglia contro la dittatura militare era radicata nelle popolazioni indigene maya</strong> che vivevano lì da millenni. <strong>Anche qui Reagan provvide a fornire ampio sostegno economico, in particolare al nuovo governo del Generale Efraín Ríos Montt</strong>, convertito alla fede evangelica, <strong>che nel 1982 era subentrato, via golpe, al Generale García Lucas</strong>. Siccome la semplice repressione politica è troppo poco, <strong>in appena un anno di potere, prima di essere deposto da un nuovo golpe, Ríos Montt distrusse 686 villaggi e uccise 50.000-75.000 indigeni</strong>, conquistandosi un processo per genocidio (attualmente in corso). <strong>In totale, in questo periodo, su una popolazione guatemalteca di 6.500.000 abitanti (nel 1980), si ebbero 200.000 morti </strong>(per il 93% ad opera dello Stato e per l’83% di etnia maya)<strong> e 1 milione di rifugiati</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, è al <strong>Salvador</strong> che spetta la palma nella lotta contro il comunismo ateo e omicida. <strong>Il 24 marzo 1980, l’Arcivescovo conservatore Óscar Arnulfo Romero, Primate di El Salvador, vertice della gerarchia cattolica nel Paese, fu assassinato dai servizi militari mentre celebrava Messa nella Cattedrale, durante la Consacrazione, per aver criticato la repressione del regime</strong>. <strong>Non soddisfatti, la mattina successiva, durante le esequie, esplosero una bomba e spararono dalle finestre del Palazzo Presidenziale, causando 38 morti tra i fedeli</strong>. Inutile dire che neanche Hitler e Stalin si erano mai sognati di fare una cosa del genere, senza neanche attendere la fine della Messa e istituire un processo farsa! Oggi, Romero è Beato in quanto Martire, a controprova che si è trattato di <strong>una vera e propria persecuzione contro la Chiesa Cattolica</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Infatti, più avanti, vista la sgradevole tendenza del clero a schierarsi con i più deboli, minacciarono lo sterminio dei gesuiti presenti nel Paese</strong>. A dicembre, per festeggiare l’elezione di Reagan, i militari rapirono, stuprarono e uccisero quattro religiose statunitensi impegnate nell’assistenza dei poveri. Carter, sdegnato, ritirò l’appoggio economico, ma questo fu subito reintegrato dal “Nostro” il mese seguente. <strong>Grazie a questo decisivo sostegno, l’esercito salvadoregno resistette, l’offensiva dei ribelli fu respinta e il massacro dei civili proseguì indisturbato</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, ben presto il regime si accorse che cominciavano a scarseggiare gli uomini da arruolare, ma presto fu trovata la soluzione: l’arruolamento – anche coatto, ricorrendo a raid nelle scuole – di ragazzi, anche di 14-15 anni</strong>. In piena guerra civile, l’80% delle forze governative e il 30% dei guerriglieri era composto da minorenni. Questo fenomeno è alla base della nascita di violentissime gang giovanili come la <strong>Mara Salvatrucha 13</strong>. In ogni caso, si stima un totale di <strong>75.000 morti (per l’85% causati dal regime), di cui oltre la metà sotto il mandato di Reagan, e 500.000 rifugiati su una popolazione di 4.500.000 (1980)</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">In conclusione, a fare i conti, il motto “Meglio morti che rossi” non è mai stato tanto vero, se consideriamo che su una popolazione totale – per questi tre Stati – di circa 12.500.000 abitanti (nel 1975), i morti ammontano al 2,84% e i rifugiati al 16%. Questi ultimi, tra l’altro, si diressero in maggior parte negli Stati Uniti, dove chiesero di essere accolti come rifugiati politici. <strong>Naturalmente, mentre gli esuli cubani erano accolti a braccia aperte e coccolati dal governo statunitense, i profughi centramericani erano rifiutati e costretti alla clandestinità: solo il 9-11% dei nicaraguegni, il 2,6% dei salvadoregni e l’1,8% dei guatemaltechi ottenne asilo politico – sempre grazie alle cristiane virtù d’accoglienza e ospitalità dell’amico Reagan, beninteso</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, viste le sue preclare virtù di <em>Defensor Fidei</em> sovraelencate, che aspettano i cattoliberisti a chiedere la canonizzazione del loro novello Luigi IX?</p>
<p style="text-align: justify">P.S. Raccontatemi pure di quando Chávez e Castro facevano sparare agli arcivescovi.</p>
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		<title>Zoécomunismo? Un&#8217;intervista ad Aldo Sottofattori</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2015 18:41:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da circa un anno vive il sito web criticadelleteologieeconomiche.net. Si tratta di un sito che presenta un solo documento, un pamphlet dal titolo “Il cannocchiale di Galileo” scritto da Aldo Sottofattori, un attivista del movimento per la liberazione animale. Il contenuto di questo libretto, però, non è dedicato agli animali, ma al modo con il quale gli umani si relazionano con il mondo. Il lavoro è originale offrendo una tesi che può essere definita certamente eretica. Ne parliamo con l’autore. Quale motivazione ti ha spinto a scrivere “Il cannocchiale di Galileo”? La disperazione. Vedo un mondo che si sta spegnendo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a circa un anno vive il sito web <strong><a href="http://www.criticadelleteologieeconomiche.net/" target="_blank">criticadelleteologieeconomiche.net</a></strong>. Si tratta di un sito che presenta un solo documento, <strong>un pamphlet dal titolo <a href="http://www.criticadelleteologieeconomiche.net/il%20cannocchiale%20di%20galileo.pdf" target="_blank">“Il cannocchiale di Galileo”</a> scritto da Aldo Sottofattori</strong>, un attivista del movimento per la liberazione animale. Il contenuto di questo libretto, però, <strong>non è dedicato agli animali, ma al modo con il quale gli umani si relazionano con il mondo</strong>. Il lavoro è originale offrendo una tesi che può essere definita certamente eretica. Ne parliamo con l’autore.</p>
<p><i> Quale motivazione ti ha spinto a scrivere “Il cannocchiale di Galileo”?</i></p>
<p>La disperazione. Vedo un mondo che si sta spegnendo sotto il peso delle sue contraddizioni e non mi do pace. Contemporaneamente ho la certezza (una certezza “soggettiva”, d’accordo…) che tutte le ricette che le èlite della specie umana, sotto ogni latitudine, tentano di attuare saranno destinate a un doloroso fallimento. Questo  è un motivo di vera angoscia per chi è stato allevato con l’assoluta fede nel progresso e, giunto nella parte finale della sua vita, vede<strong> il mondo avvitarsi in convulsioni politiche, economiche, culturali e ambientali</strong>. In particolare temo per le nuove generazioni. Loro non sanno cosa le aspetta.</p>
<p><i> La tua ultima frase, mette un po’ in apprensione; ma prima dimmi: perché hai scelto questo titolo?</i></p>
<p>Tutti conoscono la storia. Galileo, messo a punto il cannocchiale, invitò invano Bellarmino e gli altri membri del Sant&#8217;Uffizio a guardare il cosmo attraverso lo strumento. La Chiesa di allora non poteva accettare la sfida, poiché non era pronta a mettere in discussione i fondamenti &#8220;letteralisti&#8221; delle Sacre Scritture e si rifiutò di &#8220;vedere&#8221; ciò che era evidente al semplice sguardo. Analogamente, <strong>oggi i nuovi &#8220;bellarmini&#8221; ben situati nelle istituzioni politiche ed economiche del mondo non vogliono porre lo sguardo dove nuovi strumenti inducono a guardare</strong>. Insomma, mi è sembrato un titolo adeguato.</p>
<p><i> Dunque torniamo alla frase inquietante: cosa si devono aspettare le nuove generazioni dal futuro che immagino vada inteso come assai ‘prossimo’?</i></p>
<p>Niente di buono. Il motivo è semplice. La nostra vita, la vita della nostra specie intendo, dipende da come la società riproduce se stessa.<strong> La scienza che pretende di dare delle risposte, anzi, di organizzarci la vita, è l’economia. La politica svolge soltanto una funzione sussidiaria</strong> e se riceviamo l’impressione contraria è soltanto perché l’economia sembra possedere un carattere di naturalità che in realtà non le appartiene. Allora, per vedere qual è il nostro futuro, <strong>è necessario considerare cosa ci propongono le varie scuole economiche</strong>. Nel pamphlet ho usato una griglia a maglie larghe e ho descritto le allucinazioni dell’economia neoclassica, neokeynesiana e, sotto certi aspetti, neomarxista. Inoltre ho considerato anche i frammenti piuttosto inconsistenti che derivano dall’ambientalismo e dall’approccio alla “decrescita”. Bene, <strong>tutti questi modelli sono controadattativi per la specie umana</strong> (per la stramba teoria della decrescita va fatto un discorso a parte) e assolutamente fatali perché conducono l’umanità in un cul di sacco da cui uscirà soltanto a grave prezzo. Tutte queste teorie, o abbozzi di teorie non considerano un nodo assolutamente ineludibile che se non verrà riconosciuto e sciolto il tempo produrrà gravi effetti irreversibili sul piano sociale e ambientale</p>
<p><i> Quale sarebbe il nodo che ritieni “ineludibile”? </i></p>
<p>Nella storia c’è stato un punto di passaggio ricco di implicazioni. È stato quando l’umanità ha incominciato a tagliare il cordone ombelicale con la natura. Da quel momento<strong> la natura è diventata esterna all’umano, qualcosa da manipolare</strong> senza che la retroazione generata dalle sue pratiche lo riguardasse. Insomma la natura è diventata un insieme di quinte teatrali ridefinibili a piacimento dagli attori e scenografi che salivano sul palco. Qualche momento di <strong>questo passaggio è contrassegnato dall’invenzione di un termine sorprendentissimo: “animale”.</strong> “Animale”, più che una parola, è uno strumento: se ci pensiamo un attimo, serve per definire qualcosa di strumentale con il quale l’umano si autosepara da tutto il resto del vivente decidendo per sé uno statuto ontologico diverso per qualità anziché per grado. La nascita del termine “animale” traccia l’origine di un divorzio catastrofico. Ne abbiamo anche una prova nel senso comune degli umani: c’è più vicinanza tra un gorilla e un moscerino rispetto a quella esistente tra un umano e un gorilla e la parola “animale” lo certifica. Ebbene tutto questo possiede implicazioni nella stessa organizzazione sociale e i fallimenti della scienza economica l’attestano: se noi non siamo parte della natura ne consegue che le leggi che operano all’interno di essa non possiedono capacità di agire retroattivamente sulla società. Negando questo principio ci avviciniamo a un punto di catastrofe. Mi piace ricordare le ultimissime righe di un libro che tutti dovrebbero leggere: “Il Secolo Breve” di Eric Hobsbawm. In esse il grande storico ci ricorda che se cercheremo di costruire il futuro come prolungamento del presente o del passato falliremo miseramente entrando in un periodo così buio da non sapere come potremo uscirne. Dalla pubblicazione del libro ad oggi sono accadute molte cose che rendono ancora più chiari i passi che dovremo obbligatoriamente compiere. Ma questi passi obbligati, nessuno vuole compierli. Anzi, ogni scuola economica rifugge da essi come il diavolo l’acqua santa.</p>
<p><i> Quindi il Cannocchiale di Galileo costituisce un attacco alla scienza economica…</i></p>
<p><strong>Il Cannocchiale costituisce un attacco alla scienza economica così come si è costituita e come – nella prospettiva di gruppi antisistema – si vorrebbe che si costituisse.</strong> In realtà, come scrivo nell’introduzione, <strong>di una scienza economica seria ne abbiamo davvero bisogno</strong>. Da essa dipende il modo con cui la società deve riprodursi per ricercare quella felicità che costituisce lo sfondo inalienabile dell’aspirazione umana. Ma non siamo ancora a questo punto: fino a prova contraria <strong>continuo a pensare che nei dipartimenti economici delle università si insegni solo teologia.</strong></p>
<p><i> Ancora una precisazione: il tuo approccio è ecologista. Sbaglio?</i></p>
<p>Sì e no. <strong>Il mio è un approccio certamente ecologista, ma preferisco non usare questa parola</strong> perché colonizzata da umani che pur avendo e perseguendo riguardo per l’ambiente, continuano a perseverare nell’idea della separazione dell’umano dalla natura. In tal modo, qualora potessero mettere in atto le loro concezioni, reintrodurrebbero inevitabili malfunzionamenti in quella fondamentale fase rigenerativa che è la riproduzione sociale. <strong>In una conferenza, un mio caro amico, Massimo Filippi, ha introdotto di sfuggita il termine “zoécomunista” per indicare una società solidale fusa nella comunità del vivente.</strong> È un termine che mi piacerebbe si diffondesse per definire il nuovo approccio.</p>
<p><i> Cosa faresti se un economista appartenente alle scuole che hai criticato ti dimostrasse che la tesi su cui si basa il Cannocchiale è sbagliata o inconsistente?</i></p>
<p>Beh, avrebbe un solo modo per demolire seriamente la tesi del Cannocchiale: dimostrare che ogni popolazione che risiede in Occidente può vivere del suo, al massimo scambiando merci sulla base del contenuto materia-energia da esse possedute, e non su base monetaria. Inoltre dovrebbe dimostrare come, in tale contesto, sia possibile sviluppare le politiche economiche espansive auspicate anche da politici, sindacalisti, cittadini e anime belle. <strong>In questo caso potrei mangiarmi il dattiloscritto. Anzi, mi impegno a farlo se qualcuno riuscirà a dimostrarlo.</strong></p>
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		<title>Forza Italia: dal partito di plastica all&#8217;ectoplasma</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Feb 2015 07:27:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Forza Italia non è esplosa, perché non può esplodere qualcosa che non c’è: ormai questo partito è un ectoplasma. La teoria politica deve produrre necessariamente delle etichette per catalogare le esperienze partitiche che sono nate e si sono sviluppate nella scena politica nazionale ed internazionale. C’è stato il Partito di Notabili dell’800 che ha lasciato il posto ai Partiti di Massa, in Italia rappresentati dal Pci e dalla Dc. Caratterizzati da grandi numeri di aderenti ed elevata partecipazione degli iscritti alla vita del partito, sono scomparsi sotto i colpi dei Partiti Pigliatutto, non imbrigliati dalle logiche ideologiche tipiche dei decenni]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><em><span title="F" class="cap"><span>F</span></span>orza Italia non è esplosa, perché non può esplodere qualcosa che non c’è: ormai <strong>questo partito è un ectoplasma</strong></em>. La teoria politica deve produrre necessariamente delle etichette per catalogare le esperienze partitiche che sono nate e si sono sviluppate nella scena politica nazionale ed internazionale. C’è stato il <strong><em>Partito di Notabili</em> dell’800</strong> che ha lasciato il posto ai <strong><em>Partiti di Massa</em></strong>, in Italia rappresentati dal Pci e dalla Dc. Caratterizzati da grandi numeri di aderenti ed elevata partecipazione degli iscritti alla vita del partito, sono scomparsi sotto i colpi dei <strong><em>Partiti Pigliatutto</em></strong>, non imbrigliati dalle logiche ideologiche tipiche dei decenni precedenti e senza radicamento sul territorio. <strong>Poi, c’è (o c’era) il partito di Berlusconi</strong>. Venne <strong>soprannominato da Ernesto Galli della Loggia come il <em>Partito di Plastica</em></strong>, ad indicare il suo completo asservimento alle logiche e alle volontà del capo. Un partito che venti anni dopo la storica vittoria del 1994 si ritrova ad essere definito un «ectoplasma» da Maurizio Bianconi, deputato di Forza Italia con una storia in Alleanza Nazionale e passato dal Popolo della Libertà. Proviamo a capire perché.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/congresso-pdl-600x300.jpg"><img class="aligncenter wp-image-1589 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/congresso-pdl-600x300-300x150.jpg" alt="congresso-pdl-600x300" width="300" height="150" /></a>L’elezione del Presidente della Repubblica</strong>, che ha visto il centrodestra in ordine sparso nel presentarsi alla conta dei voti per Sergio Mattarella, <strong>ha dimostrato non tanto la morte (politica) di Forza Italia e – in parte – del suo leader</strong>, ma ha messo a nudo le debolezze intrinseche del «partito di plastica» per come era stato pensato da Berlusconi, analizzato da Galli della Loggia ed osannato da molti osservatori. In effetti, era sembrato la carta vincente del Cavaliere e forse lo è stato davvero, ma <strong>ha lasciato dietro di sé un vuoto che rende incerto il futuro dell’intera area di centrodestra</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">In un’intervista al Foglio del 2009 il professor Galli Della Loggia spiegava che il termine «plastica» era una metafora per descrivere un partito che «rimane informe se non c’è il mago della plastica che gli dà forma e funzione», vale a dire che senza la spinta di Berlusconi e la sua straripante capacità mediatica ed organizzativa, <strong>il partito sarebbe rimasto senza forma, perdente e per definizione sterile: cioè incapace di autorigenerarsi e sopravvivere al suo capo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">«Berlusconi è il vincente» &#8211; diceva Galli della Loggia &#8211; «il suo partito non conta nulla». Questi ultimi giorni lo hanno dimostrato: il Cavaliere ha perso capacità contrattuale, è stato messo all’angolo da Renzi e ha sbagliato alcune scelte tattiche, tra cui quella di provare a ricucire con Alfano invece di dare il benestare a Mattarella sin dal primo giorno. <strong>Il crollo del Cavaliere l’ha privato di quella “bacchetta magica” capace di disegnare il partito al proprio seguito</strong> e di farlo funzionare.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/l43-maurizio-bianconi-130122182840_big.jpg"><img class="aligncenter wp-image-1587 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/l43-maurizio-bianconi-130122182840_big-300x200.jpg" alt="l43-maurizio-bianconi-130122182840_big" width="300" height="200" /></a>«Non posso pensare che un partito di centrodestra muore se si ritira il leader» &#8211; ha detto Bianconi &#8211; «perché <strong>il partito di centrodestra rappresenta dei valori precisi che c’erano prima, con Berlusconi e ci saranno dopo</strong>». Seppur il ragionamento sia giusto, lascia da parte una constatazione fin troppo evidente e cioè che a destra non è rimasta alcuna struttura e alcun politico in grado di utilizzare il partito di plastica per renderlo vincente. <strong>Per questo è dunque destinato a morire insieme al suo modellatore, Berlusconi</strong>. I motivi, e le relative colpe, sono due: il primo, la natura stessa del «partito di plastica», che era nato per seguire il ritmo del Cav. ed era per costituzione stessa volontariamente informe. La seconda ragione è l’incapacità di tutta la classe politica di rendersi autonoma, in particolare i dirigenti di Alleanza Nazionale. <strong>Confluita nel Pdl, An non è stata in grado di portare in dote la propria cultura politica e partitica che avrebbe permesso al Popolo della Libertà di generarsi su nuove basi</strong>, pur non dimenticando l’origine leggera e non burocratizzata di Forza Italia.</p>
<p style="text-align: justify">Lo stesso Galli della Loggia considerava positiva l’aggregazione di An e Fi, formazioni con due culture partitiche e strutture organizzative così diverse, perché l’una avrebbe potuto mitigare l’altra, permettendo alla prima di proporsi come forza di governo e alla seconda di sopravvivere nel futuro alla prevedibile scomparsa dall’agone politico del proprio leader<strong>. Il punto di sutura che le ha unite è stato la tendenza di entrambi ad essere tendenzialmente leaderistici</strong>, seppur sue due basi differenti: An per conformazione ideologica, mentre Forza Italia perché nata dalla spinta di un carisma in grado di mobilitare grandi masse di elettori.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Alleanza Nazionale</strong> (o chi ad essa si richiamava), invece, si è accontenta dei voti portati al proprio mulino dall’imprenditore di Arcore, ha governato in qualche importante città e ha ottenuto posti di potere. Ma <strong>non si è curata di sostenere la formazione di giovani amministratori, di una nuova classe dirigente e non ha dispiegato molte energie in una proposta culturale di (centro)destra</strong>. Certo, nel Pdl coesistevano provenienze differenti, dai democristiani ai socialisti, ma proprio perché la componente di An si presentava come la più potenzialmente coesa, avrebbe potuto guidare lo sforzo di sintesi e produzione delle élite future. Così non è stato e nel tempo non si è venuta a creare quella rete di protezione alla disfatta dei leader che solo una struttura partitica capace di formarne di nuovi può assicurare. L’area di centrodestra è tornata quindi a spezzettarsi nelle sue diverse parti originarie, dai cattolici di Ncd ai Fratelli d’Italia.</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-1588 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/alleanza-nazionale-300x182.jpg" alt="alleanza-nazionale" width="300" height="182" /></p>
<p style="text-align: justify">È necessario notare che nello schieramento che per anni si è alternato al centrosinistra al governo del paese, <strong>l’unica formazione capace di rifondarsi per tornare a vincere è stata la Lega Nord</strong>. Un partito con una struttura ben definita, federale anche nella forma-partito, da cui sono emerse personalità in grado di ottenere la guida della Regione Lombardia e di quella Veneto, di passare sopra gli scandali che avevano colpito la vecchia guardia e di <strong>adattare la propria fisionomia alle nuove sfide imposte dal segretario Salvini</strong>. Lasciando da parte il giudizio sulla capacità di governo, la Lega Nord si è dimostrata in grado di usare il partito anche come vivaio per la nuova classe dirigente.</p>
<p style="text-align: justify">Intanto, Sergio Mattarella al Colle segna l’ennesimo colpo al «partito di plastica» che in tanti già si propongono in vario modo di riformare<strong>. Raffalele Fitto</strong> chiede di azzerare le cariche e ricominciare da capo, facendo le primarie (proposta discutibile: può risolvere il problema della scelta del capo ma non l’inconsistenza di tutto il resto del corpo partitico). <strong>Michela Biancofiore</strong> ha annunciato «Squadra Italia», una sorta di piccolo aggregato che si «stringa attorno al Presidente Berlusconi». <strong>Il senatore D’anna</strong>, invece, ritiene necessario convocare un Consiglio Nazionale per scegliere il Coordinamento Nazionale e il Consiglio di Direzione. Tutte parole che procurano l’orticaria ai teorici del partito leggero. Forse nessuna delle tre proposte potrà essere sufficiente.</p>
<p>Il punto politico sta nel fatto che <strong>il centrodestra avrebbe dovuto produrre un partito di “plastica dura”</strong>: leggero, leaderistico, ma almeno capace di mantenere una forma propria anche senza Berlusconi. Così non è stato. E il futuro non si preannuncia roseo.</p>
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