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	<title>Torquemada &#187; PD</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Le lacrime di coccodrillo versate sul Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2015 17:46:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Roselli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La morte insensata di centinaia di disperati al largo delle coste libiche non dovrebbe indurci a discutere poi chissà quanto. I politicanti di professione fanno semplicemente il loro mestiere riversando sul nemico elettorale la &#8220;responsabilità&#8221; di questa tragedia&#8230; Ma noi che cosa abbiamo da dire? Nulla. Dopo aver letto la prima pagina del quotidiano preso sul sedile della Metro, dopo aver spento la rassegna del TG1 o di Sky Tg24 torneremo alle nostre vite, ai nostri problemi, alle nostre priorità. Lo starei per fare anch&#8217;io se non riuscissi a togliermi dalla testa quel fastidioso pensiero che mi mette di fronte]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>a morte insensata di centinaia di disperati al largo delle coste libiche non dovrebbe indurci a discutere poi chissà quanto. I politicanti di professione fanno semplicemente il loro mestiere riversando sul nemico elettorale la &#8220;responsabilità&#8221; di questa tragedia&#8230; Ma noi che cosa abbiamo da dire?</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nulla. Dopo aver letto la prima pagina del quotidiano preso sul sedile della Metro, dopo aver spento la rassegna del TG1 o di Sky Tg24 torneremo alle nostre vite, ai nostri proble</strong><span class="text_exposed_show"><strong>mi, alle nostre priorità</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify"><img class=" wp-image-2491 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Barcone-300x199.jpg" alt="Barcone" width="359" height="238" /></p>
<p style="text-align: justify">Lo starei per fare anch&#8217;io se non riuscissi a togliermi dalla testa quel fastidioso pensiero che mi mette di fronte ad un&#8217;angosciante verità: <strong>mentre io mi danno per l&#8217;esame che non riuscirò a preparare in questo mese, ci sono persone (magari anche di poco più grandi di me) che hanno abbandonato quest&#8217;esistenza terrena nella stiva di una barcaccia</strong>. Che hanno avuto modo di contare i minuti in cui l&#8217;ossigeno lentamente si esauriva nel loro sarcofago.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><span class="text_exposed_show">P</span>er questo qualcosa, alla fin fine, la dirò. E dirò innanzitutto che non mi farei particolari problemi di ordine morale ad espropriare i beni di tutta la marmaglia subproletaria che in questo momento esulta sotto ai post di Matteo Salvini o nei commenti di Libero,  per investirli, magari, nell&#8217;ennesimo Mare Nostrum.</strong> <strong>Il fatto è che questo non cambierebbe assolutamente nulla. </strong></p>
<p style="text-align: justify">Nella polemica sullo &#8220;sciacallaggio&#8221; subito traghettata dal PD e dalla sua lista civetta SEL, infatti, se proprio dovessi trovare qualcuno &#8220;meno nel torto&#8221; <strong>sarebbero proprio Salvini. Perché non è con un&#8217;imponente flotta di pattugliamento per il Mediterraneo che si eviteranno altre stragi di migranti: Laura Boldrini e gli editorialisti dell&#8217;Espresso più svegli lo sanno benissimo. </strong></p>
<div class="text_exposed_show">
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Salvini-boldrini.jpg"><img class=" wp-image-2492 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Salvini-boldrini-300x178.jpg" alt="Salvini boldrini" width="369" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify">I viaggi della morte si contrastano solo nel prevenirli. Ed un tempo, diciamolo, li prevenivamo eccome con degli ottimi rapporti diplomatici con la Libia socialista del Presidente Muammar Gheddafi. <strong>Finché un giorno del 2011, gli stessi che oggi fingono di strapparsi i capelli per questa stage, hanno preferito mettere al comando di Tripoli gli scafisti. E lo hanno preferito per ragioni di sudditanza politica ed economica,  dettate dalla falsa sicurezza che contraddistingue l&#8217;arido  burocrate al servizio  del Sovrano, </strong>ma ben nascoste dietro a grida senza senso inneggianti alla democrazia, alla libertà e all&#8217;abbattimento di ogni dittatura<strong>.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Ora, quelle grida si tramutano in lacrime (più o meno sincere) di coccodrillo, <strong>lacrime di coccodrillo che si riversano al largo delle coste libiche dove giacciono tante, troppe, vittime del loro vigliacco opportunismo politico</strong>.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Gheddafi.jpg"><img class=" wp-image-2495 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Gheddafi-300x168.jpg" alt="Gheddafi" width="386" height="216" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right">                          <em><strong>Lorenzo Roselli, </strong>lo ieromonaco</em></p>
</div>
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		<title>Il vero nome è Casini: lo vuole anche la Merkel</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 11:42:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La cosa straordinaria, è che ha sempre ottenuto posizioni di governo portando con sé solo una piccola dote di voti. Classica mossa da democristiano nato e cresciuto nella prima Repubblica, sostengono i suoi detrattori. E forse è anche vero, perché Pierferdinando Casini è stato esponente di spicco di partiti(ni) dai più svariati nomi &#8211; Ccd, UDC, UdC &#8211; e, nonostante la poca generosità degli elettori, è stato al Governo per lungo tempo. O meglio, ha quasi sempre fatto parte delle maggioranze che sostenevano gli esecutivi di Berlusconi e tanti altri, ma al Governo &#8211; personalmente &#8211; non ci è andato]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>a cosa straordinaria, è che ha sempre ottenuto posizioni di governo portando con sé solo una piccola dote di voti. Classica mossa da democristiano nato e cresciuto nella prima Repubblica, sostengono i suoi detrattori. E forse è anche vero, perché <strong>Pierferdinando Casini</strong> è stato esponente di spicco di partiti(ni) dai più svariati nomi &#8211; Ccd, UDC, UdC &#8211; e, nonostante la poca generosità degli elettori, è stato al Governo per lungo tempo. O meglio, ha quasi sempre fatto parte delle maggioranze che sostenevano gli esecutivi di Berlusconi e tanti altri, <strong>ma al Governo &#8211; personalmente &#8211; non ci </strong><strong>è</strong><strong> andato mai</strong>. Perché, si sa, è una posizione scomoda, capace di attaccarti addosso un&#8217;etichetta che poi difficilmente ti scrolli.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Per questo Casini è il nome più caldo della corsa al Quirinale a poche ore dall&#8217;inizio delle consultazioni. Pierferdinando ha una dote incontestabile, cioè quella di <strong>sapersi riciclare con classe, aiutato indubbiamente dal suo volto piacevole e dal portamento signorile</strong>. É simpatico a molti e indigesto a quasi nessuno. Ha fatto l&#8217;amore (politicamente, s&#8217;intende) con molti: da Berlusconi a Fini, dagli esponenti della sinistra a quelli più radicali. Forse non piace ai 5 Stelle, che vorrebbero un magistrato a tutti i costi e che non voteranno Pietro Grasso solo perché sono più le volte che li ha cacciati dall&#8217;aula di quelle in cui è riuscito a mandare in galera un mafioso. <strong>Casini, dicevamo, </strong><strong>è</strong><strong> stato compagno di letto del Cav., ha appoggiato il governo Monti, Letta e Renzi</strong>. Insomma, dove si comanda lui c&#8217;è: una volta in maniera più visibile, ora nell&#8217;ombra.</p>
<p style="text-align: justify">Non gli mancano gli incarichi, certo. Ora è stato premiato con la presidenza di una Commissione Affari esteri. <strong>Domani, chiss</strong><strong>à</strong><strong>, con la Presidenza della Repubblica</strong>. Sì, perché l&#8217;interesse di Renzi è quello di non far cadere il patto del Nazareno. Berlusconi e il Premier si sono incontrati e scontrati sui nomi di <strong>Mattarella e Amato</strong>. Il primo, sostenuto dal segretario Pd, essendo un nome politicamente ininfluente e di caratura grigia, incapace probabilmente di contrastare la colorita corsa alle riforme dell&#8217;ex sindaco di Firenze. L&#8217;altro, <strong>il dott. Sottile, </strong><strong>è</strong><strong> caldeggiato da Berlusconi ed il perch</strong><strong>é</strong><strong> rimane un mistero pi</strong><strong>ù</strong><strong> incomprensibile di quelli di Fatima</strong>. Braccio destro di Craxi, ma non amato dal leader del fu Psi. Inoltre, non sarebbe una garanzia per le voglie di libertà dai servizi sociali del capo di Forza Italia. Insomma, Renzi e Berlusconi si trovano così al muro contro muro, e questo spiega il perché dell&#8217;uscita del vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, dopo giorni di silenzio stampa sul toto-nomi. <strong>Il nome di Mattarella </strong><strong>è</strong><strong> un modo per tirare un po&#8217; la corda, stando attenti che non si spezzi</strong>.<strong> Ai renziani, infatti, non conviene rompere il patto</strong>. Se decidessero di ricucire in toto il Pd, concedendo un nome ben visto dalla minoranza di Bersani e soci, dovrebbero poi contare anche sulla loro fedeltà quando ci sarà da far passare le riforme. Il che non è scontato, e nella migliore delle ipotesi significherebbe rivedere l&#8217;impianto complessivo delle norme che riscrivono la Costituzione. Un rischio che val la pena correre?</p>
<p style="text-align: justify">Forse no. <strong>Perch</strong><strong>é</strong><strong> un nome capace di far passare ogni impasse in secondo piano esiste, ed </strong><strong>è</strong><strong> quello di Casini</strong>. Lui, insomma, il democristiano mai defunto, sopravvissuto alla morte della Dc, dei governi Berlusconi, del fallimentare appoggio al governo Monti. Per non parlare del più duro dei colpi ricevuti, ovvero quella campagna elettorale condotta con Scelta Civica, formazione che avrebbe dovuto spaccare il mondo (politico) e si è ritrovata disintegrata qualche giorno dopo il voto. <strong>Casini non ha solo amoreggiato con tutti, con molti ha anche litigato, ha spesso chiesto ed ottenuto la separazione.</strong> <strong>Ma non ha mai divorziato</strong> &#8211; ad eccezione che con la ex moglie, invaghito com&#8217;era della donna Caltagirone &#8211; con nessuno dei leader politici che sono passati e rimasti sulla scena. <strong>Berlusconi</strong>, pur sentitosi tradito più di una volta, come quando si è sfilato dal pentolone Pdl che voleva raccogliere tutte le formazioni dell&#8217;allora Casa delle Libertà, non solo lo ha perdonato, ma <strong>lo ritiene un amico. Forse pi</strong><strong>ù</strong><strong>, quasi un figlio. Ribelle alcune volte, come tutti i giovanotti, ma pur sempre un figlio</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Per questo ieri, in gran segreto, è stato ricevuto a Palazzo Chigi. Lui stesso, come ha rivelato Kayser Soze su Panorama, avrebbe confessato di essere il nome giusto, &#8220;altrimenti Renzi non ha i voti&#8221;. E questo spiega la segretezza dell&#8217;arrivo in Piazza del Parlamento con i vetri oscurati, mentre gran parte di quelli che sono andati a ricevimento da Renzi lo hanno fatto alla luce del sole. Scoperto a causa della targa dell&#8217;auto blu (un errore tattico che poteva risparmiarsi), è da ieri sulle prime pagine dei giornali.</p>
<p style="text-align: justify">Può salvare il patto del Nazareno, è questa la sua arma vincente. Ma non solo. <strong>Durante la visita a Firenze, la Cancelliera tedesca Angela Merkel si </strong><strong>è</strong><strong> informata sulle possibilit</strong><strong>à</strong><strong> di Casini di arrivare al Colle</strong>. A rivelarcelo, una fonte vicina al Ppe in quei giorni nel capoluogo toscano. Un appoggio internazionale che potrebbe non guastare. E aiutare Pierferdinando a salire al Quirinale. Salvando così il Patto del Nazareno.</p>
<p style="text-align: justify">Inoltre, dicono alcuni, non dispiace nemmeno alla mamme.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Scelte, amori ed abbandoni politici del Partito dei Media</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2014 15:16:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Transatlantico sono sicuri, e qualcuno nemmeno lo nasconde, che Renzi sia intenzionato ad andare al voto non appena possibile. Italicum permettendo, ovvio. Molti si chiedono come arriveremo alle elezioni, quali alleanze verranno fatte, con chi correrà la Lega. Altri guardano a sinistra (del Pd) e preannunciano la nascita del nuovo PSCR, cioè il Partito delle Sinistre Contro Renzi. Domande giuste, per carità. Noi, invece, volgeremo lo sguardo altrove. Al Partito dei Media (PdM) ed alle scelte che farà. Per capire, partiamo da lontano, chiedendoci: che fine farà Scelta Civica? Già, perché il voto europeo ha decretato la fine del]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>n Transatlantico sono sicuri, e qualcuno nemmeno lo nasconde, che <b>Renzi sia intenzionato ad andare al voto non appena possibile</b>. Italicum permettendo, ovvio. Molti si chiedono come arriveremo alle elezioni, quali alleanze verranno fatte, con chi correrà la Lega. Altri guardano a sinistra (del Pd) e preannunciano la nascita del nuovo <b>PSCR, cioè il Partito delle Sinistre Contro Renzi</b>. Domande giuste, per carità. Noi, invece, volgeremo lo sguardo altrove. <b>Al Partito dei Media (PdM) ed alle scelte che farà</b>. Per capire, partiamo da lontano, chiedendoci: che fine farà Scelta Civica? Già, perché il voto europeo ha decretato la fine del progetto politico nato alla vigilia delle elezioni del 2013. Il suo leader, che sembrava potesse essere l’astro nascente dell’amministrazione-Italia, non conta più nulla. I suoi membri e alleati se ne vanno a poco a poco. <b>Passera </b>si sfilò sin da subito, <b>Mario Mauro</b> si è rifugiato nel gruppo Gal del Senato dopo aver fondato il partito dei Popolari per l’Italia. <b>Casini</b> s’è andato a confessare per espiare il peccato d’averlo sostenuto. Dei vari imprenditori finanziatori, poi, non v’è più traccia. Perché? La risposta, che ha un suo collegamento anche con le odierne vicende sulla <b>popolarità (più o meno) in calo di Renzi, risiede in quel potente e stimato movimento italiano chiamato Partito dei Media</b></p>
<p>Partiamo dal Novembre del 2011. L’Italia era in evidente crisi finanziaria e politica e il governo <b>Berlusconi non sapeva che pesci prendere</b>. Il famoso <b>spread </b>da qualche tempo era così entrato nelle case degli italiani, ottenendo quotidianamente le prime pagine dei giornali. I Tg non mandavano in onda servizio che non tenesse conto del dato economico che fino a poco prima non veniva mai citato. Solo i laureati in economia avevano idea di cosa fosse. Un numero che, difficile negarlo, <b>ha decretato la fine del governo del Cavaliere</b>.<br />
Contestualmente alla trasformazione del dato economico nel termometro di benessere del Belpaese, <b>ottenne gli onori della cronaca un professore della Bocconi</b>, già editorialista del Corriere della Sera. Stimato economista e con esperienze di <i>governance</i> europea alle spalle, divenne in pochi giorni prima senatore della Repubblica e poi Presidente del Consiglio. Il più rapido <i>cursus honorum</i> mai realizzato. I meno smemorati ricorderanno gli elogi ottenuti da Monti durante gli ultimi giorni del governo Berlusconi e i primi mesi di guida dell’esecutivo. Pur con qualche sfumatura, per le ragioni più disparate, <b>tutti i grandi giornali e telegiornali si allinearono</b>, descrivendo e riportando al pubblico la «ritrovata credibilità dell’Italia in Europa grazie alla personalità di Mario Monti». Non entreremo nel merito della veridicità di tale mantra, ma i dati sulla popolarità del professore sembravano delineare la totale fiducia data dagli italiani al salvatore della Patria. E anche il diretto interessato parve crederci, decidendo di “salire in politica” in occasione delle elezioni del 2013. Durante gli ultimi giorni di campagna elettorale <b>Monti chiamò a Palazzo Chigi un professore</b> esperto di leggi e risultati elettorali. La domanda dell’allora Presidente del Consiglio era semplice: «Quanto crede che prenderà Scelta Civica?». L’analista politico, allora, decise di tenersi abbastanza largo, per non abbattere in partenza le aspettative del Senatore, prevedendo un 15%: Scelta Civica raggiunse l’8,3%. Ben sotto le aspettative, quindi, ma comunque due milioni di voti. Dovuti peraltro in larga parte alla presentazione regale riservata al suo leader.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/mario-monti.jpg"><img class="wp-image-365 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/mario-monti-300x199.jpg" alt="mario monti" width="401" height="266" /></a></p>
<p><b>Dopo il flop elettorale, però, il professore è scomparso dalle Tv</b>, rispetto alla quantità di comparse sul piccolo schermo e l’attenzione referenziale dedicatagli durante i mesi di governo.<br />
Qualche mese dopo, alle elezioni europee la somma dei voti di Scelta Civica, Fare per Fermare il Declino e Centro Democratico, riuniti nella lista “Scelta Europea”, sono stati 196.157. Un salto nel vuoto. <b>Il confronto tra le ultime due tornate elettorali è sconcertante: in poco più di un anno l’elettorato di Mario Monti si è disciolto</b>, passando da 2.823.814 voti al magro bottino europeo. Sicuramente Scelta Civica ha pagato le politiche di rigore messe in atto in due anni di governo, ma anche lo spostamento repentino dell’attenzione dei media su altri lidi. <b>Monti è stato abbandonato dai giornali di vario tipo</b>, che hanno iniziato ad incensare prima Enrico Letta e poi Renzi. Alla conferenza dopo le europee, i giornalisti in sala stampa si sono abbandonati ad un lungo applauso alla squadra di Matteo. Anche Scalfari, prima dell’apertura delle urne, si è lasciato ammaliare dal giovane fiorentino, coprendolo di rose. Qualcuno può pensare che questo non abbia più valore, che i “giornali siano morti”. Ma si sbaglia. I fatti delle europee lo dimostrano: <b>il Partito dei Media aveva cambiato leader. Portandosi con sé quasi due milioni di e-lettori.</b><br />
Attenzione, però. Perché la lealtà dei grandi giornali, siano essi Repubblica o il Corriere, è più traballante di quella di don Giovanni. Infatti, <b>dopo qualche mese di semi-adorazione per il sindaco venuto da Firenze, il primo ad accorgersi dell’inghippo</b> e a cambiare lidi, è stato Barbapapà (Scalfari), e ora non manca domenica in cui non prenda a mal parole il Presidente del Consiglio. Subito dopo, il turno di Ferruccio De Bortoli, il quale ha scritto uno dei più duri attacchi a un governo che sia mai apparso sul Corriere dai tempi delle monetine a Craxi. “Massone” è stato uno dei maggiori complimenti riservati a Renzi. E ora, giorno dopo giorno, la colonna di sinistra del giornale di via Solferino ospita articoli che punzecchiano l’esecutivo: «Dove sono i decreti attuativi?», si chiedono il lunedì; «Quando chiuderà le riforme annunciate?», fanno notare di Sabato.<br />
Ma se nel caso di Monti il divorzio degli editorialisti dalla forza di governo determinò il lento declino del professore, <b>per il momento il gioco non sembra aver funzionato con la squadra di Governo capitanata dal Sindaco</b>. Che ha perso – dicono i sondaggi – il 2% di fiducia da parte degli italiani, ma che può evidentemente ancora dormire sogni tranquilli. Con buona pace di Scalfari. <b>Anche se non è detto che il PdM abbia usato tutte le cartucce</b>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La democrazia senza quorum soffre di percentualismo</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2014 15:05:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La politica italiana è malata di percentuali. I leader partitici, segretari o padroni che siano, guardano al rapporto tra voti ottenuti ed eroi che si sono recati al seggio&#62; come a una manna che scende dal cielo in tempo di magra. Non importa, infatti, se a votare ci sono andati più o meno solo i parenti dei candidati, quello che conta sono le percentuali. «L’affluenza è un problema secondario», ha detto Renzi dopo il voto alla tornata regionale dello scorso 23 novembre. E non poteva di certo fare altrimenti, avendo vinto – si fa per dire – sia in Calabria]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>a politica italiana è malata di percentuali. I leader partitici, segretari o padroni che siano, guardano al rapporto tra voti ottenuti ed <b>eroi che si sono recati al seggio</b>&gt; come a una manna che scende dal cielo in tempo di magra. Non importa, infatti, se a votare ci sono andati più o meno solo i parenti dei candidati, <b>quello che conta sono le percentuali</b>. «L’affluenza è un problema secondario», ha detto Renzi dopo il voto alla tornata regionale dello scorso 23 novembre. E non poteva di certo fare altrimenti, avendo vinto – si fa per dire – sia in Calabria che in Emilia. Nemmeno i suoi avversari tutti interni al Pd potevano esimersi dal dire che la colpa del 38% scarso di affluenza nella rossa Emilia è stato causato dalla lotta intestina tra Pd renziano e Cigl targata Landini. <b>Non potevano fare altrimenti perché anche loro son contagiati; anche loro son malati di “percentualismo”</b>.<br />
Considerando che <b>l’Emilia Romagna è sempre stata una delle regioni più fedeli</b> nella mobilitazione verso le urne, non è difficile immaginare che il dato possa essere esteso a tutta Italia. E non mettiamo in dubbio che se milioni di italiani disertano le urne è una lor scelta e la democrazia non può fermarsi. Ma qualche riflessione  sulla natura della democrazia stessa e sulla sua validità nel sistema Italia occorre farla.<br />
Normalmente dopo la chiusura dei seggi, nelle dichiarazioni del giorno dopo, nei tweet mattutini e nelle trasmissioni televisive serali son tutti lì a godere – o maledire – delle cifre stratosferiche che ruotano intorno alle percentuali.<br />
<b>Ottenere il 48% non è male e poi assicura cinque anni alla guida di un qualsiasi ente governativo</b>. Ma non funziona esattamente così. Un professore di matematica del liceo era solito raccontarci – più di una volta per la verità, forse per farci capire bene il concetto – <b>la storia dei due fratelli e dei due polli</b>. La famosa similitudine risale a una poesia di Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri, poeta e giornalista del secolo scorso. Divenne anche senatore a vita per nomina presidenziale. Insignito del privilegio a inizio dicembre del 1950, ci lasciò le penne dopo appena 20 giorni. Come ebbe a dire lui stesso, lo nominarono «senatore a morte». Ma che c’entra il poeta romanesco con Renzi, le elezioni regionali, la malattia di “percentualismo” e la democrazia italiana? Il professore, insomma, ci raccontava che se <b>per la statistica ci son due polli mangiati e due persone a tavola, in media hanno mangiato il 50%</b> dei pennuti a testa, «ma potrebbe accadere che uno s’è pappato due polli, e <b>l’altro è rimasto come un pirla</b>». Morale: basarsi sulle percentuali non solo è sciocco, ma è anche politicamente sterile. Perché, prima o poi, il piatto gira e chi ha avuto il pollo scoprirà di essere un «pirla». Il 48% del 37% degli elettori è un dato, visto nella realtà dei numeri assoluti, che dovrebbe lasciare con la bocca aperta, da non far passare in sordina come «problema secondario». È molto vicino, infatti, a quanto accadeva nel Regno sabaudo del 1849, quando <b>Camillo Benso conte di Cavour venne eletto al parlamento regio con 208 voti</b> (le parlamentarie grilline possono ben figurare a confronto). Anche il Conte poi divenuto Primo Ministro, probabilmente, dalle colonne di una delle riviste con cui collaborava (il <i>twitter</i> dell’epoca) si sarà vantato di aver ottenuto un’altissima percentuale nel suo collegio. Il 48%, forse. <b>Bonaccini, neo-eletto alla regione Emilia Romagna, può quindi esultare di quel famoso 50% di polli che le statistiche indicano si è mangiato</b>, anche se il banchetto del suo predecessore Vasco Errani era molto più imbandito. Ma come il regno piemontese non brillava per livello di democrazia, così – senza bisogno di scomodare Patenam – potremmo forse sollevare un ragionevole <b>dubbio sulla qualità di una democrazia in cui poco più di un terzo dei cittadini partecipano al voto</b>. Senza contare, inoltre, la crisi di iscritti ai partiti, la scomparsa della partecipazione politica a più livelli e le anomalie del sistema informativo.<br />
Il dato reale è stato sconcertante e dovrebbe far riflettere, sollevare delle questioni, scuotere la politica locale e nazionale. Invece, nulla: silenzio, buon viso a cattivo gioco e ostentazione del dato statistico.<br />
<b>Senza pensare che un problema c’è e si chiama legittimità</b>. L’ultima tornata elettorale ha dimostrato una cosa: che <b>la democrazia italiana non ha il quorum</b>. Se fosse stato un referendum, oggi l’avrebbero dichiarato nullo o senza alcun effetto. Perché la legittimità non si basa sulle percentuali.</p>
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		<title>I dubbi scissionisti degli ex Pci e l’ombra di Togliatti</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2014 00:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è un dubbio che attanaglia e disturba le notti di molti grandi nomi della sinistra italiana, da Bersani a D’Alema, passando per Cuperlo e l’ex renziano Civati. Insieme a Roberto Speranza, capogruppo Pd al Senato, e tanti altri che, passata l’asfaltatrice da Firenze, si sentono ormai orfani. Non di un Partito, perché questo l’hanno e garantirà a molti di loro visibilità politica e un seggio parlamentare fino alla pensione, quello di cui sentono mancanza è della guida di una “ditta”, per dirla con Bersani, in cui per decenni hanno comandato e dove ora sono ai margini. Non è l’Articolo 18]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>’è un dubbio che attanaglia e disturba le notti di molti grandi nomi della sinistra italiana, da <b>Bersani a D’Alema</b>, passando per Cuperlo e l’ex renziano Civati. Insieme a Roberto Speranza, capogruppo Pd al Senato, e tanti altri che, passata l’asfaltatrice da Firenze, <b>si sentono ormai orfani</b>. Non di un Partito, perché questo l’hanno e garantirà a molti di loro visibilità politica e un seggio parlamentare fino alla pensione, quello di cui <b>sentono mancanza è della guida di una “ditta”</b>, per dirla con Bersani, in cui per decenni hanno comandato e dove ora sono ai margini. Non è l’Articolo 18 a far ribollire le fila dalla minoranza Pd, ma il fatto di essere stati esautorati dai ruoli che contano all’interno del Partito. Paradossalmente, infatti, per indole, D’Alema e seguito, preferirebbero mettersi a capo di una formazione più modesta, forse perdente, ma in cui le regole del gioco sono scritte da chi di dovere, non da una Boschi qualsiasi appena comparsa sulla scena politica. <b>Bersani continua ad assicurare che «il Pd è davvero casa nostra»</b>, ma nel frattempo riunisce tutte le forze di sinistra tra i Dem che non si riconoscono nella corsa contro il tempo intrapresa dal Presidente del Consiglio.<br />
<b>Si opporranno senza sbattere la porta</b>. Ma fare la corrente di minoranza non è nelle loro corde. Al tempo del Pci asserragliato a Botteghe Oscure, infatti, la linea era unica, dettata esclusivamente dal Segretario. E se la linea del Capo differiva da quella del corpo composto dai suoi fedelissimi, poco importava, a prevalere era sempre la prima. Come racconta <b>Massimo Caprara</b>, Togliatti durante le direzioni di Partito era solito impegnare la mente con le parole crociate, distogliendo l’attenzione dall’argomento in ballo. Alla fine, il “compagno Ercoli” dava forma alla decisione da lui già presa in precedenza, ignorando il dibattito. <b>Il “centralismo democratico” di quegli anni, imperniato sull’egemonia culturale del Capo</b>, non è molto dissimile in fondo dal Partito Democratico odierno. Togliatti descrisse questo suo modo di fare con una metafora che egli stesso lesse riferita a Cavour: «Le persone che gli ruotano attorno sono atomi ai quali dà un impulso e che gravitano intorno a lui con un movimento cieco, obbedendo alla sua attrazione». Perché l’impostazione del <b>Partito Comunista era e doveva essere il controllo del Capo sul partito e di questo sul popolo</b>, attraverso le sezioni, i giornali e le reti di relazione. Con il tempo, la trasformazione in Pds prima e Ds poi, ha lasciato spazio a piccole minoranze autorizzate a far sentire la propria voce, senza esagerare. <b>L’unione con i cattolici della Margherita e la formazione del Pd ha invece generato un cambiamento nella forma</b>, facendo nascere correnti vere e proprie in stile Dc, senza però attaccare in alcun modo la leadership degli ex Pci sul controllo del Partito. Primato venuto meno in maniera evidente e probabilmente definitiva con le primarie del 2013. In quell’occasione si è consumato il dramma di molti dei dirigenti politici di spessore e parlamentari, che da padroni di casa si sono ritrovati mal sopportati coinquilini, rapidamente privati del potere partitico. <b>Nell’era Renzi il “centralismo democratico” non si è modificato, ha solo cambiato protagonisti.</b> Alle direzioni di Partito il Presidente del Consiglio ascolta ma poi decide come vuole, esattamente come Togliatti faceva tra una definizione orizzontale e l’altra. In fondo, anche Ochetto comunicò la volontà di trasformare il Pci in Pds parlandone prima con pochi e decidendo infine da solo. <b>Ma Renzi è erede dalla Margherita, non dall’area fino a ieri mente decisionale del più grande partito italiano</b>.<br />
<b>La sconfitta di Bersani</b>, chiamato senza riuscirci alla formazione di un governo di Sinistra, ha consegnato a Renzi il Pd. Così è nato il dramma al momento senza soluzione: cosa fare, dunque?<br />
<b>L’inaugurazione di una corrente minoritaria collide con l’abitudine a fare la voce grossa</b>. «Bisogna adeguarsi alla linea scelta dalla maggioranza che guida il Partito», era solito ricordare Bersani dopo esser diventato Segretario. Ora le parti si sono invertite e occorre quindi fare una scelta. <b>Perché non uscire da un Partito in cui ormai non ci si riconosce?</b></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/bersani.jpg"><img class="wp-image-367 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/bersani-300x205.jpg" alt="bersani" width="363" height="248" /></a></p>
<p>La risposta non giace solo nell’opportunismo politico, declinato nel matematico calcolo secondo cui un partito al 38% garantisce a tutti i big collocazione parlamentare, ma si evidenzia anche in una <b>cultura politica e partitica che è naturalmente portata a guardare sotto una cattiva luce l’allontanamento dalla “ditta”</b>, comunque essa si chiami. Per i fedelissimi le scelte dei vari scissionisti, sin dalla svolta della Bolognina, sono sembrate essere gravi e irrimediabili errori. Accadde lo stesso negli anni ’60, quando si presentò la prima grande sfida di opposizione interna al Partito Comunista: <b>Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli furono espulsi con l&#8217;accusa di &#8220;frazionismo&#8221;</b>. Avevano fondato la rivista mensile <i>Il Manifesto</i>, criticando dalle sue colonne le linee del Partito. Dopo poco allo stesso Caprara, che per anni seguì Togliatti come segretario personale, toccò la stessa sorte. «Rifletti ancora. Non farti trascinare fuori», lo pregarono di rivedere le proprie posizioni critiche. Poi, l’espulsione e quella sorta di <i>damnatio memoriae </i>che tutti i componenti del Pci furono costretti a fare non perché obbligati da qualcuno, ma perché istigati dalla <b>personale avversione a chiunque stesse facendo «del male al Partito»</b>. Caprara lo ricorda in un aneddoto del giorno stesso della sua radiazione, mentre in <i>buvette </i>incontrava l’amico Pajetta: «mi disposi a tendere la mano per salutarlo, come da anni facevo […]. Abbozzò un’impercettibile deviazione per scansarsi e proseguì senza parole, senza più vedermi. […] Lo rividi molte altre volte fuori dalla cerchia degli obblighi pubblici d’appartenenza. Ma non mi riconobbe più. Fui materialmente cancellato».<br />
Avversione e cattiva comprensione per chi si allontana dal Partito sono rimaste nel comune sentire di chi in tale cultura è politicamente cresciuto. Anche se nell’interpretazione i ruoli si sono invertiti con chi è sempre stato maggioranza, costretto a inventarsi opposizione. <b>La frase che Ingrao riservò ai compagni dissidenti, «non sarei in grado di mettermi contro il Partito»,</b> resta ancora oggi un principio che i suoi eredi si portano nello zaino, nonostante molte cose siano ormai cambiate. Sommandovi, ovviamente, il vile calcolo elettorale e la quasi certa perdita di peso istituzionale una volta fuori dal Pd, nelle scelte di D’Alema e Bersani rimane l’avversione per chi abbandona la nave. Probabilmente, fino al momento in cui Renzi non deciderà di tirare la corda quel tanto da far in modo di spezzarla volontariamente, <b>la nuova corrente sotto l’egida di Bersani non scenderà dal carro.</b><br />
Il meno restio ad andarsene, si noti, è <b>Pippo Civati</b> che sulle dinamiche di quello che fu il Pci ha solo letto qualche pagina di storia.</p>
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