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	<title>Torquemada &#187; Arte</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Sul Feroce Saracino di Pietrangelo Buttafuoco</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2015 07:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea G. G. Parasiliti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci fu un tempo in cui, non curante dei controlli degli aereoporti, un cavaliere italiano che poi era un Leporello, una maschera italiota, fottendosene della drammatica scorreggia di stato, su un aereo, divenne turco e napoletano. Ed era Silvio Berlusconi che si arrestò (l’unica possibilità di vederlo arrestato) di fronte a una bella ragazza su un volo civile. La giovane leggeva intensamente un libro d’amore, e chiesto ragguaglio dal Cavaliere sul contenuto del volume, ella gli decantò il romanticismo partenopeo e l’araba impressione virile. E fu così che, per corteggiarla, le si presentò nei panni di Muhammed Esposito. Come Totò,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5490" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5491"><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>i fu un tempo in cui, non curante dei controlli degli aereoporti, un cavaliere italiano che poi era un Leporello, una maschera italiota, fottendosene della drammatica scorreggia di stato, su un aereo, divenne turco e napoletano. Ed era Silvio Berlusconi che si arrestò (l’unica possibilità di vederlo arrestato) di fronte a una bella ragazza su un volo civile. La giovane leggeva intensamente un libro d’amore, e chiesto ragguaglio dal Cavaliere sul contenuto del volume, ella gli decantò il romanticismo partenopeo e l’araba impressione virile. E fu così che, per corteggiarla, le si presentò nei panni di Muhammed Esposito. Come Totò, certamente, ma senza le forbici sul Fez, anzì con la scimitarra nelle mutande. </span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5498" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5499">Ma i tempi sono cambiati, agli occhi di chi non vede nell’Esteriore l’Interiore, e rimane ubriacato dalla Molteplicità. Ché i tempi non cambiano. A cambiare, semmai, è il Tempo.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5501" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5502">Con <em>il Feroce Saracino, La guerra dell’Islam</em>, Pietrangelo Buttafuoco, che è Giafar al-Siqilli (il Signore si compiaccia di lui), non ha scritto un testo, poi pubblicato da Bompiani a inizio aprile, ma ha seminato. Ed è tutto una semina dell’Ora Ultima, come d’altra parte, lui stesso avverte citando l’hadit del Profeta (su di lui la Pace), apposta come faro e dedica allo stesso tempo, in apertura del volume.</span></p>
<blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5505" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5504">“Se giunge l’Ora e qualcuno ha in mano un seme con l’intenzione di piantarlo, lo faccia”.</span></em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5507" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5508">Ed è il tempo di Sade, il nostro tempo. L&#8217;Età Oscura, quella in cui c&#8217;è come un impegno di scienza ad architettare la blasfemia. Il tempo in cui &#8220;Achille che umilia il corpo di Ettore trascinandone le spoglie sotto la città di Ilio compie quasi un atto di pietà&#8221; rispetto a ciò che succede, nel nostro tempo. E il sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che si vorrebbe fare erede di Abu Bakr, il primo dei califfi ben guidati, altro non è che un bestemmiatore della clemenza e della misericordia, che sono i primi due attributi di Allah e che troviamo nella prima Sura del Sacro Corano, nell&#8217;al- Fātiḥa, l&#8217;Aprente.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5510" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5511">Ora capitò che, aprendosi la porta di un ascensore, un giovane trovò un maestro. Lo Shaykh ‘Abd al-Wāhid Pallavicini, servo dell&#8217;Uno. Il giovane accompagnò, non conoscendolo, l&#8217;anziano in stampelle fino al suo posto, all&#8217;interno di una sala conferenze, nella quale, l&#8217;ospite, assieme a un monsignore e al rabbino di Milano, avrebbe parlato di Abramo, padre comune. Alla fine dell&#8217;incontro, lo Shaykh, si avvicinò, non senza difficoltà, al ragazzo e gli regalò un libro: A Sufi Master&#8217;s Message, In memoriam René Guénon. Il giovane capì.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5513" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5514">E in quel libro, scritto da questo barbuto signore, che divenne musulmano il 7 gennaio del 1951, mentre al Cairo si spegneva lo Shaykh Abd al-Wāhid Yahyā, conosciuto più semplicemente col nome di Guénon, per l&#8217;appunto, vi è scritto:</span></p>
<blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5517" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5516">«Per coloro che hanno familiarità con l&#8217;opera degli autori tradizionalisti o perennialisti &#8211; e principalmente con il filosofo francese René Guénon, [&#8230;] la prognosi è che viviamo alla fine di un ciclo temporale conosciuto come Kali Yuga o Età Oscura. Questa diagnosi, spesso contestualizzata nel primordiale ed eterno codice di condotta manifestato allo scaturire di questo ciclo temporale &#8211; il Sanatana Dharma della Tradizione Indù, culmina nella sua espressione equivalente al-Hikmat al-Khalidah o Din al-Qayyimah all&#8217;interno della Tradizione Islamica, l&#8217;ultima tradizione sapienziale rivelata di questo ciclo».</span></em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5520" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5519"><em>Il Feroce Saracino</em>, certo, nella sua forma esteriore è libro. E come tale ne parliamo. Irresponsabile è l’autore, afferma qualche giorno dopo, l’Elefantino, in un articolo dal titolo <em>Giafar, il Sottomesso</em>. E lo affermò con i più buoni propositi, forse spinto dall’insegnamento del maestro Ibn al Arabī, il quale nel secolo XIII dell’era volgare, nel suo <em>Libro dell’Estinzione nella Contemplazione</em>, scriveva che <em>«[&#8230;] quando ci si ritrova un libro che tratta di una scienza che si ignora e di cui non si è percorso il cammino, è opportuno non aprirlo, riconsegnandolo nelle mani di coloro che sanno, senza sentirsi tenuti a credere o non credere al suo contenuto, o persino a parlarne».</em> Ma il rischio intravisto da Ferrara è presto scongiurato, giacché più volterrianamente possiamo affermare che si possa scrivere di tutto tanto il popolo non legge&#8230; Ché se per sei giorni lavora (chi il lavoro ce l’ha) il settimo lo passa all’osteria. Chi il lavoro non ce l’ha, all&#8217;osteria ci passa tutta la settimana.</span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: center"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5519"> <img class="alignnone size-medium wp-image-2720" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Il-feroce-saracino-201x300.png" alt="Il feroce saracino" width="201" height="300" /></span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5522" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5523">Anzi, nei nostri giorni, vi è qualcosa di più tragico e goffo&#8230; I lettori, (li vogliamo chiamare ancora così? o forse sarebbe meglio dire i commentatori di oggi), quelli dei giornali 2.0, si inscrivono perfettamente dentro il paradigma disegnato da Geert Lovink, il design dell’interazione nei blog e nei social network, secondo il quale <em>«nella nostra era dell’autorappresentazione, spesso i commenti non hanno un legame diretto con il testo e l’opera d’arte in questione. L’atto di rispondere non cerca il dialogo con l’autore [&#8230;] Con un misto di espressioni gergali, slogan tipo inserzioni pubblicitarie e giudizi incompiuti, gli utenti mettono insieme frasi e battute ascoltate o lette in giro. Chiacchiericcio non è il termine giusto. Quel che prende forma è il disperato tentativo di essere ascoltati, di avere un impatto e di lasciare un segno».</em></span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">E dimostrazione eloquente di ciò, sono quei chiosatori, interpreti e postillatori, che attaccarono il Feroce Saracino sul Foglio, pur ammettendo di non averlo mai letto.</p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5531" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5530">Certo, qualcuno potrebbe ricordarci di Nanà, di Leonardo Sciascia, il quale parlando del pittore del Diavolo con gli Occhiali di Todo Modo, avvertiva bene che di uno che si chiama Buttafuoco non bisogna fidarsi mai, che lo stesso nome è impostura per definizione, dai tempi di Andreuccio da Perugia. Ma noi non diamo credito a Buttafuoco, ci mancherebbe, ma a Giafar, il siciliano.</span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5528" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5527">E Giafar è memore, come chi scrive, della geografia di al-Idrisi, ché passeggiavamo assieme, un tempo, in quel granaio divenuto giardino d’agrumi ornamentali, ed è forse anche lui convinto, contrariamente a Nanà, che il Padreterno non ci avesse voluto fregare facendoci nascere sull’Isola. Ma forse, quello che scrisse Sciascia in <em>Nero su nero</em>, valeva l’altrieri, non oggi, ché se un siciliano si riappropria della propria essenza è bello e pronto per vivere nel Caos del mondo contemporaneo, nel post moderno, nel villaggio globale, e trova le coordinate spazio-temporali assai più facilmente del Duca d’Auge di Queneau, il quale, mischino, si svegliava al mattino e, se non si metteva in cima al suo torrione, non sapeva in che secolo fosse. Poiché, in fondo, la nostra Siqilliyya, villaggio globale lo è sempre stato. E Giufà, minchione com’è, ne è testimonianza, che ce lo ritroviamo pure in Turchia e nei Balcani. </span></p>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5525" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5524">E quindi la Sicilia come teatro galleggiante, e come metafora del mondo, è sempre viva e continua, inconsapevolmente, a rappresentarsi. Perché il teatro, direbbe Carmelo Bene, non sa che cos’è il teatro. E forse questo ha concorso, più volte, nel far scrivere il nostro Giafar al modo del Teatro dei Pupi, oggi come ieri, dalle Uova del Drago alla Buttanissima Sicilia. </span></p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">Quando scrive Giafar, è più dolce dello zucchero e più amaro del fiele, e sarà forse l’ascendenza Sufi a dare alla sua persona, e alla sua scrittura questo connotato. Potremmo ricordare infatti quello che scriveva Al-Arabī ad-Darqāwī, del suo maestro ’Alì al-Jamal:</p>
<blockquote>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify"><em>«Era a un tempo sconfinato e angusto, dolce e rude, forte e debole, ricco e povero; era un oceano senza sponde».</em></p>
</blockquote>
<p id="yui_3_16_0_1_1432625160995_5538" class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: justify">E Giafar, il mare e l’oceano li conosce bene, che si è fatto erede di quel messinese che si fece turco, quello del Lupo e la luna, uno dei pochissimi esempi di uomini di mare siciliani ricordati da Sciascia, nel suo <em>Rapporto sulle coste dell’Isola</em>. Mentre i siciliani, e pian piano, anche gli italioti e via via l’Occidente tutto, ché anche l’acqua come le palme va sempre salendo, quando si trovano di fronte al mare, non vedono il mare eterno, colore del vino e del sangue, ma la sabbia. E non è quella del deserto, popolato dai demoni, ma quella dei castelli dei fanciulli, nella quale nascondere la testa.</p>
<p class="yiv8977973687MsoNormal" style="text-align: center">
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		<title>Armani e Prada: due stilisti made in Italy da non perdere</title>
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		<pubDate>Sun, 24 May 2015 10:26:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Ravagli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[“L’importante non è farsi notare, ma farsi ricordare” Questa è una delle frasi più conosciute e significative di Giorgio Armani, uno dei più grandi e importanti stilisti italiani e ora anche brand ambassador di Expo Milano 2015. Oggi 80enne, ha da pochi giorni festeggiato i 40 anni di carriera con un party esclusivo in presenza di alcuni volti hollywoodiani e contemporaneamente è stata inaugurata una mostra in via Bergognone a Milano esponendo alcuni dei suoi capolavori e pezzi unici. La mostra vuole sottolineare ancora una volta tutta la sua bravura e unicità nel creare abiti d’alta moda e prèt à]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>“L’importante non è farsi notare, ma farsi ricordare”</p></blockquote>
<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="Q" class="cap"><span>Q</span></span>uesta è una delle frasi più conosciute e significative di Giorgio Armani, uno dei più grandi e importanti stilisti italiani e ora anche brand ambassador di Expo Milano 2015.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/GiorgioArmani.jpeg"><img class="size-full wp-image-2709 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/GiorgioArmani.jpeg" alt="GiorgioArmani" width="208" height="130" /></a><br />
Oggi 80enne, ha da pochi giorni festeggiato i 40 anni di carriera con un party esclusivo in presenza di alcuni volti hollywoodiani e contemporaneamente è stata inaugurata una mostra in via Bergognone a Milano esponendo alcuni dei suoi capolavori e pezzi unici.<br />
La mostra vuole sottolineare ancora una volta tutta la sua bravura e unicità nel creare abiti d’alta moda e prèt à porter.<br />
Come più volte ha raccontato ai giornali, il suo talento è stato ereditato dal padre, che per apparire benestanti all’esterno (in realtà era una famiglia poverissima), creava per i propri figli i vestiti da indossare. Il piccolo Giorgio decise di continuare su quella strada facendo degli abiti delle vere opere d’arte.<br />
Divenne così in poco tempo molto apprezzato e i suoi vestiti venduti in tutto il mondo. Infatti oggi è il quinto uomo più ricco d’Italia e si posiziona al 174° tra i leader mondiali.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/giorgio-armani-silos-project-01.jpeg"><img class="size-full wp-image-2708 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/giorgio-armani-silos-project-01.jpeg" alt="giorgio-armani-silos-project-01" width="192" height="120" /></a><br />
Armani Silos è uno spazio di circa 4.500 metri quadri suddiviso in quattro piani. L’esposizione contiene una raccolta dei suoi abiti ma non sono suddivisi in ordine cronologico, bensì a temi, tra i quali Stars che si trova al piano terra insieme alla sezione Daywear, al primo piano si trovano gli Esotismi, al secondo i Cromatismi e infine al terzo e ultimo piano la sezione Luce.<br />
Per saperne di più consulta il sito<a href="www.armanisilos.com"> www.armanisilos.com</a>.</p>
<p style="text-align: justify">Non solo Armani è stato protagonista di una mostra a lui dedicata, ma anche Prada ha da pochissimo aperto uno spazio espositivo.<br />
La Fondazione Prada è stata progettata dallo studio di architettura Oma, guidato da Rem Koolhaas e si trova in Largo Isarco, nei pressi di Porta Romana.<br />
Originariamente era una distilleria risalente ai primi decenni del Novecento. Oggi il complesso si estende per circa 19 mila metri quadri, ma la novità è situata all’entrata; è infatti previsto uno spazio dedicato ai bambini e ideato dagli studenti di architettura di Versailles, mentre all’interno vi è un bar del tutto innovativo ed esclusivo ideato dal regista Wes Anderson che ricrea l&#8217;atmosfera dei tipici caffè di Milano.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-2706 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Fondazione-Prada-300x199.png" alt="Fondazione Prada" width="300" height="199" />.<br />
Ma il progetto della Fondazione Prada non si trova solo a Milano, ma anche a Venezia ed è ubicato nell’edificio settecentesco Ca’ Corner della Regina dal 2011.<br />
Fino a settembre 2015 la Fondazione Prada presenterà nella sede di Venezia la mostra “Portable Classic”, co-curata da Salvatore Settis e Davide Gasparotto. Il percorso espositivo, il cui allestimento è stato realizzato da OMA, esplora le origini e le funzioni delle riproduzioni in miniatura della statuaria greco-romana dal Rinascimento al Neoclassicismo in più di 90 opere.<br />
Visita il sito <a href="www.fondazioneprada.org">www.fondazioneprada.org</a>.</p>
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		<title>DALLE CILIEGIE AL ‘LEGGIO UMANO’: DUE RIPOSI A CONFRONTO</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Feb 2015 14:35:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Arte]]></category>
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		<category><![CDATA[Caravaggio]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e pubblichiamo l&#8217;articolo dell&#8217;amico e collaboratore Simone Pagliaro La Sacra Famiglia che si concede un po’ di sosta, stanca per il viaggio che deve portarla in Egitto, lontano da Erode e dalle sue terribili intenzioni, è uno dei temi sacri più cari alla pittura rinascimentale e non solo. Fonte canonica è senz’altro il Vangelo di Matteo (2, 13-15), ma saranno soprattutto i Vangeli apocrifi a costellare di eventi gioiosi e prodigiosi il viaggio della famiglia profuga: si tratta di un repertorio notevolmente immaginifico, che ben si adatta alla resa pittorica del racconto. Prenderemo in esame – ben consapevoli del]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " align="JUSTIFY"><em><span title="R" class="cap"><span>R</span></span>iceviamo e pubblichiamo l&#8217;articolo dell&#8217;amico e collaboratore Simone Pagliaro</em></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">La </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><b>Sacra Famiglia</b></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"> che si concede un po’ di sosta, stanca per il viaggio che deve portarla in Egitto, lontano da Erode e dalle sue terribili intenzioni, è uno dei temi sacri più cari alla pittura rinascimentale e non solo. Fonte canonica è senz’altro il </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><b>Vangelo di Matteo </b></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">(2, 13-15), ma saranno soprattutto i Vangeli apocrifi a costellare di eventi gioiosi e prodigiosi il viaggio della famiglia profuga: si tratta di un repertorio notevolmente immaginifico, che ben si adatta alla resa pittorica del racconto.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Prenderemo in esame – ben consapevoli del carattere intuitivo e personale dei commenti, che non hanno, naturalmente, alcuna pretesa d’esaustività – due celebri realizzazioni pittoriche del </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Riposo durante la fuga in Egitto</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, entrambe compiute negli ultimi anni del Cinquecento, quella di </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><b>Federico Barocci</b></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"> e quella di </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><b>Michelangelo Merisi da Caravaggio</b></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">. Si tratta di due artisti grosso modo coevi, eppure molto distanti: mentre il Barocci persegue, nella pittura di </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>historia</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, un ideale di decoro del soggetto idealizzato, Caravaggio – lo ha recentemente dimostrato, tra gli altri, Vittorio Sgarbi – sceglie di rappresentare una realtà senza finzioni. Questa sostanziale differenza, che farà precipitare il grande Caravaggio nell’oblio sostanzialmente fino agli inizi del Novecento (il Bellori lo accusa, infatti, di dipingere soggetti presi dalla strada, dalle osterie, dalle bettole che egli stesso frequenta, dissoluto com’è), emerge chiaramente dal confronto tra i due dipinti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Il </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Riposo</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"> del Barocci, che oggi si trova nella Pinacoteca Vaticana, fu commissionato al pittore da Simonetto Anastagi per la chiesa del Gesù di Perugia e fu realizzato tra il 1570 e il 1573. Una pittura evanescente, che ‘evapora’ i contorni delle cose, pone al centro Maria, lei che, con lo sguardo basso, custodisce, meditandolo in cuor suo, tutto ciò che aveva visto e udito nei giorni del parto (cfr. Lc 2, 19). Bella e aggraziata, coi capelli composti, la Madonna è colta nell’atto di riempire una piccola coppa con l’acqua del ruscello, preludio di un gesto che ripeterà il Battista, quando, raccolta l’acqua del Giordano, la riverserà sul capo di Cristo. Alle sue spalle, il vecchio Giuseppe stacca dall’albero un ramo di ciliegie scarlatte, simbolo del sangue che Gesù verserà per riscattare l’uomo dalla morte e dal peccato. Il suo manto aranciato, sollevato dal girarsi improvviso, sembra voler partecipare alla sua premura di padre legale, mentre il piccolo Gesù (in effetti, un bimbo già cresciuto), corrisponde al suo gesto con un tenero sorriso. È – forse – proprio nella tenerezza di questo sguardo che si colloca la cifra espressiva di questo dipinto, romanticamente conosciuto come </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>La Madonna delle ciliegie</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">. Un quarto attore, discosto rispetto alla Sacra Famiglia, è l’umile asinello che contempla la scena: sembra quasi pronto a portare in groppa il Cristo per il suo ingresso trionfale a Gerusalemme. È una scena idealizzata, ricca di simboli: la Bibbia rappresenta ancora il grande lessico iconografico sfogliato dagli artisti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Caravaggio dipinge il </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Riposo durante la fuga in Egitto</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"> (ora conservato a Roma, nella Galleria Doria Pamphilj) nei suoi primi anni romani, tra il 1595 e il 1596. Siamo nell’autunno incipiente, sul far della sera, nei pressi di una radura, sulla riva di un fiume. Il paesaggio rievoca i quadri di Giorgione, ma anche le atmosfere nebbiose dell’ambiente lombardo. La Madonna (probabilmente la stessa modella del quadro della </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Maddalena convertita</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">) s’è addormentata. Il suo sonno esprime la serenità d’una donna che tiene tra le braccia suo figlio, nonché la fatica del viaggio. Abbigliata di un magnifico manto rosso fuoco, abbraccia teneramente il bambino (questa volta un neonato) e appoggia il proprio viso al suo. È una donna vera, reale, una di quelle che si incontrano per strada, e stringe al suo seno un bimbo altrettanto reale; è colta nel momento in cui il sonno la pervade e la mano si lascia cadere inerte. Giuseppe, pur affaticato, rimane a vegliare sui due. È seduto sul sacco delle masserizie, con accanto il fiasco del vino. Miracolosamente appare il vero protagonista della scena, un angelo che suona il violino. Giuseppe diviene, così, un ‘leggio umano’: non contempla misticamente la figura divina, ma regge uno spartito speciale (sulla partitura è segnato, infatti, come ha dimostrato la Trinchieri Camiz, l’</span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>incipit</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"> di un mottetto di Noel Baldewijn, tratto dal </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Cantico dei Cantici</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">). Certo, il padre adottivo è colpito da quell’angelo così sensuale, che, se non avesse le ali pennute, sarebbe un altro ragazzo di strada, uno dei tanti che popolano i dipinti giovanili di Caravaggio. L’osservatore può ammirarlo di schiena, con la svolazzante tunica immacolata madida di luce. Da dietro la pianta, l’asino vigila con occhio attento, quasi umanizzato. È una scena armoniosa, carica di poesia e, nel contempo, di verità. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Nella figura del padre legale di Cristo, che in entrambi i dipinti compie un gesto ‘centrale’, è ben visibile la ‘distanza’ di Caravaggio dalla pittura del suo tempo. Da un Giuseppe tenero e sorridente, vecchio, ma ancora vigoroso ed elegante, che porge al figlio un ramo di ciliegie, si passa ad un Giuseppe che si fa leggio, dai tratti più grossolani e scavati, solcato da rughe profonde, dall’evidente stempiatura. Forse tale ‘distanza’ si legge, in particolare, in quell’umano e involontario gesto dei piedi che, callosi e reali, si sfiorano l’un l’altro per scaldarsi, quasi mossi da un brivido.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><b><img class="alignnone size-full wp-image-1727" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/carabbaggio.jpg" alt="carabbaggio" width="250" height="201" /></b></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><b>Bibliografia</b></span></span></p>
<ul>
<li><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Pierluigi De Vecchi – Elda Cerchiari</span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>I tempi dell’Arte. Dal Gotico Internazionale al Rococò</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, Milano, Bompiani, 2000.</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Vittorio Sgarbi</span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Caravaggio</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, Milano, Skira, 2005.</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Vittorio Sgarbi</span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Il punto di vista del cavallo. Caravaggio</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, Milano, Bompiani, 2014.</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Gianfranco Ravasi</span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Le meraviglie dei Musei Vaticani</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, Milano, Mondadori, 2014.</span></span></li>
</ul>
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		<title>E&#8217; morto Nonno Remo, uomo di pace e di giustizia</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2015 20:56:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Patrick Martinotta]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Losi]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<category><![CDATA[Patrick Martinotta]]></category>
		<category><![CDATA[Vigevano]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa mattina siamo stati ai funerali di un uomo che non dimenticheremo. Per anni lo abbiamo ascoltato quando dalla sua Vigevano si spingeva fino davanti alle Università di Milano, con una vecchia automobile, per predicare un messaggio di pace e di giustizia. In seguito siamo stati a trovarlo a casa sua: ci ha mostrato le foto di una vita piena di gioia e un garage pieno di sculture meravigliose. A lungo abbiamo ricevuto con piacere le sue telefonate torrenziali, quando con una voce carica di entusiasmo, nonostante i novanta tre anni, ci raccontava la sua indignazione per le storture del]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="Q" class="cap"><span>Q</span></span>uesta mattina siamo stati ai funerali di un uomo che non dimenticheremo. Per anni lo abbiamo ascoltato quando dalla sua Vigevano si spingeva fino davanti alle Università di Milano, con una vecchia automobile, per predicare un messaggio di pace e di giustizia. In seguito siamo stati a trovarlo <a href="https://www.youtube.com/results?search_query=nonno+remo+cicofelipe" target="_blank">a casa sua</a>: ci ha mostrato le foto di una vita piena di gioia e un garage pieno di sculture meravigliose. A lungo abbiamo ricevuto con piacere le sue telefonate torrenziali, quando con una voce carica di entusiasmo, nonostante i novanta tre anni, ci raccontava la sua indignazione per le storture del presente e le sue speranze per un futuro più felice. È scomparso due giorni fa, <strong><a href="https://www.facebook.com/NonnoRemoBertolli?ref=ts&amp;fref=ts" target="_blank">“Nonno” Remo Bertolli</a>, </strong>il<strong> 26 gennaio 2015. </strong>Questa mattina, nella chiesa dell&#8217;Immacolata, a Vigevano, rivolgendosi al feretro il sacerdote ha detto che gli si addicevano bene le beatitudini del Vangelo: era un uomo mite, puro di cuore, soprattutto era un operatore di pace. Tutto vero, però di certo non era &#8220;povero di spirito&#8221;, il nostro Nonno Remo: era<strong> ricco di creatività e di passione, artista e artigiano capace, amico dei semplici, innamorato della campagna, pacifista, ecologista e socialista. </strong>Il suo attivismo instancabile e senza paura fa di lui un modello per chiunque non abbia perso la speranza di costruire un mondo migliore.</p>
<p style="text-align: justify">A molti milanesi sarà capitato, nel corso degli anni, camminando per le vie del centro, di sentire il richiamo di una voce potente che cercava di sviare la loro attenzione dallo shopping, dal lavoro o dagli esami, dalle preoccupazioni quotidiane. Era impossibile non rimanere a bocca aperta davanti a una <strong>vecchia Simca bianca con un’enorme colomba </strong>in polistirolo sul tettuccio, interamente ricoperta di scritte inneggianti alla pace, come la tunica bianco-azzurra del suo proprietario, un uomo con capelli lunghi, barba fluente e un’incredibile energia nei gesti e nello sguardo. <strong>Remo Bertolli</strong> aveva una lunga storia da raccontare e molti soprannomi a testimoniarlo.</p>
<p style="text-align: justify">Nato a Olevano di Lomellina il 23 gennaio del 1922, Bertolli è stato un <strong>pacifista e scultore vigevanese</strong> che <strong>per oltre quarant’anni</strong> ha affrontato quotidianamente, con la sua energia e la sua arte, i temi più delicati della nostra attualità: la <strong>fame nel mondo</strong>, le guerre, la corruzione, il consumismo e il <strong>rapporto con la natura</strong>, con particolare attenzione per i poveri e i bambini. A partire dal 1973 ha portato il suo messaggio di pace in giro per l’Italia, facendo la spola fra <strong>Vigevano </strong>e<strong> Milano</strong> ma giungendo fino a <strong>Torino</strong>, <strong>Genova</strong>, <strong>Roma</strong> e <strong>Venezia</strong> con la sua macchina addobbata di manifesti e cartelloni, cinta da spighe di grano e dalla leggendaria <strong>colomba della pace</strong>. Vari articoli, su diversi quotidiani e riviste, ne hanno sottolineato il metodo originale di trasmettere il suo messaggio e ne hanno celebrato il compimento prima degli ottanta poi dei novant’anni. A chi gli consigliava di fermarsi, considerata l’età e gli acciacchi, rispondeva: “invece di finire la mia vita seduto su una panchina nel parco, preferisco portare in giro questo mio povero messaggio nella speranza che qualcuno lo ascolti”. I suoi soprannomi preferiti erano <strong>Nonno Remo</strong> e “<strong>Cincinnus</strong>”, per richiamare da una parte il suo amore verso i bambini, dall’altra i ricci biondi dei suoi capelli e le spighe di grano che accompagnavano simbolicamente le sue gesta. “Meglio morire con questi soprannomi che con l’anima vuota come una zucca”.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/studio-nonno-remo.jpg"><img class="wp-image-1457 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/studio-nonno-remo-225x300.jpg" alt="studio nonno remo" width="261" height="348" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Fra le sculture amava ricordare l’<strong>Anfora della Pace</strong> – un “vaso di Pandora all’incontrario” scolpito nella speranza che il male del mondo venga imprigionato al suo interno – e la <strong>Città Felice</strong>, enorme plastico di una comunità residenziale ideale, a misura d’uomo e in conciliazione con la natura. Il suo messaggio di pace, semplice e diretto, conferisce una perfetta unità poetica alla sua opera e alle sue iniziative pacifiste, che hanno il sapore di autentiche <strong>performance artistiche</strong>. I suoi <strong>“tuffi a volo d’angelo”</strong>, dedicati ai bambini che muoiono di fame, erano compiuti gettandosi da tre metri nelle acque gelide di un fiume invernale, per provocare un brivido negli occhi degli spettatori – quello stesso brivido che l’intera umanità dovrebbe provare di fronte alla sofferenza dei più poveri.</p>
<p style="text-align: justify">Ma l&#8217;impresa più leggendaria, che negli anni Ottanta gli ha fatto guadagnare il nome di <strong>“Cristo del Ticino”</strong>, è stata la <strong>“zattera della pace”</strong>, un’imbarcazione a forma di colomba, da lui più volte ricostruita con materiali diversi (dal polistirolo alle tremila canne palustri), con cui ha solcato più volte il Ticino e il Po, <strong>partendo da Fusina e approdando a Venezia</strong>. “La mia apparizione sui fiumi è come quella di un gabbiano che vola” – diceva Remo. &#8220;Al mio passaggio la gente sorride e mi saluta, i bambini vanno a chiamare la mamma, i cani abbaiano, le auto rallentano, e io sono felice perché il mio viaggio non è stato inutile”. Oggi, dopo la sua scomparsa, il suo <strong>messaggio</strong> continua a rompere i confini del tempo e dello spazio. Il suo ultimo desiderio sarebbe stato quello di “arrivare con la mia zattera in tutti i Paesi ed essere ricevuto da tutti i governanti della Terra, poi abbandonarmi alle correnti del mare e arrivare al di là del mondo”.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/nonno-remo-4.jpg"><img class=" wp-image-1460 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/nonno-remo-4-300x169.jpg" alt="nonno remo 4" width="410" height="231" /></a></p>
<p style="text-align: right">Patrick Martinotta, Giorgio Losi</p>
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		<title>‘ENNEUTOPIE’: SE L’UTOPIA È UN DISPOSITIVO</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2014 22:21:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marika Lerna]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Esposizione]]></category>
		<category><![CDATA[Utopia]]></category>

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		<description><![CDATA[Mercoledì 12 novembre si è tenuto allo spazio zampExtra di Milano il vernissage della mostra ‘Enneutopie’. L’esposizione fa parte di un progetto più ampio di Stefano Comensoli, Nicolò Colciago, Alberto Bettinetti, Federica Clerici e Giulia Fumagalli, chiamato ‘SPAZIENNE’: “manifesto di intenti e contenitore espositivo in continuo movimento”. Avete in mente cosa si intende generalmente per ‘utopia’? Bene. Prendete ciò che sapete a riguardo e mettetelo da parte. La mostra ‘Enneutopie’ è stata definita un “dispositivo-espositivo” che nulla ha a che fare con il concetto storicizzato di utopia; esso si propone di indagare il linguaggio stesso dell’utopia, non la sua rappresentazione.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="M" class="cap"><span>M</span></span>ercoledì 12 novembre si è tenuto allo spazio zampExtra di Milano il vernissage della mostra <b>‘Enneutopie’</b>. L’esposizione fa parte di un progetto più ampio di <b>Stefano Comensoli, Nicolò Colciago, Alberto Bettinetti, Federica Clerici e Giulia Fumagalli</b>, chiamato <b>‘SPAZIENNE’</b>: “manifesto di intenti e contenitore espositivo in continuo movimento”.<br />
Avete in mente cosa si intende generalmente per ‘utopia’? Bene. Prendete ciò che sapete a riguardo e mettetelo da parte. La mostra <b>‘Enneutopie’ </b>è stata definita un “dispositivo-espositivo” che nulla ha a che fare con il concetto storicizzato di utopia; esso si propone di indagare il linguaggio stesso dell’utopia, non la sua rappresentazione. E l’intento è stato pienamente raggiunto.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/enne2.jpg"><img class="size-medium wp-image-326 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/enne2-191x300.jpg" alt="enne2" width="191" height="300" /></a></p>
<p>Il manifesto della mostra è esemplificativo: <strong>‘<i>Utopia/Utopia’</i></strong>, di <strong>Alberto Bettinetti</strong>, propone le istruzioni per costruire un castello di carte da gioco al contrario. Cosa c’è di più utopico dell’intento di questa azione?<br />
Il manifesto contiene in nuce gli aspetti più interessanti che sono stati indagati in maniera eterogenea dagli artisti e dai grafici all’interno del progetto.<br />
Primo fra tutti: l’irraggiungibilità e l’assenza di scopi contingenti dell’utopia. Non ci è dato sapere, ad esempio, l’utilità pratica di un <strong>‘</strong><i>Piegafoglie</i>’ o di un dispositivo per fare cerchi sospesi o lontani.</p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/enne3.jpg"><img class="size-medium wp-image-327 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/enne3-300x200.jpg" alt="enne3" width="300" height="200" /></a></p>
<p>In secondo luogo è interessante la risemantizzazione che viene operata su oggetti quotidiani grazie alla perdita della loro funzione primaria. ‘<i>doppio manico + doppia lama</i>’ sono, ad esempio, due coltelli smontati e riassemblati, ma essendone stati sdoppiati i pezzi, perdono la loro utilità.<br />
Non ci sono istruzioni per comprendere lo scopo e il funzionamento di tali dispositivi. Solo <strong>‘<i>Metaistruzioni</i>’</strong> costituite da spiegazioni di altri oggetti, semplicemente prese e fuse in un grande e ingegnoso dispositivo inesistente, ma che potrebbe un giorno esistere.</p>
<p>Il fulcro dell’intero progetto è questo: oggetti, macchinari, dispositivi sono senza un fine immediatamente riconoscibile, ma potrebbero contenere spunti per un miglioramento futuro. In questo sta l’utopia ‘auspicabile’.</p>
<p>La mostra è quindi una provocazione: è uno sguardo che diventa spunto di riflessione più che soluzione trovata; ci spinge a cercare una nuova prospettiva da cui guardare la quotidianità e l’altro da sé.</p>
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