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	<title>Torquemada &#187; Milano</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Expo-entusiasti, Expo-critici, Expo-clasti</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2015 17:27:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inquisizione Vegana]]></category>
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		<description><![CDATA[A questo link è disponibile la registrazione della conferenza che abbiamo organizzato all&#8217;Università Cattolica di Milano il mese scorso, in collaborazione con il gruppo ULD &#8211; Studenti di Sinistra. Purtroppo mancano i minuti iniziali in cui gli studenti e la prorettrice dell’Università Cattolica, Antonella Sciarrone Aldibrandi, hanno introdotto l’argomento. Si può ascoltare però tutta la parte successiva in cui hanno parlato il Professor Pier Sandro Cocconcelli (00.00.30), ordinario di Microbiologia degli alimenti e direttore del progetto Expo Lab UCSC; Alberto di Monte – detto Abo – (00.24.00), attivista della rete No Expo; Roberto Maggioni (00.54.45), giornalista di Radio Popolare e]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="A" class="cap"><span>A</span></span> questo <a href="http://lnx.oltrelaspecie.org/wordpress/wp-content/uploads/2015/No_Expo_UniCatt_27mag2015.mp3" target="_blank">link </a>è disponibile la registrazione della conferenza che abbiamo organizzato all&#8217;<strong>Università Cattolica di Milano</strong> il mese scorso, in collaborazione con il gruppo <strong>ULD &#8211; Studenti di Sinistra</strong>.</p>
<p>Purtroppo mancano i minuti iniziali in cui gli studenti e la prorettrice dell’Università Cattolica, <strong>Antonella Sciarrone Aldibrandi</strong>, hanno introdotto l’argomento. Si può ascoltare però tutta la parte successiva in cui hanno parlato il Professor <strong>Pier Sandro Cocconcelli</strong> (00.00.30), ordinario di Microbiologia degli alimenti e direttore del progetto <em>Expo Lab UCSC</em>; <strong>Alberto di Monte</strong> – detto Abo – (00.24.00), attivista della <a href="http://www.noexpo.org/">rete No Expo</a>; <strong>Roberto Maggioni</strong> (00.54.45), giornalista di <em>Radio Popolare</em> e coautore – insieme ad Abo e altri – di <a href="www.agenziax.it/expopolis" target="_blank"><em>Expopolis</em></a>, e infine <strong>Ester Castano</strong> (01.02.00) de <em>Il Fatto Quotidiano</em>, di cui è attesa a breve la pubblicazione di un libro sui numerosi casi di malaffare legati ad Expo. Seguono alcune domande dal pubblico e il dibattito tra i relatori.</p>
<p>Coerentemente con quanto abbiamo fatto fin’ora su questa rubrica, crediamo opportuno dare spazio ad una riflessione che interpelli la realtà nella sua interezza, senza separare un discorso politico legato alla sfera dell’umano da uno invece che riguarda strettamente gli altri animali e la loro liberazione. In questo senso si chiarisce il nostro interesse per un tema come Expo 2015, che potrebbe sembrare altrimenti fuori luogo rispetto alle tematiche e alle prerogative dell’animalismo classico. Questo vale a maggior ragione se si considera che avevamo invitato all’incontro del 27 maggio anche Marco Reggio, uno dei rappresentanti di <em>Oltre la Specie</em>, come voce autorevole sulle intersezioni che sono emerse e si sono venute a creare all’interno della rete No Expo tra i movimenti di opposizione al capitalismo, al sessismo e allo specismo (si veda per esempio il suo articolo sulla rivista <a href="www.liberazioni.org/articoli/reggio_liberazioni20.pdf" target="_blank">Liberazioni</a>). <strong>A Marco, come ad altri due attivisti No Expo (Luca Trada e Massimiliano Goitum), è stato scandalosamente negato il permesso di partecipare alla conferenza dal personale amministrativo dell’Università, in quanto è stato considerato non pertinente o evidentemente disturbante un loro contributo</strong>. Abbiamo deciso di realizzare ad ogni modo la conferenza, per non precludere agli studenti e alle studentesse interessati la possibilità di assistere ad un momento di approfondimento e discussione su Expo 2015, nel loro stesso Ateneo, che per la prima volta lasciasse il campo ad una critica del grande evento e non fosse teso piuttosto alla sua promozione.</p>
<p>L’intento degli organizzatori era quello di superare l’empasse di un mero bisticcio tra Expo-entusiasti ed Expo-scettici: i primi sicuri della buona riuscita del maxi-evento, delle sue ripercussioni positive sul territorio, della buona fede dei promotori e degli sponsor rispetto al tema che si sono dati, i secondi (quei brontoloni) che additano con sdegno il ritardo nei lavori, l’impatto negativo che Expo ha sulla città di Milano, la corruzione politica e le infiltrazioni mafiose. Si sperava piuttosto di instaurare un dialogo più serio tra coloro che vedono in Expo il simbolo di un sistema politico ed economico negativo di per sé (potremmo definirli gli Expo-critici o Expo-clasti addirittura, quando non disdegnano le azioni di protesta violenta) e quei buontemponi raggianti di retorica renziana e ottimismo liberal progressista, che potremmo definire gli Expo-entusiasti. Insomma, <strong>a prescindere dal</strong><strong>le rivendicazioni sindacali, dalla cronaca giudiziaria e dalla critica agli effetti collaterali di Expo (per quanto nefasti), si voleva aprire un confronto sulla natura e il significato profondo di un evento come questo, che a partire dallo slogan “Nutrire il pianeta, energia per la vita” esalta dei rapporti di potere e un sistema di produzione che inquinano il pianeta, ne spossano le risorse, affamano i popoli e sfruttano i corpi dei lavoratori (umani e non)</strong>. Da questo punto di vista, si può affermare che l&#8217;obiettivo prefissato per la conferenza del 27 sia stato in buona parta mancato. Essa mantiene comunque un suo valore se inserita in quella catena di incontri che si stanno tenendo dopo la disfatta del primo maggio (e l’idiozia degli spazzini, il 2 maggio) al fine di sostenere, dare nuovo slancio e coesione alle varie anime della rete No Expo. A questo proposito segnaliamo gli eventi organizzati presso il teatro Verdi e il parco Baden Powell di Milano, rispettivamente stasera e domani, che si trovano descritti a questo <a href="http://cox18.noblogs.org/post/2015/05/26/il-primo-maggio-di-milano/" target="_blank">link</a>.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/06/verdi.jpg"><img class="size-medium wp-image-2791 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/06/verdi-212x300.jpg" alt="verdi" width="212" height="300" /></a></p>
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		<title>Expo&#8217; 15: &#8220;siam pronti alla sopravvivenza&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2015 00:12:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Italia il primo maggio 2015 non lo scorderemo facilmente. È stato diverso da ogni altro primo maggio. È stato il primo maggio dell&#8217;EXPO e dei NO-EXPO, della profanazione del Canto degli Italiani e della violenza dei contestatori di professione. Un primo maggio che è stato tutto fuorché la festa del lavoro. In sintesi, a uno sguardo attento, questo primo maggio si candida a divenire la data simbolo della deriva nichilistica di un&#8217;intera nazione ormai farsescamente allo sbando. Partiamo dall&#8217;inno. Forse a livello giuridico, anche volendolo, sarebbe impossibile punire i responsabili della storpiatura di uno dei versi più significativi del]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="justify"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>n Italia il primo maggio 2015 non lo scorderemo facilmente. È stato diverso da ogni altro primo maggio.<strong> È stato il primo maggio dell&#8217;EXPO e dei NO-EXPO, della profanazione del Canto degli Italiani e della violenza dei contestatori di professione. Un primo maggio che è stato tutto fuorché la festa del lavoro. In sintesi, a uno sguardo attento, questo primo maggio si candida a divenire la data simbolo della deriva nichilistica di un&#8217;intera nazione ormai farsescamente allo sbando</strong>.</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Partiamo dall&#8217;inno. Forse a livello giuridico, anche volendolo, sarebbe impossibile punire i responsabili della storpiatura di <strong>uno dei versi più significativi del testo di Mameli (il </strong></span></span><strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«Siam pronti alla morte» cambiato in «Siam pronti alla vita»</span></span></strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>), ma sotto un profilo politico, culturale e morale questa “renzata” merita di essere definita una vergogna che, più in profondità, rivela la somma tristezza di quest&#8217;epoca edonista ed individualista</strong>. Infatti cosa c&#8217;è di più ignobile dell&#8217;omettere, nel corso della cerimonia inaugurale di un evento che dovrebbe rilanciare la nostra nazione, <strong>una parola che, nella sua tragicità, testimonia il massimo grado dell&#8217;amore per la propria patria</strong>? È vero, in quest&#8217;epoca la parola morte fa paura (eccezion fatta, per le sensibilità liberal, quando provocata dall&#8217;eutanasia o dall&#8217;aborto). <strong>La morte evoca sofferenza e sacrificio, cose che fanno tremare i polsi specie a chi è cresciuto con l&#8217;illusione, tutta occidentale e tutta contemporanea, della “ricerca della felicità” come unico scopo della vita</strong>. Non è facile spiegare, come ebbe scandalosamente a fare Aleksandr Sol</span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">ženičyn</span></span> <span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">dalla cattedra di Harvard nel 1978, con la sua barba da saggio russo d&#8217;altri tempi, che </span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«</span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">s</span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">e l&#8217;uomo fosse nato, come sostiene l&#8217;umanesimo, solo per la felicità, non sarebbe nato anche per la morte. <strong>Ma poiché è corporalmente votato alla morte, il suo compito su questa terra non può essere che ancor più spirituale: non l&#8217;ingozzarsi di quotidianità, non la ricerca dei sistemi migliori di acquisizione, e poi di spensierata dilapidazione, dei beni materiali, ma il compimento di un duro e permanente dovere, così che l&#8217;intero cammino della nostra vita diventi l&#8217;esperienza di un&#8217;ascesa soprattutto morale: che ci trovi, al termine del cammino, creature più elevate di quanto non fossimo nell&#8217;intraprenderlo</strong></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">».</span></span></span></p>
<p><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='680' height='413' src='http://www.youtube.com/embed/YRYUZ1bw2d8?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0' allowfullscreen='true'></iframe></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Rimuovere dall&#8217;inno italiano la parola morte, sublimazione massima del sacrificio per un ideale più grande della vita stessa,<strong> non è solo cattivo gusto, ma espressione del rivoltante nonsenso nichilistico dell&#8217;epoca odierna, avvolta da una cappa di materialismo che tutto fagocita e tutto rovina: dalle sovranità degli Stati alle relazioni tra i sessi</strong>. Somma ignoranza poi se si pensa che <strong>l&#8217;Italia pone le sue fondamenta di lingua e cultura proprio sulla riflessione su morte e aldilà della “</strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Divina Commedia</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">”</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> dantesca, nonché la propria mitologia patriottica sui foscoliani “</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Sepolcri</i></span></span></span></strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>”</strong>.</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> Somma offesa alla nostra identità se si pensa che dalla canzone</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i> “All&#8217;Italia”</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> di Leopardi all&#8217;estetismo guerresco di D&#8217;Annunzio, la mistica della patria italiana risulta inscindibile dal richiamo al sacrificio supremo che, come un filo rosso di sangue, unisce i momenti focali della nostra storia nazionale. Ma del resto, ad essere cinici, rinunciare al grido «siam pronti alla morte» è anche l&#8217;ammissione di una grande verità: <strong>oggi, in Italia e in gran parte dell&#8217;Occidente, chi sarebbe disposto a morire per un ideale come la patria o la fede? Probabilmente in pochissimi. E questo è ciò che rende miserabile la nostra epoca più di ogni altra cosa. E quello che ci rende più deboli e vulnerabili nei confronti di chi invece possiede, seppur spesso in maniera scomposta e storpiata, un&#8217;identità forte e radicata</strong>. Spiritualmente desertificato dal capitalismo post-borghese, l&#8217;Occidente crede ormai solo nelle mai soddisfatte voglie dell&#8217;io, spinte al più grottesco parossismo. Tuttavia anche il «siam pronti ealla vita» suscita perplessità: <strong>a quale vita dovrebbero essere pronti, per esempio, i giovani italiani, immersi in un eterno provvisorio, privi di lavoro o schiacciati dalla precarietà, impossibilitati o quasi a costruire una famiglia e progetti stabili</strong>? «Siam pronti alla sopravvivenza» sarebbe stato sicuramente più corretto.</span></span></span></p>
<p class="western" style="text-align: center" align="justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/no-expo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2563" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/no-expo-300x191.jpg" alt="no expo" width="300" height="191" /></a></p>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Nelle sue “</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Lezioni spirituali per giovani samurai</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">” Yukio Mishima scriveva: </span></span></span></p>
<blockquote>
<p class="western" align="justify"><em><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«<strong>noi viviamo in un&#8217;epoca di esistenze assolutamente fiacche ed ambigue. Raramente incontriamo la morte, </strong>la medicina ha compiuto enormi progressi ed i giovani non temono più né la tisi, che decimava gli organismi più deboli, né l&#8217;arruolamento, che intimoriva i ventenni delle epoche trascorse<strong>. In mancanza di pericoli mortali, l&#8217;unico modo in cui i giovani riescono ad assaporare la sensazione di essere vivi è la ricerca forsennata del sesso, oppure la partecipazione a movimenti politici, motivata semplicemente dal desiderio di esercitare la violenza</strong>».</span></span></span></em></p>
</blockquote>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> Non occorre generalizzare, ma mai parole furono più adatte <strong>a spiegare la furia vandalica dei </strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>black bloc </i></span></span></span></strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>che hanno messo a ferro e fuoco Milano. Per loro, deteriori sottoprodotti del sessantottismo militante, la politica è solo una scusante per sfogare un desiderio di violenza frutto di mancanza di senso, noia e frustrazione. Cosa aspettarsi del resto da chi contesta la globalizzazione e l&#8217;americanismo su basi anarcoidi, libertarie o post-trotzkiste tutt&#8217;altro che alternative all&#8217;ideologia dominante</strong>? Un&#8217;ideologia che, per dirla con Costanzo Preve, <strong>fa da supporto </strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">al nuovo </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">ipercapitalismo liberalizzato post-borghese e </span></span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">post-proletario, all&#8217;insegna della grottesca teologia sociologica del “vietato vietare”</span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">», avente nella cosiddetta “controcultura” americana e nel &#8217;68 europeo i propri miti fondativi</span></span></span></strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">. C&#8217;è quindi un filo rosso (non di sangue!) che lega, inconsapevolmente o meno, il renzismo obamiano e i devastatori delle strade milanesi. Entrambi impensabili senza l&#8217;americanismo, entrambi nemici dell&#8217;Italia. <strong>Quell&#8217;Italia per cui non si è più pronti alla morte</strong>.</span></span></p>
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		<title>Sul Feroce Saracino di Pietrangelo Buttafuoco</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2015 07:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea G. G. Parasiliti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci fu un tempo in cui, non curante dei controlli degli aereoporti, un cavaliere italiano che poi era un Leporello, una maschera italiota, fottendosene della drammatica scorreggia di stato, su un aereo, divenne turco e napoletano. Ed era Silvio Berlusconi che si arrestò (l’unica possibilità di vederlo arrestato) di fronte a una bella ragazza su un volo civile. La giovane leggeva intensamente un libro d’amore, e chiesto ragguaglio dal Cavaliere sul contenuto del volume, ella gli decantò il romanticismo partenopeo e l’araba impressione virile. E fu così che, per corteggiarla, le si presentò nei panni di Muhammed Esposito. Come Totò,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5490" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5491"><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>i fu un tempo in cui, non curante dei controlli degli aereoporti, un cavaliere italiano che poi era un Leporello, una maschera italiota, fottendosene della drammatica scorreggia di stato, su un aereo, divenne turco e napoletano. Ed era Silvio Berlusconi che si arrestò (l’unica possibilità di vederlo arrestato) di fronte a una bella ragazza su un volo civile. La giovane leggeva intensamente un libro d’amore, e chiesto ragguaglio dal Cavaliere sul contenuto del volume, ella gli decantò il romanticismo partenopeo e l’araba impressione virile. E fu così che, per corteggiarla, le si presentò nei panni di Muhammed Esposito. Come Totò, certamente, ma senza le forbici sul Fez, anzì con la scimitarra nelle mutande. </span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5498" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5499">Ma i tempi sono cambiati, agli occhi di chi non vede nell’Esteriore l’Interiore, e rimane ubriacato dalla Molteplicità. Ché i tempi non cambiano. A cambiare, semmai, è il Tempo.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5501" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5502">Con <em>il Feroce Saracino, La guerra dell’Islam</em>, Pietrangelo Buttafuoco, che è Giafar al-Siqilli (il Signore si compiaccia di lui), non ha scritto un testo, poi pubblicato da Bompiani a inizio aprile, ma ha seminato. Ed è tutto una semina dell’Ora Ultima, come d’altra parte, lui stesso avverte citando l’hadit del Profeta (su di lui la Pace), apposta come faro e dedica allo stesso tempo, in apertura del volume.</span></p>
<blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5505" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5504">“Se giunge l’Ora e qualcuno ha in mano un seme con l’intenzione di piantarlo, lo faccia”.</span></em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5507" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5508">Ed è il tempo di Sade, il nostro tempo. L&#8217;Età Oscura, quella in cui c&#8217;è come un impegno di scienza ad architettare la blasfemia. Il tempo in cui &#8220;Achille che umilia il corpo di Ettore trascinandone le spoglie sotto la città di Ilio compie quasi un atto di pietà&#8221; rispetto a ciò che succede, nel nostro tempo. E il sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che si vorrebbe fare erede di Abu Bakr, il primo dei califfi ben guidati, altro non è che un bestemmiatore della clemenza e della misericordia, che sono i primi due attributi di Allah e che troviamo nella prima Sura del Sacro Corano, nell&#8217;al- Fātiḥa, l&#8217;Aprente.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5510" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5511">Ora capitò che, aprendosi la porta di un ascensore, un giovane trovò un maestro. Lo Shaykh ‘Abd al-Wāhid Pallavicini, servo dell&#8217;Uno. Il giovane accompagnò, non conoscendolo, l&#8217;anziano in stampelle fino al suo posto, all&#8217;interno di una sala conferenze, nella quale, l&#8217;ospite, assieme a un monsignore e al rabbino di Milano, avrebbe parlato di Abramo, padre comune. Alla fine dell&#8217;incontro, lo Shaykh, si avvicinò, non senza difficoltà, al ragazzo e gli regalò un libro: A Sufi Master&#8217;s Message, In memoriam René Guénon. Il giovane capì.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5513" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5514">E in quel libro, scritto da questo barbuto signore, che divenne musulmano il 7 gennaio del 1951, mentre al Cairo si spegneva lo Shaykh Abd al-Wāhid Yahyā, conosciuto più semplicemente col nome di Guénon, per l&#8217;appunto, vi è scritto:</span></p>
<blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5517" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5516">«Per coloro che hanno familiarità con l&#8217;opera degli autori tradizionalisti o perennialisti &#8211; e principalmente con il filosofo francese René Guénon, [&#8230;] la prognosi è che viviamo alla fine di un ciclo temporale conosciuto come Kali Yuga o Età Oscura. Questa diagnosi, spesso contestualizzata nel primordiale ed eterno codice di condotta manifestato allo scaturire di questo ciclo temporale &#8211; il Sanatana Dharma della Tradizione Indù, culmina nella sua espressione equivalente al-Hikmat al-Khalidah o Din al-Qayyimah all&#8217;interno della Tradizione Islamica, l&#8217;ultima tradizione sapienziale rivelata di questo ciclo».</span></em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5520" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5519"><em>Il Feroce Saracino</em>, certo, nella sua forma esteriore è libro. E come tale ne parliamo. Irresponsabile è l’autore, afferma qualche giorno dopo, l’Elefantino, in un articolo dal titolo <em>Giafar, il Sottomesso</em>. E lo affermò con i più buoni propositi, forse spinto dall’insegnamento del maestro Ibn al Arabī, il quale nel secolo XIII dell’era volgare, nel suo <em>Libro dell’Estinzione nella Contemplazione</em>, scriveva che <em>«[&#8230;] quando ci si ritrova un libro che tratta di una scienza che si ignora e di cui non si è percorso il cammino, è opportuno non aprirlo, riconsegnandolo nelle mani di coloro che sanno, senza sentirsi tenuti a credere o non credere al suo contenuto, o persino a parlarne».</em> Ma il rischio intravisto da Ferrara è presto scongiurato, giacché più volterrianamente possiamo affermare che si possa scrivere di tutto tanto il popolo non legge&#8230; Ché se per sei giorni lavora (chi il lavoro ce l’ha) il settimo lo passa all’osteria. Chi il lavoro non ce l’ha, all&#8217;osteria ci passa tutta la settimana.</span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: center"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5519"> <img class="alignnone size-medium wp-image-2720" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Il-feroce-saracino-201x300.png" alt="Il feroce saracino" width="201" height="300" /></span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5522" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5523">Anzi, nei nostri giorni, vi è qualcosa di più tragico e goffo&#8230; I lettori, (li vogliamo chiamare ancora così? o forse sarebbe meglio dire i commentatori di oggi), quelli dei giornali 2.0, si inscrivono perfettamente dentro il paradigma disegnato da Geert Lovink, il design dell’interazione nei blog e nei social network, secondo il quale <em>«nella nostra era dell’autorappresentazione, spesso i commenti non hanno un legame diretto con il testo e l’opera d’arte in questione. L’atto di rispondere non cerca il dialogo con l’autore [&#8230;] Con un misto di espressioni gergali, slogan tipo inserzioni pubblicitarie e giudizi incompiuti, gli utenti mettono insieme frasi e battute ascoltate o lette in giro. Chiacchiericcio non è il termine giusto. Quel che prende forma è il disperato tentativo di essere ascoltati, di avere un impatto e di lasciare un segno».</em></span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">E dimostrazione eloquente di ciò, sono quei chiosatori, interpreti e postillatori, che attaccarono il Feroce Saracino sul Foglio, pur ammettendo di non averlo mai letto.</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5531" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5530">Certo, qualcuno potrebbe ricordarci di Nanà, di Leonardo Sciascia, il quale parlando del pittore del Diavolo con gli Occhiali di Todo Modo, avvertiva bene che di uno che si chiama Buttafuoco non bisogna fidarsi mai, che lo stesso nome è impostura per definizione, dai tempi di Andreuccio da Perugia. Ma noi non diamo credito a Buttafuoco, ci mancherebbe, ma a Giafar, il siciliano.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5528" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5527">E Giafar è memore, come chi scrive, della geografia di al-Idrisi, ché passeggiavamo assieme, un tempo, in quel granaio divenuto giardino d’agrumi ornamentali, ed è forse anche lui convinto, contrariamente a Nanà, che il Padreterno non ci avesse voluto fregare facendoci nascere sull’Isola. Ma forse, quello che scrisse Sciascia in <em>Nero su nero</em>, valeva l’altrieri, non oggi, ché se un siciliano si riappropria della propria essenza è bello e pronto per vivere nel Caos del mondo contemporaneo, nel post moderno, nel villaggio globale, e trova le coordinate spazio-temporali assai più facilmente del Duca d’Auge di Queneau, il quale, mischino, si svegliava al mattino e, se non si metteva in cima al suo torrione, non sapeva in che secolo fosse. Poiché, in fondo, la nostra Siqilliyya, villaggio globale lo è sempre stato. E Giufà, minchione com’è, ne è testimonianza, che ce lo ritroviamo pure in Turchia e nei Balcani. </span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5525" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5524">E quindi la Sicilia come teatro galleggiante, e come metafora del mondo, è sempre viva e continua, inconsapevolmente, a rappresentarsi. Perché il teatro, direbbe Carmelo Bene, non sa che cos’è il teatro. E forse questo ha concorso, più volte, nel far scrivere il nostro Giafar al modo del Teatro dei Pupi, oggi come ieri, dalle Uova del Drago alla Buttanissima Sicilia. </span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">Quando scrive Giafar, è più dolce dello zucchero e più amaro del fiele, e sarà forse l’ascendenza Sufi a dare alla sua persona, e alla sua scrittura questo connotato. Potremmo ricordare infatti quello che scriveva Al-Arabī ad-Darqāwī, del suo maestro ’Alì al-Jamal:</p>
<blockquote>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em>«Era a un tempo sconfinato e angusto, dolce e rude, forte e debole, ricco e povero; era un oceano senza sponde».</em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5538" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">E Giafar, il mare e l’oceano li conosce bene, che si è fatto erede di quel messinese che si fece turco, quello del Lupo e la luna, uno dei pochissimi esempi di uomini di mare siciliani ricordati da Sciascia, nel suo <em>Rapporto sulle coste dell’Isola</em>. Mentre i siciliani, e pian piano, anche gli italioti e via via l’Occidente tutto, ché anche l’acqua come le palme va sempre salendo, quando si trovano di fronte al mare, non vedono il mare eterno, colore del vino e del sangue, ma la sabbia. E non è quella del deserto, popolato dai demoni, ma quella dei castelli dei fanciulli, nella quale nascondere la testa.</p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: center">
]]></content:encoded>
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		<title>Armani e Prada: due stilisti made in Italy da non perdere</title>
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		<pubDate>Sun, 24 May 2015 10:26:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Ravagli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lifestyle]]></category>
		<category><![CDATA[Armani]]></category>
		<category><![CDATA[Armani Silos]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
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		<category><![CDATA[Moda]]></category>
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		<description><![CDATA[“L’importante non è farsi notare, ma farsi ricordare” Questa è una delle frasi più conosciute e significative di Giorgio Armani, uno dei più grandi e importanti stilisti italiani e ora anche brand ambassador di Expo Milano 2015. Oggi 80enne, ha da pochi giorni festeggiato i 40 anni di carriera con un party esclusivo in presenza di alcuni volti hollywoodiani e contemporaneamente è stata inaugurata una mostra in via Bergognone a Milano esponendo alcuni dei suoi capolavori e pezzi unici. La mostra vuole sottolineare ancora una volta tutta la sua bravura e unicità nel creare abiti d’alta moda e prèt à]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>“L’importante non è farsi notare, ma farsi ricordare”</p></blockquote>
<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="Q" class="cap"><span>Q</span></span>uesta è una delle frasi più conosciute e significative di Giorgio Armani, uno dei più grandi e importanti stilisti italiani e ora anche brand ambassador di Expo Milano 2015.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/GiorgioArmani.jpeg"><img class="size-full wp-image-2709 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/GiorgioArmani.jpeg" alt="GiorgioArmani" width="208" height="130" /></a><br />
Oggi 80enne, ha da pochi giorni festeggiato i 40 anni di carriera con un party esclusivo in presenza di alcuni volti hollywoodiani e contemporaneamente è stata inaugurata una mostra in via Bergognone a Milano esponendo alcuni dei suoi capolavori e pezzi unici.<br />
La mostra vuole sottolineare ancora una volta tutta la sua bravura e unicità nel creare abiti d’alta moda e prèt à porter.<br />
Come più volte ha raccontato ai giornali, il suo talento è stato ereditato dal padre, che per apparire benestanti all’esterno (in realtà era una famiglia poverissima), creava per i propri figli i vestiti da indossare. Il piccolo Giorgio decise di continuare su quella strada facendo degli abiti delle vere opere d’arte.<br />
Divenne così in poco tempo molto apprezzato e i suoi vestiti venduti in tutto il mondo. Infatti oggi è il quinto uomo più ricco d’Italia e si posiziona al 174° tra i leader mondiali.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/giorgio-armani-silos-project-01.jpeg"><img class="size-full wp-image-2708 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/giorgio-armani-silos-project-01.jpeg" alt="giorgio-armani-silos-project-01" width="192" height="120" /></a><br />
Armani Silos è uno spazio di circa 4.500 metri quadri suddiviso in quattro piani. L’esposizione contiene una raccolta dei suoi abiti ma non sono suddivisi in ordine cronologico, bensì a temi, tra i quali Stars che si trova al piano terra insieme alla sezione Daywear, al primo piano si trovano gli Esotismi, al secondo i Cromatismi e infine al terzo e ultimo piano la sezione Luce.<br />
Per saperne di più consulta il sito<a href="www.armanisilos.com"> www.armanisilos.com</a>.</p>
<p style="text-align: justify">Non solo Armani è stato protagonista di una mostra a lui dedicata, ma anche Prada ha da pochissimo aperto uno spazio espositivo.<br />
La Fondazione Prada è stata progettata dallo studio di architettura Oma, guidato da Rem Koolhaas e si trova in Largo Isarco, nei pressi di Porta Romana.<br />
Originariamente era una distilleria risalente ai primi decenni del Novecento. Oggi il complesso si estende per circa 19 mila metri quadri, ma la novità è situata all’entrata; è infatti previsto uno spazio dedicato ai bambini e ideato dagli studenti di architettura di Versailles, mentre all’interno vi è un bar del tutto innovativo ed esclusivo ideato dal regista Wes Anderson che ricrea l&#8217;atmosfera dei tipici caffè di Milano.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-2706 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Fondazione-Prada-300x199.png" alt="Fondazione Prada" width="300" height="199" />.<br />
Ma il progetto della Fondazione Prada non si trova solo a Milano, ma anche a Venezia ed è ubicato nell’edificio settecentesco Ca’ Corner della Regina dal 2011.<br />
Fino a settembre 2015 la Fondazione Prada presenterà nella sede di Venezia la mostra “Portable Classic”, co-curata da Salvatore Settis e Davide Gasparotto. Il percorso espositivo, il cui allestimento è stato realizzato da OMA, esplora le origini e le funzioni delle riproduzioni in miniatura della statuaria greco-romana dal Rinascimento al Neoclassicismo in più di 90 opere.<br />
Visita il sito <a href="www.fondazioneprada.org">www.fondazioneprada.org</a>.</p>
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		<title>Miseria e infamia dell&#8217;antifascismo militante</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2015 15:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<description><![CDATA[L’incendio, a Milano, di una sede di Forza Nuova e della storica libreria Ritter rappresenta la degna celebrazione di settant’anni di quella branca del crimine organizzato, che si autodefinisce “antifascismo militante”. Se la mafia era stata definita da Peppino Impastato “una montagna di merda”, tale epiteto risulta però fin troppo lusinghiero per gli antifa, dal momento che lo sterco è notoriamente un ottimo fertilizzante, mentre il loro odio è del tutto sterile. Specifichiamo: sarebbe ingiusto attribuire quest’etichetta infamante a coloro che coraggiosamente si opposero per davvero al regime fascista, pagandone il prezzo in prima persona; ad esempio, quei 12 accademici]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>’incendio, a Milano, di una sede di Forza Nuova e della storica<strong> libreria Ritter</strong> rappresenta la degna celebrazione di settant’anni di quella branca del crimine organizzato, che si autodefinisce “antifascismo militante”. Se la mafia era stata definita da Peppino Impastato “una montagna di merda”, tale epiteto risulta però fin troppo lusinghiero per gli antifa, dal momento che lo sterco è notoriamente un ottimo fertilizzante, mentre il loro odio è del tutto sterile.</p>
<p style="text-align: justify">Specifichiamo:<strong> sarebbe ingiusto attribuire quest’etichetta infamante a coloro che coraggiosamente si opposero per davvero al regime fascista, pagandone il prezzo in prima persona</strong>; ad esempio, quei 12 accademici su 1200 che rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà; o quei pochi che vi si opposero fin dall’inizio, come Matteotti, Gramsci, i fratelli Rosselli, ecc.<strong> Già è discutibile la posizione di quei tanti, invece, che lo accettarono fintanto che esso ebbe il mandato del Re, e diventarono antifascisti solo dopo l’8 settembre</strong>, in occasione dell’occupazione tedesca. Sia come sia, essi combatterono il fascismo, fintanto che esso viveva.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Criminali sono invece coloro che da settant’anni si ostinano, al di fuori di ogni legalità, ad inveire contro un nemico già vinto e destituito</strong>. Costoro si fanno scudo della Costituzione, ma mostrano di non conoscerla affatto. <strong>In nessun luogo della carta costituzionale compare, infatti, la parola “antifascismo”</strong>; solo nelle disposizioni finali e transitorie, si escludono temporaneamente gli ex-fascisti dalle cariche pubbliche e si proibisce la ricostituzione del disciolto partito fascista. Poi, è vero, dato che il fascismo pareva non aver lasciato un ricordo così cattivo in tutti gli italiani e continuava ad avere un seguito politico rilevante, s’introdussero ulteriori leggi a limitazione della libertà di espressione, come la Scelba e la Mancino.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, le leggi della Repubblica Italiana sanciscono anche che la legalità è tutelata dalla magistratura e dalle Forze dell’Ordine, non da bande d’incendiari, picchiatori e assassini, che sporcano la bandiera rossa di cui si ammantano. Se un movimento o un partito neofascista, comunque si chiami, è legalmente registrato e si presenta regolarmente alle elezioni, non c’è nulla che abbiano diritto di fare per impedirne l’attività, salvo il ricorso a vie legali. Non parliamo poi di semplici associazioni culturali o esercizi commerciali. Tuttavia, per questa feccia il crimine e l’ingiustizia paiono essere una seconda natura.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Qui nessuno vuole negare i crimini e gli errori commessi dai regimi fascisti, al pari però di ogni altra forma di governo o ideologia, ma questi non autorizzano né legalmente né tanto meno moralmente a commettere altri crimini in risposta. Eppure, la storia dell’antifascismo militante è costellata d’infamie e orrori di ogni genere, fin dai suoi inizi, e non di rado commessi anche contro l’opinione o le persone degli altri antifascisti!</strong> Ad esempio, in Venezia Giulia i partigiani comunisti uscirono dal CLN, e assassinarono quei patrioti italiani antifascisti sì, ma che non volevano barattare l’occupazione tedesca con quella jugoslava, non meno feroce. Non è certo un caso che monarchici, cattolici, azionisti, repubblicani, ecc. uscirono quasi subito dall’<strong>ANPI</strong>, per fondare le proprie associazioni di reduci, non condividendone la faziosità.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ora, sarebbe troppo banale scadere nell’anticomunismo, il quale ha oggi senso tanto quanto l’antifascismo, ossia nessuno. Anche perché questi delinquenti con la dottrina di Marx e Lenin non hanno nulla a che fare</strong>. Esattamente come lo sono in Italia, anche in qualsiasi regime socialista reale, sarebbero elementi antisociali e anarcoidi, con la differenza importante che nei suddetti regimi, bontà loro, le loro canagliate frutterebbero qualche annetto di lavori socialmente utili, d’indubbio impatto educativo. Negli stessi Paesi, tra l’altro, gli ex-fascisti che rispettavano le leggi dello Stato erano pienamente integrati nel sistema socialista – esemplare è il caso della<strong> NDPD</strong> nella Repubblica Democratica Tedesca. <strong>D’altronde, la rivendicazione ideologica principale dei cessi sociali è un reddito gratuito per chiunque, cittadino o meno, totalmente svincolato dal lavoro. È difficile immaginare una proposta più smaccatamente individualista e antisocialista</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, mentre nelle nostre città continuano a comparire filiali bancarie, supermercati stranieri che fagocitano il piccolo commercio, compro-oro e sale giochi dove si ricicla denaro sporco, costoro non alzano neanche la voce per denunciare questo scempio. È però sufficiente che un’associazione neofascista o semplicemente di destra, annunci un evento culturale, come una conferenza, ed ecco che costoro ululano come gli sciacalli che sono, perché le autorità – quelle che disprezzano ogni giorno – proibiscano l’evento ed essi stessi si mobilitano, cercando l’aggressione e lo scontro, ma sempre rigorosamente in netta superiorità numerica. Le rare volte che i tutori dell’ordine si ricordano di accarezzare loro doverosamente la schiena, subito si lamentano a gran voce, scandalizzati che dopo aver predicato lotta e violenza contro il sistema, qualcuno li prenda un attimo sul serio.</p>
<p style="text-align: justify">Non hanno tutti i torti, del resto, dato che<strong> le loro “lotte” sono del tutto congenite al sistema liberalcapitalista che a parole osteggiano</strong>. Esattamente come i trogloditi che, dall’altro lato, scaricano le loro frustrazioni sul bracciante africano o sull’ambulante arabo, invece di colpire i veri responsabili dell’immigrazione di massa, anche questi subumani inveiscono contro il “fascista”, con gli applausi di tutti i poteri forti. Del resto, chi paga i musicanti decide la musica; e chi sovvenziona costoro pagando le bollette dei centri sociali occupati e stipendiando le attività culturali, se non le giunte di centrosinistra targate SEL o PD, partiti che con il peggior imperialismo e liberal-capitalismo ci hanno sempre marciato d’amore e d’accordo, ben più degli stessi neofascisti! Peraltro, un’analisi di classe non mancherebbe di identificare il retroterra alto e medioborghese, di questi emuli in sedicesima del bombarolo miliardario Giangiacomo Feltrinelli.</p>
<p style="text-align: justify">E così, “fascista” è il cattolico che timidamente osa difendere la famiglia naturale, “fascista” è il proletario che si oppone alla costruzione di un centro d’accoglienza in una zona già disagiata, “fascista” è l’antimperialista che manifesta solidarietà per la Siria o la Nuova Russia. <strong>Del resto, con la presenza fascista ridotta ai minimi termini, bisogna inventarne di nuovi</strong>. Questo è esattamente quello che il filosofo comunista Costanzo Preve condannava, definendolo “antifascismo in assenza di fascismo”. Del resto, il teorico marxista Amadeo Bordiga, già nel ’45, sosteneva chiaramente che l’antifascismo non era diventato che un pretesto per legare i comunisti ai partiti borghesi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: al Job Act di Renzi, si risponde aggredendo gli sparuti fautori del corporativismo, ovvero si preferisce lottare contro chi sostiene velleitariamente un’economia sociale di mercato, ignorando chi implementa realmente il neoliberismo.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, la psicopatologia dell’antifascismo militante non si esaurisce semplicemente nella criminosità, nella stupidità e nel servilismo<strong>. Se, infatti, dovessimo trovare una cifra alle loro azioni, questa sarebbe l’odio, cieco e bestiale</strong>. Così, durante la resistenza all’occupazione tedesca, loro mito fondante, operarono scientificamente per provocare le rappresaglie dell’occupante contro la popolazione inerme, che pagò per le loro colpe, in modo da suscitare e diffondere odio, sulla pelle degli altri. Non a caso, in quel frangente, assassinarono tutti quegli esponenti fascisti, i quali si ostinavano a cercare, in quei difficili momenti, la conciliazione tra Italiani, senza risparmiare un invalido di guerra come Carlo Borsani né un grande filosofo come Giovanni Gentile.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, <strong>la loro azione si concentrò non tanto contro lo straniero, ma soprattutto contro gli altri italiani</strong>. Nonostante le loro pretese, la storia mostra che le forze tedesche in Italia furono sconfitte dagli Alleati e che cedettero solo alla fine, quando ormai la Germania era già invasa. Ben altra fu la consistenza di movimenti di resistenza autentici, come in Polonia, Jugoslavia, Francia. Qui invece<strong> le file partigiane lievitarono solo a guerra finita, quando non restava altro che saltare sul carro del vincitore e massacrare nei modi più orribili i fascisti (o presunti tali)</strong>. Senza stare a fare i ragionieri della morte (come di moda), queste atrocità travalicano ampiamente i misfatti compiuti in Italia dal fascismo, tra il 1922 e il 1943. <strong>Paradossalmente, in Libia ed Etiopia, dove il colonialismo fascista ebbe colpe ben più gravi, i governanti indigeni, come Haile Selassie, tutelarono le vite e le proprietà dei coloni italiani, chiedendo invece la consegna dei veri colpevoli</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nondimeno, alla civiltà africana, corrispose la barbarie europea: ossia il peculiare senso di giustizia antifascista</strong>. Mentre migliaia di coscritti, camicie nere, ausiliarie, podestà ed altri piccoli gerarchi erano barbaramente trucidati, i veri criminali di guerra fascisti, come Roatta e Graziani, se la cavarono con pene perlopiù simboliche, senza mai vedere un tribunale straniero. Persino gli ufficiali tedeschi responsabili delle rappresaglie e delle stragi non furono inquisiti che decenni dopo i fatti. Nel dopoguerra, mentre ragazze innocenti erano stuprate e assassinate, il capo dell’OVRA diventava prefetto. Questa è la giustizia antifascista che queste iene hanno lo stomaco di esaltare, minacciando chiunque osi rinfacciare i loro crimini, a settant’anni di distanza.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Orbene, ammettiamo anche che queste gesta fossero dovute all’eccitazione violenta della guerra civile. Perché, allora, lo stesso odio bestiale si è ripresentato più volte nel corso della Prima Repubblica?</strong> Dal linciaggio di Vittorio Ferri, al rogo di Primavalle, all’assassinio di Sergio Ramelli, fino alla mattanza di Acca Larenzia, questo è stato l’antifascismo militante: massacrare dei ragazzi, quasi sempre di estrazione popolare, mentre gli Almirante e i Rauti, che in teoria avrebbero dovuto essere i veri bersagli di un presunto antifascismo, sono morti serenamente nei loro letti.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Particolarmente odioso è poi il fatto che questa feccia abbia ora distrutto una libreria, ma ciò non fa altro che confermarne la bestialità. Non vi è in essi la minima volontà o capacità non dico di comprendere l’avversario, ma neanche di combattere le sue idee con le proprie.</strong> E quando si parla di cultura fascista, si parla non già di dozzinali libelli di propaganda, ma di colossi come Heidegger, Schmitt, Gentile, Pound, etc. <strong>L’antifascismo militante sprofonda ad uno stadio di barbarie e nichilismo intellettuale, che nulla ha da invidiare a gruppi fondamentalisti come lo Stato Islamico dell&#8217;Iraq e del Levante</strong>. Quelli distruggono le antiche rovine assire, questi imbrattano i monumenti ai caduti. <strong>Ieri accanirsi sui vinti e sui deboli, oggi bruciare una libreria: è quasi ironico osservare come non si facciano alcuno scrupolo di commettere in prima persona le barbarie imputate (talvolta a ragione) al fascismo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Quest’osservazione presume però che questi subumani abbiano una morale equanime, secondo cui ogni atto possa essere giudicato in sé. Non è così, <strong>per costoro il fine giustifica i mezzi, e la stessa azione può essere positiva o negativa a seconda di chi la commette</strong>. È un manicheismo politico che serpeggia ampiamente in tutta la storia politica moderna, a partire dalla Rivoluzione Francese, nel corso della quale i paladini della libertà e dei diritti invocavano lo sterminio dei contadini che si opponevano al nuovo sistema politico. Le sue radici tuttavia affondano già nella peculiare “tolleranza” liberale di Locke, esplicitamente negata a cattolici e atei. L’uso di due pesi e due misure e la disumanizzazione dell’avversario politico diventano quindi mezzo di lotta e prassi di vita, fino ad arrivare ad oggi e vedere gli antifa pretendere di negare le libertà, costituzionalmente garantite, a chiunque non vada loro a genio: si tratti di forzanovisti, leghisti, sentinelle in piedi, ecc. ecc.<br />
Non si tratta qui di negare il conflitto sociale, che è una realtà di fatto, bensì di chiarire che la lotta va condotta senza odio per l’avversario, senza negarne l’umanità. Vittorio Arrigoni, di cui gli antifa si vanno riempiendo la bocca, e che a differenza loro ha dato generosamente la vita per la causa palestinese, diceva “Restiamo umani”. Gli antifascisti militanti, invece, insistono per comportarsi come cani rabbiosi, ed è inevitabile che prima o poi vengano trattati come tali, e allontanati a calci dalla comunità.</p>
<p style="text-align: justify">Purtroppo, c’è poca speranza che i colpevoli di questi crimini siano puniti, vista la connivenza e le coperture di cui godono a livello istituzionale, e financo nelle più alte cariche dello Stato, come la Presidenza della Camera, si avalla questa mentalità patologica che smentisce alla radice ogni discorso sulla tolleranza. Impuniti erano in passato e impuniti rimangono ora. Almeno questo conferma senza ombra di dubbio, che costoro altro non sono che i figli bastardi del sistema liberal-capitalista che sostengono di combattere e che proprio costoro (e non certo i neofascisti vessati e perseguitati da ogni Stato “democratico”) costituiscono la guardia “bianca” del Capitale. Non lo dimenticheremo.</p>
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		<title>ANUS MUNDI</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2015 17:25:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
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<p class="first-child " style="text-align: right"><em><span title="U" class="cap"><span>U</span></span>scito appena dall&#8217;adolescenza </em><br />
<em>per metà della vita fui gettato </em><br />
<em>nelle stalle d&#8217;Augìa. </em></p>
<p style="text-align: right"><em>Non vi trovai duemila bovi, né </em><br />
<em>mai vi scorsi animali; </em><br />
<em>pure nei corridoi, sempre più folti </em><br />
<em>di letame, si camminava male </em><br />
<em>e il respiro mancava; ma vi crescevano </em><br />
<em>di giorno in giorno i muggiti umani. </em></p>
<p style="text-align: right"><em> (</em>Satura<em>, Eugenio Montale)</em></p>
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<p><strong>AAA cercasi regista folleggiante per realizzare un dramma fecale brechtiano-aristofanesco in occasione dell&#8217;Expo Milano 2015, secondo il seguente canovaccio. Il drammaturgo rinuncia a tutti i ricavi e a tutti i diritti.</strong></p>
<p>L&#8217;azione si svolge in mezzo al mare, sul ponte di un vascello, senza interruzioni di tempo.</p>
<p>La nave dell&#8217;avventuriero Istrione trasporta verso una &#8220;magna polís&#8221; una gran varietà di passeggeri e mercanzie, in occasione della fiera universale che vi si terrà a breve. Al centro della scena campeggia il bene più prezioso che Istrione deve portare a destinazione: un culo di proporzioni gargantuesche, che via via cacherà sulla scena i vari personaggi. Essi provengono dalle interiora feconde del culo e ne sono come partoriti. Altri fuoriescono dalla stiva della nave, collegata al ponte da un passaggio che si trova proprio al di sotto dello spacco formato dalle due natiche. Ogni volta che compaiono sono accompagnati da un gran peto.</p>
<p>Il culo è il prodotto organico di uno studioso indiano genialoide, che dopo decenni di sperimentazioni ha creato questo monstrum, capace con un solo pugno di legumi, lasciati a fermentare nelle sue budella, di produrre tanta crema da sfamare un continente. La grande fiera infatti è dedicata al tema dell&#8217;alimentazione, a come saziare le masse di nullatenenti che affollano un pianeta ormai prossimo ad esaurire le sue risorse. E il culo altro non è che il dono prodigioso lasciato all&#8217;umanità da questo scienziato vecchissimo, poco prima della sua morte.</p>
<p>Il culo è azionato da tre manovali: un energumeno che fa girare una manovella (suscitando un roboante suono di scorregge), un ingegnere informatico (che presenzia sulla scena, dietro una piccola scrivania) e un cantore greco-calabrese, il dotto Teofilo. Opportunamente solleticato da Teofilo, che gli sussurra parole dolci in una lingua melodiosa ed antichissima e gli pizzica all&#8217; &#8220;orecchio&#8221; le corde di una chitarra-mandolino, il culo è in grado di produrre ben altro oltre alla sua deliziosa e nutriente burrata: una fantasmagoria caleidoscopica di figure e di miraggi sbucano dal suo roseo sfintere e prendono vita sulla scena, per poi dissolversi magicamente. Il culo rappresenta la potenza illusionistica del tecno-capitalismo e la sua pretesa capacità di creare infinita ricchezza. Può rappresentare anche Dio, l&#8217;universo o, a piacere, i frutti e le capacità rigenerative della terra.</p>
<p>Istrione, pigramente adagiato su una stuoia, fumando il narghilè, invita Teofilo a sfruttare le doti profetiche del gran culo, perchè gli dia un saggio delle meravigliose sorti e progressive che scaturiranno dalla fiera universale. Il carnoso marchingegno è tosto messo in moto dai tre addetti ed evoca con uno sbuffo una serie di spettri e di visioni.</p>
<p>Dapprima si fa avanti arrancando una schiera di donne seminude. Tirando dei cordini, trainano un carretto su cui si erge l&#8217;idolo di un nume armato di scudo e lancia, dall&#8217;enorme cazzo sbucciato. Sono dattilografe, puttane, casalinghe, figlie, mogli e madri stritolate dalla macina del sessismo fallocentrico. Insieme a loro intervengono anche un frocio e un travestito. La tirata femminista è stemperata dal lirismo della testimonianza di ciascuna, alla Edgar Lee Masters. All&#8217;apice della rabbia e della sconcezza, irrompono sul palco sulle note della <em>Danza delle sciabole</em> di Aram Khachaturiam (il jingle dello sgrassatore <em>Chante Clair</em>) quattro sacerdoti cattolici, che piroettano leggiadri sorreggendo l&#8217;orlo della tunica con la punta delle dita. Una a una le coreute sono imbavagliate dai preti, che con solerzia le scortano all&#8217;uscita. Invano i compagni di Istrione tentano di dissuaderli, intonando forte un &lt;&lt;Laudate Anulum&gt;&gt; e additando la sorgente semi-divina della donnesca processione.</p>
<p>Il secondo coro è composto dagli animali da fattoria: cala una penombra innaturale e in un&#8217;atmosfera onirica attori e attrici vestono costumi da mucche, tacchini, maiali e quant&#8217;altr*. Narrano in tono elegiaco le violenze e le privazioni che hanno sofferto, senza nessun&#8217;altra colpa se non quella di non essere umani. La loro apparizione è interrotta da una barca fenicia che accosta quella di Istrione. Un coro di migranti cenciosi fa il suo ingresso sulla scena e prende timidamente la parola. Hanno nomi arabi. Anche loro sono diretti alla &#8220;magna polís&#8221; dove abiteranno le baracche della periferia e lavoreranno, invisibili, come schiavi.</p>
<p>A questo punto Istrione riceve una delegazione dai capi della fiera: sono i perfidi capitalisti, due uomini e due donne finemente vestiti. Venuto a conoscenza dei loro piani di spartizione delle ricchezze che usciranno dal gran culo, Istrione si ribella, rifiuta di consegnar loro l&#8217;animale e li fa gettare in mare dal suo equipaggio. Nella scaramuccia Teofilo (che era un dissidente politico e portava una palla d&#8217;acciaio ai piedi) rimane ferito al mignolo e, sconsolato, chiede di essere spinto per i piedi da Istrione e i suoi fin dentro allo sfintere del gran culo: spera di trovare dall&#8217;altra parte un mondo migliore di quello in cui ha vissuto fino allora. I marinai esaudiscono festosi il suo desiderio.</p>
<p>Ora Istrione sogna di costeggiare tutte le terre e di distribuire gratuitamente a tutte le genti le derrate alimentari che il culo produrrà generosamente. Nomina un elenco di località fantastiche dai nomi immaginifici, che si propone di attraversare. Presto però l&#8217;imbarcazione è attaccata dalle torpediniere delle nazioni. Il buffonesco capitano rintuzza la furia armata dei suoi inseguitori scagliando focacce di merda (dolcissime, appena sfornate). Dopo una fuga rocambolesca, la nave è ridotta a un relitto, ma il culo è in salvo e Istrione cerca di titillarlo perché emetta ancora la sua crema squisita, dandogli prova delle sue potenzialità. Forse per l&#8217;assenza di Teofilo, forse perché è rimasto danneggiato durante i cannoneggiamenti o per qualche altro motivo ignoto, dal culo non esce che una ventata di scorregge. Istrione è disperato. In ginocchio davanti allo sfintere innalza un&#8217;invocazione lamentosa e incalza l&#8217;ano con una scarica di domande sul significato della vita e della storia (&lt;&lt;Deh, culo, perchè non mi rispondi?&gt;&gt;). In preda all&#8217;ira e ad un profondo turbamento, col volto rigato dalle lacrime, è un po&#8217; Achab che provoca all&#8217;azione la balena, un po&#8217; Cristoforo Colombo (quello delle <em>Operette Morali</em> di Leopardi) con Pietro Gutierrez. Infuria flatulenta la bufera. Il nero pertugio sembra quasi spalancarsi per rilasciare un profluvio di melassa zuccherina, quando, al culmine delle preghiere, il protagonista infervorato è investito da un getto di sterco, che pone fine miseramente al suo monologo. Quindi il prolasso: l&#8217;ano è irreparabilmente fuori uso.</p>
<p>Cala il sipario.</p>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2015 12:08:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, vidi che vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi immaturi. (Ap 6, 12-13) Non sarà un incontro preparatorio al Giorno del Giudizio, né un noioso consesso di accademici che discutono di temi invecchiati male, in un&#8217;aula polverosa, in un pomeriggio uggioso di Milano. La conferenza di oggi all&#8217;Università Cattolica (aula G025), organizzata dagli studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia per]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right"><em>Quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, vidi che vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi immaturi. (Ap 6, 12-13)</em></p>
<p style="text-align: left">Non sarà un incontro preparatorio al Giorno del Giudizio, né un noioso consesso di accademici che discutono di temi invecchiati male, in un&#8217;aula polverosa, in un pomeriggio uggioso di Milano. La conferenza di oggi all&#8217;Università Cattolica (aula G025), organizzata dagli studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia per le 16.30, sarà dedicata al tema dell&#8217;Apocalisse: la fine dei tempi, attesa spasmodicamente, temuta ed invocata per secoli da miriadi di fedeli di tutte le religioni. Nel giudaismo come nel cristianesimo, nell&#8217;islam come nella cultura secolarizzata dei giorni nostri, è sempre stata presente l&#8217;idea fascinosa e conturbante dell&#8217;irrompere improvviso e perentorio di un evento messianico, come un cuneo che recida dolorosamente il nastro del tempo su cui poggiano le nostre vite e divelga alle basi i suoi supporti. Nelle parole minacciose e sublimi di Giovanni il Battista, negli annunci accorati del Profeta meccano, che anticipava la venuta dell&#8217;Ora con la poesia delle sue sure, nei versi contorti e mozzafiato di T.S.Eliot (<em>This is the way the world ends, not with a bang but a whimper</em>) e infine nelle paludi orrorifiche del Vietnam in <em>Apocalypse Now</em>, fin dentro le stanze del Colonnello Kurtz, quest&#8217;ansia spasmodica non ha mai abbandonato uomini e donne che portavano con sé, come una piaga ulcerosa, la convinzione di trovarsi in un mondo che era prossimo al collasso.</p>
<p style="text-align: left"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/apocalisse1.jpg"><img class="size-medium wp-image-2093 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/apocalisse1-217x300.jpg" alt="apocalisse1" width="217" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: left">
<p style="text-align: left">L&#8217;apocalittica (sia nel senso etimologico di &#8220;rivelazione&#8221; o &#8220;disvelamento&#8221;, sia in quello attuale di accadimento catastrofico) travalica ampiamente la categoria della religione e avanza prepotente nella storia svincolata (almeno apparentemente) dalle pastoie della teologia, man mano che i suoi concetti e le sue forme assumono vita propria in campi diversi, che vanno dalla filosofia politica alla cultura popolare. La stella Assenzio che nell&#8217;Apocalisse giovannea precipita dal cielo e ammorba tutte le acque ritorna icasticamente nel XX secolo come un ordigno nucleare, che calato artificiosamente dall&#8217;alto, devasta i paesaggi e annichilisce l&#8217;esistente. La crisi ecologica verso cui la modernità va marciando a tappe forzate e la massificazione della società ha prodotto fenomeni inconsci di isteria collettiva e cattiva coscienza, che a loro volta hanno prodotto tutta quella sotto-cultura che spazia dai film di zombie a quelli più maestosi, sempre americani, di ambientazione appunto apocalittica o post-apocalittica (se ne potrebbero citare moltissimi solo negli ultimi anni). Per fare un altro esempio di questa evasione in territori nuovi del concetto di apocalisse, che senza perdere la sua matrice inequivocabilmente teologica si fa ancora più interessante, esso è stato declinato di recente in termini anti-politici e anti-sociali dallo studioso e attivista gay Lorenzo Bernini, nel suo libro <em>Apocalisse queer</em>, dove auspica un rovesciamento radicale della civiltà perbenista a partire da un sconvolgimento della morale sessuale.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/apocalisse2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2094" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/apocalisse2-235x300.jpg" alt="apocalisse2" width="235" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: left">Sono quattro i relatori che interverranno al seminario di oggi, intitolato <em>Tempi Ultimi: apocalissi tra iconografia e politica</em>. Si tratta di quattro dottorandi, che presenteranno ciascuno (sul modello anglosassone delle PhD Conference, così poco diffuso nel bel paese) un proprio progetto di ricerca legato all&#8217;argomento. Ad ascoltarli e a discutere con loro ci saranno, oltre al pubblico consueto di studenti e di curiosi, alcuni docenti del Dipartimento di Scienze Religiose, a partire dal suo Direttore, il Professor Gian Luca Potestà (che è certamente un&#8217;autorità in materia di profezie medievali e millenarismo). Ecco chi sono, e di cosa parleranno, questi quattro relatori (quattro come i cavalieri dell&#8217;Apocalisse). Per prima Celeste Valenti si occuperà del libro biblico di Daniele, in particolare dell&#8217;episodio dei tre giovani ebrei che il babilonese Nabucodonosor fa gettare nella fornace e che grazie all&#8217;intervento divino rimangono miracolosamente indenni. Questo episodio, che in passato solitamente non è stato letto in chiave escatologica, in virtù di un&#8217;analisi comparativa delle fonti letterarie e iconografiche (soprattutto quelle paleo-cristiane), può essere interpretato come un&#8217;allegoria di quel periodo di patimento che l&#8217;umanità dovrà soffrire nel momento del Giudizio finale, in cui i giusti però saranno risparmiati. Seconda parlerà la mai abbastanza lodata Rebecca Carnevali, dottoranda al Warburg Institute di Londra, esperta di oracoli e astrologia rinascimentale, sacerdotessa e pizia di professione, che esaminerà le illustrazioni relative alla figura dell&#8217;Anticristo nel Vaso di Verità (1957) di Alessio Porro, e tratterà del rinnovato interesse per la tematica escatologica nell&#8217;editoria veneziana alla fine del &#8216;500. Terzo, Francesco Morello, uomo divino, si dedicherà alla presenza sotterranea nel pensiero marxista di schemi propriamente apocalittici e in particolare della Tesi di Filosofia della Storia in Angelus Novus, l&#8217;opera del grande pensatore e critico letterario tedesco Walter Benjamin. Infine, ultimo ma non da meno, toccherà all&#8217;arabista Antonio Cuciniello mostrare alcuni pamphlet che ha collezionato al Cairo nei primi anni 2000, che raffigurano la fine dei tempi e la venuta dell&#8217;Anticristo (con Gog, Magog, George Bush e Ariel Sharon compagni di merenda). A prescindere dalla fine imminente, dai calcoli di Nostradamus e dal calendario Maya, questa conferenza sull&#8217;apocalittica merita di essere ascoltata.</p>
<p style="text-align: left">
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		<title>LETTERE E MISOGINIA ALL&#8217;UNIVERSITA&#8217; CATTOLICA</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2015 21:45:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Quanto sono diffusi ancora nel fulgido 2015 la diffidenza e il disprezzo verso le donne? Per lunedì 9 marzo, a Milano, gli studenti dell&#8217;Università Cattolica hanno organizzato un evento dedicato proprio alla misoginia. Si terrà in aula G152, alle 16.30. In opposizione alla frivolezza inconsistente e quasi offensiva della &#8220;Giornata internazionale della Donna&#8221; (domenica 8 marzo), con il suo carico di formalismi e di mimose, quattro docenti dell&#8217;Ateneo sono stati invitati a setacciare la storia della letteratura in cerca di tracce tangibili di questa vena pregiudiziosa che attraverso i secoli (ed ancora oggi, sebbene in forma più velata) ha accompagnato e]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="Q" class="cap"><span>Q</span></span>uanto sono diffusi ancora nel fulgido 2015 la diffidenza e il disprezzo verso le donne? <strong>Per lunedì 9 marzo, a Milano, gli studenti dell&#8217;Università Cattolica hanno organizzato un evento dedicato proprio alla misoginia. Si terrà in aula G152, alle 16.30.</strong> In opposizione alla frivolezza inconsistente e quasi offensiva della &#8220;Giornata internazionale della Donna&#8221; (domenica 8 marzo), con il suo carico di formalismi e di mimose, quattro docenti dell&#8217;Ateneo sono stati invitati a setacciare la storia della letteratura in cerca di tracce tangibili di questa vena pregiudiziosa che attraverso i secoli (ed ancora oggi, sebbene in forma più velata) ha accompagnato e alimentato la discriminazione femminile.</p>
<p style="text-align: justify">La scelta di affrontare tale argomento, così delicato e sempre attuale, da una prospettiva puramente letteraria è stata presa dai rappresentanti degli studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia, per evitare derive sociologiche indigeste e discorsi convenzionalmente vittimistici, giocando invece con la rigogliosa tradizione poetica e narrativa che il mondo occidentale ha alle sue spalle. A cercar bene, essa porta visibilmente i segni di quest&#8217;astio ingiustificato e sessista verso le esponenti del &#8220;gentil sesso&#8221;: martoriate di insulti e marginalizzate, oppresse e subordinate dagli uomini per tempi immemorabili. Scambiate come merce, a prescindere dalla loro volontà, nei contratti matrimoniali e vilipese per la loro presunta natura debole e difettosa, a lungo hanno avuto una delle loro poche occasioni di riscatto (?) proprio come oggetto d&#8217;interesse letterario, nella poesia amorosa e nei romanzi. Ma non è della donna angelicata e idealizzata dello Stil Novo (o a quella del Romanticismo) che si parlerà il 9 marzo. Ci si occuperà invece di tutti quei testi che, tra il tragico e l&#8217;ilare, costituiscono una prova del trattamento ingiusto e della pessima considerazione di cui le donne hanno goduto nelle opere di poeti e scrittori famosi, che in questo senso sono stati un po&#8217; la cartina torna sole della sensibilità e degli umori della loro epoca. Rileggere e discutere insieme testi come la Satira delle Donne del lirico greco Semonide Di Amorgo, gli epigrammi sprezzanti di Marziale, i sonetti dell&#8217;Aretino o alcune novelle di Svevo e Pirandello, non può che acuire la conoscenza e ravvivare la consapevolezza di quanto di male è stato fatto e creduto contro le donne, dai cantori dei poemi omerici fino ai giorni nostri (così rumorosamente e ipocritamente progressisti).</p>
<p style="text-align: justify">Sebbene gli intenti dei promotori di questo seminario siano dichiaratamente femministi, ai quattro relatori (quattro istituzioni per la Facoltà di Lettere e Filosofia dell&#8217;Università Cattolica) sarà lasciata piena libertà di esprimere il proprio pensiero, evidenziando e riportando all&#8217;attenzione del pubblico anche indizi discordanti con quanto abbiamo detto appena adesso sulla condizione femminile e sulla tendenza, nella letteratura, a rappresentare le donne in maniera dispregiativa. Al termine dei quattro interventi ci sarà largo spazio per le domande e le osservazioni del pubblico, con cui si spera che si potrà intrattenere un dialogo costruttivo e fecondo.</p>
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		<title>DA TOLKIEN A JACKSON: LA MAGIA DELL’ANELLO ARRIVA A MILANO</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2015 11:32:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Campailla]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Malleus Maleficarum]]></category>
		<category><![CDATA[fantasy]]></category>
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		<category><![CDATA[il signore degli anelli]]></category>
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		<description><![CDATA[UNA MOSTRA PER UN VIAGGIO INASPETTATO Dall’&#8217;epica conclusione delle avventure di Bilbo Baggins, Thorin Scudodiquercia e la Compagnia di Nani è già trascorso più di un mese. Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate, ultimo capitolo della saga diretta da Peter Jackson ha segnato il termine di un viaggio cominciato nel dicembre del 2001 con Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello. Ma, per gli appassionati del fantasy in generale e di Tolkien in particolare, quel viaggio non potrà mai finire, specialmente adesso che WOW Spazio Fumetto — Museo del Fumetto di Milano ha aperto un vero e proprio portale]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="U" class="cap"><span>U</span></span>NA MOSTRA PER UN VIAGGIO INASPETTATO</p>
<p style="text-align: justify">Dall’&#8217;epica conclusione delle avventure di Bilbo Baggins, Thorin Scudodiquercia e la Compagnia di Nani è già trascorso più di un mese.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><em>Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate</em></strong>, ultimo capitolo della saga diretta da Peter Jackson ha segnato il termine di un viaggio cominciato nel dicembre del 2001 con <em>Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello</em>.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter wp-image-1634" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/mappa-1-300x102.png" alt="mappa 1" width="517" height="176" /></p>
<p style="text-align: justify">Ma, per gli appassionati del fantasy in generale e di Tolkien in particolare, quel viaggio non potrà mai finire, specialmente adesso che <strong><a href="http://www.museowow.it/">WOW Spazio Fumetto — Museo del Fumetto di Milano</a> ha aperto un vero e proprio portale per la Terra di Mezzo</strong>:  “<em><a href="http://magiaanello.blogspot.it/">La Magia dell’Anello, da Tolkien a Jackson</a>”</em>, la mostra che vi trasporterà nel mondo di Arda.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter wp-image-1635" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/immagine-2-212x300.jpg" alt="immagine 2" width="272" height="386" /></p>
<p style="text-align: justify">L’esposizione, inaugurata il 24 gennaio presso la sede di <strong>WOW Spazio Fumetto</strong> (Viale Campania 12), rimarrà aperta al pubblico fino al 22 marzo e seguirà i seguenti orari:</p>
<p style="text-align: justify">- da martedì a venerdì dalle 15.00 alle 19.00.</p>
<p style="text-align: justify">- sabato e domenica dalle 15.00 alle 20.00.</p>
<p style="text-align: justify">Per la modica cifra di 5 euro (3 euro, biglietto ridotto), potrete passeggiare per le valli di Mordor.</p>
<p style="text-align: justify">UN ANELLO PER DOMARLI, UNA MOSTRA PER AMMIRARLI</p>
<p style="text-align: justify"><em>Grazie alla collaborazione dei più importanti collezionisti ed esperti, come la Società Tolkeniana Italiana, DAMA Collection, il Greisinger Museum, l’unico museo al mondo dedicato alla Terra di Mezzo, e Fermo Immagine – Museo del Manifesto Cinematografico i visitatori potranno avventurarsi in un viaggio unico che permetterà di scoprire come dalle parole si sia passati alle immagini: edizioni rare, dipinti, illustrazioni, riproduzioni e tavole originali, fotografie, manifesti cinematografici, locandine, fotobuste, video, statue, action figures, videogames, giochi da tavolo, gadget, libri, fantastici plastici realizzati con migliaia di mattoncini LEGO e, per la prima volta in Italia, le riproduzioni delle tavole originali realizzate da Sua Maestà la Regina Margherita II di Danimarca nel 1977 per illustrare la prima edizione danese de “Il Signore degli Anelli”. E non solo…</em></p>
<p style="text-align: justify">(comunicato stampa &#8211; WOW Spazio Fumetto, ecco la <a href="http://www.museowow.it/wow/wp-content/uploads/2015/01/comunicato-stampa-LA-MAGIA-DELLANELLO.pdf">versione integrale</a>)</p>
<p>Di seguito alcune delle riproduzioni in mostra:</p>
<a href="http://www.torquemada.eu/2015/02/10/da-tolkien-a-jackson-la-magia-dellanello-arriva-a-milano/#gallery-1630-1-slideshow">Clicca per vedere lo slideshow.</a>
<p>&nbsp;</p>
<p>UNO SGUARDO ALLO SPECCHIO DI GALADRIEL</p>
<p><strong><em>La Magia dell’Anello</em> è molto più di una semplice mostra</strong>.</p>
<p>Infatti sono previsti incontri con autori, traduttori, illustratori ed esperti della saga fantasy.</p>
<p>Non mancheranno combattimenti con la spada a cura della <a href="http://www.cdvia.it/">Compagnia dè Viaggiatori in Arme</a>, tornei di game, dimostrazioni di giochi di ruolo ed eventi cosplay.</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-1636" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/immagine-compagnia-300x199.jpg" alt="immagine compagnia" width="385" height="256" /></p>
<p>Di seguito il programma degli eventi:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.museowow.it/wowmuseum/eventi/LA%20MAGIA%20DELL'ANELLO_eventi15">Eventi</a></li>
<li><a href="http://www.museowow.it/wowmuseum/edu/Laboratori-Tolkien_2015">Laboratori</a><img class="aligncenter wp-image-1651 " src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/10922715_1525391734393007_2148568093901477772_n-212x300.jpg" alt="10922715_1525391734393007_2148568093901477772_n" width="284" height="402" /></li>
</ul>
<p><em>La Magia dell’Anello</em> è una mostra da non perdere perché non solo si rivela affascinante nelle scelte e negli accostamenti ma riesce perfettamente a rievocare le atmosfere dell’opera tolkeniana offrendo al visitatore una sensazione che oscilla tra la serenità della Contea e l’angoscia delle terre di Mordor.</p>
<p>Particolarmente soddisfatto dalla mostra non posso che consigliarla ad appassionati e non.</p>
<p>Concludo con un saluto speciale a <a href="http://ardaquenta.altervista.org/">Roberto Fontana</a>, grande artista (al suo banchetto calligrafico avrete la possibilità di far scrivere il vostro nome in elfico) ed ai membri della<em> Compagnia dè Viaggiatori in Arme</em>, che vi travolgeranno con la loro passione.</p>
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		<title>E&#8217; morto Nonno Remo, uomo di pace e di giustizia</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2015 20:56:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Patrick Martinotta]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Losi]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Nonno Remo]]></category>
		<category><![CDATA[Pace]]></category>
		<category><![CDATA[Patrick Martinotta]]></category>
		<category><![CDATA[Vigevano]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa mattina siamo stati ai funerali di un uomo che non dimenticheremo. Per anni lo abbiamo ascoltato quando dalla sua Vigevano si spingeva fino davanti alle Università di Milano, con una vecchia automobile, per predicare un messaggio di pace e di giustizia. In seguito siamo stati a trovarlo a casa sua: ci ha mostrato le foto di una vita piena di gioia e un garage pieno di sculture meravigliose. A lungo abbiamo ricevuto con piacere le sue telefonate torrenziali, quando con una voce carica di entusiasmo, nonostante i novanta tre anni, ci raccontava la sua indignazione per le storture del]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="Q" class="cap"><span>Q</span></span>uesta mattina siamo stati ai funerali di un uomo che non dimenticheremo. Per anni lo abbiamo ascoltato quando dalla sua Vigevano si spingeva fino davanti alle Università di Milano, con una vecchia automobile, per predicare un messaggio di pace e di giustizia. In seguito siamo stati a trovarlo <a href="https://www.youtube.com/results?search_query=nonno+remo+cicofelipe" target="_blank">a casa sua</a>: ci ha mostrato le foto di una vita piena di gioia e un garage pieno di sculture meravigliose. A lungo abbiamo ricevuto con piacere le sue telefonate torrenziali, quando con una voce carica di entusiasmo, nonostante i novanta tre anni, ci raccontava la sua indignazione per le storture del presente e le sue speranze per un futuro più felice. È scomparso due giorni fa, <strong><a href="https://www.facebook.com/NonnoRemoBertolli?ref=ts&amp;fref=ts" target="_blank">“Nonno” Remo Bertolli</a>, </strong>il<strong> 26 gennaio 2015. </strong>Questa mattina, nella chiesa dell&#8217;Immacolata, a Vigevano, rivolgendosi al feretro il sacerdote ha detto che gli si addicevano bene le beatitudini del Vangelo: era un uomo mite, puro di cuore, soprattutto era un operatore di pace. Tutto vero, però di certo non era &#8220;povero di spirito&#8221;, il nostro Nonno Remo: era<strong> ricco di creatività e di passione, artista e artigiano capace, amico dei semplici, innamorato della campagna, pacifista, ecologista e socialista. </strong>Il suo attivismo instancabile e senza paura fa di lui un modello per chiunque non abbia perso la speranza di costruire un mondo migliore.</p>
<p style="text-align: justify">A molti milanesi sarà capitato, nel corso degli anni, camminando per le vie del centro, di sentire il richiamo di una voce potente che cercava di sviare la loro attenzione dallo shopping, dal lavoro o dagli esami, dalle preoccupazioni quotidiane. Era impossibile non rimanere a bocca aperta davanti a una <strong>vecchia Simca bianca con un’enorme colomba </strong>in polistirolo sul tettuccio, interamente ricoperta di scritte inneggianti alla pace, come la tunica bianco-azzurra del suo proprietario, un uomo con capelli lunghi, barba fluente e un’incredibile energia nei gesti e nello sguardo. <strong>Remo Bertolli</strong> aveva una lunga storia da raccontare e molti soprannomi a testimoniarlo.</p>
<p style="text-align: justify">Nato a Olevano di Lomellina il 23 gennaio del 1922, Bertolli è stato un <strong>pacifista e scultore vigevanese</strong> che <strong>per oltre quarant’anni</strong> ha affrontato quotidianamente, con la sua energia e la sua arte, i temi più delicati della nostra attualità: la <strong>fame nel mondo</strong>, le guerre, la corruzione, il consumismo e il <strong>rapporto con la natura</strong>, con particolare attenzione per i poveri e i bambini. A partire dal 1973 ha portato il suo messaggio di pace in giro per l’Italia, facendo la spola fra <strong>Vigevano </strong>e<strong> Milano</strong> ma giungendo fino a <strong>Torino</strong>, <strong>Genova</strong>, <strong>Roma</strong> e <strong>Venezia</strong> con la sua macchina addobbata di manifesti e cartelloni, cinta da spighe di grano e dalla leggendaria <strong>colomba della pace</strong>. Vari articoli, su diversi quotidiani e riviste, ne hanno sottolineato il metodo originale di trasmettere il suo messaggio e ne hanno celebrato il compimento prima degli ottanta poi dei novant’anni. A chi gli consigliava di fermarsi, considerata l’età e gli acciacchi, rispondeva: “invece di finire la mia vita seduto su una panchina nel parco, preferisco portare in giro questo mio povero messaggio nella speranza che qualcuno lo ascolti”. I suoi soprannomi preferiti erano <strong>Nonno Remo</strong> e “<strong>Cincinnus</strong>”, per richiamare da una parte il suo amore verso i bambini, dall’altra i ricci biondi dei suoi capelli e le spighe di grano che accompagnavano simbolicamente le sue gesta. “Meglio morire con questi soprannomi che con l’anima vuota come una zucca”.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/studio-nonno-remo.jpg"><img class="wp-image-1457 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/studio-nonno-remo-225x300.jpg" alt="studio nonno remo" width="261" height="348" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Fra le sculture amava ricordare l’<strong>Anfora della Pace</strong> – un “vaso di Pandora all’incontrario” scolpito nella speranza che il male del mondo venga imprigionato al suo interno – e la <strong>Città Felice</strong>, enorme plastico di una comunità residenziale ideale, a misura d’uomo e in conciliazione con la natura. Il suo messaggio di pace, semplice e diretto, conferisce una perfetta unità poetica alla sua opera e alle sue iniziative pacifiste, che hanno il sapore di autentiche <strong>performance artistiche</strong>. I suoi <strong>“tuffi a volo d’angelo”</strong>, dedicati ai bambini che muoiono di fame, erano compiuti gettandosi da tre metri nelle acque gelide di un fiume invernale, per provocare un brivido negli occhi degli spettatori – quello stesso brivido che l’intera umanità dovrebbe provare di fronte alla sofferenza dei più poveri.</p>
<p style="text-align: justify">Ma l&#8217;impresa più leggendaria, che negli anni Ottanta gli ha fatto guadagnare il nome di <strong>“Cristo del Ticino”</strong>, è stata la <strong>“zattera della pace”</strong>, un’imbarcazione a forma di colomba, da lui più volte ricostruita con materiali diversi (dal polistirolo alle tremila canne palustri), con cui ha solcato più volte il Ticino e il Po, <strong>partendo da Fusina e approdando a Venezia</strong>. “La mia apparizione sui fiumi è come quella di un gabbiano che vola” – diceva Remo. &#8220;Al mio passaggio la gente sorride e mi saluta, i bambini vanno a chiamare la mamma, i cani abbaiano, le auto rallentano, e io sono felice perché il mio viaggio non è stato inutile”. Oggi, dopo la sua scomparsa, il suo <strong>messaggio</strong> continua a rompere i confini del tempo e dello spazio. Il suo ultimo desiderio sarebbe stato quello di “arrivare con la mia zattera in tutti i Paesi ed essere ricevuto da tutti i governanti della Terra, poi abbandonarmi alle correnti del mare e arrivare al di là del mondo”.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/nonno-remo-4.jpg"><img class=" wp-image-1460 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/nonno-remo-4-300x169.jpg" alt="nonno remo 4" width="410" height="231" /></a></p>
<p style="text-align: right">Patrick Martinotta, Giorgio Losi</p>
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