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	<title>Torquemada &#187; Mondo</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Turchia, Curdi, IS: chi spara a chi?</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Aug 2015 15:47:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Decenni di faticose trattative ed estenuanti confronti per raggiungere un accordo di pace. Una decina di giorni scarsi per mandarlo nuovamente in soffitta. Triste realtà delle relazioni fra Turchia e curdi turchi, capeggiati dal Partito dei Lavoratori (PKK), normalizzatesi in un&#8217;ottica pacifica da ormai quasi due anni e ora di nuovo al capolinea.  Non è durata la tregua riconosciuta da ambo le parti nel 2013 e di nuovo svanita nel nulla dopo le turbolenze di fine luglio, che hanno provocato nuovi bombardamenti e incursioni dell&#8217;esercito turco contro basi e milizie del PKK curdo. Perché?   Il 20 luglio un attacco]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>ecenni di faticose trattative ed estenuanti confronti per raggiungere un accordo di pace. Una decina di giorni scarsi per mandarlo nuovamente in soffitta. Triste realtà delle relazioni fra Turchia e curdi turchi, capeggiati dal <strong>Partito dei Lavoratori (PKK)</strong>, normalizzatesi in un&#8217;ottica pacifica da ormai quasi due anni e ora di nuovo al capolinea.  Non è durata la tregua riconosciuta da ambo le parti nel <strong>2013</strong> e di nuovo svanita nel nulla dopo le turbolenze di fine luglio, che hanno provocato nuovi bombardamenti e incursioni dell&#8217;esercito turco contro basi e milizie del PKK curdo. Perché?</p>
<p> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-1.png"><img class="size-medium wp-image-2861 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-1-300x200.png" alt="Immagine 1" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Il <strong>20 luglio</strong> un attacco kamikaze poi rivendicato da IS provoca 20 vittime nella città curda turca di <strong>Suruc</strong>. Al confine siriano esplode la rabbia della popolazione. Nella regione della Turchia sud-orientale è ancora viva la memoria del caro prezzo con cui i curdi pagarono la vittoria contro il califfato nella città di <strong>Kobane</strong> nell&#8217;apparente indifferenza turca. Reparti dell&#8217;esercito di Ankara erano infatti schierati a poche centinaia di metri dalla città, sul confine siriano, senza per questo assumere alcun ruolo attivo nella battaglia, anche quando la situazione per i miliziani curdi appariva particolarmente critica. L&#8217;accusa: Ankara si è mostrata incapace di proteggere la popolazione se non addirittura è stata passivamente complice della strage, <strong>chiudendo un occhio sull&#8217;attività dello Stato Islamico in chiave anti-curda.</strong> Di qui, il <strong>22 luglio</strong>, l&#8217;assassinio di due poliziotti turchi, accusati di presunta connivenza con gli attentatori. La reazione del governo di <strong>Recep Tayyip Erdogan</strong> non si fa attendere: da quella  stessa settimana  hanno preso il via i <em>raid</em> contro le installazioni militari del PKK nelle montagne del nord Iraq e nel sud-est Turchia. Due anni di flebile tregua spazzati via nel giro di meno di una settimana.</p>
<p> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-2.jpg"><img class="size-medium wp-image-2860 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-2-300x202.jpg" alt="Immagine 2" width="300" height="202" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Occorre però fare un ulteriore passo indietro. Cosa sta a monte della latente tensione curdo-turca, oltre la causa prossima dell&#8217;attentato di Suruc? Non si può nascondere come gli attriti tra il governo di Ankara e i militanti curdi del PKK siano aumentati esponenzialmente dopo le elezioni tenutesi lo scorso <strong>7 giugno</strong>, in cui l&#8217;<strong>HDP</strong>, il Partito curdo ha ottenuto l&#8217;accesso in parlamento mediante il superamento della soglia di sbarramento del 10% imposta per entrare nel parlamento turco. Non solo, il crollo di consensi dell&#8217;AKP – il partito Giustizia e Libertà del primo ministro Erdogan – ha creato una situazione politica instabile: l&#8217;AKP, pur rimasto partito di maggioranza, si è visto impossibilitato a formare un governo autonomo. È di pochi giorni fa la notizia delle dimissioni di Ahmet Davbutoglu, premier incaricato dal presidente Erdogan, della formazione di un nuovo governo. Con ogni probabilità si andrà a <strong>nuove elezioni a inizio novembre</strong>. L&#8217;impasse politica ha perciò determinato un repentino cambio di strategia in politica estera del governo turco.</p>
<p> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-3.jpg"><img class="size-medium wp-image-2863 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-3-300x199.jpg" alt="Immagine 3" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Di qui la duplice offensiva di Erdogan contro curdi e estremisti islamici, entrambi gruppi etichettati come terroristi dal governo turco. L&#8217;inizio di una politica aggressiva sia nei confronti del PKK che dell&#8217;IS sembra essere funzionale ad un duplice scopo nella politica estera turca. <em>In primis</em>, a vantaggio di Erdogan giocherebbe una <strong>minimizzazione dell&#8217;influenza curda</strong> nella politica interna turca, magari tornando a elezioni anticipate e sfruttando l&#8217;onda lunga del conflitto anti-curdo in chiave nazionalistica per strappare voti a destra, ottenere la maggioranza e formare un nuovo governo più saldo e autonomo a livello parlamentare. In secondo luogo l&#8217; <em>escalation</em> militare nei confronti di IS, con l&#8217;inizio di <em>raid</em> diretti e la concessione ai droni USA della base aerea di Incirlik &#8211; una strategia più aggressiva contro i miliziani dello Stato Islamico &#8211; mira a <strong>strappare ai partiti curdi</strong> quali il PKK turco, l&#8217;YPG siriano e il KRG iracheno <strong>la <em>leadership</em> nella lotta allo Stato Islamico.</strong> Il Daesh si è così tramutato da <em>“useful enemy”</em> &#8211; secondo le parole di Sinan Ulgen, esperto di politica turca – utile per limitare l&#8217;influenza curda, a nemico da colpire con forza per mettere all&#8217;angolo le ambizioni territoriali e politiche curde. Ma pur sempre utile ad affermare un ruolo della Turchia più forte nello scacchiere mediorientale.</p>
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		<title> Yemen, o Arabia Felix. Oggi poi non troppo</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2015 14:46:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bombe. Di nuovo bombe su Aden, nello Yemen. Ci si era illusi che il cessate il fuoco di cinque giorni  definito a fine maggio avrebbe partorito qualche significativa soluzione politica nell&#8217;ambito di quella che è una delle situazioni più calde dello scacchiere mediorientale. Ad oggi la guerra civile si protrae da settembre, quando il gruppo ribelle Houthi di matrice sciita costrinse il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, &#8216;Abd Rabbih Mansur Hadi al-Hadi, a fuggire dalla capitale Sana&#8217;a e a rifugiarsi nella strategica città di Aden. La presa de facto del potere da parte dei ribelli sciiti, a detta di molti]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="B" class="cap"><span>B</span></span>ombe. Di nuovo bombe su Aden, nello Yemen. Ci si era illusi che il cessate il fuoco di cinque giorni  definito a fine maggio avrebbe partorito qualche significativa soluzione politica nell&#8217;ambito di quella che è una delle situazioni più calde dello scacchiere mediorientale. Ad oggi la guerra civile si protrae da settembre, quando il gruppo ribelle Houthi di matrice sciita costrinse il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, <strong>&#8216;Abd Rabbih Mansur Hadi</strong> <strong>al-Hadi</strong>, a fuggire dalla capitale Sana&#8217;a e a rifugiarsi nella strategica città di Aden. La presa <em>de facto</em> del potere da parte dei ribelli sciiti, a detta di molti e in particolare dell&#8217;Arabia Saudita, supportati militarmente e politicamente dall&#8217;Iran, minaccerebbe il transito del traffico petrolifero nel cruciale stretto di Bal al-Mandab, tra mar Rosso e Oceano Indiano. Per contrastare questa minaccia buona parte del <strong>mondo arabo sunnita</strong>, in particolare nazioni come <strong>Marocco, Egitto, Giordania Sudan più cinque paesi arabi del Golfo</strong>, si è schierata apertamente con l&#8217;ex presidente destituito Hadi contro il nuovo ordine. Da inizio anno i bombardamenti aerei allo scopo di allontanare dalle zone calde e influenti – leggi: la capitale Sana&#8217;a e il porto di Aden – a opera della coalizione di paesi arabi a guida saudita i miliziani Houthi si sono intensificati.</p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto1-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2829" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto1-1-300x219.jpg" alt="Foto1 (1)" width="300" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Perché? Il motivo di un contrasto così deciso all&#8217;avanzata delle milizie sciite Houthi – dal nome del loro fondatore, <strong>Hussein Badr al-Din al-Houthi</strong>, morto nel 2004 in un tentativo di sommossa separatista – è il sospetto da parte dell&#8217;Arabia Saudita che dietro questa offensiva ci sia il grande nemico di Riiad, l&#8217;Iran sciita. Alcune fonti vicine all&#8217;<em>intelligence</em> saudita affermano di aver visto esponenti di spicco delle forze ribelli in visita alla città santa di Qom in Iran. Inoltre si teme per un blocco eventuale dei traffici marittimi petroliferi del <strong>Bal al-Mandab</strong>, con Teheran a giovarsi di un eventuale blocco commerciale. Riiad non vede affatto di buon occhio un&#8217;eventualità di questo genere e sta ammassando a titolo precauzionale 150.000 soldati al confine per tutelarsi.</p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto2-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2830" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto2-1-300x173.jpg" alt="Foto2 (1)" width="300" height="173" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Ma perché coinvolgere anche gli altri paesi sunniti? Perché un&#8217;egemonia iraniana forte non è vista di buon occhio questo tipo di movimenti, come l&#8217;<strong>Ansar Allah</strong> (partigiani di Dio) dei ribelli Huthi in Yemen così come si mostrano abbastanza diffidenti delle milizie sciite impiegate in Iraq e in Siria contro l&#8217;IS. Senza dimenticare che anche l&#8217;IS si è affacciato in Yemen e ha colpito il 30 marzo con autobombe moschee accusate di essere affiliate ai ribelli sciiti, considerati eretici, in quanto sciiti, dai seguaci del califfo <strong>Abu Bakr al-Baghdadi</strong>. Bisogna anche tenere a mente che vi sono numerose cellule di <strong>AQAP (<em>Al-Qaeda in the Arabian Peninsula</em>)</strong> attive <em>in loco</em>, anche se opposte alle cellule IS come <em>modus operandi</em> e principi. La situazione yemenita riflette lo stesso caso dell&#8217;Iraq e della Siria, dove le cellule IS si scontrano anche con i miliziani di al-Nusra (Al-Qaeda in Siria e Iraq) oltre che con le forze governative e curde.</p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto3.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2831" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto3.jpg" alt="Foto3" width="277" height="182" /></a></p>
<p style="text-align: justify">È chiaro che lo Yemen è un laboratorio per la risoluzione della crisi mediorientale tra Iraq e Siria perché è di fondamentale importanza capire come si evolveranno i rapporti tra le potenze di Iran e Arabia Saudita. Un accordo che bilanci le sfere di influenza e porti le due potenze al dialogo piuttosto che allo scontro armato, potrebbe beneficiare anche la <strong>lotta contro l&#8217;IS</strong>, con un impegno congiunto sunnita-sciita che ora è solo allo stato sperimentale in alcune città dell&#8217;Iraq come <strong>Ramadi e Tikrit</strong> ma che potrebbe evolvere in maniera ben più costruttiva se supportata da accordi pacifici e non scontri armati per spartirsi la travagliata area yemenita. Un tempo <strong>Arabia Felix</strong> per i romani, come sarà questa Arabia dipenderà ora da sauditi e iraniani. Dalle cui decisioni -sia detto per inciso – dipenderà anche la sorte di circa <strong>dieci milioni di persone</strong> ridotte nel paese alla fame e sull&#8217;orlo della povertà, che da un eventuale conflitto trarrebbero solo ulteriore miseria.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Expo&#8217; 15: &#8220;siam pronti alla sopravvivenza&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2015 00:12:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In Italia il primo maggio 2015 non lo scorderemo facilmente. È stato diverso da ogni altro primo maggio. È stato il primo maggio dell&#8217;EXPO e dei NO-EXPO, della profanazione del Canto degli Italiani e della violenza dei contestatori di professione. Un primo maggio che è stato tutto fuorché la festa del lavoro. In sintesi, a uno sguardo attento, questo primo maggio si candida a divenire la data simbolo della deriva nichilistica di un&#8217;intera nazione ormai farsescamente allo sbando. Partiamo dall&#8217;inno. Forse a livello giuridico, anche volendolo, sarebbe impossibile punire i responsabili della storpiatura di uno dei versi più significativi del]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="justify"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>n Italia il primo maggio 2015 non lo scorderemo facilmente. È stato diverso da ogni altro primo maggio.<strong> È stato il primo maggio dell&#8217;EXPO e dei NO-EXPO, della profanazione del Canto degli Italiani e della violenza dei contestatori di professione. Un primo maggio che è stato tutto fuorché la festa del lavoro. In sintesi, a uno sguardo attento, questo primo maggio si candida a divenire la data simbolo della deriva nichilistica di un&#8217;intera nazione ormai farsescamente allo sbando</strong>.</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Partiamo dall&#8217;inno. Forse a livello giuridico, anche volendolo, sarebbe impossibile punire i responsabili della storpiatura di <strong>uno dei versi più significativi del testo di Mameli (il </strong></span></span><strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«Siam pronti alla morte» cambiato in «Siam pronti alla vita»</span></span></strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>), ma sotto un profilo politico, culturale e morale questa “renzata” merita di essere definita una vergogna che, più in profondità, rivela la somma tristezza di quest&#8217;epoca edonista ed individualista</strong>. Infatti cosa c&#8217;è di più ignobile dell&#8217;omettere, nel corso della cerimonia inaugurale di un evento che dovrebbe rilanciare la nostra nazione, <strong>una parola che, nella sua tragicità, testimonia il massimo grado dell&#8217;amore per la propria patria</strong>? È vero, in quest&#8217;epoca la parola morte fa paura (eccezion fatta, per le sensibilità liberal, quando provocata dall&#8217;eutanasia o dall&#8217;aborto). <strong>La morte evoca sofferenza e sacrificio, cose che fanno tremare i polsi specie a chi è cresciuto con l&#8217;illusione, tutta occidentale e tutta contemporanea, della “ricerca della felicità” come unico scopo della vita</strong>. Non è facile spiegare, come ebbe scandalosamente a fare Aleksandr Sol</span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">ženičyn</span></span> <span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">dalla cattedra di Harvard nel 1978, con la sua barba da saggio russo d&#8217;altri tempi, che </span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«</span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">s</span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">e l&#8217;uomo fosse nato, come sostiene l&#8217;umanesimo, solo per la felicità, non sarebbe nato anche per la morte. <strong>Ma poiché è corporalmente votato alla morte, il suo compito su questa terra non può essere che ancor più spirituale: non l&#8217;ingozzarsi di quotidianità, non la ricerca dei sistemi migliori di acquisizione, e poi di spensierata dilapidazione, dei beni materiali, ma il compimento di un duro e permanente dovere, così che l&#8217;intero cammino della nostra vita diventi l&#8217;esperienza di un&#8217;ascesa soprattutto morale: che ci trovi, al termine del cammino, creature più elevate di quanto non fossimo nell&#8217;intraprenderlo</strong></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">».</span></span></span></p>
<p><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='680' height='413' src='http://www.youtube.com/embed/YRYUZ1bw2d8?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0' allowfullscreen='true'></iframe></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Rimuovere dall&#8217;inno italiano la parola morte, sublimazione massima del sacrificio per un ideale più grande della vita stessa,<strong> non è solo cattivo gusto, ma espressione del rivoltante nonsenso nichilistico dell&#8217;epoca odierna, avvolta da una cappa di materialismo che tutto fagocita e tutto rovina: dalle sovranità degli Stati alle relazioni tra i sessi</strong>. Somma ignoranza poi se si pensa che <strong>l&#8217;Italia pone le sue fondamenta di lingua e cultura proprio sulla riflessione su morte e aldilà della “</strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Divina Commedia</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">”</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> dantesca, nonché la propria mitologia patriottica sui foscoliani “</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Sepolcri</i></span></span></span></strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>”</strong>.</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> Somma offesa alla nostra identità se si pensa che dalla canzone</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i> “All&#8217;Italia”</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> di Leopardi all&#8217;estetismo guerresco di D&#8217;Annunzio, la mistica della patria italiana risulta inscindibile dal richiamo al sacrificio supremo che, come un filo rosso di sangue, unisce i momenti focali della nostra storia nazionale. Ma del resto, ad essere cinici, rinunciare al grido «siam pronti alla morte» è anche l&#8217;ammissione di una grande verità: <strong>oggi, in Italia e in gran parte dell&#8217;Occidente, chi sarebbe disposto a morire per un ideale come la patria o la fede? Probabilmente in pochissimi. E questo è ciò che rende miserabile la nostra epoca più di ogni altra cosa. E quello che ci rende più deboli e vulnerabili nei confronti di chi invece possiede, seppur spesso in maniera scomposta e storpiata, un&#8217;identità forte e radicata</strong>. Spiritualmente desertificato dal capitalismo post-borghese, l&#8217;Occidente crede ormai solo nelle mai soddisfatte voglie dell&#8217;io, spinte al più grottesco parossismo. Tuttavia anche il «siam pronti ealla vita» suscita perplessità: <strong>a quale vita dovrebbero essere pronti, per esempio, i giovani italiani, immersi in un eterno provvisorio, privi di lavoro o schiacciati dalla precarietà, impossibilitati o quasi a costruire una famiglia e progetti stabili</strong>? «Siam pronti alla sopravvivenza» sarebbe stato sicuramente più corretto.</span></span></span></p>
<p class="western" style="text-align: center" align="justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/no-expo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2563" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/no-expo-300x191.jpg" alt="no expo" width="300" height="191" /></a></p>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Nelle sue “</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Lezioni spirituali per giovani samurai</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">” Yukio Mishima scriveva: </span></span></span></p>
<blockquote>
<p class="western" align="justify"><em><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«<strong>noi viviamo in un&#8217;epoca di esistenze assolutamente fiacche ed ambigue. Raramente incontriamo la morte, </strong>la medicina ha compiuto enormi progressi ed i giovani non temono più né la tisi, che decimava gli organismi più deboli, né l&#8217;arruolamento, che intimoriva i ventenni delle epoche trascorse<strong>. In mancanza di pericoli mortali, l&#8217;unico modo in cui i giovani riescono ad assaporare la sensazione di essere vivi è la ricerca forsennata del sesso, oppure la partecipazione a movimenti politici, motivata semplicemente dal desiderio di esercitare la violenza</strong>».</span></span></span></em></p>
</blockquote>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> Non occorre generalizzare, ma mai parole furono più adatte <strong>a spiegare la furia vandalica dei </strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>black bloc </i></span></span></span></strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>che hanno messo a ferro e fuoco Milano. Per loro, deteriori sottoprodotti del sessantottismo militante, la politica è solo una scusante per sfogare un desiderio di violenza frutto di mancanza di senso, noia e frustrazione. Cosa aspettarsi del resto da chi contesta la globalizzazione e l&#8217;americanismo su basi anarcoidi, libertarie o post-trotzkiste tutt&#8217;altro che alternative all&#8217;ideologia dominante</strong>? Un&#8217;ideologia che, per dirla con Costanzo Preve, <strong>fa da supporto </strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">al nuovo </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">ipercapitalismo liberalizzato post-borghese e </span></span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">post-proletario, all&#8217;insegna della grottesca teologia sociologica del “vietato vietare”</span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">», avente nella cosiddetta “controcultura” americana e nel &#8217;68 europeo i propri miti fondativi</span></span></span></strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">. C&#8217;è quindi un filo rosso (non di sangue!) che lega, inconsapevolmente o meno, il renzismo obamiano e i devastatori delle strade milanesi. Entrambi impensabili senza l&#8217;americanismo, entrambi nemici dell&#8217;Italia. <strong>Quell&#8217;Italia per cui non si è più pronti alla morte</strong>.</span></span></p>
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		<title>Ahmad Shah Massoud, il Leone del Panshir</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2015 11:56:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ahmad Shah nasce il 2 settembre 1953 a Bazarak, nella Valle del Panshir, situata nella parte nordorientale dell’Afghanistan. È figlio di un Colonnello dell’Esercito Reale Afgano, di etnia tagica e religione musulmana sunnita. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Kabul, dove frequenta il Liceo francese e studia ingegneria all’Università. Nell’ambiente universitario, inizia a militare nell’Organizzazione della Gioventù Musulmana (Sazman-i Jawanan i-Musulman), a sua volta ramo studentesco della Società Islamica (Jamiat-e Islami), che si oppone all’influenza sovietica e comunista sul governo. Assume in queste circostanze il nome di battaglia di Massoud. Presto (1975), con la scissione del movimento islamista tra gli estremisti]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="A" class="cap"><span>A</span></span>hmad Shah</strong> nasce il 2 settembre 1953 a <strong>Bazarak, nella Valle del Panshir</strong>, situata nella parte nordorientale dell’<strong>Afghanistan</strong>. È figlio di un Colonnello dell’Esercito Reale Afgano, di etnia tagica e religione musulmana sunnita. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Kabul, dove frequenta il Liceo francese e studia ingegneria all’Università.</p>
<p style="text-align: justify">Nell’ambiente universitario, inizia a militare nell’<strong>Organizzazione della Gioventù Musulmana (Sazman-i Jawanan i-Musulman)</strong>, a sua volta ramo studentesco della Società Islamica <strong>(Jamiat-e Islami)</strong>, che si oppone all’influenza sovietica e comunista sul governo. Assume in queste circostanze il nome di battaglia di Massoud. Presto (1975), con la scissione del movimento islamista tra gli estremisti del <strong>Partito Islamico (Hezb-i Islami)</strong> di <strong>Gulbuddin Hekmatyar</strong> e i moderati, diventa un esponente di spicco di questi ultimi.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nel 1978, il Partito Popolare Democratico dell’Afghanistan prende il potere con un colpo di stato militare e comincia ad imporre un regime comunista e a massacrare oppositori e dissidenti.</strong> Entro un anno, ampia parte della popolazione, specie nelle regioni rurali, si rivolta in armi. Di fronte alla crisi militare – meno di metà delle forze armate resta fedele al governo –, questo chiama in soccorso l’<strong>Armata Rossa</strong>, che invade il Paese nel 1979.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/flat550x550075f_zpsc7b8b85f.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2730" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/flat550x550075f_zpsc7b8b85f-281x300.jpg" alt="flat550x550075f_zpsc7b8b85f" width="281" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il 6 luglio, Massoud insorge nel Panshir contro l’occupante sovietico.</strong> Da quel momento, conduce una forte guerriglia contro le forze del governo e quelle straniere. La sua abilità come comandante guerrigliero, ispirato a Mao Zedong ed Ernesto Guevara, e il suo sostegno da parte della popolazione locale fanno sì che diventi presto una spina nel fianco per il nemico.<strong> A causa della sua forte indipendenza, riceve però ben poco sostegno sia dalla dirigenza del proprio partito, in esilio a Peshawar, in Pakistan, sia dagli Stati Uniti che, seguendo la Dottrina Reagan, stanno finanziando i mujaheddin islamisti per indebolire l’URSS. Tuttavia, riesce a rimanere imbattuto per ben dieci anni.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>All’inizio del 1989, l’Armata Rossa si ritira dal Paese, ma il governo comunista guidato da Mohammad Najibullah continua a combattere, grazie al sostegno sovietico.</strong> Solo nel <strong>1992</strong>, dopo il collasso dell’URSS, le divisioni interne si fanno sentire e buona parte delle forze armate si unisce ai ribelli, determinando il crollo del regime. Il 24 aprile, con gli accordi di Peshawar, viene istituita la <strong>Repubblica Islamica dell’Afghanistan</strong>, con Massoud come Ministro della Difesa e <strong>Hekmatyar</strong> come Primo Ministro. Quest’ultimo però rifiuta di firmare e, sempre con il sostegno diretto del Pakistan, muove guerra al resto della coalizione vittoriosa, bombardando Kabul.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/asm1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2728" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/asm1-300x212.jpg" alt="asm1" width="300" height="212" /></a></p>
<p style="text-align: justify">A sua volta, la Repubblica Islamica è dilaniata dagli scontri tra le diverse milizie: in particolare, <strong>il Partito dell’Unità (Hezb-i Wahdat)</strong> di <strong>Abdul Ali Mazari</strong>, hazara sciita e filoiraniano,<strong> Ittihad i-Islami</strong> di <strong>Abdul Rasul Sayyaf</strong>, pashtun e wahabita filosaudita, e il <strong>Junbish-i Milli</strong> di <strong>Abdul Rashid Dostum</strong>, ex generale comunista di etnia uzbeca, sostenuto dall’Uzbekistan di Islam Karimov. Da tutte le parti, sono commessi crimini e atrocità, e persino Massoud ha difficoltà a controllare i suoi uomini, e ancor più mantenere una parvenza d’unità nel governo.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nel 1994, nel meridione a maggioranza Pashtun, esasperato dalla tirannia dei governatori provinciali e dai soprusi dei signori della guerra, prende il potere il nuovo movimento dei Taliban</strong>, che ottengono il sostegno pakistano e della <strong>“legione straniera” di mujaheddin reclutati da Osama Bin Laden</strong> negli anni ’80 per combattere i sovietici. Massoud combatte contro di loro, cercando di bloccare la loro avanzata.</p>
<p style="text-align: justify">Solo nel 1996, di fronte a questa minaccia, le varie fazioni riescono a formare un Fronte Unito (o <strong>“Alleanza del Nord”</strong>). Tuttavia, gli studenti coranici, approfittando dell’aiuto straniero e delle divisioni interne dei loro avversari, entrano in Kabul e completano man mano la conquista dei territori settentrionali. <strong>In questo frangente, Massoud resta l’unico comandante di spicco a rimanere nel Paese e a mantenere le sue posizioni, ossia la regione comprendente il natio Panshir.</strong> Al tempo stesso, continua a condurre negoziati con le varie fazioni, inclusi i talebani, per raggiungere la pace. <strong>Intanto, nell’area sotto il suo controllo, tutela i diritti delle donne e lavora per la formazione d’istituzioni progressive.</strong></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Corbis-AAEC0011001.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2729" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Corbis-AAEC0011001-300x174.jpg" alt="Ahmed Shah Massoud Firing a Rifle" width="300" height="174" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>In questo periodo è importante notare come non riceva pressoché supporto dall’amministrazione Clinton</strong>. Solo India, Russia, Iran e Tagikistan forniscono qualche limitato aiuto, finché, nel 2001, con la Presidenza Bush, gli Stati Uniti tornano ad interessarsi all’Afghanistan. <strong>Nello stesso anno, di fronte al Parlamento Europeo, denuncia il sostegno di Pakistan e Arabia Saudita al regime talebano, oltre che al terrorismo islamista di stampo salafita e wahabita</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, il 9 settembre, poco prima dell’attentato alle Twin Towers, viene avvicinato con il pretesto di un’intervista e assassinato con una bomba da due terroristi islamisti</strong>, inviati plausibilmente da Al-Qaeda o dai servizi pakistani. Solo nei mesi successivi, grazie all’invasione statunitense, l’Alleanza del Nord prende il controllo del Paese e instaura un nuovo regime, il quale proclama Massoud Eroe Nazionale. I suoi fratelli partecipano ai nuovi governi di coalizione, ma il vuoto politico lasciato dal Leone del Panshir continua ad essere avvertito nel contesto di un Afghanistan instabile, militarmente occupato e lacerato dalle lotte intestine.</p>
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		<title>Sul Feroce Saracino di Pietrangelo Buttafuoco</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2015 07:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea G. G. Parasiliti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci fu un tempo in cui, non curante dei controlli degli aereoporti, un cavaliere italiano che poi era un Leporello, una maschera italiota, fottendosene della drammatica scorreggia di stato, su un aereo, divenne turco e napoletano. Ed era Silvio Berlusconi che si arrestò (l’unica possibilità di vederlo arrestato) di fronte a una bella ragazza su un volo civile. La giovane leggeva intensamente un libro d’amore, e chiesto ragguaglio dal Cavaliere sul contenuto del volume, ella gli decantò il romanticismo partenopeo e l’araba impressione virile. E fu così che, per corteggiarla, le si presentò nei panni di Muhammed Esposito. Come Totò,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5490" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5491"><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>i fu un tempo in cui, non curante dei controlli degli aereoporti, un cavaliere italiano che poi era un Leporello, una maschera italiota, fottendosene della drammatica scorreggia di stato, su un aereo, divenne turco e napoletano. Ed era Silvio Berlusconi che si arrestò (l’unica possibilità di vederlo arrestato) di fronte a una bella ragazza su un volo civile. La giovane leggeva intensamente un libro d’amore, e chiesto ragguaglio dal Cavaliere sul contenuto del volume, ella gli decantò il romanticismo partenopeo e l’araba impressione virile. E fu così che, per corteggiarla, le si presentò nei panni di Muhammed Esposito. Come Totò, certamente, ma senza le forbici sul Fez, anzì con la scimitarra nelle mutande. </span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5498" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5499">Ma i tempi sono cambiati, agli occhi di chi non vede nell’Esteriore l’Interiore, e rimane ubriacato dalla Molteplicità. Ché i tempi non cambiano. A cambiare, semmai, è il Tempo.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5501" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5502">Con <em>il Feroce Saracino, La guerra dell’Islam</em>, Pietrangelo Buttafuoco, che è Giafar al-Siqilli (il Signore si compiaccia di lui), non ha scritto un testo, poi pubblicato da Bompiani a inizio aprile, ma ha seminato. Ed è tutto una semina dell’Ora Ultima, come d’altra parte, lui stesso avverte citando l’hadit del Profeta (su di lui la Pace), apposta come faro e dedica allo stesso tempo, in apertura del volume.</span></p>
<blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5505" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5504">“Se giunge l’Ora e qualcuno ha in mano un seme con l’intenzione di piantarlo, lo faccia”.</span></em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5507" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5508">Ed è il tempo di Sade, il nostro tempo. L&#8217;Età Oscura, quella in cui c&#8217;è come un impegno di scienza ad architettare la blasfemia. Il tempo in cui &#8220;Achille che umilia il corpo di Ettore trascinandone le spoglie sotto la città di Ilio compie quasi un atto di pietà&#8221; rispetto a ciò che succede, nel nostro tempo. E il sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che si vorrebbe fare erede di Abu Bakr, il primo dei califfi ben guidati, altro non è che un bestemmiatore della clemenza e della misericordia, che sono i primi due attributi di Allah e che troviamo nella prima Sura del Sacro Corano, nell&#8217;al- Fātiḥa, l&#8217;Aprente.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5510" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5511">Ora capitò che, aprendosi la porta di un ascensore, un giovane trovò un maestro. Lo Shaykh ‘Abd al-Wāhid Pallavicini, servo dell&#8217;Uno. Il giovane accompagnò, non conoscendolo, l&#8217;anziano in stampelle fino al suo posto, all&#8217;interno di una sala conferenze, nella quale, l&#8217;ospite, assieme a un monsignore e al rabbino di Milano, avrebbe parlato di Abramo, padre comune. Alla fine dell&#8217;incontro, lo Shaykh, si avvicinò, non senza difficoltà, al ragazzo e gli regalò un libro: A Sufi Master&#8217;s Message, In memoriam René Guénon. Il giovane capì.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5513" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5514">E in quel libro, scritto da questo barbuto signore, che divenne musulmano il 7 gennaio del 1951, mentre al Cairo si spegneva lo Shaykh Abd al-Wāhid Yahyā, conosciuto più semplicemente col nome di Guénon, per l&#8217;appunto, vi è scritto:</span></p>
<blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5517" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5516">«Per coloro che hanno familiarità con l&#8217;opera degli autori tradizionalisti o perennialisti &#8211; e principalmente con il filosofo francese René Guénon, [&#8230;] la prognosi è che viviamo alla fine di un ciclo temporale conosciuto come Kali Yuga o Età Oscura. Questa diagnosi, spesso contestualizzata nel primordiale ed eterno codice di condotta manifestato allo scaturire di questo ciclo temporale &#8211; il Sanatana Dharma della Tradizione Indù, culmina nella sua espressione equivalente al-Hikmat al-Khalidah o Din al-Qayyimah all&#8217;interno della Tradizione Islamica, l&#8217;ultima tradizione sapienziale rivelata di questo ciclo».</span></em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5520" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5519"><em>Il Feroce Saracino</em>, certo, nella sua forma esteriore è libro. E come tale ne parliamo. Irresponsabile è l’autore, afferma qualche giorno dopo, l’Elefantino, in un articolo dal titolo <em>Giafar, il Sottomesso</em>. E lo affermò con i più buoni propositi, forse spinto dall’insegnamento del maestro Ibn al Arabī, il quale nel secolo XIII dell’era volgare, nel suo <em>Libro dell’Estinzione nella Contemplazione</em>, scriveva che <em>«[&#8230;] quando ci si ritrova un libro che tratta di una scienza che si ignora e di cui non si è percorso il cammino, è opportuno non aprirlo, riconsegnandolo nelle mani di coloro che sanno, senza sentirsi tenuti a credere o non credere al suo contenuto, o persino a parlarne».</em> Ma il rischio intravisto da Ferrara è presto scongiurato, giacché più volterrianamente possiamo affermare che si possa scrivere di tutto tanto il popolo non legge&#8230; Ché se per sei giorni lavora (chi il lavoro ce l’ha) il settimo lo passa all’osteria. Chi il lavoro non ce l’ha, all&#8217;osteria ci passa tutta la settimana.</span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: center"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5519"> <img class="alignnone size-medium wp-image-2720" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Il-feroce-saracino-201x300.png" alt="Il feroce saracino" width="201" height="300" /></span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5522" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5523">Anzi, nei nostri giorni, vi è qualcosa di più tragico e goffo&#8230; I lettori, (li vogliamo chiamare ancora così? o forse sarebbe meglio dire i commentatori di oggi), quelli dei giornali 2.0, si inscrivono perfettamente dentro il paradigma disegnato da Geert Lovink, il design dell’interazione nei blog e nei social network, secondo il quale <em>«nella nostra era dell’autorappresentazione, spesso i commenti non hanno un legame diretto con il testo e l’opera d’arte in questione. L’atto di rispondere non cerca il dialogo con l’autore [&#8230;] Con un misto di espressioni gergali, slogan tipo inserzioni pubblicitarie e giudizi incompiuti, gli utenti mettono insieme frasi e battute ascoltate o lette in giro. Chiacchiericcio non è il termine giusto. Quel che prende forma è il disperato tentativo di essere ascoltati, di avere un impatto e di lasciare un segno».</em></span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">E dimostrazione eloquente di ciò, sono quei chiosatori, interpreti e postillatori, che attaccarono il Feroce Saracino sul Foglio, pur ammettendo di non averlo mai letto.</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5531" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5530">Certo, qualcuno potrebbe ricordarci di Nanà, di Leonardo Sciascia, il quale parlando del pittore del Diavolo con gli Occhiali di Todo Modo, avvertiva bene che di uno che si chiama Buttafuoco non bisogna fidarsi mai, che lo stesso nome è impostura per definizione, dai tempi di Andreuccio da Perugia. Ma noi non diamo credito a Buttafuoco, ci mancherebbe, ma a Giafar, il siciliano.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5528" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5527">E Giafar è memore, come chi scrive, della geografia di al-Idrisi, ché passeggiavamo assieme, un tempo, in quel granaio divenuto giardino d’agrumi ornamentali, ed è forse anche lui convinto, contrariamente a Nanà, che il Padreterno non ci avesse voluto fregare facendoci nascere sull’Isola. Ma forse, quello che scrisse Sciascia in <em>Nero su nero</em>, valeva l’altrieri, non oggi, ché se un siciliano si riappropria della propria essenza è bello e pronto per vivere nel Caos del mondo contemporaneo, nel post moderno, nel villaggio globale, e trova le coordinate spazio-temporali assai più facilmente del Duca d’Auge di Queneau, il quale, mischino, si svegliava al mattino e, se non si metteva in cima al suo torrione, non sapeva in che secolo fosse. Poiché, in fondo, la nostra Siqilliyya, villaggio globale lo è sempre stato. E Giufà, minchione com’è, ne è testimonianza, che ce lo ritroviamo pure in Turchia e nei Balcani. </span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5525" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5524">E quindi la Sicilia come teatro galleggiante, e come metafora del mondo, è sempre viva e continua, inconsapevolmente, a rappresentarsi. Perché il teatro, direbbe Carmelo Bene, non sa che cos’è il teatro. E forse questo ha concorso, più volte, nel far scrivere il nostro Giafar al modo del Teatro dei Pupi, oggi come ieri, dalle Uova del Drago alla Buttanissima Sicilia. </span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">Quando scrive Giafar, è più dolce dello zucchero e più amaro del fiele, e sarà forse l’ascendenza Sufi a dare alla sua persona, e alla sua scrittura questo connotato. Potremmo ricordare infatti quello che scriveva Al-Arabī ad-Darqāwī, del suo maestro ’Alì al-Jamal:</p>
<blockquote>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em>«Era a un tempo sconfinato e angusto, dolce e rude, forte e debole, ricco e povero; era un oceano senza sponde».</em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5538" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">E Giafar, il mare e l’oceano li conosce bene, che si è fatto erede di quel messinese che si fece turco, quello del Lupo e la luna, uno dei pochissimi esempi di uomini di mare siciliani ricordati da Sciascia, nel suo <em>Rapporto sulle coste dell’Isola</em>. Mentre i siciliani, e pian piano, anche gli italioti e via via l’Occidente tutto, ché anche l’acqua come le palme va sempre salendo, quando si trovano di fronte al mare, non vedono il mare eterno, colore del vino e del sangue, ma la sabbia. E non è quella del deserto, popolato dai demoni, ma quella dei castelli dei fanciulli, nella quale nascondere la testa.</p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: center">
]]></content:encoded>
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		<title>Le onde del Mediterraneo e il naufragio della politica UE</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2015 11:58:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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		<description><![CDATA[Le onde. Il mare. Il mar Mediterraneo. Da sempre luogo di viaggi storici: migrazioni, colonizzazioni, sanguinosi conflitti. Ma anche di viaggi letterari, dove il viaggio attraverso questo mare assumeva i connotati di una vera e propria metafora di vita: vita di Odisseo, di Teseo, di Enea e tanti altri eroi. Oggi invece la metafora di una vita in viaggio si trasforma nella triste realtà di dieci, cento, mille vite di profughi perdute per sempre nei profondi fondali del mar Bianco di Mezzo, al-Baḥr al-Abyaḍ al-Mutawassiṭ, secondo la definizione araba. Sì perché vi sono oltre ad africani e asiatici, uomini dell&#8217;Africa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>e onde. Il mare. Il mar Mediterraneo. Da sempre luogo di viaggi storici: migrazioni, colonizzazioni, sanguinosi conflitti. Ma anche di viaggi letterari, dove il viaggio attraverso questo mare assumeva i connotati di una vera e propria metafora di vita: vita di Odisseo, di Teseo, di Enea e tanti altri eroi. Oggi invece la metafora di una vita in viaggio si trasforma nella triste realtà di dieci, cento, mille vite di profughi perdute per sempre nei profondi fondali del mar Bianco di Mezzo,<em> al-Baḥr al-Abyaḍ al-Mutawassiṭ</em>, secondo la definizione araba.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2680" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto1-300x174.jpg" alt="ansa - andrea acquarone - IMMIGRAZIONE:ALTRI SBARCHI A LAMPEDUSA MENTRE ARRIVA PREMIER" width="300" height="174" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Sì perché vi sono oltre ad africani e asiatici, uomini dell&#8217;Africa sub-sahariana, anche numerosi siriani e mediorientali tra le vittime. Viaggiano su catapecchie naviganti che a malapena possono essere definite imbarcazioni su cui scafisti senza scrupolo li imbarcano sotto la minaccia anche di pistole. A loro l&#8217;esito della traversata interessa relativamente se comparato al denaro incassato in precedenza all&#8217;imbarco: le ultime stime parlano di un giro di affari compreso <strong>tra i 300 e i 600 milioni di euro</strong>. A rimpinguare le casse degli scafisti nell&#8217;ultimo periodo, la massiccia affluenza di <strong>profughi siriani</strong>: più danarosi dei loro compagni di sventura africani, sono decisi a sborsare <strong>somme decisamente più alte</strong> per la traversata e creano una concorrenza anche all&#8217;interno dei gruppi di profughi. L&#8217;aumento della disponibilità di liquidi e quindi di anche di navigli su cui imbarcare profughi in continua crescita e ad una <strong>preparazione scientifica dei gruppi di scafisti</strong> &#8211; conoscono le leggi europee e le regole di Frontex &#8211; ha portato il fenomeno a raggiungere picchi drammatici. Picchi che se dovessero perdurare nella loro intensità porterebbero, secondo le stime, porterebbero a <strong>30.000 morti</strong> nel Mediterraneo quest&#8217;anno. E questo apre questioni che interessano tanto l&#8217;Europa al suo interno ma anche nei suoi rapporti con i paesi limitrofi.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2681" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto2-300x197.jpg" alt="Foto2" width="300" height="197" /></a></p>
<p style="text-align: justify">In primo luogo manca da mesi a questa parte una chiara visione europea d&#8217;insieme. Il <strong>deficit di politica estera</strong> dell&#8217;Unione Europea è messo spietatamente a nudo da situazioni come questa, dove a singoli stati – leggi: Italia &#8211; è richiesto di gestire situazioni che richiedono una visione più d&#8217;insieme e a lungo termine e meno basata sull&#8217;efficienza individuale dello stato, mentalità dominante nei paesi nordici tra cui, non ultima, quella <strong>Germania</strong> che è ad ora punto centrale e fulcro della politica europea. Il deficit di lungimiranza politica vede come conseguenza immediata un affollamento sopra ogni norma di buon senso e igiene di centri accoglienza di un solo paese, quando da tempo &#8211; correva l&#8217;anno 2013 &#8211; paesi nordeuropei come la Svezia hanno annunciato la concessione di asilo indiscriminata per i profughi siriani. Ma la contraddizione in termini è che ben poco viene fatto per favorire la mobilità dei profughi nel territorio europeo, permettendo loro di trovare rifugio e sistemazione. E questo fomenta in paesi come l&#8217;Italia i populismi di chi è stufo di vedere il proprio paese essere l&#8217;unico ad assumersi l&#8217;onere dell&#8217;emergenza, tuonando <strong>&#8216;rispediamo indietro i barconi&#8217;</strong>. Tutto questo in barba alla norma internazionale del <strong>non-refoulement</strong> che impedisce di rispedire i migranti dai paesi in cui in pericolo non erano solo le loro sostanze ma anche la loro stessa vita.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto3-1.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-2684" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto3-1-300x134.png" alt="Foto3 (1)" width="300" height="134" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La mancanza di una <strong>foreign policy</strong> europea, un comune indirizzo politico nelle relazioni internazionali condiziona pesantemente la risoluzione di crisi come quella che attualmente attanaglia il Mediterraneo. Una miopia così pesante rischia di impedire di vedere l&#8217;evidente connessione tra la mala gestione della crisi siriana con conseguente appoggio dei &#8216;<strong>ribelli moderati</strong>&#8216;, avvento dello Stato Islamico, massacri a carattere etnico e religioso e <strong>crisi libica</strong> con l&#8217;eliminazione del <strong>colonnello Gheddafi</strong>. Perché l&#8217;Occidente in senso lato e l&#8217;UE nello specifico ha sempre fondato finora la propria politica mediterranea sull&#8217;appoggio di regimi più o meno autoritari &#8211; <strong>Ben Ali</strong> a Tunisi e <strong>Hosni Mubaraq</strong> al Cairo &#8211; in grado di garantire un minimo standard di sicurezza anche sulle transizione migratorie nel Mediterraneo. Tutto questo è venuto meno con l&#8217;avvento delle primavere arabe, che però non hanno portato agli sperati risultati di democratizzazione pura come ipotizzato in Occidente. Semplicemente la mancanza di uomini forti al potere ha frantumato l&#8217;unità politica &#8211; ora in Libia ci sono ben due governi- degli stati della sponda sud del Mediterraneo. Non si è capito come e dove queste transizioni potessero portare Egitto, Tunisia e Siria. Si è pensato che questi paesi potessero democratizzarsi da sé, né più né meno dei paesi occidentali. Non si è mai pensato che per via della cultura e della mentalità differente degli ambienti tunisino, egiziano e siriano le soluzioni democratiche potessero non contemplare le medesime categorie di pensiero europeo. Nessun appoggio a forme di governo diverse da quelle già in voga in Europa, insomma.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto4.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2682" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto4-300x199.jpg" alt="Foto4" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Questo vuoto decisionale nelle relazioni internazionali senza l&#8217;appoggio convinto a leader di paesi della primavera araba autonomi ha creato una pericolosa inversione di tendenza che, vuoi per ragioni di sicurezza dovuta all&#8217;eccessivo caos post-crollo di regimi e all&#8217;incapacità di governi &#8211; vedi Morsi in Egitto &#8211; sia di controllare la sicurezza e proporre soluzioni credibili ha portato al ritorno, in particolare in Egitto, a regimi più stabili ma al tempo stesso militarizzati e poco democratici. Per reinterpretare la situazione che ora si è creata urge una seria riflessione in merito a una politica estera comune e poi in merito alla risoluzione delle crisi siriana e libica. Forse un compromesso è possibile, ma senza cercare di imporre un modello predefinito o calato dall&#8217;alto, bensì adattandosi di volta in volta alle esigenze del paese. Perché, le democrazie in Europa non sono forse nate così?</p>
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		<title>LA VITTORIA SOVIETICA 70 ANNI DOPO: TRA PATRIOTTISMO, PROPAGANDA E IMPERIALISMO</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2015 11:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pasquin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da settimane ormai in tutti gli angoli della Russia si preparano i festeggiamenti di quella che è la ricorrenza più importante dell’anno, la più sentita tra la popolazione e allo stesso tempo quella più cara al governo centrale. Si tratta della “Giornata della Vittoria” (День Победы), che cade il 9 maggio e celebra la vittoria di quella che nell’ex-blocco sovietico è conosciuta come la “Grande guerra patriottica”. L’8 maggio 1945, presso il quartier generale della quinta armata sovietica a Berlino-Karlshorst, venne firmata la resa incondizionata della Germania nazista, già sancita il giorno precedente con un documento sottoscritto a Rheims, in]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="JUSTIFY"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a settimane ormai in tutti gli angoli della Russia si preparano i festeggiamenti di quella che è la ricorrenza più importante dell’anno, la più sentita tra la popolazione e allo stesso tempo quella più cara al governo centrale. Si tratta della <strong>“Giornata della Vittoria” (День Победы), che cade il 9 maggio e celebra la vittoria di quella che nell’ex-blocco sovietico è conosciuta come la “Grande guerra patriottica”</strong>. L’8 maggio 1945, presso il quartier generale della quinta armata sovietica a Berlino-Karlshorst, venne firmata la resa incondizionata della Germania nazista, già sancita il giorno precedente con un documento sottoscritto a Rheims, in Francia. L’accordo entrò in vigore alle 23.01 ora di Berlino, quando a Mosca era già il giorno successivo.</p>
<div id="attachment_2607" style="width: 230px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/1ea82c2df44249402255782b73e3568e1.png"><img class="wp-image-2607" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/1ea82c2df44249402255782b73e3568e1-170x300.png" alt="" width="220" height="388" /></a><p class="wp-caption-text">Il manifesto per i 70 anni della commemorazione</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">La ricorrenza iniziò ad avere un certo significato in occasione del suo ventennale nel 1965, in epoca Brežneviana, tornando ad essere definitivamente giorno festivo. A partire dagli anni ’60 non solo a Mosca, ma anche in altre città dell’Unione Sovietica, si iniziarono ad organizzare parate militari con cerimonie presso i memoriali ai caduti in guerra e al milite ignoto. La tradizione si è conservata anche in seguito allo smembramento dell’URSS e dal 1995 è ripresa l’usanza della parata sulla Piazza Rossa a Mosca. Quest&#8217;anno sono previsti grandi festeggiamenti, visto che si celebra il settantesimo giubileo.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">La passerella della festa deve essere impeccabile e già da fine aprile è possibile percepire la frenesia in centro città (non solo a Mosca, ma in qualunque delle capitali degli 85 stati federati russi): le strade, solitamente disastrate a causa della losca gestione dei finanziamenti pubblici, vengono rattoppate e ripulite dal fango, le fioriere vengono rinvasate e le aiuole ripiantate, da ogni lampione sventolano il tricolore russo e i colori della festa, il nero e l’arancio, ogni giorno ci sono deviazioni forzate del trasporto pubblico per permettere le prove generali della parata. Le celebrazioni coinvolgono naturalmente anche le scuole, con disegni e cartelloni dei più piccoli e con vere e proprie marce militari in divisa dei più grandi.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">La domanda (lecita) che sorge spontanea è:<strong> Quale può essere il significato di una tale celebrazione settant’anni dopo la fine della guerra? È davvero una festa del popolo o è una cerimonia calata dall’alto?</strong></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>Il 9 maggio è innanzitutto una festa patriottica, sentita da tutte le classi sociali</strong>, al contrario ad esempio della nostra Liberazione, su cui si crea sempre qualche distinguo a causa dell’uso politico che se ne è fatto in passato. Il motto tra la gente è &#8220;<em>Io ricordo, io sono orgoglioso”</em>: il riferimento va all’opposizione al nazi-fascismo, tema di tradizione sovietica ancora caro ai russi (basti pensare alla propaganda filogovernativa a proposito dei “fascisti ucraini”), ma anche e soprattutto va ai ventitré milioni di cittadini sovietici, tra militari e civili, che persero la vita durante il conflitto (13,6% della popolazione), perdite di gran lunga superiori alle altre potenze che presero parte alla guerra. Grande importanza rivestono gli ormai pochi veterani di guerra ancora in vita, che in occasione di molteplici eventi pubblici sfoggiano una pioggia di medaglie sulle proprie divise.</p>
<div id="attachment_2594" style="width: 510px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/mosca_parata.jpg"><img class="wp-image-2594" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/mosca_parata-1024x576.jpg" alt="mosca_parata" width="500" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Parata sulla Piazza Rossa</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">C’è però qualcosa di più che il semplice ricordo del sacrificio dei padri, considerando che altre tragedie della storia del popolo sovietico, quali le purghe staliniane e la grande carestia in Ucraina, non godono di una tale risonanza (anche mediatica). La celebrazione della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, ultimo grande successo dell’Unione Sovietica all’alba della Guerra Fredda, pare anche (e soprattutto) l’occasione per rimarcare il carattere imperialista della Russia e la sua importanza nello scacchiere mondiale. Per quale ragione altrimenti scomodare la propria tecnologia bellica e i propri reparti militari in parate che non hanno pari nel mondo?<strong> Il 9 maggio è una vetrina per la Russia stessa, è la rappresentazione davanti all’opinione pubblica interna del potere di quello che ancor oggi è l’<em>Impero</em> russo, di quel potere che ha permesso il “ritorno a casa della Crimea” </strong>sotto gli occhi di un Occidente impotente e che permette di salvaguardare la propria zona di influenza sponsorizzando stati cuscinetto come Abkhazia, Ossezia del Sud e Nuova Russia.</p>
<div id="attachment_2603" style="width: 360px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/nastro.jpg"><img class="wp-image-2603" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/nastro-300x168.jpg" alt="nastro" width="350" height="197" /></a><p class="wp-caption-text">Volontari distribuiscono gratuitamente il Nastro di San Giorgio</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">Lo stesso Vladimir Putin ha contribuito nei suoi anni di governo ad accrescere l’importanza della festa dal punto di vista propagandistico. Dal 2008 la parata moscovita è tornata a comprendere anche la tecnologia bellica (il 9 maggio non vi sarà quindi molta differenza tra il panorama di Mosca e quello di Donetsk), mentre <strong>dal 2005 è iniziata la tradizione della distribuzione pubblica del “Nastro di San Giorgio”, oggi chiave dei festeggiamenti</strong>. Il nastro di San Giorgio non è una bandiera e non è uno stemma, ma in questo periodo assume molta più importanza del tricolore russo: è un nastro di stoffa a strisce nere e arancio e si rifà direttamente all’onorificenza sovietica della <em>“Medaglia per la vittoria sulla Germania nella grande guerra patriottica 1941-1945”</em>, conferita ai reduci nel dopoguerra, che a sua volta prese spunto dalla massima onorificenza militare di epoca zarista, l’allora <em>“Ordine di San Giorgio”</em>. Il nastro viene distribuito gratuitamente tra i mesi di aprile e maggio, non solo in Russia ma anche all’estero (Italia compresa).</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Il semplice nastro è quindi il simbolo della partecipazione alle celebrazioni del 9 maggio, sfoggiato in bella vista sul cruscotto delle automobili e sul volante di ogni autobus, così come sulle borse o sulle giacche delle signore a passeggio. È il vero biglietto d’entrata (gratuito) ai festeggiamenti, il collante che cementifica l’unità dei russi e della Federazione in questi giorni di festa. Vi è però una differenza: conclusi i festeggiamenti e tornati i soldati nelle caserme la città torna alla normalità, tolte le bandiere e lasciate le strade a sgretolarsi. Il nastro, al contrario, resta appeso nelle automobili, nei bus e nei luoghi pubblici. Resta come simbolo di una vittoria che fu e… come monito di una vittoria che può ancora essere.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Di recente è sorto un altro contrasto, complici il surriscaldarsi della confronto USA-Russia in Europa orientale e la rinnovata politica imperialista di Mosca: i separatisti filo-russi in Ucraina hanno iniziato ad esporre accanto alle bandiere di Lugansk e Donetsk proprio il Nastro di San Giorgio, che <strong>ha assunto quindi l’ulteriore significato di appartenenza alla sfera di influenza russa in contrapposizione a quella ucraina filo-americana</strong>, causando non poche proteste tra i reduci di guerra di Kiev, che si oppongono alla strumentalizzazione del nastro, considerato un patrimonio storico comune a tutte le ex-repubbliche sovietiche.</p>
<p>Tutto è ormai pronto per i festeggiamenti e il nastro è già da tempo appeso al mio zaino. Perché, diciamocelo: <strong>senza nastro, che festa sarebbe?</strong></p>
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		<title>Miseria e infamia dell&#8217;antifascismo militante</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2015 15:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’incendio, a Milano, di una sede di Forza Nuova e della storica libreria Ritter rappresenta la degna celebrazione di settant’anni di quella branca del crimine organizzato, che si autodefinisce “antifascismo militante”. Se la mafia era stata definita da Peppino Impastato “una montagna di merda”, tale epiteto risulta però fin troppo lusinghiero per gli antifa, dal momento che lo sterco è notoriamente un ottimo fertilizzante, mentre il loro odio è del tutto sterile. Specifichiamo: sarebbe ingiusto attribuire quest’etichetta infamante a coloro che coraggiosamente si opposero per davvero al regime fascista, pagandone il prezzo in prima persona; ad esempio, quei 12 accademici]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>’incendio, a Milano, di una sede di Forza Nuova e della storica<strong> libreria Ritter</strong> rappresenta la degna celebrazione di settant’anni di quella branca del crimine organizzato, che si autodefinisce “antifascismo militante”. Se la mafia era stata definita da Peppino Impastato “una montagna di merda”, tale epiteto risulta però fin troppo lusinghiero per gli antifa, dal momento che lo sterco è notoriamente un ottimo fertilizzante, mentre il loro odio è del tutto sterile.</p>
<p style="text-align: justify">Specifichiamo:<strong> sarebbe ingiusto attribuire quest’etichetta infamante a coloro che coraggiosamente si opposero per davvero al regime fascista, pagandone il prezzo in prima persona</strong>; ad esempio, quei 12 accademici su 1200 che rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà; o quei pochi che vi si opposero fin dall’inizio, come Matteotti, Gramsci, i fratelli Rosselli, ecc.<strong> Già è discutibile la posizione di quei tanti, invece, che lo accettarono fintanto che esso ebbe il mandato del Re, e diventarono antifascisti solo dopo l’8 settembre</strong>, in occasione dell’occupazione tedesca. Sia come sia, essi combatterono il fascismo, fintanto che esso viveva.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Criminali sono invece coloro che da settant’anni si ostinano, al di fuori di ogni legalità, ad inveire contro un nemico già vinto e destituito</strong>. Costoro si fanno scudo della Costituzione, ma mostrano di non conoscerla affatto. <strong>In nessun luogo della carta costituzionale compare, infatti, la parola “antifascismo”</strong>; solo nelle disposizioni finali e transitorie, si escludono temporaneamente gli ex-fascisti dalle cariche pubbliche e si proibisce la ricostituzione del disciolto partito fascista. Poi, è vero, dato che il fascismo pareva non aver lasciato un ricordo così cattivo in tutti gli italiani e continuava ad avere un seguito politico rilevante, s’introdussero ulteriori leggi a limitazione della libertà di espressione, come la Scelba e la Mancino.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, le leggi della Repubblica Italiana sanciscono anche che la legalità è tutelata dalla magistratura e dalle Forze dell’Ordine, non da bande d’incendiari, picchiatori e assassini, che sporcano la bandiera rossa di cui si ammantano. Se un movimento o un partito neofascista, comunque si chiami, è legalmente registrato e si presenta regolarmente alle elezioni, non c’è nulla che abbiano diritto di fare per impedirne l’attività, salvo il ricorso a vie legali. Non parliamo poi di semplici associazioni culturali o esercizi commerciali. Tuttavia, per questa feccia il crimine e l’ingiustizia paiono essere una seconda natura.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Qui nessuno vuole negare i crimini e gli errori commessi dai regimi fascisti, al pari però di ogni altra forma di governo o ideologia, ma questi non autorizzano né legalmente né tanto meno moralmente a commettere altri crimini in risposta. Eppure, la storia dell’antifascismo militante è costellata d’infamie e orrori di ogni genere, fin dai suoi inizi, e non di rado commessi anche contro l’opinione o le persone degli altri antifascisti!</strong> Ad esempio, in Venezia Giulia i partigiani comunisti uscirono dal CLN, e assassinarono quei patrioti italiani antifascisti sì, ma che non volevano barattare l’occupazione tedesca con quella jugoslava, non meno feroce. Non è certo un caso che monarchici, cattolici, azionisti, repubblicani, ecc. uscirono quasi subito dall’<strong>ANPI</strong>, per fondare le proprie associazioni di reduci, non condividendone la faziosità.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ora, sarebbe troppo banale scadere nell’anticomunismo, il quale ha oggi senso tanto quanto l’antifascismo, ossia nessuno. Anche perché questi delinquenti con la dottrina di Marx e Lenin non hanno nulla a che fare</strong>. Esattamente come lo sono in Italia, anche in qualsiasi regime socialista reale, sarebbero elementi antisociali e anarcoidi, con la differenza importante che nei suddetti regimi, bontà loro, le loro canagliate frutterebbero qualche annetto di lavori socialmente utili, d’indubbio impatto educativo. Negli stessi Paesi, tra l’altro, gli ex-fascisti che rispettavano le leggi dello Stato erano pienamente integrati nel sistema socialista – esemplare è il caso della<strong> NDPD</strong> nella Repubblica Democratica Tedesca. <strong>D’altronde, la rivendicazione ideologica principale dei cessi sociali è un reddito gratuito per chiunque, cittadino o meno, totalmente svincolato dal lavoro. È difficile immaginare una proposta più smaccatamente individualista e antisocialista</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, mentre nelle nostre città continuano a comparire filiali bancarie, supermercati stranieri che fagocitano il piccolo commercio, compro-oro e sale giochi dove si ricicla denaro sporco, costoro non alzano neanche la voce per denunciare questo scempio. È però sufficiente che un’associazione neofascista o semplicemente di destra, annunci un evento culturale, come una conferenza, ed ecco che costoro ululano come gli sciacalli che sono, perché le autorità – quelle che disprezzano ogni giorno – proibiscano l’evento ed essi stessi si mobilitano, cercando l’aggressione e lo scontro, ma sempre rigorosamente in netta superiorità numerica. Le rare volte che i tutori dell’ordine si ricordano di accarezzare loro doverosamente la schiena, subito si lamentano a gran voce, scandalizzati che dopo aver predicato lotta e violenza contro il sistema, qualcuno li prenda un attimo sul serio.</p>
<p style="text-align: justify">Non hanno tutti i torti, del resto, dato che<strong> le loro “lotte” sono del tutto congenite al sistema liberalcapitalista che a parole osteggiano</strong>. Esattamente come i trogloditi che, dall’altro lato, scaricano le loro frustrazioni sul bracciante africano o sull’ambulante arabo, invece di colpire i veri responsabili dell’immigrazione di massa, anche questi subumani inveiscono contro il “fascista”, con gli applausi di tutti i poteri forti. Del resto, chi paga i musicanti decide la musica; e chi sovvenziona costoro pagando le bollette dei centri sociali occupati e stipendiando le attività culturali, se non le giunte di centrosinistra targate SEL o PD, partiti che con il peggior imperialismo e liberal-capitalismo ci hanno sempre marciato d’amore e d’accordo, ben più degli stessi neofascisti! Peraltro, un’analisi di classe non mancherebbe di identificare il retroterra alto e medioborghese, di questi emuli in sedicesima del bombarolo miliardario Giangiacomo Feltrinelli.</p>
<p style="text-align: justify">E così, “fascista” è il cattolico che timidamente osa difendere la famiglia naturale, “fascista” è il proletario che si oppone alla costruzione di un centro d’accoglienza in una zona già disagiata, “fascista” è l’antimperialista che manifesta solidarietà per la Siria o la Nuova Russia. <strong>Del resto, con la presenza fascista ridotta ai minimi termini, bisogna inventarne di nuovi</strong>. Questo è esattamente quello che il filosofo comunista Costanzo Preve condannava, definendolo “antifascismo in assenza di fascismo”. Del resto, il teorico marxista Amadeo Bordiga, già nel ’45, sosteneva chiaramente che l’antifascismo non era diventato che un pretesto per legare i comunisti ai partiti borghesi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: al Job Act di Renzi, si risponde aggredendo gli sparuti fautori del corporativismo, ovvero si preferisce lottare contro chi sostiene velleitariamente un’economia sociale di mercato, ignorando chi implementa realmente il neoliberismo.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, la psicopatologia dell’antifascismo militante non si esaurisce semplicemente nella criminosità, nella stupidità e nel servilismo<strong>. Se, infatti, dovessimo trovare una cifra alle loro azioni, questa sarebbe l’odio, cieco e bestiale</strong>. Così, durante la resistenza all’occupazione tedesca, loro mito fondante, operarono scientificamente per provocare le rappresaglie dell’occupante contro la popolazione inerme, che pagò per le loro colpe, in modo da suscitare e diffondere odio, sulla pelle degli altri. Non a caso, in quel frangente, assassinarono tutti quegli esponenti fascisti, i quali si ostinavano a cercare, in quei difficili momenti, la conciliazione tra Italiani, senza risparmiare un invalido di guerra come Carlo Borsani né un grande filosofo come Giovanni Gentile.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, <strong>la loro azione si concentrò non tanto contro lo straniero, ma soprattutto contro gli altri italiani</strong>. Nonostante le loro pretese, la storia mostra che le forze tedesche in Italia furono sconfitte dagli Alleati e che cedettero solo alla fine, quando ormai la Germania era già invasa. Ben altra fu la consistenza di movimenti di resistenza autentici, come in Polonia, Jugoslavia, Francia. Qui invece<strong> le file partigiane lievitarono solo a guerra finita, quando non restava altro che saltare sul carro del vincitore e massacrare nei modi più orribili i fascisti (o presunti tali)</strong>. Senza stare a fare i ragionieri della morte (come di moda), queste atrocità travalicano ampiamente i misfatti compiuti in Italia dal fascismo, tra il 1922 e il 1943. <strong>Paradossalmente, in Libia ed Etiopia, dove il colonialismo fascista ebbe colpe ben più gravi, i governanti indigeni, come Haile Selassie, tutelarono le vite e le proprietà dei coloni italiani, chiedendo invece la consegna dei veri colpevoli</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nondimeno, alla civiltà africana, corrispose la barbarie europea: ossia il peculiare senso di giustizia antifascista</strong>. Mentre migliaia di coscritti, camicie nere, ausiliarie, podestà ed altri piccoli gerarchi erano barbaramente trucidati, i veri criminali di guerra fascisti, come Roatta e Graziani, se la cavarono con pene perlopiù simboliche, senza mai vedere un tribunale straniero. Persino gli ufficiali tedeschi responsabili delle rappresaglie e delle stragi non furono inquisiti che decenni dopo i fatti. Nel dopoguerra, mentre ragazze innocenti erano stuprate e assassinate, il capo dell’OVRA diventava prefetto. Questa è la giustizia antifascista che queste iene hanno lo stomaco di esaltare, minacciando chiunque osi rinfacciare i loro crimini, a settant’anni di distanza.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Orbene, ammettiamo anche che queste gesta fossero dovute all’eccitazione violenta della guerra civile. Perché, allora, lo stesso odio bestiale si è ripresentato più volte nel corso della Prima Repubblica?</strong> Dal linciaggio di Vittorio Ferri, al rogo di Primavalle, all’assassinio di Sergio Ramelli, fino alla mattanza di Acca Larenzia, questo è stato l’antifascismo militante: massacrare dei ragazzi, quasi sempre di estrazione popolare, mentre gli Almirante e i Rauti, che in teoria avrebbero dovuto essere i veri bersagli di un presunto antifascismo, sono morti serenamente nei loro letti.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Particolarmente odioso è poi il fatto che questa feccia abbia ora distrutto una libreria, ma ciò non fa altro che confermarne la bestialità. Non vi è in essi la minima volontà o capacità non dico di comprendere l’avversario, ma neanche di combattere le sue idee con le proprie.</strong> E quando si parla di cultura fascista, si parla non già di dozzinali libelli di propaganda, ma di colossi come Heidegger, Schmitt, Gentile, Pound, etc. <strong>L’antifascismo militante sprofonda ad uno stadio di barbarie e nichilismo intellettuale, che nulla ha da invidiare a gruppi fondamentalisti come lo Stato Islamico dell&#8217;Iraq e del Levante</strong>. Quelli distruggono le antiche rovine assire, questi imbrattano i monumenti ai caduti. <strong>Ieri accanirsi sui vinti e sui deboli, oggi bruciare una libreria: è quasi ironico osservare come non si facciano alcuno scrupolo di commettere in prima persona le barbarie imputate (talvolta a ragione) al fascismo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Quest’osservazione presume però che questi subumani abbiano una morale equanime, secondo cui ogni atto possa essere giudicato in sé. Non è così, <strong>per costoro il fine giustifica i mezzi, e la stessa azione può essere positiva o negativa a seconda di chi la commette</strong>. È un manicheismo politico che serpeggia ampiamente in tutta la storia politica moderna, a partire dalla Rivoluzione Francese, nel corso della quale i paladini della libertà e dei diritti invocavano lo sterminio dei contadini che si opponevano al nuovo sistema politico. Le sue radici tuttavia affondano già nella peculiare “tolleranza” liberale di Locke, esplicitamente negata a cattolici e atei. L’uso di due pesi e due misure e la disumanizzazione dell’avversario politico diventano quindi mezzo di lotta e prassi di vita, fino ad arrivare ad oggi e vedere gli antifa pretendere di negare le libertà, costituzionalmente garantite, a chiunque non vada loro a genio: si tratti di forzanovisti, leghisti, sentinelle in piedi, ecc. ecc.<br />
Non si tratta qui di negare il conflitto sociale, che è una realtà di fatto, bensì di chiarire che la lotta va condotta senza odio per l’avversario, senza negarne l’umanità. Vittorio Arrigoni, di cui gli antifa si vanno riempiendo la bocca, e che a differenza loro ha dato generosamente la vita per la causa palestinese, diceva “Restiamo umani”. Gli antifascisti militanti, invece, insistono per comportarsi come cani rabbiosi, ed è inevitabile che prima o poi vengano trattati come tali, e allontanati a calci dalla comunità.</p>
<p style="text-align: justify">Purtroppo, c’è poca speranza che i colpevoli di questi crimini siano puniti, vista la connivenza e le coperture di cui godono a livello istituzionale, e financo nelle più alte cariche dello Stato, come la Presidenza della Camera, si avalla questa mentalità patologica che smentisce alla radice ogni discorso sulla tolleranza. Impuniti erano in passato e impuniti rimangono ora. Almeno questo conferma senza ombra di dubbio, che costoro altro non sono che i figli bastardi del sistema liberal-capitalista che sostengono di combattere e che proprio costoro (e non certo i neofascisti vessati e perseguitati da ogni Stato “democratico”) costituiscono la guardia “bianca” del Capitale. Non lo dimenticheremo.</p>
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		<title>L&#8217;ambientalismo ci sta rovinando</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2015 19:40:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chiamatela pure sindrome della botte piena e della moglie ubriaca. In termini tecnici si chiama NIMBY (Not In My Back Yard, cioè non nel mio cortile): l&#8217;insieme &#8211; spesso numeroso &#8211; di persone che protestano contro centrali elettriche, piattaforme petrolifere e ogni sorta di infrastruttura di interesse pubblico che debba attraversare la propria città o regione. Se c&#8217;è il minimo rischio possa inquinare, fatela da un&#8217;altra parte. Questa malattia ha investito in maniera preponderante i movimenti ambientalisti. In particolar modo su un tema cardine della vita economica della società europea, cioè l&#8217;Energia. Senza elettricità non andremmo molto lontano. Chi sta]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>hiamatela pure sindrome della botte piena e della moglie ubriaca. In termini tecnici si chiama <strong>NIMBY</strong> (Not In My Back Yard, cioè <em>non nel mio cortile</em>): l&#8217;insieme &#8211; spesso numeroso &#8211; di persone che protestano contro centrali elettriche, piattaforme petrolifere e ogni sorta di infrastruttura di interesse pubblico che debba attraversare la propria città o regione. <strong>Se c&#8217;è il minimo rischio possa inquinare, fatela da un&#8217;altra parte.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Questa malattia ha investito in maniera preponderante i movimenti ambientalisti. In particolar modo su un tema cardine della vita economica della società europea, cioè l&#8217;Energia. <strong>Senza elettricità non andremmo molto lontano</strong>. Chi sta leggendo queste righe non potrebbe farlo, se non avesse di che alimentare il suo computer o lo smartphone. Senza elettricità dovremmo tornare a conservare il cibo nelle cantine a suon di sale, pepe e metodi per affumicare la carne. Di energia viviamo: il problema risiede nel come generare la corrente di cui abbiamo bisogno. <strong>Perché produrne è inquinante. Molto. E qui casca l&#8217;asino</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/BUNGA_KELANA_3-scontro-a-Singapore-petrolio-in-mare1.jpg"><img class="alignleft wp-image-2537" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/BUNGA_KELANA_3-scontro-a-Singapore-petrolio-in-mare1-300x146.jpg" alt="BUNGA_KELANA_3-scontro-a-Singapore-petrolio-in-mare1" width="447" height="219" /></a>In un recente libro intitolato <strong>&#8220;Nuove Energie&#8221;, Giuseppe Recchi,</strong> presidente dell&#8217;Eni, si scaglia contro Europa ed ambientalisti, rei di aver <strong>ideologicamente sbarrato la strada a tutti gli idrocarburi</strong> in nome della riduzione delle emissioni e dell&#8217;<strong>inutile rincorsa alle fonti rinnovabili</strong>. Il terrorismo mediatico e l&#8217;incapacità politica dei molti governanti europei ha reso l&#8217;Europa fanalino di coda del mondo industrializzato, per il semplice fatto di essersi castrata volontariamente nel punto più dolente dei processi di crescita economica: la disponibilità di risorse energetiche a basso costo per le imprese e per le famiglie, costrette le une a non poter competere con le altre aziende straniere e le altre a pagare una sovrattassa energetica che riduce i consumi.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>In Europa paghiamo l&#8217;energia più cara del mondo</strong>. Più degli USA e in misura molto maggiore di quanto non possa fare un imprenditore in Cina e in Brasile. I motivi sono semplici: corsa sfrenata alle rinnovabili, recessione economica e ricorso crescente al carbone (più inquinante, ma enormemente più vantaggioso).</p>
<p style="text-align: justify">Tutto nasce dalla decisone assunta dalla <strong>Commissione europea</strong> di porsi come obiettivo il raggiungimento di una cometa, sperando di poterci arrivare con un aquilone. Nel 2009 è stato stabilito <strong>l&#8217;obiettivo 20/20/20:</strong> ridurre del 20% le emissioni di gas serra, aumentare fino al 20% la quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili e aumentare del 20% l&#8217;efficienza energetica. Tutto bello, ma utopico e dannoso. Soprattutto per via delle medicine che sono state sottoposte ad un paziente impreparato a riceverle: <strong>enormi incentivi economici alle rinnovabili</strong> (10 miliardi complessivi in Italia che pesano sulla bolletta di tutti i cittadini per un 18%) e la creazione nel 2005 dell&#8217;<em><strong>Emission Trading System.</strong> </em>Un &#8220;mercato dell&#8217;inquinamento&#8221;: se vuoi inquinare devi pagare, acquistando quote di emissioni di gas serra.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>I risultati, come detto, non sono stati quelli sperati.</strong> Con la crisi economica la quantità di energia richiesta dalle imprese in deficit di produzione si è ridotta e quindi l&#8217;offerta quote presenti nel mercato ha superato la richiesta. Inquinare costava sempre meno ed investire sul carbone diventava relativamente più vantaggioso. <strong>È così che la generazione elettrica a carbone è aumentata dal 37% nel 1990 al 41% nel 2011.</strong> Nonostante, anzi, grazie alle politiche ambientaliste.</p>
<p style="text-align: justify">Chiariamo. <strong>L&#8217;attenzione verso la sostenibilità ambientale dell&#8217;attività economica è indubbiamente positiva</strong>. Ma occorre affrontare la questione con spirito razionale, non ideologico. Quell&#8217;ideologia che ha pervaso è tuttora alimenta le lotte ambientaliste e localiste in tutta Europa. L&#8217;ideologia, appunto, della moglie ubriaca e della botte ancora piena. Perché chi protesta contro petroliere, centrali a carbone, centrali a gas e chi più ne ha più ne metta (ma ho assistito anche a manifestazioni contro l&#8217;eolico), spesso <strong>si scorda di vivere in una società immersa nel petrolio.</strong> Tutto quello che ci circonda è direttamente prodotto con un derivato dell&#8217;oro nero o è creato grazie all&#8217;utilizzo di energia prodotta con idrocarburi. Farne a meno è praticamente impossibile. Si pensi alla plastica, alle auto, ai computer, alle componenti per le cellule fotovoltaiche e finanche alle medicine: aspirine, antibiotici e supposte.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>E proprio alle supposte viene da pensare quando si guarda alle scelte energetiche dell&#8217;Europa</strong>, unita solo a parole. Molti paesi europei hanno detto un secco &#8220;no&#8221; al nucleare, e nessuno sforzo viene ancora fatto per sfruttare le risorse di <strong><em>shale gas</em></strong> presenti nel Vecchio Continente. Riserve non enormi, ammette anche Recchi, ma comunque indispensabili in un periodo di crisi economica dove risparmiare sull&#8217;energia potrebbe significare la sopravvivenza di una impresa produttiva. Provare per credere. <strong>Gli Stati Uniti in pochi anni, grazie al gas ottenuto dalla frantumazione delle rocce, sono diventati da importatori di energia a esportatori</strong>. La rivoluzione dello <em>shale gas</em> ha prodotto un rimescolamento geopolitico. I prezzi dell&#8217;Energia enormemente bassi hanno reso l&#8217;economia statunitense incredibilmente competitiva che, infatti, è uscita dalla recessione ben prima di noi. Gli europei sono ancora impantanati nei regolamenti comunitari e, impauriti dalle proteste ambientaliste, hanno frenato questa nuova tecnologia.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Difendere il pianeta è un diritto.</strong> Sacro ed anche positivo. Ma non si può fermare il mondo e puntare alla &#8220;decrescita felice&#8221; quando un intero continente comincia a riscoprire la povertà e l&#8217;immobilismo economico. Investire sulle tecnologie per ridurre l&#8217;inquinamento è doveroso. <strong>Ma non si può pensare di frenare la macchina economica</strong> fino a che un genio del politecnico avrà capito come trarre energia in grandi quantità da una fonte inesauribile e del tutto &#8220;green&#8221;. L&#8217;innovazione va avanti per piccoli passi, puntare sullo Shale Gas (e perché no, anche sul nucleare) e sulle tecnologie ad esso collegato è lungimirante, non criminale nei confronti dell&#8217;ambiente. Perché va ricordato: <strong>la scoperta del petrolio</strong>, riducendo il ricorso all&#8217;olio animale, <strong>&#8220;ha salvato più balene di Greenpeace&#8221;.</strong> E ci ha reso la grande economia che eravamo. Ora invece siamo al palo. Anche per colpa degli ambientalisti.</p>
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		<title>Cuba, dal comunismo al socialismo: le prove di un cambiamento</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2015 08:13:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è la percezione diffusa che le riforme varate a Cuba a partire dagli anni `90 abbiano riguardato essenzialmente l&#8217;economia, senza però intaccare la natura comunista dello Stato. Questa tesi è sostenuta sia da alcuni nemici di Cuba, che hanno interesse a screditarla, continuando a bollarla come un arretrato regime totalitario, sia da alcuni suoi sostenitori, cui preme &#8211; per ragioni altrettanto ideologiche &#8211; sottolineare l&#8217;immutata realtà comunista di questo Stato. Tuttavia, la realtà è ben differente. Al tempo stesso, però, non è neanche appropriato asserire che Cuba non abbia più alcunché di socialista, stante le sue aperture al mercato. Introduzione]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>&#8217;è la percezione diffusa che le riforme varate a Cuba a partire dagli anni `90 abbiano riguardato essenzialmente l&#8217;economia, senza però intaccare la natura comunista dello Stato</strong>. Questa tesi è sostenuta sia da alcuni nemici di Cuba, che hanno interesse a screditarla, continuando a bollarla come un arretrato regime totalitario, sia da alcuni suoi sostenitori, cui preme &#8211; per ragioni altrettanto ideologiche &#8211; sottolineare l&#8217;immutata realtà comunista di questo Stato. Tuttavia, la realtà è ben differente. <strong>Al tempo stesso, però, non è neanche appropriato asserire che Cuba non abbia più alcunché di socialista, stante le sue aperture al mercato.</strong></p>
<p style="text-align: center"><em>Introduzione</em></p>
<p style="text-align: justify">Innanzitutto, però, occorre chiarire un momento i termini in questione. <strong>Nel marxismo, s’intende per socialismo, la fase in cui lo Stato, sotto la dittatura del proletariato, socializza i mezzi di produzione, preparando quindi il passaggio al comunismo vero e proprio</strong>. Tuttavia, storicamente, con l’etichetta socialismo si designavano tutti quei movimenti che miravano, in qualche modo, alla socializzazione dei mezzi di produzione, per cui Marx ed Engels prendono le distanze dai vari socialismi utopici o reazionari. È così che <strong>il socialismo, nel XX secolo, passa ad indicare le correnti riformiste o moderate del socialismo</strong> (socialdemocrazia, socialismo riformista, socialismo nazionale), in contrasto con il comunismo bolscevico. La stessa dottrina sociale cattolica si interroga a proposito dei cambiamenti all’interno del movimento socialista (cfr. Quadragesimo Anno e Octogesima Adveniens).</p>
<p style="text-align: justify">La cartina di tornasole dei cambiamenti a Cuba, non solo come prassi contingente, ma come vera e propria missione programmatica, si ha nella vasta riforma della Costituzione operata nel 1992. <strong>La Costituzione della Cuba rivoluzionaria risale in realtà al 1976</strong>, ben diciassette anni dopo la conquista del potere. In precedenza, era teoricamente ancora in vigore la Costituzione democratica e progressista del 1940, sia pure ormai scavalcata dalla legislazione rivoluzionaria dei primi anni ’60. Con la normalizzazione delle istituzioni compiuta nel 1975 (I Congresso del Partito Comunista di Cuba), fu quindi varata una Costituzione ispirata a quella sovietica. Viceversa,<strong> nel 1992, dopo il collasso del blocco sovietico, e in piena crisi economica, prima ancora di approntare altre riforme, furono effettuati importanti cambi alla Costituzione</strong>.</p>
<p style="text-align: center"><em>Dalla classe alla nazione</em></p>
<p style="text-align: justify">Guardiamo innanzitutto al <strong>preambolo</strong>, dove – nonostante rimanga per lo più invariato – compresi i riferimenti positivi al marxismo-leninismo, all’internazionalismo proletario, al socialismo e al comunismo come unica via per liberare l’uomo da ogni sorta di sfruttamento, e all’edificazione di una società comunista – <strong>già si notano alcune differenze eloquenti</strong>. Laddove, nel 1976, i Cubani erano «guidati dal marxismo-leninismo» e «appoggiati (…) nell’amicizia fraterna e la cooperazione dell’Unione Sovietica e altri Paesi socialisti e nella solidarietà dei lavoratori e popoli dell’America Latina e del mondo», ora sono «guidati dall’ideario di José Martí e le idee politico-sociali di Marx, Engels e Lenin» e «appoggiati (…) nell’amicizia fraterna, l’aiuto, la cooperazione e la solidarietà dei popoli del mondo, specialmente quelli dell’America Latina e dei Caraibi». Il fine ultimo, in compenso, resta il medesimo, espresso con una citazione di Martí: «il culto dei Cubani alla dignità piena dell’uomo».</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/martillo-y-la-hoz-fidel-ernesto-vasquez.jpg"><img class="size-medium wp-image-2470 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/martillo-y-la-hoz-fidel-ernesto-vasquez-278x300.jpg" alt="martillo-y-la-hoz-fidel-ernesto-vasquez" width="278" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Poi, <strong>circa la natura dello Stato</strong>, la vecchia Costituzione afferma (art. 1) che la «Repubblica di Cuba è uno Stato socialista di operai e contadini e altri lavoratori manuali e intellettuali», che (art. 4) «tutto il potere appartiene al popolo lavoratore (…) che si fonda nella ferma alleanza della classe operaia con i contadini e gli altri ceti lavoratori urbani e rurali, sotto la direzione della classe operaia». Inoltre, il Partito Comunista è qualificato (art. 5) come “avanguardia organizzata marxista-leninista della classe operaia”. Al contrario nella nuova Costituzione non si parla più di “classe” in alcun luogo: Cuba è «uno Stato socialista di lavoratori» (art. 1), la cui sovranità «risiede nel popolo, dal quale emana tutto il potere dello Stato» (art. 3), mentre il Partito Comunista è ora «martiano e marxista-leninista, avanguardia organizzata della nazione cubana» (art. 5).</p>
<p style="text-align: center"><em>Dal materialismo alla libertà religiosa</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Un altro cambiamento fondamentale, specialmente dal nostro punto di vista, è quello relativo alla religione</strong>. Se, in epoca sovietica (art. 54), «lo Stato socialista, che basa la sua attività ed educa il popolo nella concezione scientifica materialista dell’universo, riconosce e garantisce la libertà di coscienza, il diritto di ciascuno a preferire qualsiasi credenza religiosa e a praticare, nel rispetto della legge, il suo culto di riferimento», pure è «illegale e punibile opporre la fede o la credenza religiosa alla Rivoluzione, all’educazione o al compimento dei doveri di lavorare, difendere la patria in armi, riverire i suoi simboli e gli altri doveri stabiliti dalla Costituzione». Infatti,<strong> i credenti non potevano all’epoca essere iscritti al Partito</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Invece, nella nuova Cuba, esplicitamente (art. 8) «lo Stato riconosce, rispetta e garantisce la libertà religiosa»</strong> e «Le distinte credenze e religioni godono di uguale considerazione», mentre <strong>scompare ogni riferimento sia alla “concezione scientifica materialista dell’universo”, sia all’opposizione tra fede e Rivoluzione</strong>. Anche la<strong> politica educativa e culturale</strong> (art. 38) non si fonda più nella «concezione scientifica del mondo, stabilita e sviluppata dal marxismo-leninismo», bensì nei «progressi della scienza e della tecnica, l’ideario marxista e martiano, la tradizione pedagogica progressista cubana e universale».</p>
<p style="text-align: justify">Non solo, ma ora lo Stato, oltre a proteggere (art. 35) «la famiglia, la maternità e il matrimonio», ora «riconosce nella<strong> famiglia</strong> la cellula fondamentale della società e le attribuisce responsabilità e funzioni essenziali nella educazione e la formazione delle nuove generazioni». Peraltro,<strong> il matrimonio</strong> è sempre stato definito (art. 36) come «unione volontariamente concertata di un uomo e di una donna con capacità legali, al fine di condurre vita in comune». Il cosiddetto “same sex marriage” sarebbe quindi incostituzionale a Cuba. Infine, un nuovo capitolo (III), con l’art. 34, è introdotto per regolare la condizione dei residenti stranieri, fino ad allora non prevista a livello generale.</p>
<p style="text-align: center"><em>Dal comunismo al socialismo</em></p>
<p style="text-align: justify">Al contrario,<strong> se parliamo di proprietà ed economia, i cambiamenti sono stati meno radicali, ma non meno importanti</strong>. Cuba continua ad avere un «sistema socialista di economia basata sulla proprietà socialista di tutto il popolo sui mezzi di produzione e nella soppressione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo» (art. 14). Tuttavia, ora si specifica che si parla di mezzi «fondamentali». Allo stesso modo, laddove (art. 15) si stabiliva la proprietà statale di tutta una serie di risorse e beni fondamentali, ora si specifica (a scanso di equivoci!) che «questi beni non possono trasmettersi in proprietà a persone naturali o giuridiche, salvo i casi eccezionali in cui la trasmissione parziale o totale di alcun obiettivo economico sia destinata ai fini dello sviluppo del Paese e non influenzino i fondamenti politici, sociali ed economici dello Stato». Insomma, sono posti comunque dei paletti che evitino eventuali privatizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, tanto quanto prima (art. 16) «lo Stato organizza, dirige e controlla l’attività economica nazionale», prima «d’accordo col Piano unico di Sviluppo Economico-Sociale», di matrice sovietica, mentre ora, più genericamente, «conformemente ad un piano che garantisca lo sviluppo programmato del Paese». Sempre però si presume che «partecipino attivamente e coscientemente i lavoratori di tutte le branche dell’economia e delle altre sfere della vita sociale». L’unico fine che viene meno è «la capacità per compire i doveri internazionalisti del nostro popolo» – che all’epoca si riferiva alle missioni militari internazionaliste. Inoltre, precedentemente il commercio estero (art. 18) era «funzione esclusiva dello Stato», mentre ora questo lo «dirige e controlla».</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/CubaRevolucion.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2467" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/CubaRevolucion-300x224.jpg" alt="CubaRevolucion" width="300" height="224" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Infine, esattamente come prima, anche adesso (art. 19-20), lo Stato «riconosce la proprietà dei piccoli agricoltori sulla loro terra e altri mezzi e strumenti di produzione», nonché il diritto ad associarsi, a organizzarsi in cooperative e a vendere le terre, con diritto di preferenza allo Stato. Inoltre, resta immutato (art. 21) il diritto alla proprietà personale sulle entrate e risparmi provenienti dal proprio lavoro, sull’abitazione e altri beni, nonché su quei «mezzi e strumenti di lavoro personale o famigliare, che non si usino per sfruttare il lavoro altrui». L’unica differenza importante è qui l’inserimento di un nuovo articolo (23), con cui «lo Stato riconosce la proprietà delle imprese miste, società e associazioni economiche che si costituiscono conformemente alla legge».</p>
<p style="text-align: center"><em>Conclusione</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Come si può vedere, Cuba resta costituzionalmente, ma anche nella pratica, un Paese del tutto socialista, privo di quelle ambiguità che appaiono nella Repubblica Popolare Cinese o in Vietnam, dove le multinazionali straniere trovano così conveniente delocalizzare la produzione</strong>. I cambiamenti, dal punto di vista economico, hanno riguardato soprattutto la prassi, per cui lo Stato resta sì agente centrale della pianificazione economica, ma è affiancato da aziende miste con capitali stranieri, cooperative agricole – che sono state espanse ampiamente negli anni ’90 – e lavoro privato, a conduzione famigliare, specialmente nell’ambito dei servizi. Insomma, non solo la proprietà personale, quella frutto del lavoro delle singole famiglie, è garantita, ma è anche possibile assumere personale dipendente, che aiuti il proprietario nel suo lavoro. È proibita semmai la rendita parassitaria sullo sfruttamento del lavoro altrui.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, è nella sfera ideologica e politica che più di tutte si vede la marcata presa di distanza con il comunismo storico novecentesco</strong>. Al di là dei richiami al marxismo-leninismo e al comunismo, si è preso atto che la comunità politica non è la sola classe operaia (a Cuba minoritaria), bensì tutta la nazione lavoratrice, inclusi i piccoli agricoltori proprietari e i lavoratori autonomi. E allo stesso modo, il materialismo scientifico è stato abbandonato in favore di una prospettiva plurale, dove il socialismo marxiano convive con il nazionalismo democratico martiano, e il ruolo della religione nella società è riconosciuto e tutelato. Quest’ultimo fattore non è indifferente, se si tiene conto dell’importante ruolo che ebbero<strong> i cattolici</strong>, da Padre Varela a José Antonio Echevarria, nello sviluppo della nazione e della Rivoluzione cubana.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Stanti i fatti, è evidente che continuare a presentare Cuba come un bunker veterocomunista, dove vige una feroce dittatura stalinista e la Chiesa è perseguitata, è errato tanto quanto elevare questo Paese ad ultimo baluardo del marxismo-leninismo di fronte al liberal-capitalismo</strong>. Sono categorie ideologiche, del tutto prive di riscontro nella realtà. Oggi, possiamo dire che il trentennio effettivamente comunista (1961-1992), non rappresenta altro che una fase, dovuta anche a contingenze storiche, nello sviluppo della Rivoluzione cubana, dal 1953 ad oggi.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/172VictoriaCUBA.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2468" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/172VictoriaCUBA-196x300.jpg" alt="172VictoriaCUBA" width="196" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
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