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	<title>Torquemada &#187; Bandiere</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Un nome, una leggenda: Ferenc Puskas</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2015 11:54:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Oriani]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando nasci a Budapest ci sono alcune cose che sono stabilite in automatico: parlerai una lingua che nessuno, a parte i tuoi connazionali, ha speranze di capire e sarai certamente un appassionato di calcio. Nella capitale magiara infatti risiedono la metà delle squadre che partecipano al campionato nazionale, ed è una delle più piccole e apparentemente trascurabili, la Honved, in cui uno dei giocatori più forti del secolo scorso, se non di tutti i tempi, ha mosso i primi passi da professionista. Ferenc Puskas ha esordito a 16 anni coi rossoneri ungheresi, e fin dal primo pallone che gli è]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="Q" class="cap"><span>Q</span></span>uando nasci a Budapest ci sono alcune cose che sono stabilite in automatico: parlerai una lingua che nessuno, a parte i tuoi connazionali, ha speranze di capire e sarai certamente un appassionato di calcio. Nella capitale magiara infatti risiedono la metà delle squadre che partecipano al campionato nazionale, ed è una delle più piccole e apparentemente trascurabili, la <strong>Honved</strong>, in cui uno dei giocatori più forti del secolo scorso, se non di tutti i tempi, ha mosso i primi passi da professionista.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ferenc Puskas</strong> ha esordito a 16 anni coi rossoneri ungheresi, e fin dal primo pallone che gli è capitato tra i piedi si è capito che quel ragazzino bassetto coi capelli scuri aveva qualcosa di speciale: veloce, tecnico, sempre a giocare a testa alta e con un tiro secco di una potenza insospettabile per un fisico così piccolo. Ad allenare la squadra è Ferenc Puskas senior, suo padre, che pur essendo conscio del talento immenso che si ritrova in casa, non smette mai di spronare suo figlio a migliorarsi e ad allenarsi duramente, cosa che il ragazzo fa con puntualità e abnegazione, come quando si mette a correre dietro ai tram per sviluppare ulteriormente il suo scatto e la sua rapidità.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/04-Panini-Ferenc-PUSKAS-Panini-Real-Madrid-1966.png"><img class="size-medium wp-image-2656 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/04-Panini-Ferenc-PUSKAS-Panini-Real-Madrid-1966-232x300.png" alt="04-Panini - Ferenc PUSKAS Panini Real Madrid 1966" width="232" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Decine e decine di difensori da tutto il mondo hanno tentato di marcarlo a uomo, a zona o in qualunque altro modo, ma l’ unico risultato è stato solo un grande mal di testa dopo il triplice fischio: immaginate di mandare Cristiano Ronaldo indietro di 50 o 60 anni e di farlo scontrare con i giocatori di quei tempi ed avrete una vaga idea di come Ferenc facesse ammattire tutti i suoi avversari. Con quel suo mancino caldissimo non avrebbe avuto difficoltà neanche su un campo dei giorni nostri, a tal punto che è considerato da molti un vero e proprio precursore del modo moderno di giocare come numero 10.</p>
<p style="text-align: justify">La sua classe cristallina lo porta a realizzare 352 gol in 341 presenze con il suo club e 84 gol in 85 presenze con la Grande Ungheria, quella nazionale che nel 1952 vincerà l’ oro olimpico ad Helsinki con lui come capitano e leader. Le favole però difficilmente rimangono tali a lungo nel mondo reale, e in pochi anni si susseguono due drammi differenti per natura che cambieranno la vita di Puskas per sempre: il dramma sportivo avviene nel 1954, quando i magiari vengono battuti a Berna dalla Germania Ovest nella finale dei campionati del mondo, mentre il dramma umano ha luogo nell’ ottobre di due anni più tardi, quando per le strade di Budapest l’ insurrezione popolare del popolo ungherese viene repressa dalle truppe sovietiche.</p>
<p style="text-align: justify">In quel momento, Ferenc è a Bilbao con la sua Honved per una partita di coppa campioni, e quando arriva dalle autorità di casa l’ ordine di rientrare in patria, è proprio lui a tenere a rapporto la squadra come un autentico leader per decidere il da farsi. Tutti scelgono di tentare la fortuna al di la della cortina di ferro destreggiandosi tra tour in Sudamerica e contratti con i team dell’ Europa occidentale. Puskas in particolare è cercato da Milan, Inter, Fiorentina, Arsenal e Manchester United, ma alla fine viene convinto ad indossare la “camiceta blanca” del <strong>Real Madrid</strong>, ed è proprio qui, nonostante i suoi 31 anni di età, che scriverà le pagine più importanti della sua storia e di questo glorioso club.</p>
<p style="text-align: justify">Fare 156 gol in 180 partite può sembrare poco per un fuoriclasse della sua risma, ma Ferenc si è dimostrato speciale anche in questo, diventando il giocatore che ha tirato più in porta della storia delle “merengues”, con il titolo di capocannoniere della Liga spagnola vinto 4 volte e svariati trofei nazionali ed internazionali all’ attivo, e tanto per non farsi mancare niente, è stato l’ unico a segnare 4 gol in una finale di Coppa Campioni, quella con l’ Eintracht Francoforte nel 1966.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Puskas-foto-4.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-2657" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Puskas-foto-4-221x300.png" alt="Puskas-foto-4" width="221" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><strong>Alfredo Di Stefano, suo capitano in Spagna e grande amico di quel periodo, ha scritto così di lui nel suo libro: “chi non l’ ha visto giocare non sa che cosa si è perso”, e non stentiamo a credergli</strong>. Ritiratosi da giocatore, l’ ex condottiero della Grande Ungheria ha allenato club e nazionali in tutto il mondo, dal Cile all’ Australia, dall’ Arabia Saudita agli Stati Uniti, raggiungendo il suo apice da tecnico quando nel 1971 ha portato il Panathinaikos in finale di Champions League, poi persa contro l’ Ajax di Cruijff.</p>
<p style="text-align: justify">Il suo glorioso percorso si è concluso nel 2006, quando nella sua bellissima Budapest si è spento a causa dell’ Alzheimer che lo tormentava da anni. E’ ironico come uno dei più grandi campioni dello sport che amiamo si sia dimenticato tutto di se stesso prima di andarsene, ma forse è proprio questa una delle ragioni per cui tutti noi appassionati non lo dimenticheremo mai. Grazie, o meglio, in ungherese, köszönöm, Ferenc Puskas.</p>
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		<title>LA VITTORIA SOVIETICA 70 ANNI DOPO: TRA PATRIOTTISMO, PROPAGANDA E IMPERIALISMO</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2015 11:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pasquin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da settimane ormai in tutti gli angoli della Russia si preparano i festeggiamenti di quella che è la ricorrenza più importante dell’anno, la più sentita tra la popolazione e allo stesso tempo quella più cara al governo centrale. Si tratta della “Giornata della Vittoria” (День Победы), che cade il 9 maggio e celebra la vittoria di quella che nell’ex-blocco sovietico è conosciuta come la “Grande guerra patriottica”. L’8 maggio 1945, presso il quartier generale della quinta armata sovietica a Berlino-Karlshorst, venne firmata la resa incondizionata della Germania nazista, già sancita il giorno precedente con un documento sottoscritto a Rheims, in]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="JUSTIFY"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a settimane ormai in tutti gli angoli della Russia si preparano i festeggiamenti di quella che è la ricorrenza più importante dell’anno, la più sentita tra la popolazione e allo stesso tempo quella più cara al governo centrale. Si tratta della <strong>“Giornata della Vittoria” (День Победы), che cade il 9 maggio e celebra la vittoria di quella che nell’ex-blocco sovietico è conosciuta come la “Grande guerra patriottica”</strong>. L’8 maggio 1945, presso il quartier generale della quinta armata sovietica a Berlino-Karlshorst, venne firmata la resa incondizionata della Germania nazista, già sancita il giorno precedente con un documento sottoscritto a Rheims, in Francia. L’accordo entrò in vigore alle 23.01 ora di Berlino, quando a Mosca era già il giorno successivo.</p>
<div id="attachment_2607" style="width: 230px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/1ea82c2df44249402255782b73e3568e1.png"><img class="wp-image-2607" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/1ea82c2df44249402255782b73e3568e1-170x300.png" alt="" width="220" height="388" /></a><p class="wp-caption-text">Il manifesto per i 70 anni della commemorazione</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">La ricorrenza iniziò ad avere un certo significato in occasione del suo ventennale nel 1965, in epoca Brežneviana, tornando ad essere definitivamente giorno festivo. A partire dagli anni ’60 non solo a Mosca, ma anche in altre città dell’Unione Sovietica, si iniziarono ad organizzare parate militari con cerimonie presso i memoriali ai caduti in guerra e al milite ignoto. La tradizione si è conservata anche in seguito allo smembramento dell’URSS e dal 1995 è ripresa l’usanza della parata sulla Piazza Rossa a Mosca. Quest&#8217;anno sono previsti grandi festeggiamenti, visto che si celebra il settantesimo giubileo.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">La passerella della festa deve essere impeccabile e già da fine aprile è possibile percepire la frenesia in centro città (non solo a Mosca, ma in qualunque delle capitali degli 85 stati federati russi): le strade, solitamente disastrate a causa della losca gestione dei finanziamenti pubblici, vengono rattoppate e ripulite dal fango, le fioriere vengono rinvasate e le aiuole ripiantate, da ogni lampione sventolano il tricolore russo e i colori della festa, il nero e l’arancio, ogni giorno ci sono deviazioni forzate del trasporto pubblico per permettere le prove generali della parata. Le celebrazioni coinvolgono naturalmente anche le scuole, con disegni e cartelloni dei più piccoli e con vere e proprie marce militari in divisa dei più grandi.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">La domanda (lecita) che sorge spontanea è:<strong> Quale può essere il significato di una tale celebrazione settant’anni dopo la fine della guerra? È davvero una festa del popolo o è una cerimonia calata dall’alto?</strong></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>Il 9 maggio è innanzitutto una festa patriottica, sentita da tutte le classi sociali</strong>, al contrario ad esempio della nostra Liberazione, su cui si crea sempre qualche distinguo a causa dell’uso politico che se ne è fatto in passato. Il motto tra la gente è &#8220;<em>Io ricordo, io sono orgoglioso”</em>: il riferimento va all’opposizione al nazi-fascismo, tema di tradizione sovietica ancora caro ai russi (basti pensare alla propaganda filogovernativa a proposito dei “fascisti ucraini”), ma anche e soprattutto va ai ventitré milioni di cittadini sovietici, tra militari e civili, che persero la vita durante il conflitto (13,6% della popolazione), perdite di gran lunga superiori alle altre potenze che presero parte alla guerra. Grande importanza rivestono gli ormai pochi veterani di guerra ancora in vita, che in occasione di molteplici eventi pubblici sfoggiano una pioggia di medaglie sulle proprie divise.</p>
<div id="attachment_2594" style="width: 510px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/mosca_parata.jpg"><img class="wp-image-2594" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/mosca_parata-1024x576.jpg" alt="mosca_parata" width="500" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Parata sulla Piazza Rossa</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">C’è però qualcosa di più che il semplice ricordo del sacrificio dei padri, considerando che altre tragedie della storia del popolo sovietico, quali le purghe staliniane e la grande carestia in Ucraina, non godono di una tale risonanza (anche mediatica). La celebrazione della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, ultimo grande successo dell’Unione Sovietica all’alba della Guerra Fredda, pare anche (e soprattutto) l’occasione per rimarcare il carattere imperialista della Russia e la sua importanza nello scacchiere mondiale. Per quale ragione altrimenti scomodare la propria tecnologia bellica e i propri reparti militari in parate che non hanno pari nel mondo?<strong> Il 9 maggio è una vetrina per la Russia stessa, è la rappresentazione davanti all’opinione pubblica interna del potere di quello che ancor oggi è l’<em>Impero</em> russo, di quel potere che ha permesso il “ritorno a casa della Crimea” </strong>sotto gli occhi di un Occidente impotente e che permette di salvaguardare la propria zona di influenza sponsorizzando stati cuscinetto come Abkhazia, Ossezia del Sud e Nuova Russia.</p>
<div id="attachment_2603" style="width: 360px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/nastro.jpg"><img class="wp-image-2603" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/nastro-300x168.jpg" alt="nastro" width="350" height="197" /></a><p class="wp-caption-text">Volontari distribuiscono gratuitamente il Nastro di San Giorgio</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">Lo stesso Vladimir Putin ha contribuito nei suoi anni di governo ad accrescere l’importanza della festa dal punto di vista propagandistico. Dal 2008 la parata moscovita è tornata a comprendere anche la tecnologia bellica (il 9 maggio non vi sarà quindi molta differenza tra il panorama di Mosca e quello di Donetsk), mentre <strong>dal 2005 è iniziata la tradizione della distribuzione pubblica del “Nastro di San Giorgio”, oggi chiave dei festeggiamenti</strong>. Il nastro di San Giorgio non è una bandiera e non è uno stemma, ma in questo periodo assume molta più importanza del tricolore russo: è un nastro di stoffa a strisce nere e arancio e si rifà direttamente all’onorificenza sovietica della <em>“Medaglia per la vittoria sulla Germania nella grande guerra patriottica 1941-1945”</em>, conferita ai reduci nel dopoguerra, che a sua volta prese spunto dalla massima onorificenza militare di epoca zarista, l’allora <em>“Ordine di San Giorgio”</em>. Il nastro viene distribuito gratuitamente tra i mesi di aprile e maggio, non solo in Russia ma anche all’estero (Italia compresa).</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Il semplice nastro è quindi il simbolo della partecipazione alle celebrazioni del 9 maggio, sfoggiato in bella vista sul cruscotto delle automobili e sul volante di ogni autobus, così come sulle borse o sulle giacche delle signore a passeggio. È il vero biglietto d’entrata (gratuito) ai festeggiamenti, il collante che cementifica l’unità dei russi e della Federazione in questi giorni di festa. Vi è però una differenza: conclusi i festeggiamenti e tornati i soldati nelle caserme la città torna alla normalità, tolte le bandiere e lasciate le strade a sgretolarsi. Il nastro, al contrario, resta appeso nelle automobili, nei bus e nei luoghi pubblici. Resta come simbolo di una vittoria che fu e… come monito di una vittoria che può ancora essere.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Di recente è sorto un altro contrasto, complici il surriscaldarsi della confronto USA-Russia in Europa orientale e la rinnovata politica imperialista di Mosca: i separatisti filo-russi in Ucraina hanno iniziato ad esporre accanto alle bandiere di Lugansk e Donetsk proprio il Nastro di San Giorgio, che <strong>ha assunto quindi l’ulteriore significato di appartenenza alla sfera di influenza russa in contrapposizione a quella ucraina filo-americana</strong>, causando non poche proteste tra i reduci di guerra di Kiev, che si oppongono alla strumentalizzazione del nastro, considerato un patrimonio storico comune a tutte le ex-repubbliche sovietiche.</p>
<p>Tutto è ormai pronto per i festeggiamenti e il nastro è già da tempo appeso al mio zaino. Perché, diciamocelo: <strong>senza nastro, che festa sarebbe?</strong></p>
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		<title>Sons of Liberty &#8211; Ribelli per la libertà</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2015 15:06:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Bresolin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[È arrivata su History Channel la miniserie-evento che ripercorre la lotta per la libertà di un gruppo di giovani uomini che hanno cambiato il corso della storia. Sam Adams e suo cugino John, Paul Revere, John Hancock e Joseph Warren: gli eroi che hanno reso l’America una nazione. Gli episodi sono andati in onda negli Stati Uniti a gennaio di quest&#8217;anno, mentre in Italia la è andato in onda il 3, il 10 e 17 marzo. La serie è stata girata in Romania, mentre il tema musicale è stato composto da Hans Zimmer. La miniserie è ambientata a Boston, nel Massachusetts, e ripercorre le fasi]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify">È arrivata su <strong><span title="H" class="cap"><span>H</span></span>istory Channel</strong> la miniserie-evento che ripercorre la lotta per la libertà di un gruppo di giovani uomini che hanno cambiato il corso della storia. <strong>Sam Adams</strong> e suo cugino <strong>John</strong>, <strong>Paul Revere</strong>, <strong>John Hancock</strong> e <strong>Joseph Warren</strong>: gli eroi che hanno reso l’America una nazione.</p>
<p style="text-align: justify">Gli episodi sono andati in onda negli Stati Uniti a gennaio di quest&#8217;anno, mentre in Italia la è andato in onda il 3, il 10 e 17 marzo. La serie è stata girata in Romania, mentre il tema musicale è stato composto da <strong>Hans Zimmer</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">La miniserie è ambientata a Boston, nel Massachusetts, e ripercorre le fasi iniziali della Guerra di indipendenza americana, con i primi moti rivoluzionari ed i negoziati del Secondo congresso continentale, che porteranno alla<strong> Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d&#8217;America </strong>nel<strong> 1776.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Sons of Liberty</strong> prende il nome da una omonima <strong>società segreta</strong>, esistita attorno al 1770. Il principale obiettivo di questa società era quello di fomentare la rivoluzione contro la madrepatria a causa dell&#8217;imposizione di numerosi dazi sulle colonie d&#8217;oltremare; tra tutti, i dazi sullo zucchero (<strong>Sugar Act</strong>), la tassa sui fogli stampati (<strong>Stamp Act</strong>), e quella sul Tè (<strong>Tea Act</strong>). I Sons of Liberty si resero protagonisti di numerosi atti vandalici contro gli abusi del governo britannico. Il più celebre rimane infatti quello del <strong>Boston Tea Party</strong>, la scintilla della Rivoluzione americana: Sam Adams, insieme a un gruppo di patrioti americani, travestiti da pellerossa, assalgono una nave britannica ancorata nel porto di Boston e gettano a mare il suo prezioso carico di tè.</p>
<p style="text-align: justify">Una miniserie certo importante che ci aiuta a comprendere il significato della Rivoluzione Americana. <strong>Hannah Arendt</strong> ha spesso sottolineato come nelle rivoluzioni sia la <strong>liberazione</strong> il momento più esaltante, attraverso un atto simbolico con cui il popolo rompe i propri legami con l&#8217;oppressione (il Boston Tea Party certamente), ma, ci ricorda, il fine ultimo delle rivoluzioni è l&#8217;instaurazione della<strong> libertà</strong>. E la libertà può essere instaurata solo attraverso la costituzione di ordine politico capace di rendere liberi. La rivoluzione americana è certamente riuscita in questo e, infatti, la sua<strong> Costituzione</strong> ne<strong> </strong>rappresenta il punto più alto: naturale conclusione della rivoluzione eppure, a sua volta, inizio di un nuovo Stato, gli Stati Uniti d&#8217;America, e inizio del costituzionalismo moderno.</p>
<p style="text-align: justify">Eppure, sempre secondo la <strong>Arendt</strong>, questa rivoluzione così pienamente riuscita, produttrice di una carta fondamentale capace di garantire a tutti i cittadini diritti civili e libertà, non esercitò, purtroppo, una grande influenza sul periodo storico successivo, a differenza di un&#8217;altra grande rivoluzione del &#8216;700: quella <strong>francese</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">P.S. La bandiera dei <i>Sons of Liberty</i> era composta da sette strisce rosse e sei bianche.</p>
<div id="catlinks" class="catlinks" style="text-align: justify"></div>
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		<title>25 marzo, festa del Popolo veneto</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2015 12:24:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pasquin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 25 marzo dell’Anno Domini 421, sull’isolotto lagunare di Rivo Alto, il carpentier Candioto (o Eutinoto) posava la prima pietra di una chiesa consacrata a San Giacometo. Candioto non sapeva, nel suo voler ringraziare il santo per essersi salvato da un incendio, di dare inizio in quel modo alla gloriosa e più che millenaria storia della città di Venezia. Dubbi, a dire il vero, non si celano solamente dietro il nome dell’artigiano fondatore della chiesa, bensì dietro l’intera vicenda. La chiesa è sì la più antica della città, ma fu fondata parecchi secoli dopo, secondo le fonti più attendibili intorno]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="JUSTIFY"><strong><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>l 25 marzo dell’Anno Domini 421, sull’isolotto lagunare di Rivo Alto, il carpentier Candioto (o Eutinoto) posava la prima pietra di una chiesa consacrata a San Giacometo</strong>. Candioto non sapeva, nel suo voler ringraziare il santo per essersi salvato da un incendio, di dare inizio in quel modo alla gloriosa e più che millenaria storia della città di Venezia.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Dubbi, a dire il vero, non si celano solamente dietro il nome dell’artigiano fondatore della chiesa, bensì dietro l’intera vicenda. La chiesa è sì la più antica della città, ma fu fondata parecchi secoli dopo, secondo le fonti più attendibili intorno al 1100. Già all’epoca descritta dalla leggenda la laguna (detta <em>Venezia marittima</em>) era popolata da genti fuggite dalla terraferma per scampare alle invasioni e ai saccheggi dei barbari, ma per trovare menzione ufficiale della città bisogna attendere l’821, quando Rialto stessa assunse il nome dell’intera regione lagunare. La versione storiografica leggendaria venne riportata in fonti scritte semplicemente in quanto la più gettonata in epoca medievale, complice anche la concomitanza con eventi beneauguranti quali la data di inizio della primavera e l’annunciazione alla Madonna nella tradizione cristiana.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>La data dell’evento, considerato oggi la “fondazione mitica di Venezia” per conservare il fascino della leggenda, è stata scelta nel 2007 dal Parlamento regionale per indire la “Festa del popolo veneto”</strong>. I fini della ricorrenza, che vuole essere una sorta di festa nazionale del Veneto, sono chiariti dalla legge stessa, ovvero<em> «favorire la conoscenza della storia del Veneto, valorizzarne l&#8217;originale patrimonio linguistico, illustrarne i valori di cultura, di costume, di civismo, nel loro radicamento e nella loro prospettiva, nonché far conoscere adeguatamente lo Statuto e i simboli della Regione».</em></p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Il popolo veneto, riconosciuto dallo Stato italiano già dal 1971 (insieme, unico altro caso, al popolo sardo), conta oggi sulla limitata autonomia riconosciuta dalla Costituzione alle regioni ordinarie, su una propria lingua – il veneto – che ancora deve trovare una codificazione scritta unitaria e che, sempre più influenzata all’italiano, non trova spazio sui mezzi di comunicazione di massa quali giornali e televisione, su una propria bandiera, il gonfalone di San Marco.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Se per quanto riguarda l’autonomia e la valorizzazione del patrimonio linguistico la situazione è ancora deficitaria, così non è invece per i simboli della regione: attingendo al passato della Serenissima possiamo raccontare la storia di ciò che, ancor oggi, rappresenta il Veneto in tutto il mondo. La bandiera attuale della Regione Veneto, definita dalla Legge regionale del 1975, riprende quella che è stata la bandiera storica della Repubblica di Venezia fino alla sua annessione all’Austria nel 1797 a seguito del trattato di Campoformio. Essa è costituita da un <strong>riquadro di color rosso pompeiano, che al suo interno contiene la rappresentazione del territorio regionale con il mare, la pianura e i monti. In primo piano è raffigurato il leone marciano,</strong> che ancor oggi domina piazze e palazzi non solo in Veneto, ma anche nelle antiche terre veneziane, da Bergamo al Montenegro a Cipro. <strong>La zampa destra del leone alato regge in piedi un libro aperto (per il suo contenuto spesso erroneamente identificato con il vangelo) che reca l’iscrizione <em>«</em><em>Pax tibi, Marce, evangelista meus»</em></strong>. Sul lato destro del riquadro la bandiera termina in sette fiamme, ognuna delle quali reca nella parte mediana lo stemma dei sette capoluoghi di provincia veneti (in ordine alfabetico Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona, Vicenza).</p>
<div id="attachment_2195" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/bandiera_veneto.png"><img class="wp-image-2195 size-full" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/bandiera_veneto.png" alt="bandiera_veneto" width="630" height="420" /></a><p class="wp-caption-text">Attuale bandiera della Regione Veneto</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">Perché il leone alato e perché San Marco simboli della Serenissima? Perché il libro aperto e perché l’iscrizione? Perché 6 code svolazzanti? Per far chiarezza è necessario andare molto indietro nel tempo, quando intorno all’anno 828 <strong>due commercianti veneziani, Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, trafugarono i resti del santo dalla città di Alessandria</strong> (di cui peraltro San Marco era allora patrono): essi convinsero i due custodi della necessità di salvare la reliquia dalla minaccia turca e scortarono il santo fino a Venezia, nascondendolo sotto un carico di carne di maiale. Ben presto San Marco sostituì San Tòdaro come patrono della città: la sua immagine prima e il leone alato poi iniziarono ad essere utilizzati come simboli della Serenissima. Il leone fu inizialmente coniato sulle monete e poi rappresentato anche sulle bolle ufficiali, sugli scudi militari e nei palazzi dell’aristocrazia. <strong>La particolarità del leone era quella di avere tratti antropomorfi, come personificazione del santo stesso a protezione della Repubblica. </strong>La maestosità del leone non sta solo nella simbologia dell’araldica classica, ma anche in quella legata al cristianesimo, che a quel tempo Venezia potè finalmente far sua: il leone rappresentava la forza della parola dell’evangelista, mentre le ali erano simbolo di elevazione spirituale, con l’aureola a dare il tocco di santità. Alla battaglia di Lepanto nel 1571, scontro cardine tra mondo cristiano e mondo ottomano, il leone alato si era già definitivamente affermato sulle bandiere navali veneziane, come riportano varie fonti e reperti dell’epoca.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>La frase nel libro aperto, simbolo di sapienza e pace, risale ad un altro avvenimento mitico, il naufragio di san Marco nella laguna veneta</strong> e l’apparizione di un angelo con sembianze di leone che, anticipando il futuro, annunciava che un giorno proprio in quelle terre i resti dell’evangelista avrebbero trovato riposo. Manca nell’iscrizione la seconda parte della frase, che rende tutto più chiaro: <em>«Hic requiescet corpus tuum»</em>.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>Le 6 code, o fiamme, rappresentano i 6 sestrieri di Venezia e vennero concepite per preservare l’integrità della bandiera stessa</strong>: mosse sulle piazze o sui pennoni delle navi mercantili, dissipavano la forza del vento e preservavano l’integrità della parte centrale del vessillo, dove era ricamato il leone dorato. In caso di rottura, le code potevano essere semplicemente ricucite alla bandiera.</p>
<div id="attachment_2198" style="width: 358px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/veneto_spada.png"><img class="wp-image-2198" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/veneto_spada-300x155.png" alt="veneto_spada" width="348" height="180" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera della Serenissima &#8211; versione con spada e libro chiuso</p></div>
<div id="attachment_2197" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/veneto_libro.gif"><img class="wp-image-2197 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/veneto_libro-300x180.gif" alt="veneto_libro" width="300" height="180" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera della Serenissima &#8211; versione con libro aperto</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_2210" style="width: 190px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Venezia-Stemma.png"><img class="wp-image-2210 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Venezia-Stemma-180x300.png" alt="Venezia-Stemma" width="180" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Stemma della città di Venezia con il leone in mołéca</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">Le rappresentazioni del leone nel corso dei secoli sono molteplici. Quella classica utilizzata per statue, bandiere e gonfaloni è il<strong> leone <em>andante</em></strong>, con il corpo rappresentato nella sua interezza. Si distinguono principalmente due versioni, una con il leone che sostiene il libro con l’iscrizione, un’altra dove invece il libro è chiuso e il leone stringe una spada, simbolo di forza e giustizia. E’ opinione comune che quest’ultima fosse la bandiera della Serenissima in periodo di guerra, tesi affascinante che però non trova alcun riscontro storico. Più probabile che si trattasse della bandiera utilizzata nelle zone di confine che sottostavano a un particolare regime di esenzione fiscale e dove il controllo di Venezia non era ancora saldo. Altra rappresentazione, a quanto pare la più antica, è quella del <strong>leone in <em>mołéca</em></strong>, ossia racchiuso in un tondo, rappresentato frontalmente e accovacciato, con le ali aperte a mo’ di coda di pavone. Questa versione era coniata sulle monete per ragioni di spazio e prende il suo nome dai granchi della laguna, cui la prospettiva delle ali riconduceva. Infine il<strong> leone <em>rampante</em></strong>, rappresentato di profilo, ritto sulle zampe posteriori. Durante i secoli, di pari passo all’aumento del prestigio della Serenissima nell’Italia settentrionale, venne modificata la raffigurazione del leone <em>andante</em>: non più volto verso l’Adriatico, lo <em>“Stato da Mar”</em>, bensì con le zampe anteriori saldamente fissate sulla terraferma, per sottolineare il dominio sullo <em>“Stato da Tera”</em>. In alcuni casi sui gonfaloni vennero aggiunti anche torri e mura delle città dominate.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">I domini veneziani per mare sono oggigiorno solamente un ricordo: il leone non bagna più le zampe posteriori nell’acqua del mare, ma poggia saldo sulla terraferma nella Pianura veneta. La storia, anche e soprattutto attraverso una bandiera, resta una testimonianza importante per capire cos’è il <em>popolo veneto</em> e cosa si può fare al giorno d’oggi per valorizzarne al meglio il patrimonio culturale. Da parte mia, auguri a tutti i veneti!</p>
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]]></content:encoded>
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		<title>La Nuova Russia, stato ribelle autoproclamato</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Feb 2015 14:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pasquin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalla mezzanotte di domenica vige in Ucraina orientale il cessate il fuoco stabilito dagli accordi della conferenza di Minsk della scorsa settimana. Nella migliore delle ipotesi si arriverà ad uno stop della guerra civile che da quasi un anno segna la regione del Donbass, mentre una risoluzione definitiva delle questioni politiche tra Ucraina e Russia è ancora distante. Le testate di informazione quasi sempre descrivono le parti in causa parlando di forze governative e forze pro-russe ribelli. Dietro ai cosiddetti rivoltosi non si nascono semplicemente terroristi (così sono infatti definiti dal governo di Kiev) o gruppi isolati, ma si cela]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="JUSTIFY"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>alla mezzanotte di domenica vige in Ucraina orientale il cessate il fuoco stabilito dagli accordi della conferenza di Minsk della scorsa settimana. Nella migliore delle ipotesi si arriverà ad uno stop della guerra civile che da quasi un anno segna la regione del Donbass, mentre una risoluzione definitiva delle questioni politiche tra Ucraina e Russia è ancora distante.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Le testate di informazione quasi sempre descrivono le parti in causa parlando di <em>forze governative</em> e <em>forze pro-russe ribelli</em>. <strong>Dietro ai cosiddetti rivoltosi non si nascono semplicemente terroristi (così sono infatti definiti dal governo di Kiev) o gruppi isolati, ma si cela in realtà una nazione che ha dichiarato la propria indipendenza</strong>. Qualche bandiera può tornare utile per comprendere meglio la situazione.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">È ormai chiaro cosa è accaduto in Crimea a marzo dello scorso anno, quando le truppe russe hanno invaso la penisola con lo scopo di proteggere la popolazione russofona e hanno traghettato le proteste verso il referendum che ha sancito l’indipendenza della regione e la sua annessione alla Federazione Russa.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">In Ucraina orientale il copione è stato simile, con le prime rivolte popolari e l’occupazione di edifici governativi da parte dei filo-russi ad aprile, contrastate da un’offensiva militare ucraina. Anche qui, <strong>tramite due referendum svoltisi l’11 maggio (entrambi non riconosciuti dal governo centrale e dai partner occidentali), con vittoria bulgara del Sì è stata sancita l’indipendenza dei due oblast’ di Donetsk e Lugansk, autoproclamatisi due Repubbliche popolari autonome</strong>.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">La bandiera della Repubblica popolare di Donetsk è un tricolore con bande orizzontali nera, blu e rossa. I colori si ispirano rispettivamente al carbone del Donbass (importante regione mineraria) e al mar Nero, all’acqua e alla libertà. Sulla bandiera sono apposti anche lo stemma della repubblica (un’aquila bicipite tanto cara all’araldica slava) e l’iscrizione <em>Doneckaja Narodnaja Respublika</em> (Repubblica Popolare di Donetsk).</p>
<p>La bandiera della Repubblica Popolare di Lugansk è quasi identica, non prevede però nella sua versione attuale (ufficializzata a fine novembre) né la presenza dello stemma repubblicano, né l’iscrizione con il nome ufficiale. Le bande orizzontali sono color ciano, blu e rosso, ispirate ai colori panslavi della bandiera russa e al color ciano dello stemma cittadino di Lugansk.</p>
<div id="attachment_1795" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Lugansk.png"><img class="wp-image-1795 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Lugansk-300x199.png" alt="Bandiera_Lugansk" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera della Repubblica Popolare di Lugansk</p></div>
<div id="attachment_1794" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Donetsk.png"><img class="wp-image-1794 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Donetsk-300x199.png" alt="Bandiera_Donetsk" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera della Repubblica Popolare di Donetsk</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">Già fine maggio<strong> le due repubbliche si sono fuse creando la Federazione delle Repubbliche Popolari, cui ci si riferisce abitualmente con il nome di Nuova Russia (Novoróssija)</strong>. Nuova Russia non è banalmente un termine nazionalista per rivendicare la propria appartenenza alla sfera russa piuttosto che a quella ucraina, bensì un diretto riferimento alla regione storica della Nuova Russia, conquistata e slavizzata dai russi nel XVIII secolo, prima in mano agli ottomani e al Khanato di Crimea e a maggioranza tatara. La regione storica (cui corrispondono le odierne rivendicazioni degli indipendentisti) si estendeva non solo sulla parte orientale dell’Ucraina, bensì su tutta la costa settentrionale del Mar Nero, comprendendo anche altre aree russofone, come l’oblast’ di Odessa, e arrivando a lambire i confini dell’attuale Transnistria (altra nazione filo-russa autoproclamata ormai da più di vent’anni).</p>
<div id="attachment_1800" style="width: 430px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/pic_39fe5d94ee7a734ca9e37977782d8758.jpg"><img class="wp-image-1800 size-full" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/pic_39fe5d94ee7a734ca9e37977782d8758.jpg" alt="pic_39fe5d94ee7a734ca9e37977782d8758" width="420" height="280" /></a><p class="wp-caption-text">Ucraina e Nuova Russia</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">La Nuova Russia è stata finora riconosciuta ufficialmente solo dall’Ossezia del Sud (a sua volta riconosciuta solo da un pugno di Stati nel mondo). I ribelli inizialmente hanno utilizzato per identificarsi non solo le bandiere di Donetsk e Lugansk, bensì anche altri vessilli: la bandiera sovietica, la bandiera della Federazione Russa e il nastro di S. Giorgio (strisce nero-arancio, simbolo russo d’identità militare). Il processo di scelta di una bandiera ufficiale sotto cui riconoscersi è stato lanciato da Pavel Gubarev, governatore di Donetsk, a fine maggio, concretizzandosi ad inizio luglio con una votazione online tra 11 alternative sul portale <em>Novorossija</em>.<strong> La proposta più gettonata era quella di una bandiera con una croce di S. Andrea azzurra bordata di bianco su sfondo rosso</strong>, che sfrutta vari rimandi alla tradizione russa: lo sfondo rosso riprende il vessillo della vittoria sovietica fatto sventolare sul Reichstag nella Berlino capitolata, mentre la croce è ispirata alla bandiera della marina militare russa ed è presente anche nello stemma della flotta di Sebastopoli.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Ad agosto il portavoce del parlamento nuovo-russo Oleg Tsarëv ha presentato ufficialmente <strong>la bandiera scelta dalle autorità, che non è quella appena descritta, bensì un tricolore a bande orizzontali bianca, gialla e nera, versione capovolta del vessillo imperiale della dinastia degli zar Romа́nov</strong>. La scelta dei colori è un riferimento storico diretto alla Nuova Russia di epoca ottocentesca, conquistata e slavizzata proprio sotto il comando della famiglia Romа́nov. Un’interpretazione non ufficiale vuole anche che il bianco stia per la purezza delle idee e dei principi della federazione, il giallo per i campi dorati di Lugansk e il nero per le miniere del Donbass.</p>
<div id="attachment_1802" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Nuova_Russia_guerra.png"><img class="wp-image-1802 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Nuova_Russia_guerra-300x199.png" alt="Bandiera_Nuova_Russia_guerra" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera di guerra della Nuova Russia</p></div>
<div id="attachment_1801" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Nuova_Russia.png"><img class="wp-image-1801 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/Bandiera_Nuova_Russia-300x199.png" alt="Bandiera_Nuova_Russia" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera civile della Nuova Russia</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY"> La bandiera con la croce di S. Andrea è stata contestualmente adottata come vessillo di guerra ed è sfoggiato sulle toppe militari dell’esercito (come in foto di copertina), risultando comunque ben più popolare di quella civile. L’apparente somiglianza con la bandiera degli Stati Confederati d&#8217;America è meramente una curiosa analogia, senza alcun riferimento diretto.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Alla conferenza di Minsk, alle spalle dei rispettivi leader, erano presenti solo le bandiere di Bielorussia, Russia, Germania, Francia e Ucraina, con i rappresentanti ribelli ad attendere nelle retrovie. <strong>È lecito aspettarsi la bandiera della Nuova Russia alla prossima conferenza?</strong></p>
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		<title>Quirinale senza bandiera</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 11:15:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pasquin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da due settimane ormai il pennone del palazzo del Quirinale è vuoto, così come vuota è la poltrona presidenziale, in attesa della convocazione del Parlamento in seduta comune. Tra qualche giorno tutto tornerà alla normalità, analisi politiche riempiranno i giornali e strascichi polemici occuperanno i talk-show televisivi a seguito del discorso del nuovo Presidente. Proprio in questo momento, mentre regna ancora il silenzio prima della battaglia e mentre i nomi sono tanti e le certezze poche, possiamo prenderci due minuti ed apprezzare ciò che di sicuro metterà tutti d’accordo: la bandiera presidenziale. Lo stendardo attuale è stato adottato ufficialmente con]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="JUSTIFY"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a due settimane ormai <strong>il pennone del palazzo del Quirinale è vuoto</strong>, così come vuota è la poltrona presidenziale, in attesa della convocazione del Parlamento in seduta comune. Tra qualche giorno tutto tornerà alla normalità, analisi politiche riempiranno i giornali e strascichi polemici occuperanno i talk-show televisivi a seguito del discorso del nuovo Presidente.<br />
Proprio in questo momento, mentre regna ancora il silenzio prima della battaglia e mentre i nomi sono tanti e le certezze poche, possiamo prenderci due minuti ed <strong>apprezzare ciò che di sicuro metterà tutti d’accordo: la bandiera presidenziale</strong>.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Lo stendardo attuale è stato adottato ufficialmente con la pubblicazione del decreto presidenziale sulla Gazzetta Ufficiale il 9 ottobre 2000 con la firma dell’allora presidente Carlo Azeglio Ciampi e presentato il 4 novembre successivo. È lo stesso decreto ad indicare le caratteristiche della nuova bandiera: <em>&#8220;di rosso, bordato d&#8217;azzurro, al grande rombo appuntato ai lembi, di bianco, caricato dal carello di verde appuntato ai margini del rombo, esso carello sopraccaricato dall&#8217;emblema della Repubblica italiana d&#8217;oro&#8221;</em>.</p>
<div id="attachment_1430" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Bandiera_Presidente_2000.png"><img class="size-medium wp-image-1430" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Bandiera_Presidente_2000-300x300.png" alt="Bandiera presidenziale - versione 2000" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera presidenziale &#8211; versione 2000</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>La bandiera si ispira a quella adottata dalla prima Repubblica Italiana</strong>, stato satellite sotto il potere di Napoleone, nato sulle ceneri della Repubblica Cisalpina nel 1802 e trasformatosi nel Regno d’Italia in concomitanza con l’incoronazione di Bonaparte nel 1805. La bandiera riprendeva allora i colori della Repubblica Cispadana, verde, bianco e rosso, ma li rielaborava in un disegno geometrico a quadri, pressoché identico all’attuale bandiera del presidente della Repubblica. La versione presidenziale del 2000 riprende questo stile, simbolo evidentemente del Risorgimento nazionale, e vede aggiunto lo stemma repubblicano in oro e il quadrato azzurro nella parte esterna, riferimento alle Forze Armate di cui è Capo il Presidente.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Lo stendardo del Presidente non viene utilizzato solamente presso la sua residenza romana ma, come spiega il sito del Quirinale, è <em>“il segno distintivo della presenza del Capo dello Stato e segue perciò il Presidente della Repubblica in tutti i suoi spostamenti”</em>, trovando posto su automobili, aeroplani e navi, nelle prefetture e negli incontri ufficiali durante visite nazionali e internazionali. Allo stesso modo, <strong>durante il periodo di vacanza lo stesso viene ammainato e sostituito da quello del Presidente della Repubblica supplente sul pennone di Palazzo Giustiniani</strong>, dove si trova l’ufficio di rappresentanza del Presidente del Senato. La bandiera del supplente è bianca con cornice azzurra e con l’emblema repubblicano argentato e venne introdotta nel 1986 dall’allora presidente Francesco Cossiga.</p>
<div id="attachment_1432" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Bandiera_Presidente_Supplente.png"><img class="size-medium wp-image-1432" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Bandiera_Presidente_Supplente-300x300.png" alt="Bandiera del Presidente supplente (1986)" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Bandiera del Presidente supplente (1986)</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>La versione attuale dello stendardo presidenziale è solo la quarta in ordine di tempo</strong>. In origine, nel 1948, non vi era alcuna indicazione normativa sulla bandiera presidenziale e la consuetudine era quella di utilizzare la bandiera italiana. Solo nel 1965 venne scelta la prima versione ufficiale da Giuseppe Saragat: un quadrato azzurro con lo stemma repubblicano in oro, colori simboleggianti il comando e il valore e tratti dalla tradizione militare italiana. Tra le altre proposte venne scartata l’idea di una bandiera italiana con il simbolo repubblicano sulla banda bianca, troppo simile alla bandiera messicana. La prima modifica avvenne nel 1990, quando il Presidente Francesco Cossiga introdusse una nuova versione, sempre quadrata, con il tricolore bordato d’azzurro. Questa ebbe vita breve, venendo modificata già nel 1992 con la terza versione, che ripristinava il modello del 1965, con l’eccezione dello stemma dorato di dimensioni minori. Motivo della sostituzione di quest’ultima versione nel 2000, tra gli altri, è stata la somiglianza eccessiva alla bandiera dell’Unione Europea, anch’essa accanto alla bandiera nazionale sul campanile del Quirinale.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>L’araldica presidenziale non si scorda</strong>, infine, <strong>nemmeno dei presidenti emeriti della Repubblica</strong> (nonché senatori a vita), con un’insegna speciale introdotta nel 2001, dove ritorna lo stile geometrico: un quadrato bianco centrale, racchiuso da triangoli verdi e rossi ai quattro angoli, sormontato dalle iniziali “RI” (Repubblica Italiana”) e da una corona dorata.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Ora non ci resta altro che attendere la fumata bianca per assistere, con il naso all’insù, al prossimo alzabandiera.</p>
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		<title>Malaysia, non solo incidenti aerei</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jan 2015 17:38:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pasquin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è chiuso il 2014, anno che verrà probabilmente ricordato come uno dei più nefasti tra quelli passati dalla Malaysia che, pensandola in termini di country-of-origin effect, si è vista affibbiare un’immagine non certo positiva in campo internazionale. Sono stati infatti tre i voli di compagnie aeree malaysiane a finire dispersi in seguito a sciagure nell’ultimo anno solare, uno abbattuto dalla guerriglia nel Donbass, due precipitati in mare tra Oceano Indiano e Indonesia. Per recuperare l’immagine di questo paese che fare se non parlare della sua splendida bandiera? Innanzitutto una precisazione: leggere Malaysia o malaysiano può sembrare un inutile esercizio]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="JUSTIFY"><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>i è chiuso il 2014, anno che verrà probabilmente ricordato come uno dei più nefasti tra quelli passati dalla Malaysia che, pensandola in termini di <em>country-of-origin effect</em>, si è vista affibbiare un’immagine non certo positiva in campo internazionale. <strong>Sono stati infatti tre i voli di compagnie aeree malaysiane a finire dispersi in seguito a sciagure nell’ultimo anno solare</strong>, uno abbattuto dalla guerriglia nel Donbass, due precipitati in mare tra Oceano Indiano e Indonesia. Per recuperare l’immagine di questo paese che fare se non parlare della sua splendida bandiera?</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Innanzitutto una precisazione: leggere Malaysia o malaysiano può sembrare un inutile esercizio linguistico, ma è effettivamente necessario. Questo perché <strong>la Malesia non è la Malaysia</strong> (a volte italianizzato anche in Malaisia), così come con Inghilterra non si indica la Gran Bretagna e con America non si intendono solo gli Stati Uniti d’America.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Geograficamente parlando<strong> il termine Malesia ha diverse accezioni geografiche</strong> e può essere, in base al contesto, l’intera penisola di Malacca, la parte meridionale della stessa o un arcipelago corrispondente alla cosiddetta “Insulindia” (si veda “I Pirati della Malesia” di Salgàri). <strong>Malese sono, quindi, sia l’etnia autoctona, sparsa tra Malacca, Borneo e Sumatra, sia l’idioma da essa parlato.</strong></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>Malaysia è invece la nazione federale nata nel 1963</strong> dall’unione della già costituita Federazione Malese, indipendente dal 1957, e degli ex domini britannici del Sarawak, del Borneo settentrionale e di Singapore (quest’ultimo diverrà una città stato indipendente due anni dopo). Il nuovo stato comprendeva (e comprende tutt’oggi), oltre al gruppo predominante di malesi, anche altri gruppi etnici minoritari, cinesi e indiani su tutti. Per l’occasione <strong>il termine inglese <em>malay</em> (malese) venne sostituito con il nuovo <em>malaysian </em>(malaysiano), che assunse un’accezione politicamente corretta e non discriminante dal punto di vista etnico. </strong></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>La bandiera della Malaysia odierna pare la copia spudorata della bandiera statunitense (e non americana, se avete imparato qualcosa) e forse in parte lo è</strong>. Fu adottata nel 1963 alla nascita della nazione, modificando leggermente la bandiera già esistente della Federazione Malese. Le strisce orizzontali alternate rosse e bianche, tutte di uguale larghezza, sono quattordici e rappresentano l’uguaglianza tra i 13 soggetti federali e il governo centrale, mentre il rettangolo blu in alto a sinistra rappresenta l’unità delle genti malaysiane (e non semplicemente malesi, abituatevi). Al suo interno una stella a quattordici punte sta a sottolineare l’unità degli stati malaysiani e del governo centrale, mentre la mezzaluna crescente non può che simboleggiare l’islam, che è religione di Stato. Novità rispetto agli abbinamenti cromatici stars-and-stripes è il colore giallo dei simboli, ispirato a quello della famiglia reale.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>Il design della bandiera trae origine da un concorso indetto in concomitanza con la creazione della Federazione Malese come protettorato britannico nel 1949</strong>: la proposta risultata vincitrice fu quella del giovane architetto Mohamed Hamzah, corrispondente alla bandiera odierna salvo il diverso numero delle strisce (undici) e delle punte della stella (cinque secondo il progetto originale, diventate fin da subito undici per evitare qualsiasi analogia con l’Unione Sovietica). <strong>L’idea di Hamzah sembra sì fortemente ispirata alla bandiera degli Stati Uniti, innegabile simbolo di libertà nel mondo dell’epoca, ma risente soprattutto di influssi ben più vicini a quelli oltreoceano</strong>: il blu è un diretto riferimento al colore del Commonwealth, di cui la Malaysia fa ancora parte, mentre le strisce rosse e bianche affondano le loro radici nella bandiera della Compagnia britannica delle Indie Orientali, che proprio sulle coste della Malesia (sì, questa volta proprio nella sua accezione più vasta di zona geografica) aveva le sue basi.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Fortunatamente bastano poche righe e qualche disquisizione linguistica e vessillologica per scordare il nefasto 2014 e brindare ad un 2015 più fortunato per tutti i malaysiani – e per i passeggeri delle loro compagnie aeree.</p>
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		<title>Così vicini, così lontani</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jan 2015 14:32:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pasquin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vagabondando per Berlino capita ancora di scorgere, qua e là, qualche bandiera della DDR, la vecchia Germania Est. Ormai da ventiquattro anni non è più usata ufficialmente visto lo scioglimento della repubblica democratica, ma continua ad essere nei cuori di molti cittadini, tra ricordo e nostalgia. Si tratta di uno dei casi (per i prossimi basta scendere di qualche riga) in cui la frammentazione dovuta all&#8217;ideologia politica ha portato alla creazione di nazioni contrapposte, in cui proprio l&#8217;ideologia ha giocato un ruolo centrale nella definizione della bandiera di Stato. Il caso della Germania è del tutto particolare, visto che alla]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " align="JUSTIFY"><span title="V" class="cap"><span>V</span></span>agabondando per Berlino capita ancora di scorgere, qua e là, qualche bandiera della DDR, la vecchia Germania Est. Ormai da ventiquattro anni non è più usata ufficialmente visto lo scioglimento della repubblica democratica, ma continua ad essere nei cuori di molti cittadini, tra ricordo e nostalgia. Si tratta di uno dei casi (per i prossimi basta scendere di qualche riga) in cui la frammentazione dovuta all&#8217;ideologia politica ha portato alla creazione di nazioni contrapposte, in cui proprio <strong>l&#8217;ideologia ha giocato un ruolo centrale nella definizione della bandiera di Stato</strong>.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Il caso della Germania è del tutto particolare, visto che alla creazione di due nazioni tedesche distinte ed ideologicamente opposte, i ben noti Ovest filoamericano ed Est filosovietico, non si accompagnò l&#8217;adozione di due bandiere differenti. <strong>Nei primi anni della loro esistenza entrambe le Germanie adottarono i colori tedeschi patriotticamente più sentiti, ovvero quella combinazione di nero, rosso ed oro che si era prima imposta durante le rivolte ottocentesche e aveva poi infiammato la popolazione nel percorso verso la Repubblica di Weimar</strong>.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Da parte orientale era però sentita la necessità (non tanto del popolo, quanto più della classe dirigente) di distinguersi nettamente da quell&#8217;Ovest definito sprezzatamente “capitalista” e addirittura “fascista”, modificando il proprio vessillo e apponendo ciò che più di tutti l&#8217;avrebbe identificato, ovvero <strong>uno stemma modello sovietico che contenesse in sé l&#8217;essenza della società socialista: il martello della classe operaia, il compasso dell&#8217;intelligencija e le corone di spighe dei contadini</strong>. Fu questo simbolo a marcare, vessillologicamente parlando, la differenza tra due nazioni, due società, due mondi opposti fino alla caduta del muro di Berlino, che abbiamo festeggiato giusto qualche mese fa. A cavallo della riunificazione tedesca tra 1989 e 1990 la protesta contro il regime socialista trovava giustamente spazio anche sulle bandiere che venivano sventolate nell&#8217;allora Berlino Est, dove lo stemma socialista al centro della bandiera veniva tagliato con le forbici e, al suo posto, <strong>un semplice buco dava ad indendere l&#8217;imminente ritorno all&#8217;unità</strong>.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Germania-Ovest.png"><img class="aligncenter wp-image-687 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Germania-Ovest-300x180.png" alt="Germania Ovest" width="300" height="180" /></a>    <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Germania-Est.png"><img class="aligncenter wp-image-688" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Germania-Est-300x180.png" alt="Germania Est" width="300" height="180" /></a></p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Spostandoci fuori dall&#8217;Europa si trovano altre situazioni dove l&#8217;ideologia ha giocato un ruolo di primo piano nella scelta dei vessilli nazionali. Un esempio ancor oggi nei libri di geografia è quello del Vietnam, che sfoggia un&#8217;iconica bandiera rossa con una stella gialla a cinque punte. Inutile spiegare la scelta dei colori e del simbolo, ma non vorrei che qualcuno, ingenuamente, passi oltre: <strong>il rosso rappresenta la rivoluzione socialista, la grande stella gialla sta invece per il ruolo centrale del partito comunista, attraverso le cinque “punte” della società</strong> (contadini, operai, intellettuali, giovani e soldati).</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Un&#8217;ideologia condivisa da tutta la popolazione e un rosso socialista che abbraccia tutto il paese. Oggi, forse, dopo che i combattenti comunisti di Ho Chi Minh assunsero il controllo di tutta la nazione alla fine della guerra, ma non fino al 1975. <strong>Fino alla fine della resistenza filoamericana nel Vietnam del Sud, sventolava a Saigon uno stendardo più consono alla tradizione vietnamita</strong>: giallo lo sfondo, colore della famiglia imperiale di inizio ottocento e della prima bandiera unitaria di fine secolo, rosse le tre bande centrali, che varie interpretazioni ricollegano al trigramma che indica il “sud” (quale è in effetti il Vietnam rispetto al mondo cinese), al sangue dei vietnamiti e alle tre regioni di cui è composto il Paese (nord, centro e sud). La bandiera attualmente non è più utilizzata ufficialmente, ma mantiene il suo significato politico tra i vietnamiti emigrati (soprattutto negli Stati Uniti) in disaccordo con l&#8217;eredità comunista del Vietnam odierno.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Vietnam-del-NOrd.png"><img class="aligncenter wp-image-691 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Vietnam-del-NOrd-300x199.png" alt="Vietnam del NOrd" width="300" height="199" /></a>   <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Vietnam-del-Sud.png"><img class="aligncenter wp-image-692 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Vietnam-del-Sud-300x199.png" alt="Vietnam del Sud" width="300" height="199" /></a></p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Chiudendo questa breve carrellata è impossibile non nominare le due repubbliche coreane, un esempio più che mai attuale. La Corea (come la Germania) venne divisa nel 1945 in due zone d&#8217;influenza, una americana e l&#8217;altra sovietica, trasformatesi poi in due nazioni distinte.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a><strong>Ad ereditare la bandiera “storica” della Corea, già adottata ufficialmente nel 1883, fu la neonata Corea del Sud</strong>. Il significato della bandiera si rifà direttamente alla teoria orientale dello yin yang, simbolo che comprende al suo interno tutti gli elementi del mondo. Yang (la parte rossa) rappresenta gli elementi positivi, yin (la parte blu) rappresenta gli elementi negativi. Unendosi in questo vortice idealmente infinito (che a dir la verità nella versione ottocentesca della bandiera era ancora più pronunciato) questi due opposti vogliono rappresentare la totalità degli elementi del mondo, in lotta tra loro, ma allo stesso tempo in armonia. A contorno i quattro trigrammi agli angoli della bandiera, che rappresentano i quattro elementi (in senso orario partendo dall&#8217;alto: cielo, acqua, terra e fuoco). Tutto ciò adagiato su uno sfondo completamente bianco, simbolo della pace e della purezza del popolo coreano.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>Il riferimento al bianco e alla purezza delle genti coreane è presente anche nella bandiera dell&#8217;altra Corea, quella settentrionale, che si è tuttavia allontanata dall&#8217;impostazione storica e, pure in questo caso, ha sviluppato una variante in stile socialista</strong>. Due strisce orizzontali blu rappresentano il desiderio di pace del popolo (nord) coreano, mentre la larga fascia rossa centrale indica la via al socialismo intrapresa sotto la guida di Kim Il-sung. Oltre alle sottili strisce bianche, che come accennato rimandano ai tradizionali valori e ideali coreani, il cerchio bianco, leggermente spostato sulla sinistra, pare essere una citazione del simbolo yin e yang, opportunamente prestato alla causa socialista ospitando una stella rossa a cinque punte, che testimonia il ruolo di guida del Partito dei Lavoratori verso la creazione della società socialista. A Pyongyang questa bandiera sventola ancora alta sul pennone&#8230; ma per quanto tempo ancora?</p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><img class="aligncenter wp-image-689" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Corea-del-Sud-300x199.png" alt="Corea del Sud" width="300" height="199" />  <img class="aligncenter wp-image-690" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Corea-del-Nord-300x150.png" alt="Corea del Nord" width="300" height="150" /></p>
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		<title>Una bandiera per dire buon Natale</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Dec 2014 14:32:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pasquin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Scordatevi per un attimo il rosso e il bianco del Babbo Natale della Coca Cola, concentratevi più che altro sul colore vivo della specie endemica di “granchio rosso”. Scordatevi gli abeti a punta e pensate piuttosto all&#8217;umida foresta pluviale. Sostituite le paglia del presepe con della sabbia dorata. Ecco l&#8217;atmosfera più adatta per introdurre l&#8217;isola del Natale, situata al largo della costa di Giava, amministrata come territorio dall&#8217;Australia, salvata dalla mano dell&#8217;uomo grazie al suo isolamento (e forse Babbo Natale preferirebbe passare gli inverni qui, piuttosto che in Lapponia&#8230;). L&#8217;isola è stata avvistata per la prima volta e battezzata dal]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " align="JUSTIFY"><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>cordatevi per un attimo il rosso e il bianco del Babbo Natale della Coca Cola, concentratevi più che altro sul colore vivo della specie endemica di “granchio rosso”. Scordatevi gli abeti a punta e pensate piuttosto all&#8217;umida foresta pluviale. Sostituite le paglia del presepe con della sabbia dorata. Ecco l&#8217;atmosfera più adatta per introdurre <b>l&#8217;isola del Natale</b>, situata al largo della costa di Giava, amministrata come territorio dall&#8217;Australia, salvata dalla mano dell&#8217;uomo grazie al suo isolamento (e forse Babbo Natale preferirebbe passare gli inverni qui, piuttosto che in Lapponia&#8230;). <b>L&#8217;isola è stata avvistata per la prima volta e battezzata dal capitano di una nave inglese giusto il giorno di Natale del 1643 e non si deve confondere con la Christmas Island delle Kiribati a migliaia di kilometri di distanza, scoperta anch&#8217;essa il giorno di Natale (o meglio, alla vigilia), ma solo ben più tardi, nel 1779, dal celebre James Cook.</b></p>
<p align="JUSTIFY">Sul pennone del piccolo aeroporto dell&#8217;isola sventola oggi la bandiera ufficiale, adottata per legge solo in concomitanza con l&#8217;Australia Day del 2002, ma riconosciuta come bandiera dell&#8217;isola già dagli anni &#8217;80. La bandiera è stata scelta tra ben 69 proposte attraverso un concorso indetto dall&#8217;assemblea dell&#8217;isola ad inizio 1986. Ad aggiudicarsi il premio in denaro di 100 $ australiani e la gloria degli isolani fu il sig. <b>Tony Couch</b>, australiano di Sydney, già ivi residente, impegnato nelle attività minerarie di estrazione del fosfato, attività principale della comunità.</p>
<p align="JUSTIFY"><b>La bandiera sfoggia i colori verde, blu e oro ed è chiaramente ispirata a quelle della Papua Nuova Guinea (nel design) e dell&#8217;Australia (nel concept).</b></p>
<p align="JUSTIFY">Ad illustrare la scelta dei colori, legata alla natura e alle caratteristiche dell&#8217;isola, è direttamente una nota della sua assemblea ufficiale. <b>Il triangolo blu di sinistra rappresenta il mare che racchiude l&#8217;isola, mentre il triangolo verde di destra ricorda la vegetazione che ricorpre interamente il territorio</b>, fatti salvi i pochi centri abitati, le poche strade e le poche miniere ancora in funzione. <b>All&#8217;interno del triangolo blu si trovano le stelle della croce del sud (a sette e a cinque punte), rimando alla sovranità australiana, mentre invece nel triangolo verde è disegnata la sagoma dorata di un Fetonte “fulvus”</b>, un uccello tra i simboli faunistici più popolari. <b>Nel centro esatto della bandiera un disco dorato, colore del fosfato, fa da sfondo alla rappresentazione in verde dell&#8217;isola.</b></p>
<p align="JUSTIFY">La fiamma di Torquemada è appena nata, ma in questa rubrica brucia già più delle calde spiagge di quest&#8217;isola&#8230;</p>
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