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	<title>Torquemada &#187; Libertà</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Expo&#8217; 15: &#8220;siam pronti alla sopravvivenza&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2015 00:12:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Italia il primo maggio 2015 non lo scorderemo facilmente. È stato diverso da ogni altro primo maggio. È stato il primo maggio dell&#8217;EXPO e dei NO-EXPO, della profanazione del Canto degli Italiani e della violenza dei contestatori di professione. Un primo maggio che è stato tutto fuorché la festa del lavoro. In sintesi, a uno sguardo attento, questo primo maggio si candida a divenire la data simbolo della deriva nichilistica di un&#8217;intera nazione ormai farsescamente allo sbando. Partiamo dall&#8217;inno. Forse a livello giuridico, anche volendolo, sarebbe impossibile punire i responsabili della storpiatura di uno dei versi più significativi del]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="justify"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>n Italia il primo maggio 2015 non lo scorderemo facilmente. È stato diverso da ogni altro primo maggio.<strong> È stato il primo maggio dell&#8217;EXPO e dei NO-EXPO, della profanazione del Canto degli Italiani e della violenza dei contestatori di professione. Un primo maggio che è stato tutto fuorché la festa del lavoro. In sintesi, a uno sguardo attento, questo primo maggio si candida a divenire la data simbolo della deriva nichilistica di un&#8217;intera nazione ormai farsescamente allo sbando</strong>.</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Partiamo dall&#8217;inno. Forse a livello giuridico, anche volendolo, sarebbe impossibile punire i responsabili della storpiatura di <strong>uno dei versi più significativi del testo di Mameli (il </strong></span></span><strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«Siam pronti alla morte» cambiato in «Siam pronti alla vita»</span></span></strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>), ma sotto un profilo politico, culturale e morale questa “renzata” merita di essere definita una vergogna che, più in profondità, rivela la somma tristezza di quest&#8217;epoca edonista ed individualista</strong>. Infatti cosa c&#8217;è di più ignobile dell&#8217;omettere, nel corso della cerimonia inaugurale di un evento che dovrebbe rilanciare la nostra nazione, <strong>una parola che, nella sua tragicità, testimonia il massimo grado dell&#8217;amore per la propria patria</strong>? È vero, in quest&#8217;epoca la parola morte fa paura (eccezion fatta, per le sensibilità liberal, quando provocata dall&#8217;eutanasia o dall&#8217;aborto). <strong>La morte evoca sofferenza e sacrificio, cose che fanno tremare i polsi specie a chi è cresciuto con l&#8217;illusione, tutta occidentale e tutta contemporanea, della “ricerca della felicità” come unico scopo della vita</strong>. Non è facile spiegare, come ebbe scandalosamente a fare Aleksandr Sol</span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">ženičyn</span></span> <span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">dalla cattedra di Harvard nel 1978, con la sua barba da saggio russo d&#8217;altri tempi, che </span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«</span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">s</span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">e l&#8217;uomo fosse nato, come sostiene l&#8217;umanesimo, solo per la felicità, non sarebbe nato anche per la morte. <strong>Ma poiché è corporalmente votato alla morte, il suo compito su questa terra non può essere che ancor più spirituale: non l&#8217;ingozzarsi di quotidianità, non la ricerca dei sistemi migliori di acquisizione, e poi di spensierata dilapidazione, dei beni materiali, ma il compimento di un duro e permanente dovere, così che l&#8217;intero cammino della nostra vita diventi l&#8217;esperienza di un&#8217;ascesa soprattutto morale: che ci trovi, al termine del cammino, creature più elevate di quanto non fossimo nell&#8217;intraprenderlo</strong></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">».</span></span></span></p>
<p><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='680' height='413' src='http://www.youtube.com/embed/YRYUZ1bw2d8?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0' allowfullscreen='true'></iframe></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Rimuovere dall&#8217;inno italiano la parola morte, sublimazione massima del sacrificio per un ideale più grande della vita stessa,<strong> non è solo cattivo gusto, ma espressione del rivoltante nonsenso nichilistico dell&#8217;epoca odierna, avvolta da una cappa di materialismo che tutto fagocita e tutto rovina: dalle sovranità degli Stati alle relazioni tra i sessi</strong>. Somma ignoranza poi se si pensa che <strong>l&#8217;Italia pone le sue fondamenta di lingua e cultura proprio sulla riflessione su morte e aldilà della “</strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Divina Commedia</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">”</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> dantesca, nonché la propria mitologia patriottica sui foscoliani “</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Sepolcri</i></span></span></span></strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>”</strong>.</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> Somma offesa alla nostra identità se si pensa che dalla canzone</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i> “All&#8217;Italia”</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> di Leopardi all&#8217;estetismo guerresco di D&#8217;Annunzio, la mistica della patria italiana risulta inscindibile dal richiamo al sacrificio supremo che, come un filo rosso di sangue, unisce i momenti focali della nostra storia nazionale. Ma del resto, ad essere cinici, rinunciare al grido «siam pronti alla morte» è anche l&#8217;ammissione di una grande verità: <strong>oggi, in Italia e in gran parte dell&#8217;Occidente, chi sarebbe disposto a morire per un ideale come la patria o la fede? Probabilmente in pochissimi. E questo è ciò che rende miserabile la nostra epoca più di ogni altra cosa. E quello che ci rende più deboli e vulnerabili nei confronti di chi invece possiede, seppur spesso in maniera scomposta e storpiata, un&#8217;identità forte e radicata</strong>. Spiritualmente desertificato dal capitalismo post-borghese, l&#8217;Occidente crede ormai solo nelle mai soddisfatte voglie dell&#8217;io, spinte al più grottesco parossismo. Tuttavia anche il «siam pronti ealla vita» suscita perplessità: <strong>a quale vita dovrebbero essere pronti, per esempio, i giovani italiani, immersi in un eterno provvisorio, privi di lavoro o schiacciati dalla precarietà, impossibilitati o quasi a costruire una famiglia e progetti stabili</strong>? «Siam pronti alla sopravvivenza» sarebbe stato sicuramente più corretto.</span></span></span></p>
<p class="western" style="text-align: center" align="justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/no-expo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2563" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/no-expo-300x191.jpg" alt="no expo" width="300" height="191" /></a></p>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Nelle sue “</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Lezioni spirituali per giovani samurai</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">” Yukio Mishima scriveva: </span></span></span></p>
<blockquote>
<p class="western" align="justify"><em><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«<strong>noi viviamo in un&#8217;epoca di esistenze assolutamente fiacche ed ambigue. Raramente incontriamo la morte, </strong>la medicina ha compiuto enormi progressi ed i giovani non temono più né la tisi, che decimava gli organismi più deboli, né l&#8217;arruolamento, che intimoriva i ventenni delle epoche trascorse<strong>. In mancanza di pericoli mortali, l&#8217;unico modo in cui i giovani riescono ad assaporare la sensazione di essere vivi è la ricerca forsennata del sesso, oppure la partecipazione a movimenti politici, motivata semplicemente dal desiderio di esercitare la violenza</strong>».</span></span></span></em></p>
</blockquote>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> Non occorre generalizzare, ma mai parole furono più adatte <strong>a spiegare la furia vandalica dei </strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>black bloc </i></span></span></span></strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>che hanno messo a ferro e fuoco Milano. Per loro, deteriori sottoprodotti del sessantottismo militante, la politica è solo una scusante per sfogare un desiderio di violenza frutto di mancanza di senso, noia e frustrazione. Cosa aspettarsi del resto da chi contesta la globalizzazione e l&#8217;americanismo su basi anarcoidi, libertarie o post-trotzkiste tutt&#8217;altro che alternative all&#8217;ideologia dominante</strong>? Un&#8217;ideologia che, per dirla con Costanzo Preve, <strong>fa da supporto </strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">al nuovo </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">ipercapitalismo liberalizzato post-borghese e </span></span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">post-proletario, all&#8217;insegna della grottesca teologia sociologica del “vietato vietare”</span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">», avente nella cosiddetta “controcultura” americana e nel &#8217;68 europeo i propri miti fondativi</span></span></span></strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">. C&#8217;è quindi un filo rosso (non di sangue!) che lega, inconsapevolmente o meno, il renzismo obamiano e i devastatori delle strade milanesi. Entrambi impensabili senza l&#8217;americanismo, entrambi nemici dell&#8217;Italia. <strong>Quell&#8217;Italia per cui non si è più pronti alla morte</strong>.</span></span></p>
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		<title>Miseria e infamia dell&#8217;antifascismo militante</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2015 15:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’incendio, a Milano, di una sede di Forza Nuova e della storica libreria Ritter rappresenta la degna celebrazione di settant’anni di quella branca del crimine organizzato, che si autodefinisce “antifascismo militante”. Se la mafia era stata definita da Peppino Impastato “una montagna di merda”, tale epiteto risulta però fin troppo lusinghiero per gli antifa, dal momento che lo sterco è notoriamente un ottimo fertilizzante, mentre il loro odio è del tutto sterile. Specifichiamo: sarebbe ingiusto attribuire quest’etichetta infamante a coloro che coraggiosamente si opposero per davvero al regime fascista, pagandone il prezzo in prima persona; ad esempio, quei 12 accademici]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>’incendio, a Milano, di una sede di Forza Nuova e della storica<strong> libreria Ritter</strong> rappresenta la degna celebrazione di settant’anni di quella branca del crimine organizzato, che si autodefinisce “antifascismo militante”. Se la mafia era stata definita da Peppino Impastato “una montagna di merda”, tale epiteto risulta però fin troppo lusinghiero per gli antifa, dal momento che lo sterco è notoriamente un ottimo fertilizzante, mentre il loro odio è del tutto sterile.</p>
<p style="text-align: justify">Specifichiamo:<strong> sarebbe ingiusto attribuire quest’etichetta infamante a coloro che coraggiosamente si opposero per davvero al regime fascista, pagandone il prezzo in prima persona</strong>; ad esempio, quei 12 accademici su 1200 che rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà; o quei pochi che vi si opposero fin dall’inizio, come Matteotti, Gramsci, i fratelli Rosselli, ecc.<strong> Già è discutibile la posizione di quei tanti, invece, che lo accettarono fintanto che esso ebbe il mandato del Re, e diventarono antifascisti solo dopo l’8 settembre</strong>, in occasione dell’occupazione tedesca. Sia come sia, essi combatterono il fascismo, fintanto che esso viveva.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Criminali sono invece coloro che da settant’anni si ostinano, al di fuori di ogni legalità, ad inveire contro un nemico già vinto e destituito</strong>. Costoro si fanno scudo della Costituzione, ma mostrano di non conoscerla affatto. <strong>In nessun luogo della carta costituzionale compare, infatti, la parola “antifascismo”</strong>; solo nelle disposizioni finali e transitorie, si escludono temporaneamente gli ex-fascisti dalle cariche pubbliche e si proibisce la ricostituzione del disciolto partito fascista. Poi, è vero, dato che il fascismo pareva non aver lasciato un ricordo così cattivo in tutti gli italiani e continuava ad avere un seguito politico rilevante, s’introdussero ulteriori leggi a limitazione della libertà di espressione, come la Scelba e la Mancino.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, le leggi della Repubblica Italiana sanciscono anche che la legalità è tutelata dalla magistratura e dalle Forze dell’Ordine, non da bande d’incendiari, picchiatori e assassini, che sporcano la bandiera rossa di cui si ammantano. Se un movimento o un partito neofascista, comunque si chiami, è legalmente registrato e si presenta regolarmente alle elezioni, non c’è nulla che abbiano diritto di fare per impedirne l’attività, salvo il ricorso a vie legali. Non parliamo poi di semplici associazioni culturali o esercizi commerciali. Tuttavia, per questa feccia il crimine e l’ingiustizia paiono essere una seconda natura.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Qui nessuno vuole negare i crimini e gli errori commessi dai regimi fascisti, al pari però di ogni altra forma di governo o ideologia, ma questi non autorizzano né legalmente né tanto meno moralmente a commettere altri crimini in risposta. Eppure, la storia dell’antifascismo militante è costellata d’infamie e orrori di ogni genere, fin dai suoi inizi, e non di rado commessi anche contro l’opinione o le persone degli altri antifascisti!</strong> Ad esempio, in Venezia Giulia i partigiani comunisti uscirono dal CLN, e assassinarono quei patrioti italiani antifascisti sì, ma che non volevano barattare l’occupazione tedesca con quella jugoslava, non meno feroce. Non è certo un caso che monarchici, cattolici, azionisti, repubblicani, ecc. uscirono quasi subito dall’<strong>ANPI</strong>, per fondare le proprie associazioni di reduci, non condividendone la faziosità.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ora, sarebbe troppo banale scadere nell’anticomunismo, il quale ha oggi senso tanto quanto l’antifascismo, ossia nessuno. Anche perché questi delinquenti con la dottrina di Marx e Lenin non hanno nulla a che fare</strong>. Esattamente come lo sono in Italia, anche in qualsiasi regime socialista reale, sarebbero elementi antisociali e anarcoidi, con la differenza importante che nei suddetti regimi, bontà loro, le loro canagliate frutterebbero qualche annetto di lavori socialmente utili, d’indubbio impatto educativo. Negli stessi Paesi, tra l’altro, gli ex-fascisti che rispettavano le leggi dello Stato erano pienamente integrati nel sistema socialista – esemplare è il caso della<strong> NDPD</strong> nella Repubblica Democratica Tedesca. <strong>D’altronde, la rivendicazione ideologica principale dei cessi sociali è un reddito gratuito per chiunque, cittadino o meno, totalmente svincolato dal lavoro. È difficile immaginare una proposta più smaccatamente individualista e antisocialista</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, mentre nelle nostre città continuano a comparire filiali bancarie, supermercati stranieri che fagocitano il piccolo commercio, compro-oro e sale giochi dove si ricicla denaro sporco, costoro non alzano neanche la voce per denunciare questo scempio. È però sufficiente che un’associazione neofascista o semplicemente di destra, annunci un evento culturale, come una conferenza, ed ecco che costoro ululano come gli sciacalli che sono, perché le autorità – quelle che disprezzano ogni giorno – proibiscano l’evento ed essi stessi si mobilitano, cercando l’aggressione e lo scontro, ma sempre rigorosamente in netta superiorità numerica. Le rare volte che i tutori dell’ordine si ricordano di accarezzare loro doverosamente la schiena, subito si lamentano a gran voce, scandalizzati che dopo aver predicato lotta e violenza contro il sistema, qualcuno li prenda un attimo sul serio.</p>
<p style="text-align: justify">Non hanno tutti i torti, del resto, dato che<strong> le loro “lotte” sono del tutto congenite al sistema liberalcapitalista che a parole osteggiano</strong>. Esattamente come i trogloditi che, dall’altro lato, scaricano le loro frustrazioni sul bracciante africano o sull’ambulante arabo, invece di colpire i veri responsabili dell’immigrazione di massa, anche questi subumani inveiscono contro il “fascista”, con gli applausi di tutti i poteri forti. Del resto, chi paga i musicanti decide la musica; e chi sovvenziona costoro pagando le bollette dei centri sociali occupati e stipendiando le attività culturali, se non le giunte di centrosinistra targate SEL o PD, partiti che con il peggior imperialismo e liberal-capitalismo ci hanno sempre marciato d’amore e d’accordo, ben più degli stessi neofascisti! Peraltro, un’analisi di classe non mancherebbe di identificare il retroterra alto e medioborghese, di questi emuli in sedicesima del bombarolo miliardario Giangiacomo Feltrinelli.</p>
<p style="text-align: justify">E così, “fascista” è il cattolico che timidamente osa difendere la famiglia naturale, “fascista” è il proletario che si oppone alla costruzione di un centro d’accoglienza in una zona già disagiata, “fascista” è l’antimperialista che manifesta solidarietà per la Siria o la Nuova Russia. <strong>Del resto, con la presenza fascista ridotta ai minimi termini, bisogna inventarne di nuovi</strong>. Questo è esattamente quello che il filosofo comunista Costanzo Preve condannava, definendolo “antifascismo in assenza di fascismo”. Del resto, il teorico marxista Amadeo Bordiga, già nel ’45, sosteneva chiaramente che l’antifascismo non era diventato che un pretesto per legare i comunisti ai partiti borghesi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: al Job Act di Renzi, si risponde aggredendo gli sparuti fautori del corporativismo, ovvero si preferisce lottare contro chi sostiene velleitariamente un’economia sociale di mercato, ignorando chi implementa realmente il neoliberismo.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, la psicopatologia dell’antifascismo militante non si esaurisce semplicemente nella criminosità, nella stupidità e nel servilismo<strong>. Se, infatti, dovessimo trovare una cifra alle loro azioni, questa sarebbe l’odio, cieco e bestiale</strong>. Così, durante la resistenza all’occupazione tedesca, loro mito fondante, operarono scientificamente per provocare le rappresaglie dell’occupante contro la popolazione inerme, che pagò per le loro colpe, in modo da suscitare e diffondere odio, sulla pelle degli altri. Non a caso, in quel frangente, assassinarono tutti quegli esponenti fascisti, i quali si ostinavano a cercare, in quei difficili momenti, la conciliazione tra Italiani, senza risparmiare un invalido di guerra come Carlo Borsani né un grande filosofo come Giovanni Gentile.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, <strong>la loro azione si concentrò non tanto contro lo straniero, ma soprattutto contro gli altri italiani</strong>. Nonostante le loro pretese, la storia mostra che le forze tedesche in Italia furono sconfitte dagli Alleati e che cedettero solo alla fine, quando ormai la Germania era già invasa. Ben altra fu la consistenza di movimenti di resistenza autentici, come in Polonia, Jugoslavia, Francia. Qui invece<strong> le file partigiane lievitarono solo a guerra finita, quando non restava altro che saltare sul carro del vincitore e massacrare nei modi più orribili i fascisti (o presunti tali)</strong>. Senza stare a fare i ragionieri della morte (come di moda), queste atrocità travalicano ampiamente i misfatti compiuti in Italia dal fascismo, tra il 1922 e il 1943. <strong>Paradossalmente, in Libia ed Etiopia, dove il colonialismo fascista ebbe colpe ben più gravi, i governanti indigeni, come Haile Selassie, tutelarono le vite e le proprietà dei coloni italiani, chiedendo invece la consegna dei veri colpevoli</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nondimeno, alla civiltà africana, corrispose la barbarie europea: ossia il peculiare senso di giustizia antifascista</strong>. Mentre migliaia di coscritti, camicie nere, ausiliarie, podestà ed altri piccoli gerarchi erano barbaramente trucidati, i veri criminali di guerra fascisti, come Roatta e Graziani, se la cavarono con pene perlopiù simboliche, senza mai vedere un tribunale straniero. Persino gli ufficiali tedeschi responsabili delle rappresaglie e delle stragi non furono inquisiti che decenni dopo i fatti. Nel dopoguerra, mentre ragazze innocenti erano stuprate e assassinate, il capo dell’OVRA diventava prefetto. Questa è la giustizia antifascista che queste iene hanno lo stomaco di esaltare, minacciando chiunque osi rinfacciare i loro crimini, a settant’anni di distanza.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Orbene, ammettiamo anche che queste gesta fossero dovute all’eccitazione violenta della guerra civile. Perché, allora, lo stesso odio bestiale si è ripresentato più volte nel corso della Prima Repubblica?</strong> Dal linciaggio di Vittorio Ferri, al rogo di Primavalle, all’assassinio di Sergio Ramelli, fino alla mattanza di Acca Larenzia, questo è stato l’antifascismo militante: massacrare dei ragazzi, quasi sempre di estrazione popolare, mentre gli Almirante e i Rauti, che in teoria avrebbero dovuto essere i veri bersagli di un presunto antifascismo, sono morti serenamente nei loro letti.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Particolarmente odioso è poi il fatto che questa feccia abbia ora distrutto una libreria, ma ciò non fa altro che confermarne la bestialità. Non vi è in essi la minima volontà o capacità non dico di comprendere l’avversario, ma neanche di combattere le sue idee con le proprie.</strong> E quando si parla di cultura fascista, si parla non già di dozzinali libelli di propaganda, ma di colossi come Heidegger, Schmitt, Gentile, Pound, etc. <strong>L’antifascismo militante sprofonda ad uno stadio di barbarie e nichilismo intellettuale, che nulla ha da invidiare a gruppi fondamentalisti come lo Stato Islamico dell&#8217;Iraq e del Levante</strong>. Quelli distruggono le antiche rovine assire, questi imbrattano i monumenti ai caduti. <strong>Ieri accanirsi sui vinti e sui deboli, oggi bruciare una libreria: è quasi ironico osservare come non si facciano alcuno scrupolo di commettere in prima persona le barbarie imputate (talvolta a ragione) al fascismo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Quest’osservazione presume però che questi subumani abbiano una morale equanime, secondo cui ogni atto possa essere giudicato in sé. Non è così, <strong>per costoro il fine giustifica i mezzi, e la stessa azione può essere positiva o negativa a seconda di chi la commette</strong>. È un manicheismo politico che serpeggia ampiamente in tutta la storia politica moderna, a partire dalla Rivoluzione Francese, nel corso della quale i paladini della libertà e dei diritti invocavano lo sterminio dei contadini che si opponevano al nuovo sistema politico. Le sue radici tuttavia affondano già nella peculiare “tolleranza” liberale di Locke, esplicitamente negata a cattolici e atei. L’uso di due pesi e due misure e la disumanizzazione dell’avversario politico diventano quindi mezzo di lotta e prassi di vita, fino ad arrivare ad oggi e vedere gli antifa pretendere di negare le libertà, costituzionalmente garantite, a chiunque non vada loro a genio: si tratti di forzanovisti, leghisti, sentinelle in piedi, ecc. ecc.<br />
Non si tratta qui di negare il conflitto sociale, che è una realtà di fatto, bensì di chiarire che la lotta va condotta senza odio per l’avversario, senza negarne l’umanità. Vittorio Arrigoni, di cui gli antifa si vanno riempiendo la bocca, e che a differenza loro ha dato generosamente la vita per la causa palestinese, diceva “Restiamo umani”. Gli antifascisti militanti, invece, insistono per comportarsi come cani rabbiosi, ed è inevitabile che prima o poi vengano trattati come tali, e allontanati a calci dalla comunità.</p>
<p style="text-align: justify">Purtroppo, c’è poca speranza che i colpevoli di questi crimini siano puniti, vista la connivenza e le coperture di cui godono a livello istituzionale, e financo nelle più alte cariche dello Stato, come la Presidenza della Camera, si avalla questa mentalità patologica che smentisce alla radice ogni discorso sulla tolleranza. Impuniti erano in passato e impuniti rimangono ora. Almeno questo conferma senza ombra di dubbio, che costoro altro non sono che i figli bastardi del sistema liberal-capitalista che sostengono di combattere e che proprio costoro (e non certo i neofascisti vessati e perseguitati da ogni Stato “democratico”) costituiscono la guardia “bianca” del Capitale. Non lo dimenticheremo.</p>
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		<title>Sons of Liberty &#8211; Ribelli per la libertà</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2015 15:06:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Bresolin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[È arrivata su History Channel la miniserie-evento che ripercorre la lotta per la libertà di un gruppo di giovani uomini che hanno cambiato il corso della storia. Sam Adams e suo cugino John, Paul Revere, John Hancock e Joseph Warren: gli eroi che hanno reso l’America una nazione. Gli episodi sono andati in onda negli Stati Uniti a gennaio di quest&#8217;anno, mentre in Italia la è andato in onda il 3, il 10 e 17 marzo. La serie è stata girata in Romania, mentre il tema musicale è stato composto da Hans Zimmer. La miniserie è ambientata a Boston, nel Massachusetts, e ripercorre le fasi]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify">È arrivata su <strong><span title="H" class="cap"><span>H</span></span>istory Channel</strong> la miniserie-evento che ripercorre la lotta per la libertà di un gruppo di giovani uomini che hanno cambiato il corso della storia. <strong>Sam Adams</strong> e suo cugino <strong>John</strong>, <strong>Paul Revere</strong>, <strong>John Hancock</strong> e <strong>Joseph Warren</strong>: gli eroi che hanno reso l’America una nazione.</p>
<p style="text-align: justify">Gli episodi sono andati in onda negli Stati Uniti a gennaio di quest&#8217;anno, mentre in Italia la è andato in onda il 3, il 10 e 17 marzo. La serie è stata girata in Romania, mentre il tema musicale è stato composto da <strong>Hans Zimmer</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">La miniserie è ambientata a Boston, nel Massachusetts, e ripercorre le fasi iniziali della Guerra di indipendenza americana, con i primi moti rivoluzionari ed i negoziati del Secondo congresso continentale, che porteranno alla<strong> Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d&#8217;America </strong>nel<strong> 1776.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Sons of Liberty</strong> prende il nome da una omonima <strong>società segreta</strong>, esistita attorno al 1770. Il principale obiettivo di questa società era quello di fomentare la rivoluzione contro la madrepatria a causa dell&#8217;imposizione di numerosi dazi sulle colonie d&#8217;oltremare; tra tutti, i dazi sullo zucchero (<strong>Sugar Act</strong>), la tassa sui fogli stampati (<strong>Stamp Act</strong>), e quella sul Tè (<strong>Tea Act</strong>). I Sons of Liberty si resero protagonisti di numerosi atti vandalici contro gli abusi del governo britannico. Il più celebre rimane infatti quello del <strong>Boston Tea Party</strong>, la scintilla della Rivoluzione americana: Sam Adams, insieme a un gruppo di patrioti americani, travestiti da pellerossa, assalgono una nave britannica ancorata nel porto di Boston e gettano a mare il suo prezioso carico di tè.</p>
<p style="text-align: justify">Una miniserie certo importante che ci aiuta a comprendere il significato della Rivoluzione Americana. <strong>Hannah Arendt</strong> ha spesso sottolineato come nelle rivoluzioni sia la <strong>liberazione</strong> il momento più esaltante, attraverso un atto simbolico con cui il popolo rompe i propri legami con l&#8217;oppressione (il Boston Tea Party certamente), ma, ci ricorda, il fine ultimo delle rivoluzioni è l&#8217;instaurazione della<strong> libertà</strong>. E la libertà può essere instaurata solo attraverso la costituzione di ordine politico capace di rendere liberi. La rivoluzione americana è certamente riuscita in questo e, infatti, la sua<strong> Costituzione</strong> ne<strong> </strong>rappresenta il punto più alto: naturale conclusione della rivoluzione eppure, a sua volta, inizio di un nuovo Stato, gli Stati Uniti d&#8217;America, e inizio del costituzionalismo moderno.</p>
<p style="text-align: justify">Eppure, sempre secondo la <strong>Arendt</strong>, questa rivoluzione così pienamente riuscita, produttrice di una carta fondamentale capace di garantire a tutti i cittadini diritti civili e libertà, non esercitò, purtroppo, una grande influenza sul periodo storico successivo, a differenza di un&#8217;altra grande rivoluzione del &#8216;700: quella <strong>francese</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">P.S. La bandiera dei <i>Sons of Liberty</i> era composta da sette strisce rosse e sei bianche.</p>
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		<title>L&#8217;infamia di Reagan</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2015 17:42:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, Ronald Reagan si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità. Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! D’altronde, questa è gente]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: left"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span> Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, <strong>Ronald Reagan</strong> si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità.</p>
<p style="text-align: justify">Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! <strong>D’altronde, questa è gente che, dopo 124 anni di encicliche sociali in cui i Pontefici spiegano il contrario, ancora si ostina a credere che il liberismo (o, peggio ancora, il neoliberismo!) sia compatibile con la fede cattolica.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Come anticipato, <strong>delle colpe di Reagan ci sarebbe molto da narrare,</strong> come pure dei presunti meriti. Primo fra tutti, quello di aver combattuto l’aborto. In realtà, tante belle parole ma, dati alla mano, ci risulta che il tasso percentuale di aborti negli Stati Uniti non è mai stato così alto come durante il suo mandato. Del resto, se si fa macelleria sociale…</p>
<p style="text-align: justify">Parliamo pur sempre, del resto, di <strong>un attore prestato alla politica che riteneva che la cura per un Paese segnato dalle gravi ingiustizie sociali, frutto del liberismo, fosse applicare maggiore liberismo.</strong> Anche se – a dirla tutta – è quanto meno discutibile togliere i soldi ai contribuenti per commissionare alle grandi industrie belliche un riarmo generale, con tanto di fantasmagorici scudi spaziali di dubbia utilità – a maggior ragione quando si è già la principale potenza mondiale, con un rilevante distacco sulla seconda, quanto a produzione economica, ricerca tecnologica, consenso diplomatico, proiezione aeronavale e posizionamento strategico. Non ho grande dimestichezza con l’opera di <strong>Hayek</strong>, ma dubito fortemente che approvasse un simile e ingiustificato aumento della spesa pubblica.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Che poi questo dispiegamento di forze sia servito davvero a vincere la Guerra Fredda, è tutto da vedere</strong>. Molti studiosi pensano piuttosto che il crollo del blocco sovietico abbia avuto cause endogene (cfr. Strobe Talbott), in particolare con l’affermazione di Gorbaciov (cfr. Robert G. Kaiser), o che addirittura l’atteggiamento di Reagan abbia ritardato questo processo (cfr. Charles W. Kegley). Altri ancora osservano che dal 1984 l’approccio fu invece molto più conciliante (cfr. Beth A. Fischer). In ogni caso, persino i suoi stessi consiglieri (es. Robert McFarlane e Jack Matlock) hanno in seguito ammesso che l’intenzione reale non era portare l’Impero del Male al collasso, ma piuttosto migliorare le relazioni tra le superpotenze, partendo da una posizione di forza. Ma ora non pretendiamo che i liberisti abbiano studiato la storia, e men che meno quella delle relazioni internazionali!</p>
<p style="text-align: justify">Ad ogni modo, <strong>fatto sta che il guitto della Casa Bianca ha lanciato negli anni ’80 una serie di offensive in tutto il mondo per rilanciare l’egemonia statunitense</strong>.<strong> I suoi alleati</strong> in questa <strong>“ultima crociata contro il bolscevismo”</strong>, da parte loro, erano ancora più imbarazzanti di lui. Passi <strong>Saddam</strong> sguinzagliato contro Khomeini, con tanto di gas, mine e oltre un milione di morti; passi pure <strong>il Sudafrica bianco</strong> deciso a mantenere il dominio razziale sui popoli dell’Africa meridionale… ma della creazione di <strong>Al-Qaeda</strong>, <strong>col compagno di merende Osama Bin Laden</strong>, e quindi del <strong>jihadismo islamico</strong> come lo conosciamo oggi, retrospettivamente, avremmo fatto volentieri a meno.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, l’apice di queste eroiche gesta, su cui voglio sollevare l’attenzione, è stato compiuto proprio nel cortile di casa. Parliamo dunque dell’<strong>intervento reaganiano in America Centrale</strong>, riassunto magistralmente da un saggio dello storico J<strong>ohn A. Coatsworth, contenuto nella “Cambridge History of Cold War”</strong> (che non è proprio “Il Manifesto”).</p>
<p style="text-align: justify">Ora, gli interventi statunitensi in America Latina non sono mai stati una novità. <strong>Solo durante la Guerra Fredda, sono stati rovesciati ventiquattro governi, perlopiù democraticamente eletti</strong> – dei quali <strong>quattro per intervento militare diretto</strong>, <strong>tre attraverso la CIA</strong>, e <strong>i restanti golpe sono stati subappaltati alle forze militari locali</strong>, i cui quadri erano spesso e volentieri addestrati dagli stessi USA, per difendere il mondo libero dalle dittature fasciste prima, e comuniste poi (quando si dice l’eterogenesi dei fini…). Come risultato,<strong> nel 1977, solo Costa Rica e Venezuela erano Paesi stabili con governi liberamente eletti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">A questo punto, il democratico Carter, sulla scia di Kennedy, cominciava a chiedersi se non fosse il caso di contrastare il comunismo, promuovendo democrazia e giustizia sociale, ossia alleviando quelle condizioni di estrema oppressione e miseria che spingevano i popoli del Continente nelle braccia del socialismo rivoluzionario. Inutile dire che le élite locali, pur di non perdere i propri privilegi, non erano molto inclini ad usare altri metodi di pacificazione sociale, oltre alla tortura e agli squadroni della morte… ma qualche progresso era stato fatto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il repubblicano Reagan era intervenuto però a gamba tesa fin dalla campagna elettorale, accusando Carter di debolezza e promettendo di usare il pugno di ferro contro la minaccia comunista</strong>. In particolare, nel 1979, i <strong>rivoluzionari sandinisti del Nicaragua</strong> avevano finalmente abbattuto la pluridecennale dittatura della famiglia <strong>Somoza</strong>, e la guerriglia si era estesa nei vicini <strong>El Salvador</strong> e <strong>Guatemala</strong>. Fortunatamente, il prode “crociato della libertà” era pronto a ricacciare i comunisti all’inferno.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2353" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch-300x200.jpg" alt="Reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Peccato che la minaccia comunista in America Latina non esistesse se non nella propaganda reaganiana</strong>. I movimenti rivoluzionari della regione consistevano in <strong>fronti di liberazione nazionale, dove convivevano varie correnti ideologiche</strong>, dai comunisti ai nazionalisti ai cristiano-sociali. <strong>L’URSS</strong> era troppo lontana e impegnata per intervenire e <strong>aveva sempre guardato di cattivo occhio il sostegno cubano ad altri movimenti rivoluzionari</strong> in quella che era tacitamente considerata dal Cremlino come riserva statunitense.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Lo stesso Nicaragua sandinista</strong> non solo ricevette aiuti sovietici e cubani in misura minore rispetto a quelli provenienti da altri Paesi europei e americani, ma soprattutto <strong>non implementò mai una politica comunista d’imposizione di un Partito unico e collettivizzazione dei mezzi di produzione</strong>, e tantomeno abbandonò l’Organizzazione degli Stati Americani. A margine, è anche interessante osservare come questo piccolo Stato vanti tuttora le leggi più restrittive al mondo in materia d’aborto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quello che invece era fin troppo reale era la natura estremamente repressiva delle dittature centroamericane</strong>. In un contesto dove un’oligarchia di latifondisti e <em>compradores</em>, insieme alle grandi multinazionali statunitensi, sfruttava masse rurali in condizioni di sussistenza, dominavano giunte militari, in confronto alle quali persino Pinochet poteva a buon diritto passare per socialdemocratico. <strong>Qui, anche contro la stessa opinione pubblica statunitense</strong> – che fin dai tempi del Vietnam cominciava a porsi problemi riguardo alle manifestazioni più brutali del proprio imperialismo –,<strong> Ronnie Reagan diede il meglio di sé</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Al confine tra Honduras e Nicaragua, la CIA, con l’aiuto d’istruttori militari argentini</strong> (sì, quelli che facevano volare i dissidenti in mare), <strong>organizzò elementi della ex-Guardia Nazionale di Somoza, per formare i famigerati Contras</strong>, finanziati dal Congresso e armati attraverso il narcotraffico e la vendita di armi all’Iran. <strong>Non pago di ciò, il governo statunitense, in totale violazione del diritto internazionale, minò i porti nicaraguegni, infischiandosene poi bellamente del verdetto di risarcimento emesso dalla Corte dell’Aia</strong>. Insomma, il rispetto della legalità valeva solo quando si trattava di tollerare la sentenza Roe vs Wade…</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Dopo una serie di sonore sconfitte sul campo per opera delle forze regolari, i Contras ricorsero al terrorismo contro obiettivi civili, causando oltre 30.000 morti</strong>. Alla fine, incapaci di prevalere direttamente, gli USA accettarono un compromesso con il governo sandinista, che perse di misura le elezioni del 1990. Queste si svolsero in un contesto di esasperazione popolare di fronte alla prepotenza statunitense e videro la vittoria di una coalizione di centrodestra finanziata dagli Stati Uniti e guidata da <strong>Violeta Chamorro</strong>, il cui padre era stato assassinato da Somoza.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2352" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan-300x200.jpg" alt="0128-wires-reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>In Guatemala, la guerriglia contro la dittatura militare era radicata nelle popolazioni indigene maya</strong> che vivevano lì da millenni. <strong>Anche qui Reagan provvide a fornire ampio sostegno economico, in particolare al nuovo governo del Generale Efraín Ríos Montt</strong>, convertito alla fede evangelica, <strong>che nel 1982 era subentrato, via golpe, al Generale García Lucas</strong>. Siccome la semplice repressione politica è troppo poco, <strong>in appena un anno di potere, prima di essere deposto da un nuovo golpe, Ríos Montt distrusse 686 villaggi e uccise 50.000-75.000 indigeni</strong>, conquistandosi un processo per genocidio (attualmente in corso). <strong>In totale, in questo periodo, su una popolazione guatemalteca di 6.500.000 abitanti (nel 1980), si ebbero 200.000 morti </strong>(per il 93% ad opera dello Stato e per l’83% di etnia maya)<strong> e 1 milione di rifugiati</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, è al <strong>Salvador</strong> che spetta la palma nella lotta contro il comunismo ateo e omicida. <strong>Il 24 marzo 1980, l’Arcivescovo conservatore Óscar Arnulfo Romero, Primate di El Salvador, vertice della gerarchia cattolica nel Paese, fu assassinato dai servizi militari mentre celebrava Messa nella Cattedrale, durante la Consacrazione, per aver criticato la repressione del regime</strong>. <strong>Non soddisfatti, la mattina successiva, durante le esequie, esplosero una bomba e spararono dalle finestre del Palazzo Presidenziale, causando 38 morti tra i fedeli</strong>. Inutile dire che neanche Hitler e Stalin si erano mai sognati di fare una cosa del genere, senza neanche attendere la fine della Messa e istituire un processo farsa! Oggi, Romero è Beato in quanto Martire, a controprova che si è trattato di <strong>una vera e propria persecuzione contro la Chiesa Cattolica</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Infatti, più avanti, vista la sgradevole tendenza del clero a schierarsi con i più deboli, minacciarono lo sterminio dei gesuiti presenti nel Paese</strong>. A dicembre, per festeggiare l’elezione di Reagan, i militari rapirono, stuprarono e uccisero quattro religiose statunitensi impegnate nell’assistenza dei poveri. Carter, sdegnato, ritirò l’appoggio economico, ma questo fu subito reintegrato dal “Nostro” il mese seguente. <strong>Grazie a questo decisivo sostegno, l’esercito salvadoregno resistette, l’offensiva dei ribelli fu respinta e il massacro dei civili proseguì indisturbato</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, ben presto il regime si accorse che cominciavano a scarseggiare gli uomini da arruolare, ma presto fu trovata la soluzione: l’arruolamento – anche coatto, ricorrendo a raid nelle scuole – di ragazzi, anche di 14-15 anni</strong>. In piena guerra civile, l’80% delle forze governative e il 30% dei guerriglieri era composto da minorenni. Questo fenomeno è alla base della nascita di violentissime gang giovanili come la <strong>Mara Salvatrucha 13</strong>. In ogni caso, si stima un totale di <strong>75.000 morti (per l’85% causati dal regime), di cui oltre la metà sotto il mandato di Reagan, e 500.000 rifugiati su una popolazione di 4.500.000 (1980)</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">In conclusione, a fare i conti, il motto “Meglio morti che rossi” non è mai stato tanto vero, se consideriamo che su una popolazione totale – per questi tre Stati – di circa 12.500.000 abitanti (nel 1975), i morti ammontano al 2,84% e i rifugiati al 16%. Questi ultimi, tra l’altro, si diressero in maggior parte negli Stati Uniti, dove chiesero di essere accolti come rifugiati politici. <strong>Naturalmente, mentre gli esuli cubani erano accolti a braccia aperte e coccolati dal governo statunitense, i profughi centramericani erano rifiutati e costretti alla clandestinità: solo il 9-11% dei nicaraguegni, il 2,6% dei salvadoregni e l’1,8% dei guatemaltechi ottenne asilo politico – sempre grazie alle cristiane virtù d’accoglienza e ospitalità dell’amico Reagan, beninteso</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, viste le sue preclare virtù di <em>Defensor Fidei</em> sovraelencate, che aspettano i cattoliberisti a chiedere la canonizzazione del loro novello Luigi IX?</p>
<p style="text-align: justify">P.S. Raccontatemi pure di quando Chávez e Castro facevano sparare agli arcivescovi.</p>
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		<title>Meglio insicuri che mal governati. Entra in vigore il d.l. 7/2015, cd. “pacchetto antiterrorismo”</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2015 17:12:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Carlino]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nihil novi sub sole: ci risiamo con la lotta transnazionale al terrorismo che tocca – tanto la lotta quanto il terrorismo – tutti i paesi a rischio per via del loro garibaldino bellicismo nordafricano e mediorientale. Come reagisce la gioventù europea? Forse con una cameratesca levata di scudi, inorridita facendo quadrato contro il nero straniero? Non proprio: i giovani – e già che siamo pochi rispetto alla popolazione complessiva – scappano in numero sempre più consistente, diretti verso quei teatri di guerra che oramai definiscono i confini. Fonti di intelligence parlano di circa 3400 occidentali nello scenario siriano. Sono i]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span style="font-family: Arial, sans-serif"><i><span title="N" class="cap"><span>N</span></span>ihil novi sub sole</i>: ci risiamo con la lotta transnazionale al terrorismo che tocca – tanto la lotta quanto il terrorismo – tutti i paesi a rischio per via del loro garibaldino bellicismo nordafricano e mediorientale. Come reagisce la gioventù europea? Forse con una cameratesca levata di scudi, inorridita facendo quadrato contro il nero straniero? Non proprio: i giovani – e già che siamo pochi rispetto alla popolazione complessiva – scappano in numero sempre più consistente, diretti verso quei teatri di guerra che oramai definiscono i confini. Fonti di <i>intelligence</i> parlano di circa 3400 occidentali nello scenario siriano. Sono i <i>foreign fighters</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-family: Arial, sans-serif">Poco tempo addietro, auspicavo in altra sede la diffusione di una “conoscenza laica” delle categorie basilari, dei principi del diritto penale; strumento così onnipresente nella decisioni pubbliche di ogni giorno. Su questa falsariga, dunque, chiediamoci: come è intervenuto il Governo (<i>giammai</i> il pachidermico Parlamento)? Avete indovinato: con il diritto penale, chiaramente! Poche ciance sulle cause a monte di questa inquietante fuga di giovani che rinnegano il benessere e lo sviluppo (<i>giammai</i> il pachidermico progresso) per cui le leadership dicono di adoprarsi: il dato c’è, il processo è in corso e occorre affrontarlo con fermezza così da, citando l’Alfano della conferenza stampa, <i>“rendere l&#8217;Italia un posto sicuro nel quale vivere sereni”</i>. Intendiamoci: anche dal punto di vista del rischio per l’ordine e l’incolumità pubblici, il fenomeno rileva per il suo valore simbolico, per il <i>rischio</i> che incarna in termini di percezione soggettiva ben più e ben prima che per la sua effettiva attitudine lesiva: d’altro canto, oramai accettata e persino perseguita la demolizione dello stato sociale, il profondo senso di inquieta insicurezza che s’ingenera è accettato come un dato ineluttabile; in nessun modo la politica ardisce di problematizzarlo come <i>“null’altro che il modo in cui socialmente sono costruiti, nella realtà e nell’immaginario collettivo, i problemi conseguenti ai processi di trasformazione propri della globalizzazione e della crisi delle politiche di </i>welfare<i>”</i>: semplicemente una visione culturalista dell’insicurezza ben espressa nelle parole di M. Pavarini in <i>Sicurezza e diritto penale</i><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a>; una visione che resta chiaramente aliena ai responsabili della nostra… sicurezza. </span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-family: Arial, sans-serif">La dinamica, per il resto, è semplice: l’accademia riflette e la politica criminalizza; individua il nemico e fa belle conferenze stampa in cui la guerra – giuridica, certamente, ma forse proprio per questo ben più sottile e incisiva perché divien parte del nostro stesso tessuto ordinamentale – vien dichiarata per decreto governativo, in spregio alla esclusiva competenza parlamentare riconosciuta dall’art. 78 della Costituzione! Si badi, non si sta esagerando: la teoria del <i><b>“diritto penale del nemico”</b></i><i> </i>esiste, porta la firma di Gunther Jakobs e professa una radicale <i>capitis deminutio</i> (roba arcaica, sì, di epoca romana: quando ancora non c’erano le costituzioni) della “non-persona” che si opponga all’ordinamento, per ciò estromessa dal circuito delle garanzie costituzionali. L’amministrativizzazione dei provvedimenti limitativi della libertà personale – vedi CIE – ne è una plausibile manifestazione. Ma anche l’attribuzione a prefetti e questori del potere di ritirare il passaporto o di oscurare siti internet, come sta accadendo in Germania, Francia e – con alcune garanzie in più – da noi, incarna l’introduzione legale di limitazioni a libertà fondamentali come quella di movimento o di parola.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-family: Arial, sans-serif">E qui entriamo nel merito del recentissimo provvedimento: approvato per decreto legge (lo so che è una notazione ormai dal sapore <i>vintage</i> ma ci tengo ancora e soprattutto nel penale, che ci volete fare?), esso principalmente:</span></p>
<ul style="text-align: justify">
<li><span style="font-family: Arial, sans-serif">Istituisce, dopo tanto parlare, la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (per inciso: in quattordici anni di guerra al terrore, non un attentato sul suolo patrio);</span></li>
<li><span style="font-family: Arial, sans-serif">attribuisce ai questori il potere, soggetto a convalida del giudice, di disporre il ritiro del passaporto qualora sia richiesta la misura della sorveglianza speciale;</span></li>
<li><span style="font-family: Arial, sans-serif">prevede che il Pubblico Ministero che procede per reati di terrorismo possa disporre l’oscuramento di siti internet o la rimozione di contenuti sensibili (non è chiaro se si richiede anche qui la convalida giudiziale);</span></li>
<li><span style="font-family: Arial, sans-serif">crea un inquietante canale di accesso degli 007 ai detenuti, <i>“al solo fine di acquisire informazioni per la prevenzione di delitti con finalità terroristica di matrice internazionale”</i>: va da sé che – ottenuta l’autorizzazione dal procuratore generale che ne vaglia gli stringenti requisiti – nessuna garanzia è prevista per il detenuto, durante lo svolgimento del colloquio;</span></li>
<li><span style="font-family: Arial, sans-serif">aggrava a spron battuto tutte le condotte di istigazione e propaganda condotte per via telematica (come se non fosse effettivamente l’unica, di via);</span></li>
<li><span style="font-family: Arial, sans-serif">criminalizza ulteriormente, spingendo il maglio penale non già soltanto al reclutatore di combattenti, ma anche ora al reclutato (<i>nemico</i> in sé e per sé), alla singolare figura dell’”organizzatore di viaggi” e soprattutto al cosiddetto “<i>lupo solitario”</i> (art. 270 <i>quinquies </i>c.p.), definito come la <i>«</i><i><b>persona che avendo acquisito, anche autonomamente, le istruzioni per il compimento degli atti di cui al primo periodo </b></i>(atti in senso lato destabilizzanti con finalità di terrorismo, ndr)<i><b>, pone in essere comportamenti finalizzati alla commissione delle condotte di cui all&#8217;articolo 270-sexies</b></i><i>»</i>.</span></li>
</ul>
<p style="text-align: justify"><span style="font-family: Arial, sans-serif">Si nota subito che con quest’ultima previsione il fondamentale principio di tassatività – quello che impone una tipizzazione stringente, inequivocabile della fattispecie, così da contenere la repressione e l’arbitrio giudiziale – è completamente obliterato: è meritoria di condanna, infatti, la persona che ha allo stato semplicemente acquisito delle istruzioni, anche per i fatti propri, riguardo al compimento di atti riconducibili a una nozione alquanto lata di destabilizzazione e che semplicemente pone in essere delle non specificate condotte a loro volta meramente “finalizzate al” (e non “consistenti nel”) compimento – solo proprio? O anche altrui? – di atti di terrorismo (ai sensi del vago art. 270 <i>sexies</i>). Siamo all’<i>open-end festival</i> del terrore!</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-family: Arial, sans-serif">La “razionalità rispetto allo scopo” di tutto questo? Poca, se si condivide l’assunto della psicoterapeuta dott.ssa Margherita Spagnuolo Lobb che <i>&#8220;non basta dichiarare reato l&#8217;arruolamento con i jihadisti: dobbiamo essere capaci di far vedere ai nostri ragazzi un valore alternativo a tutto ciò che l&#8217;Islam propone&#8221;</i>; molta, se invece si pensa a quanto ben si presti la lombrosiana fisiognomica di Alfano alla presentazione di un provvedimento sterilmente securitario.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-family: Arial, sans-serif">P.S.: il decreto attua la risoluzione ONU 2178/2014 che condanna l’estremismo islamico e terrorista e, per la prima volta, anche il fenomeno dei “<i>foreign fighters”</i>: questi, in soldoni, vengon definiti come individui che espatriano per dedicarsi al terrorismo. Il punto è che, come ci ricorda il politologo francese Eric Rouleau, quello di “terrorismo” (a differenza di quello di “guerra”) è un concetto che la comunità internazionale non è riuscita a definire; fondamentalmente per la semplice ragione che ognuno è terrorista di qualcun altro. Visto che riesce ad esserlo di qualcuno di noi, è proprio così difficile pensare che l’Occidente lo sia dell’Islam? Cambierebbero un sacco di cose, a riconoscere l’alterità.</span></p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">
<div id="sdfootnote1">
<p><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a> Bologna, 2011.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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		<title>Je ne suis pas Charlie!</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Feb 2015 08:30:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spesso e volentieri, ci sono cose che vanno dette, anche se risultano sgradevoli o scomode. Nessuna solidarietà alla redazione di Charlie Hebdo, colpita da un violento attentato terroristico, che è costato la vita a 12 persone e ha lasciato ferite altre 11. Nel migliore dei casi, saremmo ipocriti, a solidarizzare con chi ha più volte offeso deliberatamente Dio e la fede cattolica. Nel peggiore dei casi, faremmo la figura della vecchia e gloriosa Cattedrale di Notre Dame de Paris, ridottasi a suonare le campane per solidarietà verso coloro che l’avrebbero volentieri ridotta a granaio. Chiariamo prima un punto: quando Nostro]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " align="JUSTIFY"><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>pesso e volentieri, <strong>ci sono cose che vanno dette, anche se risultano sgradevoli o scomode</strong>. <strong>Nessuna solidarietà alla redazione di Charlie Hebdo, colpita da un violento attentato terroristico</strong>, che è costato la vita a 12 persone e ha lasciato ferite altre 11. Nel migliore dei casi, saremmo ipocriti, a solidarizzare con chi ha più volte offeso deliberatamente Dio e la fede cattolica. Nel peggiore dei casi, <strong>faremmo la figura della vecchia e gloriosa Cattedrale di Notre Dame de Paris, ridottasi a suonare le campane per solidarietà verso coloro che l’avrebbero volentieri ridotta a granaio.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Chiariamo prima un punto: quando Nostro Signore parlava di amare i propri nemici, si riferiva alle persone. E<strong> noi non possiamo che deplorare l’assassinio a sangue freddo di dodici esseri umani, che non hanno avuto il tempo di ravvedersi dei propri errori, né di risponderne davanti ad un tribunale terreno. Al tempo stesso, nessuna pietà dobbiamo verso l’istituzione, e nessuna giustificazione verso la loro condotta.</strong> Se i terroristi si fossero limitati a distruggere la redazione, rendendone impossibile il lavoro, senza cagionare danno alle persone, allora non avremmo potuto che approvare, anche moralmente, il loro gesto. Lo stesso vale nel caso di altre strutture di peccato, a partire dalle cliniche dove si pratica l’aborto. Tuttavia, <strong>non tutti sono tolleranti come i cattolici.</strong></p>
<p style="text-align: center" align="JUSTIFY"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/charlie-hebdo-021.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1576" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/charlie-hebdo-021-247x300.jpg" alt="charlie-hebdo-021" width="247" height="300" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Intanto si è scatenata la ridda dei complottari vari, che vedono in qualsiasi azione, fosse anche l’opera di un folle isolato, chissà quali oscure trame. È pieno così, del resto, di poteri occulti che vorrebbero favorire il nazionalismo e l’avversione per la società multiculturale in Europa! <strong>È piuttosto vero che il fondamentalismo e il terrorismo islamico esistono anche nel nostro continente</strong>, come testimoniano centinaia, se non migliaia, di <strong>volontari partiti per ingrossare le fila dello Stato Islamico</strong>, o anche attentati come <strong>l’assassinio di Theo Van Gogh</strong>. Né potrebbe essere altrimenti, visto che<strong> gli Stati europei chiudono tutti e due gli occhi sui finanziamenti degli sceicchi del Golfo alle moschee e ai predicatori islamisti</strong>. Sia mai, del resto, che vengano meno gli affari con questi beduini arricchiti grazie al petrolio!</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Esiste anche, d’altra parte, un’islamofobia becera e ignorante che si presta magistralmente alle strumentalizzazioni imperialiste, in particolar luogo sioniste; un’islamofobia la cui matrice è in ampia parte liberale e libertaria, dunque da respingere</strong>, anche quando si veste di patriottismo.<strong> L’islam dà fastidio principalmente perché insiste nel ribadire la preminenza di Dio rispetto all’uomo.</strong> È una lezione che molti cristiani, o presunti tali, paiono aver dimenticato. <strong>Tutti, invece, ora, bruciano incenso a idoli come la libertà d’espressione e la laicità, trascurando la schifosa ipocrisia con cui questi “valori” sono applicati e difesi in Francia e nel resto d’Europa.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Un colosso della filosofia politica novecentesca come <strong>Schmitt</strong> resta ignorato, ovvero si ignorano bellamente quali siano i propri nemici e i propri amici. <strong>Questo vale prima di tutto per i “nazionalisti” e per i “cattolici”. Eccoli che esprimono solidarietà non tanto verso le vittime, quanto verso il periodico in sé, e si riempiono la bocca di espressioni quali “libertà di stampa”. Questi utili idioti, dal Front alla Lega, dimenticano che quella stessa stampa li ha sempre attaccati, insultati, offesi e vilipesi, ben oltre la legittima critica e discussione delle idee! Essi dimenticano che nella Francia che si batte il petto per Charlie Hebdo, intere categorie di persone, bollate con nomi d’infamia: “razzisti”, “negazionisti”, “omofobi”, “antisemiti”, sono escluse dal godere di questa libertà!</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Questa è la libertà di espressione che i cialtroni della destra populista, baciando le mani che li schiaffeggiano, difendono: <strong>se sostieni che il matrimonio è tra un uomo e una donna, sei un pericoloso intollerante da rinchiudere; se bestemmi ripetutamente a mezzo stampa, offendendo Dio e miliardi di credenti, sei un martire del libero pensiero.</strong> E naturalmente, per loro, il pericolo è l’islam, non questo <strong>totalitarismo del politicamente corretto di stampo individualista-progressista</strong>. Eppure non solo non hanno il coraggio per dire la verità, ma non di rado non ne hanno nemmeno gli strumenti, tanto sono culturalmente subordinati.</p>
<p style="text-align: center" align="JUSTIFY"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/gty_charlie_hebdo_cover_wy_150107_16x9_992.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1578" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/gty_charlie_hebdo_cover_wy_150107_16x9_992-300x168.jpg" alt="gty_charlie_hebdo_cover_wy_150107_16x9_992" width="300" height="168" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">La libertà di espressione è sacrosanta per le questioni mondane, dove invece è spesso limitata da leggi, codici espressivi, galatei e altri legacci. <strong>Chi di noi si sente libero di esprimere il proprio parere con il proprio datore di lavoro? E che dire delle varie leggi e leggine Scelba, Mancino, Gayssot, del vilipendio alle cariche dello Stato, ecc. ? Viceversa, in ambito religioso, vige la piena licenza di diffondere ogni sorta di oscenità e di blasfemie.</strong> Tale è l’inversione satanica dei valori che domina la nostra società. <strong>Eppure, la democrazia ateniese, tanto spesso esaltata a radice dell’Occidente, a fianco della parrhesía (libertà di parola) puniva l’empietà con la morte.</strong> Anche coloro che in Dio non credono, dovrebbero nondimeno evitare di offendere il Sacro e la Divinità, per rispetto a coloro che vi credono e per i quali costituisce una parte intima e fondamentale della loro vita. Invece, nel caso di Charlie Hebdo, in sé solo la punta di un iceberg, la bestemmia è impugnata come esempio di satira e libertà di pensiero.</p>
<p align="JUSTIFY">Immaginiamo il caso di uno che sia solito dare del “figlio di puttana” ai suoi interlocutori. Noi potremmo anche lasciar passare in cavalleria, ma sicuramente non ci stupiremmo, se un altro rispondesse prendendolo a ceffoni, e tantomeno lo difenderemmo. Ecco, lo stesso, mutatis mutandis, può essere detto di Charlie Hebdo. Il sangue delle vittime ricade piuttosto su chi ha scelleratamente provocato una reazione tanto violenta, e magari ora si batte il petto fingendosi perseguitato. <strong>Ebbene, gli sia data ragione, una buona volta! Si torni – come avviene in ogni Paese dabbene, non solo religioso, ma anche laico – a punire la blasfemia</strong>, e tanto più quando questa non è semplicemente uno sfogo verbale, ma piuttosto è rivendicata come forma d’espressione culturale e sociale. <strong>È semplicemente una questione di civiltà e rispetto.</strong></p>
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		<title>Liberté</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jan 2015 13:06:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un soffio che apre il respiro. E&#8217; lo sguardo che guarda lontano. E&#8217; la parola che alza speranza. E&#8217; la critica al servizio della giustizia. Dopo il terribile episodio parigino, i leader europei e occidentali hanno marciato stretti l&#8217;uno all&#8217;altro. Fratelli di un sentire ideale che pensiamo ci tenga lontani da fanatismi e ideologie.&#8221;Je suis Charlie&#8221; scritto in bianco su fondo nero credo sia diventato la foto del profilo Facebook dell&#8217;anno. Quasi tutti siamo stati Charlie almeno per un&#8217;ora. A Parigi si. Ma a Jenin non ci va nessuno. Mi domando, leggendo questa notizia, cosa abbia a che fare la]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="U" class="cap"><span>U</span></span>n soffio che apre il respiro. E&#8217; lo sguardo che guarda lontano. E&#8217; la parola che alza speranza. E&#8217; la critica al servizio della giustizia.</p>
<p>Dopo il terribile episodio parigino, i leader europei e occidentali hanno marciato stretti l&#8217;uno all&#8217;altro. Fratelli di un sentire ideale che pensiamo ci tenga lontani da fanatismi e ideologie.&#8221;Je suis Charlie&#8221; scritto in bianco su fondo nero credo sia diventato la foto del profilo Facebook dell&#8217;anno. Quasi tutti siamo stati Charlie almeno per un&#8217;ora.</p>
<p>A Parigi si. Ma a Jenin non ci va nessuno.</p>
<p>Mi domando, leggendo questa notizia, cosa abbia a che fare la libertà di pensiero e parola con la cancellazione di una mostra in memoria della Shoah.</p>
<p>La causa: l&#8217;aver creato un collegamento simbolico fra la situazione dei bambini ebrei di allora e i bambini palestinesi di oggi.</p>
<p>I volti dei primi nel campo di concentramento di Terezin e i volti dei bambini del campo profughi Jenin. Due situazioni che &#8211; nella idea della ideatrice della mostra &#8211; testimoniano un&#8217;unica grande tragedia: i diritti negati. E i disegni poi. I disegni di anime innocenti che raccontano un&#8217;altra grande verità: i bambini, ebrei e palestinesi, hanno gli stessi sogni.</p>
<p>Non si può mai parlare della situazione palestinese. Né criticare Israele. La solita logica del tifo da stadio ci distingue in &#8220;anti-semiti&#8221; e &#8220;sionisti&#8221;. Come se fosse tutto così semplice, limpido, facile. O sei con me o contro di me.</p>
<p><em>&#8220;&#8230; si sarebbe corso il rischio di fare mal informazione e confusione su due piani storici e di consistenza differenti.&#8221; </em>sostiene l&#8217;Assessore alla Cultura della Comunità ebraica di Milano.</p>
<p style="text-align: justify">Ci è stato detto che la Giornata della Memoria è stata istituita per ricordare uno dei crimini più grandi della storia. Perché non avvenga mai più.<br />
Mi domando cosa non debba avvenire mai più. Che un intero popolo sia tenuto prigioniero, in condizioni penose, eliminato per motivazioni razziali, religiose, politiche?</p>
<p>Oppure che nessuno mai possa non dico usare violenza &#8211; mi concederete di assumere per dato il mio ripudio per essa &#8211; ma anche solo alzare la voce contro le politiche messe in atto dall&#8217;attuale governo Israeliano?</p>
<p>E&#8217; come se &#8211; bloccata da una ferita che non si rimargina mai &#8211; l&#8217;Europa faccia iniziare e finire tutto lì. Nell&#8217;istante di un evento funesto accaduto ben 74 anni fa. Quasi un secolo.</p>
<p>Non c&#8217;è alito di vento, nè orizzonte aperto. La parola è mozzata e la critica viene spenta.</p>
<p>Nessuna ragione laica in nome della quale discutere ai tavoli dei trattati. Lasci o raddoppi. Vivi o muori. Questa logica binaria non concede scampo.<br />
E la complessità delle moderne democrazie vi muore.</p>
<p>Libertà.</p>
<p style="text-align: justify"><i>Articolo di <strong>Serena Taurino</strong>.</i></p>
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		<title>Donbass e Repubblica Sociale, quell&#8217;ipocrisia delle etichette &#8220;sinistrate&#8221;</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/01/24/donbass-e-repubblica-sociale-quellipocrisia-delle-etichette-sinistrate/</link>
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		<pubDate>Sat, 24 Jan 2015 08:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanbattista Varricchio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[A fianco del Donbass antifascista. Contro USA, UE e NATO, la scritta che leggo sul muro è firmata da uno dei tanti centri sociali operativi a Roma Sud, non mi sorprende: so che se riesci a dare l&#8217;aggettivo di “antifascista” a una qualunque battaglia &#8211; politica o metapolitica che sia &#8211; la teppaglia dello squadrismo rosso si prodigherà a farne bandiera il prima possibile. Sorge però spontaneo un doveroso, per quanto forse originale parallelo storico: come si fa, c&#8217;è da chiedersi, a conciliare gli slogan a sostegno delle Repubbliche Popolari in questione con altri slogan &#8211; come il classico “25]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium"><span title="A" class="cap"><span>A</span></span><strong> <em>fianco del Donbass antifascista. Contro USA, UE e NATO</em>, la scritta che leggo sul muro è firmata da uno dei tanti centri sociali operativi a Roma Sud</strong>, non mi sorprende: so che se riesci a dare l&#8217;aggettivo di “antifascista” a una qualunque battaglia &#8211; politica o metapolitica che sia &#8211; la teppaglia dello squadrismo rosso si prodigherà a farne bandiera il prima possibile.</span></p>
<p align="left"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Armata-Donbass.jpg"><img class=" wp-image-1320 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Armata-Donbass-266x300.jpg" alt="Armata Donbass" width="297" height="335" /></a></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Sorge però spontaneo un doveroso, per quanto forse originale parallelo storico: come si fa, c&#8217;è da chiedersi, <strong>a conciliare gli slogan a sostegno delle Repubbliche Popolari in questione con altri slogan &#8211; come il classico “25 Aprile SEMPRE” &#8211; volti alla condanna senza se e senza ma della Repubblica Sociale Italiana?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">La discrasia intellettuale di questa sinistra, a tal riguardo, è più evidente di quanto non possa apparire in un primo momento: l&#8217;esperienza della Repubblica Sociale e quella delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk – ma si potrebbero inserire altri casi come la Transnistria- hanno notevoli affinità, al netto delle diverse circostanze storiche, sia dal punto di vista della loro genesi, sia, almeno in parte, dal punto di vista ideologico.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Per quanto attiene al fattore genetico infatti, <strong>è facilmente riscontrabile come, sia la R.S.I. che la cosiddetta <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2014/05/25/donetsk-e-lugansk-unite-in-nuova-russia_99910189-5ea7-4d53-a62f-cb4d54cc83e2.html" target="_blank">Nuova Russia</a> (progetto statuale federativo delle realtà separatiste a Donetsk e Lugansk), siano sorte in contesti bellici e, particolarmente, a seguito di un cambio radicale al governo centrale del Paese</strong>. </span></p>
<div id="attachment_1318" style="width: 449px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-1318" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Aquila-devasta-Pravy-Sektor-300x225.jpeg" alt="Aquila devasta Pravy Sektor" width="439" height="329" /><p class="wp-caption-text">L&#8217;aquila della Nuova Russia che strappa le insegne del Pravy Sektor, gruppo terrorista ucraino.</p></div>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Sotto il profilo ideologico è evidente il nazionalismo che anima le dette Repubbliche, sorte appunto con la volontà di liberazione del proprio popolo di riferimento (etnicamente individuato); sotto lo stesso profilo è, altresì, individuabile negli U.S.A. e (soprattutto per quanto attiene al Donbass) nell&#8217;apparato politico sovranazionale dell&#8217;Occidente, un comune nemico, fautore e promotore di un liberalismo morale ed economico osteggiato tanto dalla Repubblica Sociale che dalle Repubbliche Popolari.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Interessante ed ironica si fa, a questo punto, la posizione dei centri sociali, la cui ipocrisia a riguardo può essere criticata sotto due aspetti: il primo, quello attinente alla condanna della Repubblica “fascista”; l&#8217;altro attinente alla difesa del Donbass “antifascista”.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Riguardo al primo aspetto, infatti viene da chiedersi perché la sinistra radicale non guardi almeno con simpatia all&#8217;impianto politico e programmatico della R.S.I., <strong>che può esser definita</strong> – almeno nelle sue dichiarazioni di intenti – <strong>come l&#8217;esperienza statuale italiana più vicina al socialismo.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">In effetti basterebbe leggere il <a href="http://www.larchivio.org/xoom/cartadiverona.htm" target="_blank">Manifesto di Verona</a>, documento programmatico del fascismo repubblicano, per rendersi conto di quanto la Repubblica fascista avrebbe potuto essere baluardo contro all&#8217;ideologia liberale e all&#8217;<i>American way of life</i>, i quali sarebbero diventati dominanti nell&#8217;italietta del dopoguerra, vassalla fedele della NATO e dell&#8217;UE.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Tornando al Manifesto di Verona, <strong>notiamo al punto 10 un abbozzo di quella che oggi definiremmo “funzione sociale della proprietà”; per non parlare della cogestione delle aziende ad opera delle rappresentanze operaie per la fissazione dei salari e la ripartizione degli utili secondo criteri di equità (punto 12).</strong></span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><strong><span style="font-size: medium">Al punto 13 troviamo addirittura la possibilità di esproprio delle terre incolte o mal gestite, le quali sarebbero state poi lottizzate tra gli stessi braccianti.</span></strong></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Oltre a ciò, si riscontra la promozione del &#8211; tanto sbandierato a sinistra &#8211; diritto alla casa (punto 15) e la fissazione di minimi salariali a livello nazionale (punto 17).</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Un&#8217;impostazione decisamente socialisteggiante &#8211; che aveva infatti trovato sostegno in personaggi singolari come il comunista Nicola Bombacci, e prima ancora nel noto storiografo Delio Cantimori che, a guerra finita passò al Partito Comunista &#8211; peccato non avesse il titolo di “Repubblica Popolare” (sebbene lo stesso <a href="http://1.bp.blogspot.com/-1F5Ws_EjT6k/UMG9QX37OVI/AAAAAAAAHkg/znbfCPJXIoE/s1600/corsera+annuncio+18+punti+di+VR.JPG" target="_blank">Corriere della Sera</a> non esitò a definirla così) e quindi non può piacere ai compagni nostrani.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">E&#8217; vero, si potrebbe eccepire il carattere reazionario (punto 6) e nazionalista (punto 18) che animava il documento sopracitato, <strong>ma qui la contraddizione diventa palese se lo si raffronta con le basi ideologiche delle tanto acclamate Repubbliche Popolari del Donbass.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Declinare l&#8217;antifascismo dichiarato dai militanti filo-russi è questione certamente complessa, ma senz&#8217;altro non corrisponde all&#8217;ideologia pacifista, internazionalista e ateizzante promossa dai fan della canna libera e del relativismo etico.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">L&#8217;antifascismo del Donbass è, in primis, parte integrante della storia della Russia sovietica: non sfugge infatti il parallelo tra la “grande guerra patriottica” con la quale l&#8217;URSS respinse l&#8217;iniziativa militare dell&#8217;Asse sul proprio territorio, <strong>e la guerra civile attuale nell&#8217;est Ucraina, che vede impegnate sul fronte di Kiev organizzazioni politiche e paramilitari di ispirazione neo-nazista quali il <i>Pravy Sector</i>, il battaglione Azov e il battaglione Donbass</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><strong><span style="font-size: medium">Questo antifascismo però, dimostra alla prova dei fatti, peculiarità che lo rendono quanto mai distante dalla visione del mondo portata avanti dai centri sociali nostrani: è stato rilevato – sebbene le fonti a riguardo non siano molte – che la Costituzione della Repubblica Popolare di Donetsk sosterrebbe apertamente la famiglia tradizionale, oltrech</span><span style="font-size: medium">é</span></strong><span style="font-size: medium"><strong> il diritto alla vita del nascituro, per non parlare dell&#8217;Ortodossia come religione di stato </strong>(le fonti <a href="http://www.eastjournal.net/ucraina-altro-che-compagni-la-repubblica-di-donetsk-e-lombra-nera-di-aleksandr-dugin/46773" target="_blank">qui </a>e <a href="https://crisiglobale.wordpress.com/2014/05/21/focus-ucraina-repubblica-di-donetsk-sempre-piu-a-destra-verso-la-russia/" target="_blank">qui</a>).<strong> In ogni caso, se anche queste informazioni non risultassero vere, ci sono diverse altre prove che l&#8217;antifascismo militante in salsa filo-russa non è in alcun modo paragonabile a quello comunemente inteso nel nostro Paese;</strong> basta vedere chi è effettivamente al comando dei ribelli: personaggi come Igor Strelkov, il quale in un&#8217;<a href="http://souloftheeast.org/2014/10/31/a-russian-centurion/" target="_blank">intervista</a> ha avuto modo di affermare: </span><span style="font-size: medium"><i>“</i></span><span style="font-size: medium"><i>La gente del Donbass combatte per la propria terra</i></span><span style="font-size: medium"><i>, </i></span><span style="font-size: medium"><i>la terra degli antenati</i></span><span style="font-size: medium"><i>.(&#8230;) </i></span><span style="font-size: medium"><i>La gente del Donbass lotta per la Giustizia</i></span><span style="font-size: medium"><i>, </i></span><span style="font-size: medium"><i>per il diritto di essere russi</i></span><span style="font-size: medium"><i>, </i></span><span style="font-size: medium"><i>per la cultura russa</i></span><span style="font-size: medium"><i>, </i></span><span style="font-size: medium"><i>per l&#8217;Ortodossia</i></span><span style="font-size: medium"><i>. (…) </i></span><span style="font-size: medium"><i>la verità è con loro, ma sopratutto Dio è con loro</i></span><span style="font-size: medium"><i>”. </i></span><span style="font-size: medium">Si potrebbe, d&#8217;altronde anche citare uno dei suoi aiutanti, Igor Druz, il quale titola un suo recente articolo sulla Nuova Russia con un poco fraintendibile <i>“</i><i><a href="http://ruskline.ru/analitika/2014/09/06/my_russkaya_kontrrevolyuciya/" target="_blank">Мы &#8211; русская контрреволюция</a>”</i> (= Noi, la controrivoluzione russa).</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium"><strong>Idealismo, sentimento religioso marcatamente ortodosso, nazionalismo panrusso sono quindi ingredienti imprescindibili per questi combattenti; chissà cosa ne potrebbero pensare quei simpaticoni della <a href="http://www.punkadeka.it/wp-content/uploads/2014/07/BANDABASSOTTI_NOPASARAN.jpg" target="_blank">Banda Bassotti</a> (anche loro accaniti fan degli antifà dell&#8217;est ucraino) nel vedere, ad esempio l&#8217;<a href="http://www.gettyimages.co.uk/detail/news-photo/pro-russian-fighters-sit-ontop-of-a-tank-in-starobesheve-news-photo/454426238" target="_blank">icona del Cristo <i>Pantokrator</i></a> sui carri armati dei loro partigiani</strong>.</span></p>
<div id="attachment_1321" style="width: 440px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Bandiera-Pantokrator.jpg"><img class="wp-image-1321" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Bandiera-Pantokrator-300x168.jpg" alt="Bandiera Pantokrator" width="430" height="241" /></a><p class="wp-caption-text">La bandiera del Christos Pantokrator usata in battaglia dalla Milizia Ortodossa e portata in piazza a Roma dal Coordinamento Solidale per il Donbass a ottobre.</p></div>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">A conclusione di questa, purtroppo non brevissima, disamina, non si può non concordare con <strong>un filosofo di spessore come Costanzo Preve, il quale affermava, riguardo ai ragazzi dei centri sociali</strong>: <em>Privi di qualsiasi ragion d&#8217;essere storica, costoro, composti di semianalfabeti, intontiti dalla musica che ascoltano abitualmente ad altissimo volume e dallo spinellamento di gruppo, hanno una cultura della mobilitazione, dello scontro e della paranoia del fascismo esterno sempre attuale, ed è del tutto inutile porsi in un razionale atteggiamento dialogico, che pure potrebbe teoricamente chiarire moltissimi equivoci. Ma il paranoico non è un interlocutore</em>.</span></p>
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		<title>Cuba: cinquanta sfumature di rosso</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2014 12:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Leta]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<description><![CDATA[Questi i fatti: il 17 dicembre il presidente degli Stati Uniti d&#8217;America, Barack Obama, e il presidente della Repubblica di Cuba, Raul Castro, hanno ripreso i rapporti diplomatici dopo un astio tra i due stati durato sessant&#8217;anni. Sono stati liberati tre dei cinque agenti dell&#8217;anti-terrorismo cubani, imprigionati in America nel 2001 mentre cercavano di sgominare tentativi golpisti nell&#8217;isola caraibica. In cambio, gli statunitensi hanno ottenuto la liberazione di un contractor americano e di un cittadino cubano &#8211; che lavorava al soldo dell&#8217;intelligence americana - detenuti nelle carceri dello stato socialista. La ripresa dei contatti -ottenuta grazie alla mediazione della Santa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="Q" class="cap"><span>Q</span></span>uesti i fatti: <b>il 17 dicembre il presidente degli Stati Uniti d&#8217;America, Barack Obama, e il presidente della Repubblica di Cuba, Raul Castro, hanno ripreso i rapporti diplomatici dopo un astio tra i due stati durato sessant&#8217;anni</b>. Sono stati <b>liberati</b> tre dei cinque <b>agenti dell&#8217;anti-terrorismo cubani</b>, imprigionati in America nel 2001 mentre cercavano di sgominare tentativi golpisti nell&#8217;isola caraibica. In cambio, gli statunitensi hanno ottenuto la liberazione di <b>un contractor americano</b> e di <b>un cittadino cubano &#8211; che lavorava al soldo dell&#8217;intelligence americana -</b> detenuti nelle carceri dello stato socialista.<img class="size-medium wp-image-516 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/libertad-para-los-cinco-heroes-blog_jpg-1-300x187.jpg" alt="libertad-para-los-cinco-heroes-blog_jpg-1" width="300" height="187" /><br />
La ripresa dei contatti -ottenuta grazie alla <b>mediazione della Santa Sede</b> &#8211; è stata variamente interpretata nel mondo ed ha dato adito a numerevoli congetture. <b>C&#8217;è stato chi ha inteso in questi fatti la fine del Comunismo cubano ed il ritorno di Cuba all&#8217;interno dello scacchiere geo-politico statunitense</b>, in quella che sembrerebbe, dunque, essere una resa senza condizioni, aggravata dalla senilità dei fratelli Castro. <b>Ci sono state, però, riletture opposte: alcuni, infatti, hanno attribuito ai cubani una grande vittoria diplomatica</b>, per aver condotto alla pari uno scambio di prigionieri con una delle più potenti nazioni al mondo riportando in patria “los cincos”, per la cui liberazione si era creato un movimento d&#8217;opinione internazionale. <b>Un&#8217;altra delle bizzarre teorie di alcuni politologi della domenica immaginava a Cuba la creazione di uno stato capitalista monopartitico &#8211; una sorta di modello cinese &#8211; garantito e protetto dal nemico yankee!</b><br />
Ora, <b>è difficile immaginare realmente quale sarà il futuro delle relazioni cubano-americane</b>, allontanandosi dal piano delle congetture. Tuttavia, ci sono dei punti che possono meglio spiegarci questa svolta storica e grazie ai quali, forse, può essere più comprensibile la dinamica degli eventi futuri. <b>Gli Stati Uniti hanno abbandonato ormai da tempo la fobia maccartista in favore di altri “nemici pubblici”</b>; inoltre, <b>il Sud America</b>, che reclamano sin dalla dottrina Monroe (elaborata 200 anni fa) come una sorta di loro possedimento esclusivo <b>è retto, in questo momento, da 11 governi di sinistra o centro-sinistra con cui è consigliabile un accordo o quantomeno un dialogo, pena l&#8217;esclusione delle imprese americane da importanti e vicini mercati in via di sviluppo.</b><br />
<img class="alignnone size-medium wp-image-517 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/cuba_mjgby.T0-300x200.jpg" alt="cuba_mjgby.T0" width="300" height="200" /></p>
<p><b>D&#8217;altro canto, però, anche Cuba affronta un problema centrale per la sua sopravvivenza economica.</b> Infatti, <b>il principale alleato dello stato socialista nell&#8217;ALBA è quel Venezuela in cui il dopo-Chavez è abbastanza incerto </b>e la leadership di Maduro è molto meno salda di quella del principale artefice della “rivoluzione bolivariana” e grande amico di Fidel.Inoltre,<b> la stessa sinistra sudamericana non solo è molto frastagliata ma rischia di subire notevoli tracolli elettorali,</b> come testimonia il caso del <b>PT</b> che nelle ultime due elezioni brasiliane ha perso quasi il 10% di consensi (qualcosa come 4 mln di voti).<br />
Un&#8217;ipotetica svolta politica conservatrice in Sudamerica e nei paesi sponsor di Cuba &#8211; un&#8217;isola non solo geograficamente parlando, visto il pluridecennale embargo voluto dagli USA &#8211; sarebbe, forse, fatale per la Repubblica cubana. <b>Probabilmente, prima di dare riletture ideologicamente troppo marcate e di compiere “requiem” prematuri sarebbe d&#8217;uopo considerare le contingenze sincroniche in cui è avvenuto lo scambio di prigionieri</b>, prassi normale anche tra nazioni in formale stato di guerra, pensiamo agli accordi israelo-palestinesi o ad i più recenti dialoghi tra russi ed ucraini. <b>Gli unici dati certi sono le parole dei rappresentanti delle nazioni interessate</b> ed a sentire i cubani, il loro Socialismo è tutt&#8217;altro che morto. <b>Raul Castro, infatti, ha detto che «Ogni Paese ha il diritto inalienabile di scegliere il suo sistema politico. Nessuno deve pensare che il miglioramento dei rapporti con gli Stati Uniti significhi che Cuba rinunci alle sue idee»</b>. Castro ha anche detto che <b>i cambiamenti dovranno essere graduali per creare un sistema di «comunismo prospero e sostenibile»</b>. Inoltre, i lavori attualmente in corso dell&#8217;Assemblea Nazionale del potere popolare si concentrano proprio sulle riforme e sull&#8217;armonizzazione legislativa ed economica del regime comunista cubano: nessuno smantellamento, almeno così pare.<br />
Il giornalista e guerrigliero argentino <b>Jorge Masetti</b>, parlando di Cuba sosteneva che &#8220;Existen dos Cubas: la creada para la exportación y la auténtica, la que pugna por ser integralmente una república&#8221;. <b>Quale che sia il futuro delle relazioni cubano-americane, l&#8217;auspicio più condivisibile è che di <b>“Cuba Libre” non rimanga solo il cocktail.</b><br />
<img class="alignnone size-medium wp-image-520" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Raul-Castro-4.jpg" alt="Raul Castro - 4" width="300" height="250" /><img class="alignnone size-medium wp-image-519" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Fidel_Castro_PNW-208x300.jpg" alt="Fidel_Castro_PNW" width="208" height="300" /></b></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Enzo Tortora, un eroe liberale</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 17:45:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Portonera]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Brigata Libero Mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Tortora]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>

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		<description><![CDATA[Perché una rubrica che si chiama “Brigata libero mercato” dedica il proprio articolo a Enzo Tortora e non a Luigi Einaudi, Friedrich von Hayek o Milton Friedman? Perché una rubrica che ha un titolo come il nostro, sceglie di cominciare la propria vita con un articolo dedicato ai temi della giustizia e non dell’economia? Primo, perché Enzo Tortora è uno dei miei eroi ed è bene che sappiate, cari lettori, che molti degli articoli di questa rubrica saranno dedicati alla storia e agli insegnamenti dei miei diversi eroi. Secondo, perché – come abbiamo fissato nero su bianco (o pixel su]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>erché una rubrica che si chiama “Brigata libero mercato” dedica il proprio articolo a Enzo Tortora e non a Luigi Einaudi, Friedrich von Hayek o Milton Friedman? Perché una rubrica che ha un titolo come il nostro, sceglie di cominciare la propria vita con un articolo dedicato ai temi della giustizia e non dell’economia? Primo, perché Enzo Tortora è uno dei miei eroi ed è bene che sappiate, cari lettori, che molti degli articoli di questa rubrica saranno dedicati alla storia e agli insegnamenti dei miei diversi eroi. Secondo, perché – come abbiamo fissato nero su bianco (o pixel su pixel, fate voi) sul nostro “manifesto” – questa rubrica non è e non sarà mai solo un concentrato di discorsi economici, un’apologia del solo liberismo: sarà un’appassionata difesa della Libertà. Quella libertà per cui Enzo Tortora combatté la battaglia più importante della sua vita.</p>
<p>Il Collegio Augustinianum ha ospitato, martedì 18 novembre, una conferenza dal titolo “«Il Caso Italia. Enzo Tortora e la battaglia per la “giustizia giusta”», al cui interno sono intervenuti l’avvocato Raffaele Della Valle – avvocato e legale di Tortora – e il professore Guido Vitiello, dell’Università La Sapienza di Roma – giornalista e autore di “Non giudicate”, un libro fondamentale per la coscienza di qualsiasi <i>garantista</i> vero: di chi, cioè, per dirla con Leonardo Sciascia, crede nel diritto e nella giustizia e sa per questo che “giudicare” è la più dolorosa e terribile delle necessità.</p>
<p>Grazie alla testimonianza diretta dell’avvocato Della Valle, che visse in prima linea e in prima persona il terribile calvario (e la coraggiosa battaglia che ne seguì) di Enzo Tortora, è stato possibile ricostruire “il più grande esempio di macelleria giudiziaria del nostro Paese”, come ebbe a definirlo Giorgio Bocca. È stato possibile ricostruire il modo in cui Enzo Tortora, da stimato e rispettato giornalista e presentatore (uno che alle nove di sera andava a letto con un libro di Karl Popper, come ha raccontato la figlia Silvia), si ritrovò – la mattina del 17 giugno 1983 – “trasformato” in un mostro; trasformato da un paio di manette strette ai polsi e date in pasto ai giornali, da un’accusa infamante e oltraggiosa mossagli contro sulla base di non si sa quali prove o indizi, da un trattamento del tutto simile a quello riservato al povero Jean Calas del “Trattato sulla Tolleranza” di Voltaire. Enzo Tortora era un camorrista: così era stato deciso prima di ogni indagine, verifica e processo. Come raccontato proprio dall’avvocato Della Valle, Enzo Tortora si trovò costretto a vivere una storia dal sapore kafkiano, segnata dal “combinato disposto” tra l’insipienza e i clamorosi errori della magistratura e l’accanimento mediatico: dopo un’assurda e mostruosa condanna in primo grado, ci vorranno infatti quasi 4 anni perché si accertasse, in Appello e Cassazione, che non era solo “innocente”, ma addirittura “estraneo” a ciò che gli veniva contestato. Enzo Tortora dimostrò, in più di un’occasione, la sua completa e assoluta integrità: momento centrale della serata è stata la lettura della lettera con cui Tortora chiese – formalmente – al proprio avvocato Della Valle di non richiedere alcuna “subordinata” in Appello rispetto a una sua possibile “non assoluzione”. Come ribadito dall’avvocato Della Valle, Tortora non era uomo di compromessi: voleva che fosse fatta interamente luce sulla verità del suo caso. O colpevole o innocente.</p>
<p>Dopo la rievocazione storica del caso Tortora, è stato grazie al professore Vitiello che si è attualizzata la vicenda, evidenziandone il lascito, a più di trent’anni di distanza. Dopo tutto questo tempo – nonostante il proliferare di indegne strumentalizzazioni e improvvidi paragoni – Enzo Tortora rimane un eroe per tutte le “brave persone” d’Italia. Se le sofferenze e il martirio che ha subito non fossero stati veri, si potrebbe dire di lui che è stato il protagonista di una leggenda: egli affrontò, infatti, i meccanismi impazziti di una “giustizia” “ingiusta”, impunita e <i>impersonale</i> (come sottolineato proprio da Vitiello, dal rapporto di polizia che apre la vicenda alle considerazioni del PM Olivares in Appello che la chiude, continua a ripetersi un “<i>si vuole</i> Tortora dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti”: ma chi è che lo vuole e perché lo vuole non si è mai chiarito) in cui fu a forza gettato. Egli “tenne”, come tenne – prima di lui, ma stavolta solo nelle pagine di un romanzo meraviglioso – l’avvocato Francesco Paolo Di Blasi, del “Consiglio d’Egitto”. Egli riuscì a spezzare quei meccanismi, riuscì a vedersi proclamato innocente (lasciando noi con il dubbio che non lo fossero quelli che lo avevano perseguitato). E dalla sua vicenda giudiziaria, Tortora uscì vittorioso, affranto e distrutto: e ne morì, lasciando che il cancro completasse l’opera cominciata da altri. Ma ciò che rende Tortora davvero eroico non è solo l’aver combattuto: è il non aver combattuto solo per sé. Non è stato il «caso Tortora», è stato (ed è ancora) il «caso Italia»: egli parlava (e parla ancora) “per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti e sono troppi”. Perché quello che successe a Tortora succede ancora e può succedere a chiunque di noi: e noi non siamo Tortora, non abbiamo la sua volontà e la sua forza.</p>
<p>“Dove eravamo rimasti?” si chiese Enzo Tortora al suo ritorno in tv, il 20 febbraio 1987, riprendendo l’eco dell’“Heri dicebamus” di Luigi Einaudi. Forse sarebbe stato più corretto dire: dove siamo rimasti? Siamo infatti sempre lì, purtroppo. Siamo sempre di fronte all’anomalia giuridica e giudiziaria di questo Paese, il Paese che più che per Cesare Beccaria andrebbe forse ricordato per Diego Marmo, il pm che trascinò Tortora alla gogna. O per la classe politica della fine degli anni ’80 che pensò bene di tradire e vanificare il risultato del Referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, l’ultima battaglia e vittoria politica di Enzo Tortora. Una classe politica e una giudiziaria degne eredi di quelle che, sul finire del ‘600, avevano mandato a morte Giangiacomo Mora, protagonista della manzoniana “Storia della Colonna infame”.</p>
<p>Enzo Tortora ha impiegato tutte le sue forze nella battaglia per una “giustizia” che fosse “giusta” per tutti: per la sicurezza del cittadino, per le garanzie dell’imputato, per la dignità del carcerato, per il lavoro del magistrato. Responsabilità civile, separazione delle carriere, ridimensionamento della carcerazione preventiva: questi e molti altri temi devono essere al centro di una proposta di riforma della giustizia. Questi devono essere tra le priorità di una nuova agenda politica per il Paese. E lo devono essere specialmente per chi si professa liberale e garantista, per chi – alla maniera dei libertarian statunitensi – “crede nella libertà, senza alcun ‘ma’ dopo”. Perché, come disse proprio Enzo Tortora alla figlia Silvia, «esiste forse battaglia più liberale di questa?».</p>
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