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	<title>Torquemada &#187; Guerra</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Vasilij Grigor’evič Zajcev</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2015 12:10:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per noi non c’è terra oltre il Volga Vasilij Zajcev nasce da una famiglia russa il 23 marzo 1915 a Yeleninskoye, nel governatorato di Orenburg, negli Urali. Fin da ragazzo, con il nonno e il fratello minore, va a caccia di cervi e lupi nelle montagne. A dodici anni, con un fucile Berdan, uccide il suo primo lupo. Allo scoccare dell’Operazione Barbarossa, egli si trova a Vladivostok, come sottufficiale di marina nella Flotta del Pacifico, dove svolge mansioni d’ufficio. Chiede quindi di essere trasferito al fronte, come volontario. É assegnato perciò al 2° Battaglione del 1047º Reggimento di Fucilieri della]]></description>
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<p class="first-child " style="text-align: justify"><i><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>er noi non c’è terra oltre il Volga</i></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify">Vasilij Zajcev nasce da una famiglia russa il 23 marzo 1915 a Yeleninskoye, nel governatorato di Orenburg, negli Urali. Fin da ragazzo, con il nonno e il fratello minore, va a caccia di cervi e lupi nelle montagne. <strong>A dodici anni, con un fucile Berdan, uccide il suo primo lupo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Allo scoccare dell’Operazione Barbarossa, egli si trova a <strong>Vladivostok</strong>, come sottufficiale di marina nella Flotta del Pacifico, dove svolge mansioni d’ufficio. Chiede quindi di essere trasferito al fronte, come volontario. É assegnato perciò al 2° Battaglione del 1047º Reggimento di Fucilieri della 284ª Divisione di Fucilieri “Tomsk”. Intanto, i Tedeschi dilagano a fondo nel territorio sovietico, e la sua unità è inquadrata nella 62ª Armata, schierata di fronte a Stalingrado,<strong> ultimo baluardo delle difese sovietiche di fronte all’offensiva dell’Asse</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Vasilij-Zajcev.jpg"><img class="wp-image-1418 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Vasilij-Zajcev-227x300.jpg" alt="Vasilij Zajcev" width="253" height="334" /></a></p>
<p style="text-align: justify">In questa situazione critica, Zajcev si mette subito in mostra per le sue doti di tiratore, abbattendo 32 nemici con il proprio Mosin-Nagant. <strong>Divenuto un cecchino</strong>, tra il 10 novembre e il 17 dicembre 1942, durante l’apice della battaglia,<strong> elimina 225 soldati nemici</strong>, compresi 11 cecchini e numerosi ufficiali.</p>
<p style="text-align: justify">La sua impresa più famosa, tuttavia, resta il <strong>duello con lo <i>SS-Standartenführer</i> Heinz Thorwald</strong>, inviato apposta per eliminarlo. Dopo alcuni giorni di caccia, Zajcev riesce a sorprendere il suo avversario e ucciderlo. Sebbene il mirino telescopico di Thorwald si trovi al Museo dell’Armata Rossa di Mosca, tutta la vicenda, immortalata nel <strong>film francese “Il nemico alle porte”</strong>, resta in bilico tra la storia e la leggenda.</p>
<p style="text-align: justify">Ad ogni modo, il suo contributo alla vittoria è importante, e non solo per i <strong>400 nemici circa abbattuti</strong>, durante l’intera battaglia. Zajcev sperimenta nuove tecniche, affina l’arte del cecchinaggio e trasmette la sua esperienza ai suoi compagni. Si stima che i 28 cecchini da lui addestrati abbiano ucciso altri 3000 nemici. Inoltre, le tattiche da lui sviluppate sono state applicate con successo dalle forze armate sovietiche e russe nelle guerre a venire.</p>
<p style="text-align: justify">A gennaio, <strong>è ferito agli occhi da un mortaio e deve ritirarsi dal fronte</strong>. Durante la convalescenza è nominato Eroe dell’Unione Sovietica (22 febbraio 1943) e riceve la tessera del Partito Comunista. Una volta guarito, grazie al medico Vladimir Filatov, torna al fronte, terminando la guerra alle porte di Berlino, con il grado di capitano.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo il conflitto, studia da ingegnere e lavora a Kiev come direttore di un’azienda tessile. <strong>Muore il 15 dicembre 1991</strong>, appena dieci giorni prima della fine dell’Unione Sovietica, per cui aveva combattuto. Solo il 31 gennaio 2006, però, viene esaudito il suo desiderio di riposare sulla collina di Mamayev Kurgan, sopra Stalingrado, a fianco dei compagni caduti.</p>
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		<title>Manfred von Richthofen, il Barone Rosso</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2015 10:35:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Barone Manfred von Richthofen nasce in Slesia a Breslau il 2 maggio 1892, da una famiglia di junker prussiani. Da giovane è un notevole ginnasta e cavallerizzo, ma ama anche la caccia. Dopo un’educazione militare, diventa perciò alfiere in un reggimento di Ulani (1911). Allo scoppio della Grande Guerra, combatte contro i Russi in Polonia e poi sul Fronte Occidentale, in Lussemburgo, Belgio e Francia. In trincea, davanti alle mura di Verdun, si guadagna la Croce di Ferro, ma si rende conto che in questa guerra non c’è posto per la cavalleria. Dinanzi alla prospettiva di essere assegnato alla]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>l Barone Manfred von Richthofen nasce in Slesia a Breslau il 2 maggio 1892, da una famiglia di junker prussiani. Da giovane è un notevole ginnasta e cavallerizzo, ma ama anche la caccia. Dopo un’educazione militare, diventa perciò alfiere in un reggimento di Ulani (1911). Allo scoppio della Grande Guerra, combatte contro i Russi in Polonia e poi sul Fronte Occidentale, in Lussemburgo, Belgio e Francia. In trincea, davanti alle mura di Verdun,<strong> si guadagna la Croce di Ferro</strong>, ma si rende conto che <strong>in questa guerra non c’è posto per la cavalleria</strong>. Dinanzi alla prospettiva di essere assegnato alla Sussistenza, presenta domanda per il passaggio alla nascente arma aeronautica, la Luftstreitkräfte.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo la gavetta come osservatore e il primo abbattimento – non accreditato perché caduto dietro le linee nemiche –, comincia l’addestramento da pilota. <strong>É scelto dall’asso Oswald Boelcke per la sua squadriglia</strong> e, dopo la sua morte, ne custodisce fedelmente gli insegnamenti. Richthofen predilige uno stile poco spettacolare, ma affidabile ed efficiente. Dopo la prima vittoria aerea (17 settembre 1916), ordina una coppa d’argento, riportanti incisi la data e il tipo d’aereo abbattuto. A quota 60, di fronte alla penuria d’argento in Germania, smette pur di non utilizzare metalli meno nobili. A novembre, <strong>duella con l’asso alleato Lanoe Hawker</strong>, da lui stesso definito “il Boelcke britannico”, uccidendolo.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/barone-rosso.jpg"><img class=" wp-image-1341 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/barone-rosso-215x300.jpg" alt="barone rosso" width="232" height="324" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Il gennaio 1917, segna l’<strong>inizio della leggenda del Barone Rosso</strong>. Dopo la sedicesima vittoria, riceve la Pour le Mérite – detta famigliarmente Blue Max –, la più alta onorificenza imperiale. Inoltre, <strong>diventa comandante della squadriglia da caccia <em>Jasta</em> (<em>Jagdstaffel</em>) 11</strong>. Inizia allora a dipingere i propri apparecchi di rosso vivo, presto imitato dal resto dei suoi uomini. La sua unità è formata dai migliori piloti tedeschi, spesso addestrati da lui stesso. Spiccano i nomi del fratello Lothar von Richthofen, più tardi generale della Luftwaffe, e di Hermann Göring, futuro gerarca nazionalsocialista e Ministro dell’Aviazione durante il Terzo Reich. Sotto il suo comando, lo Jasta 11 si copre di gloria: nel corso dell’“aprile di sangue” 1917, il solo Richthofen abbatte 22 aerei britannici, di cui 4 in un giorno solo.</p>
<p style="text-align: justify">A giugno, diviene comandante del 1° stormo caccia, appena formato. Formato da squadriglie che si distinguevano per la loro mobilità nell’azione e per i loro apparecchi colorati, <strong>esso diventò noto come il “Circo volante” o “Circo Richthofen”</strong>. Di lì a poco, è ferito alla testa e costretto ad atterrare. Dopo una serie di difficili operazioni, torna a combattere, ma non sarà mai più in forma come prima. Tuttavia, rifiuta di abbandonare le operazioni di volo, affermando che i comuni soldati non godevano di questa opportunità. É così che arriva ad annoverare <strong>ben 80 vittorie accreditate</strong>, prima di incontrare la sua sorte.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/aereo-barone-rosso.jpg"><img class=" wp-image-1342 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/aereo-barone-rosso-300x199.jpg" alt="aereo barone rosso" width="333" height="221" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La mattina del 21 aprile 1918, il Barone Rosso sta sorvolando la Somme, battendosi contro una squadriglia di Sopwith Camel britannici. Mentre incalza il tenente canadese Wilfrid May, per trarre d’impaccio il cugino Wolfram von Richthofen, è a sua volta puntato dal capitano Arthur Roy Brown. Intanto che si disimpegna, inavvertitamente viene a trovarsi sopra le linee nemiche. In quel momento, <strong>il sergente australiano Cedric Popkin</strong>, lo mitraglia dal basso. Colpito mortalmente al petto, l’aviatore tedesco riesce nondimeno a compiere un atterraggio di fortuna, prima di spirare, riverso sulla cloche, sussurrando “Kaputt”. Il suo triplano Fokker Dr. 1 è presto smontato dai cacciatori di souvenir, ma gli Alleati lo seppelliscono, tributandogli solenni onori di guerra. Nel 1925, la salma torna in Germania tra grandi accoglienze di popolo per essere sepolta nell’<em>Invalidenfriedhof</em> di Berlino.</p>
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		<title>Amedeo Guillet, il Comandante Diavolo</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jan 2015 15:02:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Amedeo Guillet nasce il 7 febbraio 1909 a Piacenza, in una famiglia piemontese di lunga tradizione militare. Esce nel 1931 dall’Accademia di Modena, con il grado di sottotenente di Cavalleria. Solo lo scoppio della Guerra d’Etiopia gli impedisce di gareggiare alle Olimpiadi di Berlino, nella squadra italiana d’equitazione. Chiede piuttosto d’essere assegnato ad un reparto di spahis libici, alla testa dei quali combatte in Abissinia, venendo ferito. Decorato a Tripoli da Italo Balbo in persona, organizza il corteo equestre che consegna al Duce la Spada dell’Islam. Partecipa alla Guerra di Spagna, comandando prima un reparto di blindati e poi un]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " align="JUSTIFY"><span title="A" class="cap"><span>A</span></span>medeo Guillet nasce il 7 febbraio 1909 a Piacenza, in una famiglia piemontese di lunga tradizione militare. Esce nel 1931 dall’Accademia di Modena, con il grado di sottotenente di Cavalleria. Solo lo scoppio della Guerra d’Etiopia gli impedisce di gareggiare alle Olimpiadi di Berlino, nella squadra italiana d’equitazione. Chiede piuttosto d’essere assegnato ad un reparto di <i>spahis</i> libici, alla testa dei quali combatte in Abissinia, venendo ferito. Decorato a Tripoli da Italo Balbo in persona, organizza il corteo equestre che consegna al Duce la Spada dell’Islam. Partecipa alla Guerra di Spagna, comandando prima un reparto di blindati e poi un <i>tabor</i> di cavalleria marocchina. Combatte da Santander a Teruel, guadagnandosi quattro decorazioni spagnole. Il suo posto è però in Africa, dove torna poco dopo, al comando del 7° squadrone di <i>savari</i> in Libia.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 1939, è trasferito in Africa Orientale, al comando del Gruppo Bande Amhara, una formazione irregolare di cavalleria formata da 1700 tra eritrei, etiopi e yemeniti. In un’azione militare nel Dougur Dubà, continua a combattere illeso, nonostante due cavalli muoiano sotto di lui. Si guadagna così la Medaglia d’Argento al Valor Militare, l’ammirazione dei coloni italiani e la stima dei militari indigeni, che lo chiamano <i>Cummandar As-Sciaitan</i> (“Comandante Diavolo”). Guillet mostra rispetto verso le popolazioni locali, nemici compresi, e tratta i suoi soldati alla pari, permettendo loro di mantenere usi e costumi propri e di condurre seco le proprie famiglie. Egli stesso, sfidando le leggi razziali, vive con Khadija, figlia di un capotribù. Il suo valore militare e umano si manifesta pienamente durante la sfortunata difesa dell’Impero coloniale italiano.</p>
<p align="JUSTIFY">Alla Battaglia di Agordat (21 gennaio 1941), il suo gruppo armato di spade, pistole e bombe a mano, carica a cavallo la fanteria e i carri britannici, che rispondono sparando ad alzo zero. È grazie a questo coraggioso sacrificio che le forze italiane riescono a sfuggire all’accerchiamento. Tuttavia, l’Esercito Britannico è troppo forte, e di lì a poco le forze italiane capitolano. La resa non impedisce però al Comandante Diavolo di continuare a combattere contro le forze di Sua Maestà. Spogliatosi dell’uniforme, col suo gruppo di fedelissimi indigeni, guida una strenua guerriglia contro le forze alleate, compiendo ogni sorta di scorrerie e sabotaggi. Dopo otto mesi, incalzato dal nemico, congeda gli uomini rimasti e resta alla macchia a Massaua. Col nome di Ahmed Abdallah al-Redai, sfugge ancora alla cattura e tenta di attraversare il Mar Rosso. Aggredito e depredato dai pirati una prima volta, riesce finalmente a raggiungere lo Yemen, con un lasciapassare britannico.</p>
<p align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a>Qui, il monarca locale, l’Imam Yahia, lo prende a benvolere e lo arruola come Gran Maniscalco di Corte, con il compito di istruire la guardia a cavallo e gli stessi figli del sovrano. Contro il volere dell’Imam, nel giugno ’43, Guillet torna a Massaua, dove s’imbarca per l’Italia su una nave della Croce Rossa, fingendosi un civile. Arriva il 3 settembre a Roma, dove ottiene la promozione a maggiore, e domanda mezzi per proseguire la guerriglia in Africa. Tuttavia, si è appena consumata l’onta di Cassibile, e il Regno d’Italia ha cambiato campo. All’annuncio dell’armistizio, riattraversa la Linea Gustav e si presenta a Brindisi, al servizio del Re. Nella sua nuova mansione di generale di brigata, nei ricostituiti servizi segreti militari, conduce una serie di missioni, culminando nel recupero della Corona del Negus d’Etiopia, sottratta ai partigiani garibaldini.</p>
<p align="JUSTIFY">All’indomani del 2 giugno, fedele ancora una volta a Casa Savoia, si dimette dall’Esercito. Re Umberto II gli vieta però di abbandonare il Paese per seguirlo: «Noi passiamo, l’Italia resta». In compenso, lo nomina Barone, nel 1964. Si dedica quindi alla carriera diplomatica, dove trova comunque il modo di distinguersi, diventando confidente di governanti stranieri quali Re Hussein di Giordania e Indira Gandhi, e salvando alcuni colleghi stranieri durante un tentativo di golpe in Marocco. Trascorre gli anni della vecchiaia in Irlanda, ad allevare cavalli. Solo nel 2000, torna in Eritrea, accolto dai sopravvissuti tra i suoi soldati. Muore ultracentenario a Roma il 16 giugno 2010, ed è sepolto a Capua.</p>
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