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	<title>Torquemada &#187; Boccaccio</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>VEGANI TALEBANI: IL PARACADUTISTA VEG-ABBONDO</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2015 08:06:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inquisizione Vegana]]></category>
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		<description><![CDATA[Delle vegane e dei vegani è invalsa ormai un&#8217;idea caricaturale, grossolanamente stereotipata. Come hanno già scritto altri, questo loro appiattimento da parte della società ad un livello macchiettistico è funzionale a disinnescare il potenziale sovversivo dell&#8217;ideologia secondo cui agiscono. Per cercare di sottrarli (e sottrarci) a questo inconveniente, dedichiamo una breve serie di interviste ad alcune attiviste e attivisti antispecist* (e quindi anche vegan*), per mettere in risalto la ricchezza delle loro visioni e valorizzare le specificità di ciascun*. Oggi tocca a Francesco, milanese, che incontriamo al Birrificio Lambrate di fronte ad una schiumante caraffa di bionda luppolata. Francesco, raccontaci]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>elle vegane e dei vegani è invalsa ormai un&#8217;idea caricaturale, grossolanamente stereotipata. Come hanno già scritto altri, questo loro appiattimento da parte della società ad un livello macchiettistico è funzionale a disinnescare il potenziale sovversivo dell&#8217;ideologia secondo cui agiscono. Per cercare di sottrarli (e sottrarci) a questo inconveniente, dedichiamo una breve serie di interviste ad alcune attiviste e attivisti antispecist* (e quindi anche vegan*), per mettere in risalto la ricchezza delle loro visioni e valorizzare le specificità di ciascun*. Oggi tocca a Francesco, milanese, che incontriamo al Birrificio Lambrate di fronte ad una schiumante caraffa di bionda luppolata.</p>
<p><strong>Francesco, raccontaci come ti sei avvicinato al mondo dell&#8217;animalismo (e successivamente a quello dell&#8217;antispecismo politico).</strong><br />
Ho smesso di mangiare carne nell&#8217;estate dell&#8217;82. Prima consideravo i vegetariani degli originali o dei mistici. Sono arrivato a questa soluzione mentre stavo dando una mano a mio suocero, che è titolare di un allevamento di bovini, nel mantovano. Lo sguardo dei vitelli e il fatto che si comportassero esattamente come gli animali domestici a cui siamo affezionati mi hanno spinto prima verso la zoofilia (ho fatto per due anni il volontario all&#8217;Enpa soccorrendo animali in difficoltà), poi a collaborare con gruppi antispecisti come Oltre la Specie e con realtà come Vita da Cani e Nemesi Animale.</p>
<p><strong>Quel che rende particolarmente interessante il tuo profilo di attivista, è il connubio che sei riuscito ad instaurare tra l&#8217;antispecismo e i centri sociali (o altre realtà affini).</strong><br />
Certamente. Da ragazzo sono stato paracadutista e frequentavo ambienti destroidi, da cui negli anni ho preso le distanze. Ora spesso e volentieri cucino ad eventi e iniziative della sinistra anarchica. Penso per esempio alle serate del Boccaccio (il centro sociale di Monza), al Climate Camp che abbiamo fatto contro la Teem, alle ricorrenze del Poq (Partigiani in ogni quartiere) o alle manifestazioni in memoria di Dax. Ormai in questi contesti la cucina è parzialmente se non del tutto vegana. Penso che proporre un menu senza ingredienti originati dallo sfruttamento animale sia un modo per affermare la libertà contro la prigionia, il rispetto contro la prevaricazione: molte volte mi accorgo di avere di più in comune con questi gruppi antifascisti e anticapitalisti che con gli “animalari” apolitici e gli zoofili puri.</p>
<p><strong>Da questo punto di vista, ti sentiresti di muovere delle critiche anche al movimento antispecista vero e proprio, quello che assume di buon grado una configurazione politica e prende posizione anche in materia di rapporti infra-umani?</strong><br />
Secondo me c&#8217;è troppo isolazionismo. Si parla tanto di politica ma poi quando si tratta di scendere in strada, tra le persone, ad unire la causa antispecista a quella di chi lotta per il diritto alla casa o per la difesa del territorio dagli ecomostri, contro il precariato o per una scuola migliore, nessuno (o quasi) si fa vedere. In questo modo non ci guadagneremo mai la fiducia della gente, non otterremo mai la loro attenzione. Abbiamo bisogno di raggiungere un&#8217;intesa con le altre lotte per riuscire a creare un movimento non antropocentrico.</p>
<p><strong>E&#8217; possibile declinare in mille modi la dieta vegana. Per disgrazia, anche a causa dell&#8217;influsso nefasto della macrobiotica e dei maniaci dei manicaretti, oggi giorno molti identificano il veganismo con un certo tipo di ricette sofisticate, prive di colore e gustosità. Ormai il cibo vegano è percepito come una prerogativa degli yuppie e dei privilegiati. A maggior ragione, penso sia molto significativo il progetto che hai portato avanti nella direzione contraria con gli Chefs Vegabbondi. Di che si trattava esattamente?</strong><br />
Io e alcuni amici ci eravamo ispirati al gruppo internazionale dei &#8220;Food not bombs&#8221;. Come loro portavamo nelle manifestazioni e ai presidi, anche durante le occupazioni, i nostri panini e i nostri piatti ispirati alla cucina popolare. Tutto vegano, semplice, economico, saporito e molto abbondante. Facevamo per esempio pasta e fagioli oppure la polenta al sugo di legumi, con pomodoro e spezie. Alcune volte compravamo gli ingredienti, altre volte ce li procuravamo tramite lo skipping, ovvero il recupero di importanti quantità di cibo perfettamente commestibile che per ragioni di mercato (consumistiche) i supermercati e i grandi distributori sono costretti a buttare (bottiglie di olio in scadenza, latte di pomodoro ammaccate, ancora chiuse, eccetera). Una volta alla settimana preparavamo riso con verdure o pasta con legumi per 25-30 persone (spendendo in tutto 10 euro) e li portavamo con del tè caldo ai senzatetto che dormivano per la strada o alle prostitute. Tutto ciò non per spirito cristiano o per pietismo, ma perché il cibo è un diritto inalienabile di ogni essere vivente, qualunque cosa faccia.</p>
<p><strong>Attualmente sei molto impegnato con la rete No Expo. Possiamo dire che sei uno degli elementi più rappresentativi dello spezzone antispecista (ecologista e per la libertà di genere) che il primo maggio sfilerà a Milano con il resto del corteo, come già è stato fatto l&#8217;11 ottobre scorso. Perché dire no ad Expo e perché in particolare opporcisi da antispecisti?</strong><br />
Trovate tutto scritto sul <a href="http://antispefa.noblogs.org/files/2014/07/nessuna-faccia-buona-pulita-giusta-a-expo-2015_2014.pdf" target="_blank">dossier di Farro&amp;Fuoco</a>: sfruttamento dei lavoratori, devastazione ambientale, liberismo selvaggio. Si tratta di multinazionali che cercano di ripulire la propria immagine con una tipica operazione di green washing. In particolare, riguardo ai non umani, Expo sostiene delle idee tipicamente welfariste alla &#8220;Slow Food&#8221;: migliorare le condizioni degli allevamenti senza mettere radicalmente in discussione il consumo di carne e di prodotti animali. Expo rappresenta un ben preciso sistema economico, se non riusciremo a cambiare quello non potremo mai aspirare alla liberazione animale. Lo sapevate che al suo interno ospiterà una fiera gigantesca dedicata agli strumenti da macelleria, il Meat-Tech? Invito tutti a partecipare alla manifestazione studentesca del 30 aprile e soprattutto al grande corteo del MayDay!</p>
<p><img class="size-medium wp-image-2272 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/expopolis-300x300.jpg" alt="expopolis" width="300" height="300" /></p>
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		<title>DECAMERONE &#8211; VIZI, VIRTÙ, PASSIONI</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jan 2015 09:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Boccaccio]]></category>
		<category><![CDATA[Decameron]]></category>
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		<category><![CDATA[Stefano Accorsi]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e pubblichiamo l&#8217;articolo dell&#8217;amica e collaboratrice Anna Del Colle, sullo spettacolo del 9 gennaio 2015 al Teatro Comunale di Ferrara &#8220;Decamerone &#8211; Vizi, virtù, passioni&#8221; (adattamento teatrale e regia di Marco Baliani, liberamente tratto dal Decamerone di Giovanni Boccaccio): Usualmente non commento troppo approfonditamente gli spettacoli di prosa cui vado ad assistere. Infatti ogni rappresentazione suscita in me riflessioni e sensazioni che ho bisogno di rielaborare in silenzio e solitudine e, nonostante la mia natura ciarliera che tanto stressa le orecchie di chi mi sta intorno, non riesco il giorno dopo a esprimermi come vorrei coi miei compagni di studio]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><em><span title="R" class="cap"><span>R</span></span>iceviamo e pubblichiamo l&#8217;articolo dell&#8217;amica e collaboratrice Anna Del Colle, sullo spettacolo del 9 gennaio 2015 al Teatro Comunale di Ferrara &#8220;Decamerone &#8211; Vizi, virtù, passioni&#8221; (adattamento teatrale e regia di Marco Baliani, liberamente tratto dal Decamerone di Giovanni Boccaccio):</em></p>
<p>Usualmente non commento troppo approfonditamente gli spettacoli di prosa cui vado ad assistere. Infatti ogni rappresentazione suscita in me riflessioni e sensazioni che ho bisogno di rielaborare in silenzio e solitudine e, nonostante la mia natura ciarliera che tanto stressa le orecchie di chi mi sta intorno, non riesco il giorno dopo a esprimermi come vorrei coi miei compagni di studio e vita, specie quando in vista degli esami la conversazione deve giocoforza essere incentrata su un altro genere di teatro, quello anatomico e altrettanto pieno di passione della medicina. Se ora, appena tornata a casa dopo aver goduto del “Decamerone- vizi, virtù, passioni”, decido di mettermi alla tastiera e condividere con voi quello che questo spettacolo mi ha trasmesso è perché penso ne valga davvero la pena.</p>
<p>Da molto tempo ormai non domino più le scene in veste di attrice dilettante ma ricordo bene l’emozione che il palcoscenico regala a chi ha l’opportunità di calcarlo: il teatro ti fa crescere, ti insegna a prendere la vita con più spontaneità, ti abitua al giudizio degli altri e al tuo, ti fa vincere la timidezza, ti permette di creare legami fortissimi coi tuoi colleghi. In sostanza, detto poeticamente, migliora la parte più profonda del tuo essere. Così l’ho sempre vissuto io, così continuo a viverlo anche da spettatrice. Ecco, la rappresentazione di stasera mi ha regalato di nuovo queste sensazioni. In questi anni ho avuto la fortuna di assistere a spettacoli meravigliosi con attori eccezionali ma da tempo non mi arrivava la spontaneità di una recitazione genuina, senza troppe pretese se non quella di ammaliare e coinvolgere il pubblico in qualcosa di bello. Bello e basta, quel bello che rende qualsiasi altro aggettivo o superlativo fuori luogo.</p>
<p>Lo spettacolo prevede la messa in scena di sette novelle tratte dal capolavoro di Boccaccio e si chiude con l’incitamento ad approfondire l’opera del nostro illustre avo: “e se queste sette sono state gradite e belle, allora leggete le altre novantatré novelle!”. Le sette storie (tra cui forse la più famosa risulta essere quella del Calandrino pregno) sono narrate in linguaggio aulico ma comprensibile “a lo volgo moderno”, intermezzate da divertenti siparietti in cui i membri della compagnia giocano e ridono tra loro del loro stesso lavoro. La scenografia è priva di eccessivi fronzoli e risulta nel complesso molto efficace e versatile, così come i costumi di scena, belli ma semplici e adattabili a ciascuna novella. Gli attori si avvicendano nella narrazione delle storie le quali raccontano, con efficacia e semplicità e senza tanti giri di parole, amori e vizi di un falso prete truffaldino, della sposa fedifraga di un marito troppo geloso, di tre fratelli attaccati all’onore più che alla vita (che rinascerà poi in forma di pianta), di un falso sordomuto circondato da monache allegre, di un re troppo orgoglioso che perse tutto uccidendo un povero stalliere innamorato, di un uomo che non sapeva da dove far nascere il bambino che credeva di aspettare e di uno spiantato che donò il suo stallone in cambio delle grazie della donna da lui tanto sognata.</p>
<p>Tra una risata e una lacrima (vera, come quella per la figlia di Tancredi morta suicida in seguito alla morte dell’amante per mano del padre, o falsa, come quella causata dalla cipolla per il sugo delle lasagne che serviranno a “nutrire” metaforicamente la compagnia) i racconti sono intermezzati con abile maestria e leggiadria da riferimenti alle pestilenze del nostro tempo: i signori che si appropriano dei beni della comunità, gli ipocriti che predicano ciò che loro razzolano in maniera pessima, i furbacchioni che gozzovigliano a spese dei poveri sempliciotti ma anche i pochi fondi economici e il poco sostegno che vengono riservati agli artisti, costretti a “riciclare” i costumi e ad andare avanti con quello che possono, lottando contro chi non comprende che un mondo senza arte è un mondo povero e privo di sentimenti, un mondo destinato a fermarsi, annullato dal suo stesso nichilismo e pragmatismo.</p>
<p>Emerge, man mano che passano i circa 105 minuti previsti, il senso di questa giostra rappresentativa, annunciato già all’inizio della serata: far approdare il pubblico in un’isola irreale e ricreativa per spronarlo alla riflessione, in modo tale che le persone tornino poi alla realtà arricchite di qualcosa di utile per la loro vita ma che non è tangibile o scambiabile, qualcosa che non è solo “la piuma per solleticarsi e ridere alle promesse fasulle dei disonesti” o “il profumo di basilico per coprire il puzzo delle cose che non vanno e voltare il naso dall’altra parte” che “potete comprare al botteghino all’angolo finito lo spettacolo”.</p>
<p>A mio parere questo concetto è stato rimarcato in modo molto forte anche dalle parole di Stefano Accorsi a fine rappresentazione, dopo gli applausi di rito, dedicate alle vittime del recente attentato alla redazione del giornale Charlie Hebdo: non bisogna permettere che la convivenza pacifica tra popoli e religioni, fonte così preziosa di arricchimento del genere umano e strumento essenziale per l’evoluzione mentale e morale di noi tutti, venga impedita o compromessa dall’azione di poche persone che compiono atti criminali e che come tali vanno isolate e condannate. Non bisogna permettere che il razzismo prevalga sulla ragione, che una foglia renda tutta la pianta malata, che il qualunquismo prevalga sulla meraviglia che siamo in grado di creare.</p>
<p>In breve questo è ciò che sento di aver portato a casa con me stasera. Prescindendo da tutti i giudizi tecnici l’arte ha centrato l’obiettivo per cui è nata, almeno per quanto concerne la mia persona. Mi ha fatto godere della bellezza autentica, mi ha fatto divertire e ha arricchito il mio spirito, la mia anima, insomma quella cosa che ognuno chiama a suo modo ma che tutti noi sappiamo che c’è da qualche parte, forse, in fondo. Mi ha dato qualcosa che rimarrà con me per sempre e l’ha fatto in modo sincero.</p>
<p>Questi sono i motivi per cui consiglio a tutti di andare a vedere questo Decamerone, anche perché vi assicuro che è raro che io rimanga così favorevolmente colpita da una produzione “liberamente tratta” da un testo importante che apprezzo (generalmente sono una grande criticona verso questo genere di rielaborazioni); inoltre sempre per i suddetti motivi ringrazio il regista Marco Baliani, tutti i tecnici e gli attori Stefano Accorsi, Salvatore Arena, Silvia Briozzo, Fonte Fantasia, Mariano Nieddu e Naike Anna Silipo per avermi regalato la gioia di andare a dormire col sorriso sulle labbra stanotte.</p>
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