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	<title>Torquemada &#187; Democrazia</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>La risposta di Varoufakis a Renzi (TRADUZIONE INTEGRALE)</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2015 01:45:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo la traduzione integrale in italiano della risposta che Yanis Varoufakis, già ministro delle finanze ellenico, ha dato sul suo blog [questo il link dell&#8217;originale http://yanisvaroufakis.eu/2015/09/22/a-message-for-mr-rentzi/] al Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi che lo aveva bersagliato con una inelegante boutade, dopo l&#8217;insuccesso elettorale alle elezioni di domenica scorsa della lista Unità Popolare, per la quale Varoufakis aveva dichiarato di votare.  Il primo ministro italiano Matteo Renzi (clicca qui per il suo discorso) ha gioito per “essersi sbarazzato di me”, alludendo al mio “ritiro” dalla “scena” come ad una prova che gli “apostati” (leggi quelli che dividono i loro partiti) finiscono buttati a]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><em><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>ubblichiamo la traduzione integrale in italiano della risposta che Yanis Varoufakis, già ministro delle finanze ellenico, ha dato sul suo blog [questo il link dell&#8217;originale <a href="http://yanisvaroufakis.eu/2015/09/22/a-message-for-mr-rentzi/" target="_blank">http://yanisvaroufakis.eu/2015/09/22/a-message-for-mr-rentzi/</a>] al Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi che lo aveva bersagliato con una inelegante boutade, dopo l&#8217;insuccesso elettorale alle elezioni di domenica scorsa della lista Unità Popolare, per la quale Varoufakis aveva dichiarato di votare. </em></p>
<p style="text-align: justify">Il primo ministro italiano Matteo Renzi (clicca <a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2015/09/21/direzione-pd-renzi-a-minoranza-scissioni-a-sinistra-anche-sto-varoufakis-se-lo-semo-tolti/416834/" target="_blank">qui</a> per il suo discorso) ha gioito per “essersi sbarazzato di me”, alludendo al mio “ritiro” dalla “scena” come ad una prova che gli “apostati” (leggi quelli che dividono i loro partiti) finiscono buttati a mare. La sua è una illusione motivata. <strong>Lo scorso luglio “loro” si sono “sbarazzati” di qualcosa di molto più importante rispetto a me.</strong> Qui c’è il mio messaggio al primo ministro italiano…</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il signor Renzi mi dipinge come un apostata che ha lasciato SYRIZA e che adesso si trova nella savana della politica. La verità è più complessa.</strong> Diversamente da molti dei miei compagni, io sono rimasto leale al programma di SYRIZA che ci ha visto eletti quel 25 gennaio come il partito unito che ha ridato la speranza ai Greci e ai popoli Europei. Speranza per cosa? Speranza di farla finita una volta per tutte con le <strong>formule di salvataggio “extend-and-pretend”</strong> <em>[quelle in cui si dilazionano i termini del prestito e si riducono i tassi di interesse, pretendendo alla nuova scadenza il suo ammontare e gli interessi sugli interessi n.d.r.]</em>, che costano all’Europa un caro prezzo, e che hanno condannato la Grecia alla depressione permanente facendoci presagire altre politiche fallimentari per il resto d’Europa.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Cos’è successo?</strong> Sotto la coercizione formidabile dei governanti europei, compreso il signor Renzi (il quale si è rifiutato di discutere in modo avveduto le proposte della Grecia) il mio primo ministro, <strong>Alexis Tsipras, è stato soggetto il 12 e 13 luglio ad incredibili prepotenze</strong>, a manifeste intimidazioni e ricatti, a pressioni inumane. <strong>Il signor Renzi ha giocato un ruolo di primo piano nella gazzarra, ha contribuito ad “ammorbidire” Alexis con la “tattica del poliziotto buono”, ripetendo sempre la stessa solfa: “se non cedi ti distruggono – per favore digli di sì”.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Alexis ed io abbiamo diviso le nostre strade perché eravamo in disaccordo sul fatto che “loro” stessero bluffando o meno, e sul fatto che noi, in ogni caso, avessimo avuto o non avessimo avuto il diritto morale e politico di firmare l’ennesimo accordo che non avremmo potuto onorare, consegnando le chiavi di quello che è rimasto allo stato Greco ad una troika spietata. <strong>È stato, e rimane, un dissidio tra me e Alexis.</strong></p>
<p style="text-align: justify">In seguito a questa divergenza, Alexis ha forzato <strong>una inversione a U nella politica di SYRIZA</strong> riguardo i prestiti extend-and-pretend (accettandoli per la prima volta nella storia di SYRIZA, seppur come mali necessari), e di conseguenza, una larga fetta di membri del partito ha deciso che non poteva seguirlo ancora, giù per questo cammino. <strong>È non è stato solo il segmento di Unità Popolare ad aver lasciato. C’è stata gente come Tasos Koronakis, il segretario del partito, io stesso e molti, molti altri che non hanno mai condiviso l’agenda di Unità Popolare.</strong> Noi non fummo apostati, solo compagni che non credevano che SYRIZA dovesse diventare il nuovo PASOK, che non hanno voluto ingrossare le fila dei partiti scheggia, frammenti di altri, come Unità Popolare; e che hanno scelto di stare fuori da queste tristi elezioni parlamentari, che non avrebbero dovuto (e non l’hanno fatto), produrre un parlamento in grado di dar vita ad un programma di riforme effettivamente realizzabile per la Grecia.</p>
<p style="text-align: justify">Torniamo a Mr. Renzi adesso.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Mr. Renzi, ho un messaggio per te. Puoi rallegrarti quanto vuoi </strong>riguardo al fatto che non sono più ministro delle finanze, e nemmeno in parlamento.<strong> Ma non ti sei affatto “sbarazzato” di me. Io sono politicamente vivo e scalciante</strong>, come mi ricorda la gente quando cammino per le strade del tuo bellissimo paese. No, <strong>quello di cui ti sei sbarazzato, partecipando a quella ignobile orgia contro Alexis Tsipras e la democrazia greca lo scorso luglio, è stata la tua integrità personale di democratico europeo. E, può darsi, anche della tua anima.</strong> Grazie al cielo questa non è una cosa irreversibile. Ma prima <strong>devi fare ammenda seriamente</strong>. Non vedo l’ora che tu possa di nuovo tornare ad essere uno dei democratici d’Europa.</p>
<div id="attachment_2344" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/pd_ren12.jpg"><img class="wp-image-2344 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/pd_ren12-300x193.jpg" alt="pd_ren12" width="300" height="193" /></a><p class="wp-caption-text">Matteo Renzi</p></div>
<p style="text-align: justify"><em>Ci sono due tipi di persone, da una parte quelli che partecipano allo sviluppo di un determinato pensiero (o nella politica, quelli che prendono le decisioni necessarie ad attuare un certo piano), e dall&#8217;altra parte ci sono gli stupidi. </em><em>I secondi fanno tutto quello che fanno i primi, e si distinguono soltanto quando parlano: si illudono di essere dotati dicendo quello che gli altri presumibilmente pensano, ma non si sognerebbero mai di dire.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Credo che il commento alla dichiarazione odierna di Renzi possa essere ridotto a questa affermazione generale.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Traduzione e commento di Eugenio Runco.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Grassetto nostro.</em></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>L&#8217;infamia di Reagan</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2015 17:42:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, Ronald Reagan si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità. Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! D’altronde, questa è gente]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: left"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span> Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, <strong>Ronald Reagan</strong> si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità.</p>
<p style="text-align: justify">Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! <strong>D’altronde, questa è gente che, dopo 124 anni di encicliche sociali in cui i Pontefici spiegano il contrario, ancora si ostina a credere che il liberismo (o, peggio ancora, il neoliberismo!) sia compatibile con la fede cattolica.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Come anticipato, <strong>delle colpe di Reagan ci sarebbe molto da narrare,</strong> come pure dei presunti meriti. Primo fra tutti, quello di aver combattuto l’aborto. In realtà, tante belle parole ma, dati alla mano, ci risulta che il tasso percentuale di aborti negli Stati Uniti non è mai stato così alto come durante il suo mandato. Del resto, se si fa macelleria sociale…</p>
<p style="text-align: justify">Parliamo pur sempre, del resto, di <strong>un attore prestato alla politica che riteneva che la cura per un Paese segnato dalle gravi ingiustizie sociali, frutto del liberismo, fosse applicare maggiore liberismo.</strong> Anche se – a dirla tutta – è quanto meno discutibile togliere i soldi ai contribuenti per commissionare alle grandi industrie belliche un riarmo generale, con tanto di fantasmagorici scudi spaziali di dubbia utilità – a maggior ragione quando si è già la principale potenza mondiale, con un rilevante distacco sulla seconda, quanto a produzione economica, ricerca tecnologica, consenso diplomatico, proiezione aeronavale e posizionamento strategico. Non ho grande dimestichezza con l’opera di <strong>Hayek</strong>, ma dubito fortemente che approvasse un simile e ingiustificato aumento della spesa pubblica.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Che poi questo dispiegamento di forze sia servito davvero a vincere la Guerra Fredda, è tutto da vedere</strong>. Molti studiosi pensano piuttosto che il crollo del blocco sovietico abbia avuto cause endogene (cfr. Strobe Talbott), in particolare con l’affermazione di Gorbaciov (cfr. Robert G. Kaiser), o che addirittura l’atteggiamento di Reagan abbia ritardato questo processo (cfr. Charles W. Kegley). Altri ancora osservano che dal 1984 l’approccio fu invece molto più conciliante (cfr. Beth A. Fischer). In ogni caso, persino i suoi stessi consiglieri (es. Robert McFarlane e Jack Matlock) hanno in seguito ammesso che l’intenzione reale non era portare l’Impero del Male al collasso, ma piuttosto migliorare le relazioni tra le superpotenze, partendo da una posizione di forza. Ma ora non pretendiamo che i liberisti abbiano studiato la storia, e men che meno quella delle relazioni internazionali!</p>
<p style="text-align: justify">Ad ogni modo, <strong>fatto sta che il guitto della Casa Bianca ha lanciato negli anni ’80 una serie di offensive in tutto il mondo per rilanciare l’egemonia statunitense</strong>.<strong> I suoi alleati</strong> in questa <strong>“ultima crociata contro il bolscevismo”</strong>, da parte loro, erano ancora più imbarazzanti di lui. Passi <strong>Saddam</strong> sguinzagliato contro Khomeini, con tanto di gas, mine e oltre un milione di morti; passi pure <strong>il Sudafrica bianco</strong> deciso a mantenere il dominio razziale sui popoli dell’Africa meridionale… ma della creazione di <strong>Al-Qaeda</strong>, <strong>col compagno di merende Osama Bin Laden</strong>, e quindi del <strong>jihadismo islamico</strong> come lo conosciamo oggi, retrospettivamente, avremmo fatto volentieri a meno.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, l’apice di queste eroiche gesta, su cui voglio sollevare l’attenzione, è stato compiuto proprio nel cortile di casa. Parliamo dunque dell’<strong>intervento reaganiano in America Centrale</strong>, riassunto magistralmente da un saggio dello storico J<strong>ohn A. Coatsworth, contenuto nella “Cambridge History of Cold War”</strong> (che non è proprio “Il Manifesto”).</p>
<p style="text-align: justify">Ora, gli interventi statunitensi in America Latina non sono mai stati una novità. <strong>Solo durante la Guerra Fredda, sono stati rovesciati ventiquattro governi, perlopiù democraticamente eletti</strong> – dei quali <strong>quattro per intervento militare diretto</strong>, <strong>tre attraverso la CIA</strong>, e <strong>i restanti golpe sono stati subappaltati alle forze militari locali</strong>, i cui quadri erano spesso e volentieri addestrati dagli stessi USA, per difendere il mondo libero dalle dittature fasciste prima, e comuniste poi (quando si dice l’eterogenesi dei fini…). Come risultato,<strong> nel 1977, solo Costa Rica e Venezuela erano Paesi stabili con governi liberamente eletti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">A questo punto, il democratico Carter, sulla scia di Kennedy, cominciava a chiedersi se non fosse il caso di contrastare il comunismo, promuovendo democrazia e giustizia sociale, ossia alleviando quelle condizioni di estrema oppressione e miseria che spingevano i popoli del Continente nelle braccia del socialismo rivoluzionario. Inutile dire che le élite locali, pur di non perdere i propri privilegi, non erano molto inclini ad usare altri metodi di pacificazione sociale, oltre alla tortura e agli squadroni della morte… ma qualche progresso era stato fatto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il repubblicano Reagan era intervenuto però a gamba tesa fin dalla campagna elettorale, accusando Carter di debolezza e promettendo di usare il pugno di ferro contro la minaccia comunista</strong>. In particolare, nel 1979, i <strong>rivoluzionari sandinisti del Nicaragua</strong> avevano finalmente abbattuto la pluridecennale dittatura della famiglia <strong>Somoza</strong>, e la guerriglia si era estesa nei vicini <strong>El Salvador</strong> e <strong>Guatemala</strong>. Fortunatamente, il prode “crociato della libertà” era pronto a ricacciare i comunisti all’inferno.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2353" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch-300x200.jpg" alt="Reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Peccato che la minaccia comunista in America Latina non esistesse se non nella propaganda reaganiana</strong>. I movimenti rivoluzionari della regione consistevano in <strong>fronti di liberazione nazionale, dove convivevano varie correnti ideologiche</strong>, dai comunisti ai nazionalisti ai cristiano-sociali. <strong>L’URSS</strong> era troppo lontana e impegnata per intervenire e <strong>aveva sempre guardato di cattivo occhio il sostegno cubano ad altri movimenti rivoluzionari</strong> in quella che era tacitamente considerata dal Cremlino come riserva statunitense.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Lo stesso Nicaragua sandinista</strong> non solo ricevette aiuti sovietici e cubani in misura minore rispetto a quelli provenienti da altri Paesi europei e americani, ma soprattutto <strong>non implementò mai una politica comunista d’imposizione di un Partito unico e collettivizzazione dei mezzi di produzione</strong>, e tantomeno abbandonò l’Organizzazione degli Stati Americani. A margine, è anche interessante osservare come questo piccolo Stato vanti tuttora le leggi più restrittive al mondo in materia d’aborto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quello che invece era fin troppo reale era la natura estremamente repressiva delle dittature centroamericane</strong>. In un contesto dove un’oligarchia di latifondisti e <em>compradores</em>, insieme alle grandi multinazionali statunitensi, sfruttava masse rurali in condizioni di sussistenza, dominavano giunte militari, in confronto alle quali persino Pinochet poteva a buon diritto passare per socialdemocratico. <strong>Qui, anche contro la stessa opinione pubblica statunitense</strong> – che fin dai tempi del Vietnam cominciava a porsi problemi riguardo alle manifestazioni più brutali del proprio imperialismo –,<strong> Ronnie Reagan diede il meglio di sé</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Al confine tra Honduras e Nicaragua, la CIA, con l’aiuto d’istruttori militari argentini</strong> (sì, quelli che facevano volare i dissidenti in mare), <strong>organizzò elementi della ex-Guardia Nazionale di Somoza, per formare i famigerati Contras</strong>, finanziati dal Congresso e armati attraverso il narcotraffico e la vendita di armi all’Iran. <strong>Non pago di ciò, il governo statunitense, in totale violazione del diritto internazionale, minò i porti nicaraguegni, infischiandosene poi bellamente del verdetto di risarcimento emesso dalla Corte dell’Aia</strong>. Insomma, il rispetto della legalità valeva solo quando si trattava di tollerare la sentenza Roe vs Wade…</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Dopo una serie di sonore sconfitte sul campo per opera delle forze regolari, i Contras ricorsero al terrorismo contro obiettivi civili, causando oltre 30.000 morti</strong>. Alla fine, incapaci di prevalere direttamente, gli USA accettarono un compromesso con il governo sandinista, che perse di misura le elezioni del 1990. Queste si svolsero in un contesto di esasperazione popolare di fronte alla prepotenza statunitense e videro la vittoria di una coalizione di centrodestra finanziata dagli Stati Uniti e guidata da <strong>Violeta Chamorro</strong>, il cui padre era stato assassinato da Somoza.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2352" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan-300x200.jpg" alt="0128-wires-reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>In Guatemala, la guerriglia contro la dittatura militare era radicata nelle popolazioni indigene maya</strong> che vivevano lì da millenni. <strong>Anche qui Reagan provvide a fornire ampio sostegno economico, in particolare al nuovo governo del Generale Efraín Ríos Montt</strong>, convertito alla fede evangelica, <strong>che nel 1982 era subentrato, via golpe, al Generale García Lucas</strong>. Siccome la semplice repressione politica è troppo poco, <strong>in appena un anno di potere, prima di essere deposto da un nuovo golpe, Ríos Montt distrusse 686 villaggi e uccise 50.000-75.000 indigeni</strong>, conquistandosi un processo per genocidio (attualmente in corso). <strong>In totale, in questo periodo, su una popolazione guatemalteca di 6.500.000 abitanti (nel 1980), si ebbero 200.000 morti </strong>(per il 93% ad opera dello Stato e per l’83% di etnia maya)<strong> e 1 milione di rifugiati</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, è al <strong>Salvador</strong> che spetta la palma nella lotta contro il comunismo ateo e omicida. <strong>Il 24 marzo 1980, l’Arcivescovo conservatore Óscar Arnulfo Romero, Primate di El Salvador, vertice della gerarchia cattolica nel Paese, fu assassinato dai servizi militari mentre celebrava Messa nella Cattedrale, durante la Consacrazione, per aver criticato la repressione del regime</strong>. <strong>Non soddisfatti, la mattina successiva, durante le esequie, esplosero una bomba e spararono dalle finestre del Palazzo Presidenziale, causando 38 morti tra i fedeli</strong>. Inutile dire che neanche Hitler e Stalin si erano mai sognati di fare una cosa del genere, senza neanche attendere la fine della Messa e istituire un processo farsa! Oggi, Romero è Beato in quanto Martire, a controprova che si è trattato di <strong>una vera e propria persecuzione contro la Chiesa Cattolica</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Infatti, più avanti, vista la sgradevole tendenza del clero a schierarsi con i più deboli, minacciarono lo sterminio dei gesuiti presenti nel Paese</strong>. A dicembre, per festeggiare l’elezione di Reagan, i militari rapirono, stuprarono e uccisero quattro religiose statunitensi impegnate nell’assistenza dei poveri. Carter, sdegnato, ritirò l’appoggio economico, ma questo fu subito reintegrato dal “Nostro” il mese seguente. <strong>Grazie a questo decisivo sostegno, l’esercito salvadoregno resistette, l’offensiva dei ribelli fu respinta e il massacro dei civili proseguì indisturbato</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, ben presto il regime si accorse che cominciavano a scarseggiare gli uomini da arruolare, ma presto fu trovata la soluzione: l’arruolamento – anche coatto, ricorrendo a raid nelle scuole – di ragazzi, anche di 14-15 anni</strong>. In piena guerra civile, l’80% delle forze governative e il 30% dei guerriglieri era composto da minorenni. Questo fenomeno è alla base della nascita di violentissime gang giovanili come la <strong>Mara Salvatrucha 13</strong>. In ogni caso, si stima un totale di <strong>75.000 morti (per l’85% causati dal regime), di cui oltre la metà sotto il mandato di Reagan, e 500.000 rifugiati su una popolazione di 4.500.000 (1980)</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">In conclusione, a fare i conti, il motto “Meglio morti che rossi” non è mai stato tanto vero, se consideriamo che su una popolazione totale – per questi tre Stati – di circa 12.500.000 abitanti (nel 1975), i morti ammontano al 2,84% e i rifugiati al 16%. Questi ultimi, tra l’altro, si diressero in maggior parte negli Stati Uniti, dove chiesero di essere accolti come rifugiati politici. <strong>Naturalmente, mentre gli esuli cubani erano accolti a braccia aperte e coccolati dal governo statunitense, i profughi centramericani erano rifiutati e costretti alla clandestinità: solo il 9-11% dei nicaraguegni, il 2,6% dei salvadoregni e l’1,8% dei guatemaltechi ottenne asilo politico – sempre grazie alle cristiane virtù d’accoglienza e ospitalità dell’amico Reagan, beninteso</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, viste le sue preclare virtù di <em>Defensor Fidei</em> sovraelencate, che aspettano i cattoliberisti a chiedere la canonizzazione del loro novello Luigi IX?</p>
<p style="text-align: justify">P.S. Raccontatemi pure di quando Chávez e Castro facevano sparare agli arcivescovi.</p>
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		<title>Borghi: «Renzi come un quadro di Ensor, ma i problemi sono Euro e poca democrazia»</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2015 20:55:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Borghi Aquilini]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo incontriamo all’uscita di un esame universitario per parlare di Euro, il suo punto forte. Ma non solo: anche di Europa, economia, democrazia e futuro della Lega. Prima di dedicarsi al Carroccio, Claudio Borghi Aquilini insegnava all’Università Cattolica di Milano. Fortunatamente, doveva presiedere ad un esame scritto: l’umore dell’economista che ha trascinato Salvini nella lotta contro l’Euro non è infatti dei più rosei e non avrebbe certo aiutato i malcapitati esaminati. «La bocciatura del referendum contro la legge Fornero avrà ricadute sulle alleanze» &#8211; dice evidentemente stizzito &#8211; «non si può continuare a collaborare con chi vuole mandare al Quirinale uno]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>o incontriamo all’uscita di un esame universitario per parlare di Euro, il suo punto forte. Ma non solo: anche di Europa, economia, democrazia e futuro della Lega. Prima di dedicarsi al Carroccio, Claudio Borghi Aquilini insegnava all’Università Cattolica di Milano. Fortunatamente, doveva presiedere ad un esame scritto: l’umore dell’economista che ha trascinato Salvini nella lotta contro l’Euro non è infatti dei più rosei e non avrebbe certo aiutato i malcapitati esaminati. «La bocciatura del referendum contro la legge Fornero avrà ricadute sulle alleanze» &#8211; dice evidentemente stizzito &#8211; «non si può continuare a collaborare con chi vuole mandare al Quirinale uno come Amato».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Partiamo da qui. Vi aspettavate una bocciatura?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«No. Non si fa una fatica assurda, che impegna tutto il partito per quasi un anno, per il semplice gusto di farselo bocciare. Qui c’è di mezzo l’Articolo 1 della Costituzione: lavoro e sovranità al popolo. Non so come la Corte abbia potuto calpestarlo. Se dilatiamo il divieto a referendum dalle questioni ‘fiscali’ a quelle ‘economiche’, cosa ci rimane? La nostra vita dipende dall’economia, ma la sovranità monetaria non c’è più e il pareggio di bilancio in Costituzione ha sottratto anche la politica fiscale: se non possiamo nemmeno gestire questioni relative al lavoro e incidere con referendum, allora – capite – che la democrazia rimasta è ben poca.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il prof. Emilio Diodato nel suo ultimo libro «L’ortopedia del “vincolo esterno”» ha detto che i vincoli imposti dall’Ue all’Italia sono il «simbolo di una democrazia morente».</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Non c’è pensiero più elitario ed antidemocratico di supporre che il popolo sia cretino. Si suppone che il popolo sia stolto e incapace a governarsi, ritenendo necessari degli strumenti di supplenza alla democrazia &#8211; siano essi espressi dal vincolo esterno, realizzati con la moneta unica o concretizzati nell’affidamento dei governi ad istituzioni “al riparo del processo elettorale”, usando le parole di Monti. Ma più che democrazia morente, direi democrazia morta».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ci sono margini di rivitalizzazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Sì, servirebbe che l’elettore prendesse coscienza che alcuni partiti queste politiche le appoggiano, smettendo di votarli. Ma uno dei sintomi della malattia della democrazia è l’informazione».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>In che senso?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Una democrazia può dirsi compiuta solo se l’elettore è informato. Se vado da un cittadino a dirgli “vuoi la torta alla crema o un calcio negli stinchi?”, e lo faccio in maniera corretta ed equilibrata, l’elettore sceglierà ovviamente il dolce. Se invece gli taccio che la torta è avvelenata, è evidente che vi sarà un vizio del consenso democratico. Da quando abbiamo iniziato a parlare di Euro, vengono propagate menzogne da una lunga serie di mezzi di informazione. Agli italiani è stato detto che senza la moneta unica l’inflazione salirebbe al 300% e che per comprare il latte servirebbero carriole di soldi: queste non sono opinioni, ma bugie. Falsa informazione, utile solo a viziare la democrazia».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Un sondaggio Ipsos, pubblicato dal <em>Corriere della Sera</em>, riporta che per gli italiani il secondo motivo di “speranza” in questi tempi difficili sono i partiti euroscettici. Il primo in classifica è Papa Francesco. </strong></p>
<p style="text-align: justify">«Non metto in dubbio che a molti italiani abbiamo ridato speranza. La rassegnazione è quello che tutti i carcerieri si augurano. Godono della rassegnazione. Noi non abbiamo fatto altro che dire agli italiani che è possibile fare una scelta differente».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Far crollare l’Europa dà speranza?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Certo, anche se è necessario precisare: non è che “l’Europa crolla”. Quella rimarrà lì attaccata al mappamondo come sempre. A noi basta far cadere il guinzaglio, che è l’Euro. Poi, una volta riportato il campo da gioco in parità con tutti i bilanciamenti del caso derivanti dalle monete nazionali, saremo liberi di decidere se ci interessa allearci con gli altri paesi. Se tutto dovesse rimanere come ora, comunque, non vedo perché dovremmo avere interesse verso l’Europa associativa».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il 53% degli italiani considera la Germania «ostile». Già negli anni ’90, negli ambienti politici italiani, si diceva che «chi offre il marco in vittima vuole in realtà l’egemonia europea». Perché allora siamo saliti sul carro?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Bella domanda. Nemmeno io l’ho ancora capito. La risposta più semplice è “la stupidità”: uno dei grandi motivi per cui di solito si fanno cose stupide è perché si è stupidi. Le élite industriali hanno sempre usato l’esca della “moneta forte” per attirare le “valute deboli” e millantare la formazione di un’area di libero scambio dove tutti stanno meglio. Ma l’inganno sta nel far credere che sia una gara a squadre, quando invece è un <em>match</em> di pugilato. Cascarci è un’ingenuità da bambino: ovvio, tutti vogliono giocare con il più forte. Senza capire, però, che quello dell’economia non è un gioco di squadra, ma individuale. Dove alla fine vince uno solo. Ecco, questo potrebbe essere il primo motivo. Dall’altra parte, invece queste élite, consce del fatto che entrare in questo strumento di morte porta vantaggi solo a qualcuno, hanno trovato sponda nei partiti di sinistra. I quali hanno ritenuto l’aspetto democratico inutile, se non fuorviante: si sentivano più bravi, più colti, più intelligenti eppure alle elezioni vinceva sempre Berlusconi. Hanno scelto allora l’alternativa elitaria e tecnocratica per conquistare il potere».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>L’Europa è nata male e finita peggio, oppure non ha retto le sfide della storia?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Non pretendo che tutti sappiano di cose economiche. Ma se si mette in piedi un progetto ambizioso come l’Europa unita non si può non pensare alle conseguenze finanziarie. Non so se si trattò d’ingenuità o fu fatto volontariamente. Se i padri fondatori erano in buona fede quando progettarono i vincoli e li legarono alle convergenze economiche di paesi così differenti, se erano in buona fede insomma, allora erano anche straordinariamente ignoranti».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>In un’intervista di qualche giorno fa ha detto che i tassi negativi sui <em>Bund</em> tedeschi significano la scommessa degli investitori sull’uscita della Germania dall’Euro. Draghi, invece, ha detto che è una moneta irreversibile. Il monito era indirizzato alla Merkel?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Draghi continua a dire che è irreversibile perché è il suo mestiere. Anche il governatore della Banca Centrale svizzera, prima di abbandonare il livello del cambio, continuava a dire che era un sistema “irreversibile”. Le parole di Draghi quindi non mi stupiscono. Ma il discorso dei tassi negativi è eclatante: non c’è nessun motivo per cui una persona paghi per prestare dei soldi a qualcuno».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Potrebbe essere considerato un bene di rifugio.</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Sì, ma l’alternativa sarebbe tenere il denaro in cassaforte. Piuttosto che acquistare un titolo di stato e pagare un tasso negativo, preferirei avere nel portafoglio moneta contante. Certo, poi c’è chi dice che, al netto dei costi di transazione per la detenzione di liquidi, sia comunque conveniente comprare i <em>Bund</em>. Sono d’accordo. Ma quando i tassi sono così tanto negativi per lunghissime scadenze, i dubbi vengono. Infatti, un titolo di Stato a 5 anni non è immediatamente convertibile in denaro: se per un qualsiasi motivo i tassi dovessero tornare a salire, il valore di questi titoli si incenerisce. Rischio che non ha la carta moneta. Tuttavia, gli investitori stanno immaginando che la Germania uscirà dall’Euro, aspettandosi così una rivalutazione del nuovo marco rispetto alla moneta unica. I titoli tedeschi denominati originariamente in euro, quindi, verrebbero ripagati con il marco, valuta a quel punto molto più forte dell’euro con cui erano stati acquistati. Ottenendo così un guadagno».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Scelta saggia?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«No, secondo me sbagliano. Perché i tedeschi non sono normalmente proni a fare beneficenza agli altri. Sono quasi certo che, in caso di addio alla moneta unica, i titoli tedeschi denominati in euro per non residenti verranno mantenuti in euro. Al massimo la Germania pagherà in marchi i <em>Bund</em> detenuti da suoi cittadini, per opportunità politica. Di certo non lo farà per i titoli in mano ad un signore in Italia o in Francia. Inoltre, rinominare il debito è una facoltà: se fossimo noi ad uscire, dovremmo farlo. Ma non credo che la Germania abbia questo interesse».</p>
<p style="text-align: justify"><strong><em>Quantitative Easing</em> di Draghi. Sarà utile?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Ci sono una serie di leggende sul tema. Sbaglia chi considera il QE come se fosse la Banca Centrale che stampa soldi. Invece semplicemente dà denaro in cambio di titoli. Questa cosa può essere di stimolo all’economia solo quando il tasso d’interesse è alto, che in virtù degli acquisti della Bc si abbassa. Ma se i tassi sono a zero, significa che il valore nominale del mio titolo di stato è uguale al prezzo di mercato, includendo gli interessi. Per cui, molto banalmente, se oggi vendo un titolo che mi rende zero, esso è praticamente uguale ad una banconota. Perché potrei rivenderlo sul mercato ed ottenere quella banconota. In situazione di tassi zero il QE significa scambiare, di fatto, il <em>proxy</em> di una moneta con moneta. Quindi l’effetto economico è praticamente nullo. Quello che bisognerebbe fare per ottenere inflazione e attraverso essa far abbassare il debito, è far spendere la gente. Quindi alzare i salari e la spesa pubblica. Bisogna immettere denaro nel circuito reale, rilanciando i consumi e rinvigorendo così l’economia. Non vogliono farlo perché senza il correttivo del tasso di cambio, i soldi che metto in circolazione verrebbero spesi all’estero. Risultando quindi inutili per l’economia nazionale».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Draghi lo preferisce alla Bce o al Colle?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Il governatore conosce benissimo i mercati, quindi è molto meglio di Trichet. Però adesso sta giocando contro di noi. Mi sarebbe piaciuto vederlo in Banca d’Italia per lottare contro le altre banche centrali. Assicurandoci prima, però, la sua lealtà. Adesso è come avere Ibrahimovic, ma lasciarlo giocare con la squadra avversaria».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>John Milos, mente economica di Syriza, ha detto che in caso di vittoria la Grecia «non uscirà dall’Euro, perché rispetto al 2012 sul tema siamo diventati maturi».</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Direi piuttosto che sono diventati più meridionali».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>In che senso?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Se tengo in piedi un’economia con l’assistenza di soldi provenienti dall’estero, quell’economia si adatta molto velocemente alla situazione. E pur con tutti i disastri e le risorse scarsissime, ad un certo punto subentra il terrore all’idea di dover staccare la spina. È come sdraiarsi in un ospedale con una flebo con un po’ di oppiacei: dopo qualche tempo vengono a mancare le motivazioni per alzarsi e vivere una vita libera. Si fa fatica. Ci si adatta. Quindi non mi stupisce che Syriza non voglia uscire dall’Euro».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>La lega corre nei sondaggi. Siete certi di arrivare al governo?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Sì».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>E diventerete “maturi” come Syriza?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«No, assolutamente. Infatti le similitudini tra Syriza e la Lega sono fuori luogo. Due cose completamente diverse. Loro vogliono rimanere nell’Euro e farsi pagare. Noi invece non vogliamo ricevere un centesimo, ma abbandonare questa moneta assurda».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Presentando la Flat Tax ha detto che avreste presentato a tappe le mosse economiche. Quale sarà la prossima?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Parleremo di spesa pubblica e di come riqualificarla. E l’altra iniziativa, presente già nel programma della Lega, sarà di mettere in chiaro la non desiderabilità di tasse slegate dal reddito. Basare la tassazione sulla capacità contributiva è un principio costituzionale. Articolo puntualmente disatteso con innumerevoli tipologie di balzelli, dall’Imu all’Irap.</p>
<p style="text-align: justify">Non stiamo parlando di cose improvvisate al momento: la Lega ha presentato da tempo un piano programmatico preciso che stiamo declinando. Abbiamo il solo difetto di fare quello che diciamo».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Lei è esperto anche di arte. Se dovesse rappresentare Renzi con un quadro, quale sceglierebbe?</strong></p>
<p style="text-align: justify">Fa a un sorriso e continua. «Forse “L’entrata di Cristo a Bruxelles” di Ensor: con la folla di gente strana che va dietro ad un personaggio senza sapere dove sarà trascinata. Un quadro di forte decadenza».<a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/ENSOR.5.jpg"><img class="aligncenter wp-image-1023 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/ENSOR.5-300x174.jpg" alt="ENSOR.5" width="300" height="174" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Salvini?</strong></p>
<p style="text-align: justify">«Lui, invece, spero sia un “Taglio” di Fontana. Qualcosa che serve a far svegliare la gente per farla passare oltre una fase che già dovrebbe essere morta e sepolta».<a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/artwork_images_989_631822_lucio-fontana.jpg"><img class="aligncenter wp-image-1022 size-full" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/artwork_images_989_631822_lucio-fontana.jpg" alt="artwork_images_989_631822_lucio-fontana" width="255" height="300" /></a></p>
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		<title>La democrazia senza quorum soffre di percentualismo</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2014 15:05:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La politica italiana è malata di percentuali. I leader partitici, segretari o padroni che siano, guardano al rapporto tra voti ottenuti ed eroi che si sono recati al seggio&#62; come a una manna che scende dal cielo in tempo di magra. Non importa, infatti, se a votare ci sono andati più o meno solo i parenti dei candidati, quello che conta sono le percentuali. «L’affluenza è un problema secondario», ha detto Renzi dopo il voto alla tornata regionale dello scorso 23 novembre. E non poteva di certo fare altrimenti, avendo vinto – si fa per dire – sia in Calabria]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>a politica italiana è malata di percentuali. I leader partitici, segretari o padroni che siano, guardano al rapporto tra voti ottenuti ed <b>eroi che si sono recati al seggio</b>&gt; come a una manna che scende dal cielo in tempo di magra. Non importa, infatti, se a votare ci sono andati più o meno solo i parenti dei candidati, <b>quello che conta sono le percentuali</b>. «L’affluenza è un problema secondario», ha detto Renzi dopo il voto alla tornata regionale dello scorso 23 novembre. E non poteva di certo fare altrimenti, avendo vinto – si fa per dire – sia in Calabria che in Emilia. Nemmeno i suoi avversari tutti interni al Pd potevano esimersi dal dire che la colpa del 38% scarso di affluenza nella rossa Emilia è stato causato dalla lotta intestina tra Pd renziano e Cigl targata Landini. <b>Non potevano fare altrimenti perché anche loro son contagiati; anche loro son malati di “percentualismo”</b>.<br />
Considerando che <b>l’Emilia Romagna è sempre stata una delle regioni più fedeli</b> nella mobilitazione verso le urne, non è difficile immaginare che il dato possa essere esteso a tutta Italia. E non mettiamo in dubbio che se milioni di italiani disertano le urne è una lor scelta e la democrazia non può fermarsi. Ma qualche riflessione  sulla natura della democrazia stessa e sulla sua validità nel sistema Italia occorre farla.<br />
Normalmente dopo la chiusura dei seggi, nelle dichiarazioni del giorno dopo, nei tweet mattutini e nelle trasmissioni televisive serali son tutti lì a godere – o maledire – delle cifre stratosferiche che ruotano intorno alle percentuali.<br />
<b>Ottenere il 48% non è male e poi assicura cinque anni alla guida di un qualsiasi ente governativo</b>. Ma non funziona esattamente così. Un professore di matematica del liceo era solito raccontarci – più di una volta per la verità, forse per farci capire bene il concetto – <b>la storia dei due fratelli e dei due polli</b>. La famosa similitudine risale a una poesia di Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri, poeta e giornalista del secolo scorso. Divenne anche senatore a vita per nomina presidenziale. Insignito del privilegio a inizio dicembre del 1950, ci lasciò le penne dopo appena 20 giorni. Come ebbe a dire lui stesso, lo nominarono «senatore a morte». Ma che c’entra il poeta romanesco con Renzi, le elezioni regionali, la malattia di “percentualismo” e la democrazia italiana? Il professore, insomma, ci raccontava che se <b>per la statistica ci son due polli mangiati e due persone a tavola, in media hanno mangiato il 50%</b> dei pennuti a testa, «ma potrebbe accadere che uno s’è pappato due polli, e <b>l’altro è rimasto come un pirla</b>». Morale: basarsi sulle percentuali non solo è sciocco, ma è anche politicamente sterile. Perché, prima o poi, il piatto gira e chi ha avuto il pollo scoprirà di essere un «pirla». Il 48% del 37% degli elettori è un dato, visto nella realtà dei numeri assoluti, che dovrebbe lasciare con la bocca aperta, da non far passare in sordina come «problema secondario». È molto vicino, infatti, a quanto accadeva nel Regno sabaudo del 1849, quando <b>Camillo Benso conte di Cavour venne eletto al parlamento regio con 208 voti</b> (le parlamentarie grilline possono ben figurare a confronto). Anche il Conte poi divenuto Primo Ministro, probabilmente, dalle colonne di una delle riviste con cui collaborava (il <i>twitter</i> dell’epoca) si sarà vantato di aver ottenuto un’altissima percentuale nel suo collegio. Il 48%, forse. <b>Bonaccini, neo-eletto alla regione Emilia Romagna, può quindi esultare di quel famoso 50% di polli che le statistiche indicano si è mangiato</b>, anche se il banchetto del suo predecessore Vasco Errani era molto più imbandito. Ma come il regno piemontese non brillava per livello di democrazia, così – senza bisogno di scomodare Patenam – potremmo forse sollevare un ragionevole <b>dubbio sulla qualità di una democrazia in cui poco più di un terzo dei cittadini partecipano al voto</b>. Senza contare, inoltre, la crisi di iscritti ai partiti, la scomparsa della partecipazione politica a più livelli e le anomalie del sistema informativo.<br />
Il dato reale è stato sconcertante e dovrebbe far riflettere, sollevare delle questioni, scuotere la politica locale e nazionale. Invece, nulla: silenzio, buon viso a cattivo gioco e ostentazione del dato statistico.<br />
<b>Senza pensare che un problema c’è e si chiama legittimità</b>. L’ultima tornata elettorale ha dimostrato una cosa: che <b>la democrazia italiana non ha il quorum</b>. Se fosse stato un referendum, oggi l’avrebbero dichiarato nullo o senza alcun effetto. Perché la legittimità non si basa sulle percentuali.</p>
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