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	<title>Torquemada &#187; Filosofia</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Prima di criticare la scuola di Gentile sciacquatevi… (i panni nell’Arno)</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2015 12:56:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Runco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Si torna tra i banchi in periodo di riforme scolastiche, con Diego Fusaro che ha lanciato da poco una provocazione al governo: “la buona scuola è quella di Giovanni Gentile”. Questo il titolo di un articolo che merita davvero di essere condiviso e sottoscritto. Fusaro ritiene la riforma scolastica del 1922/23 “discutibile finché si vuole, sì, ma pur sempre la migliore di cui questo Paese abbia beneficiato”. Sono trascorse due settimane dalla comparsa sulle colonne virtuali de “Il Fatto Quotidiano” e l’articolo ha avuto un’ampia circolazione senza che qualcuno si sentisse in dovere di prendere carta e penna ed esprimere,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>i torna tra i banchi in periodo di riforme scolastiche, con Diego Fusaro che ha lanciato da poco una provocazione al governo: <strong>“la buona scuola è quella di Giovanni Gentile”</strong>. Questo il titolo di un <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/31/la-buona-scuola-e-quella-di-giovanni-gentile/1996202/">articolo</a> che merita davvero di essere condiviso e sottoscritto. Fusaro ritiene la riforma scolastica del 1922/23 <em>“discutibile finché si vuole, sì, ma pur sempre la migliore di cui questo Paese abbia beneficiato”</em>. Sono trascorse due settimane dalla comparsa sulle colonne virtuali de “Il Fatto Quotidiano” e l’articolo ha avuto un’ampia circolazione senza che qualcuno si sentisse in dovere di prendere carta e penna ed esprimere, come capita spesso in questi casi, la propria opinione discordante. Segno che <strong>Fusaro ha saputo individuare un tema importante, e soprattutto che parlare male della scuola di Giovanni Gentile oggi è oltremodo inopportuno alla luce di quel che è stata la scuola dopo e di quel che si prospetta</strong>. Anche gli italiani del 2015, d&#8217;altronde, sanno bene quanto è difficile mettersi a discutere con chi è uscito dalla scuola pubblica di qualche decennio fa. Bisogna ponderare bene ogni parola se non si vuole correre il rischio di essere rintuzzati brutalmente e incappare in imbarazzanti figuracce.</p>
<p style="text-align: justify">A dire il vero però, <strong>c’è ancora qualcuno che non gradisce che si rivolgano elogi nostalgici al ministro Gentile</strong>, ed è così che <a href="http://www.scienzalive.it"><strong>scienzalive.it</strong></a> è intervenuta nel dibattito sulla scuola pubblica urlando dal salone mentre gli oratori si salutavano all&#8217;uscita, nella speranza di riuscire a smentire con un articolo (<a href="http://www.scienzalive.it/primopiano/no-caro-fusaro-la-buona-scuola-non-e-quella-di-gentile/">questo</a>), sia il marxista tascabile di oggi che l’imponente attualista di ieri.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Lo stile utilizzato stavolta non appartiene alla divulgazione scientifica</strong>: non è affatto pacato e suadente come quello che ci ha fatto affezionare agli Angela. <strong>Si tratta invece di un tono indignato, di quelli che vorrebbero trascinare le folle piuttosto che insegnargli qualcosa</strong>, ma nonostante l’autore trasudi disappunto da ogni parola, si rivela egualmente poco portato per la psicagogia. Il promettente scienziato è sconvolto, secondo lui addirittura l’intera società italiana sarebbe <em>“ancora nel pieno della sua terapia di riabilitazione dal trauma della riforma Gentile”</em> e Fusaro tesse le lodi dell’uomo che l’ha ideata senza rendersi conto che così sta dando un bacio al proprio aguzzino, assurgendo a sintomo di un disturbo collettivo della personalità, della <strong>“sindrome di Stoccolma”</strong> generalizzata che dilaga nel Bel Paese. Non sto esagerando, è una diagnosi che ricorre fin dall&#8217;esordio dell’articolo. Potremmo pure darla per buona se non fosse che la lunga serie di guai da cui la nostra cultura sarebbe afflitta a causa di quel sistema scolastico, mi sembra oltremodo pretestuosa. Insomma, forse sono ammalato anch&#8217;io, ma proprio non riesco ad individuare in questa disamina né il carnefice né i tormenti.</p>
<div id="attachment_2888" style="width: 264px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/gentile.jpg"><img class="wp-image-2888 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/gentile-254x300.jpg" alt="Giovanni Gentile" width="254" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Giovanni Gentile</p></div>
<p style="text-align: justify"><strong>Le colpe della riforma Gentile sarebbero molteplici, innanzi tutto non le si perdona di essere stata “la più fascista delle riforme”</strong> e dunque inevitabilmente intaccata dall&#8217;ideologia. <strong>Tuttavia queste parole sono prese molto più sul serio di quanto non faceva lo stesso Mussolini quando le ha pronunciate</strong>. Già nel marzo del 1931, appena otto anni dopo i provvedimenti sulla scuola, li ridefinirà “un errore dovuto ai tempi e alla forma mentis dell’allora ministro”, affidando il compito di una ulteriore riforma al successore di Gentile al ministero, <strong>Giuseppe Bottai</strong> (che avrebbe smembrato il ginnasio per creare la scuola media). <strong>Ma il consenso riscosso durante il ventennio può anche essere messo da parte, resta che finanche dopo la guerra, il sistema scolastico italiano, a parte qualche ritocco, è rimasto articolato sulla struttura plasmata durante il gabinetto Gentile.</strong> Se ciò è potuto accadere è stato perché perfino alcuni fra gli oppositori vittoriosi del fascismo, l’hanno considerata fin da subito non solo come <strong>qualcosa di non irrimediabilmente compromesso con il regime, ma addirittura come un’eredità di quest’ultimo di cui non c’era affatto da vergognarsi.</strong> Ed è indubbio che nessuno in seguito è stato in grado di realizzarne una alternativa.</p>
<p style="text-align: justify">Su scienzalive.it la riprensione è implacabile, come può venire in mente a qualcuno di apprezzare una riforma del genere che è stata addirittura:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right"><em>“emanata tramite vari regi decreti legislativi (sic!)”</em><br />
<em>[La parentesi è originale n.d.r.]</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: left">Una fonte normativa senz&#8217;altro disgustosa, una tara su cui non si può passare sopra! Che dire allora dello scandalo di altri atti con diciture simili che sono ancora in vigore, come il Codice Civile (Regio Decreto 16 marzo 1942 n. 262) (Orrore!), o per esempio i Regi Decreti numero 1669 e 1736 del 1933 rispettivamente noti come legge cambiaria e legge assegni (Basta per carità!).</p>
<p style="text-align: justify">I rimproveri sono appena cominciati e sono ancora più buffi e imprecisi. Gentile per scienzalive.it non era altro che un “filosofo di regime” che con la sua riforma mirava alla <em>“subordinazione della cultura scientifica ad una posizione subalterna”</em>. Quest’ultima frase presa da sola non avrebbe significato in lingua italiana, ma non spingiamoci troppo oltre. <strong>Insomma l’insegnamento scientifico a scuola sarebbe stato trascurato, addirittura perseguitato, favorendo invece gli insegnamenti cosiddetti “letterari” od “umanistici”.</strong> La qual cosa non è vera, anzi <strong>è vero il contrario: è stata proprio la riforma Gentile a mettere le materie scientifiche sullo stesso piano di quelle umanistiche nell&#8217;insegnamento scolastico.</strong> Alle materie scientifiche è stata conferita eguale dignità rispetto alle altre con l’istituzione del liceo scientifico, che prima non esisteva. <strong>Sotto il vigore della precedente legge Casati del 1859 l’istruzione scientifica era relegata nella scuola tecnica, che non dava accesso all&#8217;università.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Si esagera poi sul <strong>“liceo femminile”</strong> giacché si sostiene che le donne sarebbero state “escluse dagli altri licei”. Peccato che l’inciso mutuato dalla relativa pagina wikipedia sia del tutto falso, i nostri divulgatori avrebbero dovuto controllare la fonte. Si sarebbero accorti che questa scuola superiore, esistita solo fino al 1928, era stata pensata proprio per offrire una opzione ulteriore alle ragazze che volevano intraprendere degli studi superiori meno impegnativi di quelli degli altri licei – cui avevano liberamente accesso – ma comunque più approfonditi di quelli dell’istituto magistrale. E poi basta recuperare qualche vecchia fotografia di liceo per accorgersi che le classi erano già miste.</p>
<div id="attachment_2889" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/foto-liceo-1927.jpg"><img class="wp-image-2889 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/foto-liceo-1927-300x204.jpg" alt="foto liceo 1927" width="300" height="204" /></a><p class="wp-caption-text">Una classe mista in un liceo del 1927.</p></div>
<p style="text-align: justify">Si afferma inoltre che <em>“l’introduzione dell’insegnamento obbligatorio della religione cattolica nella scuola elementare”</em> avrebbe realizzato la <em>“cattolicizzazione forzata della popolazione”</em>! Non sarebbero state la bimillenaria predicazione della Chiesa e l’esempio dei santi a strappare la penisola al paganesimo, ma un esercito di maestrine con la gonna nera delle giovani italiane, completando l’opera in soli vent’anni, un’ora alla settimana, a suon di bacchettate!</p>
<p style="text-align: justify">Il resto è un piagnisteo infarcito di barbarismi, Giovanni Gentile e l’ora di religione ci avrebbero lasciato un considerevole disavanzo <em>“scientifico tecnologico”</em> rispetto alle altre nazioni (e inspiegabilmente si dimenticano scoperte, invenzioni ed industrie italiane, ma proseguiamo); ci avrebbero condannato ad essere <em>“l’ultimo paese occidentale senza una separazione netta tra Stato e Chiesa”</em> (e la Germania? La Spagna? L’Irlanda? E così via, per non parlare della Gran Bretagna con la sua chiesa di stato con a capo la regina); e infine ci avrebbero costretto a sopportare <em>“un’opinione pubblica vulnerabile ad ogni minaccia della pseudoscienza”</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Fusaro scrive nel suo articolo che <em>“il liceo classico ha reso possibile la superiorità culturale di intere generazioni di liceali italiani rispetto ai loro coetanei di tutto il mondo”</em>. E su scienzalive.it lanciano contro Fusaro e contro Gentile un mucchietto di quelle <strong>classifiche</strong> famose, quelle in cui la moquette viene prima dei programmi e la possibilità di andare scalzi dentro la scuola e più importante di quello che si impara. Graduatorie in cui l’Italia malgrado tutto non si piazza neanche tanto male.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il lamento poi si fa paradossale, quello che non va bene è la civiltà</strong>. Pare che sia un problema che in un paese civile come l’Italia si possa avere l’umanità di evitare le sofferenze inutili degli altri esseri viventi ponendo alcuni limiti alla <strong>sperimentazione animale</strong>; addirittura si contesta l’<strong>obiezione di coscienza</strong>, che ci hanno propugnato come grande conquista civile dell’ultimo secolo. Questo sfacelo sarebbe derivato dall&#8217;ignoranza generalizzata provocata dalla scuola pubblica, che permette che diventi ginecologo qualcuno che si rifiuta di fare a pezzi o squagliare coll&#8217;acido una creaturina nel grembo della madre, perché la considera un bambino e non un grumo di cellule. Eccoli i retaggi di un mondo primitivo e barbarico, come i “crocifissi negli ospedali e nelle scuole”, e Giovanni Gentile ha permesso che sopravvivessero.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>La riforma Gentile ha ricevuto, e spesso meritato, diverse critiche già in passato. Mi ha sorpreso molto non ritrovare quella del “nozionismo”, perché abbastanza datata e piuttosto in voga.</strong> Peccato perché non avrei avuto nulla da controbattere a questo sempreverde, <strong>la scuola dei nostri genitori e dei nostri nonni era nozionista</strong>. Non alle elementari però, dove Gramsci invece avrebbe preferito fosse stata dogmatica, ma questa è un’altra storia. <strong>Nella scuola che facciamo adesso nozionismo ce ne è troppo poco</strong>, te ne accorgi quando tutti i concorrenti di un quiz televisivo dicono che Hitler è diventato cancelliere negli anni settanta, e pochi secondi dopo aver ascoltato la risposta esatta mettono anche a Mussolini i jeans a zampa di elefante. <strong>IL nozionismo è quella cosa che serve a non spararle grosse</strong>, del tipo “la luna è una stella” o “Biella è in Toscana”. Sentirle sarà pure divertente, ma se a dirle sono i parlamentari alle Iene che li aspettano proprio per registrare le più ridicole, il fenomeno si rivela in tutta la sua dolorosa tragicità. Alla fine basterebbe imparare a memoria da piccoli un elenco di apostoli e di martiri per non dire poi da grandi che l’Italia è stata cattolicizzata forzatamente da Gentile nel ’23.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Per poco non mi sfuggiva che nell&#8217;articolo si prende a prestito anche un po’ dell’autorevolezza di <strong>Antonio Gramsci</strong>, alludendo, troppo velocemente, alla sua principale censura alla riforma Gentile: <strong>il classismo</strong>. Andrebbe fatta però molta più attenzione anche nel citarlo a vanvera Gramsci! Perché in questo caso, <strong>egli voleva metterci in guardia proprio dal rischio terribile che comporta porre in secondo piano la cultura che chiamava “disinteressata”</strong> (quella cosiddetta umanistica). <strong>Cioè quello di sfornare individui privi della “potenza fondamentale di pensare e sapersi dirigere nella vita”</strong>. Il pericolo ieri si nascondeva nella scuola tecnica, che in questo modo avrebbe allargato le distanze tra le classi sociali, già inevitabilmente rispecchiate dalle scuole differenziate (in questo sta il classismo della riforma gentile per Gramsci); e che oggi si è esteso fino a minacciare tutto quel che resta dell’istruzione pubblica.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Chiamare in causa Gramsci su questo punto equivale a riconoscere in pieno che Fusaro ha ragione</strong>, su scienzalive.it si sono contraddetti da soli, ma non credo che se ne siano accorti. Potete controllare nei <em>Quaderni del Carcere</em> se non mi credete, dopotutto anch&#8217;io non ho nessuna qualifica scientifica.</p>
<p style="text-align: justify">Tornando al tema principale, per concludere, abbiamo potuto renderci conto di come l’affermazione secondo la quale il lavoro di Giovanni Gentile al Ministero della Pubblica Istruzione si sia concretizzato in <em>“decenni di ostracismo scientifico programmato”</em> non possa essere presa sul serio.<strong> Ma</strong> <strong>va respinto espressamente anche l’ultimo degli appunti mossi alla prelodata riforma:</strong> <em>“l&#8217;apertura della dicotomia tra scienze naturali e discipline umanistiche che ancora lacera e polarizza in fazioni il nostro dibattito culturale”</em>. Per farla breve questo “equivoco intellettuale” non esiste. O meglio mi sembra che esso si possa riscontrare solo in alcuni esponenti del mondo degli studi. Spesso proprio fra quelli che questa frattura la denunciano ogni piè sospinto (parlo in generale). Io credo che la prospettiva di uno specialismo autoreferenziale sia in agguato laddove si avverte una latente frustrazione nel non padroneggiare le conoscenze che si trovano al di fuori del proprio ambito disciplinare, e di conseguenza si teme possano sfuggire anche le intuizioni olistiche a volte necessarie all&#8217;interno di quest’ultimo. Di solito però tutto questo non c’entra perché si cerca la polemica di proposito. E d&#8217;altronde leggendo qualche dubbio ogni tanto mi è venuto… Mi spiego: ad esempio l’autore fa bene a scrivere “scienze” naturali e “discipline” umanistiche, se allude ad una differenza di metodo, ma ho avuto il sospetto che qui come in altre parti si debba invece intendere un giudizio di merito, celando un certo disprezzo per le seconde. Ma della buona fede non è mai lecito dubitare.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Del resto poi non è che in questo articolo si presti molta attenzione al significato di termini ed espressioni</strong>, come quando con tono fastidiosamente saccente lo scienziato rimbecca Fusaro sulla <strong>“razionalità calcolatrice”</strong> dimostrando di aver confuso il mezzo con il fine, la razionalità strumentale con lo spirito critico, e finendo col dare ancora una volta inavvertitamente ragione all&#8217;avversario in questa contesa.</p>
<p style="text-align: justify">Che il nostro promettente scienziato non fosse anche un maestro di retorica lo avevamo capito, e tutto quello che abbiamo notato fin qui si può e bisogna perdonarlo, ma la presunzione di dare lezioni a Giovanni Gentile concludendo con una citazione sgangherata di Brecht no. Avrebbe dovuto risparmiarsela. Prima di provarci un’altra volta sarebbe meglio fare qualche altra lettura, e “sciacquare i panni in Arno”.</p>
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		<title>I quaderni neri di Heidegger: quando la filosofia fa notizia non è più filosofia</title>
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		<pubDate>Sun, 31 May 2015 13:54:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un primo contributo su Torquemada del filosofo e giornalista Andrea Lugoboni. Qualche tempo fa era il New realism di Ferraris. Ora è l’antisemitismo dei Quaderni neri del filosofo Martin Heidegger a riempire le terze pagine dei giornali. La filosofia fa notizia. E il lettore subodora che dietro quel nero, quelle immagini di svastiche e braccia tese, ci sarà qualche oscuro fatto di cronaca, qualche agghiacciante delitto. D’altra parte un articolo di solito si legge perché accende fantasie e curiosità. Ma tutto ciò vale per la filosofia? Heidegger non sarebbe probabilmente d’accordo. Così scriveva alla filosofa Hannah Arendt (la sua amante]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><em><span title="U" class="cap"><span>U</span></span>n primo contributo su Torquemada del filosofo e giornalista Andrea Lugoboni.</em></p>
<p style="text-align: justify">Qualche tempo fa era il New realism di Ferraris. Ora è l’antisemitismo dei Quaderni neri del filosofo Martin Heidegger a riempire le terze pagine dei giornali. La filosofia fa notizia. E il lettore subodora che dietro quel nero, quelle immagini di svastiche e braccia tese, ci sarà qualche oscuro fatto di cronaca, qualche agghiacciante delitto. D’altra parte un articolo di solito si legge perché accende fantasie e curiosità. Ma tutto ciò vale per la filosofia? Heidegger non sarebbe probabilmente d’accordo. Così scriveva alla filosofa Hannah Arendt (la sua amante ebrea):</p>
<p style="text-align: justify">«Forse il giornalismo planetario è il primo spasimo di questa desertificazione incipiente di tutti gli inizi e della loro trasmissione»</p>
<p style="text-align: justify">La desertificazione era quella della tecnica, del dominio che l’uomo moderno voleva esercitare sul mondo attraverso il suo sapere matematico. Modernità, capitalismo, America, andavano insieme per il pensatore tedesco. Di qui la desertificazione, la dimenticanza di quel legame decisivo tra poesia e verità, quest’ultima trasformata in mezzo di controllo e asservimento. Cosa avrebbe detto quel montanaro egocentrico di Heidegger se, nella sua baita spersa nella foresta nera, avesse letto i titoli dei giornali di oggi? Proprio lui, che in Essere e tempo, la sua opera principale, aveva detto che il contrario della vera filosofia è l’affidarsi a quella curiosità, che vuol saper un po’ di tutto, senza approfondire niente. Senza fare i conti, potremmo tranquillamente continuare, con l’angoscia che prende l’uomo quando sperimenta lo spaesamento del nulla, dell’inabitabile che sta sul limite del nostro mondo di significati. E da cui il mondo stesso proviene. Può il giornalismo porsi in ascolto della verità, rifuggendo l’urgenza della notizia? Necessariamente sì, attraverso un’onestà intellettuale che racconti i fatti nella loro complessità, con un linguaggio comprensibile. Necessariamente sì, se esso tiene presente però i suoi limiti per così dire “epistemologici”. Proprio per questo necessariamente “no”, in quanto non può sostituirsi ai dibattiti degli studiosi di professione, che di solito ( ma non necessariamente) dovrebbero avere luogo nelle università. Anche la querelle heideggeriana non fa eccezione: dare giudizi troppo frettolosi sulla filosofia di Heidegger, in un articolo di giornale rischia sempre di essere fuori luogo. L’argomentazione tende sempre a essere poco precisa, e il ricorso a luoghi comuni una tentazione forte. A chi si chiede che cosa ci sia da salvare della filosofia heideggeriana oggi, si potrebbe rispondere come segue. Proprio Heidegger aveva messo in guardia dall’identificare la verità con il sentito dire, con il si dice. Questo aspetto centrale e decisivo della sua filosofia richiama ogni giornalista al suo dovere, quello di riportare fatti, pur sapendo che l’interpretazione filosofica di quelli spetta a qualcun altro (spesse volte). Ma non dimenticandosi mai, che i fatti puri, sono una pura fantasia. Ogni fatto rimanda sempre a un soggetto conoscente e al suo bagaglio di esperienze, valori e significati che costituiscono il suo modo di conoscere. Mestiere duro, quello del giornalista. Anche perché, i lettori, anche quelli che non frequentano i libri di filosofia, devono sempre capire qualcosa di ciò che sta accadendo. Un requisito che non va certo d’accordo con il carattere elitario della filosofia.</p>
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		<title>Sorel e Mussolini: una &#8220;liason dangereux&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2015 00:36:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Centini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Georges Sorel è stato, talvolta, avvicinato al nazionalismo francese, talaltra alla complessa galassia prudhonistica, più spesso ricondotto con serenità al recinto dove, almeno nell&#8217;ultima parte della propria vita, esso stesso di collocava, vale a dire nel solco del socialismo marxista. Arcinoti sono gli apprezzamenti che personaggi antimarxisti e talvolta antisocialisti hanno rivolto a Georges Sorel. Mussolini lo definiva, in un articolo del Popolo d&#8217;Italia del 1909, &#8220;Notre maitre&#8221;, e più in basso lodava il suo Le riflessioni sulla Violenza sostenendo che tale opera convincesse gli uomini che &#8220;la vita è sacrificio, lotta, conquista, un continuo superare se stessi&#8221;. Temi, questi, molto]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="G" class="cap"><span>G</span></span>eorges Sorel è stato, talvolta, avvicinato al nazionalismo francese, talaltra alla complessa galassia prudhonistica, più spesso ricondotto con serenità al recinto dove, almeno nell&#8217;ultima parte della propria vita, esso stesso di collocava, vale a dire nel solco del <strong>socialismo marxista</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Arcinoti sono gli apprezzamenti che personaggi antimarxisti e talvolta antisocialisti hanno rivolto a Georges Sorel. <strong>Mussolini lo definiva, in un articolo del Popolo d&#8217;Italia del 1909, <em>&#8220;Notre maitre&#8221;</em></strong>, e più in basso lodava il suo <em>Le riflessioni sulla Violenza</em> sostenendo che tale opera convincesse gli uomini che <em>&#8220;la vita è sacrificio, lotta, conquista, un continuo superare se stessi&#8221;</em>. Temi, questi, molto presenti nella dialettica Mussoliniana, che hanno trovato paternità putativa nelle riflessioni precedenti dei futuristi (anch&#8217;essi ammiratori di Sorel, in particolare attorno alle riviste La Voce e Leonardo) e successivo sfogo nella polemica spirituale alla morale borghese (&#8220;I tre cazzotti alla borghesia&#8221;) e alle plutocrazia occidentali.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Mussolini aveva avuto la possibilità di leggere Sorel in Svizzera</strong>, durante il suo soggiorno lì, tra il 102 e il 1904. <strong>Il futuro Duce apprezzò particolarmente non solo la concezione non materialistica dello scontro di classe</strong>, perfettamente inseribile nella critica contestuale gli eccessi di entrambe le deviazioni (del Capitale e della rivendicazione operaia) che già maturava nel cuore del Fascismo, <strong>e la concezione taumaturgica della violenza</strong>, capace di rilanciare il processo di scontro tra classi (ma che in Mussolini doveva servire a rilanciare per intero il discorso della lotta nazionale contro le potenze esterne e quelle disgregatrici interne).</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Georges_Sorel.jpg"><img class="alignnone  wp-image-2507" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Georges_Sorel-300x220.jpg" alt="Georges_Sorel" width="480" height="352" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Sia per Mussolini che per Sorel la violenza non è altro che un modo attivo di far ripartire la macchina della Storia</strong>, <strong>sedata per Sorel dall&#8217;arrendevolezza della borghesia</strong> che, cedendo su alcuni punti laterali del programma operaio, aveva, irrazionalmente, ingabbiato il proletariato in un gioco al ribasso, nel quale esso si accontentava di agire all&#8217;interno della pratica democratica e di dialogo imposta dalla strana alleanza grandi proprietari/&#8221;umanisti&#8221; (coloro cioè che, per Sorel, anteponevano una lettura morale e idealistica dello scontro tra sfruttati e sfruttatori ad una lettura materialistica). <strong>Mussolini trasporrà questa dialettica della violenza, carpendone il significato potenzialmente idealistico e spiritualistico, dall&#8217;agone dello scontro di classe a quello dello scontro nelle classi</strong>, dove la violenza come pratica quotidiana (ancor prima che politica) doveva servire a fare la cernita tra una borghesia e un proletariato patriottici e una borghesia invece incline al compromesso internazionale e un proletariato privo di amor patrio.</p>
<p style="text-align: justify">Risulterà, ad una lettura più specifica, che la similitudine si limita alla macrometodologia. <strong>Se per infatti Sorel utilizza la categoria di violenza come tramite attraverso il quale spezzare il delirio pernicioso che ha avvolto la dialettica proletariato/borghesia</strong> (che in Sorel rimane inquadrata materialisticamente), <strong>Mussolini lo utilizza come mezzo prediletto proprio, in ultima analisi, per evitare questa divisione in classi</strong>. Vediamo infatti come si possa intendere in Sorel l&#8217;uso della violenza:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify">«Si concederà ai partigiani della bontà che la violenza può ostacolare il progresso economico, e , anche, se passa certi limiti, per la moralità. Senonchè, siffatta concessione, non può essere opposta alla dottrina che qui si sostiene: perchè io considero la violenza soltanto dal punto di vista della sue conseguenze ideologiche. E&#8217; certo che per far si&#8217; che i lavoratori considerino i conflitti economici come immagini scolorite della battaglia che deciderà dell&#8217;avvenire, non è necessario che si abbia un gran sviluppo della brutalità, e che il sangue sia versato a fiotti. Se la classe capitalistica è energica e afferma senza posa la sua volontà di difendersi, il suo attegiamento francamente e lealmente reazionario contribuisce, almeno quanto la violenza proletaria, a mettere in luce la divisione in classi, base di tutto il socialismo»</p>
<p style="text-align: right">Georges Sorel, <em>Considerazioni sulla violenza</em>, pp. 247-248</p>
</blockquote>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/mussolini_portrait_a_p.jpg"><img class=" wp-image-2508 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/mussolini_portrait_a_p-224x300.jpg" alt="mussolini_portrait_a_p" width="345" height="462" /></a></p>
<p style="text-align: justify">In definitiva ciò che distanzia Mussolini e Sorel è proprio l&#8217;obbiettivo metodologico (intrinseco) che la violenza deve ottenere. Inoltre,<strong> mentre per Sorel la violenza ha un valore sì idealistico, ma inserito in un discorso di carattere materialistico e di scontro tra opposti bisogni sociali, per Mussolini la violenza ha un valore estrinseco, dal momento che rovescia l&#8217;Equilibrio </strong>(che per Mussolini era sintomo della viltà che la democrazia aveva imposto al popolo italiano) <strong>e rilancia la vitalità</strong>. Prima di me molti storici hanno fatto luce sulla filiazione quasi diretta tra <strong>la morale futurista e quella fascista</strong>. Anche nell&#8217;uso della violenza (anzi, soprattutto in questo) si può tracciare un file rouge che va dal manifesto su Le Figaro del 1909 e la vita culturale mussoliniana. Condensando, prima che pratica politica, per Mussolini la violenza “non e’ qualche volta morale […] la nostra violenza e’ risolutiva di una situazione cancernosa, e’ moralissima e sacroscanta e necessaria&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Altro punto centrale nella cosmologia della violenza in Sorel (e Mussolini) è <strong>la teoria del Mito</strong>. Per il sindacalista francese il Mito come concetto politico è strettamente collegato all&#8217;idea di<strong> Sciopero</strong>. Sorel, infatti, per &#8220;non mischiare utopia e pensiero serio&#8221; sostiene che il Mito possa vivere solo se sue riproduzioni parziali possono sussistere anche nei momenti in cui l&#8217;avversario è comunque resiliente. E&#8217; importante per Sorel che il mito trovi un applicazione quasi giornaliera, per impedire che diventi manipolabile come tensione collettiva annacquata. Dice Sorel, riguardo al concetto di Mito:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify">«Tuttavia noi non sapremmo agire senza uscire dal presente, senza rappresentarci questo avvenire che sembra condannato a sfuggire, per sempre, alla nostra comprensione. L&#8217;esperienza ci prova che le costruzioni d&#8217;un avvenire, indeterminato nel tempo, possono avere una grande efficacia e presentare pochissimi inconvenienti, quando abbiano una certa natura. Ciò accade quando si tratta di miti, che racchiudano le tendenze più spiccate d&#8217;un popolo, d&#8217;un partito, d&#8217;una classe; che, con la tenacia propria degl&#8217;istinti, si presentino allo spirito, in tutte le circostanze della vita; che, infine, diano un aspetto di piena realtà alle speranze di prossima azione, su cui si fonda la riforma della volontà.»</p>
<p style="text-align: right">Geroges Sorel, ivi, p. 180</p>
</blockquote>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/sansepolcro.jpg"><img class=" wp-image-2509 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/sansepolcro-300x225.jpg" alt="sansepolcro" width="475" height="356" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Per il Fascismo, e per Mussolini in particolare, il mito sarà soprattutto un artificio oratorio e un programma di intenti elastico</strong>. Anche qui, sempre sulla falsariga del processo di spiritualizzazione e alleggerimento dei temi soreliani, che in Mussolini sono traghettati da un materialismo dialettico e scanzonato ad un puro idealismo ortopratico, Mito non è una ripetizione di azioni di scontro (scioperi) continui, ma adesione incondizionata ad una realtà futura che possa retroplasmare le menti delle masse. In questo Mussolini fonde abilmente il mito della<strong> Guerra</strong> col mito della <strong>Rivoluzione</strong>, in modo non estemporaneo, se si pensa all&#8217;intero filone dell&#8217;interventismo socialista che faceva coincidere l&#8217;Italia al fronte con un italia de facto rivoluzionaria. La Guerra aumenta la disponibilità della massa all&#8217;uso della forza, esaspera le condizioni e favorisce, al ritorno dal fronte, un continuo dell&#8217;uso della violenza, che stavolta si rivolge verso la cricca governativa e la<strong> &#8220;demoplutocrazia&#8221;</strong>.<br />
<strong>Quindi, riassumendo, Sorel trascende in Mussolini attraverso la Violenza.</strong> Come dice lo stesso Duce, in un discorso del 1914, teso a smontare le tesi non interventiste:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify">«Giorgio Sorel diceva che il socialismo è una cosa terribile, grave, sublime e non un esercizio di politicanti che fanno lo sconcio comodo dei loro mercati quotidiani. Se il socialismo è forza, è sacrificio, è tragedia, noi non possiamo seguire coloro che credono di spaventarci innanzi alla guerra coll&#8217;idea delle stragi, del sangue, del sacrificio»</p>
<p style="text-align: right">Benito Mussolini, Discorso pronunciato a Genova nel salone dell&#8217;Università Popolare il 28 dicembre 1914</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify"><strong>Concludendo, la parentela politica tra Sorel e Mussolini, che deve ancora essere indagata, non passa per l&#8217;adesione di Sorel a tesi pre-fasciste</strong> (ancorchè Sorel si beasse d&#8217;esser stato letto dal Duce, come testimoniano gli scritti riportati da M.Missiroli nell&#8217;antologia &#8220;L&#8217;Europa sotto la tormenta&#8221;) <strong>ma per l&#8217;infatuazione che Mussolini prova per ciò che c&#8217;è di meno ortodosso e conseguente in Sorel: l&#8217;azione come atto-motore dello scontro sociale, e non come sua epitome</strong>.</p>
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		<title>Animali e Filosofi all&#8217;Università Cattolica</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2015 17:20:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Antropocentrismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Per dirla col signor Paleari, de Il fu Mattia Pascal, che farebbe l&#8217;Oreste di Sofocle se mentre si accinge a compiere l&#8217;atto supremo della sua vendetta, uccidendo la madre che ha ucciso suo padre, il fondale del teatro d&#8217;un tratto si strappasse e insieme ad esso si sfaldasse tutto quell&#8217;universo di valori che muove il braccio dell&#8217;eroe e lo spinge a portare a termine i suoi propositi omicidi? Non rimarrebbe Oreste basito e interdetto, messo di fronte alla necessità di rivedere tutti i presupposti che riempiono di significato la sua azione, ora che il contesto è stato stravolto e al]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>er dirla col signor Paleari, de <em>Il fu Mattia Pascal</em>, che farebbe l&#8217;Oreste di Sofocle se mentre si accinge a compiere l&#8217;atto supremo della sua vendetta, uccidendo la madre che ha ucciso suo padre, il fondale del teatro d&#8217;un tratto si strappasse e insieme ad esso si sfaldasse tutto quell&#8217;universo di valori che muove il braccio dell&#8217;eroe e lo spinge a portare a termine i suoi propositi omicidi? Non rimarrebbe Oreste basito e interdetto, messo di fronte alla necessità di rivedere tutti i presupposti che riempiono di significato la sua azione, ora che il contesto è stato stravolto e al tempo stesso ingigantito? Da quando all&#8217;umanità sono state inferte quelle <strong>tre ferite narcisistiche</strong> (per mano rispettivamente di Copernico, Darwin e Freud) che le impediscono di continuare a pensare se stessa al centro dell&#8217;universo, separata ontologicamente e cognitivamente dalla schiera multiforme degli altri abitanti di questo pianeta, la questione dei nostri rapporti con le diverse specie animali non è mai stata radicalmente messa in discussione: o meglio, ad una sua (recente) messa in discussione non è corrisposta una doverosa presa di coscienza collettiva e una seria ricaduta nella prassi. Pratiche di dominio e un&#8217;ideologia autogiustificante ben consolidate nel corso della storia hanno permesso che cambiando tutto, tutto rimanesse come prima. Ieri come oggi,<strong> &#8220;gli animali&#8221; sono trattati e percepiti alla stregua di mezzi in balia dei bisogni e degli interessi umani. Qualsiasi modalità alternativa di convivenza è rigorosamente relegata al campo dell&#8217;utopia.</strong></p>
<p>Il titolo dato alla conferenza che si terrà all&#8217;<strong>Università Cattolica di Milano questo giovedì alle 17</strong>, &#8220;Animali e Filosofi&#8221;, lungi dal voler rappresentare un&#8217;offesa alla dignità dei relatori che vi parteciperanno, si riferisce al contrario alla banale considerazione secondo cui tutti i filosofi sono innanzitutto esseri umani e tutti gli esseri umani, prima ancora, devono per forza essere animali (sempre che le teorie evoluzionistiche meritino una qualche stima da parte nostra). <strong>Enrico Giannetto</strong>, Professore di Filosofia Contemporanea e di Storia del Pensiero Scientifico all&#8217;Università di Bergamo, <strong>Gianfranco Mormino</strong>, Professore di Storia della Filosofia Morale all&#8217;Università di Milano e <strong>Massimo Filippi</strong>, Professore di Neurologia al San Raffaele e filosofo antispecista interverranno in questo incontro dedicato ai temi dell&#8217;antropocentrismo e dell&#8217;animalità. Il dibattito sarà presieduto dal Professor <strong>Massimo Marassi</strong>, Direttore del Dipartimento di Filosofia dell&#8217;Università Cattolica, e vi prenderanno parte anche altri docenti dell&#8217;Ateneo tra cui <strong>Lucia Urbani Ulivi</strong> (Filosofia della Mente), <strong>Roberto Diodato</strong> (Estetica), <strong>Mariachiara Tallacchini</strong> (Filosofia del Diritto) e <strong>Franco Riva</strong> (Etica Sociale e Antropologia Culturale). L&#8217;evento sarà aperto al pubblico, anche se in caso di esaurimento posti la priorità sarà data agli studenti e alle studentesse universitari.</p>
<p>Si considera specista il pensiero di chi legittima la discriminazione, lo sfruttamento e la violenza su animali di altre specie in base alle mancanze che le contraddistinguono rispetto a quella umana, secondo un ragionamento appunto prettamente antropocentrico. Le nozioni di specismo e antispecismo nascono in filosofia in ambito anglosassone, negli anni Settanta del Novecento, coniate sui concetti affini di razzismo e antirazzismo, sessismo e antisessismo. Da allora sono stati tentati approcci interpretativi anche molto lontani dall&#8217;utilitarismo di Peter Singer e dal giusnaturalismo di Tom Regan (considerati i due apripista dell&#8217;antispecismo), spaziando &#8220;dall&#8217;hegelo-marxismo alla fenomenologia e all’ermeneutica, dal pensiero della differenza al postumanismo&#8221;. Nei limiti di tempo che saranno dati, <strong>questi tentativi di criticare e superare il baratro culturale e materiale che si è spalancato a separare l&#8217;umano dal resto del vivente saranno affrontati e discussi all&#8217;incontro di giovedì, che è stato organizzato dai rappresentanti degli studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia con il gruppo ULD – Studenti di Sinistra e la redazione della rivista Torquemada.</strong></p>
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		<title>In difesa di Martin Heidegger. Contro l&#8217;inautenticità della società capitalista</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2015 23:42:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Repaci]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi ultimi tempi Martin Heidegger (1889-1976), soprattutto in seguito alla recente pubblicazione in Germania dei primi tre volumi dei Quaderni Neri (Schwarze Hefte), è divenuto oggetto di una campagna diffamatoria a causa della sua adesione al regime nazionalsocialista che governò la Germania dal 1933 al 1945. Attraverso questa sua –  indubbiamente deprecabile – scelta politica, che fra l&#8217;altro gli costò la proibizione dell&#8217;insegnamento tra il 1945 e il 1951, si vuole condannare in blocco tutto il pensiero heideggeriano. Secondo i suoi detrattori l&#8217;appoggio dato dal filosofo tedesco alla dittatura di Adolf Hitler non sarebbe qualcosa di accidentale bensì lo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>n questi ultimi tempi Martin Heidegger (1889-1976), soprattutto in seguito alla recente pubblicazione in Germania dei primi tre volumi dei <em>Quaderni Neri </em>(<em>Schwarze Hefte</em>), è divenuto oggetto di una campagna diffamatoria a causa della sua adesione al regime nazionalsocialista che governò la Germania dal 1933 al 1945. Attraverso questa sua –  indubbiamente deprecabile – scelta politica, che fra l&#8217;altro gli costò la proibizione dell&#8217;insegnamento tra il 1945 e il 1951, si vuole condannare in blocco tutto il pensiero heideggeriano. Secondo i suoi detrattori l&#8217;appoggio dato dal filosofo tedesco alla dittatura di Adolf Hitler non sarebbe qualcosa di accidentale bensì lo sbocco naturale della sua filosofia. <strong>Noi non solo non condividiamo questa tesi ma anzi riteniamo che questo attacco verso la figura di Heidegger non sia casuale. A nostro avviso egli viene demonizzato dall&#8217;attuale pensiero unico dominante perchè è stato un critico del capitalismo sia nel suo primo periodo, definito un po&#8217; impropriamente «esistenzialistico» che nel suo secondo periodo dopo la cosiddetta «svolta» (<em>Kehre</em>). </strong> L&#8217;autore di <em> Essere e Tempo </em>infatti ha fornito attraverso la sua elaborazione filosofica strumenti concettuali indispensabili per avanzare una critica radicale alla realtà esistente. Analizziamo ad esempio il concetto heideggeriano di «morte». Essa viene identificata dal filosofo come la possibilità «più propria dell&#8217;Esserci», scegliendo la quale l&#8217;uomo ritrova il suo essere più autentico. <strong>Mentre tutte le altre possibilità infatti pongono l&#8217;uomo in mezzo alle cose o fra gli altri uomini, la possibilità della morte isola l&#8217;uomo con se stesso. Nel riconoscere la possibilità della morte, l&#8217;uomo ritrova il suo essere più autentico e «comprende» veramente se stesso. L&#8217;esistenza inautentica, l&#8217;esistenza del «man» del «Si» anonimo ed impersonale in cui tutto è livellato, reso convenzionale e insignificante, è una costante fuga dinnanzi alla morte</strong>. L&#8217;individuo la considera come un caso fra i tanti della vita di ogni giorno e cerca di non pensarci. <strong>Mentre nelle società precapitalistiche (ma ancora nel capitalismo «borghese») la morte era considerata un evento naturale della vita, oggi essa è segregata, condannata, nascosta e fatta oggetto di imbarazzo.</strong> Un tempo il moribondo veniva accudito a casa dai parenti sino al momento del trapasso all&#8217;interno di un rituale che teneva unita tutta la famiglia. Gli anziani raccontano di come fosse assolutamente normale portare i bambini a vedere il corpo del defunto nel suo letto. Attualmente invece vediamo divi del cinema o della musica che attraverso la chirurgia plastica cercano (molte volte producendo spettacoli ridicoli e penosi) di eliminare i segni del tempo che passa. Oggi non si muore più nel proprio talamo ma in freddi ospedali: non più circondati dall&#8217;affetto dei familiari, ma da infermieri e medici. <strong>Ci sentiamo di condividere pienamente il giudizio del nostro defunto maestro Costanzo Preve quando asseriva che il momento cruciale in cui l’ammalato si dirige verso la morte è oggi indubbiamente più «osceno» degli organi genitali maschili e femminili.</strong> Se da una parte è perfettamente lecito mostrare in televisione seni e glutei scoperti o addirittura rapporti sessuali espliciti, la figura di una persona morente non viene mai fatta vedere. <strong>E questo perchè la morte rappresenta ciò che di più scabroso possa esserci all&#8217;interno della società capitalistica: la fine del consumo.</strong> Un&#8217;esistenza autentica è dunque impossibile all&#8217;interno del capitalismo.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/mustard-yellow-sein-und-zeit1.jpg"><img class="size-medium wp-image-2135 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/mustard-yellow-sein-und-zeit1-300x217.jpg" alt="mustard-yellow-sein-und-zeit1" width="300" height="217" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Prendiamo in esame per un momento le tre categorie che per Heidegger caratterizzano l&#8217;esistenza inautentica ovvero la chiacchiera (<em>Gerede</em>), la curiosità (<em>Neugier</em>) e l&#8217;equivoco (<em>Zweideutigkeit</em>). Queste tre categorie, benchè siano state esposte in un libro risalente al lontano 1927, descrivono michelangiolescamente l&#8217;odierna società dello spettacolo, la manipolazione mediatica e la degradazione della comunicazione. Il linguaggio che è per sua natura lo <em>svelamento </em>dell&#8217;essere, ciò con cui l&#8217;essere stesso si esprime e prende corpo, diventa nell&#8217;esistenza anonima chiacchiera inconsistente. Un&#8217;esistenza così vuota cerca ovviamente di riempirsi ed è dunque morbosamente protesa verso il nuovo: la curiosità è quindi l&#8217;altro suo carattere dominante. Una curiosità si badi bene non per l&#8217;essere delle cose ma per la loro apparenza visibile, il che genera inevitabilmente l&#8217;equivoco.<strong> La moderna società capitalistica infatti è una società dell&#8217;irrilevanza, della rimozione della morte quale interruzione del consumo, e infine della disattenzione pianificata e organizzata.</strong></p>
<p><strong>Ciò che caratterizza la riproduzione sociale del capitale e che ne costituisce il maggiore punto di forza è l&#8217;assoluta irrilevanza  e indifferenza verso ogni tipo di comportamento.</strong> Contrariamente a quanto accadeva nel mondo antico e nella società feudale e signorile <strong>il potere all&#8217;interno della modernità non ha più bisogno di metodi di coercizione fisica per neutralizzare le opinioni potenzialmente pericolose. Esso si limita marginalizzarle e a ghettizzarle attraverso un fenomeno che a suo tempo Herbert Marcuse definì «tolleranza repressiva». Si verifica una concessione di libertà apparenti a patto che non ledano gli interessi dominanti ma che anzi ne garantiscano e ne rafforzino la persistenza della repressione.</strong> Ognuno infatti oggi è «libero» di esprimere la propria opinione, anche radicale, nella misura in cui essa rimanga pura chiacchiera ineffettuale.</p>
<p style="text-align: justify">Se si vuole davvero muovere un&#8217;opposizione sensata al pensiero di Heidegger bisogna piuttosto criticare la sua sfiducia verso la possibilità di superare il tecno-capitalismo attraverso la prassi umana e non certo rinfacciandogli il proprio passato nazista.</p>
<p style="text-align: justify">E&#8217; quindi il continuo richiamo heideggeriano ad «Essere-per-la-morte» (Sein zum Tode) e al rifuggire dall&#8217;esistenza inautentica della modernità capitalista a rendere la  filosofia del «mago di Messkirch» ancora pericolosa per l&#8217;attuale capitalismo neoliberista e finanziarizzato che si trova costretto a delegittimarlo per i suoi biasimevoli trascorsi politici.</p>
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		<title>“Il crepuscolo di un idolo” &#8211; recensione di un saggio politicamente scorrettissimo</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2015 13:23:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanbattista Varricchio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con un titolo raramente azzeccato Michel Onfray, noto filosofo francese, ha buttato giù oltre 400 pagine di critica serratissima a uno dei più importanti mostri sacri che la nostra epoca moderna abbia creato: Sigmund Freud, il famoso (o sarebbe meglio definirlo famigerato?) inventore della psicoanalisi. Base e principio critico di questa opera è che, come sostiene l&#8217;autore: “Il freudismo si basa su una gigantesca affabulazione, a sua volta fondata su una serie di leggende.” In effetti il mito di Freud ha creato nei suoi successori e seguaci una volontà ferrea di costruzione e difesa di una sorta di ortodossia ideologica,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium"><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>on un titolo raramente azzeccato <strong>Michel Onfray</strong>, noto filosofo francese, <strong>ha buttato giù oltre 400 pagine di critica serratissima a uno dei più importanti mostri sacri che la nostra epoca moderna abbia creato: Sigmund Freud, il famoso</strong> (o sarebbe meglio definirlo famigerato?) <strong>inventore della psicoanalisi. </strong></span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Base e principio critico di questa opera è che, come sostiene l&#8217;autore: “<strong>Il freudismo si basa su una gigantesca affabulazione, a sua volta fondata su una serie di leggende.</strong>” In effetti il mito di Freud ha creato nei suoi successori e seguaci <strong>una volontà ferrea di costruzione e difesa di una sorta di ortodossia ideologica, un sistema quasi lobbistico che non ammette critiche o revisionismi storici di sorta</strong>. </span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/michel-onfray.png"><img class="size-medium wp-image-2047 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/michel-onfray-300x300.png" alt="michel onfray" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Il Freud che esce da questo libro è senza dubbio molto diverso dal genio luminare della scienza che comunemente si crede: <strong>ne esce un <i> “conquistador” </i></strong>(termine dello stesso Sigmund, usato per autodefinirsi) <strong>privo di scrupoli, un filosofo che odiava la filosofia, un cocainomane e un assertore convinto dell&#8217;utilizzo della cocaina a fini terapeutici – almeno fino a quando non ci scappò il morto</strong> – <strong>un fan del magnetismo e di altre pratiche pseudo-scientifiche come la telepatia</strong>. </span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium"><img class="alignnone size-medium wp-image-2048 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Freud-256x300.jpg" alt="3274654-sigmund-freud-portrait" width="256" height="300" /></span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Altro punto di grande rilievo nell&#8217;analisi di Onfray è <strong>come l&#8217;intera impalcatura ideologico-scientifica</strong>, se mi si passa il termine, della psicoanalisi (a partire dal famoso mito di Edipo) <strong>non è altro che la riproposizione in forma universalizzata, delle psicosi dello stesso Freud di cui l&#8217;autore dimostra in maniera sufficientemente chiara la tendenza all&#8217;incesto prima con la propria madre, poi con una delle sue stesse figlie</strong>. La volontà di Freud di abolire il limite tra cioè che è sano, normale, e ciò che è malato definendo il primo stato semplicemente come un livello di psicosi inferiore a quello che si potrebbe definire come patologico, <strong>non sarebbe altro che un espediente per poter legittimare, davanti a se stesso, le proprie angosce e le proprie tendenze, sopratutto sessuali</strong>. Come afferma Onfray a proposito de <em>L&#8217;interpretazione dei sogni</em>: “<strong>Nelle sue proposte dell&#8217;analisi dei sogni, Freud più che la verità dell&#8217;altro scopre la propria. Il sogno è la via regia che porta all&#8217;inconscio dell&#8217;interprete</strong>.”</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Ulteriore elemento di interesse di questo libro è senza dubbio quello inerente le “guarigioni di carta” toccato nella quarta parte dell&#8217;opera. L&#8217;autore, analizzando con dovizia di particolari ciascuno dei casi più noti di presunte guarigioni operate dal padre della psicoanalisi, <strong>dimostra come i pazienti in questione – celati dietro nomi di fantasia passati alla storia come Anna O., Dora o l&#8217;Uomo dei lupi – non siano stati realmente guariti dalle proprie nevrosi, ma soltanto negli scritti dello stesso Freud</strong>.</span></p>
<p align="left"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Freud-patient.jpg"><img class="size-medium wp-image-2049 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Freud-patient-300x221.jpg" alt="Freud patient" width="300" height="221" /></a></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Oltre ai lati positivi e molto originali di questo libro, che certamente non si esauriscono nei pochi spunti presentati in questa sede, sembra doveroso accennare altresì a quelli che sono gli aspetti più critici dell&#8217;opera: Onfray, che ha dato prova di grande formazione e informazione circa moltissime tematiche relative a Freud e al freudismo in generale, <strong>paga decisamente pegno alla sua appartenenza ideologica in vari momenti. L&#8217;accostamento del fondatore della psicoanalisi a quelli che lui chiama “antifilosofi” del XVIII secolo non risulta essere molto comprensibile, e ancor meno comprensibile e motivato è l&#8217;accostamento a uno dei maggiori pensatori della Controrivoluzione cattolica come Joseph de Maistre</strong>. Altra critica alquanto fuoriluogo è <strong>quella mossa al fascismo in quanto promotore di una “politica demografica militante” e la sua conseguente opposizione all&#8217;aborto. L&#8217;aborto, all&#8217;alba del XX secolo era illegale nella maggior parte del mondo, visto che la sua liberalizzazione avrà luogo soltanto nel secondo dopoguerra, nel contesto sociale e culturale del &#8217;68</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify" align="left"><span style="font-size: medium">Comunque, al netto di questi punti oscuri dove emerge più che altro la faziosità ideologica dell&#8217;autore, <strong>è un libro assolutamente ben documentato e argomentato, che merita di essere letto da chiunque abbia interesse sia nella materia storica che psicologica</strong>.</span></p>
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