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	<title>Torquemada &#187; capitalismo</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Gilbert Keith Chesterton, &#8220;L&#8217;irritante internazionale&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2015 10:21:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Camilla Scarpa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Benché scomoda, e perciò misconosciuta e sostanzialmente “neutralizzata” dalla critica letteraria e dalle case editrici dell’ultimo secolo (o forse proprio per questo), quella di Gilbert K. Chesterton è una figura interessante e ricca di spunti alquanto moderni, se non addirittura “futuribili”, tanto dal punto di vista politico quanto da quello letterario. Il suo primo romanzo, “Il Napoleone di Notting Hill”, pubblicato nel 1904, è un esempio calzante per entrambe le categorie: è una sorta di “dystopian novel” ambientata nell’Inghilterra di un indeterminato 1984 (vi dice niente?), retta da una nuova forma di governo “tranquillamente dispotica”, che si afferma come super-potenza]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="B" class="cap"><span>B</span></span>enché scomoda, e perciò misconosciuta e sostanzialmente “neutralizzata” dalla critica letteraria e dalle case editrici dell’ultimo secolo (o forse proprio per questo), quella di <strong>Gilbert K. Chesterton</strong> è una figura interessante e ricca di spunti alquanto moderni, se non addirittura “futuribili”, tanto dal punto di vista politico quanto da quello letterario. Il suo primo romanzo, <strong>“Il Napoleone di Notting Hill”</strong>, pubblicato nel <strong>1904</strong>, è un esempio calzante per entrambe le categorie: è una sorta di “dystopian novel” ambientata nell’Inghilterra di un indeterminato 1984 (vi dice niente?), retta da una nuova forma di governo “tranquillamente dispotica”, che si afferma come super-potenza dominante in Europa e nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify">Se, dal punto di vista letterario, non può non risultare evidente che il romanzo di Chesterton è un diretto antesignano di “1984” di George Orwell, nonché del “Mondo Nuovo” di Huxley, dal punto di vista politico Chesterton è addirittura profetico: infatti, la superpotenza inglese è fautrice di una politica di <strong>imperialismo culturale</strong> non dissimile da quella degli Stati Uniti, sorretta da una dottrina che pare precorrere quella americana del “destino manifesto”, sostenuta peraltro anche dall’ultimo Bobbio. Chesterton, all’inizio del libro, fa dire al fiero primo ministro del Nicaragua, in esilio a Londra:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify"><em>“E’ questo che denuncio del vostro cosmopolitismo. Quando dite di volere l’unione di tutti i popoli, in realtà volete che tutti i popoli si uniscano per apprendere ciò che il vostro popolo sa fare. Se l’arabo beduino non sa leggere, si dovrà inviare un missionario o un maestro per insegnargli a leggere, ma nessuno dice: “Questo maestro non sa cavalcare un cammello, paghiamo un beduino perché glielo insegni.”</em>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify">A questa sintesi perfetta del concetto di imperialismo culturale, Barker, l’inglese indottrinato (ma non privo di intelletto), risponde, riaffermando la superiorità della propria nazione, che l’Inghilterra si è disfatta delle superstizioni, e che</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify"><em>“La superstizione della grande nazionalità è negativa, ma la superstizione della piccola nazionalità è peggiore. La superstizione di venerare il proprio paese è negativa, ma la superstizione di riverire il paese di qualcun altro è peggiore. [&#8230;] La superstizione della monarchia è negativa, ma la superstizione della democrazia è la peggiore di tutte.”</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify">e infatti nel romanzo il re è scelto a caso, mediante sorteggio, perché un regime dispotico privo di illusioni elettorali <em>“non è la degenerazione ma il compimento più perfetto della democrazia”</em>.</p>
<div id="attachment_2998" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/11/London_110.jpg"><img class="wp-image-2998 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/11/London_110-300x225.jpg" alt="London_110" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Una strada di Notting Hill, quartiere londinese al centro delle vicende del primo romanzo di G. K. Chesterton</p></div>
<p style="text-align: justify">Un simile atteggiamento, che probabilmente si ispira, nel contesto storico degli anni a cavallo tra la fine dell’’800 e l’inizio del ‘900, agli avvenimenti della guerra anglo-boera, che quasi solo Chesterton ebbe il coraggio di condannare apertamente, non può non ricordarci la pretesa statunitense di “Esportare la libertà”, per usare una formula di Luciano Canfora, e le conseguenti, disastrose imprese in Medio-Oriente e in Somalia degli anni ’90 e 2000, nonché una più generale pretesa dell’Occidente, che si rifiuta di riconoscere e comprendere qualsiasi modello politico, giuridico e culturale diverso dal proprio, e ingenera così quello “scontro di civiltà” profetizzato da Huntington, che tanto teme e di cui però si considera vittima.</p>
<p style="text-align: justify">Ma se Chesterton condanna l’imperialismo culturale, condanna anche l’atteggiamento speculare a quello di Barker. <strong>In uno dei suoi articoli politici, risalente al 1928 , <em>“L’irritante internazionale”</em></strong> (che dà il titolo a questo articolo proprio in quanto definisce perfettamente l’atteggiamento provocatorio e le posizioni spesso radicali ed eclettiche dello stesso Chesterton), <strong>uno dei bersagli polemici è il “buonismo” sotteso a certe posizioni umanitaristiche pacifiste, che tendono a passare sotto silenzio “i peccati” tanto delle grandi potenze quanto di quelli che, di volta in volta, sono “gli stranieri”, piuttosto che ad essere trasparenti sugli errori di tutti gli stati.</strong> E anche questo tipo di posizioni, che paiono inneggiare al russoviano “mito del buon selvaggio”, non manca di corrispondenze nella politica contemporanea, soprattutto di sinistra, degli ultimi vent’anni.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Politicamente parlando, la conclusione di Chesterton è che l’imperialismo culturale abbia arrecato più danni alle relazioni internazionali pacifiche di quanto lo abbia fatto il nazionalismo più ottuso, perché il primo, ben più del secondo, vieta all’“altro” di pensare a noi in maniera speculativa e di includerci nelle sue generalizzazioni, e anzi al contrario stimola nell’“altro” un pensiero aggressivo-difensivo, che può poi sfociare in un comportamento attivo violento, e perfino in un’invasione</strong> &#8211; prospettiva che negli ultimi trent’anni, e anche negli ultimi mesi, si è dimostrata nient’affatto di scuola.</p>
<p style="text-align: justify">Questa conclusione, insieme al conservatorismo in materia religiosa, che lo portò a convertirsi al cattolicesimo (dell’episodio della conversione, e dell’influenza sull’autore di padre O’ Connor, restano tracce nei <strong><em>“Racconti di Padre Brown”</em>, apprezzati peraltro anche dall’Antonio Gramsci delle “Lettere dal Carcere”)</strong>, gli è valsa, tra i lettori superficiali, la nomea di un reazionario retrivo, nazionalista e conservatore, ma in realtà, a un’analisi attenta, si dimostra invece modernissima. L’episodio storico che spinge Chesterton a questa riflessione è, nello specifico, la questione dell’Alsazia-Lorena, territorio storicamente conteso tra Germania e Francia che G. K. Chesterton erige ad esempio di una politica di indiscriminate annessioni che ha preso piede a cavallo tra ‘800 e ‘900, e che avrebbe dovuto essere repressa in modo esemplare, sì da costituire un monito per tutti gli attori internazionali. E poco importa che l’auspicio concreto di Chesterton, ossia la pronta restituzione dei territori alla Francia (pretesa con forza da Clemenceau) si sia poi realizzato, dal momento che le grandi potenze in questione non hanno affatto colto l’occasione per imparare la lezione, e un’altra faccenda di minoranze etnico-linguistiche, quella dei Sudeti, ha acceso la miccia della II guerra mondiale.</p>
<div id="attachment_3001" style="width: 256px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/11/pbr1.jpg"><img class="wp-image-3001 size-full" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/11/pbr1.jpg" alt="pbr1" width="246" height="184" /></a><p class="wp-caption-text">Renato Rascel è Padre Brown in una delle riduzioni televisive di maggior successo.</p></div>
<p style="text-align: justify"><strong>Merita poi qualche considerazione anche quello che è un altro dei fili rossi del “Napoleone” chestertoniano, nonché una sorta di corollario della riflessione critica sull’internazionalismo “coatto” (cioè su quella che oggi chiamiamo globalizzazione),</strong> e che costituisce, negli ultimi vent’anni, un argomento di studio politicamente e poeticamente trasversale: mi riferisco alla cosiddetta<strong> “teoria delle piccole patrie”</strong>, tanto cara ad <strong>Hilaire Belloc</strong>, l’amico e collaboratore dei fratelli Chesterton a cui, non a caso, è dedicato il “Napoleone”. La tendenza alla riscoperta delle piccole comunità, culturalmente ed etnicamente organiche, di cui l’Europa dovrebbe essere (e purtroppo, almeno per ora, non è) casa comune, non è propria solo degli autori cosiddetti “comunitaristi”, ma, al contrario, a questo filone &#8211; che talora sconfina nel localismo più particolaristico, malgrado o per volontà degli stessi autori &#8211; si rifanno espressamente tanto autori di scuole neomarxiste (soprattutto quella barese), come Franco Cassano, quanto intellettuali a vario titolo “di destra”, quali Marcello Veneziani e Pietrangelo Buttafuoco, riscoprendo le radici culturali del meridione anche in chiave politica e geopolitica, ma in primis in chiave letteraria, culturale e filosofica.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Questo sentimento, non dissimile da quello dell’Europa medievale e soprattutto dell’Italia comunale, si è infatti rinfocolato dopo l’ondata di globalizzazione degli ultimi decenni, e trova un suo riconoscimento anche nell’ordinamento giuridico: nel suo risvolto “unitario”, con il principio di sussidiarietà</strong>, soprattutto verticale (codificato nella nostra Costituzione all’art. 118, oltre che nei trattati europei), <strong>e in quello “disgregante” con il rinnovarsi delle più disparate &#8211; e a volte anche disperate &#8211; pretese secessionistiche</strong>, che vorrebbero spesso elevarsi a diritti.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>In materia religiosa, Chesterton, dopo la conversione, fu certamente un cattolico rigoroso,</strong> cosa che gli è valsa, un paio d’anni fa, l’avvio dell’indagine per la causa di beatificazione, <strong>ma anche un fautore dello spirito critico</strong>: in uno dei suoi vivaci scritti polemici, intitolato <em>“La difesa dell’Occidente”</em>, <strong>sosterrà che il sentimento di costante vigilanza e battaglia contro il peccato proprio del misticismo cristiano, legato alla teoria della Caduta, è un motore di cambiamento positivo</strong> (si badi bene, non dell’immotivata esaltazione, “senza se e senza ma”, delle “magnifiche sorti e progressive” tipica degli illuministi, ma nemmeno dell’immobilismo, che C. attribuisce alle religioni orientali).</p>
<p style="text-align: justify">Inoltre, sin dagli articoli degli anni ’20 e ‘30 in cui, <strong>polemizzando con l’amico G. B. Shaw, rigetta il socialismo materialista e definisce il comunismo <em>“l’unico modello funzionante, completo e razionale, di capitalismo”</em></strong>, Chesterton rimarca così il carattere popolare e tradizionale, di elemento del Volksgeist, della religione: <em>“Possiamo facilmente rispondere al solenne interrogativo di Bucharin sull’origine della religione: “se è una favola, è certamente una favola popolare. Se non ci viene da Dio, viene senza dubbio interamente dal popolo.”</em>. Tale conclusione, che chiude l’articolo <em>“La vera accusa contro il bolscevismo”</em>, evidenzia un altro carattere tipico del Nostro, ossia l’anti-intellettualismo e la propensione per aderire e comprendere le esigenze dell’uomo comune, che Chesterton definì, addirittura, “perseguitato” dai suoi contemporanei. Può quindi ben dirsi che la prospettiva non solo politica, ma anche religiosa, culturale e antropologica dell’autore in questione è quella di un “nazionalismo internazionale” nient’affatto retrivo, bensì mediato dalle radici e dalle tradizioni popolari anche regionali e locali, piuttosto che quella di un internazionalismo “immediato”, di moda allora come ora, che miri a recidere i legami del singolo con la sua comunità e la sua appartenenza.</p>
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		<title>Expo&#8217; 15: &#8220;siam pronti alla sopravvivenza&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2015 00:12:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In Italia il primo maggio 2015 non lo scorderemo facilmente. È stato diverso da ogni altro primo maggio. È stato il primo maggio dell&#8217;EXPO e dei NO-EXPO, della profanazione del Canto degli Italiani e della violenza dei contestatori di professione. Un primo maggio che è stato tutto fuorché la festa del lavoro. In sintesi, a uno sguardo attento, questo primo maggio si candida a divenire la data simbolo della deriva nichilistica di un&#8217;intera nazione ormai farsescamente allo sbando. Partiamo dall&#8217;inno. Forse a livello giuridico, anche volendolo, sarebbe impossibile punire i responsabili della storpiatura di uno dei versi più significativi del]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="justify"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>n Italia il primo maggio 2015 non lo scorderemo facilmente. È stato diverso da ogni altro primo maggio.<strong> È stato il primo maggio dell&#8217;EXPO e dei NO-EXPO, della profanazione del Canto degli Italiani e della violenza dei contestatori di professione. Un primo maggio che è stato tutto fuorché la festa del lavoro. In sintesi, a uno sguardo attento, questo primo maggio si candida a divenire la data simbolo della deriva nichilistica di un&#8217;intera nazione ormai farsescamente allo sbando</strong>.</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Partiamo dall&#8217;inno. Forse a livello giuridico, anche volendolo, sarebbe impossibile punire i responsabili della storpiatura di <strong>uno dei versi più significativi del testo di Mameli (il </strong></span></span><strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«Siam pronti alla morte» cambiato in «Siam pronti alla vita»</span></span></strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>), ma sotto un profilo politico, culturale e morale questa “renzata” merita di essere definita una vergogna che, più in profondità, rivela la somma tristezza di quest&#8217;epoca edonista ed individualista</strong>. Infatti cosa c&#8217;è di più ignobile dell&#8217;omettere, nel corso della cerimonia inaugurale di un evento che dovrebbe rilanciare la nostra nazione, <strong>una parola che, nella sua tragicità, testimonia il massimo grado dell&#8217;amore per la propria patria</strong>? È vero, in quest&#8217;epoca la parola morte fa paura (eccezion fatta, per le sensibilità liberal, quando provocata dall&#8217;eutanasia o dall&#8217;aborto). <strong>La morte evoca sofferenza e sacrificio, cose che fanno tremare i polsi specie a chi è cresciuto con l&#8217;illusione, tutta occidentale e tutta contemporanea, della “ricerca della felicità” come unico scopo della vita</strong>. Non è facile spiegare, come ebbe scandalosamente a fare Aleksandr Sol</span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">ženičyn</span></span> <span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">dalla cattedra di Harvard nel 1978, con la sua barba da saggio russo d&#8217;altri tempi, che </span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«</span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">s</span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">e l&#8217;uomo fosse nato, come sostiene l&#8217;umanesimo, solo per la felicità, non sarebbe nato anche per la morte. <strong>Ma poiché è corporalmente votato alla morte, il suo compito su questa terra non può essere che ancor più spirituale: non l&#8217;ingozzarsi di quotidianità, non la ricerca dei sistemi migliori di acquisizione, e poi di spensierata dilapidazione, dei beni materiali, ma il compimento di un duro e permanente dovere, così che l&#8217;intero cammino della nostra vita diventi l&#8217;esperienza di un&#8217;ascesa soprattutto morale: che ci trovi, al termine del cammino, creature più elevate di quanto non fossimo nell&#8217;intraprenderlo</strong></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">».</span></span></span></p>
<p><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='680' height='413' src='http://www.youtube.com/embed/YRYUZ1bw2d8?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0' allowfullscreen='true'></iframe></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Rimuovere dall&#8217;inno italiano la parola morte, sublimazione massima del sacrificio per un ideale più grande della vita stessa,<strong> non è solo cattivo gusto, ma espressione del rivoltante nonsenso nichilistico dell&#8217;epoca odierna, avvolta da una cappa di materialismo che tutto fagocita e tutto rovina: dalle sovranità degli Stati alle relazioni tra i sessi</strong>. Somma ignoranza poi se si pensa che <strong>l&#8217;Italia pone le sue fondamenta di lingua e cultura proprio sulla riflessione su morte e aldilà della “</strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Divina Commedia</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">”</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> dantesca, nonché la propria mitologia patriottica sui foscoliani “</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Sepolcri</i></span></span></span></strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>”</strong>.</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> Somma offesa alla nostra identità se si pensa che dalla canzone</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i> “All&#8217;Italia”</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> di Leopardi all&#8217;estetismo guerresco di D&#8217;Annunzio, la mistica della patria italiana risulta inscindibile dal richiamo al sacrificio supremo che, come un filo rosso di sangue, unisce i momenti focali della nostra storia nazionale. Ma del resto, ad essere cinici, rinunciare al grido «siam pronti alla morte» è anche l&#8217;ammissione di una grande verità: <strong>oggi, in Italia e in gran parte dell&#8217;Occidente, chi sarebbe disposto a morire per un ideale come la patria o la fede? Probabilmente in pochissimi. E questo è ciò che rende miserabile la nostra epoca più di ogni altra cosa. E quello che ci rende più deboli e vulnerabili nei confronti di chi invece possiede, seppur spesso in maniera scomposta e storpiata, un&#8217;identità forte e radicata</strong>. Spiritualmente desertificato dal capitalismo post-borghese, l&#8217;Occidente crede ormai solo nelle mai soddisfatte voglie dell&#8217;io, spinte al più grottesco parossismo. Tuttavia anche il «siam pronti ealla vita» suscita perplessità: <strong>a quale vita dovrebbero essere pronti, per esempio, i giovani italiani, immersi in un eterno provvisorio, privi di lavoro o schiacciati dalla precarietà, impossibilitati o quasi a costruire una famiglia e progetti stabili</strong>? «Siam pronti alla sopravvivenza» sarebbe stato sicuramente più corretto.</span></span></span></p>
<p class="western" style="text-align: center" align="justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/no-expo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2563" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/no-expo-300x191.jpg" alt="no expo" width="300" height="191" /></a></p>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Nelle sue “</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Lezioni spirituali per giovani samurai</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">” Yukio Mishima scriveva: </span></span></span></p>
<blockquote>
<p class="western" align="justify"><em><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«<strong>noi viviamo in un&#8217;epoca di esistenze assolutamente fiacche ed ambigue. Raramente incontriamo la morte, </strong>la medicina ha compiuto enormi progressi ed i giovani non temono più né la tisi, che decimava gli organismi più deboli, né l&#8217;arruolamento, che intimoriva i ventenni delle epoche trascorse<strong>. In mancanza di pericoli mortali, l&#8217;unico modo in cui i giovani riescono ad assaporare la sensazione di essere vivi è la ricerca forsennata del sesso, oppure la partecipazione a movimenti politici, motivata semplicemente dal desiderio di esercitare la violenza</strong>».</span></span></span></em></p>
</blockquote>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> Non occorre generalizzare, ma mai parole furono più adatte <strong>a spiegare la furia vandalica dei </strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>black bloc </i></span></span></span></strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>che hanno messo a ferro e fuoco Milano. Per loro, deteriori sottoprodotti del sessantottismo militante, la politica è solo una scusante per sfogare un desiderio di violenza frutto di mancanza di senso, noia e frustrazione. Cosa aspettarsi del resto da chi contesta la globalizzazione e l&#8217;americanismo su basi anarcoidi, libertarie o post-trotzkiste tutt&#8217;altro che alternative all&#8217;ideologia dominante</strong>? Un&#8217;ideologia che, per dirla con Costanzo Preve, <strong>fa da supporto </strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">al nuovo </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">ipercapitalismo liberalizzato post-borghese e </span></span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">post-proletario, all&#8217;insegna della grottesca teologia sociologica del “vietato vietare”</span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">», avente nella cosiddetta “controcultura” americana e nel &#8217;68 europeo i propri miti fondativi</span></span></span></strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">. C&#8217;è quindi un filo rosso (non di sangue!) che lega, inconsapevolmente o meno, il renzismo obamiano e i devastatori delle strade milanesi. Entrambi impensabili senza l&#8217;americanismo, entrambi nemici dell&#8217;Italia. <strong>Quell&#8217;Italia per cui non si è più pronti alla morte</strong>.</span></span></p>
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		<title>In difesa di Martin Heidegger. Contro l&#8217;inautenticità della società capitalista</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2015 23:42:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Repaci]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi ultimi tempi Martin Heidegger (1889-1976), soprattutto in seguito alla recente pubblicazione in Germania dei primi tre volumi dei Quaderni Neri (Schwarze Hefte), è divenuto oggetto di una campagna diffamatoria a causa della sua adesione al regime nazionalsocialista che governò la Germania dal 1933 al 1945. Attraverso questa sua –  indubbiamente deprecabile – scelta politica, che fra l&#8217;altro gli costò la proibizione dell&#8217;insegnamento tra il 1945 e il 1951, si vuole condannare in blocco tutto il pensiero heideggeriano. Secondo i suoi detrattori l&#8217;appoggio dato dal filosofo tedesco alla dittatura di Adolf Hitler non sarebbe qualcosa di accidentale bensì lo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>n questi ultimi tempi Martin Heidegger (1889-1976), soprattutto in seguito alla recente pubblicazione in Germania dei primi tre volumi dei <em>Quaderni Neri </em>(<em>Schwarze Hefte</em>), è divenuto oggetto di una campagna diffamatoria a causa della sua adesione al regime nazionalsocialista che governò la Germania dal 1933 al 1945. Attraverso questa sua –  indubbiamente deprecabile – scelta politica, che fra l&#8217;altro gli costò la proibizione dell&#8217;insegnamento tra il 1945 e il 1951, si vuole condannare in blocco tutto il pensiero heideggeriano. Secondo i suoi detrattori l&#8217;appoggio dato dal filosofo tedesco alla dittatura di Adolf Hitler non sarebbe qualcosa di accidentale bensì lo sbocco naturale della sua filosofia. <strong>Noi non solo non condividiamo questa tesi ma anzi riteniamo che questo attacco verso la figura di Heidegger non sia casuale. A nostro avviso egli viene demonizzato dall&#8217;attuale pensiero unico dominante perchè è stato un critico del capitalismo sia nel suo primo periodo, definito un po&#8217; impropriamente «esistenzialistico» che nel suo secondo periodo dopo la cosiddetta «svolta» (<em>Kehre</em>). </strong> L&#8217;autore di <em> Essere e Tempo </em>infatti ha fornito attraverso la sua elaborazione filosofica strumenti concettuali indispensabili per avanzare una critica radicale alla realtà esistente. Analizziamo ad esempio il concetto heideggeriano di «morte». Essa viene identificata dal filosofo come la possibilità «più propria dell&#8217;Esserci», scegliendo la quale l&#8217;uomo ritrova il suo essere più autentico. <strong>Mentre tutte le altre possibilità infatti pongono l&#8217;uomo in mezzo alle cose o fra gli altri uomini, la possibilità della morte isola l&#8217;uomo con se stesso. Nel riconoscere la possibilità della morte, l&#8217;uomo ritrova il suo essere più autentico e «comprende» veramente se stesso. L&#8217;esistenza inautentica, l&#8217;esistenza del «man» del «Si» anonimo ed impersonale in cui tutto è livellato, reso convenzionale e insignificante, è una costante fuga dinnanzi alla morte</strong>. L&#8217;individuo la considera come un caso fra i tanti della vita di ogni giorno e cerca di non pensarci. <strong>Mentre nelle società precapitalistiche (ma ancora nel capitalismo «borghese») la morte era considerata un evento naturale della vita, oggi essa è segregata, condannata, nascosta e fatta oggetto di imbarazzo.</strong> Un tempo il moribondo veniva accudito a casa dai parenti sino al momento del trapasso all&#8217;interno di un rituale che teneva unita tutta la famiglia. Gli anziani raccontano di come fosse assolutamente normale portare i bambini a vedere il corpo del defunto nel suo letto. Attualmente invece vediamo divi del cinema o della musica che attraverso la chirurgia plastica cercano (molte volte producendo spettacoli ridicoli e penosi) di eliminare i segni del tempo che passa. Oggi non si muore più nel proprio talamo ma in freddi ospedali: non più circondati dall&#8217;affetto dei familiari, ma da infermieri e medici. <strong>Ci sentiamo di condividere pienamente il giudizio del nostro defunto maestro Costanzo Preve quando asseriva che il momento cruciale in cui l’ammalato si dirige verso la morte è oggi indubbiamente più «osceno» degli organi genitali maschili e femminili.</strong> Se da una parte è perfettamente lecito mostrare in televisione seni e glutei scoperti o addirittura rapporti sessuali espliciti, la figura di una persona morente non viene mai fatta vedere. <strong>E questo perchè la morte rappresenta ciò che di più scabroso possa esserci all&#8217;interno della società capitalistica: la fine del consumo.</strong> Un&#8217;esistenza autentica è dunque impossibile all&#8217;interno del capitalismo.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/mustard-yellow-sein-und-zeit1.jpg"><img class="size-medium wp-image-2135 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/mustard-yellow-sein-und-zeit1-300x217.jpg" alt="mustard-yellow-sein-und-zeit1" width="300" height="217" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Prendiamo in esame per un momento le tre categorie che per Heidegger caratterizzano l&#8217;esistenza inautentica ovvero la chiacchiera (<em>Gerede</em>), la curiosità (<em>Neugier</em>) e l&#8217;equivoco (<em>Zweideutigkeit</em>). Queste tre categorie, benchè siano state esposte in un libro risalente al lontano 1927, descrivono michelangiolescamente l&#8217;odierna società dello spettacolo, la manipolazione mediatica e la degradazione della comunicazione. Il linguaggio che è per sua natura lo <em>svelamento </em>dell&#8217;essere, ciò con cui l&#8217;essere stesso si esprime e prende corpo, diventa nell&#8217;esistenza anonima chiacchiera inconsistente. Un&#8217;esistenza così vuota cerca ovviamente di riempirsi ed è dunque morbosamente protesa verso il nuovo: la curiosità è quindi l&#8217;altro suo carattere dominante. Una curiosità si badi bene non per l&#8217;essere delle cose ma per la loro apparenza visibile, il che genera inevitabilmente l&#8217;equivoco.<strong> La moderna società capitalistica infatti è una società dell&#8217;irrilevanza, della rimozione della morte quale interruzione del consumo, e infine della disattenzione pianificata e organizzata.</strong></p>
<p><strong>Ciò che caratterizza la riproduzione sociale del capitale e che ne costituisce il maggiore punto di forza è l&#8217;assoluta irrilevanza  e indifferenza verso ogni tipo di comportamento.</strong> Contrariamente a quanto accadeva nel mondo antico e nella società feudale e signorile <strong>il potere all&#8217;interno della modernità non ha più bisogno di metodi di coercizione fisica per neutralizzare le opinioni potenzialmente pericolose. Esso si limita marginalizzarle e a ghettizzarle attraverso un fenomeno che a suo tempo Herbert Marcuse definì «tolleranza repressiva». Si verifica una concessione di libertà apparenti a patto che non ledano gli interessi dominanti ma che anzi ne garantiscano e ne rafforzino la persistenza della repressione.</strong> Ognuno infatti oggi è «libero» di esprimere la propria opinione, anche radicale, nella misura in cui essa rimanga pura chiacchiera ineffettuale.</p>
<p style="text-align: justify">Se si vuole davvero muovere un&#8217;opposizione sensata al pensiero di Heidegger bisogna piuttosto criticare la sua sfiducia verso la possibilità di superare il tecno-capitalismo attraverso la prassi umana e non certo rinfacciandogli il proprio passato nazista.</p>
<p style="text-align: justify">E&#8217; quindi il continuo richiamo heideggeriano ad «Essere-per-la-morte» (Sein zum Tode) e al rifuggire dall&#8217;esistenza inautentica della modernità capitalista a rendere la  filosofia del «mago di Messkirch» ancora pericolosa per l&#8217;attuale capitalismo neoliberista e finanziarizzato che si trova costretto a delegittimarlo per i suoi biasimevoli trascorsi politici.</p>
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