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	<title>Torquemada &#187; Giustizia</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Enzo Tortora, un eroe liberale</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 17:45:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Portonera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché una rubrica che si chiama “Brigata libero mercato” dedica il proprio articolo a Enzo Tortora e non a Luigi Einaudi, Friedrich von Hayek o Milton Friedman? Perché una rubrica che ha un titolo come il nostro, sceglie di cominciare la propria vita con un articolo dedicato ai temi della giustizia e non dell’economia? Primo, perché Enzo Tortora è uno dei miei eroi ed è bene che sappiate, cari lettori, che molti degli articoli di questa rubrica saranno dedicati alla storia e agli insegnamenti dei miei diversi eroi. Secondo, perché – come abbiamo fissato nero su bianco (o pixel su]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>erché una rubrica che si chiama “Brigata libero mercato” dedica il proprio articolo a Enzo Tortora e non a Luigi Einaudi, Friedrich von Hayek o Milton Friedman? Perché una rubrica che ha un titolo come il nostro, sceglie di cominciare la propria vita con un articolo dedicato ai temi della giustizia e non dell’economia? Primo, perché Enzo Tortora è uno dei miei eroi ed è bene che sappiate, cari lettori, che molti degli articoli di questa rubrica saranno dedicati alla storia e agli insegnamenti dei miei diversi eroi. Secondo, perché – come abbiamo fissato nero su bianco (o pixel su pixel, fate voi) sul nostro “manifesto” – questa rubrica non è e non sarà mai solo un concentrato di discorsi economici, un’apologia del solo liberismo: sarà un’appassionata difesa della Libertà. Quella libertà per cui Enzo Tortora combatté la battaglia più importante della sua vita.</p>
<p>Il Collegio Augustinianum ha ospitato, martedì 18 novembre, una conferenza dal titolo “«Il Caso Italia. Enzo Tortora e la battaglia per la “giustizia giusta”», al cui interno sono intervenuti l’avvocato Raffaele Della Valle – avvocato e legale di Tortora – e il professore Guido Vitiello, dell’Università La Sapienza di Roma – giornalista e autore di “Non giudicate”, un libro fondamentale per la coscienza di qualsiasi <i>garantista</i> vero: di chi, cioè, per dirla con Leonardo Sciascia, crede nel diritto e nella giustizia e sa per questo che “giudicare” è la più dolorosa e terribile delle necessità.</p>
<p>Grazie alla testimonianza diretta dell’avvocato Della Valle, che visse in prima linea e in prima persona il terribile calvario (e la coraggiosa battaglia che ne seguì) di Enzo Tortora, è stato possibile ricostruire “il più grande esempio di macelleria giudiziaria del nostro Paese”, come ebbe a definirlo Giorgio Bocca. È stato possibile ricostruire il modo in cui Enzo Tortora, da stimato e rispettato giornalista e presentatore (uno che alle nove di sera andava a letto con un libro di Karl Popper, come ha raccontato la figlia Silvia), si ritrovò – la mattina del 17 giugno 1983 – “trasformato” in un mostro; trasformato da un paio di manette strette ai polsi e date in pasto ai giornali, da un’accusa infamante e oltraggiosa mossagli contro sulla base di non si sa quali prove o indizi, da un trattamento del tutto simile a quello riservato al povero Jean Calas del “Trattato sulla Tolleranza” di Voltaire. Enzo Tortora era un camorrista: così era stato deciso prima di ogni indagine, verifica e processo. Come raccontato proprio dall’avvocato Della Valle, Enzo Tortora si trovò costretto a vivere una storia dal sapore kafkiano, segnata dal “combinato disposto” tra l’insipienza e i clamorosi errori della magistratura e l’accanimento mediatico: dopo un’assurda e mostruosa condanna in primo grado, ci vorranno infatti quasi 4 anni perché si accertasse, in Appello e Cassazione, che non era solo “innocente”, ma addirittura “estraneo” a ciò che gli veniva contestato. Enzo Tortora dimostrò, in più di un’occasione, la sua completa e assoluta integrità: momento centrale della serata è stata la lettura della lettera con cui Tortora chiese – formalmente – al proprio avvocato Della Valle di non richiedere alcuna “subordinata” in Appello rispetto a una sua possibile “non assoluzione”. Come ribadito dall’avvocato Della Valle, Tortora non era uomo di compromessi: voleva che fosse fatta interamente luce sulla verità del suo caso. O colpevole o innocente.</p>
<p>Dopo la rievocazione storica del caso Tortora, è stato grazie al professore Vitiello che si è attualizzata la vicenda, evidenziandone il lascito, a più di trent’anni di distanza. Dopo tutto questo tempo – nonostante il proliferare di indegne strumentalizzazioni e improvvidi paragoni – Enzo Tortora rimane un eroe per tutte le “brave persone” d’Italia. Se le sofferenze e il martirio che ha subito non fossero stati veri, si potrebbe dire di lui che è stato il protagonista di una leggenda: egli affrontò, infatti, i meccanismi impazziti di una “giustizia” “ingiusta”, impunita e <i>impersonale</i> (come sottolineato proprio da Vitiello, dal rapporto di polizia che apre la vicenda alle considerazioni del PM Olivares in Appello che la chiude, continua a ripetersi un “<i>si vuole</i> Tortora dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti”: ma chi è che lo vuole e perché lo vuole non si è mai chiarito) in cui fu a forza gettato. Egli “tenne”, come tenne – prima di lui, ma stavolta solo nelle pagine di un romanzo meraviglioso – l’avvocato Francesco Paolo Di Blasi, del “Consiglio d’Egitto”. Egli riuscì a spezzare quei meccanismi, riuscì a vedersi proclamato innocente (lasciando noi con il dubbio che non lo fossero quelli che lo avevano perseguitato). E dalla sua vicenda giudiziaria, Tortora uscì vittorioso, affranto e distrutto: e ne morì, lasciando che il cancro completasse l’opera cominciata da altri. Ma ciò che rende Tortora davvero eroico non è solo l’aver combattuto: è il non aver combattuto solo per sé. Non è stato il «caso Tortora», è stato (ed è ancora) il «caso Italia»: egli parlava (e parla ancora) “per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti e sono troppi”. Perché quello che successe a Tortora succede ancora e può succedere a chiunque di noi: e noi non siamo Tortora, non abbiamo la sua volontà e la sua forza.</p>
<p>“Dove eravamo rimasti?” si chiese Enzo Tortora al suo ritorno in tv, il 20 febbraio 1987, riprendendo l’eco dell’“Heri dicebamus” di Luigi Einaudi. Forse sarebbe stato più corretto dire: dove siamo rimasti? Siamo infatti sempre lì, purtroppo. Siamo sempre di fronte all’anomalia giuridica e giudiziaria di questo Paese, il Paese che più che per Cesare Beccaria andrebbe forse ricordato per Diego Marmo, il pm che trascinò Tortora alla gogna. O per la classe politica della fine degli anni ’80 che pensò bene di tradire e vanificare il risultato del Referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, l’ultima battaglia e vittoria politica di Enzo Tortora. Una classe politica e una giudiziaria degne eredi di quelle che, sul finire del ‘600, avevano mandato a morte Giangiacomo Mora, protagonista della manzoniana “Storia della Colonna infame”.</p>
<p>Enzo Tortora ha impiegato tutte le sue forze nella battaglia per una “giustizia” che fosse “giusta” per tutti: per la sicurezza del cittadino, per le garanzie dell’imputato, per la dignità del carcerato, per il lavoro del magistrato. Responsabilità civile, separazione delle carriere, ridimensionamento della carcerazione preventiva: questi e molti altri temi devono essere al centro di una proposta di riforma della giustizia. Questi devono essere tra le priorità di una nuova agenda politica per il Paese. E lo devono essere specialmente per chi si professa liberale e garantista, per chi – alla maniera dei libertarian statunitensi – “crede nella libertà, senza alcun ‘ma’ dopo”. Perché, come disse proprio Enzo Tortora alla figlia Silvia, «esiste forse battaglia più liberale di questa?».</p>
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