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	<title>Torquemada &#187; cinema</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
	<lastBuildDate>Sat, 11 Feb 2017 20:06:31 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Star Wars VII &#8211; Il Lato Oscuro della Forza</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2016 12:59:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Patrick Martinotta]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Patrick Martinotta]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni film]]></category>
		<category><![CDATA[Star Wars VII - Il risveglio della Forza]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Rovelli]]></category>

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		<description><![CDATA[W Regia: J. J. Abrams Sceneggiatura: Lawrence Kasdan, J. J. Abrams, Michael Arndt Anno: 2015 Durata: 135’ Nazione: USA Fotografia: Daniel Mindel Montaggio: Mary Jo Markey, Maryann Brandon Scenografia: Rick Carter, Darren Gilfort Costumi: Mchael Kaplan Colonna sonora: John Williams Interpreti: Daisy Ridley, Adam Driver, Harrison Ford, Mark Hamill, Carrie Fisher, John Boyega, Oscar Isaac, Andy Serkis, Domhnail Gleeson, Anthony Daniels, Peter Mayhew, Max von Sydow Recensione originale sul Fachiro TRAMA Luke Skywalker è scomparso ma esiste una mappa che rivela il luogo in cui è nascosto. Sullo sfondo una nuova guerra, fra la Resistenza e le forze oscure del Primo Ordine.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: right"><span title="W" class="cap"><span>W</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: J. J. Abrams</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: Lawrence Kasdan, J. J. Abrams, Michael Arndt</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2015</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 135’</p>
<p style="text-align: right"><strong>Nazione</strong>: USA</p>
<p style="text-align: right"><strong>Fotografia</strong>: Daniel Mindel</p>
<p style="text-align: right"><strong>Montaggio</strong>: Mary Jo Markey, Maryann Brandon</p>
<p style="text-align: right"><strong>Scenografia</strong>: Rick Carter, Darren Gilfort</p>
<p style="text-align: right"><strong>Costumi</strong>: Mchael Kaplan</p>
<p style="text-align: right"><strong>Colonna sonora</strong>: John Williams</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Daisy Ridley, Adam Driver, Harrison Ford, Mark Hamill, Carrie Fisher, John Boyega, Oscar Isaac, Andy Serkis, Domhnail Gleeson, Anthony Daniels, Peter Mayhew, Max von Sydow</p>
<p style="text-align: right">Recensione originale sul <a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2015/12/28/star-wars-vii-martinotta_rovelli_coletti_longoni_zoia/">Fachiro</a></p>
<p><strong>TRAMA</strong></p>
<p style="text-align: justify">Luke Skywalker è scomparso ma esiste una mappa che rivela il luogo in cui è nascosto. Sullo sfondo una nuova guerra, fra la Resistenza e le forze oscure del Primo Ordine.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>RECENSIONI</strong></p>
<p style="text-align: justify">Star Wars non è un film qualunque e ha provocato uno scisma fra i Fachiri. Dopo <a href="http://www.torquemada.eu/2016/01/02/star-wars-vii-il-risveglio-della-forza_zoia_duzzo_coletti/">le prime tre</a> recensioni per il &#8220;lato chiaro&#8221;, eccone due per il &#8220;lato oscuro&#8221; della Forza!</p>
<h2 style="text-align: center"><strong>LATO OSCURO DELLA FORZA</strong></h2>
<p style="text-align: right"><em>“Corrotto dal Lato oscuro Star Wars VII è. Ciò che è stato creato, più non esiste”.</em></p>
<p style="text-align: center"><strong>Sotto la maschera niente</strong></p>
<p style="text-align: justify">Tutti hanno presente quella deliziosa sensazione che si prova quando un film non convince senza sapere perché. Purtroppo guardando l’ultimo episodio di <em>Star Wars</em> mi è capitato l’esatto contrario. Poche volte mi è capitato di avere le idee così chiare sui motivi della non riuscita di un film e ancor più raramente questa persuasione si è offerta in maniera altrettanto spontanea ed esplicita attraverso una semplice immagine: la famigerata scena in cui il cattivissimo Kylo Ren si toglie la maschera e sotto non c’è niente. Il punto è capire cos’è questo “niente” e cosa rappresenta, perché proprio all’interno di tale definizione si giocano – e a mio parere si sono smarriti – il senso e la credibilità di <em>Star Wars</em>. Limiterò quindi il raggio d’azione delle mie brevi considerazioni attorno a quest’immagine: il povero Kylo Ren sarà il nostro capro espiatorio.</p>
<p style="text-align: justify">Kylo Ren si toglie la maschera e sotto c’è il “niente”, ossia il vuoto di un’espressione volutamente e marcatamente inespressiva<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Non v’è nulla della tensione fra innocenza e perversione che attraversava il protagonista dell’esalogia originale, Anakin Skywalker. Se la tragicità della figura di Anakin risiedeva tutta nell’impossibilità di prendere le distanze da un passato già realizzato (Darth Vader è il ni-ente di Anakin, l’annullamento della sua persona e della sua stessa umanità, creando un ibrido fra umano e cyborg), quella di Kylo Ren è, al contrario, la tragicità di un Edipo che deve ancora ammazzare il proprio padre, un Edipo che non è ancora nessuno e che (per non continuare a esser tale) non vuole salvarsi. Questo “niente” è allora l’abisso che separa il Figlio dal Padre; la vertigine provata da Kylo di fronte alla maschera della figura fantasma(mi)tica di Darth Vader rispecchia il senso di inadeguatezza che attanaglia la nuova generazione rispetto alla vecchia e, naturalmente, l’ultima saga di Star Wars rispetto a quella originale. Il problema di come raccogliere la scomoda eredità che porta i nomi di Darth Vader e di George Lucas potrebbe essere allora espressa dalla questione di come colmare l’abisso fra due diverse generazioni di spettatori (due modi di fare cinema, due modi di vedere il mondo), accontentando gli ultimi senza tradire i primi. Ecco perché sopra si affermava che attorno a quel “niente” gravita il senso di Star Wars, sia in quanto operazione estetica che commerciale. Ecco perché si ritiene che, proprio quel “niente”, quel vuoto, sia l’origine degli enormi buchi neri della sceneggiatura che hanno trascinato con sé tutta la narrazione, sino a comprometterne irrimediabilmente la credibilità. Mi limiterò a sottolineare i due buchi neri principali.</p>
<p style="text-align: justify">Il primo buco nero inghiotte l’incredulo spettatore dopo pochi minuti, quando si scopre con raccapriccio che l’Impero non è scomparso, anzi è più forte che mai e domina la galassia con strumenti inconcepibili fino a pochi anni prima (dal ridicolo raggio spaziale capace di disintegrare in un attimo interi pianeti, alla nuova Morte Nera, più grande della precedente, eppure ancora capace di esplodere grazie a colpi mirati di minuscoli caccia spaziali). Invano abbiamo sofferto con i ribelli e festeggiato con loro la definitiva vittoria a Endor, che aveva ricompensato dei sacrifici di Anakin e di Obi-Wan Kenobi. Sono trascorsi pochi anni dalla grande battaglia “finale” del <em>Ritorno dello Jedi</em>, eppure scopriamo che tutto è stato inutile, i nostri eroi sono morti senza un motivo e la memoria collettiva fa di loro nient’altro che delle flebili leggende. Inizia una nuova guerra, le armi sono più potenti e gli avversari hanno nomi nuovi, ma tutto in realtà è come prima e da quella tragica esperienza nessuno ha imparato niente.</p>
<p style="text-align: justify">Il secondo buco nero è ancor più spudorato del primo e riguarda il presunto “risveglio della Forza” di cui parla il titolo. Mastro Yoda ci aveva insegnato che la Forza non si risveglia né addormenta, ma è eterna, sempre presente, avvolge tutto, compenetra i corpi, copre le distanze. Per gestirla e controllarla in modo saggio uno Jedi doveva allenarsi a lungo, fisicamente e mentalmente; al contrario il “lato oscuro” è quell’impulso che trae giovamento dalla rabbia, si insinua anche nell’animo più puro. È di questa ambiguità e polarità della Forza che si alimenta tutta la tensione tragica della figura di Darth Vader e dell’esalogia originale. Il nuovo episodio non lascia invece spazio ad ambiguità, è un film manicheo dove esistono solo buoni e cattivi. Il lato “chiaro” della Forza somiglia più a un superpotere innato e sembra che, chi lo possiede, non abbia neppure bisogno di allenarsi per controllarla; il lato “oscuro”, che dovrebbe rappresentare quello più “facile” e seducente, pare invece richiedere un travagliato percorso interiore: tale è l’impressione ambivalente che suscitano Ray (capace di controlla la forza dopo cinque minuti)<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> e Kylo Ren (che al contrario deve sudarsi parecchio il suo apprendistato, deve essere umiliato da una ragazzina, da uno stormtrooper qualunque e ammazzare a tradimento il proprio padre<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>). Insomma, Kylo Ren deve combattere con se stesso e gli altri per conoscere la Forza (filosofia Jedi), mentre Ray la possiede e la domina senza troppa fatica (filosofia dei Sith). Come non rimanere disorientati e non sentirsi traditi di fronte a questa contraddizione? Per un attimo lo spettatore stesso è tentato dal lato oscuro e vien voglia di “tifare” per la vittoria finale del Primo Ordine.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="wp-image-647 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-nazi.jpg?w=300" alt="star wars nazi" width="348" height="182" /></p>
<p style="text-align: justify">Concludiamo tornando al punto di partenza, cioè al nostro “niente”. Perché questo è esattamente ciò che rimane di questo film. L’immagine che ci viene in aiuto stavolta è quella del povero Kylo che contempla la maschera di Darth Vader: basterà al nostro moderno Edipo aver ammazzato a tradimento il padre per inaugurare la sua tragedia e diventare leggenda? A giudicare dall’umiliazione subìta, poco dopo, da parte della giovane Ray, sembra proprio di no. Allo stesso modo J. J. Abrams si è sentito costretto a compiere un parricidio per allontanare lo scomodo spettro di George Lucas: gli incassi gli hanno dato ragione, ma la nostra immodesta impressione è che questo film appartenga al “lato oscuro” della storia del cinema. Anakin era il Prescelto, potenzialmente il miglior Jedi della storia, prima di diventare un Sith qualunque, ricordate? Invano ci eravamo illusi che <em>Il risveglio della forza</em> – con a disposizione un regista visionario e i potentissimi mezzi dell’industria Disney – potesse diventare il miglior episodio della saga: possiamo restare in speranzosa attesa dei prossimi due capitoli, ma il progetto di costruire una trilogia uniforme e lineare sembra destinata a un fallimento quasi totale. Ciò che resterà, dopo aver deposto la maschera di Darth Vader, è il “niente” di cui parlavamo all’inizio, ossia l’assenza e la nostalgia del Padre.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-3-vedar.jpg" rel="attachment wp-att-645"><img class=" wp-image-645 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-3-vedar.jpg?w=300" alt="star wars 3 vedar" width="351" height="198" /></a></p>
<hr />
<p style="text-align: justify"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Alcuni vili in sala – fra cui il sottoscritto – non sono riusciti a trattanere un sorriso di fronte all’espressione da cane bastonato di un Adam Driver troppo simile al nostro Herbert Ballerina, al punto che per un attimo avevo creduto di assistere alla proiezione di uno dei suoi spassosi trailer: la vicenda del ballerino che voleva fare l’usciere non ci sembra avere minore profondità psicologica di quella del bravo adolescente che si maschera per sembrare più cattivo e imitare la corruzione fisica e morale del nonno glorioso.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Ray è una protagonista grintosa –anche troppo, sembra uscita da un film alla Hunger Games – ma bisogna notare come la sua figura emerga per caratteristiche tipicamente maschili, quali la forza e il coraggio: in barba a tante lettura pseudo-femministe, a noi sembravano, in questo senso, molto più autentiche e interessanti Padmé Amidala o Leia  (sì, anche nel suo abito da schiavetta).</p>
<p style="text-align: justify"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Non approfondirò, per rispetto del personaggio, l’indignitosa morte di Han Solo. Meglio accettare la sua scomparsa in un precipizio senza versare neppure una lacrimuccia piuttosto che continuare a vederlo torturato da una sceneggiatura che l’aveva ridotto a personaggio asettico (contrabbandiere malridotto, marito abbandonato, padre ignorato) senza più nulla da dire.</p>
<p style="text-align: right"><strong>Voto: 4</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Patrick Martinotta</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: center"><strong>Forse la Forza era meglio lasciarla dormire</strong></p>
<p style="text-align: justify">Cimentarsi in un sequel di Star Wars è impresa terribilmente rischiosa per diversi motivi: primo tra tutti è mettere mano per ampliare un progetto che era stato considerato concluso dal creatore della saga e che lasciava aperte le porte solo ad un prequel. Se ci si cimenta in un’impresa del genere si hanno due possibilitá: o tentare una rivoluzione che ambisca a migliorare il prodotto originario, oppure creare un remake di un film perfetto e per i tempi rivoluzionario, contando sull’effetto nostalgia sulla scia di quanto giá avvenuto con <em>Jurassic World</em>. J.J. Abraham ha fatto esattamente questo: spinto dal colosso Disney, ha creato una copia moderna di <em>A New Hope</em> e non ha osato nulla. Ha solo intinto l’opera conclusa nella fonte del buonismo disneyano. Chiariamo subito: <em>Il Risveglio della Forza</em> è un film che si lascia vedere e sono presenti anche un paio di sequenze di inseguimento col Millenium davvero notevoli, ma Episodio VII non consegna nulla di nuovo alla storia del cinema. A proposito del Millenium, da citare la buona recitazione di Harrison Ford. Han Solo, anche se invecchiato e con qualche kg in piú conferisce ancora brillantezza e verve ai dialoghi&#8230; ma tutti gli altri attori sono mangiati da questo vecchio contrabbandiere spaziale e dal suo amico peloso. Finn, il protagonista maschile, uno star trooper con crisi di coscienza, é privo di carisma, continuamente affannato nel tentativo di salvare la bella di turno, che alla fine si rivelerá l’unica capace di opporsi al lato oscuro. La fanciulla in questione, per quanto non sia malvagia nella recitazione, sembra creata appositamente nel solco delle nuove principesse Disney di inizio XXI secolo: la nostra Rey, come Merida in<em> The Brave</em>, Tiana né <em>La Principessa e il Ranocchio</em>, Elsa in <em>Frozen</em>, é bella, forte e anche in grado di maneggiare armi. Rey in 5 minuti sa governare la forza meglio del maestro Yoda ed é lei a salvare la vita al povero Finn.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="wp-image-642 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-6.jpg?w=300" alt="star wars 6" width="349" height="198" /></p>
<p style="text-align: justify">Ed eccoci alle dolentissime note: Kylo Ren, il cattivo. Per la prima metá del film é un personaggio dark dotato di un mistero che cattura l’attenzione del pubblico: è spietato, controlla la forza come solo ho visto fare a Palpatine nell’intera saga, fermando con il potere della mente un colpo di blaster, sparato a distanza ravvicinata, ed è il figlio di Han, allenato da Lucke! Ad un certo punto però decide di togliersi la maschera e rivelare le sue debolezze: vive nell’ombra dell’emulazione di Vader e non si sente del tutto ripulito dalla luce. La domanda é perchè? Kylo Ren aveva tutto per essere un temibile cattivo, ma la maschera, che porta solo per assomigliare a Vader, nasconde un ragazzino dal vocino da Harry Potter e il faccino da bimbo sperduto (a molti ha ricordato il figlio di Iannacci). In questo film il lato oscuro si perde nel concetto disneyano della ricerca del bene anche dove il male sembra trionfare e in tutto ciò la forza viene usata come la pozione magica di Asterix. Uno Jedi scopre di averla e &#8211; puff! -sa maneggiare una spada laser e piegare la mente delle persone. Abraham poi ha tentato di riportare gli stessi tempi registici e gli stessi tagli di scena di 40 anni fa. I prequel di Lucas a inizio anni duemila erano figli del loro tempo, contestualizzati, privi del politically correct che la Disney ci ha appioppato. E poi c&#8217;erano attori del calibro di Liam Neason, Samuel L. Jackson e Ewan Macgregor che si sono allenati 6 mesi per imparare I movimenti dei combattimenti, prendendo lezioni da maestri esperti nella tecnica del kendo. Personalmente considero questo film un fallimento dal punto di vista artistico, perchè non è stato capace di commuovermi, né di suscitare in me suspance o sorprendermi (la trama è pure abbastanza scontata). Ho giusto sorriso un paio di volte alla vista del nuovo droide Bb8 (che comunque ricorda sempre il Disneyano Wolly) e nelle scene in cui Han torna alla guida del Falcon. Citavo all’inizio <em>Jurassic World</em> e l’effetto nostalgia cavalcato anche da Colin Trevorrow col sequel dei dinosauri di Spielberg. A tal proposito vorrei però dire che, pur nella medesima operazione nostalgia, quel film ha saputo osare molto, soprattutto nelle scene nell&#8217;addestramento dei Raptor. Il regista, sconfessando lo stesso principio del &#8220;più grande, più denti&#8221; con la vittoria del tirannosauro alla fine sull’ibrido, ha velatamente saputo stigmatizzare il principio che ha mosso la creazione di film come questo e la saga di Guerre Stellari: qualsiasi remake fallisce, l&#8217;originale vince sempre; imitare il passato non serve a nulla, perché esso é un vissuto che serve solo ad osare nuove e intentate imprese, come fatto (in parte) da Trevorrow e dal vero blockbuster rivelazione 2015, <em>Mad Max &#8211; Fury Road</em>.</p>
<p style="text-align: right"><strong>Voto: 5,5</strong></p>
<p><strong>Stefano Rovelli</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: center"><strong>VOTI</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Davide &#8220;Duzzo&#8221; Fedeli</strong>: 7,5</p>
<p style="text-align: center"><strong>Serena Zoia e Guido Longoni</strong>: 8</p>
<p style="text-align: center"><strong>Alberto Coletti</strong>: 7</p>
<p style="text-align: center"><strong>Patrick Martinotta</strong>: 4</p>
<p style="text-align: center"><strong>Stefano Rovelli</strong>: 5,5</p>
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		<title>Star Wars VII &#8211; Il lato chiaro della Forza</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2016/01/02/star-wars-vii-il-risveglio-della-forza_zoia_duzzo_coletti/</link>
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		<pubDate>Sat, 02 Jan 2016 18:42:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Coletti]]></category>
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		<description><![CDATA[W Regia: J. J. Abrams Sceneggiatura: Lawrence Kasdan, J. J. Abrams, Michael Arndt Anno: 2015 Durata: 135’ Nazione: USA Fotografia: Daniel Mindel Montaggio: Mary Jo Markey, Maryann Brandon Scenografia: Rick Carter, Darren Gilfort Costumi: Mchael Kaplan Colonna sonora: John Williams Interpreti: Daisy Ridley, Adam Driver, Harrison Ford, Mark Hamill, Carrie Fisher, John Boyega, Oscar Isaac, Andy Serkis, Domhnail Gleeson, Anthony Daniels, Peter Mayhew, Max von Sydow Recensione originale su Fachiro TRAMA Luke Skywalker è scomparso ma esiste una mappa che rivela il luogo in cui è nascosto. Sullo sfondo una nuova guerra, fra la Resistenza e le forze oscure del Primo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="W" class="cap"><span>W</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: J. J. Abrams</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: Lawrence Kasdan, J. J. Abrams, Michael Arndt</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2015</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 135’</p>
<p style="text-align: right"><strong>Nazione</strong>: USA</p>
<p style="text-align: right"><strong>Fotografia</strong>: Daniel Mindel</p>
<p style="text-align: right"><strong>Montaggio</strong>: Mary Jo Markey, Maryann Brandon</p>
<p style="text-align: right"><strong>Scenografia</strong>: Rick Carter, Darren Gilfort</p>
<p style="text-align: right"><strong>Costumi</strong>: Mchael Kaplan</p>
<p style="text-align: right"><strong>Colonna sonora</strong>: John Williams</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Daisy Ridley, Adam Driver, Harrison Ford, Mark Hamill, Carrie Fisher, John Boyega, Oscar Isaac, Andy Serkis, Domhnail Gleeson, Anthony Daniels, Peter Mayhew, Max von Sydow</p>
<p style="text-align: right">Recensione originale su <a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2015/12/28/star-wars-vii-martinotta_rovelli_coletti_longoni_zoia/">Fachiro</a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>TRAMA</strong></p>
<p style="text-align: justify">Luke Skywalker è scomparso ma esiste una mappa che rivela il luogo in cui è nascosto. Sullo sfondo una nuova guerra, fra la Resistenza e le forze oscure del Primo Ordine.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>RECENSIONI</strong></p>
<p style="text-align: justify">Star Wars non è un film qualunque e ha provocato uno scisma fra i Fachiri. Ecco le prime tre recensioni, che rappresentano il &#8220;lato chiaro&#8221; della Forza. Per il &#8220;lato oscuro&#8221; potete resistere qualche giorno oppure&#8230; fare un salto <a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2015/12/28/star-wars-vii-martinotta_rovelli_coletti_longoni_zoia/">qui</a>.</p>
<h2 style="text-align: center"><strong>LATO CHIARO DELLA FORZA</strong></h2>
<p style="text-align: justify">Ogni episodio di Star Wars può essere considerato in due modi: prendendolo singolarmente oppure collocandolo all’interno della saga che dal 1977 gode di un numero incalcolabile di appassionati in tutto il mondo. Se lo si considera “slegato”, The Force Awakens è un potente blockbuster, che riesce a coinvolgere il pubblico e mantiene un ritmo serrato per tutti i suoi 135 minuti. La regia di Abrams è impeccabile: sa cosa vuole fare, sa cosa il pubblico desidera, sa come realizzarlo e il suo gesto tecnico è assolutamente preciso e pulito. Niente è collocato casualmente e persino il lens flare, vera e propria firma di Abrams, è usato con più garbo e parsimonia rispetto alle esagerazioni dei precedenti film del regista. I personaggi sono completi ed è istantaneo empatizzare con Finn (Boyega), Rey (Ridley), Han Solo (Ford) e il nuovo droide targato Disney BB-8; gli effetti speciali, poi, sono veramente straordinari (sia in 2D, sia in 3D, dove si nota un’attenzione notevole per la resa visiva). Complessivamente si tratta di un prodotto ben riuscito, compatto, una buona pellicola di fantascienza che sa coinvolgere dall’inizio alla fine. Anche le nuove generazioni e chi non ha mai visto prima un film della saga possono facilmente essere convinti di trovarsi di fronte a un film che nel suo insieme funziona e coinvolge. E’ necessario però porre questo settimo episodio all’interno di una cornice cinematografica più ampia, per comprendere il peso sull’economia della saga delle Guerre Stellari.</p>
<p style="text-align: justify">The Force Awakens si presenta con una trama molto simile a quella del quarto episodio (l’unico e primo “Guerre Stellari”, divenuto poi “Una Nuova Speranza”) con innumerevoli citazioni e punti di contatto con la trilogia classica (episodi IV-V-VI). Il droide che custodisce un messaggio cruciale per il destino della galassia, il “cattivo” che indossa una maschera nera, la gigantesca figura che compare sotto forma di ologramma e la stazione spaziale dal potere distruttivo immenso, sono tutti elementi che farebbero pensare più a un remake che ad un sequel. Se da un lato questa sterzata verso un ritorno alle origini dopo la trilogia prequel (episodi I-II-III) è molto apprezzabile, dall’altro lato il film si scontra con più di trent’anni di aspettative dei fan, che sicuramente desideravano qualcosa di molto più innovativo rispetto a un eccessivo e quasi frustrante richiamo al passato. Le differenze dalla trilogia classica, però, ci sono e sono decisamente delle novità per l’universo Star Wars. I personaggi hanno una caratterizzazione molto più approfondita rispetto a quasi tutti gli episodi precedenti: sono spaventati, distrutti, aggrappati a flebili speranze, figli di una galassia che affronta da decenni continui conflitti e che ci illudevamo avesse finalmente trovato pace con il sesto episodio della saga. Finn ad esempio è un traditore, un fuggitivo, e ha un’infanzia mai vissuta che lo porta ad essere totalmente spaesato in un mondo al di fuori delle crudeltà del Primo Ordine. Rey è una rivelazione, un personaggio femminile forte ma in continua attesa di una famiglia che l’ha abbandonata; nel complesso una figura ben riuscita, con l’interpretazione della Ridley convincente e soprattutto coinvolgente. La scena della sua fuga dalla spada laser, potente reliquia ereditata dalla famiglia Skywalker, e poi il “passaggio di testimone” della stessa spada a Luke (Hamill) sono una metafora che rappresenta bene il rapporto con la trilogia originale. Esiste un legame forte, ancora presente, con gli episodi IV-V-VI, che però non è limitante, bensì costruttivo per una nuova trilogia con i suoi personaggi tormentati e le sue dinamiche più moderne. Di questo legame un esempio lampante è il personaggio di Kylo Ren (Driver), che venera la figura di Darth Vader (questa volta chiamato con il nome originale), indossa una maschera come il suo idolo, non per necessità o per nascondere una deformità, ma per coprire l’innocenza di un volto giovanissimo e spaventato. Non è l’antagonista spietato e freddo, granitico e solenne del quarto episodio, ma un adolescente a pezzi, con meccanismi di difesa immaturi e quasi patetici (l’acting-out incontrollabile con la spada laser schiantata sulle pareti). Kylo Ren ha però una crescita forte (la svolta è il confronto col padre sulla base Strakiller e il colpo di scena seguente) che lo porterà a diventare un personaggio ancora più complesso e dovremo aspettarcelo molto più potente nei film successivi.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/images-11.jpg" rel="attachment wp-att-655"><img class="wp-image-655 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/images-11.jpg?w=300" alt="images (1)" width="406" height="169" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Anche la colonna sonora, che a un primo ascolto convince poco, è tuttavia coerente con lo spirito del settimo episodio: le epiche fanfare rimaste nella memoria di tutti sono solo un sussurro sullo sfondo, come quelle leggende sui Jedi e sulla Forza, mentre vengono introdotti temi nuovi, che non conosciamo ancora, ma che sanno comunque celebrare adeguatamente il “risveglio” del titolo. Han Solo, Chewbecca, Leia, Luke, RD-D2 e C3PO hanno ancora un’importanza cruciale e, soprattutto per i primi tre, svolgono un ruolo decisivo nel film, ma non sono sicuramente i protagonisti. Il settimo episodio ha dovuto infatti scrollarsi di dosso la pesante eredità cinematografica della trilogia classica (simboleggiata dalle rovine delle astronavi imperiali su Jakku) senza però rinnegarla, ed ha anche voluto conservare e ampliare i temi portanti di tutta la saga. Viene affrontato e arricchito il tema della paternità (vista sia dall’ottica del genitore che da quella del figlio), così come i temi della scelta, della tentazione, dell’amicizia e della crescita.</p>
<p style="text-align: justify">Abrams è figlio di Lucas; come noi è cresciuto con il mito intergenerazionale delle Guerre Stellari e ha saputo farne tesoro. L’influenza Disneyana si sente (oltre al marketing forsennato, le famose “strizzatine d’occhio” ai fan sono ben presenti), ma non è disturbante e il film mostra una coerenza robusta con tutta la saga in ogni momento, dall’incipit, alle transizioni tra sequenze, fino alla biologia delle creature, al design delle astronavi e ai pianeti “uniformi” di Lucas. The Force Awakens pecca forse di troppa paura del nuovo e meritava un finale un po’ più originale, ma è sicuramente un episodio “di raccordo”, completo e solido, il trampolino di lancio per una trilogia più attuale e avvincente. Il record di incassi conferma che c’è ancora interesse per questa saga che di padre in figlio coinvolge appassionati di tutto il mondo e continuerà a farlo anche con questa nuova trilogia. Per quanto riguarda i prossimi film l’aspettativa è altissima, soprattutto per l’ episodio VIII con la regia di Rian Johnson, regista di <em>Looper</em> (2012) e di tre tra i più potenti episodi della fortunata serie <em>Breaking Bad</em> (tra cui lo straordinario “Ozymandias”).</p>
<p style="text-align: right"><strong>Voto. 7,5</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Davide &#8220;Duzzo&#8221; Fedeli</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: justify">Partiamo da un dato di fatto: bello o brutto che sia, un film di Star Wars merita sempre di essere visto. Se non altro perché, per l’indiscussa fama della trilogia originale, è destinato a rimanere come un momento saliente nella storia del cinema. Bendisposti o meno, è tempo di riconoscere che Star Wars non è più soltanto composto dagli episodi IV-V-VI; e se anche la trilogia prequel è stata percepita da molti come un tradimento dello spirito originario dei film, ciò non toglie che essa faccia ormai indelebilmente parte dell’universo di Star Wars. Lo stesso discorso vale per questa nuova trilogia in corso d’opera. Ma tale consapevolezza porta con sé una grande tentazione: quella di adagiarsi sugli allori delle glorie passate col rischio di realizzare un prodotto di scarsa qualità che tanto venderà comunque. È dunque questo il caso di Star Wars VII?</p>
<p style="text-align: justify">Parliamo della sceneggiatura. Esistono due generi di finali aperti: quello che ti lascia con l’ansia di cosa accadrà in seguito e quello che presagisce una svolta epica. La cinematografia contemporanea ci ha abituati a storie che si concludono sempre di meno: ricordiamo, per contrasto, che l’episodio IV, per quante possibilità narrative lasci aperte, si può vedere come film a sé stante e che la trama dell’episodio VI, <em>Il ritorno dello Jedi</em>, poteva essere seguita anche da chi non aveva visto i precedenti. Ma da J. J. Abrams, coautore di una serie piena di colpi di scena come <em>Lost</em>, non ci si poteva aspettare un film senza una chiusura sul culmine narrativo. Ciò che dà carica allo spettatore, tuttavia, è il fatto che questo finale non è il solito cliffhanger in cui non si sa come ci si salverà o, peggio, in cui, quando tutto sembra concluso, il male ritorna di nascosto (come uova che si schiudono sottoterra): alla fine del film abbiamo invece la certezza che Luke Skywalker farà nuovamente il suo ingresso nella storia, con tutta la sua neo-acquisita autorevolezza.</p>
<p style="text-align: justify">Se prima di vedere questo film ci fossimo immedesimati in chi l’ha creato, il primo punto di preoccupazione sarebbe stato il fatto che si tratta della ripresa di una serie ferma da un decennio e, peggio, che il precedente film di cui questo è sequel, <em>Il ritorno dello Jedi</em>, ha ormai trentadue anni di età. Infine, il termine di confronto naturale, il primo film di Guerre Stellari, risale addirittura al lontano ‘77. In tutti questi anni, i film della LucasArts sono diventati un classico per generazioni di spettatori, sotto ogni aspetto, compresa la colonna sonora. I personaggi e le loro vicende si sono cristallizzati nella mente e nell’immaginario collettivo proprio come le note dei titoli di testa sono diventate un motivo, per così dire, fischiettabile. Perciò, un bel giorno, un compositore e uno sceneggiatore si trovano di fronte ad un grande dilemma: come prendere un tema (musicale o narrativo) talmente noto da essere considerato un classico e riuscire comunque a creare, a partire da esso, qualcosa di completamente nuovo? Aiuta, ma non basta, l’entusiasmo travolgente dei collaboratori, certi di entrare nella leggenda come abbiamo visto nel dietro-le-quinte dedicato al Comic-Con. Ci vuole un grande compositore per realizzare ciò che John Williams ci ha fatto udire nei trailer: quei famosi temi li risentiamo come trasfigurati, resi familiari e, al tempo stesso, alieni.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-2.jpg" rel="attachment wp-att-638"><img class="wp-image-638 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-2.jpg?w=300" alt="star wars 2" width="424" height="212" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Questa è la chiave con cui abbiamo voluto interpretare, in ambito narrativo, la quasi troppo appariscente affinità di questo episodio VII con il IV. Forse avrebbe giovato ritrovare quella stessa genialità musicale e quegli stessi toni epici dei trailer anche nel film; o avrebbe giovato una trama più autoconclusa. Eppure proprio la mancanza di quel contrasto tra toni cupi e misticheggianti del pianoforte e toni brillanti degli ottoni che speravamo di ritrovare anche nel film (ma che, in fondo, sappiamo pure essere stati scritti per qualcosa!); proprio l’apparente inutilità di certi personaggi che compaiono senza alcun passato e scompaiono altrettanto misteriosamente (magari anche interpretati da attori di grande calibro, come l’immenso Max von Sydow); proprio questi elementi, insomma, ci portano a chiederci se ciò che ci appare come un insieme di buchi nella trama non sia in realtà la preparazione di enormi colpi di scena.</p>
<p style="text-align: justify">Veniamo ora ai personaggi, vecchi e nuovi.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="wp-image-646 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-chewi-han.jpg?w=300" alt="star wars chewi han" width="369" height="193" /></p>
<p style="text-align: justify">Sugli attori storici c’è poco da dire. Mark Hamill/Luke non pronuncia una parola, ma recita con lo sguardo in quell’unica scena indimenticabile che lo vede fissare la giovane Rey con un volto incupito e segnato dal tempo, ma allo stesso tempo con occhi fiammeggianti e un’aura mistica di forza e saggezza che il suo personaggio forse non ha mai posseduto in tale misura. Carrie Fisher è sufficientemente credibile come Leia, ma non si pone mai al centro dell’attenzione e nel caso del suo personaggio, nel contesto di questo film, è un grande merito. Harrison Ford, pur essendo probabilmente il “meglio conservato” del terzetto, interpreta un personaggio per il quale, più di tutti gli altri, la vecchiaia rischia di essere appariscente; ciononostante, gestisce bene la versione canuta di Han Solo facendoci piacevolmente ritrovare aspetti peculiari della sua personalità, come, ad esempio, nella scena in cui si scopre il suo doppio gioco con i due clan criminali rivali oppure quando, sul pianeta/arma Starkiller, reagisce malamente alla notizia che Finn vi aveva lavorato come semplice inserviente e non ha, dunque, conoscenza approfondita dei segreti militari della base.</p>
<p style="text-align: justify">Riguardo i nuovi personaggi, sapevamo che J. J. Abrams ha voluto scegliere per le parti principali attori poco conosciuti; ciò nonostante è stata creata nel pubblico una notevole aspettativa, in particolar modo per quanto riguarda Kylo Ren, il nuovo nemico mascherato, e Rey, protagonista femminile del film.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-rey-2.jpg" rel="attachment wp-att-639"><img class="wp-image-639 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-rey-2.jpg?w=300" alt="star wars rey 2" width="389" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Le eroine femminili sono come la banana o la liquirizia in un piatto di ristorante (Masterchef docet): estremamente difficili e soprattutto rischiose da impiegare, eppure, se saggiamente inserite nel contesto, sanno dare una marcia in più e una caratterizzazione originale al tutto. Quello di Rey è, in effetti, un personaggio interessante: ha un background di povertà su un pianeta desertico, come Anakin e Luke Skywalker, ma in tale contesto, anzitutto, la scopriamo priva dei melliflui sentimenti buonisti del piccolo Anakin di episodio I. In questo deserto, poi, Rey vive un dramma di separazione familiare, ma non nel presente, come il giovane e smarrito Luke di episodio IV, bensì nel passato: Rey è già fortificata dal tempo, si è ingegnata per sopravvivere, sa combattere. Insomma, è tosta: prova ne è anche (sempre che non vi siano ulteriori motivi ancora celati) il fatto che apprende le vie della forza con una rapidità che farebbe arrossire il povero Luke e il suo X-Wing impantanato su Dagobah; eppure, nonostante ciò, non riesce proprio ad apparire come una spocchiosa ragazza prodigio, prima della classe. Sarà merito dell’astuta regia e/o della recitazione tra il frustrato e l’incazzato della Ridley. Solo il tempo (coi prossimi film) lo dirà.</p>
<p style="text-align: justify">Di Adam Driver &#8211; o forse, più precisamente &#8211; del suo personaggio, si potrebbero dire molte cose negative: è un nemico molto lontano da quello che ci si aspettava e si sperava di incontrare, considerata la caratura del leggendario Darth Vader. Se nei vecchi film Darth Vader, nome scelto a somiglianza delle parole “Dark Father”, è padre oscuro, in questa pellicola il giovane Kylo Ren è più che altro un adolescente disturbato. L’interpretazione di Driver, voluta oppure no (come diranno i maligni), va in tale direzione. Eppure è proprio in questo essere giovane instabile e psicopatico che si può trovare la chiave di volta della sua figura inquietante: non ha senso come “dark father”, ma è assolutamente credibile come giovane disadattato, non necessariamente astuto e brillante, che si picchia da solo sulle ferite per sentire il dolore ed esaltare la forza del lato oscuro in combattimento o che distrugge parti della sua stessa nave quando le cose non vanno come previsto. Molto diverso, insomma, dal freddo e calmo Vader che stritola a distanza il suo sottoposto che lo ha deluso. Che tutto ciò sia voluto?</p>
<p style="text-align: justify">Dopo l’uscita degli episodi I-II-III una delle scelte maggiormente rimproverate a George Lucas è stato il massiccio uso della computer grafica: ebbene, da questo punto di vista l’episodio VII segna una gradita inversione di tendenza e un ritorno alla “fisicità” della trilogia originale. Ben vengano dunque costumi, miniature, riproduzioni del Millenium Falcon a grandezza naturale, robot animati da persone e non dal computer; ben venga anche la decisione del regista di girare su pellicola e non in digitale. Forse questo non basta per compensare i difetti del film, ma certo è un grande passo in avanti nella giusta direzione.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-rey.jpg" rel="attachment wp-att-640"><img class="wp-image-640 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-rey.jpg?w=300" alt="star wars rey" width="384" height="192" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Un altro aspetto di questo episodio VII che non lascia indifferenti è la fotografia (e la retrostante <em>concept art</em>). Già dai trailer si poteva intuire la portata del lavoro svolto in questo senso &#8211; penso in particolar modo al gioco di luci ed ombre nella scena in cui una minuscola Rey si cala nel ventre immenso dell’incrociatore imperiale abbattuto su Jakku &#8211; e il film da questo punto di vista non delude affatto. Alcune inquadrature colpiscono particolarmente la fantasia dello spettatore, soprattutto se affezionato alla trilogia originale: la carcassa dell’incrociatore lungo l’orizzonte di Jakku, quasi come la rovina di un passato dimenticato (perfetto parallelo visivo per il fatto che gli eventi degli episodi IV-V-VI siano ormai considerati alla stregua di favole); la maschera deformata di Darth Vader, misteriosamente recuperata dai resti della Morte Nera; le lunghe fila degli assaltatori del Primo Ordine schierate davanti ad un ben riuscito generale Hux, con l’acceso contrasto di bianco, nero e rosso; il grandioso scenario naturale che circonda Rey nella sua ascesa verso Luke. Anche le scelte cromatiche sono particolarmente curate. Jakku è un pianeta di sabbia e polvere, esattamente come Tatooine, ma i colori, più sfumati del giallo polenta del pianeta di Luke Skywalker, gli conferiscono un aspetto per certi versi più antico e solenne. Il cromatismo contribuisce anche ad accrescere la tensione del duello finale tra Rey e Kylo Ren, in cui larga parte hanno il rosso e il blu delle spade laser che si incrociano sul fondo della foresta coperta di neve.</p>
<p style="text-align: justify">Che dire, in conclusione, di questo film? Certamente non è un film che dorme sugli allori!</p>
<p style="text-align: right"><strong>Voto: 8</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Guido Longoni</strong> e <strong>Serena Zoia</strong></p>
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<p style="text-align: right"><strong>“Usa la</strong><strong> Mossa, Luke! </strong><strong>Come J.J. Abrams ha trollato due generazioni di spettatori”</strong></p>
<p style="text-align: justify">Prima di cominciare, vorrei sperare sia a tutti voi familiare quel celebre concetto patafisico noto come <a href="http://tvtropes.org/pmwiki/pmwiki.php/It/MossaKansasCity">“Mossa Kansas City”</a>, reso famoso da Bruce Willis in “Slevin – Patto Criminale”. Tuttavia, a beneficio di quanti abbiano trascorso gli ultimi dieci anni in un rottame arrugginito, disperso nelle vastità desertificate del pianeta Jakku, si potrebbe descriverla come quella peculiare manovra strategica alla base di ogni truffa ben riuscita, la formula stessa del furto con destrezza. La Mossa Kansas City è “quando loro guardano a destra e tu vai a sinistra”, questo lo sapete tutti. Quello di cui invece potreste non esservi accorti è che, da un paio di anni a questa parte, la più grande multinazionale dell’intrattenimento esistente ha investito una considerevole porzione delle sue sostanze nella realizzazione della più colossale Mossa Kansas City mai concepita a memoria d’uomo, e per di più sotto gli occhi attoniti del mondo intero. Sto parlando di una truffa faraonica. Sto parlando di un colpo da settecento milioni di dollari, <em>merchandise</em> escluso. Sto parlando, l’avrete intuito, del settimo capitolo della saga di Star Wars, “Il Risveglio della Forza”. Ma andiamo con ordine.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>1. Giocare a scacchi con il Wookie</strong></p>
<p style="text-align: justify">Per la corretta esecuzione di una Mossa Kansas City sono richieste un bel po’ di persone, ma quando il CEO della Disney (che, per ragioni di chiarezza espositiva, supporremo sia Topolino) ha cominciato a pianificare il modo migliore per separare due generazioni di nerd dai loro risparmi, deve essere apparso chiaro che c’era solo un uomo all’altezza del compito. Per resuscitare la saga cinematografica che più di ogni altra ha influito sulla declinazione massificata dell’immaginario post-moderno, Topolino non poteva che affidarsi a J.J. Abrams. J.J. Abrams, ormai lo sappiamo bene, non è un uomo con una visione. Da “Alias” a “Star Trek”, non lo abbiamo mai conosciuto come un regista che potesse attingere ad un immaginario personale definito e riconoscibile. Non è Tarantino. Non è Burton. Ma non è nemmeno George Miller o Gareth Edwards. Quando i titoli di testa di un film recitano “di Terry Gilliam” o “di Guillermo Del Toro”, si sa già che, nel bene o nel male, si sta per assistere ad un’opera caratterizzata da una precisa impronta autoriale, da scelte estetiche inconfondibili. Abrams invece no. Abrams è camaleontico, si adatta alla domanda. Abrams non ti dà quello che vuole, ti dà sempre e soltanto quello che vuoi. Questo non fa certo di lui un artista visionario, ma ne fa un uomo d’azienda di grande successo, e pertanto perfetto per un compito arduo come quello che lo attendeva. Perché ripotare sullo schermo Star Wars, significava soprattutto rilanciarne il <em>brand, </em>reduce da quel maldestro tentativo di dirottamento conosciuto come “Trilogia Prequel”. E questo significava radunare un <em>fandom</em> diviso, frammentato e contraddittorio, convincere gli scettici, accontentare gli azionisti, arruolare una nuova infornata di consumatori nati dopo il crollo delle Torri Gemelle. Significava vendere un fottio di pupazzetti, di poster, di peluche, di ciabatte, di cofanetti dvd, di zuppiere a forma di droide. Di più, bisognava fare tutto ciò senza infrangere l’aura di magia che da sempre circonda il <em>franchise, </em>senza incrinare la sottile patina di nostalgica familiarità che permea i vecchi giocattoli. In altre parole, occorreva spacciare un’operazione commerciale per una rimpatriata: era necessario che uomini cresciuti con Han Solo come fratello maggiore fossero contenti di comprare ai loro figli la spada crociata di Kylo Ren. Non era soltanto una missione impossibile. Era come giocare una partita a scacchi olografici con un enorme Wookie, pronto a strapparti le braccia al minimo accenno di una mossa sbagliata. E questo Topolino lo sapeva. E il mondo lo sapeva. E anche J.J. Abrams lo sapeva, e per questo ha deciso di barare.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-4.jpg" rel="attachment wp-att-648"><img class=" wp-image-648 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-4.jpg?w=300" alt="star wars 4" width="338" height="220" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>2. Non dargliela vinta, dargliela <em>vintage</em></strong></p>
<p style="text-align: justify">Quel demonio di Jar Jar Abrams ha barato, e l’ha fatto magnificamente. C’erano orde di critici cinematografici, pletore di appassionati e semplici mitomani armati di connessione ADSL che non aspettavano altro che emettere una sentenza inappellabile di inadeguatezza, che si fregavano le mani al pensiero di bollare ogni nuova idea, ogni trovata inedita come “non all’altezza della Trilogia Originale”, consacrata sull’altare della loro preadolescenza. Il pubblico di Abrams era composto da gente che, già al momento di comprare le prevendite, sperava ardentemente di rimanerci fregata. E J.J. li ha fregati, ma non come si aspettavano. Mentre loro guardavano a destra, lui è andato a sinistra. Invece di prestare il fianco con un sequel vero e proprio, eccolo sfilare dal cilindro un reboot/remake/pastiche della Trilogia Originale. Potete dimenticarvi qualcosa di nuovo e di vulnerabile: il giovane Abrams si è peritato di estrarre Lawrence Kasdan (lo sceneggiatore de “L’Impero Colpisce Ancora”, “Il Ritorno dello Jedi”, nonché dei “Predatori dell’Arca Perduta”, ecc.) dal blocco di grafite in cui aveva dimorato negli ultimi dieci anni, dargli una scaldata al microonde, e rimetterlo in pista con rinnovata verve. E’ stato così che, con la sfacciata semplicità delle truffe migliori, è stata presentata al mondo una versione riveduta e aggiornata di “Una Nuova Speranza”, adattata con grande mestiere alla sensibilità delle nuove leve, svezzate con saghe <em>Young Adult</em> e abituate ad una infinita <em>escalation</em> tecnologica. “Il Risveglio della Forza” è un film per ragazzi in grado di accettare senza battere ciglio che lo Starkiller altro non sia che una Morte Nera 6S. Pronti ad accogliere Rey da tutte le Katniss che l’hanno preceduta. Educati alla cultura del <em>vintage</em>, secondo cui l’analogico è accattivante, purché coadiuvato dal digitale. L’utilizzo dosato di personaggi e attori della vecchia guardia è stata in questo senso una componente essenziale della strategia elaborata dalla <em>joint venture</em> Topolino-Abrams: il loro scopo era quello di fornire un tiepido senso di continuità ai quarantenni che, in loro assenza, si sarebbero trovati faccia a faccia con nuovi mitemi, lontani anni luce dalla loro comprensione, almeno quanto la nuova Xbox della loro prole. Ostentando un rispetto intessuto di occhiolini, riverenze e citazioni ben calibrate, il regista di “Lost” si è guadagnato il diritto di scherzare con la fanteria spaziale, tributando il dovuto ai santi del passato. Anche se si fosse limitato a quanto sopra, il piano metacinematografico di cui si è finora discusso sarebbe già degno di ammirazione, un <em>bluff</em> così ben interpretato da meritare il plauso anche di chi l’ha chiamato. Ma ciò che davvero rende “Il Risveglio della Forza” la più grande Mossa Kansas City di sempre, quasi sublime nella sua maliziosità, è il trattamento che riserva al suo antagonista.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-1.jpg" rel="attachment wp-att-641"><img class="wp-image-641 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-1.jpg?w=300" alt="star wars 1" width="386" height="193" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>3. Il lato oscuro della Mossa</strong></p>
<p style="text-align: justify">Kylo Ren è senza dubbio il personaggio più interessante a esordire nel nuovo capitolo di Guerre Stellari: un apprendista stregone acerbo e frustrato, un post-adolescente irritabile e irritante che si è consegnato al Lato Oscuro più per dispetto che per una spontanea inclinazione, e per questo perennemente esposto alla tentazione del Bene. I trailer lo avevano mostrato sempre nascosto dietro ad un inquietante radiatore metallico che ne mascherava le fattezze, si presume per non confondere eccessivamente le aspettative del pubblico. Nel film, d’altro canto, si è optato per mostrarne molto presto il volto reale, quello goffo e immusonito di Adam Driver, rivelandone i paramenti per ciò che effettivamente sono: un travestimento, un <em>cosplay</em> da signore del Male dietro cui nascondere le fragilità e i dubbi di un ragazzino smarrito, coinvolto in una partita molto più grande del suo desiderio di emancipazione dal padre. Il più immediato precedente di Kylo Ren nell’immaginario collettivo è in questo senso ravvisabile in Draco Malfoy, il rivale di Harry Potter a cui sono imposti gli abiti e i modi del Mangiamorte: entrambi votati al Male dal caso e dalle circostanze, guidati da cattivi maestri e tuttavia incapaci di abbracciare fino in fondo la loro parte peggiore.</p>
<p style="text-align: justify">Come era prevedibile, l’invenzione di Darth Malfoy ha diviso il pubblico e la critica, e creato intorno a sé fazioni: chi ne ha osannato la modernità (pochi), e chi ha visto in lui un Lord Fauntleroy bizzoso e incapace di sostenere il peso del ruolo di antagonista principale (molti). Kylo Ren è l’unico vero elemento di novità presente all’interno di “Il Risveglio della Forza” ed è sintomatico osservare come abbia polarizzato tutte le critiche di inadeguatezza di cui sarebbe stato bersagliato il regista, se avesse deciso di affrontare frontalmente il suo pubblico rimodellando integralmente la Galassia lontana lontana. E allora perché J.J. Abrams, le cui doti di illusionista sono indubbie, ha deciso di scoprire le sue carte in modo apparentemente avventato, dando in pasto ai suoi detrattori un personaggio imperfetto? La risposta si nasconde in un’ombra nera, che si allunga sinistra sull’operazione di <em>revival</em> architettata da Topolino e soci, l’ombra di uno spettro rantolante che si aggira nei meandri della cultura pop da più di trent’anni: l’ombra di Darth Vader. Darth Vader rappresenta il fulcro e la spina dorsale della fortuna di Star Wars, è una figura talmente iconica da poter reclamare un posto nel nuovo <em>pantheon</em> occidentale, accanto a Marylin Monroe e Godzilla. E ove dal gigionesco revisionismo di Abrams possono scaturire copie degli altri topoi della Trilogia Originale, Darth Vader non avrebbe potuto essere replicato, perché la stessa genesi della tragica leggenda di Anakin Skywalker è frutto di contingenze imponderabili, che hanno travalicato le intenzioni stesse dei suoi autori. E’ nozione comune che il cavaliere nero del post-moderno fosse stato inizialmente concepito come un antagonista secondario, un potente scagnozzo al soldo dell’Imperatore. La presenza scenica e l’immediato impatto visivo del suo costume persuasero Lucas, in sede di seconda stesura de “L’Impero Colpisce Ancora”, a garantirgli una posizione centrale nelle vicende come padre perduto di Luke, instradando così la saga sui binari che oggi conosciamo.</p>
<p style="text-align: justify">Vader è il colpo di genio. E’ il lampo di ispirazione che nobilita e eleva un’opera per molti versi derivativa, e un guizzo del genere non avrebbe potuto essere ripetuto da Abrams all’interno del suo sterile laboratorio, nemmeno se ci avesse provato. Lo stesso Lucas non era riuscito a ripetere sé stesso, come tristemente dimostrato dalla Trilogia Prequel. Tutto ciò poneva il buon Jar Jar Abrams di fronte ad un secondo rompicapo, forse ancor più cruciale del primo: se nessun successore avrebbe mai potuto eguagliare Darth Vader, e quest’ultimo non poteva essere riesumato, come trovare un antagonista degno di reggere il confronto? La soluzione adottata sconfina nella prestidigitazione: mentre tutti guardavano a destra, seguendo la pedissequa reiterazione del primo capitolo della Trilogia Originale, e perciò attendendo il sorgere di un nuovo, epocale <em>villain</em>, J.J. Abrams ha svicolato di nuovo a sinistra, invertendone il paradigma. Anziché mostrarci la parabola di redenzione del <em>badass </em>per antonomasia<em>, </em>nel suo film avremmo assistito alla corruzione di un pivello, destinata tuttavia a culminare in un gesto ricco di pathos classico. Abituati a confrontarci con un monolite nero di maestosa malvagità, da cui ogni efferatezza era lecito aspettarsi, ci siamo trovati di fronte ad uno spilungone nevrile e impacciato, che quasi all’improvviso uccide Han Solo. Del resto, Edipo non era nessuno prima di pugnalare suo padre.</p>
<p style="text-align: justify">La pellicola si conclude così, con la promessa del Supremo Leader Snoke di concludere l’addestramento di Kylo Ren, e con essa si esaurisce l’apporto di J.J. Abrams alla mitologia delle Guerre Stellari. Spetterà ad altri l’impresa di trasformare un ragazzino antipatico nel titanico cattivo di cui i nerd hanno bisogno, ma che in fondo non meritano. In quanto a voi, una volta che la giostra dell’<em>hype </em>avrà chiuso i battenti<em>,</em> potrete ben dire ai vostri nipoti di aver visto in azione un autentico maestro dell’inganno. Racconterete di essere stati testimoni di una doppia Mossa Kansas City, realizzata con perizia da un Signore dei Sith. Perché proprio questa è la vera natura di quel piccolo <em>geek</em> occhialuto dal sorriso beffardo, a dispetto di tutte le vostre facili ironie: Darth Disney.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-topolino.jpg" rel="attachment wp-att-643"><img class="size-full wp-image-643 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-topolino.jpg" alt="star wars topolino" width="300" height="194" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>***</strong></p>
<p style="text-align: justify">Nello spazio di questo breve approfondimento si è scelto di non indagare nel dettaglio “Il Risveglio della Forza”: l’opera è tutt’ora nelle sale, e mentre queste righe vengono scritte l’Internet si prodiga nel vivisezionarla fotogramma per fotogramma. Ogni possibile lettura viene esplorata, e presto si dovrà cominciare a immaginarne di nuove. Per questa ragione si è preferito dedicare qualche riflessione alla sua filosofia, alle ragioni che sottendono al recupero di una saga leggendaria, ai principi informatori della sua attualizzazione. Perché questo nuovo capitolo di Star Wars non è un capolavoro di arte cinematografica ma, risultati alla mano, è un vero trattato sullo <em>show-business</em>, frutto di una esperienza affinata nel corso di decenni dall’Imperatore Topolino e dai suoi gregari. Per ciascuno dei motivi sopra esaminati, è una guida pratica al <em>blockbuster</em> nel ventunesimo secolo, e come tale le generazioni future dovranno studiarlo a memoria, se sperano di superarlo. E chi questo non l’ha capito, chi parla ancora con tono perentorio di incertezze nel montaggio, di ritmo incostante e buchi di sceneggiatura, ma in fondo non ci si raccapezza e questo film non sa se amarlo od odiarlo, è il primo a essere rimasto fregato. Forse stava semplicemente guardando a destra.</p>
<p style="text-align: right"><strong>Voto al film: 7</strong></p>
<p style="text-align: right"><strong>Voto all’operazione cinematografica: 10</strong></p>
<p style="text-align: right">“Non è forse l’attesa di Star Wars, essa stessa Star Wars?</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Alberto Coletti</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: center"><strong>VOTI</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Davide “Duzzo” Fedeli</strong>: 7,5</p>
<p style="text-align: center"><strong>Serena Zoia e Guido Longoni</strong>: 8</p>
<p style="text-align: center"><strong>Alberto Coletti</strong>: 7</p>
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		<title>Abacuc</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2015 08:56:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ferri]]></category>
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		<category><![CDATA[Stefano Malosso]]></category>

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		<description><![CDATA[A Regia: Luca Ferri Anno: 2015 Durata: 85&#8242; Nazione: Italia Interpreti: Dario Bacis Articolo originale RECENSIONE Tra le rivelazioni delle uscite degli ultimi mesi, “Abacuc” di Luca Ferri (nelle sale dal 2 novembre) riprende in mano il filo reciso del cinema cosiddetto sperimentale per costruire, o decostruire, un viaggio grottesco nel Nord Italia dominato da scempi urbanistici e edili di ogni tipo, viaggio al termine della notte alla fine del quale non rimane che rifugiarsi nel cimitero, luogo-simbolo della morte di ciò che è stato definito postmoderno (e, per dirla con l&#8217;ultimo Houellebecq, morte dell&#8217;intera civiltà occidentale, finalmente accordata all&#8217;etimo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="A" class="cap"><span>A</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: Luca Ferri</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2015</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 85&#8242;</p>
<p style="text-align: right"><strong>Nazione</strong>: Italia</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Dario Bacis</p>
<p style="text-align: right"><a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2015/11/06/abacuc_stefano-malosso/">Articolo originale</a></p>
<p><strong>RECENSIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify">Tra le rivelazioni delle uscite degli ultimi mesi, “Abacuc” di Luca Ferri (nelle sale dal 2 novembre) riprende in mano il filo reciso del cinema cosiddetto sperimentale per costruire, o decostruire, un viaggio grottesco nel Nord Italia dominato da scempi urbanistici e edili di ogni tipo, viaggio al termine della notte alla fine del quale non rimane che rifugiarsi nel cimitero, luogo-simbolo della morte di ciò che è stato definito postmoderno (e, per dirla con l&#8217;ultimo Houellebecq, morte dell&#8217;intera civiltà occidentale, finalmente accordata all&#8217;etimo che la vuole assimilata al concetto di tramonto). Un tramonto ferocemente iconoclasta, quello intessuto dalle immagini in bianco e nero girate in super8 da Ferri e dalla colonna sonora analogica e post-atomica del compositore Dario Agazzi, che non rinuncia però al taglio sarcastico fatto di fendenti ora apparentati al teatro dell&#8217;assurdo (“Io leggo Lacan”, ci confessa lo scheletro affrescato) ora provocatori (“Chi ascolta jazz è un eiaculatore precoce”; ”Paradossi delle reliquie: i prepuzi di Gesù erano dodici”).</p>
<p style="text-align: justify"><img class="wp-image-605 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/11/12204514_10207927663618207_363626530_n.jpg?w=300" alt="12204514_10207927663618207_363626530_n" width="444" height="176" /></p>
<p style="text-align: justify">Film sulle rovine e sulla monumentalità della rovine, come ha avuto modo di scrivere il suo autore, Abacuc vede come protagonista un uomo di duecento chili, quasi immobile, lontano dalle emozioni e dalla parola, protagonista di una sorta di remake di “L&#8217;ultimo uomo sulla terra”; Abacuc è un Buster Keaton oltre il declino, è il cadavere di Keaton che si aggira in un Paese ormai tumefatto. Come il Jack Nance di Eraserhead, vive in una piéce che ne racconta allo stesso tempo la condizione di superstite e di testimone dello stato terminale di un&#8217;epoca: non rimane che sperare, spogliando un petalo dopo l&#8217;altro una margherita nel mi-ama-non-mi-ama fanciullesco, che ci sia (ancora) qualcuno ad amarlo.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="wp-image-606 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/11/12204678_10207927663658208_1187296725_n.jpg?w=300" alt="12204678_10207927663658208_1187296725_n" width="386" height="257" /></p>
<p style="text-align: justify">Abacuc si pone, o è posto, a tutti gli effetti come una marionetta senza spettatore, catapultato al centro di un teatro finzionale che cortocircuita con la realtà, squarciandola e rivoltandola su se stessa. Nessun tipo di costruzione narrativa è più possibile: ad Abacuc e al suo vago pellegrinare non resta che ascoltare una voce meccanica ad una cornetta che, attraverso la reiterazione di citazioni del passato, lo conduce ad un continuo e inesorabile vicolo cieco, al termine del quale il linguaggio perde la sua valenza di segno e di testimonianza. Cosa rimane? Rimangono la contemplazione estetica, le macerie dei secoli, i volti dei defunti esposti sulle lapidi accompagnati da improbabili storie, montate e rimontate casualmente come in una letteratura combinatoria mortifera. Non è finzione e non è documentario: siamo nella frattura, nella lacuna, nel buco nero del linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify"><img class=" wp-image-608 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/11/12212247_10207927663578206_308307834_n.jpg?w=300" alt="12212247_10207927663578206_308307834_n" width="349" height="262" /></p>
<p style="text-align: justify">“La musica, come tutte le arti, ha l&#8217;umile compito di descrivere la propria fine”, ci suggerisce la voce meccanica che accompagna l&#8217;esistenza di Abacuc. E il cinema di Ferri sembra voler inseguire il suo protagonista, la sua marionetta, proprio verso la fine di ogni modalità della rappresentazione. L&#8217;arte cinematografica deve implodere in se stessa, ricercare le proprie rovine (si agita il cadavere di Walter Benjamin) e, una volta trovata la propria estinzione, sperare in una rinascita. Abacuc si pone in questo senso come un superamento totale (e totalizzante) della storia del cinema: è slapstick comedy ma è oltre, è cinema delle avanguardie ma è oltre, è documentario ma è oltre, è soprattutto racconto post-moderno, ma oltre. Col suo lungo canto funebre, in questo Kaddish per immagini e musiche, Ferri firma un atto fortemente politico, uno sguardo allarmato e provocatorio sul cinema contemporaneo, spogliandolo delle facili epiche quotidiane e riportando l&#8217;attenzione sulla funzione espressiva e quasi oltraggiosa dell&#8217;occhio cinematografico, che qui assume le sembianze del volto incancellabile di Abacuc.</p>
<p style="text-align: right"><strong>Voto: 8</strong></p>
<p style="text-align: right"><strong>Stefano Malosso</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Signore e signori, buonanotte!&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2015 12:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Camilla Scarpa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per una buffa coincidenza, la tanto discussa, folkloristica e giustamente vituperata apparizione televisiva dei parenti di Vittorio Casamonica nel salotto di Bruno Vespa ha coinciso per me con la visione di un film satirico degli anni ’70, da cui il mio breve articolo trae il suo titolo. Per questa ragione le righe che seguiranno non cercheranno di riassumere la peraltro ben nota vicenda dei funerali, definiti “principeschi” ma più simili a una sagra di paese, né di analizzare le responsabilità del sindaco, del questore o del parroco &#8211; che peraltro ha commentato, non senza uno sprazzo di &#8216;sense of humour':]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>er una buffa coincidenza, la tanto discussa, folkloristica e giustamente vituperata apparizione televisiva dei parenti di Vittorio Casamonica nel salotto di Bruno Vespa ha coinciso per me con la visione di un film satirico degli anni ’70, da cui il mio breve articolo trae il suo titolo.</p>
<p style="text-align: justify">Per questa ragione le righe che seguiranno non cercheranno di riassumere la peraltro ben nota vicenda dei funerali, definiti “principeschi” ma più simili a una sagra di paese, né di analizzare le responsabilità del sindaco, del questore o del parroco &#8211; che peraltro ha commentato, non senza uno sprazzo di &#8216;sense of humour': <em>“Se era un criminale tanto pericoloso potevano arrestarlo da vivo. Dovevo forse arrestarlo io, da morto?”</em>.<br />
<strong>Queste righe si propongono invece di fare alcune rapide osservazioni sulla società moderna attraverso un parallelismo con gli episodi del telegiornale satirico condotto dallo speaker Paolo T. Fiume</strong>, interpretato magistralmente da<strong> Marcello Mastroianni</strong> (un predecessore del Mentana comico di Maurizio Crozza, nomen omen?).</p>
<div id="attachment_2928" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/00962903.jpg"><img class="wp-image-2928 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/00962903-300x210.jpg" alt="00962903" width="300" height="210" /></a><p class="wp-caption-text">Mastroianni con Monica Guerritore nel ruolo dell&#8217;assistente del conduttore.</p></div>
<p style="text-align: justify"><strong>L’episodio che ha attirato dapprima la mia attenzione è quello degli onorevoli Lo Bove.</strong> Nel film lo speaker cerca di intervistare quattro politici napoletani che, curiosamente, hanno tutti lo stesso cognome ma negano recisamente di essere parenti e perfino di conoscersi. Ogni tentativo di porre loro delle domande sarà però vano, dal momento che lo speaker sarà continuamente interrotto dalle missive degli spettatori, infarcite di insulti &#8211; quelli sì che si evolvono nel tempo! &#8211; nei confronti dei politici, che peraltro considereranno folcloristico e colorito essere definiti “fetentoni” e “teste di ***”, e finiranno per mangiarsi a quattro palmenti, in senso proprio e figurato, (il plastico del)la città di Napoli. Non serve certo un’arguzia particolare per notare il collegamento con le tante mafie che infestano il nostro paese, di cui quella dei Casamonica non sembra nemmeno la più minacciosa e moderna, come ha sottolineato, tra gli altri, Vittorio Sgarbi.</p>
<p style="text-align: justify">Il primo spezzone del film, dopo <strong>una bizzarra lezione di inglese un po’ osé</strong> (anche questo parametro possiamo confermare che si evolve!), ci rappresenta il surreale omicidio di un dignitario nero di fronte a un’ambasciata, perpetrato da un agente della CIA che finge nel frattempo di visitare la stanza di un modesto stabile della zona. La visita però è guidata dall’insegnante di inglese che si rivela anch’ella un’agente segreto della DIA, che elimina il collega che ormai sa troppe cose, ricordandoci che <strong>la violenza è “una lingua per tutti”</strong>. E come non ricordare, giusto per citare qualche esempio, l’omicidio di J.F. Kennedy, l’attentato alle Torri Gemelle, le extraordinary renditions perpetrate dalla CIA anche negli ultimi vent’anni?</p>
<div id="attachment_2929" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/Signoreesignoribuonanotte-Villaggio.jpg"><img class="wp-image-2929 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/Signoreesignoribuonanotte-Villaggio-300x159.jpg" alt="Signoreesignoribuonanotte-Villaggio" width="300" height="159" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Villaggio imita Carl Schmitt, ma solo nel nome e nell&#8217;aspetto.</p></div>
<p style="text-align: justify">Ancora sulla violenza è, in un certo senso, incentrato l’episodio <em>“La bomba”</em>, che raffigura <strong>un presunto attentato a una caserma della polizia, a cui segue la scoperta che la tanto temuta bomba è in realtà la sveglia di un’anziana signora</strong>. I vertici della polizia però non vogliono assolutamente ammettere il proprio ridicolo errore, perché gli eventi della giornata stanno mutando in positivo il parere dell’opinione pubblica sull’operato delle forze dell’ordine. Di conseguenza si procurano un ordigno vero, ma saltano in aria nel tentativo di installarlo nella caserma. Certamente l’episodio si riferisce alle numerose stragi di (più o meno presunta o dimostrata) matrice terroristica, rossa e nera, degli anni di piombo, ma <strong>come non andare con la mente alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo sui recenti fatti della scuola Diaz, in cui gli agenti avevano nascosto armi e materiale esplosivo per giustificare a posteriori il proprio intervento violento?</strong> E come non ripensare con orrore alla ratio che la Corte Europea sembra aver rinvenuto in questi comportamenti, proprio quella di invertire la tendenza, trasmettendo un’immagine efficiente e forte, di forze dell’ordine con il pugno di ferro?</p>
<div id="attachment_2918" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/caserma-diaz.jpg"><img class="wp-image-2918 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/caserma-diaz-300x200.jpg" alt="caserma-diaz" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Gli eventi della scuola Diaz.</p></div>
<p style="text-align: justify"><strong>E che dire del <em>&#8216;disgraziometro&#8217; </em>?</strong> L’episodio mostra una trasmissione televisiva in stile Mike Bongiorno, in cui trionfa il concorrente che racconta con maggior dovizia di particolari le proprie sfortune e sofferenze esistenziali. Difficile, anche qui, non trovare delle somiglianze con la televisione trash di <em>“Chi l’ha visto?”</em>, Barbara D’Urso et similia. La realtà ha superato di gran lunga la fantasia e la parodia.<br />
Altri due episodi, <em>“Il personaggio del giorno”</em> e <em>“Il salone delle cariatidi”</em> tratteggiano l’uno, significativamente sottotitolato “Poco per vivere, troppo per morire”, la vita di stenti di un pensionato “normale”, interpretato da uno splendido Ugo Tognazzi, l’altro <em>“l’orgia del potere”</em> degli altrettanto anziani vertici dello stato e della Chiesa alla fantomatica “inaugurazione dell’anno pregiudiziario”.</p>
<p style="text-align: center"><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='680' height='413' src='http://www.youtube.com/embed/ZfVB1ICIR-4?version=3&#038;rel=0&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=0&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0' allowfullscreen='true'></iframe></span>
<p style="text-align: justify">E se già è una conclusione inquietante da trarre, e non solo per i fautori delle “magnifiche sorti e progressive”, quella per cui la società di oggi sarebbe quasi perfettamente sovrapponibile a quella di quarant’anni fa, a questa conclusione inquietante si accompagna l’impressione che le recenti riforme della scuola, a cui ha fatto cenno (seppur en passant) Eugenio nel suo <a title="Prima di criticare la scuola di Gentile sciacquatevi… (i panni nell’Arno)" href="http://www.torquemada.eu/2015/09/14/scienzalive-contro-fusaro-prima-di-criticare-la-scuola-di-gentile-sciacquatevi-i-panni-nellarno/" target="_blank">articolo su Gentile</a>, debbano mirare ancora più in basso di quanto non sembri, per adeguarsi al “servizio pubblico” offerto dalla RAI e al suo target!</p>
<div id="attachment_2921" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/casamonica-porta-a-porta.jpg"><img class="wp-image-2921 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/09/casamonica-porta-a-porta-300x198.jpg" alt="Vera e Vittorino Casamonica a 'Porta a Porta'" width="300" height="198" /></a><p class="wp-caption-text">Un fotogramma della discussa puntata di &#8216;Porta a Porta&#8217;</p></div>
<p style="text-align: justify">Forse, più che Leopardi, aveva ragione <strong>Spengler</strong> quando riteneva incombente il <em>“Tramonto dell’occidente”</em>, e chissà che lo stesso titolo del film che mi ha ispirato non sia, in qualche modo, la previsione (o l’auspicio, seppur in tono semiserio) di una simile conclusione?</p>
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		<title>I 10 film più disturbanti nella storia del cinema (ABOUT SEX)</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/04/08/i-10-film-piu-disturbanti-nella-storia-del-cinema-about-sex/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Apr 2015 10:50:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lucciola della Ribalta]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sesso]]></category>

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		<description><![CDATA[Salò o le 120 giornate di Sodoma (Salò, or the 120 Days of Sodom) – Pier Paolo Pasolini, 1975 Pellicola che contiene alcune tra le perversioni più insane dell’animo umano mai viste in un film. Pasolini si rifà alle 120 Giornate di Sodoma di de Sade, da cui il titolo prende spunto; ma il contesto qui è un altro, il fascismo e la Repubblica di Salò. Al contrario di de Sade, dove le oscenità descritte sembrano essere fini a se stesse, Pasolini vuole dare allo spettatore una sorta di morale. Salò è prima di tutto un film contro ogni tipo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>alò o le 120 giornate di Sodoma (Salò, or the 120 Days of Sodom) – Pier Paolo Pasolini, 1975</strong><br />
Pellicola che contiene alcune tra le perversioni più insane dell’animo umano mai viste in un film. Pasolini si rifà alle<em> 120 Giornate di Sodoma</em> di de Sade, da cui il titolo prende spunto; ma il contesto qui è un altro, il fascismo e la Repubblica di Salò. Al contrario di de Sade, dove le oscenità descritte sembrano essere fini a se stesse, Pasolini vuole dare allo spettatore una sorta di morale. Salò è prima di tutto un film contro ogni tipo di violenza e tortura nei confronti di ogni essere umano.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/dirittiriservati.jpg"><img class="aligncenter wp-image-2317 size-large" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/dirittiriservati-1024x691.jpg" alt="" width="680" height="458" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><strong>2 La vera gola profonda/Gola profonda (Deep Throat) – Gerard Damiano, 1972<br />
</strong>Rientra in questa classifica nonostante sia a tutti gli effetti un film pornografico, in quanto ha stravolto completamente la concezione del porno. Per la prima volta un film a luci rosse, che fino ad allora erano considerati di nicchia – in quanto film da “depravati” – è stato visto da milioni di persone in tutto il mondo. 25000 dollari di spesa per un incasso pari a 100 milioni, una cosa mai vista nella storia del cinema. Il film ha una trama, cosa assai rara nel porno odierno, che tratta uno dei tabù del sesso, l’orgasmo femminile, e la sua impossibile rappresentazione a livello visivo. La pornografia può essere suddivisa in un prima e un dopo Gola profonda.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/dasPic_47699-325-4.jpg"><img class="aligncenter wp-image-2318 size-large" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/dasPic_47699-325-4-1024x875.jpg" alt="" width="680" height="581" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><strong>3 Antichrist – Lars von Trier, 2009</strong><br />
La follia che segue la morte di un figlio assume tratti disumani in questa pellicola. Il capolavoro di Lars von Trier.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/2.jpg"><img class="aligncenter wp-image-2319 size-large" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/2-1024x670.jpg" alt="" width="680" height="444" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><strong>4 Ecco l’impero dei sensi (In the Realm of the Senses) – Nagisa Oshima, 1976<br />
</strong>Film ispirato ad una storia realmente accaduta nel Giappone degli anni ’30.  Fece parecchio scandalo, per la presenza di scene di sesso esplicito non simulato e un finale shock. Il film fu disponibile in home video solamente a partire dagli anni ’90.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/RealmOTSenses_190Pyxurz.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2320" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/RealmOTSenses_190Pyxurz-1024x616.jpg" alt="" width="680" height="409" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><strong>5 Irréversible – Gaspar Noé, 2002<br />
</strong>La tecnica di Gaspar Noè è molto sperimentale, i suoi film possono piacere o meno ma riescono sempre a lasciare il segno. Il montaggio è disturbante, nauseabondo. Lo stupro di <em>Irréversible</em> e l’orrore con cui viene perpetrato rimarranno per sempre negli occhi dello spettatore.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/irreversible-2002-11-g.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2321" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/irreversible-2002-11-g-1024x592.jpg" alt="" width="680" height="393" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><strong>6 Nymphomaniac Director&#8217;s cut – Lars von Trier, 2014<br />
</strong>Questa versione non è quella uscita nei cinema, ma la successiva che vede la luce in un secondo momento. Con ben 90 minuti di scene tagliate questo film è decisamente più completo rispetto al precedente. Tuttavia manca qualcosa alla pellicola…</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Nymphomaniac-vol.1-2013-HD1080p-Stacy-Martin-blindpainter.avi_snapshot_04.03_2014.04.05_21.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2323" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Nymphomaniac-vol.1-2013-HD1080p-Stacy-Martin-blindpainter.avi_snapshot_04.03_2014.04.05_21-1024x429.jpg" alt="" width="680" height="284" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><strong>7 Ultimo tango a Parigi (Last Tango in Paris) – Bernardo Bertolucci, 1972<br />
</strong>Marlon Brando e la celebre sequenza del burro valgono di per sé la visione di questo film. Era il 1972 e per la morale dell’epoca fu oltraggioso; sequestrato per &#8220;esasperato pansessualismo fine a se stesso&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/ultimo-tango-a-parigi-original.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2324" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/ultimo-tango-a-parigi-original-1024x576.jpg" alt="" width="680" height="382" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><strong>8 Caligola (Caligula) – Tinto Brass, Bob Guccione (non accreditato), Giancarlo Lui (non accreditato)<br />
</strong>Produzione infinita, piena di controversie, dalla quale usciranno molteplici versioni, tra scene di porno esplicito aggiunte e altre tagliate. Un Malcolm Mcdowell superlativo: il suo sguardo delirante e le sue danze stravaganti sono memorabili.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/caligola-238041l2.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2325" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/caligola-238041l2-1024x679.jpg" alt="" width="680" height="450" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><strong>9 La pianista (The Piano Teacher) – Michael Haneke, 2001<br />
</strong>Nonostante le allusioni sadomaso e alcuni fotogrammi molto crudi, il film ricevette numerosi premi, in particolar modo al Festival di Cannes, dove trionfò. Isabelle Huppert e la trasformazione del suo personaggio offrono allo spettatore colpi di scena (e perversioni) inaspettate.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/la-pianista-di-michael-haneke.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2322" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/la-pianista-di-michael-haneke-1024x688.jpg" alt="" width="680" height="456" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><strong>10 Eyes Wide Shut – Stanley Kubrick, 1999<br />
</strong>Ultimo film di uno dei più grandi registi della storia del cinema. Uscirà postumo alla morte di Kubrick, il quale non partecipò al montaggio. Per questo motivo da alcuni è considerato incompleto, ma riesce tuttavia a risultare, a tratti, raffinato e sublime. Le orge in maschera in stile “Eyes Wide Shut” sono diventate un marchio di fabbrica e sono tutt’ora fonte di ispirazione in giro per il mondo.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Nicole-Kidman-003.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2326" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Nicole-Kidman-003-1024x576.jpg" alt="" width="680" height="382" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong><br />
Fuori lista</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>A Serbian Film – Srđan Spasojević, 2010<br />
</strong>Non merita di essere nella classifica in quanto la violenza ingiustificata di questo film supera ogni limite, dove «si confonde la trasgressione con la morbosità più gratuita e atroce». <span style="line-height: 1.5">La visione di questa pellicola ha suscitato in me un disgusto e un malessere che mai avevo provato in precedenza; pertanto non solo non ne consiglio a nessuno la visione ma – per la prima volta dico una cosa del genere riguardo un film – lo censurerei. Peccato perché l&#8217;idea era originale.<br />
</span><span style="line-height: 1.5">Lo so, tutto ciò vi farà venire una voglia spropositata di vedere </span><em style="line-height: 1.5">A Serbian Film</em><span style="line-height: 1.5">.<br />
</span>(Se lo farete) Sappiatelo, io vi avevo avvisati.<br />
<a href="https://luccioladellaribalta.wordpress.com/"><br />
Lucciola della Ribalta</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Dal web alla carta: Sin Título di Cameron Stewart</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Feb 2015 22:11:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Samarini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da qualche settimana è disponibile nelle librerie italiane una bella edizione del romanzo grafico Sin Título di Cameron Stewart: un libro davvero interessante che non ha mancato di suscitare la mia attenzione (e di mettere in pericolo il mio portafogli). L&#8217;autore canadese, già noto nel mondo del fumetto americano per la sua collaborazione a serie importanti come la Catwoman di Ed Brubaker e il Batman e Robin di Grant Morrison, ha iniziato questo progetto nel lontano 2007, pubblicando progressivamente le tavole su un apposito sito internet. Il fumetto, liberamente accessibile, è così cresciuto sotto gli occhi dei lettori fino al compimento]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span lang="it-IT"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a qualche settimana è disponibile nelle librerie italiane una bella edizione del <strong>romanzo grafico <em>Sin T</em></strong></span><strong><em><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span lang="it-IT">í</span></span></em></strong><span lang="it-IT"><strong><em>tulo</em> di Cameron Stewart</strong>: un libro davvero interessante che non ha mancato di suscitare la mia attenzione (e di mettere in pericolo il mio portafogli). L&#8217;autore canadese, già noto nel mondo del fumetto americano per la sua collaborazione a serie importanti come la <strong><em>Catwoman</em> di Ed Brubaker</strong> e il <strong><em>Batman e Robin</em> di Grant Morrison</strong>, ha iniziato questo progetto nel lontano 2007, <strong>pubblicando progressivamente le tavole su un apposito sito internet</strong>. Il fumetto, liberamente accessibile, è così cresciuto sotto gli occhi dei lettori fino al compimento definitivo. Baciata da un ottimo successo di critica e di pubblico, l&#8217;opera è stata insignita di vari premi, tra cui il prestigioso <strong>Eisner Award</strong> 2010 come &#8220;Best Digital Comic&#8221;. <strong>Nonostante la pubblicazione su carta, <em>Sin T</em></strong></span><strong><em><span style="font-family: Arial, sans-serif"><span lang="it-IT">í</span></span></em><span lang="it-IT"><em>tulo</em> è ancora interamente leggibile <em><a href="http://www.sintitulocomic.com/2007/06/17/page-01/" target="_blank">online</a></em></span></strong><span lang="it-IT">.</span></p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/sin-titulo-copertina.jpg"><img class="wp-image-1564 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/sin-titulo-copertina-300x167.jpg" alt="sin titulo copertina" width="340" height="189" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Almeno in origine, quindi, <em>Sin T<span style="font-family: Arial, sans-serif">í</span>tulo</em> era uno dei tanti esempi di <strong><em>web-comic</em></strong> – cioè lavori grafici pubblicati esclusivamente <em>online</em> – che si sono moltiplicati negli ultimi anni. Le nuove tecnologie hanno permesso a chiunque di mettere a disposizione del pubblico le proprie realizzazioni, ma la grande abbondanza dell&#8217;offerta, peraltro non sempre di alta qualità, ha fatto sì che solo un numero esiguo di autori si sia veramente giovato di questa forma di distribuzione, sia a livello di notorietà, sia a livello economico. Per fare un esempio eclatante di successo nato dalla pubblicazione sul <em>web</em> si può ricordare l&#8217;americano <strong><a href="http://scottmccloud.com/" target="_blank">Scott McCloud</a></strong>, sempre attivissimo (e lodatissimo) con i suoi lavori tra il teorico e lo sperimentale. In Italia, non si può fare a meno di citare <strong>Zerocalcare</strong>, che deve molta della sua fama al <a href="http://www.zerocalcare.it/" target="_blank">blog</a> avviato nel 2011.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Cameron Stewart fa parte del ristrettissimo gruppo di autori che sono riusciti ad emergere, e aggiungerei con merito, dal <em>mare magnum</em> di internet</strong>. Il <em>graphic novel</em> ha infatti il potere di coinvolgere immediatamente il lettore e di tenerne sempre alta l&#8217;attenzione grazie ai continui colpi di scena. Il protagonista è Alex Mackay, un uomo che vive una vita monotona e insignificante, almeno fino alla scoperta della morte del nonno, avvenuta tempo prima ma mai notificata al nipote. Da questo fatto e dal conseguente ritrovamento di una fotografia che ritrae il defunto con una donna sconosciuta ha inizio una spirale inarrestabile di avvenimenti inspiegabili e di rivelazioni sconcertanti. Forse proprio per allontanarsi dalla propria deludente esistenza, <strong>Alex si tuffa a capofitto negli enigmi</strong> che emergono uno dopo l&#8217;altro, trascurando del tutto le sue attività quotidiane e trovandosi, in breve, senza più un lavoro né una compagna. Le nuove ed inaspettate avventure, che prendono presto <strong>una piega violenta e drammatica</strong>, costringono il protagonista a ripensare al proprio passato e alle scelte, spesso sbagliate, che lo hanno contraddistinto. <strong>All&#8217;assoluta chiarezza del tratto si contrappone l&#8217;oscurità della trama</strong>: la continua alternanza tra realtà e allucinazione fa presto perdere ogni certezza tanto ad Alex quanto al lettore. Non mancano alcune parentesi pienamente filosofiche, in cui vengono discusse questioni sempre attuali, come la differenza tra creazione e imitazione.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/sin-titulo-1.jpg"><img class="wp-image-1565 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/sin-titulo-1-300x222.jpg" alt="sin titulo 1" width="334" height="247" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>La struttura del fumetto è fortemente cinematografica</strong>: ogni pagina è suddivisa in una griglia di otto vignette delle stesse dimensioni, come in un rigoroso <strong><em>storyboard</em></strong>. La storia ha l&#8217;impianto di un film d&#8217;azione e di mistero, in cui più si prosegue e più si è mossi dal desiderio di sapere come finirà. Ed <strong>è forse proprio il finale a costituire il punto debole di tutta l&#8217;operazione</strong>: dopo molte pagine di piacevolissima tensione, la soluzione della vicenda appare un po&#8217; debole, anche se non priva di fascino. <strong>I paragoni tra il fumetto di Stewart e i film di David Lynch si sono sprecati</strong>, tuttavia mi pare che proprio <strong>il finale troppo esplicativo</strong> costituisca la differenza principale con il modello: il regista americano, infatti, non fornisce mai un chiarimento definitivo sugli enigmi di cui le sue pellicole sono disseminate, lasciando sempre aperto uno spazio di ambiguità. Qui invece compare un personaggio (non dico chi sia, niente <em>spoiler</em>) che, quasi svolgendo la funzione di <em>deus ex machina</em>, svela il segreto che ha mosso tutta la storia, <strong>escludendo di fatto ogni spiegazione alternativa</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Al di là di questo difetto – che per altri lettori potrebbe benissimo essere invece un pregio – il giudizio su <em>Sin T<span style="font-family: Arial, sans-serif">í</span>tulo</em> è certamente positivo: l&#8217;opera merita almeno una lettura, tanto più che è gratis!</p>
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		<title>Lucy</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2015 18:14:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo Grossi]]></category>
		<category><![CDATA[Luc Besson]]></category>
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		<description><![CDATA[G Regia: Luc Besson Sceneggiatura: Luc Besson Anno: 2014 Durata: 89’ Produzione: Francia Fotografia: Thierry Arbogast Montaggio: Julien Rey Scenografia: Hogues Tissandier Costumi: Olivier Bériot Colonna sonora: Eric Serra Interpreti: Scarlett Johansson, Morgan Freeman, Min-sik Choi Link di riferimento TRAMA La giovane Lucy viene ingannata dal suo ragazzo, che la convince a consegnare una misteriosa valigetta a un gruppo di mafiosi, che la rapiscono e le impiantano chirurgicamente dei sacchetti con una potente droga sintetica. RECENSIONE Cosa accade se un comune mortale che usa solo il 10 % delle proprie facoltà cerebrali riuscisse improvvisamente a  progredire fino a controllarne la]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: left"><span title="G" class="cap"><span>G</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: Luc Besson</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: Luc Besson</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2014</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 89’</p>
<p style="text-align: right"><strong>Produzione</strong>: Francia</p>
<p style="text-align: right"><strong>Fotografia</strong>: Thierry Arbogast</p>
<p style="text-align: right"><strong>Montaggio</strong>: Julien Rey</p>
<p style="text-align: right"><strong>Scenografia</strong>: Hogues Tissandier</p>
<p style="text-align: right"><strong>Costumi</strong>: Olivier Bériot</p>
<p style="text-align: right"><strong>Colonna sonora</strong>: Eric Serra</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Scarlett Johansson, Morgan Freeman, Min-sik Choi</p>
<p style="text-align: right"><a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2014/11/04/lucy/">Link di riferimento</a></p>
<p><strong>TRAMA</strong></p>
<p style="text-align: justify">La giovane Lucy viene ingannata dal suo ragazzo, che la convince a consegnare una misteriosa valigetta a un gruppo di mafiosi, che la rapiscono e le impiantano chirurgicamente dei sacchetti con una potente droga sintetica.</p>
<p><strong>RECENSIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify">Cosa accade se un comune mortale che usa solo il 10 % delle proprie facoltà cerebrali riuscisse improvvisamente a  progredire fino a controllarne la totalità? Riciclata da una rivista di divulgazione scientifica di second’ordine, questa domanda offre spunto alla nuova pellicola di Luc Besson, <em>Lucy</em>. Infatti  a una Scarlett Johanson in pelliccia leopardata rapita dalla yakuza viene impiantato nel ventre una potente dose di droga dagli effetti cerebrali inattesi, che si scatenano tutti quando un incauto scagnozzo della triade, deluso per non essere riuscito ad approfittare delle grazie della nostra eroina, decide di calciarla proprio lì. E apriti cielo: Scarlett ora non solo ha un formidabile controllo di qualsiasi arma da fuoco, legge e comprende qualsiasi lingua e guida la macchina alla prima esperienza come neanche Schumacher a fine carriera, ma riesce anche a far gravitare i nemici a piacimento, decodificare il pensiero, viaggiare nel tempo. Tutto nel progressivo cammino verso quel 100 % di utilizzo del cervello intorno a cui gravita tutto il film. In virtù dei poteri conferitegli suo malgrado dal narcotraffico, decide anche di svelare il segreto dell’esistenza a un anziano scienziato (Morgan Freeman) downloadando tutto il suo scibile e svelando nel semplice arco di un film (anche piuttosto breve: 80 minuti) il segreto della vita umana. Ma è sempre in agguato la yakuza.</p>
<p style="text-align: justify">Basterebbe un pallido tentativo di ricostruzione della trama per descrivere il  fondamentale paradosso che anima tutto il film: una totale incoerenza rispetto allo spunto di fondo, dal momento che non si è usato neanche lo 0,01% delle facoltà cerebrali per scrivere una sceneggiatura parzialmente plausibile. Besson vuole recuperare il virtuosismo della sua filmografia di inizio anni ’90, e rimane indeciso se fare un film di fantascienza che sviluppi spunti para-scientifici,  un cult spara-tutto sulla yakuza  o un’opera d’autore che trasmetta mistici messaggi sul senso della vita e del tempo. Riesce in questo modo a non realizzare nessuna delle possibilità, lasciando vivo solo il pastrocchio di trovate risibili, che fallisce anche il semplice divertimento di un sano <em>so bad so good</em>, ossia il ciofecone rivalutabile per la godibile portata di ridicolo involontario. Che comunque si sprigiona come neanche in una festa a tema. Che dire della lezione di Freeman alla Sorbona, che sembra scopiazzata a piene mani ad una rubrica di Focus? E del viaggio nel tempo di Lucy, la quale, dopo aver rivelato chela matematica è solo una convenzione artificiale, scopre che non lo è il fatto che l’australopiteco suo omonimo sia la prima donna nella terra, tanto da meritare la punta dell’indice di Spielberghiana (o Michelangiolesca memoria)? O della chiavetta USB gigante cui alla fine di un percorso meta-fisico e meta-temporale Lucy consegna la verità assoluta per i posteri fortunati?</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://larivegauchecinema.files.wordpress.com/2014/09/lucy-3.jpeg" alt="" width="336" height="224" /></p>
<p style="text-align: justify">Non si capisce infine come possa conservarsi un minimo di pathos quando l’eroina ormai onnipotente deve scontrarsi con i poveri mezzi  della yakuza. Cosa possono farle di male? So pori fiji, i proiettili non hanno alcuna efficacia contro mistici poteri non limitati dalle leggi di un’immaginazione possibilmente coerente. Il tentativo di Besson di marcare la propria presunta autorialità con effetti di regia identificabili (su tutti lo pseudo-montaggio delle attrazioni in cui l’inseguimento di una gazzella da parte di dei ghepardi dovrebbe spiegare i sentimenti di Lucy braccata dalla yakuza) risulta infine superfluo rispetto alle banalità narrative auto-evidenti che vorrebbe commentare con virtuosismo. Il film sembra conservare una qualche utilità solo come costosa pubblicità della Samsung, che sembra marcare ogni dispositivo presente in scena (chi non vorrebbe una chiavetta USB capace di contenere la memoria di Lucy?).</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://fr.web.img6.acsta.net/c_640_360/videothumbnails/14/04/02/15/51/461714.jpg" alt="" width="396" height="222" /></p>
<p><strong>Voto: 1</strong></p>
<p><strong>Giancarlo Grossi</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Torneranno i prati</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/01/17/torneranno-i-prati/</link>
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		<pubDate>Sat, 17 Jan 2015 12:21:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Ermanno Olmi]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Comensoli Antonini]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Torneranno i prati]]></category>

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		<description><![CDATA[Regia: Ermanno Olmi Sceneggiatura: Ermanno Olmi Anno: 2014 Durata: 80’ Produzione: Italia Fotografia: Fabio Olmi Montaggio: Paolo Cottignola Interpreti: Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria TRAMA 1917: è notte e alcuni soldati italiani combattono a pochi metri di distanza dalla trincea austriaca. RECENSIONE Un film profondamente cristiano che col cristianesimo condivide l’amore verso gli ultimi. Forse il suo difetto maggiore sta proprio nell’idealizzazione dell’umile. Seppur risulti verosimile che in una situazione estrema i soldati siano ricchi di dignità, non è verosimile che mai emerga la bassezza, l’egoismo e la brutalità. Ma è un difetto che si perdona]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="R" class="cap"><span>R</span></span>egia</strong>: Ermanno Olmi</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Sceneggiatura</strong>: Ermanno Olmi</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Anno</strong>: 2014</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Durata</strong>: 80’</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Produzione</strong>: Italia</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Fotografia</strong>: Fabio Olmi</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Montaggio</strong>: Paolo Cottignola</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Interpreti</strong>: Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria</p>
<p style="text-align: justify"><strong>TRAMA</strong></p>
<p style="text-align: justify">1917: è notte e alcuni soldati italiani combattono a pochi metri di distanza dalla trincea austriaca.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>RECENSIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify">Un film profondamente cristiano che col cristianesimo condivide l’amore verso gli ultimi. Forse il suo difetto maggiore sta proprio nell’idealizzazione dell’umile. Seppur risulti verosimile che in una situazione estrema i soldati siano ricchi di dignità, non è verosimile che mai emerga la bassezza, l’egoismo e la brutalità. Ma è un difetto che si perdona facilmente, perché ci piace pensare che, di fronte al vivere la morte, ciascuno di noi potrebbe acquisire la stessa dignità dei soldati. Non la dignità plebea, quella che mette il cappello anche quando si vive nella merda; una dignità che l’autore chiamerebbe umana, ma è animale. La dignità della carne morente della scimmia senziente che sa che vive una vita in cui l’unica attività intellettuale oltre ai bisogni biologici è il presagire la morte, che muore senza fiatare, lasciando il futuro per il nulla eterno del nulla. Un soldato prima di suicidarsi piscia, come cagano le vacche al macello. Ma l’uomo è anche la bestia che canta, che sogna, che abita il mondo poeticamente. Il soldato napoletano canta il desiderio bucolico d’armonia fra la natura e i propri fratelli. Un montanaro veneto verseggia con la materia della sua memoria, l’unica vera patria: i larici spogli e tristi di un inverno di morte diventano d’oro al ricordo dei colori d’autunno. Ma la guerra distrugge l’albero così come distrugge le vite e smorza il canto.</p>
<p style="text-align: justify">Non ci sono grida di dolore nel film di Olmi, i morti muoiono quasi d’incanto, i feriti restano composti. Olmi ama l’uomo, dunque non gira un’opera realista, ma una lirica animata da poetica verista. Un film politico perché evangelico: le guerre si fanno, le nazioni si esaltano, gli ordini si impartiscono e si devono ubbidire, Cristo e i poveri cristi vivono come topi e crepano. Un lavoro su commissione: se nel 2014 lo Stato italiano finanzia un film che denuncia l’assurdità della carneficina patriottica, vuol dire che la civiltà ha fatto passi avanti.</p>
<p><strong>Voto: 8,5</strong></p>
<p><strong>Lorenzo Comensoli Antonini</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le 120 giornate di Sodoma</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2015 16:58:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Camilla Longo Giordani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[De Sade]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Sessualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Pasolini e de Sade. O meglio, de Sade e Pasolini. Incuriosita, volli leggere qualcosa del celebre marchese e in biblioteca era disponibile soltanto Le 120 giornate di Sodoma. Dopo la sudata lettura, non ancora paga, decisi di vedere il film fratello diretto da Pasolini nel 1920, Salò o le 120 giornate di Sodoma. Per tutti coloro a cui è mistero, o poco conosciuto, Donatien-Alphonse-François de Sade, meglio noto come Marchese de Sade o il Divin marchese, nasce a Parigi a metà Settecento. Scrittore, poeta, filosofo poliedrico, il Conte da subito si distingue come fervente esponente dell&#8217;ala più estrema del libertinaggio,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>asolini e de Sade. O meglio, de Sade e Pasolini.<br />
Incuriosita, volli leggere qualcosa del celebre marchese e in biblioteca era disponibile soltanto <strong><em>Le 120 giornate di Sodoma</em></strong>. Dopo la sudata lettura, non ancora paga, decisi di vedere il film fratello diretto da <strong>Pasolini nel 1920, <em>Salò o le 120 giornate di Sodoma</em></strong>.</p>
<p>Per tutti coloro a cui è mistero, o poco conosciuto, Donatien-Alphonse-François de Sade, meglio noto come Marchese de Sade o il Divin marchese, nasce a Parigi a metà Settecento. Scrittore, poeta, filosofo poliedrico, il Conte da subito si distingue come fervente esponente dell&#8217;ala più estrema del libertinaggio, nonché dell&#8217;illuminismo radicale e materialista. Il suo nome, come evidente, sta all&#8217;origine del termine sadismo, in virtù della materia trasgressiva e perversa dei suoi romanzi e dell&#8217;ostinata ricerca del piacere fulcro del suo pensiero filosofico. Macchiatosi di abusi sessuali, violenze, sodomia e con condotta  –vorrei ben dire– non molto decorosa, il Marchese viene rinchiuso in prigione e poi in manicomio, periodo in cui prenderà luce gran parte della sua produzione.<br />
Ma al bando le ciance.</p>
<p>Con un immediato richiamo al <em>Decameron </em>(per quanto riguarda la cornice narrativa e strutturale), si è stagliato sotto i miei occhi un racconto ben oltre ogni limite dell’immaginabile. Dopo un incipit conviviale e comico –anche se a tratti noioso, considerata la prodigalità di particolari dell’autore– il marchese si addentra in una narrazione che si rivela ogni pagina più cruenta e atterrente. Un linguaggio aulico, risonante dà forma, senza tralasciare il minimo particolare, a <strong>svariate pratiche sodomitiche, descrivendo, lungi da qualsiasi censura morale, ogni tipo di mania</strong>: umiliazioni, ignominie, violenze, torture e delitti. I quattro libertini, sprezzanti di ogni religione, di ogni Dio, di ogni legge morale e sociale, si abbandonano a lascivie, orgogliosi della loro condotta.<br />
Le vittime sono sia maschi che femmine, ma la donna è considerata un essere di dignità di gran lunga inferiore rispetto all’uomo: disprezzata soltanto a causa dell’attributo sessuale (guai a mostrare una vagina a un libertino! Solo il deretano verrà apprezzato) e per quelle inclinazioni alla pietà e alla sensibilità proprie del carattere femmineo. Risulta quindi evidente <strong>il carattere maschilista</strong> impresso a tutta la narrazione, carattere che forse risulta ancor più marcato nel film di Pasolini, dove i ragazzi, sin da subito, si fanno coinvolgere dalle infamie dei padroni con manifesto piacere, indossando i panni dei carnefici a meraviglia, mentre le ragazze (con l’unica eccezione delle tre mezzane), rimangono dall’inizio alla fine vittime sofferenti.  –Per un opposto punto di vista rimando alla <em>Venere in Pelliccia </em>di Masoch, dove è la donna a essere padrona e carnefice.–</p>
<p>Definito, prima di romanzo, documento scientifico (svariati psichiatri nel corso della storia hanno attinto, in relazione ai propri studi, a tal scritto), appare ai miei occhi un documento disumano, che, proprio in virtù di tale disumanità, si afferma in tutta la sua umanità: <strong>è messo a nudo e rappresentato tutto ciò che di bestiale l’uomo porta e nasconde dentro di sé</strong>.  –Un richiamo a <em>Lord of the flies</em>: cosa succede se si lasciano dei ragazzini, privi di qualsiasi educazione sociale e culturale, soli in un’isola in preda ai loro istinti primordiali? –<br />
Gli stessi libertini si autodefiniscono anarchici, e quale condizione migliore, nella quale poter sfogare tutte le proprie pulsioni ignobili celate, se non quella di una totale libertà? In realtà i libertini delle regole ce le hanno, ma risultano puramente arbitrarie, fragili e mutevoli.<br />
In <em>Sodoma </em>si va oltre la condizione anarchica che riporta in superficie quell’istintività latente e soffocata dall’involucro sociale: assistiamo <strong>a un elogio, a una sublimazione dell’atroce</strong>: matricidi, incesti e torture; <strong>perché la massima eccitazione dei sensi deriva esclusivamente dal delitto</strong>.<br />
La denuncia sociale diventa centrale nel film pasoliniano e raggiunge il culmine in quelle ultime scene agghiaccianti, che sono nient’altro che lo specchio dei maltrattamenti e torture inflitte nei campi di concentramento  –a tal proposito rimando a un altro celebre film <em>Il portiere di notte</em>, dove il binomio vittima-carnefice è accostato ancora una volta a quello nazista-ebreo –. Anche in de Sade possiamo ritrovare un riflesso della società del tempo: l’uomo posto al centro di tutto, fautore della propria realtà, libero di scegliere e agire è fondamento della visione illuminista settecentesca e, spingendoci oltre, preludio della visione nietzschiana.<br />
Due capolavori dell’arte e della psicologia umana.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Interstellar</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2015 12:47:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Patrick Martinotta]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Christopher Nolan]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Interstellar]]></category>

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		<description><![CDATA[Regia: Christopher Nolan Sceneggiatura: Christopher Nolan, Jonathan Nolan Anno: 2014 Durata: 169′ Produzione: USA, Inghilterra Fotografia: Hoyte Van Hoytema Montaggio: Lee Smith Scenografia: Nathan Crowley Costumi: Mary Zophres Colonna sonora: Hans Zimmer Interpreti: Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Wes Bentley, Michael Caine, Matt Damon, John Lithgow, Topher Grace, Casey Affleck Link di riferimento TRAMA In un futuro imprecisato le risorse naturali della Terra sono diventate così scarse che l’umanità è regredita a una società agricola sull’orlo dell’estinzione. Un team di esploratori deve viaggiare attraverso un buco nero per trovare in un’altra dimensione un pianeta abitabile. RECENSIONI Christopher Nolan ovvero dei grossi]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><strong><span title="R" class="cap"><span>R</span></span>egia</strong>: Christopher Nolan</p>
<p><strong>Sceneggiatura</strong>: Christopher Nolan, Jonathan Nolan</p>
<p><strong>Anno</strong>: 2014</p>
<p><strong>Durata</strong>: 169′</p>
<p><strong>Produzione</strong>: USA, Inghilterra</p>
<p><strong>Fotografia</strong>: Hoyte Van Hoytema</p>
<p><strong>Montaggio</strong>: Lee Smith</p>
<p><strong>Scenografia</strong>: Nathan Crowley</p>
<p><strong>Costumi</strong>: Mary Zophres</p>
<p><strong>Colonna sonora</strong>: Hans Zimmer</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Interpreti</strong>: Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Wes Bentley, Michael Caine, Matt Damon, John Lithgow, Topher Grace, Casey Affleck</p>
<p style="text-align: right"><a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2014/11/18/interstellar/">Link di riferimento</a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>TRAMA</strong></p>
<p style="text-align: justify">In un futuro imprecisato le risorse naturali della Terra sono diventate così scarse che l’umanità è regredita a una società agricola sull’orlo dell’estinzione. Un team di esploratori deve viaggiare attraverso un buco nero per trovare in un’altra dimensione un pianeta abitabile.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>RECENSIONI</strong></p>
<p style="text-align: right"><span style="text-decoration: underline">Christopher Nolan ovvero dei grossi buchi neri</span></p>
<p style="text-align: right"><em>“And you, my father, there on the sad height,<br />
Curse, bless me now with your fierce tears, I pray”.</em></p>
<p style="text-align: justify">Cosa offre Interstellar? Personalmente, non è riuscito a darmi nulla. Non mi ha fatto riflettere, non mi ha sorpreso. Riuscire a incuriosire e a intrattenere lo spettatore per quasi tre ore sarebbe già un ottimo risultato, ma non se alla fine si rimane con l’amaro in bocca. Interstellar è intenso ma confuso, capace di ergersi a specchio della forza e allo stesso tempo dei limiti dell’opera di Nolan. Una scena del film, in particolare, sembra <em>confessare</em> emblematicamente la sua operazione cinematografica e la sua poetica: fare due puntini su un pezzo di carta e poi spiegazzare il foglio per unirli. Tutto qua.</p>
<p><img class="aligncenter" src="https://i0.wp.com/mil.myblog.it/wp-content/uploads/sites/3545/2014/11/Interstellar.jpeg" alt="" width="416" height="234" /></p>
<p style="text-align: justify">La prima qualità di Nolan è la sua capacità di cingersi di un’aura da autore visionario, al punto da sentirsi accreditato a paragonarsi a Kubrick. Interstellar è il suo film più ambizioso, non solo dal punto di vista estetico: tutti gli elementi – a livello di sceneggiatura, regia, montaggio e colonna sonora (la continua alternanza fra rumore e silenzio) – cercano continuamente il contrasto, in primo luogo quello fra cosmico e intimo. È evidente che il soggetto fantascientifico rappresenta un pretesto per giocare con il tema delle nostre radici – la nostra casa e i nostri figli, nel senso più ampio di questi termini. Interstellar diventa un film di fantascienza dal punto di vista visivo, ma in fondo è un lungo-lungometraggio sulla paternità, l’amore, la speranza, la forza di volontà e tanti altri buoni sentimenti. L’ambientazione cosmica ha la pretesa di creare la distanza critica per osservare l’uomo e disegnare un nuovo umanesimo: ma alla fine del film tutto è uguale a prima, anzi tutto crolla e collassa, al punto che i diffusi paragoni (non dico con <em>2001</em>!) con <em>Gravity</em> sono impietosi: il film di Cuaròn nella metà del tempo riesce a dire molto di più, mostrandosi superiore da tutti i punti di vista (in primo luogo estetico).</p>
<p><img class="aligncenter" src="https://i0.wp.com/www.i400calci.com/wp-content/uploads/2014/11/Interstellar-Walking-Monolith-Robot.jpg" alt="" width="477" height="197" /></p>
<p style="text-align: justify">Il punto debole del film – paradossalmente – è la sceneggiatura. Nolan utilizza l’assodata tecnica “a spirale”, che mira a trascinare lo spettatore nei suoi ingranaggi al fine di disorientarlo: le teorie della relatività temporale rappresentano, in questo caso, il suo strumento magico. Trattandosi di un film di fantascienza non importa tanto la verosimiglianza della trama, quanto la sua credibilità; concetti che vanno ben distinti. A stonare non sono tanto le varie contraddizioni scientifiche che attraversano il film (qui lasciamo la parola ai molti scienziati che popolano il web), quanto la sensazione che neppure gli autori della sceneggiatura sappiano di cosa stanno parlando: Gargantua è un’abbuffata di contraddizioni e di teorie (o pseudo-tali), è nient’altro che il solito enorme buco nero della fantascienza di serie b, ossia il concetto-limite dove l’illogico è giustificato. Ma Gargantua non riesce a scagionare gli enormi buchi neri della sceneggiatura. La sviolinata finale sull’amore cosmico per “spiegare” l’incommensurabilità della quinta dimensione è assolutamente patetica. Un’aggravante è tentare, ancora una volta, di fondare il film su alcuni colpi ad effetto che purtroppo si intuiscono già a metà. Interstellar si rivela insomma un lavoro di mestiere, ma meno riuscito rispetto alle precedenti operazioni del regista: la sua complessità serve solo a celarne la confusione di fondo e il contrasto è pienamente avvertibile nei dialoghi, costantemente oscillanti fra il cervellotico e il patetico. L’ambizione di trascendere le tre dimensioni dà vita a un film piatto.</p>
<p><img class="aligncenter" src="https://i0.wp.com/www.nerdsrevenge.it/wp-content/uploads/2014/11/Interstellar-Jessica-Chastain.jpg" alt="" width="478" height="239" /></p>
<p style="text-align: justify">Altro elemento utile a comprendere la strategia propagandistica di Nolan – la sopra citata abilità a costruire attorno ai propri film un’aura, in questo caso anche credibilità scientifica – è la tenacia nell’informare lo spettatore che il film ha avuto la supervisione del teorico specializzato Kip Thorne. Ma a noi non ce ne frega niente. Non basta nominare un astrofisico per dare credibilità a una sceneggiatura. Così come non serve citare in continuazione Kubrick per avere una poetica. Non serve chiamare ogni volta in causa lo spettro dell’amore per colmare i vuoti di ciò che non riusciamo a concepire. Il ritratto di Nolan qui emerso sembra quello di un artista a metà: un prestigiatore suggestivo solo finché il suo complicato meccanismo stroppia e ci lascia senza niente in mano. Se non due puntini su un pezzo di carta spiegazzato.</p>
<p><strong>Voto: 4,5</strong></p>
<p><strong>Patrick Martinotta</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: justify">Siamo nel futuro, l’aria si fa sempre più spessa e irrespirabile, i raccolti languono, la natura lentamente e progressivamente muore, e noi con lei. Dimentichiamo quello che siamo stati, creatori e esploratori, e cerchiamo di amministrare la nostra fine, nel modo più decoroso possibile, risparmiando le ingenti quantità di denaro richieste e consumate da un’inutile progresso tecnologico, e dedicandoci all’agricoltura, per quanto possibile: questo il presente, il punto di partenza di <em>Interstellar</em>, epico giocattolone che sembra voler rifare il verso a <em>2001 Odissea nello spazio</em>, senza tema di ricadere nell’ineleganza e nel fragore, laddove Kubrick ricercava nell’abissale silenzio dello spazio oscuro la misura al tempo stesso tragica e grottesca della nostra condizione nel ritmo cadenzato e bidimensionale del <em>Donauwalzer</em> di Johann Strauss, non mancando di iniettare a là Tarkosky nella fredda trama fantascientifica, e anche qui senza risparmiarsi, corpose dosi di emotività e di sentimentalismo: il romanzo familiare, sopratutto, e l’empatia umana troppo umana tra la macchina e l’uomo.</p>
<p><img class="aligncenter" src="https://i0.wp.com/www.nerdsrevenge.it/wp-content/uploads/2014/11/Interstellar-Il-buco-nero.jpg" alt="" width="442" height="221" /></p>
<p style="text-align: justify">Straordinarie le immagini delle galassie lontane, delle superfici inospitali dei pianeti inabitabili visitati dai nostri protagonisti, dei buchi neri con i loro contorni aurati, e favolosi i paradossi della relatività e dello spaziotempo finalmente raccontati attraverso il drama e non semplicemente con l’impura teoria, in sé stessa di indiscutibile poesia e stupore, anche se non di altrettanto facile né universale palatabilità. Certo, un film imperfetto, meno serio di quanto in molti si aspettassero, meno preciso, meno attendibile di quanto quasi tutti credessero dovuto, incline tanto quanto <em>Gravity</em>alla licenza poetica, ma forse il problema sono le nostre aspettative, da quando è diventato di moda aspettarsi dalla fantascienza il rigore documentaristico e iperrealista della scienza, quando di quest’ultima non ha mai cercato di trattenere nient’altro che la pura fascinazione, instillando semmai in quei pochi eletti in grado di coglierlo un briciolo di quella curiosità che alle nostre vite comunemente non appartiene.</p>
<p style="text-align: justify">Personalmente, non mi aspettavo molto di più da un regista, certamente geniale, sempre capace di ammannirci un divertimento d’alta classe, da grande prestidigitatore, ma senza spessore, un regista la cui maggior dote non è mai stata quella di fornirci una maggiore comprensione della realtà né di indagare le profondità dell’animo umano, quanto piuttosto la sua straordinaria capacità di esaltarsi e di esaltarci vellicando la nostra parte più proclive alla violenza e all’emotività, suscitando quella nostra naturale simpatia  umana verso chi, alla fine della lotta, si erge vittorioso, e mascherando il tutto attraverso una manichea e semplicistica distinzione di bene e di male, senza nessuno spunto di riflessione critica (diversamente da David Cronenberg in <em>A History of Violence</em>, tanto per fare un esempio): sbagliato aspettarsi di più? Certo, oggi come allora.</p>
<p style="text-align: justify">Diversamente intelligente, e molto più complesso e di difficile fruibilità, l’ultimo film di David Michôd, <em>The Rover</em>, che racconta di un futuro ugualmente irrespirabile e di un’umanità agli sgoccioli, ridotta all’impossibilità di mascherare la propria miseria dietro una benestante ipocrisia, film catastrofista che non intende trasmetterci paura per il nostro futuro, quanto piuttosto mostrarci, attraverso le lenti distorcenti del cinema, la vera dimensione del nostro presente, dove l’aria si fa già sempre più irrespirabile, e dove le nostre pulsioni individualiste, e dunque distruttive e autodistruttive, già operano libere e incontrastate, nell’esaltazione ideologica generale.</p>
<p><strong>Voto: 8</strong></p>
<p><strong>Giuseppe Argentieri</strong></p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Non sopravvivrà un’altra generazione nella Terra, vicina all’esaurimento delle risorse alimentari e violentata da polveri tossiche. L’agricoltore ex-pilota della NASA Cooper viene reingaggiato dall’agenzia spaziale con la missione di trovare un nuovo pianeta in cui la vita possa proliferare in un’altra dimensione raggiungibile attraverso un <em>wharm-hole</em> . Ma i paradossi spazio-temporali legati al viaggio interstellare fanno sì che l’umanità potrebbe essere già estinta a missione compiuta.</p>
<p style="text-align: justify">Se <em>Gravity</em> di Cuaron era un film tutto giocato sulla fobia dello spazio aperto, l’ultima fatica di Nolan trova il proprio perno in un’agorafobia del tempo. Si tratta dell’angoscia di una temporalità sconfinata, che si flette in infinite dimensioni e sprofonda in buchi neri, rendendo impossibile recuperare qualsiasi cosa si sia lasciato alle spalle. È la solitudine estrema di uomini sperduti in abissi di tempo, la cui unica missione riguarda l’esigua temporalità cui il nostro pianeta è condannato. Si costruisce così ancora una volta un complessissimo sistema narrativo in cui diverse dimensioni di mondo diventano simultanee e concorrono verso un’unica soluzione, che aveva già fatto di <em>Inception</em> un esempio esplicito di<em>sublime cerebrale</em>. In questo senso il film raggiunge la sua massima efficacia quando può dar sfogo a quella che è la principale abilità del regista britannico, ossia il montaggio alternato più complesso e virtuosistico del cinema contemporaneo. La tecnica del montaggio alternato consiste nel far apparire come simultanee diverse azioni concomitanti: l’esempio più classico della storia del cinema è quello del salvataggio, che da <em>Nascita di una nazione</em> (1914) di Griffith in poi è stato riproposto in infinite varianti. In <em>Interstellar</em> può abbracciare addirittura diversi sistemi temporali che progrediscono verso il comune fine della salvezza: il tempo della terra, dello spazio aperto, dei pianeti  e delle dimensioni in cui si rimane ancorati. Raggiunge così nella parte centrale del film vertici di complessità, comunque proporzionale alla <em>suspense </em>percepita (e da intendere in senso letterale, trattandosi di assenza di gravità).</p>
<p><img class="aligncenter" src="https://i0.wp.com/www.i400calci.com/wp-content/uploads/2014/11/url.jpg" alt="" width="464" height="194" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Ma se in <em>Inception </em>l’intrico gargantuesco del plot poteva poggiare sulla pura immaginazione, tale da conservare tutta la sua potenza immaginifica anche se non ricostruito nei minimi dettagli, in<em>Interstellar</em> la pretesa di fare della fisica teorica il principale motore della trama finisce per scadere nel didascalismo più arrugginito. Questo accade in particolar modo nella prima parte, dove i dialoghi sembrano stralciati da <em>Dal Bing Bang ai buchi neri</em> di Stephen Hawking, e non c’è svolta narrativa che non si faccia annunciare da uno spiegone sulla teoria della relatività o sui <em>wharm-holes</em>. Didascalico risulta anche il senso spirituale che attraversa tutta l’opera, riguardante il potere dell’amore (in particolare tra Cooper e la figlia Murph) di trascendere le barriere di spazio, tempo e gravità, che troviamo enunciato in modo lezioso e superfluo dal personaggio di Anne Hathaway a metà film. Ma nella seconda parte la forza visiva di tradurre in immagini, anche discutibili (la lucina iridescente che contorna il buco nero!) gli elementi più misteriosi dell’astrofisica prende il sopravvento, e l’esplodere del montaggio risulta il mezzo visivo più potente per comunicare l’infinita vertigine del tempo. Anche se tutta la complessità scientifica ed esistenziale di cui il film è intessuto si scioglie alla fine in un troppo semplice <em>Deus ex machina</em>, finendo per sembrare una complessa equazione che si risolve nel modo più banale una volta che si è scoperta la regola.</p>
<p><strong>Voto: 6,5</strong></p>
<p><strong>Giancarlo Grossi</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: justify">A quasi cinque anni di distanza da<i> </i><a href="http://club-ghost.blogspot.it/2010/10/inception-di-christopher-nolan_29.html">Inception</a>, Christopher Nolan si tuffa ancora una volta nell’insidioso genere fantascientifico, affrontandolo con quelli che ormai sono diventati col tempo i tratti peculiari della sua cifra stilistica, ovvero una sceneggiatura granitica in cui tutti gli elementi si incastrano perfettamente, effetti speciali mozzafiato e una cura particolare nella scelta delle musiche. Paragonato da molti a <em>2001: Odissea nello spazio</em>, <em>Interstellar</em> è in realtà un melodramma che ingloba molti elementi individuati anche in altri film del genere, in particolare in <em>Contact</em> e <em>Signs</em>, ai quali Nolan sembra essersi ispirato soprattutto per la sostanziosa e rilevante presenza della componente emotiva – in particolare, la costante del rapporto padre-figlia; e inoltre la situazione familiare, l’ambientazione “agricola” e la soffusa atmosfera “esoterica” tipica soprattutto di <em>Signs</em>. <em>Interstellar</em> mescola così le tematiche scientifiche già incontrate in 2001 (l’evoluzione dell’uomo; l’indeterminatezza del concetto di tempo e la possibilità di viaggiare attraverso più dimensioni) con le forti e a tratti invadenti parentesi emotive che, per forza di cose, diventano il supporto necessario per l’ottenimento di un successo commerciale sempre dichiaratamente inseguito nelle maxi produzioni statunitensi (la costante della gravità che si trasforma nella forza dell’amore, così immutabile e resistente a qualsiasi cambiamento; la geniale rappresentazione dello spazio tempo – incarnato dalla raffigurazione estetica della libreria che si ripete all’infinito – che si esplicita grazie al viaggio all’interno del buco nero, viaggio che diventa inesorabilmente la tangibile proiezione visiva del più affascinante, misterioso, ma anche angosciante trapasso nell’Aldilà). Il sentimento si fonde con la fantascienza, con il chiaro intento di accontentare più palati possibile – siamo lontani dalla freddissima e respingente atmosfera di <em>Inception</em> – e con la piacevole (ma per altri avvilente) sensazione di aver assistito alla versione Bignami, alla riduzione “per principianti” dell’inaccessibile capolavoro di Kubrick, dato che il significato sia “scientifico” che morale del tema trattato emergono grazie anche alla capacità del regista di accompagnare lo spettatore per mano nei meandri di tematiche altrimenti troppo complicate. Nolan si riconferma così il regista chiarificatore,  colui il quale non inventa nulla, ma che chiude tutti cerchi lasciati aperti nei film dai quali attinge avidamente.</p>
<p style="text-align: justify">Le musiche di Hans Zimmer (candidato all’Oscar) sono semplicemente perfette e conferiscono alla pellicola un’aura solenne che dona ulteriore spessore alla vicenda.</p>
<p style="text-align: justify">Da vedere.</p>
<p style="text-align: justify"> <strong>Voto: 8,5</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Giorgio Mazzola</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: justify">Interstellar ha creato una netta scissione di partito tra chi lo elogia e chi lo critica, diventando in poche settimane un vero e proprio fenomeno mediatico. Matthew McConaughey, fresco di Oscar, è il protagonista tutto d’un pezzo pronto a partire per una missione spaziale che potrebbe salvare gli ormai pochi esseri umani rimasti sul globo terrestre, capace di ammorbidirsi solo quando visiona i videomessaggi dei figli. Anne Hathaway si divide fra la passione per la fisica quantistica e il senso filosofico dell’amore, scegliendo poi (ahimè per lei) quest’ultimo, Jessica Chastain è la rancorosa e risolutrice figlia del protagonista la quale riuscirà a salvare “capra e cavoli” grazie ad un insolito aiuto fornitole dal padre, il veterano Michael Caine è il potente e astuto doppiogiochista ma solo per necessità e infine non poteva mancare il cattivo di turno (in questo caso il matto di turno) interpretato da Matt Damon. Un cast all star interessante ma strano, sperimentale, a tratti un po’ stonato.</p>
<p style="text-align: justify">Effetti speciali curati, un uso del montaggio soddisfacente e capace di trasmettere adrenalina ed emozionare lo spettatore, così come la fotografia, ma – a mio modesto avviso – non basta per convincere del tutto. Una prima parte con un alone di mistero che invoglia a sapere di più sul destino del nostro pianeta, ormai ridotto a totale deserto, cede il passo a una seconda parte che rischia di appesantire quello che in un film può risultare più difficoltoso realizzare: i dialoghi. Scarni, ridotti all’osso, in totale armonia con l’ambiente (e fino a qui ci siamo), trasformati però in affettati surrogati dei peggiori <em>cliché</em> hollywoodiani, per arrivare verso un finale pienamente in linea col <em>mood</em> di Nolan: onirico e spiazzante ma al limite del grottesco e dell’incredulità, per quanto reso in maniera ottima sul piano tecnico. Un decollo che non mi ha convinto. Né carne né pesce.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Voto: 6-</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Francesco Foschini</strong></p>
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<p style="text-align: justify">Diciamolo sinceramente, come tutte le cose che creano grandi aspettative, anche Interstellar conquista, ma non convince del tutto. Centosessantanove minuti che, si rapiscono gli occhi sullo schermo, ma con qualche sbadiglio qua e la’. Non mancherebbe nulla, la regia di Nolan e’ precisa, la trama azzeccata, sviluppata sull’affascinante tema della fisica teorica, gli effetti speciali sono spettacolari, la sceneggiatura regge, ma sopratutto e’ l’interpretazione di attori del calibro di Matthew McConaughey, Michael Caine, Anna Hathaway, Jessica Chastain che danno valore e rilievo a questo scenario. Cos’è che non funziona allora? Il tempo del film.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter" src="https://i0.wp.com/images.wired.it/wp-content/uploads/2014/10/1414750468_interstellar_trailer2.0_cinema_1200.0.jpg" alt="" width="1200" height="675" /></p>
<p style="text-align: justify">Una serie di lungaggini che, sicuramente, creano suspance per dei finali che non lasciano poi così tanto senza fiato. E la scelta di un tema così sofisticato, affrontato in passato da altre pellicole, come quello sulla fine del mondo, andava sviluppato con molta più ricercatezza e innovazione. Anche l’amore, che è il collante che muove lo svolgimento del film, porta con se un dramma, quello della separazione e distanza tra un padre e i propri figli per la salvezza del mondo, che non arriva poi così forte e toccante. Al di la delle ulteriori critiche, che si possono sollevare sulle fonti delle teorie fisiche utilizzate da Nolan per articolare il film, la cui veridicità poco interessa, trattandosi di un film di fantascienza. Un vero peccato, data la premessa dei primi trenta minuti della proiezione, che preparano il terreno per un andatura che invece ad un tratto confonde. Interstellar si è rivelato, il classico film americano, botteghino d’incassi, da vedere in quanto spinti dalla curiosità che suscita il nome di grande regista e del suo cast.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Voto: 5</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Maritè Salatiello</strong></p>
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<p style="text-align: justify">Tra uomo e natura vi é ormai una sostanziale incompatibilità. Le avverse condizioni climatiche, nonché i frastornanti fenomeni atmosferici, stanno mettendo a dura prova la possibilità per il genere umano di sopravvivere ancora. Quella che nel film Cooper definisce “casa nostra” sembra non avere più le caratteristiche di quell’incostante, ma pur sempre ricco e produttivo, territorio natìo a cui l’essere umano sente, dal momento che la sua vita ha inizio, di appartenere. Quasi inconsapevolmente, egli sviluppa con esso un rapporto strettamente simbiotico che non gli consente, dunque, di immaginare la sua esistenza al di fuori. È proprio questo “fuori” che il film di Nolan cerca di esplorare. Una sofisticata squadra di membri speciali è chiamata a trovare, al di fuori della “nostra” galassia, un plausibile altrove in cui mettere nuove radici e prosperare di nuovo. La missione viene definitiva, appunto, Lazzaro in riferimento alla rinascita e alla nuova consapevolezza che essa si propone di raggiungere.</p>
<p style="text-align: justify">Oltre il sottile involucro rappresentato dall’astronave non c’é niente. Non esiste nulla che, come dichiara Romilly durante il viaggio verso il Worm Hole, non lo ucciderebbe all’istante. Cooper, in quest’occasione, fa riferimento alla medesima condizione che affligge anche i più grandi navigatori. Se durante un’esplorazione essi cadessero in acqua, morirebbero. Proprio come lo spazio, l’acqua si può dire non abbia una forma predefinità, se l’esploratore ci cadesse dentro, non potrebbe più esercitare alcun controllo, non gli sarebbe possibile respirare autonomamente e potrebbe non riuscire a riaffiorare mai più, perdendosi definitivamente. Cooper e la sua squadra sono loro stessi esploratori, stanno eseguendo una missione importante, il cui destino é indissolubilmente legato al loro e a quello di qualunque altro essere vivente sulla Terra. Quella é la loro barca.</p>
<p style="text-align: justify">La messa in scena del film richiama una miriade di luoghi sconosciuti facenti parte di una dimensione che potremmo definire ignota. In quanto esseri umani, noi non siamo di fatto a conoscenza di cosa esista oltre un certo limite del nostro sistema solare. La nostra galassia é il limite massimo. Nolan, con il suo film, ci spinge verso una dimensione sulla quale non saremmo nemmeno in grado di fantasticare e in cui ci troviamo completamente spaesati, vittime di un turbinio di emozioni ed ambientazioni surreali in cui niente é come ci aspetteremmo. La dimensione dello spazio e quella del tempo sono fortemente stravolte ed esercitano sui personaggi, quanto sugli spettatori, un effetto spesso straniante. Siamo accompagnati, con non poca fatica, attraverso repentini slittamenti che più personaggi vivono nel contempo rispetto ad altri. Cerchiamo di prendere le misure in un mondo in cui è presente solo un’infinita distesa d’acqua in grado di generare onde enormi capaci quasi di toccare il cielo o, ancora, sorvoliamo i cieli di un mondo le cui nuvole sono solide, congelate. Inconsciamente, proviamo un’inspiegabile fascinazione per lo spettacolo di quell’improbabile ed indomabile evento naturale che vediamo formarsi davanti ai nostri occhi ma, allo stesso tempo, siamo anche fortemente spaventati dalla minaccia che questo potrebbe comportare. Sono mondi fantastici quelli che Nolan ci porta a vedere e lo sono in modo particolare perché (come per ogni fantasia filmica) non possediamo una prova tangibile della loro esistenza ma, in questo caso, non siamo nemmeno portati a negarla categoricamente.</p>
<p style="text-align: justify">Similmente all’ambientazione dei pianeti visitati e alla incoerente dimensione temporale che scombussola i nostri nessi causali, Cooper si risveglia in un futuro che non potremmo mai riconoscere. La vita non é più la sua fattoria e la sua piantagione di mais (dimensione che riconosciamo antiquata anche secondo i nostri criteri iniziali) ma ci troviamo, per la prima volta, in un futuro aldilà di ogni immaginazione in cui le condizioni climatiche sono predeterminate e favorevolissime, la vita prospera vigorosamente e, grazie alla nuova tecnologia, esiste un modo per spostare l’intera comunità verso pianeti fino ad allora sconosciuti. Il motore della narrazione (come ci é dato riconoscere più avanti) é il legame affettivo che le persone sono in grado di instaurare tra di loro. Inizialmente questa condizione viene percepita come una debolezza, un ostacolo alla buona riuscita della missione e ritenuta, perciò, motivo di esclusione da questa. Successivamente, però, capiamo come sia proprio grazie a questo legame invisibile che diviene possibile per l’essere umano elevarsi al di sopra di quegli inconcepibili luoghi costituiti da parametri che la nostra mente non é, ancora, in grado di capire.</p>
<p style="text-align: justify">Durante il viaggio nel tempo che Cooper compie passando attraverso Gargantua (il profondo buco nero, detentore della grande verità), il legame d’amore rimasto sempre vivo e presente che lo collega alla figlia Murph permetterà ai due di comunicare ad un livello particolarmente intimo e profondo. Queste preziose informazioni, che permetteranno alla giovane donna di salvare il mondo, le vengono riportate da un luogo di cui non possediamo il minimo riferimento e che facciamo fatica, sia con lo sguardo che con il cervello, a visualizzare e a codificare. Solamente Murph dunque, essere superiore e possessore di una sensibilità unica, sarà in grado di riconoscere e sfruttare questi dati perché capace di superare la rabbia provata verso il padre (conseguentemente al suo abbandono) al fine di riconoscerne il messaggio sul quadrante dell’orologio lasciatole da lui, rappresentante fisico del loro legame. Come dice Amelia, l’amore non é una cosa che abbiamo inventato noi. Esso trascende dallo spazio, dal tempo, non é misurabile. Dovremmo fidarci anche se non riusciamo a capire.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Voto: 8</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Cristina Malpasso</strong></p>
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<p style="text-align: justify">Tanti attoroni del momento come l’onnipresente Matthew McCounaughey,  le bellissime Anne Hathaway e Jessica Chastain, il sempre bravo Michael Caine, il fratellino minore di casa di Affleck e Matt Damon al servizio di un film con un budget stratosferico confezionato per puntare dritto all’Oscar, fomentare l’orda di Nolan-maniaci e soprattutto appagare l’ego smisurato di quel regista che mi piace definire come un Michael Bay più filosofico, colto e raffinato… o se preferite più paraculo, furbo e ipocrita. La trama, per quanto condita bene con una serie di spiegazioni scientifiche ed epistemologiche menate, è di una banalità sconcertante: il nostro pianeta sta morendo e tutta la popolazione della Terra è in pericolo, urge al più presto una soluzione. Un ex pilota della NASA viene arruolato per una missione pericolosissima che lo terrà a lungo lontano dai suoi amati figli.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="size-medium wp-image-232 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2014/11/attachment.jpg?w=300&amp;h=200" alt="attachment" width="300" height="200" /></p>
<p style="text-align: justify">Se non fosse già stato bollato come capolavoro dell’ultimo decennio ancora prima che uscisse nelle sale, paragonato a <em>2001 Odissea nello Spazio</em><em> </em>(ma stiamo scherzando!) e Christopher Nolan  innalzato a nuovo Dio, mi sarei limitata a definire il film come una buona americanata, di quelle che trasudano morale e perbenismo ad ogni inquadratura, senza però mancare per questo di emozionare. Insomma un buon prodotto hollywoodiano, ben fatto e con qualche tamarrata che di certo in questi casi non guasta. Il problema però è che qui non si sta parlando di <em>Armageddon</em>, non c’è di mezzo uno stupido meteorite che sta per colpire la Terra, il cinema di Nolan deve essere molto più cervellotico e profondo e la sua presunzione tale da condurlo ad imbastire storie che pretendono di diventare vere e proprie tesi scientifiche. La volontà di essere macchinoso come <em>Inception</em> si traduce in pochi passaggi complessi, che si richiedono un po’ più di attenzione, ma più che fonderti il cervello intaccano la profondità dei personaggi. Cooper interpretato da Matthew McConaughey è un padre che ama i suoi figli, ma li abbandona con estrema facilità dopo che un illustre professore della NASA gli racconta due cose su una missione per salvare la Terra. Lui era il miglior pilota in circolazione, non importa se da anni fa l’agricoltore e non ha la preparazione atletica per affrontare una spedizione simile, lui è figo e parte comunque! Amelia Brand è la figlia del boss, ha il visuccio carino di Anne Hathaway, una qualche super laurea in ingegneria o simili e anche se avrà finito l’università da tre ore,  pure lei è figa e parte comunque!</p>
<p style="text-align: justify">Se <em>Interstellar</em> lo si prende come un giocattolone che ha come suo unico scopo quello di divertire sono io la prima ad urlare al capolavoro, purtroppo però il film vuole andare oltre pescando tra le teorie dei viaggio spazio-temporali per farne una questione morale e parlare di rapporti umani. Nolan ha puntato troppo in alto giocando con i grandi, quelli troppo più grandi di lui scomodando persino Stanley Kubrick e prendendo qua e là da tutta la cinematografia di fantascienza. Allora non ci sto, non mi basta la vecchia storia del fogliettino piegato per spiegare la teoria dei buchi neri per andare da A a B senza la dimensione tempo, se mi tiri il pippone pseudoscientifico esigo che a salvare la Terra non sia un agricoltore e una di 30 chili ma due scienziati veri, addestrati per anni solo per quella missione. Se mi filosofeggi su questioni legate all’umanità e al rapporto padre e figlio non ti credo se mi propini la solita storia dell’amore più forte della scienza.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="size-medium wp-image-233 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2014/11/interstellar-3-1024x576.jpg?w=300&amp;h=168" alt="Interstellar-3-1024x576" width="300" height="168" /></p>
<p style="text-align: justify">Un film in bilico tra il voler essere visivamente grandioso, dove la potenza dell’immagine riempie tutte le lacune narrative, e il voler essere macchinoso ad ogni costo fondendo alle teorie scientifiche le questioni proprie della morale. La storia dell’amore che vince su tutto toglie credibilità ai comportamenti dei personaggi ed è una tesi troppo debole per giustificare una frase come: “Perché mi guida l’unica forza che trascende il tempo, lo spazio e la gravità: l’amore”. Non è un capolavoro è solo un film di fantascienza godibilissimo con dei bellissimi effetti speciali (siamo nel 2014…magari lo diamo per scontato!) e come tale va preso.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Voto: 6</strong></p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://cinefabis.wordpress.com/"><strong>Cinefabis</strong></a></p>
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<p style="text-align: center"><strong>VOTI DEI FACHIRI</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Patrick Martinotta</strong>: 4,5</p>
<p style="text-align: center"><strong>Giuseppe Argentieri</strong>: 8</p>
<p style="text-align: center"><strong>Giancarlo Grossi</strong>: 6,5</p>
<p style="text-align: center"><strong>Giorgio Mazzola</strong>: 8,5</p>
<p style="text-align: center"><strong>Francesco Foschini</strong>: 6-</p>
<p style="text-align: center"><strong>Maritè Salatiello</strong>: 5</p>
<p style="text-align: center"><strong>Cristina Malpasso</strong>: 8</p>
<p style="text-align: center"><strong>Cinefabis</strong>: 6</p>
<p style="text-align: center"><strong>Angelo Grossi</strong>: 4</p>
<p style="text-align: justify">
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