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	<title>Torquemada &#187; Parlamento</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Letta si dimette, ma per un anno ha preso lo stipendio senza lavorare</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2015 17:36:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Enrico Letta si è dimesso. Anzi, non ancora. Si dimetterà non appena firmerà il contratto del suo nuovo lavoro: direttore della Scuola di Affari Internazionali di Parigi. Ruolo importante, che si confà ad uno studioso (prima che un politico) che ha dimostrato di conoscere la materia. La notizia è dunque importante. L’ex Presidente del Consiglio, defenestrato da Renzi senza molti complimenti, molla la poltrona e rinuncia a stipendio e futura pensione da parlamentare. Almeno così ha detto, intervistato da Fabio Fazio: «Voglio fare politica vivendo del mio lavoro». Avrebbe potuto rimanere al suo posto e continuare a prendere stipendi ed]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><b><span title="E" class="cap"><span>E</span></span>nrico Letta si è dimesso. </b>Anzi, non ancora. Si dimetterà non appena firmerà il contratto del suo nuovo lavoro: direttore della Scuola di Affari Internazionali di Parigi. Ruolo importante, che si confà ad uno studioso (prima che un politico) che ha dimostrato di conoscere la materia.</p>
<p style="text-align: justify">La notizia è dunque importante. L’ex Presidente del Consiglio, defenestrato da Renzi senza molti complimenti, <b>molla la poltrona e rinuncia a stipendio e futura pensione da parlamentare</b>. Almeno così ha detto, intervistato da Fabio Fazio: «Voglio fare politica vivendo del mio lavoro». Avrebbe potuto rimanere al suo posto e continuare a prendere stipendi ed indennità varie, arrivando nell’ombra fino a fine legislatura. Di questo gli va dato atto. <b>Però…c’è un però</b>.<br />
L’annuncio televisivo è stato cercato e studiato. Un comunicato in diretta che lo porterà a lasciare l’incarico sotto un’ottima luce. «Finalmente uno che rinuncia ai soldi», penserà in coro l’elettorato unanime. <b>Eppure l’ultimo anno da deputato, sotto questo punto di vista, quello dello stipendio, non tutto è così limpido come appare.</b><br />
<a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/image1.jpg"><img class="alignleft wp-image-2476 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/image1-225x300.jpg" alt="image" width="225" height="300" /></a>Dopo il cambio della guardia a Palazzo Chigi con Matteo Renzi, <b>Letta è scomparso dal Parlamento</b>. A Montecitorio trovare l’ex Premier in buvette o in Transatlantico era impresa ardua, figuriamoci in Aula. Dopo circa un mese di assenza ha fatto il suo nuovo ingresso alla Camera tra gli applausi dei presenti, tutti compassionevolmente vicini a colui che aveva subito un brutto scherzo poco cordiale da parte di Renzi. Ma Enrico non s’è perso d’animo. Non si è lasciato trascinare dallo scontro politico e s’è dedicato ad altro. Con tutte le sue forze. <b>Tra i 630 deputati della Repubblica, infatti, il pisano occupa la 539° posizione per indice di produttività. </b>Solo in pochi hanno fatto peggio di lui nell’attività parlamentare. I dati parlano chiaro e li ha raccolti openpolis.it, sito che monitora tutto quello che accade tra le mura dei Palazzi. <b>20% di presenza in Aula, 40 % di assenze: in numeri assoluti Letta ha partecipato a 1.976 votazioni su 8.837.</b> Non moltissime. Anzi, piuttosto poche.<a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/image2.jpg"><img class="alignright wp-image-2477 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/image2-300x200.jpg" alt="image" width="300" height="200" /></a><br />
Bisogna ovviamente considerare che nel periodo in cui è stato Primo Ministro (circa tremila votazioni, 40% del totale) era assente giustificato, proprio a ragione della missione cui era stato chiamato da Giorgio Napolitano. Ma il dato che sorprende più di tutti è quello che riguarda l’ultimo anno di legislatura, cioè <b>da quel fatidico 21 febbraio del 2013</b>, quando Renzi gli scippò l’incarico. <b>Da quel dì Enrico ha cominciato a girare l’Italia e l’Europa. </b>Per pensare, ha detto lui. Per immaginare una nuova proposta politica «diversa dal conformismo che vedo adesso», ha ribadito. Ha preso il suo fagotto e città dopo città ha visitato il Belpaese per raccogliere spunti politici. E nel frattempo? <b>È rimasto</b> <b>deputato, con annessi e connessi: stipendi, indennità, rimborso spese, telefono e quant’altro</b>. Immaginate un impiegato cui è stata negata una promozione e che per evitare scontri con il direttore dell’azienda si assenta per più 365 giorni dal luogo di lavoro, continuando a percepire lo stipendio. Impossibile ovunque, ma non in Parlamento.<br />
Dopo l’abbandono di Palazzo Chigi la presenza di <b>Enrico Letta in Aula per votare è bassissima.</b> Nel mese corrente, ad esempio, bisogna risalire al primo di Aprile per trovare finalmente una seduta dove l’ex Premier abbia espresso il proprio consenso o dissenso ad una proposta di legge. “Assente, Assente, Assente”…è l’impietoso elenco registrato da openpolis.it.<br />
C’è dell’altro. <b>Tra i 73 “voti chiave” </b>(cioè quelli di maggior rilevanza politica e pubblica) <b>che la Camera ha espresso dall’insediamento di Renzi a oggi, Letta è stato assente al 60% di questi.</b> Dov’era? In giro. A pensare e scrivere il suo libro. L’ha ammesso lui stesso in un incontro all’Università Cattolica: «Sono stati mesi molto proficui per me – cito a memoria – perché ho potuto osservare il Paese e raccoglierne le necessità». Ottimo. Ma qualche passaggio in più alla Camera sarebbe stato gradito. In fondo votare leggi e presentarne di altre è il lavoro principale di un politico. Non tanto «girare il Paese».</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/image3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2478" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/image3-200x300.jpg" alt="image" width="200" height="300" /></a>I pochi che visitano il sito della Camera potranno notare che la pagina dedicata al deputato Pd non è propriamente zeppa di informazioni su attività, voti, emendamenti e proposte di legge. Guardare per credere. <b>Non v’è traccia di interpellanze, mozioni, risoluzioni o interrogazioni parlamentari. </b>Il numero di proposte di legge è limitato, sia quelle in cui appare come primo firmatario sia in quelle su cui ha apposto una firma di appoggio all’iniziativa di un collega. Per la precisione, <b>dal 28 febbraio 2014 ad oggi, sono solo 6 le iniziative legislative e il numero di emendamenti presentati è nullo.</b></p>
<p style="text-align: justify">Giù il cappello di fronte a Letta che rinuncerà allo stipendio. Raccoglierà il plauso di molti (ed anche il nostro): non è roba da tutti i giorni. Allo stesso modo, però, <b>non è comune per gli italiani potersi assentare per gran parte dei giorni lavorativi, mantenendo inalterato stipendio</b>. Enrico Letta avrebbe fatto forse meglio a non sbandierare in Tv la decisione di lasciare il Parlamento, presentandolo come un atto di responsabilità verso gli italiani. Il tentativo di costruirsi la verginità del politico-che-non-vive-di-politica non può dimenticare quanto fatto da un anno a questa parte. E noi questo, tra un plauso e l&#8217;altro, siamo costretti a ricordarlo.</p>
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		<title>Non solo il Tribunale di Milano: basta poco per ammazzare un politico</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Apr 2015 14:27:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli omicidi compiuti all&#8217;interno del Tribunale di Milano lasciano sgomenti. Non solo per la morte delle persone coinvolte. Ma per le falle incredibili al sistema di sicurezza di un luogo esposto inevitabilmente al rischio di attentati di qualsiasi natura. Buchi difensivi che però non sono prerogativa del Palazzaccio, quanto un modo diffuso, direi &#8220;italiano&#8221;, di intendere la sicurezza. Da un ingresso si entra mostrando solo il tesserino, che potrebbe facilmente essere di un&#8217;altra persona o falsificato dilettantisticamente. Come è possibile? Incredibile, ma non strano. Non in Italia. Siamo al Parlamento, durante i tre giorni dell&#8217;elezione al Quirinale di Mattarella. Le]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify">Gli omicidi compiuti all&#8217;interno del <strong>Tribunale di Milano</strong> lasciano sgomenti. Non solo per la morte delle persone coinvolte. Ma per le <strong>falle incredibili al sistema di sicurezza</strong> di un luogo esposto inevitabilmente al rischio di attentati di qualsiasi natura. Buchi difensivi che però non sono prerogativa del <i>Palazzaccio</i>, quanto <strong>un modo diffuso, direi &#8220;italiano&#8221;, di intendere la sicurezza</strong>. Da un ingresso si entra mostrando solo il tesserino, che potrebbe facilmente essere di un&#8217;altra persona o falsificato dilettantisticamente. Come è possibile? Incredibile, ma non strano. Non in Italia.</div>
<div style="text-align: justify"></div>
<div style="text-align: justify"></div>
<div style="text-align: justify">Siamo al <strong>Parlamento</strong>, durante i tre giorni dell&#8217;<strong>elezione al Quirinale di Mattarella</strong>. Le misure di sicurezza sono elevate, soprattutto dopo che un folle di nome Preiti con una pistola ha costretto per tutta la vita in sedia a rotelle un carabiniere che presidiava <strong>Palazzo Chigi.</strong> La piazza di fronte a Montecitorio è chiusa, come da protocollo. <strong>Si entra solo se autorizzati, se dipendenti della Camera o mostrando un tesserino da giornalista.</strong> Non avevo nulla di tutto ciò. Ma il livello dei controlli era simile a quello del tribunale milanese.</div>
<div style="text-align: justify"></div>
<div style="text-align: justify"></div>
<div style="text-align: justify">Il primo giorno<strong> ho chiesto ad un deputato Cinque Stelle</strong> appena conosciuto di farmi passare con lui. Nessuno ha verificato i miei documenti, né cosa portavo nello zaino. <strong>Nemmeno l&#8217;onorevole si è preoccupato molto, mi ha solo chiesto: &#8220;vuoi farti esplodere?&#8221;</strong>. Di certo non l&#8217;avrei detto a lui. Il secondo giorno mi è bastato fingere di aver perso il tesserino da giornalista. Il carabiniere ci ha creduto e mi ha lasciato passare. Nessuno, di nuovo, ha controllato cosa avessi addosso. Il giorno dell&#8217;elezione di Mattarella ero ormai un volto noto e potevo entrare ed uscire dalla piazza a piacimento. <strong>Se avessi avuto un&#8217;arma, avrei potuto colpire chiunque</strong>. Tutti i senatori e deputati che da Piazza Colonna sono passati per entrare in Aula: <strong>Monti, Minzolini, Guerini, Serracchiani e molti altri.</strong> Nessuno si è preoccupato di controllare chi fossi. Meglio per me, che ho potuto scrivere il mio reportage. Ma la sicurezza? Il rischio terrorismo? E stiamo parlando di luoghi istituzionali durante giorni di ressa parlamentare.</div>
<div style="text-align: justify"></div>
<div style="text-align: justify"></div>
<div style="text-align: justify">Ah, dimenticavo: il terzo giorno portavo con me una valigia. <strong>Se dentro ci fosse stata una bomba&#8230; </strong></div>
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		<title>Puzzle romano</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Feb 2015 14:15:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Manuel Granata]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dunque un siciliano. Il primo della storia con tale onere. Sergio Mattarella, dopo quattro turni di votazioni a camere riunite (tre delle quali farsa politica, inscenata per nascondere sotto una corta coperta le fittissime trattative politiche), ce l’ha fatta. O forse è Renzi che ce l’ha fatta, vincendo nuovamente contro i suoi amici/nemici politici senza nemmeno lo sforzo di passare per le urne, usanza abituale a casa dell’ex sindaco toscano, pare… Infatti per Mattarella la nuova elezione può essere letta piuttosto come coronamento di una silenziosa, ma diligente e coerente carriera politica tra prima e seconda repubblica (no, non passerò]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>unque un siciliano. Il primo della storia con tale onere. <strong>Sergio Mattarella</strong>, dopo quattro turni di votazioni a camere riunite (tre delle quali farsa politica, inscenata per nascondere sotto una corta coperta le fittissime trattative politiche), ce l’ha fatta. O forse è Renzi che ce l’ha fatta, vincendo nuovamente contro i suoi amici/nemici politici senza nemmeno lo sforzo di passare per le urne, usanza abituale a casa dell’ex sindaco toscano, pare…</p>
<p style="text-align: justify">Infatti per Mattarella la nuova elezione può essere letta piuttosto come coronamento di una silenziosa, ma <strong>diligente e coerente carriera politica tra prima e seconda repubblica</strong> (no, non passerò il resto dell’articolo a tratteggiare il profilo dell’ex DC, sia perché sono piuttosto scarso nel disegnare, sia perché esiste <em>Wikipedia</em> che fa lo sporco lavoro molto meglio del sottoscritto). Renzi invece con la giornata di sabato ha definitivamente concluso il suo periodo di praticantato da premier, e può dare inizio ad un percorso più compatto rispetto a quello già avviato nell’ultimo anno, fortemente targato PD, nonostante tutto ciò che possa sostenere Alfano. <strong>Il patto del Nazareno ormai è debolissimo</strong>: le parti contraenti non sono più alla pari all’interno dell’accordo. Il premier ha ricompattato un partito non abituato a vincere, e che negli scorsi mesi ha fatto di tutto per danneggiarsi; <strong>Berlusconi, e con lui Forza Italia, è stato disintegrato completamente da questa votazione</strong>, implodendo con la strategia delle schede bianche sabotata da un terzo dei grandi elettori forzisti. L’ex Cavaliere si ritrova per le mani, al momento, un partito all’opposizione che conta poco o niente, pieno per giunta di sibilanti correnti interne che rischiano di mutilarne i numeri alla Camera e al Senato.</p>
<p style="text-align: justify">Il patto del Nazareno (apparso come ultimo colpo di coda di una furbissima volpe dell’arena politica) oggi non rappresenta per Renzi quasi più nulla: vista la posizione di Forza Italia nell’emiciclo parlamentare, non è più nemmeno un vincolo sulle riforme: il fronte PD tutto da testare, ma nuovamente compatto (oggi paiono tutti fratelli e sorelle dimentichi delle urla e degli insulti delle scorse settimane: ah, che effetti miracolosi le bellezze della città eterna!) e i grillini scappati dal partito, con la stessa velocità con cui si scappa da un casa in fiamme, rappresentano una garanzia sufficiente. <strong>Il partito di Grillo e Casaleggio, oltre alla proposta di Imposimato, ha giocato la partita del Quirinale senza mai toccare la palla</strong>. Anzi non è mai sceso in campo. Non si è neanche seduto in tribuna: è rimasto proprio fuori dallo stadio (a urlare e a controllare le scie chimiche probabilmente…). Grillo e soci sentono infatti la fatica del correre nei palazzi della politica romana da soli e l’orgoglio di non cercare mai un appiglio seppur momentaneo pesa: le continue uscite di parlamentari dal movimento ne sono la dimostrazione. L’elezione del dodicesimo presidente della Repubblica certifica la crisi dei pentastellati, che saranno costretti a rivedere le loro logiche interne per non soccombere ai loro sempre più calanti sondaggi che interessano invece la Lega.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il partito fondato da Umberto Bossi infatti, di questo passo rischia di raggiungere i grillini e di strappare loro lo scettro di partito più populista del paese</strong>. I Salvini boys in questa tornata di votazioni non si sono sprecati molto, proponendo il nome di Vittorio Feltri (d’altronde pensare tutte quelle dichiarazioni interessanti che sparano quotidianamente deve costare molta fatica) insieme al piccolo partito di Giorgia Meloni. Del giorno di Mattarella al Quirinale ci restano in conclusione le lamentele di tutta l’opposizione sul metodo, ma non sul nome (rispettato e accettato da quasi tutti i gruppi parlamentari). Quest’atteggiamento certifica ancora di più la vittoria di Renzi, che nonostante le tante (troppe) parole della politica italiana continua ad agire indisturbato (datemi delle conferme, sta facendo qualcosa di concreto oltre a twittare, vero?), consolidando la sua leadership a Roma e indirettamente a Bruxelles e a Berlino.</p>
<p style="text-align: justify">Se è vero che la Balena Bianca non è mai morta (Mattarella <em>docet</em>), tenete dunque un occhio sul mai domo Berlusconi e sulla sua condanna che va a morire a breve. <strong>La partita a carte non è ancora finita</strong>, e se le donne le tiene tutte per sé, non sappiamo quali assi abbia ancora nel mazzo.</p>
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		<title>Reportage da Montecitorio/2 Una commedia in attesa della vera partita</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jan 2015 20:03:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Roma. Che quella odierna sarebbe stata una giornata con poche emozioni lo si evinceva facilmente dalla tranquillità con cui deputati e senatori raggiungevano Piazza Monte Citorio. Indubbiamente l&#8217;elemento più frizzante era il forte vento freddo. Il resto era come se fosse in un limbo: non sono mancate dichiarazioni al vetriolo tra le parti politiche, da Ncd verso Pd, dai falchi di Forza Italia contro le colombe e così via. Ma sono stati gli atti di una commedia di secondo piano che oggi doveva tenere in caldo il pubblico per il gran finale di domani (almeno così spera il Presidente del]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="R" class="cap"><span>R</span></span>oma. Che quella odierna sarebbe stata una giornata con poche emozioni lo si evinceva facilmente dalla<strong> tranquillità con cui deputati e senatori raggiungevano Piazza Monte Citorio</strong>. Indubbiamente l&#8217;elemento più frizzante era il forte vento freddo. Il resto era come se fosse in un limbo: non sono mancate dichiarazioni al vetriolo tra le parti politiche, da Ncd verso Pd, dai falchi di Forza Italia contro le colombe e così via. <strong>Ma sono stati gli atti di una commedia di secondo piano che oggi doveva tenere in caldo il pubblico per il gran finale di domani</strong> (almeno così spera il Presidente del Consiglio Renzi). <strong>Pippo Civati</strong>, l&#8217;eterno scissionista del Pd che minaccia ma non rende mai effettiva la sua fuoriuscita, prima di diventarne nemico giurato è stato un renziano di ferro. Di lui il Presidente del Consiglio diceva essere il vero autore dei contenuti politici della prima Leopolda. Condividono, inoltre, l&#8217;impostazione giovanile: per questo Civati non parla di commedia, ma <strong>di &#8220;grande fiction&#8221;, in cui Berlusconi e il Premier, guidando i loro attori comprimari, starebbero fingendo di litigare per poi continuare ad amoreggiare sulle riforme e tutto il resto</strong>, come se nulla fosse avvenuto. &#8220;É una coppia così affiatata&#8221; che di certo Mattarella non sarà quel famoso dito che non bisogna mai mettere tra moglie e marito.</p>
<p>Per strada i politici rilasciano dichiarazioni, si rifiutano o cercano i giornalisti in base allo stato d&#8217;animo dei loro rispettivi partiti. Gli eletti del Pd non si sottraggono ai microfoni, raccontano di aver proposto il Presidente giusto e con le modalità corrette. Per<strong> Debora Serracchiani, Mattarella è un &#8220;nome cui è difficile dire di no, anche per Ncd e Fi&#8221;</strong>. Tuttavia, non sembra essere così lineare la partita, soprattutto a chi nel bar di via degli Uffici del Vicario si godeva un caffè gentilmente offerto da un collega. <strong>Paolo Romani</strong>, sbilanciandosi più di quanto forse potrebbe, mentre prende la tazzina va a pescare con piene mani negli affari di<strong> Angelino Alfano: &#8220;non credo che voterà Mattarella&#8221;</strong>, dice prima di abbandonare il bar virando in direzione opposta alla Camera dove, in teoria, sarebbero già iniziate le operazioni di voto. <strong>Verrà smentito la sera stessa</strong>.</p>
<p>Che il Nuovo Centrodestra stesse ancora ragionando sul da farsi era evidente. I pochi che si vedono in giro evitano educatamente le domande e non si fermano per scambiare due parole. Lo hanno fatto solo l&#8217;ex sindaco di Milano <strong>Albertini e Rocco Buttiglione, ma per dire che nulla era deciso e la questione rimandata ad una riunione serale</strong>. Il tutto intorno all&#8217;ora di pranzo, quando già la seconda votazione aveva dato responso negativo.</p>
<p>Le incognite della giornata ruotano attorno alle mosse dell&#8217;Area popolare. Lo sa la Serracchiani, pronta ad aprire eventualmente una discussione interna alla maggioranza di governo per ridiscutere alcuni punti, o &#8211; chissà &#8211; la partecipazione stessa di Ncd all&#8217;esecutivo.</p>
<p><strong>Un Ministro importante come quello dell&#8217;Interno può votare diversamente da quanto fanno gli altri partiti della coalizione senza generare una crisi?</strong> Forse no. E infatti per <strong>Sergio Chiamparino</strong>, presidente della Regione Piemonte, sarebbe &#8220;strano se un funzionario di governo di primo piano con un ruolo delicato non votasse il Presidente della Repubblica&#8221;. Alfano avvisato, mezzo salvato.</p>
<p>Di umore differente i forzisti del &#8220;Silvio stai attento che Renzi ti frega&#8221;. Tra loro, <strong>Augusto Minzolini</strong>, sempre molto disponibile nel concedersi alle domande, probabilmente remore di quando al freddo a raccogliere la dichiarazione del Craxi di turno toccava a lui.  <strong>Minzolini è convinto che Berlusconi abbia fatto &#8220;una lettura sbagliata del momento politico&#8221;</strong>. Sarà l&#8217;atmosfera effettivamente particolare, sarà il caso, ma anche l&#8217;ex direttore del Tg1 ha fatto ricorso ad una metafora teatrale per definire la situazione politica che si stava venendo a creare. Quello che in molti chiamavano negativamente <strong>&#8220;il teatrino della politica, è tornato ad essere la politica vera&#8221;</strong>, e chi non si adegua alla trama ne rimarrà fuori. Merito, o colpa, di Renzi.</p>
<p><strong>&#8220;Matterella ce la farà?&#8221;&#8216; si chiedevano oggi i molti che ieri si erano concentrati sul Patto del Nazareno</strong>. I più che ruotano attorno a Palazzo Chigi sono pronti a giurare di sì. Ma forse qualcosa scricchiola e i numeri non sono così larghi. Il dissidente del M5S <strong>Walter Rizzetto</strong>, che ha abbandonato il Movimento poco prima dell&#8217;inizio delle elezioni per il Quirinale, era stato accusato di essersi venduto per poco alle esigenze del Partito Democratico. Eppure, a microfoni spenti confessa di essere a capo di una nutrita pattuglia di grandi elettori che alla quarta votazione, quella decisiva, indicherà il nome di Stefano Rodotà. Uno schiaffo agli ex colleghi cinque Stelle che avevano escluso il costituzionalista dalle Quirinarie sul blog di Grillo, preferendogli Prodi e Bersani. <strong>Ma forse il vero schiaffo è per Renzi e la Serracchiani, perché al loro dettagliato elenco di fedeli avrebbero dovuto  togliere i venti del piccolo plotone di Rizzetto</strong>. Rimanendo con dei margini molto risicati, argini labili con cui difendersi dai franchi tiratori.</p>
<p>Di sera cede Alfano e torna all&#8217;ovile: voterà Mattarella. Domani non sarà più una commedia.</p>
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		<title>Il vero nome è Casini: lo vuole anche la Merkel</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 11:42:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La cosa straordinaria, è che ha sempre ottenuto posizioni di governo portando con sé solo una piccola dote di voti. Classica mossa da democristiano nato e cresciuto nella prima Repubblica, sostengono i suoi detrattori. E forse è anche vero, perché Pierferdinando Casini è stato esponente di spicco di partiti(ni) dai più svariati nomi &#8211; Ccd, UDC, UdC &#8211; e, nonostante la poca generosità degli elettori, è stato al Governo per lungo tempo. O meglio, ha quasi sempre fatto parte delle maggioranze che sostenevano gli esecutivi di Berlusconi e tanti altri, ma al Governo &#8211; personalmente &#8211; non ci è andato]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>a cosa straordinaria, è che ha sempre ottenuto posizioni di governo portando con sé solo una piccola dote di voti. Classica mossa da democristiano nato e cresciuto nella prima Repubblica, sostengono i suoi detrattori. E forse è anche vero, perché <strong>Pierferdinando Casini</strong> è stato esponente di spicco di partiti(ni) dai più svariati nomi &#8211; Ccd, UDC, UdC &#8211; e, nonostante la poca generosità degli elettori, è stato al Governo per lungo tempo. O meglio, ha quasi sempre fatto parte delle maggioranze che sostenevano gli esecutivi di Berlusconi e tanti altri, <strong>ma al Governo &#8211; personalmente &#8211; non ci </strong><strong>è</strong><strong> andato mai</strong>. Perché, si sa, è una posizione scomoda, capace di attaccarti addosso un&#8217;etichetta che poi difficilmente ti scrolli.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Per questo Casini è il nome più caldo della corsa al Quirinale a poche ore dall&#8217;inizio delle consultazioni. Pierferdinando ha una dote incontestabile, cioè quella di <strong>sapersi riciclare con classe, aiutato indubbiamente dal suo volto piacevole e dal portamento signorile</strong>. É simpatico a molti e indigesto a quasi nessuno. Ha fatto l&#8217;amore (politicamente, s&#8217;intende) con molti: da Berlusconi a Fini, dagli esponenti della sinistra a quelli più radicali. Forse non piace ai 5 Stelle, che vorrebbero un magistrato a tutti i costi e che non voteranno Pietro Grasso solo perché sono più le volte che li ha cacciati dall&#8217;aula di quelle in cui è riuscito a mandare in galera un mafioso. <strong>Casini, dicevamo, </strong><strong>è</strong><strong> stato compagno di letto del Cav., ha appoggiato il governo Monti, Letta e Renzi</strong>. Insomma, dove si comanda lui c&#8217;è: una volta in maniera più visibile, ora nell&#8217;ombra.</p>
<p style="text-align: justify">Non gli mancano gli incarichi, certo. Ora è stato premiato con la presidenza di una Commissione Affari esteri. <strong>Domani, chiss</strong><strong>à</strong><strong>, con la Presidenza della Repubblica</strong>. Sì, perché l&#8217;interesse di Renzi è quello di non far cadere il patto del Nazareno. Berlusconi e il Premier si sono incontrati e scontrati sui nomi di <strong>Mattarella e Amato</strong>. Il primo, sostenuto dal segretario Pd, essendo un nome politicamente ininfluente e di caratura grigia, incapace probabilmente di contrastare la colorita corsa alle riforme dell&#8217;ex sindaco di Firenze. L&#8217;altro, <strong>il dott. Sottile, </strong><strong>è</strong><strong> caldeggiato da Berlusconi ed il perch</strong><strong>é</strong><strong> rimane un mistero pi</strong><strong>ù</strong><strong> incomprensibile di quelli di Fatima</strong>. Braccio destro di Craxi, ma non amato dal leader del fu Psi. Inoltre, non sarebbe una garanzia per le voglie di libertà dai servizi sociali del capo di Forza Italia. Insomma, Renzi e Berlusconi si trovano così al muro contro muro, e questo spiega il perché dell&#8217;uscita del vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, dopo giorni di silenzio stampa sul toto-nomi. <strong>Il nome di Mattarella </strong><strong>è</strong><strong> un modo per tirare un po&#8217; la corda, stando attenti che non si spezzi</strong>.<strong> Ai renziani, infatti, non conviene rompere il patto</strong>. Se decidessero di ricucire in toto il Pd, concedendo un nome ben visto dalla minoranza di Bersani e soci, dovrebbero poi contare anche sulla loro fedeltà quando ci sarà da far passare le riforme. Il che non è scontato, e nella migliore delle ipotesi significherebbe rivedere l&#8217;impianto complessivo delle norme che riscrivono la Costituzione. Un rischio che val la pena correre?</p>
<p style="text-align: justify">Forse no. <strong>Perch</strong><strong>é</strong><strong> un nome capace di far passare ogni impasse in secondo piano esiste, ed </strong><strong>è</strong><strong> quello di Casini</strong>. Lui, insomma, il democristiano mai defunto, sopravvissuto alla morte della Dc, dei governi Berlusconi, del fallimentare appoggio al governo Monti. Per non parlare del più duro dei colpi ricevuti, ovvero quella campagna elettorale condotta con Scelta Civica, formazione che avrebbe dovuto spaccare il mondo (politico) e si è ritrovata disintegrata qualche giorno dopo il voto. <strong>Casini non ha solo amoreggiato con tutti, con molti ha anche litigato, ha spesso chiesto ed ottenuto la separazione.</strong> <strong>Ma non ha mai divorziato</strong> &#8211; ad eccezione che con la ex moglie, invaghito com&#8217;era della donna Caltagirone &#8211; con nessuno dei leader politici che sono passati e rimasti sulla scena. <strong>Berlusconi</strong>, pur sentitosi tradito più di una volta, come quando si è sfilato dal pentolone Pdl che voleva raccogliere tutte le formazioni dell&#8217;allora Casa delle Libertà, non solo lo ha perdonato, ma <strong>lo ritiene un amico. Forse pi</strong><strong>ù</strong><strong>, quasi un figlio. Ribelle alcune volte, come tutti i giovanotti, ma pur sempre un figlio</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Per questo ieri, in gran segreto, è stato ricevuto a Palazzo Chigi. Lui stesso, come ha rivelato Kayser Soze su Panorama, avrebbe confessato di essere il nome giusto, &#8220;altrimenti Renzi non ha i voti&#8221;. E questo spiega la segretezza dell&#8217;arrivo in Piazza del Parlamento con i vetri oscurati, mentre gran parte di quelli che sono andati a ricevimento da Renzi lo hanno fatto alla luce del sole. Scoperto a causa della targa dell&#8217;auto blu (un errore tattico che poteva risparmiarsi), è da ieri sulle prime pagine dei giornali.</p>
<p style="text-align: justify">Può salvare il patto del Nazareno, è questa la sua arma vincente. Ma non solo. <strong>Durante la visita a Firenze, la Cancelliera tedesca Angela Merkel si </strong><strong>è</strong><strong> informata sulle possibilit</strong><strong>à</strong><strong> di Casini di arrivare al Colle</strong>. A rivelarcelo, una fonte vicina al Ppe in quei giorni nel capoluogo toscano. Un appoggio internazionale che potrebbe non guastare. E aiutare Pierferdinando a salire al Quirinale. Salvando così il Patto del Nazareno.</p>
<p style="text-align: justify">Inoltre, dicono alcuni, non dispiace nemmeno alla mamme.</p>
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		<title>Quirinale senza bandiera</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 11:15:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pasquin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da due settimane ormai il pennone del palazzo del Quirinale è vuoto, così come vuota è la poltrona presidenziale, in attesa della convocazione del Parlamento in seduta comune. Tra qualche giorno tutto tornerà alla normalità, analisi politiche riempiranno i giornali e strascichi polemici occuperanno i talk-show televisivi a seguito del discorso del nuovo Presidente. Proprio in questo momento, mentre regna ancora il silenzio prima della battaglia e mentre i nomi sono tanti e le certezze poche, possiamo prenderci due minuti ed apprezzare ciò che di sicuro metterà tutti d’accordo: la bandiera presidenziale. Lo stendardo attuale è stato adottato ufficialmente con]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="JUSTIFY"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a due settimane ormai <strong>il pennone del palazzo del Quirinale è vuoto</strong>, così come vuota è la poltrona presidenziale, in attesa della convocazione del Parlamento in seduta comune. Tra qualche giorno tutto tornerà alla normalità, analisi politiche riempiranno i giornali e strascichi polemici occuperanno i talk-show televisivi a seguito del discorso del nuovo Presidente.<br />
Proprio in questo momento, mentre regna ancora il silenzio prima della battaglia e mentre i nomi sono tanti e le certezze poche, possiamo prenderci due minuti ed <strong>apprezzare ciò che di sicuro metterà tutti d’accordo: la bandiera presidenziale</strong>.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Lo stendardo attuale è stato adottato ufficialmente con la pubblicazione del decreto presidenziale sulla Gazzetta Ufficiale il 9 ottobre 2000 con la firma dell’allora presidente Carlo Azeglio Ciampi e presentato il 4 novembre successivo. È lo stesso decreto ad indicare le caratteristiche della nuova bandiera: <em>&#8220;di rosso, bordato d&#8217;azzurro, al grande rombo appuntato ai lembi, di bianco, caricato dal carello di verde appuntato ai margini del rombo, esso carello sopraccaricato dall&#8217;emblema della Repubblica italiana d&#8217;oro&#8221;</em>.</p>
<div id="attachment_1430" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Bandiera_Presidente_2000.png"><img class="size-medium wp-image-1430" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Bandiera_Presidente_2000-300x300.png" alt="Bandiera presidenziale - versione 2000" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera presidenziale &#8211; versione 2000</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>La bandiera si ispira a quella adottata dalla prima Repubblica Italiana</strong>, stato satellite sotto il potere di Napoleone, nato sulle ceneri della Repubblica Cisalpina nel 1802 e trasformatosi nel Regno d’Italia in concomitanza con l’incoronazione di Bonaparte nel 1805. La bandiera riprendeva allora i colori della Repubblica Cispadana, verde, bianco e rosso, ma li rielaborava in un disegno geometrico a quadri, pressoché identico all’attuale bandiera del presidente della Repubblica. La versione presidenziale del 2000 riprende questo stile, simbolo evidentemente del Risorgimento nazionale, e vede aggiunto lo stemma repubblicano in oro e il quadrato azzurro nella parte esterna, riferimento alle Forze Armate di cui è Capo il Presidente.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Lo stendardo del Presidente non viene utilizzato solamente presso la sua residenza romana ma, come spiega il sito del Quirinale, è <em>“il segno distintivo della presenza del Capo dello Stato e segue perciò il Presidente della Repubblica in tutti i suoi spostamenti”</em>, trovando posto su automobili, aeroplani e navi, nelle prefetture e negli incontri ufficiali durante visite nazionali e internazionali. Allo stesso modo, <strong>durante il periodo di vacanza lo stesso viene ammainato e sostituito da quello del Presidente della Repubblica supplente sul pennone di Palazzo Giustiniani</strong>, dove si trova l’ufficio di rappresentanza del Presidente del Senato. La bandiera del supplente è bianca con cornice azzurra e con l’emblema repubblicano argentato e venne introdotta nel 1986 dall’allora presidente Francesco Cossiga.</p>
<div id="attachment_1432" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Bandiera_Presidente_Supplente.png"><img class="size-medium wp-image-1432" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Bandiera_Presidente_Supplente-300x300.png" alt="Bandiera del Presidente supplente (1986)" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera del Presidente supplente (1986)</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>La versione attuale dello stendardo presidenziale è solo la quarta in ordine di tempo</strong>. In origine, nel 1948, non vi era alcuna indicazione normativa sulla bandiera presidenziale e la consuetudine era quella di utilizzare la bandiera italiana. Solo nel 1965 venne scelta la prima versione ufficiale da Giuseppe Saragat: un quadrato azzurro con lo stemma repubblicano in oro, colori simboleggianti il comando e il valore e tratti dalla tradizione militare italiana. Tra le altre proposte venne scartata l’idea di una bandiera italiana con il simbolo repubblicano sulla banda bianca, troppo simile alla bandiera messicana. La prima modifica avvenne nel 1990, quando il Presidente Francesco Cossiga introdusse una nuova versione, sempre quadrata, con il tricolore bordato d’azzurro. Questa ebbe vita breve, venendo modificata già nel 1992 con la terza versione, che ripristinava il modello del 1965, con l’eccezione dello stemma dorato di dimensioni minori. Motivo della sostituzione di quest’ultima versione nel 2000, tra gli altri, è stata la somiglianza eccessiva alla bandiera dell’Unione Europea, anch’essa accanto alla bandiera nazionale sul campanile del Quirinale.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>L’araldica presidenziale non si scorda</strong>, infine, <strong>nemmeno dei presidenti emeriti della Repubblica</strong> (nonché senatori a vita), con un’insegna speciale introdotta nel 2001, dove ritorna lo stile geometrico: un quadrato bianco centrale, racchiuso da triangoli verdi e rossi ai quattro angoli, sormontato dalle iniziali “RI” (Repubblica Italiana”) e da una corona dorata.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Ora non ci resta altro che attendere la fumata bianca per assistere, con il naso all’insù, al prossimo alzabandiera.</p>
<a href="http://www.torquemada.eu/2015/01/29/quirinale-senza-bandiera/#gallery-1425-1-slideshow">Clicca per vedere lo slideshow.</a>
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		<title>La democrazia senza quorum soffre di percentualismo</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2014 15:05:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La politica italiana è malata di percentuali. I leader partitici, segretari o padroni che siano, guardano al rapporto tra voti ottenuti ed eroi che si sono recati al seggio&#62; come a una manna che scende dal cielo in tempo di magra. Non importa, infatti, se a votare ci sono andati più o meno solo i parenti dei candidati, quello che conta sono le percentuali. «L’affluenza è un problema secondario», ha detto Renzi dopo il voto alla tornata regionale dello scorso 23 novembre. E non poteva di certo fare altrimenti, avendo vinto – si fa per dire – sia in Calabria]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>a politica italiana è malata di percentuali. I leader partitici, segretari o padroni che siano, guardano al rapporto tra voti ottenuti ed <b>eroi che si sono recati al seggio</b>&gt; come a una manna che scende dal cielo in tempo di magra. Non importa, infatti, se a votare ci sono andati più o meno solo i parenti dei candidati, <b>quello che conta sono le percentuali</b>. «L’affluenza è un problema secondario», ha detto Renzi dopo il voto alla tornata regionale dello scorso 23 novembre. E non poteva di certo fare altrimenti, avendo vinto – si fa per dire – sia in Calabria che in Emilia. Nemmeno i suoi avversari tutti interni al Pd potevano esimersi dal dire che la colpa del 38% scarso di affluenza nella rossa Emilia è stato causato dalla lotta intestina tra Pd renziano e Cigl targata Landini. <b>Non potevano fare altrimenti perché anche loro son contagiati; anche loro son malati di “percentualismo”</b>.<br />
Considerando che <b>l’Emilia Romagna è sempre stata una delle regioni più fedeli</b> nella mobilitazione verso le urne, non è difficile immaginare che il dato possa essere esteso a tutta Italia. E non mettiamo in dubbio che se milioni di italiani disertano le urne è una lor scelta e la democrazia non può fermarsi. Ma qualche riflessione  sulla natura della democrazia stessa e sulla sua validità nel sistema Italia occorre farla.<br />
Normalmente dopo la chiusura dei seggi, nelle dichiarazioni del giorno dopo, nei tweet mattutini e nelle trasmissioni televisive serali son tutti lì a godere – o maledire – delle cifre stratosferiche che ruotano intorno alle percentuali.<br />
<b>Ottenere il 48% non è male e poi assicura cinque anni alla guida di un qualsiasi ente governativo</b>. Ma non funziona esattamente così. Un professore di matematica del liceo era solito raccontarci – più di una volta per la verità, forse per farci capire bene il concetto – <b>la storia dei due fratelli e dei due polli</b>. La famosa similitudine risale a una poesia di Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri, poeta e giornalista del secolo scorso. Divenne anche senatore a vita per nomina presidenziale. Insignito del privilegio a inizio dicembre del 1950, ci lasciò le penne dopo appena 20 giorni. Come ebbe a dire lui stesso, lo nominarono «senatore a morte». Ma che c’entra il poeta romanesco con Renzi, le elezioni regionali, la malattia di “percentualismo” e la democrazia italiana? Il professore, insomma, ci raccontava che se <b>per la statistica ci son due polli mangiati e due persone a tavola, in media hanno mangiato il 50%</b> dei pennuti a testa, «ma potrebbe accadere che uno s’è pappato due polli, e <b>l’altro è rimasto come un pirla</b>». Morale: basarsi sulle percentuali non solo è sciocco, ma è anche politicamente sterile. Perché, prima o poi, il piatto gira e chi ha avuto il pollo scoprirà di essere un «pirla». Il 48% del 37% degli elettori è un dato, visto nella realtà dei numeri assoluti, che dovrebbe lasciare con la bocca aperta, da non far passare in sordina come «problema secondario». È molto vicino, infatti, a quanto accadeva nel Regno sabaudo del 1849, quando <b>Camillo Benso conte di Cavour venne eletto al parlamento regio con 208 voti</b> (le parlamentarie grilline possono ben figurare a confronto). Anche il Conte poi divenuto Primo Ministro, probabilmente, dalle colonne di una delle riviste con cui collaborava (il <i>twitter</i> dell’epoca) si sarà vantato di aver ottenuto un’altissima percentuale nel suo collegio. Il 48%, forse. <b>Bonaccini, neo-eletto alla regione Emilia Romagna, può quindi esultare di quel famoso 50% di polli che le statistiche indicano si è mangiato</b>, anche se il banchetto del suo predecessore Vasco Errani era molto più imbandito. Ma come il regno piemontese non brillava per livello di democrazia, così – senza bisogno di scomodare Patenam – potremmo forse sollevare un ragionevole <b>dubbio sulla qualità di una democrazia in cui poco più di un terzo dei cittadini partecipano al voto</b>. Senza contare, inoltre, la crisi di iscritti ai partiti, la scomparsa della partecipazione politica a più livelli e le anomalie del sistema informativo.<br />
Il dato reale è stato sconcertante e dovrebbe far riflettere, sollevare delle questioni, scuotere la politica locale e nazionale. Invece, nulla: silenzio, buon viso a cattivo gioco e ostentazione del dato statistico.<br />
<b>Senza pensare che un problema c’è e si chiama legittimità</b>. L’ultima tornata elettorale ha dimostrato una cosa: che <b>la democrazia italiana non ha il quorum</b>. Se fosse stato un referendum, oggi l’avrebbero dichiarato nullo o senza alcun effetto. Perché la legittimità non si basa sulle percentuali.</p>
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