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	<title>Torquemada &#187; Percentualismo</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>La democrazia senza quorum soffre di percentualismo</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2014 15:05:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La politica italiana è malata di percentuali. I leader partitici, segretari o padroni che siano, guardano al rapporto tra voti ottenuti ed eroi che si sono recati al seggio&#62; come a una manna che scende dal cielo in tempo di magra. Non importa, infatti, se a votare ci sono andati più o meno solo i parenti dei candidati, quello che conta sono le percentuali. «L’affluenza è un problema secondario», ha detto Renzi dopo il voto alla tornata regionale dello scorso 23 novembre. E non poteva di certo fare altrimenti, avendo vinto – si fa per dire – sia in Calabria]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>a politica italiana è malata di percentuali. I leader partitici, segretari o padroni che siano, guardano al rapporto tra voti ottenuti ed <b>eroi che si sono recati al seggio</b>&gt; come a una manna che scende dal cielo in tempo di magra. Non importa, infatti, se a votare ci sono andati più o meno solo i parenti dei candidati, <b>quello che conta sono le percentuali</b>. «L’affluenza è un problema secondario», ha detto Renzi dopo il voto alla tornata regionale dello scorso 23 novembre. E non poteva di certo fare altrimenti, avendo vinto – si fa per dire – sia in Calabria che in Emilia. Nemmeno i suoi avversari tutti interni al Pd potevano esimersi dal dire che la colpa del 38% scarso di affluenza nella rossa Emilia è stato causato dalla lotta intestina tra Pd renziano e Cigl targata Landini. <b>Non potevano fare altrimenti perché anche loro son contagiati; anche loro son malati di “percentualismo”</b>.<br />
Considerando che <b>l’Emilia Romagna è sempre stata una delle regioni più fedeli</b> nella mobilitazione verso le urne, non è difficile immaginare che il dato possa essere esteso a tutta Italia. E non mettiamo in dubbio che se milioni di italiani disertano le urne è una lor scelta e la democrazia non può fermarsi. Ma qualche riflessione  sulla natura della democrazia stessa e sulla sua validità nel sistema Italia occorre farla.<br />
Normalmente dopo la chiusura dei seggi, nelle dichiarazioni del giorno dopo, nei tweet mattutini e nelle trasmissioni televisive serali son tutti lì a godere – o maledire – delle cifre stratosferiche che ruotano intorno alle percentuali.<br />
<b>Ottenere il 48% non è male e poi assicura cinque anni alla guida di un qualsiasi ente governativo</b>. Ma non funziona esattamente così. Un professore di matematica del liceo era solito raccontarci – più di una volta per la verità, forse per farci capire bene il concetto – <b>la storia dei due fratelli e dei due polli</b>. La famosa similitudine risale a una poesia di Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri, poeta e giornalista del secolo scorso. Divenne anche senatore a vita per nomina presidenziale. Insignito del privilegio a inizio dicembre del 1950, ci lasciò le penne dopo appena 20 giorni. Come ebbe a dire lui stesso, lo nominarono «senatore a morte». Ma che c’entra il poeta romanesco con Renzi, le elezioni regionali, la malattia di “percentualismo” e la democrazia italiana? Il professore, insomma, ci raccontava che se <b>per la statistica ci son due polli mangiati e due persone a tavola, in media hanno mangiato il 50%</b> dei pennuti a testa, «ma potrebbe accadere che uno s’è pappato due polli, e <b>l’altro è rimasto come un pirla</b>». Morale: basarsi sulle percentuali non solo è sciocco, ma è anche politicamente sterile. Perché, prima o poi, il piatto gira e chi ha avuto il pollo scoprirà di essere un «pirla». Il 48% del 37% degli elettori è un dato, visto nella realtà dei numeri assoluti, che dovrebbe lasciare con la bocca aperta, da non far passare in sordina come «problema secondario». È molto vicino, infatti, a quanto accadeva nel Regno sabaudo del 1849, quando <b>Camillo Benso conte di Cavour venne eletto al parlamento regio con 208 voti</b> (le parlamentarie grilline possono ben figurare a confronto). Anche il Conte poi divenuto Primo Ministro, probabilmente, dalle colonne di una delle riviste con cui collaborava (il <i>twitter</i> dell’epoca) si sarà vantato di aver ottenuto un’altissima percentuale nel suo collegio. Il 48%, forse. <b>Bonaccini, neo-eletto alla regione Emilia Romagna, può quindi esultare di quel famoso 50% di polli che le statistiche indicano si è mangiato</b>, anche se il banchetto del suo predecessore Vasco Errani era molto più imbandito. Ma come il regno piemontese non brillava per livello di democrazia, così – senza bisogno di scomodare Patenam – potremmo forse sollevare un ragionevole <b>dubbio sulla qualità di una democrazia in cui poco più di un terzo dei cittadini partecipano al voto</b>. Senza contare, inoltre, la crisi di iscritti ai partiti, la scomparsa della partecipazione politica a più livelli e le anomalie del sistema informativo.<br />
Il dato reale è stato sconcertante e dovrebbe far riflettere, sollevare delle questioni, scuotere la politica locale e nazionale. Invece, nulla: silenzio, buon viso a cattivo gioco e ostentazione del dato statistico.<br />
<b>Senza pensare che un problema c’è e si chiama legittimità</b>. L’ultima tornata elettorale ha dimostrato una cosa: che <b>la democrazia italiana non ha il quorum</b>. Se fosse stato un referendum, oggi l’avrebbero dichiarato nullo o senza alcun effetto. Perché la legittimità non si basa sulle percentuali.</p>
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