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	<title>Torquemada &#187; Animali</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Ah, la tauromachia&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2016 01:23:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lifestyle]]></category>
		<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Animalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Da quando ho cominciato il mio soggiorno di ricerca in Spagna, ho avuto la curiosità di vedere dal vivo una corrida de toros, spettacolo iconico della tradizione culturale iberica, e ovviamente sotto attacco da parte dei soliti progressisti, cosa che non può che predispormi favorevolmente. Il mio interesse si era accresciuto dopo aver visitato la famosa Plaza de Toros di Las Ventas a Madrid, con l’annesso Museo Taurino. Dal mio arrivo a metà ottobre, pochi giorni dopo la chiusura della stagione, ho dovuto attendere fino alla fine di gennaio. La stagione è aperta dalla Feria de San Blás nel paesino]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a quando ho cominciato il mio soggiorno di ricerca in Spagna, ho avuto la curiosità di vedere dal vivo una <em>corrida de toros</em>, spettacolo iconico della tradizione culturale iberica, e ovviamente sotto attacco da parte dei soliti progressisti, cosa che non può che predispormi favorevolmente. Il mio interesse si era accresciuto dopo aver visitato la famosa Plaza de Toros di Las Ventas a Madrid, con l’annesso Museo Taurino. Dal mio arrivo a metà ottobre, pochi giorni dopo la chiusura della stagione, ho dovuto attendere fino alla fine di gennaio.</p>
<p style="text-align: justify">La stagione è aperta dalla Feria de San Blás nel paesino di Ajalvir, arroccato sulle brulle colline che sovrastano l’aeroporto di Madrid e separano la città da Guadalajara, subito dopo Paracuellos, nota per il massacro commesso dai Repubblicani nel novembre 1936 sulle rive del Río Jarama. Ho scelto lo spettacolo di sabato, i cui <em>toreadores</em> – da una veloce ricerca su internet – mi parevano più esperti, e acquistato il biglietto via internet attraverso un’agenzia specializzata (30 €). Col senno di poi, mi sarebbe convenuto acquistare sul posto, il giorno stesso, l’abbonamento a entrambi gli spettacoli (35 €). Ho raggiunto il paesello in taxi, data la scarsa frequenza dei mezzi pubblici nel fine settimana, ma con largo anticipo. Sulla piazza principale, dominata dalla chiesa e dal <em>ayuntamiento</em>, la popolazione affollava gli unici due bar.</p>
<div id="attachment_3061" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2016/02/005-5.jpg"><img class="wp-image-3061 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2016/02/005-5-300x185.jpg" alt="005-5" width="300" height="185" /></a><p class="wp-caption-text">La Plaza de Toros di Las Ventas a Madrid durante la corrida di San Isidro.</p></div>
<p style="text-align: justify">A poche centinaia di metri, ho raggiunto la <em>plaza de toros</em>, ai limiti dell’abitato. Ho ritirato il mio biglietto e sono entrato con una mezz’ora d’anticipo, mentre gli inservienti stavano ancora compiendo i preparativi. L’arena, di quarta categoria, è una struttura molto semplice in legno e metallo. Le sei gradinate circolari del <em>tendido</em> si affacciano direttamente sul <em>ruedo</em> centrale, separato da uno stretto corridoio di servizio (<em>callejón</em>). Ho preso quindi il posto migliore: la <em>barrera</em>, ossia la gradinata più interna subito dietro al <em>callejón</em>, del lato all’ombra, di fronte alla <em>puerta de los toriles</em>, da cui entrano i tori. Buona parte dell’azione cruciale si sarebbe svolta in questa parte dell’arena.</p>
<p style="text-align: justify">Naturalmente, avevo un minimo di conoscenza preliminare dello spettacolo. Oltre alla visita a Las Ventas, avevo memorizzato i fondamenti del rituale. Non sono certo come quel vecchio che, due gradinate dietro di me, si vantava di aver visto un migliaio di corride, e sono sicuro che gli intenditori che si accapigliano sulle virtù di questo o quel torero conoscono ogni singolo tecnicismo della tauromachia, ma, nel mio piccolo, resto in grado di distinguere la <em>muleta</em> dalla <em>capote</em>, benché i singoli passi di questa danza letale mi siano ancora piuttosto oscuri.</p>
<p style="text-align: justify">S’inizia con il <em>paseíllo</em>, la sfilata aperta dai due <em>alguaciles</em> a cavallo, e poi in rigoroso ordine di importanza e anzianità, i tre <em>matadores</em>, i nove <em>banderilleros</em> (in tre <em>cuadrillas</em>) e i sei <em>picadores</em>, a cavallo, a chiudere gli inservienti, <em>mozos</em> e <em>areneros</em>, e infine le mule. Una piccola banda musicale, dalle gradinate, provvede a scandire le fasi a suon di musica.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo questa presentazione al pubblico, tocca al primo torero, il mancego Victor Puerto. L’emozione è grande quando il primo toro, un bestione da mezza tonnellata, esce di corsa dalla porta opposta. Nella prima fase, il <em>tercio de varas</em>, il <em>matador</em> affronta con la <em>capote</em>, panno rosa semirigido, l’animale, saggiandone l’aggressività e i movimenti (<em>suerte de capote</em>). Poi entra in gioco il <em>picador</em> che lo affronta a cavallo, infilzandolo con una lancia tra la nuca e le spalle, in modo da indebolirlo. Il toro si lancia con tutta la sua forza contro il cavaliere, cercando di disarcionarlo. Dagli anni ’20, il cavallo è protetto da una gualdrappa imbottita, per evitare di essere ferito mortalmente dalle corna del toro.</p>
<div id="attachment_3058" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-3058 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2016/02/12651311_121408191576216_3601386658225269281_n-300x225.jpg" alt="12651311_121408191576216_3601386658225269281_n" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Un &#8220;picador&#8221; alle prese col toro</p></div>
<p style="text-align: justify">L’animale comincia a perdere sangue, i suoi movimenti sono più lenti. È l’ora del <em>tercio de banderillas</em>: i tre <em>banderilleros</em> appunto si avvicinano, uno dopo l’altro, al toro, per conficcargli nelle spalle ciascuno due <em>banderillas</em> (stecche di legno adornate di frange di carta colorata e culminanti in uncino metallico). Il bovino si ravviva, cerca di inseguire i suoi tormentatori, ed è pronto per l’ultima fase: <em>il tercio de la muerte</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Resta solo con il <em>matador</em>, armato di spada e <em>muleta</em> (il panno rosso). Questi mostra la sua bravura, sfidando l’animale ferito, finché non decide che è maturo per la stoccata finale. Il suo tempo a disposizione è limitato: 5’ prolungabili a 10’ ed eccezionalmente a 12’, su segnale (<em>aviso</em>) del presidente. Il colpo mortale è inferto presso la spalla, al fine di recidere l’aorta e portare alla morte pressoché immediata dell’animale. Nei fatti, è spesso necessaria più di una stoccata, e il toro abbattuto al suolo, è finito da un inserviente con un colpo di stiletto alla nuca. Il trio di mule provvede poi a trascinare fuori l’animale, da una porta apposita.</p>
<div id="attachment_3059" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2016/02/12647497_121408101576225_8716400832995334557_n.jpg"><img class="wp-image-3059 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2016/02/12647497_121408101576225_8716400832995334557_n-300x225.jpg" alt="12647497_121408101576225_8716400832995334557_n" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">le mule</p></div>
<p style="text-align: justify">In circa due ore e mezza, ho visto i tre <em>matadores</em> alternarsi con sei tori. L’abilità del <em>torero</em> è fondamentale, specialmente per sapersi adattare al differente comportamento del toro. Allorché questo è meno aggressivo, egli si fa più audace, arrivando a sfiorare le corna, voltando le spalle all’animale, macchiando il costume elaborato di sangue bovino. La differenza è stata spesso evidente anche a uno spettatore esordiente come me. Ad esempio, al suo secondo toro, Puerto ha dovuto infilzare la spada ben cinque volte, prima che finalmente restasse conficcata in profondità. Viceversa, Octavio Chacón (il terzo) ha piantato la lama fino all’elsa al primo colpo.</p>
<p style="text-align: justify">Anche la <em>bravura</em> (aggressività) del toro è importante. In generale, i commentatori sono stati poco soddisfatti dalla qualità dei tori (Ganadería Soto de la Fuente). Il terzo e il quarto sono stati visibilmente meno feroci, il sesto, addirittura, complice una capriola sulle proprie corna al primo <em>tercio</em>, ha destato le proteste del pubblico per la sua apparente passività, prima di riprendere vivacità. Io, onestamente, ho tifato anche per il toro, non per animalismo (morbo dal quale sono del tutto immune), ma per senso di sportività. Però è evidente che se la <em>corrida</em> fosse più paritaria, dunque più pericolosa, le polemiche sarebbero anche superiori.</p>
<p style="text-align: justify">In ogni caso, è indubbiamente impressionante vedere da vicino la sofferenza del toro di fronte alla morte. Vero è però che la loro sorte è nettamente migliore di quella delle bestie d’allevamento. Per quattro anni, i <em>toros de lidia</em> vivono all’aria aperta con tutti gli agi. Nell’arena affrontano una morte eroica, in combattimento, con la possibilità di conquistarsi, con il proprio valore, la grazia, e trascorrere il resto dei propri giorni come toro da monta. Troppo pericoloso sarebbe, del resto, un sopravvissuto, esperto ormai delle astuzie del <em>torero</em>.</p>
<div id="attachment_3057" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2016/02/12645025_121409028242799_93881354481659005_n.jpg"><img class="wp-image-3057 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2016/02/12645025_121409028242799_93881354481659005_n-300x225.jpg" alt="12645025_121409028242799_93881354481659005_n" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Matador con spada e muleta</p></div>
<p style="text-align: justify">La folla, composta perlopiù da anziani e famiglie, con numerosi bambini, riempiva oltre tre quarti dell’arena (circa 2500 persone) e partecipava festosamente all’evento, sventolando i fazzoletti per chiedere il trionfo per i <em>toreadores</em> che avevano mostrato il proprio valore. Victor Janeiro (il secondo) ha ottenuto un trionfo (entrambe le orecchie) al secondo toro, mentre Octavio Chacón ha ottenuto due orecchie e una orecchia (terzo e sesto toro, rispettivamente). Le appendici dell’animale sono state esibite davanti alla folla festante e poi lanciate sulle gradinate agli ammiratori. I due vincitori, entrambi di Cadice, sono usciti per la <em>puerta grande</em>, portati sulle spalle (<em>a hombros</em>) dagli spettatori.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, posso dire che ne è valsa la pena e che il mio pre-giudizio positivo sulla tauromachia ha trovato sostanziale conferma. Non ne sono rimasto follemente entusiasta, ma resta una parte importante del patrimonio culturale del popolo spagnolo. Una festa che affonda le sua radici in tradizioni millenarie e mette l’uomo a contatto con la realtà della morte conserva una forte carica formativa e antimoderna, al di là delle inevitabili commercializzazioni. Per questo, sono ancora più convinto che vada difesa a spada tratta contro l’abolizionismo animalista di matrice chiaramente progressista e sovversiva.</p>
<p style="text-align: justify"><em>Le fotografie numero 2, 3 e 4, nonché quella in copertina sono state scattate dall&#8217;Autore del presente articolo in occasione della corrida recensita.</em></p>
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		<title>SWEWA SCHNEIDER E LE PECORE DELLA CITTA&#8217;-MATTATOIO</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Aug 2015 01:53:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inquisizione Vegana]]></category>
		<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Di pecore e altri macelli]]></category>
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		<description><![CDATA[Alcuni mesi fa, nella cornice straniante di uno dei non-luoghi par exellence delle metropoli moderne (un centro commerciale e cinema multisala in via Sarca, a Milano), abbiamo incontrato Swewa Schneider, autrice e interprete della coraggiosa performance teatrale &#8220;Di Pecore e Altri Macelli&#8221;. Nell&#8217;attesa di vederla di nuovo in scena sabato sera, al festival antispecista VEGANch&#8217;io, ecco quello che ci siamo detti in quell&#8217;occasione. Parlaci un po&#8217; del tuo percorso di artista e di come è nato il tuo ultimo spettacolo. Sono partita da&#8221;Quelli di Grock&#8221;, una scuola di teatro milanese che insegna a dare sempre la priorità al corpo e]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><i><span title="A" class="cap"><span>A</span></span>lcuni mesi fa, nella cornice straniante di uno dei non-luoghi par exellence delle metropoli moderne (un centro commerciale e cinema multisala in via Sarca, a Milano), abbiamo incontrato Swewa Schneider, autrice e interprete della coraggiosa performance teatrale &#8220;Di Pecore e Altri Macelli&#8221;. Nell&#8217;attesa di vederla di nuovo in scena sabato sera, al festival antispecista VEGANch&#8217;io, ecco quello che ci siamo detti in quell&#8217;occasione.</i></p>
<p style="text-align: justify"><b>Parlaci un po&#8217; del tuo percorso di artista e di come è nato il tuo ultimo spettacolo.</b></p>
<p style="text-align: justify">Sono partita da&#8221;Quelli di Grock&#8221;, una scuola di teatro milanese che insegna a dare sempre la priorità al corpo e alle sensazioni rispetto alla parola. L&#8217;idea per il mio primo assolo si è formata frequentando la &#8220;Bottega dell&#8217;attore-autore&#8221; di Gianluigi Gherzi, i cui esperimenti di scrittura mi hanno trasmesso questa concezione del teatro stravolgente che non parte da un copione ma da delle singole idee, dalla frase di un libro, da un articolo di giornale. Si intitolava &#8220;Vite di scarto&#8221; e ruotava intorno al concetto dell&#8217;usa e getta. Durante lo spettacolo impersonavo cinque personaggi diversi (un manager, una prostituta et cetera) adescati ingannevolmente da un &#8220;angelo della discarica&#8221;. Costui dalla città li attirava appunto dentro una discarica di rifiuti e li spingeva a mettersi a nudo, a raccontarsi. Per prepararlo ho trascorso un mucchio di tempo in questi posti interessantissimi che sono le discariche: credo che offrano un punto di vista privilegiato per capire a fondo la società dei consumi. Mi facevano sempre venire in mente gli abitanti di Leonia, nelle Città Invisibili di Calvino, che ogni giorno usano oggetti nuovi fiammanti e se ne sbarazzano il giorno seguente, finchè non muoiono schiacciati da una valanga di spazzatura che hanno accumulato negli immensi immondezzai delle periferie.</p>
<p style="text-align: justify">E&#8217; da &#8220;Vite di scarto&#8221; (il titolo si rifà al saggio omonimo di Zygmund Bauman sul tema dell&#8217;escluso) che sono arrivata alla questione animale. In particolare l&#8217;idea &#8220;Di Pecore e Altri Macelli&#8221; mi si è formata lavorando con &#8220;Il Teatro degli Incontri&#8221;, nel 2010, riflettendo sulla figura di Medea e cercando di ricollocarla nello scenario di una città contemporanea. Non tanto Medea come colei che uccide i propri figli, ma la maga, la guaritrice, colei che sa leggere il futuro e che si trova straniera in una città che la rigetta e disprezza le sue arti medicali. Un ambiente mostruoso di cui lei stessa prova ribrezzo e che vorrebbe distruggere o in cui per lo meno vorrebbe impedire che crescessero i suoi figli, a costo di dar loro la morte e di ribellarsi tragicamente alla funzione riproduttiva che la società le ha assegnato nel ruolo di madre. Ad un certo punto dello spettacolo racconto una mia esperienza personale, di quando per raccimolare qualche soldo faccio l&#8217;animatrice alle feste dei bambini. Detesto questi momenti per la loro venalità e perchè credo che i bambini dovrebbero costruire da soli la loro festa, con il loro entusiasmo e la loro genuinità, proprio come facevo io da piccola. E così faccio un sogno delirante in cui mi riscopro Medea e vorrei incendiare la casa in cui si trova la festa con all&#8217;interno tutti i bambini, per il loro bene, per scamparli al mondo che c&#8217;è fuori.</p>
<p style="text-align: justify">Così come nel mio lavoro precedente ero arrivata dagli oggetti di scarto agli scarti umani, gli esclusi, e mi ero interrogata sulle cause della loro esclusione, in &#8220;Di Pecore e Altri Macelli&#8221; sono arrivata da un soggetto mitologico, il vello d&#8217;oro degli Argonauti, al vello delle pecore. Lo spettacolo è una specie di patchwork, in cui ho assemblato materiali di diversa provenienza: oltre alle canzoni, sono confluiti al suo interno una poesia di Charles Simic e una di Mariangela Gualtieri, ma anche per esempio un passo famoso dalla &#8220;Gaia Scienza&#8221; di Nietzsche. Molti dei testi che ho assemblato sono ripresi dal saggio filosofico di Filippi e Trasatti, &#8220;Crimini in tempo di pace&#8221;, a cui in particolare mi sono ispirata per la descrizione del quadro di Lorenzo Lotto, l&#8217;Annunciazione, di cui sul palcoscenico compare l&#8217;ingrandimento di un particolare (quello del gatto). &#8220;Di pecore e altri macelli&#8221; è costituito per larga parte dalle riflessioni che sono scaturite leggendo quel libro e ragionandone con uno degli autori, Filippo Trasatti.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/crimini.jpg"><img class="size-full wp-image-2869 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/crimini.jpg" alt="crimini" width="182" height="277" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><b>Ci ha impressionato positivamente il peso che sei riuscita a dare nell&#8217;economia del tuo spettacolo alla sfera della fisicità e all&#8217;interazione con il pubblico. Distribuendo degli strumenti musicali, molto rudimentali, chiedi agli spettatori di suonarli in dei momenti precisi. In questo modo li coinvolgi in una forma di teatro corale, collettivo: questi corpi che emettono suoni, tutti raccolti attorno a te, sembrano riportare il teatro alla dimensione originaria del rito. </b><b>Nella scenografia che hai allestito, sulla destra c&#8217;è un quadro ricoperto da una patina bianca, che in vari momenti dello spettacolo vai ripulendo con un raschietto. In questo modo si fa sempre più visibile un&#8217;immagine, sopra la quale si trova un legno che per la forma ricorda il teschio di un montone. A questo hai appeso dei rotoli di garza. Srotolando i cartigli, da questa sorta di altare leggi al pubblico-orchestra dei messaggi che sembrano provenire da una sapienza remota. Sei un po&#8217; sibilla, un po&#8217; la sacerdotessa di Delfi, che scriveva i suoi oracoli sulle foglie di alloro e li affidava al vento. Al centro invece hai posizionato il banco dove le pecorelle ricevono, intimidite dalla voce potente di quello che tu chiami l&#8217;Innominabile (supponiamo, il Potere), un&#8217;opera di disciplinamento e di dissezionamento: tant&#8217;è che le pecorelle, rappresentate da dei batuffoli di cotone, dopo essere state ridotte all&#8217;obbedienza, vengono appese a dei ganci che ricordano terribilmente quelli dei mattatoi. Ci sembra di riconoscere in questo luogo l&#8217;agorà, lo spazio politico, la città-mattatoio. Infine a sinistra si trova lo spazio dove ti rifugi per confessarti al tuo psicanalista (perennemente assente), ma che per la presenza dell&#8217;immagine del gatto di Lotto (quello di &#8220;Crimini in tempo di pace&#8221;) questo angolo sembra configurarsi non solo come il luogo dell&#8217;introspezione, ma anche dell&#8217;evasione e del riscatto. E&#8217; qui che le pecore trovano il coraggio di sottrarsi al loro carnefice. Ti ritrovi in questa ricostruzione?</b></p>
<p style="text-align: justify">E&#8217; interessante. In realtà ho cominciato a progettare il mio spettacolo immaginando la città abitata da Medea come divisa in quattro parti: quella del Passato Mitico (la città degradata ma pur sempre autentica in cui ho vissuto la mia adolescenza), quella delle Norme (della burocrazia e dei divieti assurdi), quella dei Coltelli (che ho cercato di descrivere in &#8220;Di Pecore e Altri Macelli&#8221;) e infine quella del Sole (la città utopica, liberata, dove Medea vuole fuggire). Nella città dei Coltelli i lavoratori sfruttati e i miserabili sono animali al macello e anche coloro che si credono appagati e ben integrati funzionano in realtà come gli ingranaggi di questa grande macchina, in cui restano intrappolati. I meccanismi in atto sono i medesimi per gli umani come per gli altri animali, sono tutti avvinghiati e trainati dallo stesso sistema infernale.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;immagine che si disvela progressivamente nel corso dello spettacolo è la riproduzione di un dipinto di scuola leonardesca, conservato alla Pinacoteca di Brera. Vi sono rappresentati la Madonna con il bambino e l&#8217;agnellino. In essi vedo la soluzione felice del dramma evocato all&#8217;inizio dello spettacolo, quando da uno dei cartigli leggo i versi del poeta latino Lucrezio sulla mucca disperata, che vaga alla ricerca del suo piccolo, non sapendo che è stato vittima di un sacrificio. Questo quadro rinascimentale si caratterizza come un contraltare anche rispetto alla scena infelice del dipinto di Lotto, che ho collocato appunto sul lato opposto del palcoscenico. Là il gatto tentava la fuga, oppresso dalla relazione sempre più stringente (fino quasi all&#8217;identificazione totale) tra l&#8217;umano e il divino. Qui invece l&#8217;abbraccio, l&#8217;intimità, il contatto che si crea tra i tre personaggi, come in un bagno di luce, anticipa il superamento di tutte le gerarchie e le disparità, il raggiungimento di un altrove rivoluzionario, la scoperta di una nuova umanità. Il rito che celebro in questo senso non è affatto un sacrificio cruento, al contrario è il compimento di una riconciliazione tra l&#8217;Uomo e gli altri animali, con la nascita di un nuovo ordine armonico all&#8217;interno della natura. E&#8217; il tentativo di colmare un vuoto, di rimediare ad una perdita, ad un dolore. L&#8217;altra figura opposta all&#8217;Innominabile, invocata spasmodicamente dalle pecorelle, è quella della Pecorella celeste: essa è Medea che dall&#8217;alto le rincuora e le invita a rigenerarsi bevendo l&#8217;acqua di una fonte e al tempo stesso è la figura mariana nel quadro di Leonardo. Essa invita il gregge a non ascoltare i moniti del Potere, a scagliarsi in un balzo oltre il dirupo e a trovare nella città utopica la sua salvezza. Molti dei gesti che compio durante lo spettacolo sono ispirati a quelli previsti durante il Cammino di Santiago. Per esempio intendo la lavanda dei piedi, oltre che in senso religioso, come manifestazione di convivialità, di vicinanza, di cura dell&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify">Al centro della scena invece effettivamente avviene la macellazione delle pecore. Il Potere vuole spaventarle, vuole persuaderle che se anche solo una oserà trasgredire le regole, periranno tutte. E così le rimbrotta di continuo, perché rimangano imprigionate nella città dei Coltelli. Le vuole docili, omologate e per questa ragione cerca continuamente di dividerle in gruppi (per genere, classe, professione, provenienza). La planimetria della città a cui faccio riferimento è anche quella del mattatoio: prima dello sgozzamento avviene lo stordimento e così, con una mossa proditoria, prima di uccidere le pecore il Potere assume sembianze materne, le culla, le allatta, le trastulla con la sua voce suadente. Questo corrisponde al divertimento obbligatorio e compulsivo, frenetico, che la città somministra ai suoi abitanti, mentre li spreme completamente delle loro energie vitali e creative: sono i grandi centri commerciali, il luccichio allettante dei negozi, i cinema multisala, le discoteche, gli happy hour.</p>
<a href="http://www.torquemada.eu/2015/08/26/swewa-schneider-e-le-pecore-della-citta-mattatoio/#gallery-2867-1-slideshow">Clicca per vedere lo slideshow.</a>
<p style="text-align: justify"><b>Abbiamo apprezzato molto anche il fatto che, pur essendo tu vegetariana, non abbia assunto un tono didattico durante lo spettacolo per redarguire gli spettatori sulle norme alimentari che dovrebbero seguire, per ammaestrarli sulle mille e mille atrocità che avvengono ogni giorno nei luoghi di detenzione e sfruttamento degli animali. Piuttosto hai lasciato delle suggestioni culturali che ciascuno dovrebbe sviluppare autonomamente, traendone le debite conseguenze, e hai fatto trasparire le pesanti analogie tra la condizione in cui si trovano, forzati e rinchiusi all&#8217;interno della stessa struttura di dominio, umani e non umani. E&#8217; comunque evidente che nel tuo spettacolo gli animali non fungono semplicemente da allegoria per rappresentare le ingiustizie all&#8217;interno della società umana.</b></p>
<p style="text-align: justify">Certo. Le problematiche di cui mi interesso valgono a proposito degli animali umani come dei non umani: penso ai dispositivi di controllo, la condotta civile dettata dalla sorveglianza, i limiti che ci sono imposti e ci imponiamo, che diamo per scontati o prendiamo per giusti, inevitabili o naturali, l&#8217;inautenticità della vita che viviamo, la spinta all&#8217;egoismo e alla competitività che riceviamo piuttosto che alla solidarietà, il senso di perenne precarietà e dunque macellabilità che ci trasmette il mondo del lavoro. In fondo le torrette di guardia, il filo spinato e le telecamere che vediamo talvolta nelle grandi città sono le stesse nelle prigioni e negli allevamenti, compaiono egualmente nel mio primo spettacolo, &#8220;Vite di Scarto&#8221;, come in quest&#8217;ultimo, &#8220;Di Pecore e Altri Macelli&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">In &#8220;Di Pecore e Altri Macelli&#8221; la sovrapposizione e l&#8217;ibridazione tra la figura umana e quella animale è costante: c&#8217;è un continuo giocare all&#8217;animale, farsi animale, assumerne le sembianze. Indosso prima un costume da pecora (con tanto di mammelle), poi una maschera con delle corna ferine. Della Vergine di Leonardo dico che i suoi occhi materni sono gli stessi di qualsiasi cagna, di qualsiasi giumenta. La maternità e la femminilità stesse, su cui indugio, raggiungono la vicinanza estrema con il mondo animale nell&#8217;atto del parto e della lattazione. Davanti ai &#8220;continenti di sangue&#8221; disegnati sul grembiule del macellaio, nella poesia di Simic, mi trovo incredula a chiedermi perché non ci sono al posto dell&#8217;animale appeso. E in una delle scene finali io stessa, nello studio deserto dello psicanalista, mi rendo improvvisamente conto di trovarmi all&#8217;interno del mattatoio, che il mio è prossimo turno, che al di là di una parete sottile si sente l&#8217;ansimare sconnesso dell&#8217;animale che viene abbattuto prima di me.</p>
<p style="text-align: justify">Quando le pecore sognano la libertà e nel panico prima della mattanza, gli agnelli in cerchio congiungono gli zoccoli delle loro zampe sulle grate del macello, c&#8217;è in filigrana un&#8217;immagine che ho tratto dal libro di Fabrizio Gatti &#8220;Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini&#8221;, in cui il giornalista racconta di quando in un centro di accoglienza un gruppo di migranti da diversi paesi, ridotti in condizioni bestiali, disumane, si stringono in cerchio e dandosi la mano cantano un gospel.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Nel tempo libero sappiamo che balli la Capoeira e che stai imparando a suonare strumenti come </b><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><b>dj</b></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Lucida Grande', serif"><span style="font-size: small"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><b>ambè, pandeiro e berimbau</b></span></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Lucida Grande', serif"><span style="font-size: small"><span style="font-family: Andalus, serif"><b>.</b></span></span></span></span><b> Ci è molto piaciuto il modo in cui hai saputo inserire motivi tribali o canzoni popolari nei momenti emotivamente salienti dello spettacolo: rendono davvero il canto melodioso delle madri che allattano, umane e non umane, o i lamenti della madri in pena per i figli. Invece ci ha convinti di meno la parte in cui, dopo aver raccontato di aver visto per la strada un elemosinante con un cartello che dice &#8220;Sono disoccupato e sono italiano&#8221;, ti fai tutta seria e in coro con il pubblico canti &#8220;Sono un italiano vero&#8221; di Toto Cotugno.</b></p>
<p style="text-align: justify">Premesso che mi piace moltissimo cantare quel brano, anche un altro amico lo ha criticato come un retaggio del populismo nazional-popolare e un tentativo da parte mia di ingraziarmi gli spettatori. In realtà sono ironica quando lo canto sul palco (leggo il testo da un rotolo di carta igienica) e proprio nella scena precedente rappresento il branco di pecore dissezionato dal Potere, che vorrebbe separare quelle &#8220;extra-vergini&#8221; italiane da quelle straniere, extra-europee e meticce. Io stessa tra l&#8217;altro in quel momento, essendo per metà tedesca e per metà italiana, devo dividermi in due, come a dire che questa lacerazione inferta dal Potere non si abbatte solo sul corpo sociale ma persino sul corpo fisico e psichico dei singoli individui. L&#8217;uomo col cartello esiste davvero: l&#8217;ho visto tante volte in metropolitana a Milano e mi ha fatto rabbia che pretendesse di ricevere un aiuto economico in quanto italiano (in quel periodo per di più lavoravo come volontaria in un&#8217;associazione di accoglienza profughi).</p>
<p style="text-align: justify"><i>Ringraziando Swewa per il tempo che ha ci dedicato, concludiamo questa intervista regalandole un&#8217;altra poesia che può aggiungere alla sua già ricca collezione di testi: anche questa parla di pecore e di sfruttatori, di dominio e di disobbedienza e la dice lunga sui rapporti di potere che dai suoi esordi l&#8217;Uomo intrattiene con i non umani, della sua e delle altre specie.</i></p>
<p style="text-align: right" align="RIGHT"><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Adamo, che fu er primo prepotente,</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">disse a la Pecorella: &#8211; Me darai</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">la lana bianca e morbida che fai</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">perché la lana serve tutta a me.</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Bisogna che me vesta&#8230; Dico bene?&#8230;-</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">La Pecorella je rispose: &#8211; Bee&#8230;-</span></span></span></p>
<p style="text-align: right"><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">E l&#8217;Omo se vestì. Doppo tre mesi</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">la Pecorella partorì tre agnelli.</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Adamo je se prese puro quelli</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">e je tajò la gola a tutt&#8217;e tre.</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Questi qui me li magno&#8230; Faccio bene?&#8230;</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">La Pecorella je rispose: &#8211; Bee&#8230;-</span></span></span></p>
<p style="text-align: right"><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">La bestia s&#8217;invecchiò. Doppo quattr&#8217;anni</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">rimase senza latte e senza lana.</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Allora Adamo disse: &#8211; In settimana</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">bisognerà che scanni pur&#8217;a te;</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">oramai t&#8217;ho sfruttata&#8230; Faccio bene?&#8230;-</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">La Pecorella je rispose: &#8211; Bee&#8230;</span></span></span></p>
<p style="text-align: right"><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Brava! &#8211; je strillò l&#8217;Omo. &#8211; Tu sei nata</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">còr sentimento de la disciplina:</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">come tutta la massa pecorina</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">conoschi er tu&#8217; dovere e dichi: bee&#8230;</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Ma se per caso nun t&#8217;annasse bene,</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><br />
</span><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">eh, allora, fija, poveretta te!</span></span></span></p>
<p style="text-align: right" align="RIGHT"><span style="color: #333333"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">(&#8220;Adamo e la pecora&#8221;, Trilussa)</span></span></span></p>
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		<title>Animali e Filosofi all&#8217;Università Cattolica: i filmati della conferenza</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2015 12:01:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inquisizione Vegana]]></category>
		<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Antropocentrismo]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Giannetto]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Mormino]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo FIlippi]]></category>
		<category><![CDATA[Oltre la Specie]]></category>
		<category><![CDATA[Specismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Segnaliamo i video della conferenza &#8220;Animali e filosofi&#8221; che si è tenuta all&#8217;Università Cattolica di Milano il 16 aprile 2015 e che abbiamo presentato precedentemente su questa rubrica. Cogliamo l&#8217;occasione per ringraziare ancora, oltre a tutt* i relatori e i partecipanti, gli amici e le amiche di ULD &#8211; Studenti di Sinistra, per l&#8217;aiuto che ci hanno dato nell&#8217;organizzazione dell&#8217;evento, Alessandra Picci per le riprese e Silvana Ferrara (di Oltre la Specie) per la locandina. L&#8217;incontro è stato presieduto dal Professor Massimo Marassi, Direttore del Dipartimento di filosofia dell&#8217;Università Cattolica. &#160; Dopo una breve introduzione è intervenuto per primo Enrico Giannetto (professore ordinario di]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>egnaliamo i video della conferenza &#8220;Animali e filosofi&#8221; che si è tenuta all&#8217;Università Cattolica di Milano il 16 aprile 2015 e che abbiamo presentato <a href="http://www.torquemada.eu/2015/04/11/animali-e-filosofi-alluniversita-cattolica/" target="_blank">precedentemente su questa rubrica</a>. Cogliamo l&#8217;occasione per ringraziare ancora, oltre a tutt* i relatori e i partecipanti, gli amici e le amiche di <strong><em>ULD &#8211; Studenti di Sinistra</em></strong>, per l&#8217;aiuto che ci hanno dato nell&#8217;organizzazione dell&#8217;evento, <strong>Alessandra Picci</strong> per le riprese e <strong>Silvana Ferrara</strong> (di <em><a href="http://www.oltrelaspecie.org/" target="_blank">Oltre la Specie</a></em>) per la locandina. L&#8217;incontro è stato presieduto dal Professor <strong>Massimo Marassi</strong>, Direttore del Dipartimento di filosofia dell&#8217;Università Cattolica.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/animali_e_filosofi_1604_A4-WEB.jpg"><img class="size-medium wp-image-2380 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/animali_e_filosofi_1604_A4-WEB-212x300.jpg" alt="animali_e_filosofi_1604_A4-WEB" width="212" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=DtFSPqT-cbU" target="_blank">Dopo una breve introduzione</a> è intervenuto per primo <strong>Enrico Giannetto</strong> (professore ordinario di <em>Storia del pensiero scientifico</em> presso l&#8217;Università di Bergamo), che ha proposto di distinguere non solo tra delle etno-filosofie, come già è stato fatto, ma anche tra delle vere e proprie speci-filosofie. Si tratta cioè di tener conto di come il modo di percepire e di vivere nel mondo (elaborando quindi una sorta di filosofia) differisca non solo a seconda di ciascuna popolo e civiltà, ma anche a seconda di ciascuna specie animale.</p>
<p><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='680' height='413' src='http://www.youtube.com/embed/vylz2-JUXfo?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0' allowfullscreen='true'></iframe></span></p>
<p style="text-align: justify">Dopo di lui ha parlato <strong>Gianfranco Mormino </strong>(professore di <em>Storia della filosofia morale</em> presso l&#8217;Università degli Studi di Milano), che sulle orme di Montaigne ha discusso della relatività dei comportamenti umani nei confronti degli altri animali e della vacuità dell&#8217;idea di natura, quando la si voglia intendere in senso normativo: non bisogna commettere l&#8217;errore di rendere assoluti e meta-storici dei fatti che variano invece da cultura a cultura, come nel caso del consumo di carne.</p>
<p><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='680' height='413' src='http://www.youtube.com/embed/P_j8QeKV2XI?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0' allowfullscreen='true'></iframe></span></p>
<p style="text-align: justify">Per terzo ha parlato il Professor <strong>Massimo Filippi </strong>(ordinario di <em>Neurologia </em>al San Raffaele di Milano e autore di numerosi volumi dedicati ai problemi dell&#8217;animalità e dello specismo): il suo intervento ha preso sagacemente le mosse dalla &#8220;paroletta e&#8221; che si pone di solito a separare, in maniera dicotomica, le categorie dell&#8217;umano e dell&#8217;animale (persino nel titolo della nostra conferenza, &#8220;Animali e filosofi&#8221;). Chiamando quindi in causa, tra gli altri, pensatori quali Jacques Derrida, Giorgio Agamben e Judith Butler, ha cercato di rendere ragione della complessità della cosiddetta questione animale e della luce inquietante che essa getta sulla struttura e i meccanismi della nostra società.</p>
<p><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='680' height='413' src='http://www.youtube.com/embed/XW5UeA48nbU?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0' allowfullscreen='true'></iframe></span></p>
<p>Durante il dibattito conclusivo hanno preso la parola i Professori dell&#8217;Università Cattolica <strong>Roberto Diodato </strong>(<em>Estetica</em>), <strong>Mariachiara Tallacchini</strong> (<em>Filosofia del Diritto</em>) e <strong>Franco Riva</strong> (<em>Etica Sociale e Antropologia Culturale</em>), che hanno gentilmente accettato di presenziare al nostro incontro: l&#8217;ultimo filmato, comprendente le loro domande e osservazioni e le risposte che i relatori hanno dato loro, sarà pubblicato qui sotto appena sarà disponibile online.</p>
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		<title>Vegan in quattro mosse? Gli animali, la salute, il pianeta, il Terzo Mondo</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/06/18/vegan-in-quattro-mosse-gli-animali-la-salute-il-pianeta-il-terzo-mondo/</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2015 14:53:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inquisizione Vegana]]></category>
		<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Antispecismo]]></category>
		<category><![CDATA[Argomenti indiretti]]></category>
		<category><![CDATA[Monza]]></category>
		<category><![CDATA[Pentola Vegana]]></category>
		<category><![CDATA[Vegan in quattro mosse?]]></category>
		<category><![CDATA[Veganismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Propongo anche su questo blog i contenuti del mio intervento alla Pentola Vegana (un locale di Monza) di martedì sera sui cosiddetti argomenti diretti e indiretti. Si tratta in buona parte di una presentazione e di una riformulazione del materiale attinto sullo stesso argomento dagli articoli di Katherine Perlo e Aldo Sottofattori pubblicati sulla rivista Liberazioni. La registrazione audio di quel che è stato detto esattamente quella sera, tra i due interventi iniziali (quello di Giampaolo Lanzallotta e il mio) e il dibattito che ne è scaturito, sarà comunque disponibile in tempi brevi sul sito dell&#8217;associazione Oltre la Specie. Nel vasto panorama]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><em><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>ropongo anche su questo blog i contenuti del mio intervento alla </em>Pentola Vegana<em> (un locale di Monza) di martedì sera sui cosiddetti argomenti diretti e indiretti. Si tratta in buona parte di una presentazione e di una riformulazione del materiale attinto sullo stesso argomento dagli articoli di <a href="http://www.liberazioni.org/articoli/Liberazioni-n01-estate2010.pdf" target="_blank">Katherine Perlo</a> e <a href="http://www.liberazioni.org/articoli/Liberazioni-n03-inverno2010.pdf" target="_blank">Aldo Sottofattori</a> pubblicati sulla rivista </em>Liberazioni<em>. La registrazione audio di quel che è stato detto esattamente quella sera, tra i due interventi iniziali (quello di Giampaolo Lanzallotta e il mio) e il dibattito che ne è scaturito, sarà comunque disponibile in tempi brevi sul sito dell&#8217;associazione </em><a href="http://http://lnx.oltrelaspecie.org/category/multimedia/audio/" target="_blank">Oltre la Specie</a><i>.</i></p>
<p>Nel vasto panorama dei gruppi che si pongono come obiettivo finale la liberazione degli animali non umani da ogni forma di sfruttamento, violenza e coercizione (la liberazione dai macelli, dagli allevamenti, dai laboratori, dagli zoo et cetera), la maggioranza affianca ad argomenti che riguardano direttamente e inequivocabilmente gli animali stessi (è sempre ingiusto far loro del male, tenerli prigionieri per ricavarne profitto et cetera), argomenti di altra natura che vertono invece sugli interessi propri dell&#8217;umano. <strong>Sono i cosiddetti argomenti indiretti</strong>. Per fare alcuni esempi, quelli che vengono citati sui volantini e sui siti che inneggiano alla &#8220;scelta vegan&#8221; sono principalmente tre: <strong>quelli di marca salutista</strong> (mangiare carne e latticini nuoce alla nostra salute), <strong>quelli ecologisti</strong> (secondo le Nazioni Unite gli allevamenti bovini sono i primi responsabili dell&#8217;emissione di gas serra e quindi del surriscaldamento globale), <strong>quelli infine terzomondisti</strong> (le sementi coltivate in territori devastati dalla carestia, come l&#8217;Etiopia o il Brasile, vengono esportati in Occidente per sfamare gli animali &#8220;da allevamento&#8221;). Se ne potrebbero fare molti altri: che la sperimentazione animale debba essere dismessa perché non dà risultati scientificamente validi, che portare i bambini a vedere gli animali del circo (o gli zoo e i delfinari) sia sbagliato da un punto di vista pedagogico, che la caccia vada abolita perché miete anche tante vittime umane per incidente o che, come una volta disse scherzosamente un attivista, non bisogna dare i calci al cane perché si rovinano le scarpe. <strong>Sono evidentemente tutti discorsi obliqui rispetto al vero nocciolo della questione</strong>, che spinge gli attivisti a impegnarsi in prima persona. Un altro caso ricorrente è quello di citare vegetariani autorevoli del passato (e attori e cantanti pop del presente) come se la loro opinioni fosse in qualche modo rilevante a supporto della causa animalista. In certi ambienti <strong>la caccia alla celebrità</strong> è diventata una sorta di mania (Da Vinci, Gandhi, McCartney, Carl Lewis, Brad Pitt, Gianni Morandi&#8230;).</p>
<p><strong>Da un punto di vista teorico gli argomenti indiretti devono essere rigettati (e quindi non adottati più in assoluto, nè in pubblico nè in privato, per sostenere la liberazione animale) perché</strong> invece di intaccare quel paradigma culturale che per cambiare il mondo e salvare quindi gli animali non umani dovremmo stravolgere, <strong>consolidano l&#8217;antropocentrismo e lo specismo</strong>. In pratica, vorrebbero che i non umani fossero risparmiati non perché è giusto così e per una sana compassione del loro tetro destino, ma perché si vorrebbe far credere che la loro morte sia svantaggiosa in fin dei conti anche agli umani. Si rifanno tutti a quella visione del mondo secondo cui l&#8217;umano si erge al centro dell&#8217;universo e il resto degli enti esistono in funzione di lui; secondo cui tra l&#8217;umano e il resto del mondo animale esiste una barriera insormontabile che li distingue nettamente e rende gli uni degni di considerazione morale, gli altri no.</p>
<p>Nel dubbio, <strong>per capire se un argomento che stiamo usando è antropocentrico o meno, possiamo porci alcune domande</strong>. Ne suggerisco alcune. La prima: <strong>faremmo lo stesso tipo di obiezione a proposito di gruppi umani oppressi?</strong> Chiederemmo agli israeliani di non bombardare i palestinesi perchè in quel modo causano un dissesto tellurico e deturpano il paesaggio, così come oggi molti animalisti si impuntano sull&#8217;impatto ambientale (estremamente inquinante) degli allevamenti intensivi? La seconda: proviamo ad adottare il punto di vista degli animali. <strong>Agli animali importerebbe qualcosa di quello che stiamo dicendo?</strong> Se le medicine testate sui loro corpi sono efficaci o meno alla fine del processo, se il consumo di latte per il quale teniamo in cattività le vacche è davvero una causa dell&#8217;osteoporosi, cambia qualcosa per loro? Qualcuno ritiene che qualsiasi espediente (anche a costo di dire panzane, qualche volta) è lecito pur di tirarli fuori dalle gabbie in cui ora si trovano a marcire, tuttavia la ragioni esposte nel paragrafo precedente e in quello successivo credo siano sufficienti a confutare questa tesi. La terza e ultima domanda: <strong>e se così non fosse?</strong> Se le deiezioni degli animali allevati in quelle specie di campi di concentramento non contaminassero gravemente le falde acquifere, li mangeremmo lo stesso? Certamente no, per una serie di ragioni etico-politiche. E lo stesso se anche la carne non fosse così cancerogena come dicono certi animalisti.</p>
<p>Tuttavia nemmeno <strong>da un punto di vista strategico</strong> gli argomenti indiretti sono rilevanti: sono semmai controproducenti. <strong>Non solo sono scorretti e inadeguati nei confronti delle vittime, ma sono pure inutili alla loro liberazione. Rappresentano infatti un nascondimento dei propri fini</strong> (e alla lunga un ostacolo al loro raggiungimento): nessuno prende sul serio degli animalisti che pretendono di salvare gli animali dalla loro condizione miserevole, cercando di convincere i loro oppositori su basi mediche, ambientaliste o umanitarie. <strong>Sono fuorvianti</strong>, in quanto sviano la conversazione con chi vorremmo coinvolgere nelle nostre iniziative (o i nostri contraddittori, in un confronto pubblico) e li favoriscono, permettendo loro di parlare di tutt&#8217;altro rispetto al problema centrale, ineludibile, che come dicevo è di natura prettamente etico-politica. Mille studi che si contraddicono a vicenda escono ogni giorno per esempio a proposito dell&#8217;effetto dei cibi animali sulla nostra salute. Che per divorare il corpo di un animale di un&#8217;altra specie occorra invece ucciderlo (quando se ne può fare benissimo a meno e non sussiste giustificazione alcuna a questo gesto, se non una sproporzione nel rapporto di forze) è un fatto invece incontrovertibile. Inoltre gli argomenti indiretti <strong>sono sempre limitati ad un singolo settore dello sfruttamento animale</strong> (che i cibi di origine animale facciano male, per esempio, non dice nulla sul fatto che non si debba indossare la loro pelle), mentre un discorso di più ampio respiro sulla dignità degli altri viventi (dotati di sensibilità e ragione) è sempre onnicomprensivo e fornisce a chi ci ascolta la misura del nostro pensiero, non solo la nostra opinione su ciascun caso specifico. <strong>Ammettono poi delle risposte parziali</strong>, a differenza di quelli diretti: se è vero che la nostra preoccupazione è la tutela dell&#8217;ambiente o la salute umana, allora è sufficiente mangiare molta meno carne, senza cessarne l&#8217;uso del tutto. Per di più, se davvero vogliamo affermarci, in un dibattito serrato, <strong>non possiamo certo pensare di fare una gran figura accumulando una serie di argomenti (i più disparati) a sostegno della nostra opinione: occorre trovarne uno unico, il più solido possibile, l&#8217;essenziale, e attenersi a questo.</strong> Su ciò concorderebbe il più elementare manuale di retorica. Che speranza abbiamo che il nostro messaggio (così distante dalla mentalità corrente, che è profondamente specista) venga percepito e assimilato dall&#8217;opinione pubblica, se aggiungiamo e confondiamo ad esso una serie di argomenti altri?</p>
<p><strong>Perché dunque si adoperano gli argomenti indiretti?</strong> Credo, semplicemente, <strong>perché ormai sono entrati in circolo</strong> e perché sono così radicati nel repertorio animalista che (anche volendo) si fa una gran fatica sbarazzarsene. <strong>Si dà per scontato innanzitutto che siano veri, né si riflette come si dovrebbe sulla loro opportunità e convenienza. Un altro motivo importante è quello della scarsissima considerazione sociale di cui gode l&#8217;impegno animalista</strong>, che viene percepito come di second&#8217;ordine rispetto alle cause filantropiche non solo dalla società specista, ma anche dagli stessi attivisti antispecisti (che serbano sempre qualche comprensibile insicurezza anche solo ad un livello inconsapevole): si cercano quindi degli argomenti antropocentrici per fare da contrafforte a quelli che sono anti-antropocentrici e superare la resistenza propria e degli interlocutori ad una novità assoluta come l&#8217;antispecismo.</p>
<p><strong>Chi ancora li difende si appella in primo luogo alla necessità di aumentare il numero degli attivisti (o più banalmente dei consumatori vegani)</strong> per accrescere il consenso nella popolazione totale e accelerare i tempi della liberazione animale. Oppure dubita (ragionevolmente) che questa rivoluzione si compirà mai, pensa che la nostra cultura (e quindi le pratiche che ne derivano) rimarrà sempre antropocentrica, e pertanto ambisce a &#8220;convertire&#8221; più vegani possibile per salvare più animali possibile. Salvare il salvabile, insomma. Alcuni tra l&#8217;altro sono convinti che siccome anche loro inizialmente si erano avvicinati all&#8217;animalismo (diventando vegetariani o vegani) in virtù degli argomenti indiretti, tutti i nuovi attivisti debbano passare per questa fase in cui alla questione etico-politica si accompagnano quelle salutista, ambientalista, umanitaria et cetera. <strong>Sia nel caso del proselitismo vegan che in quello dello scetticismo pessimista, ci si muove sempre in una prospettiva di conversione uno ad uno, considerando più la quantità che la qualità dei nuovi attivisti che vengono formati e non badando a come il proprio messaggio venga percepito in maniera distorta, mettendo assieme questioni tanto differenti (e ritardando quindi il momento di una eventuale liberazione di tutti gli animali).</strong></p>
<p>Un altro tentativo di difesa degli argomenti indiretti viene da chi (hallelujah!) propone una concezione più politica dell&#8217;animalismo, mettendo sullo stesso piano (e quindi conducendo insieme) discorsi relativi la condizione degli animali, dei lavoratori, dei poveri e dell&#8217;ecosistema in cui tutti abitiamo. In effetti questo è proprio quello che occorrerebbe fare,<strong> aggiungere la questione dell&#8217;antispecismo (con le debite conseguenze) agli altri campi di lotta della sinistra radicale, senza però confondere ciò che pertiene l&#8217;ambiente e il Terzo Mondo con le ragioni per cui pensiamo che non si debbano sfruttare e uccidere gli animali.</strong> Portare avanti come su binari separati (ma sempre paralleli e inscindibili ovviamente) tutti questi discorsi, in un nuovo movimento politico ben articolato e strutturato. Pur avendo a cuore dunque le ingiustizie che vengono perpetrate ai danni degli umani e gli ecocidi in corso in tutto il mondo, nondimeno <strong>quando si tratta di argomentare a favore della liberazione degli animali non umani bisogna concentrarsi esclusivamente sugli argomenti diretti: raccontare le crudeltà che essi subiscono, illustrare l&#8217;inconsistenza della discriminazione di specie e muovere una critica ben connotata politicamente a tutto il sistema economico e culturale </strong>che genera e preserva queste ineguaglianze, che investono in misura differente sia gli umani che i non- umani.</p>
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		<title>Detti specisti: fiol d&#8217;un can</title>
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		<pubDate>Sat, 16 May 2015 07:13:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Condivido su questo blog una serie di due interventi dedicati a modi di dire specisti, preparati per la trasmissione radio Restiamo animali. Figlio di un cane (o &#8220;fiol d&#8217;un can&#8221;, come suona nelle campagne polesane) è un&#8217;espressione che si usa per insultare un individuo di sesso maschile ferendolo nel proprio amore per il padre e al tempo stesso mettendo in discussione la legittimità della sua condizione sociale. In un mondo in cui la ricchezza e il posto che si occupa all&#8217;interno della comunità (a partire dal nome stesso che uno porta) si trasmettono per via patrilineare, asserire che qualcuno è]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><em><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>ondivido su questo blog una serie di due interventi dedicati a modi di dire specisti, preparati per la trasmissione radio <a href="http://www.restiamoanimali.it" target="_blank">Restiamo animali</a>.</em></p>
<p>Figlio di un cane (o &#8220;fiol d&#8217;un can&#8221;, come suona nelle campagne polesane) è un&#8217;espressione che si usa per insultare un individuo di sesso maschile ferendolo nel proprio amore per il padre e al tempo stesso mettendo in discussione la legittimità della sua condizione sociale. In un mondo in cui la ricchezza e il posto che si occupa all&#8217;interno della comunità (a partire dal nome stesso che uno porta) si trasmettono per via patrilineare, asserire che qualcuno è figlio di un cane è certamente grave. Significa dargli del miserabile, ma in un universo di valori specista significa anche privarlo di quello che è considerato il grado minimo di ogni dignità: l&#8217;appartenenza al genere umano.</p>
<p>Il cane per di più gode di una pessima reputazione tra gli animali: nella storia della domesticazione è stato il primo, circa 10.000 anni fa, a cooperare e lasciarsi integrare in gruppi umani, subordinando i propri interessi ai loro. Nonostante tutte le sue virtù e la sua lealtà, il servilismo e la sottomissione gli sono costati un&#8217;aura di latente disprezzo, che permane tutt&#8217;ora. Il cane è quello che non ha nessun riserbo a uggiolare e umiliarsi per avere un pezzo di pane: nell&#8217;Iliade, quando Agamennone vuole oltraggiare Achille davanti a tutti gli Argivi, perchè ritiene che abbia osato chiedere troppo, tuona contro di lui le parole &lt;&lt;faccia di cane, cuore di cervo&gt;&gt;, per dirgli che era uno sfacciato e un vigliacco. E&#8217; l&#8217;animale spudorato per eccellenza, che si accoppia sul ciglio della strada e che muore (come un cane appunto) sul ciglio della strada. E&#8217; colui al quale sono estranei i fondamenti della vita civile (tra cui proprio le nozze e i funerali). E&#8217; il bastardo per antonomasia, giacchè ogni genealogia è assurda (se si escludono i cani della nobiltà e i loro epigoni contemporanei) per chi si ama e si riproduce liberamente fuori misura e fuori controllo.</p>
<p>Nelle stanze degli aristocratici e negli appartamenti dei piccoli borghesi il cane è vezzegiato, è guardato con tenerezza, come un pet in cui vedere un riflesso di se stess. Tuttavia nella maggior parte dei casi il cane è l&#8217;indesiderato, il parassita che vive ai margini della società, che vaga per le campagne e infesta le periferie, affamato e rognoso.</p>
<p>Per comprendere appieno la gravità dell&#8217;offesa, quando si dà a qualcuno del figlio d&#8217;un cane, e per meglio comprendere la cultura che ci fa percepire come offensivo questo modo di dire, non dobbiamo considerare il cane adorato che viene accolto in seno alla famiglia, nè tanto meno quello accattone, coperto di pulci, senza padrone. Dobbiamo guardare invece all&#8217;oikos, alla villa, ai nuclei di produzione della ricchezza in cui si sono forgiati i valori fondanti della nostra civiltà. In questi luoghi, a seconda del ruolo ricoperto nel processo produttivo, a ciascuno veniva attribuita una diversa importanza. Al momento del pasto, come avveniva ancora pochi decenni fa nelle famiglie allargate, ci si raccoglieva sotto l&#8217;autorità del patriarca, il capo della famiglia o della comunità, e l&#8217;ordine sociale riceveva la sua consacrazione nell&#8217;atto stesso di consumare il frutto del lavoro collettivo. L&#8217;importanza di ciascuno allora si palesava nella disposizione dei commensali e il cane, che pur partecipava alla prosperità del gruppo con compiti di sorveglianza del patrimonio e del bestiame (gli altri animali addomesticati) e come valido aiutante nella caccia, il cane allora condivideva il posto della servitù e degli ospiti di infimo grado: riceveva per terra le briciole e gli avanzi del banchetto, che gli venivano gettati ai piedi del tavolo.</p>
<p>Che l&#8217;epiteto di cane abbia un significato particolarmente dispregiativo lo testimoniano già a sufficienza l&#8217;uso di cagna per dare ad una donna della svergognata e del nome di cane attribuito a Dio nella bestemmia. Tuttavia, nel mondo dei padri, dove il padre eterno, il sovrano (padre del suo popolo) e il pater familias si collocano in ordine concentrico nella scala delle massime autorità, asserire che qualcuno è figlio di un cane rappresenta un&#8217;illazione particolarmente pesante. Nella &lt;&lt;repubblica delle proprietà&gt;&gt; equivale a minare il posto che ciascuno di noi presume gli spetti nel mondo: perchè ai bastardi, è bene ricordarlo, non spetta alcuna eredità.</p>
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		<title>Animali e Filosofi all&#8217;Università Cattolica</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2015 17:20:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inquisizione Vegana]]></category>
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		<description><![CDATA[Per dirla col signor Paleari, de Il fu Mattia Pascal, che farebbe l&#8217;Oreste di Sofocle se mentre si accinge a compiere l&#8217;atto supremo della sua vendetta, uccidendo la madre che ha ucciso suo padre, il fondale del teatro d&#8217;un tratto si strappasse e insieme ad esso si sfaldasse tutto quell&#8217;universo di valori che muove il braccio dell&#8217;eroe e lo spinge a portare a termine i suoi propositi omicidi? Non rimarrebbe Oreste basito e interdetto, messo di fronte alla necessità di rivedere tutti i presupposti che riempiono di significato la sua azione, ora che il contesto è stato stravolto e al]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>er dirla col signor Paleari, de <em>Il fu Mattia Pascal</em>, che farebbe l&#8217;Oreste di Sofocle se mentre si accinge a compiere l&#8217;atto supremo della sua vendetta, uccidendo la madre che ha ucciso suo padre, il fondale del teatro d&#8217;un tratto si strappasse e insieme ad esso si sfaldasse tutto quell&#8217;universo di valori che muove il braccio dell&#8217;eroe e lo spinge a portare a termine i suoi propositi omicidi? Non rimarrebbe Oreste basito e interdetto, messo di fronte alla necessità di rivedere tutti i presupposti che riempiono di significato la sua azione, ora che il contesto è stato stravolto e al tempo stesso ingigantito? Da quando all&#8217;umanità sono state inferte quelle <strong>tre ferite narcisistiche</strong> (per mano rispettivamente di Copernico, Darwin e Freud) che le impediscono di continuare a pensare se stessa al centro dell&#8217;universo, separata ontologicamente e cognitivamente dalla schiera multiforme degli altri abitanti di questo pianeta, la questione dei nostri rapporti con le diverse specie animali non è mai stata radicalmente messa in discussione: o meglio, ad una sua (recente) messa in discussione non è corrisposta una doverosa presa di coscienza collettiva e una seria ricaduta nella prassi. Pratiche di dominio e un&#8217;ideologia autogiustificante ben consolidate nel corso della storia hanno permesso che cambiando tutto, tutto rimanesse come prima. Ieri come oggi,<strong> &#8220;gli animali&#8221; sono trattati e percepiti alla stregua di mezzi in balia dei bisogni e degli interessi umani. Qualsiasi modalità alternativa di convivenza è rigorosamente relegata al campo dell&#8217;utopia.</strong></p>
<p>Il titolo dato alla conferenza che si terrà all&#8217;<strong>Università Cattolica di Milano questo giovedì alle 17</strong>, &#8220;Animali e Filosofi&#8221;, lungi dal voler rappresentare un&#8217;offesa alla dignità dei relatori che vi parteciperanno, si riferisce al contrario alla banale considerazione secondo cui tutti i filosofi sono innanzitutto esseri umani e tutti gli esseri umani, prima ancora, devono per forza essere animali (sempre che le teorie evoluzionistiche meritino una qualche stima da parte nostra). <strong>Enrico Giannetto</strong>, Professore di Filosofia Contemporanea e di Storia del Pensiero Scientifico all&#8217;Università di Bergamo, <strong>Gianfranco Mormino</strong>, Professore di Storia della Filosofia Morale all&#8217;Università di Milano e <strong>Massimo Filippi</strong>, Professore di Neurologia al San Raffaele e filosofo antispecista interverranno in questo incontro dedicato ai temi dell&#8217;antropocentrismo e dell&#8217;animalità. Il dibattito sarà presieduto dal Professor <strong>Massimo Marassi</strong>, Direttore del Dipartimento di Filosofia dell&#8217;Università Cattolica, e vi prenderanno parte anche altri docenti dell&#8217;Ateneo tra cui <strong>Lucia Urbani Ulivi</strong> (Filosofia della Mente), <strong>Roberto Diodato</strong> (Estetica), <strong>Mariachiara Tallacchini</strong> (Filosofia del Diritto) e <strong>Franco Riva</strong> (Etica Sociale e Antropologia Culturale). L&#8217;evento sarà aperto al pubblico, anche se in caso di esaurimento posti la priorità sarà data agli studenti e alle studentesse universitari.</p>
<p>Si considera specista il pensiero di chi legittima la discriminazione, lo sfruttamento e la violenza su animali di altre specie in base alle mancanze che le contraddistinguono rispetto a quella umana, secondo un ragionamento appunto prettamente antropocentrico. Le nozioni di specismo e antispecismo nascono in filosofia in ambito anglosassone, negli anni Settanta del Novecento, coniate sui concetti affini di razzismo e antirazzismo, sessismo e antisessismo. Da allora sono stati tentati approcci interpretativi anche molto lontani dall&#8217;utilitarismo di Peter Singer e dal giusnaturalismo di Tom Regan (considerati i due apripista dell&#8217;antispecismo), spaziando &#8220;dall&#8217;hegelo-marxismo alla fenomenologia e all’ermeneutica, dal pensiero della differenza al postumanismo&#8221;. Nei limiti di tempo che saranno dati, <strong>questi tentativi di criticare e superare il baratro culturale e materiale che si è spalancato a separare l&#8217;umano dal resto del vivente saranno affrontati e discussi all&#8217;incontro di giovedì, che è stato organizzato dai rappresentanti degli studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia con il gruppo ULD – Studenti di Sinistra e la redazione della rivista Torquemada.</strong></p>
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		<title>Il vero nome è Casini: lo vuole anche la Merkel</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 11:42:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<description><![CDATA[La cosa straordinaria, è che ha sempre ottenuto posizioni di governo portando con sé solo una piccola dote di voti. Classica mossa da democristiano nato e cresciuto nella prima Repubblica, sostengono i suoi detrattori. E forse è anche vero, perché Pierferdinando Casini è stato esponente di spicco di partiti(ni) dai più svariati nomi &#8211; Ccd, UDC, UdC &#8211; e, nonostante la poca generosità degli elettori, è stato al Governo per lungo tempo. O meglio, ha quasi sempre fatto parte delle maggioranze che sostenevano gli esecutivi di Berlusconi e tanti altri, ma al Governo &#8211; personalmente &#8211; non ci è andato]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>a cosa straordinaria, è che ha sempre ottenuto posizioni di governo portando con sé solo una piccola dote di voti. Classica mossa da democristiano nato e cresciuto nella prima Repubblica, sostengono i suoi detrattori. E forse è anche vero, perché <strong>Pierferdinando Casini</strong> è stato esponente di spicco di partiti(ni) dai più svariati nomi &#8211; Ccd, UDC, UdC &#8211; e, nonostante la poca generosità degli elettori, è stato al Governo per lungo tempo. O meglio, ha quasi sempre fatto parte delle maggioranze che sostenevano gli esecutivi di Berlusconi e tanti altri, <strong>ma al Governo &#8211; personalmente &#8211; non ci </strong><strong>è</strong><strong> andato mai</strong>. Perché, si sa, è una posizione scomoda, capace di attaccarti addosso un&#8217;etichetta che poi difficilmente ti scrolli.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Per questo Casini è il nome più caldo della corsa al Quirinale a poche ore dall&#8217;inizio delle consultazioni. Pierferdinando ha una dote incontestabile, cioè quella di <strong>sapersi riciclare con classe, aiutato indubbiamente dal suo volto piacevole e dal portamento signorile</strong>. É simpatico a molti e indigesto a quasi nessuno. Ha fatto l&#8217;amore (politicamente, s&#8217;intende) con molti: da Berlusconi a Fini, dagli esponenti della sinistra a quelli più radicali. Forse non piace ai 5 Stelle, che vorrebbero un magistrato a tutti i costi e che non voteranno Pietro Grasso solo perché sono più le volte che li ha cacciati dall&#8217;aula di quelle in cui è riuscito a mandare in galera un mafioso. <strong>Casini, dicevamo, </strong><strong>è</strong><strong> stato compagno di letto del Cav., ha appoggiato il governo Monti, Letta e Renzi</strong>. Insomma, dove si comanda lui c&#8217;è: una volta in maniera più visibile, ora nell&#8217;ombra.</p>
<p style="text-align: justify">Non gli mancano gli incarichi, certo. Ora è stato premiato con la presidenza di una Commissione Affari esteri. <strong>Domani, chiss</strong><strong>à</strong><strong>, con la Presidenza della Repubblica</strong>. Sì, perché l&#8217;interesse di Renzi è quello di non far cadere il patto del Nazareno. Berlusconi e il Premier si sono incontrati e scontrati sui nomi di <strong>Mattarella e Amato</strong>. Il primo, sostenuto dal segretario Pd, essendo un nome politicamente ininfluente e di caratura grigia, incapace probabilmente di contrastare la colorita corsa alle riforme dell&#8217;ex sindaco di Firenze. L&#8217;altro, <strong>il dott. Sottile, </strong><strong>è</strong><strong> caldeggiato da Berlusconi ed il perch</strong><strong>é</strong><strong> rimane un mistero pi</strong><strong>ù</strong><strong> incomprensibile di quelli di Fatima</strong>. Braccio destro di Craxi, ma non amato dal leader del fu Psi. Inoltre, non sarebbe una garanzia per le voglie di libertà dai servizi sociali del capo di Forza Italia. Insomma, Renzi e Berlusconi si trovano così al muro contro muro, e questo spiega il perché dell&#8217;uscita del vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, dopo giorni di silenzio stampa sul toto-nomi. <strong>Il nome di Mattarella </strong><strong>è</strong><strong> un modo per tirare un po&#8217; la corda, stando attenti che non si spezzi</strong>.<strong> Ai renziani, infatti, non conviene rompere il patto</strong>. Se decidessero di ricucire in toto il Pd, concedendo un nome ben visto dalla minoranza di Bersani e soci, dovrebbero poi contare anche sulla loro fedeltà quando ci sarà da far passare le riforme. Il che non è scontato, e nella migliore delle ipotesi significherebbe rivedere l&#8217;impianto complessivo delle norme che riscrivono la Costituzione. Un rischio che val la pena correre?</p>
<p style="text-align: justify">Forse no. <strong>Perch</strong><strong>é</strong><strong> un nome capace di far passare ogni impasse in secondo piano esiste, ed </strong><strong>è</strong><strong> quello di Casini</strong>. Lui, insomma, il democristiano mai defunto, sopravvissuto alla morte della Dc, dei governi Berlusconi, del fallimentare appoggio al governo Monti. Per non parlare del più duro dei colpi ricevuti, ovvero quella campagna elettorale condotta con Scelta Civica, formazione che avrebbe dovuto spaccare il mondo (politico) e si è ritrovata disintegrata qualche giorno dopo il voto. <strong>Casini non ha solo amoreggiato con tutti, con molti ha anche litigato, ha spesso chiesto ed ottenuto la separazione.</strong> <strong>Ma non ha mai divorziato</strong> &#8211; ad eccezione che con la ex moglie, invaghito com&#8217;era della donna Caltagirone &#8211; con nessuno dei leader politici che sono passati e rimasti sulla scena. <strong>Berlusconi</strong>, pur sentitosi tradito più di una volta, come quando si è sfilato dal pentolone Pdl che voleva raccogliere tutte le formazioni dell&#8217;allora Casa delle Libertà, non solo lo ha perdonato, ma <strong>lo ritiene un amico. Forse pi</strong><strong>ù</strong><strong>, quasi un figlio. Ribelle alcune volte, come tutti i giovanotti, ma pur sempre un figlio</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Per questo ieri, in gran segreto, è stato ricevuto a Palazzo Chigi. Lui stesso, come ha rivelato Kayser Soze su Panorama, avrebbe confessato di essere il nome giusto, &#8220;altrimenti Renzi non ha i voti&#8221;. E questo spiega la segretezza dell&#8217;arrivo in Piazza del Parlamento con i vetri oscurati, mentre gran parte di quelli che sono andati a ricevimento da Renzi lo hanno fatto alla luce del sole. Scoperto a causa della targa dell&#8217;auto blu (un errore tattico che poteva risparmiarsi), è da ieri sulle prime pagine dei giornali.</p>
<p style="text-align: justify">Può salvare il patto del Nazareno, è questa la sua arma vincente. Ma non solo. <strong>Durante la visita a Firenze, la Cancelliera tedesca Angela Merkel si </strong><strong>è</strong><strong> informata sulle possibilit</strong><strong>à</strong><strong> di Casini di arrivare al Colle</strong>. A rivelarcelo, una fonte vicina al Ppe in quei giorni nel capoluogo toscano. Un appoggio internazionale che potrebbe non guastare. E aiutare Pierferdinando a salire al Quirinale. Salvando così il Patto del Nazareno.</p>
<p style="text-align: justify">Inoltre, dicono alcuni, non dispiace nemmeno alla mamme.</p>
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		<title>Earthlings, Il biglietto di ingresso, Facing animals: tre documentari</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2015 08:16:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se volete farvi del male e al tempo stesso accrescere la vostra consapevolezza dell’ecatombe che ogni giorno si consuma (e di cui in vario grado siamo tutti responsabili), non c’è niente di meglio di un buon documentario di propaganda vegana. Ve ne propongo tre: Earthlings, Il biglietto di ingresso e Facing animals. Earthlings (2005), realizzato da Shaun Monson, è ormai un classico nell’ambiente animalista. La voce narrante è di Joaquin Phoenix (attivista animalista nonché splendido attore cinematografico hollywoodiano), la conturbante colonna sonora è opera di Moby. Earthlings è un concentrato straziante di retorica antispecista e scene rivoltanti. Racconta in cinque]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>e volete farvi del male e al tempo stesso accrescere la vostra consapevolezza dell’ecatombe che ogni giorno si consuma (e di cui in vario grado siamo tutti responsabili), non c’è niente di meglio di <strong>un buon documentario di propaganda vegana</strong>. Ve ne propongo <strong>tre</strong>: <em>Earthlings</em>, <em>Il biglietto di ingresso</em> e <em>Facing animals.</em></p>
<p><a href="https://vimeo.com/15237605" target="_blank"><em><strong>Earthlings</strong> </em></a>(2005)<em>, </em>realizzato da Shaun Monson<em>, </em>è ormai un classico nell’ambiente animalista. La voce narrante è di Joaquin Phoenix (attivista animalista nonché splendido attore cinematografico hollywoodiano), la conturbante colonna sonora è opera di Moby. Earthlings è <strong>un concentrato straziante di retorica antispecista e scene rivoltanti</strong>. Racconta in cinque capitoli lo sfruttamento degli animali: come pet, come cibo, come abbigliamento, come svago e come strumento di ricerca scientifica. Dopo un’introduzione potente per le ingiustizie che disvela, ma anche un tantinello melensa per il suo retrogusto olistico new age (“al fondo delle cose, tutti i viventi sono legati insieme&#8230; <em>make the connection</em>!”), dopo una carrellata di bellezze naturali con i vari animali inseriti armonicamente nel loro contesto, <strong>arriva la parte splatter</strong>. Gli animali “da pelliccia” scorticati vivi, le grida di terrore dei maiali agonizzanti, la folle fuga di un elefante imbizzarrito e crivellato di proiettili vi lasceranno traumatizzati per settimane.</p>
<p>I più avveduti tra gli antispecisti si sono resi conto di come questa attitudine a colpevolizzare le persone costringendole all’esposizione di immagini violente (come fosse una sorta di contrappasso che meritano di subire, per espiare le loro colpe) sia per lo meno problematica e insufficiente di per sé per porre fine all’olocausto degli animali, a meno che la campagna per la loro liberazione non si inserisca in un progetto di trasformazione politica più vasto e lungimirante. Tuttavia al <strong>terrorismo psicologico</strong> di Earthlings va riconosciuto il merito di aver smosso dal loro stato di inedia un gran numero di individui e di aver favorito la <strong>costituzione di una base solida di animalisti militanti</strong>.</p>
<p>Il nostro attaccamento morboso per gli animali “da compagnia” è direttamente proporzionale all’indifferenza per quelli che consideriamo “da reddito”. Lo specismo è una forma palese di schizofrenia, non c’è niente di razionale nell’arbitrio con cui distribuisce i destini dei non umani (alcuni accuditi e coccolati, altri trascurati e trucidati). Le sue radici affondano così profondamente nell’inconscio della cultura collettiva che <strong>per scuoterle non può certo guastare una dose massiccia di realismo raccapricciante</strong>, che strappi le persone dall’iperuranio di menefreghismo in cui vanno fluttuando e le costringa a piantare i piedi nel pantano insanguinato in cui vivono gli Altri, sperando che ne traggano le dovute conseguenze. Ecco, di questo realismo raccapricciante in Earthlings se ne trova parecchio.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/earthlinks.jpg"><img class="size-medium wp-image-1042 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/earthlinks-220x300.jpg" alt="earthlinks" width="220" height="300" /></a></p>
<p><a href="https://vimeo.com/99810570" target="_blank"><strong><em>Il biglietto di ingresso </em></strong></a>(2014), di Lorena Melchiorre, dura solo 25 minuti e a differenza del filmato precedente non mostra immagini particolarmente ripugnanti.  <strong>Contiene le interviste ad alcuni tra gli autori più rappresentativi del panorama antispecista italiano</strong>, inframezzate a scene di reclusione o di abbattimento che confermano amaramente le parole degli intervistati: i pescatori, con una base musicale rock, arpionano i tonni e li issano sulle navi; le oche sono immobilizzate ed ingozzate per il foie gras; i polli stanno stipati nelle gabbie metalliche, rischiarate dalla luce pallida delle lampade a neon; i maiali vivono intrappolati tra sbarre di ferro;  le mucche sono fecondate artificialmente e i loro nati, una volta cresciuti, sono messi in vendita ad una fiera come all’asta degli schiavi. Colpisce la distonia tra gli esterni (anonimi capannoni nelle campagne battute dal vento) e le riprese all’interno degli allevamenti, afosi, affollatissimi e malsani. Il filmato si apre con la testimonianza del giornalista e scrittore <strong>Lorenzo Guadagnucci</strong>, che nel 2001 al G8 di Genova fu vittima di pestaggio da parte della polizia, mentre si trovava in una scuola occupata. Curiosamente Guadagnucci paragona quell’esperienza alla mattanza dei tonni, allo stesso modo in cui tanti reduci dei campi di sterminio del Novecento si sono paragonati agli animali imprigionati e massacrati per produrre carne.</p>
<p>Fortissima la <strong>scena conclusiva</strong>, in cui un possente torello bianco, dalla fronte ricciuta, viene condotto al patibolo. Le immagini di repertorio che la regista ha selezionato non demonizzano il personale del mattatoio, impegnato in mansioni che sono divenute ormai dei banali automatismi. Appena l’animale viene fatto scendere dal camion si trova come ad una sorta di dogana, dove i suoi dati sono controllati su di un documento (un passaporto bovino!) che ne indica il sesso, l’età, la razza, la provenienza e l’identità del padrone. Dopo la pesatura, al ronzio dei computer e delle macchine ticchettanti segue lo schiocco nitido della sparachiodi. Notevoli anche <strong>alcuni dettagli nelle scene precedenti</strong>: la mosca che zampetta incurante sulle carte degli impiegati, mentre contano il bestiame, e la ragnatela tessuta sopra le teste degli animali prigionieri, dentro a una stalla. Ci si potrebbe vedere (alla Bunuel) il marciume, il guasto morale che si annida dietro la scorrere implacabile di questo processo meccanizzato, che da una nascita innaturale (e calcolatissima) trascina infiniti suini, uccelli e bovini ad una morte precoce. Ma questi insetti, queste comparse, li potremmo anche interpretare positivamente come l’avanzare silenzioso della vita animale che sfugge, indomabile e latente, alla tecnica e al dominio.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/guadagnucci.jpg"><img class="size-medium wp-image-1043 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/guadagnucci-300x168.jpg" alt="guadagnucci" width="300" height="168" /></a></p>
<p><a href="http://deckert-distribution.com/film-catalogue/facing-animals/" target="_blank"><strong>Facing animals</strong></a>, girato dal regista olandese Jan Van Ijken tra il 2008 e il 2011, è un piccolo capolavoro. Crea un effetto di straniamento ponendo la telecamera tra gli animali o mostrando comunque il mondo dal loro punto di vista. In questo modo risaltano tutte le contraddizioni nel rapporto bizzarro tra umani e non umani,  emergono gli animali nella loro paziente o festosa semplicità (quando sono vezzeggiati e coperti di attenzioni, quando sono lasciati scorrazzare in pace) e nella loro aura misteriosa di vittime innocenti (quando sono deportati o mutilati). Ijken non riprende le uccisioni, né si sofferma sulle piaghe o le brutalità subite, quando mostra i pulcini femmina debeccati o i cuccioli di maiale, a cui vengono amputate la coda, i testicoli e le piccole zanne. L&#8217;assenza di un Virgilio, di una voce che commenti e ci guidi lungo i gironi scoscesi dell&#8217;inferno animale, ci abbandona smarriti di fronte a tanta follia, privi di un orizzonte di senso in cui collocare da una parte gli animali umanizzati e imbellettati che sono iscritti ai concorsi di bellezza, dall&#8217;altra quelli feriti e violentati nelle fabbriche di carne, uova o latte. Le due scene iniziali sono altamente esemplificative. Il video comincia con la sepoltura cristiana di un cane in un cimitero innevato: i celebranti si congedano commossi dal compagno di una vita, in lontananza rintoccano le campane, sulla stele vicina si vede la fotografia di un barboncino defunto, con i suoi grandi occhi lucidi. La scena immediatamente successiva invece narra l&#8217;Odissea breve dei pulcini maschi, che fuoriescono da un guscio d’uovo, tra deboli conati, sono gettati dentro a un carrello e una volta caduti maldestramente sul nastro trasportatore (non potendo produrre uova) vengono passati nel tritacarne.</p>
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		<title>Bergamo Scienza 2014: Filippi e Remuzzi sulla sperimentazione animale</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 15:13:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Voglio riassumere icasticamente il dibattito sulla sperimentazione animale a Bergamo del 12 ottobre 2014 confrontando da una parte l&#8217;abbigliamento del Dottor Remuzzi, illustre scienziato del Mario Negri, vivisezionista, e dall&#8217;altra quello del Professor Filippi, altro illustre scienziato, risaputamente antivivisezionista. Da una parte Remuzzi portava, sotto il maglioncino blu, dei pantaloni e una camicia bianchi, che gli consentivano di sprofondare mimetizzandosi (camaleontico more) nella poltroncina candida su cui sedeva. Effetto jinn o genio della lampada, per intenderci: quell’aura semidivina che solo la casta medica sa assumere quando indossa il camice. Dall&#8217;altra Filippi in vesti anonime, con un calzino a righe variopinte che]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="V" class="cap"><span>V</span></span>oglio riassumere icasticamente <a title="Bergamo Scienza" href="https://www.youtube.com/watch?v=8MK3xsGypYc" target="_blank"><strong>il dibattito sulla sperimentazione animale a Bergamo del 12 ottobre 2014</strong></a> confrontando da una parte l&#8217;abbigliamento del <strong>Dottor Remuzzi, illustre scienziato del Mario Negri, vivisezionista</strong>, e dall&#8217;altra quello del <strong>Professor Filippi, altro illustre scienziato, risaputamente antivivisezionista</strong>. Da una parte Remuzzi portava, sotto il maglioncino blu, dei pantaloni e una camicia bianchi, che gli consentivano di sprofondare mimetizzandosi (camaleontico more) nella poltroncina candida su cui sedeva. Effetto jinn o genio della lampada, per intenderci: quell’aura semidivina che solo la casta medica sa assumere quando indossa il camice. Dall&#8217;altra Filippi in vesti anonime, con un calzino a righe variopinte che si affacciava sospetto sotto l&#8217;orlo dei pantaloni: un segno inequivoco della sua eterodossia rispetto al paradigma scientista e di deviante, affascinante pericolosità intellettuale (dico pericolosa per i fautori della vivisezione).</p>
<p>Sarei felice di proseguire su questo tono entusiasta e fare un panegirico del Professor Filippi, che dopo che l&#8217;unica altra persona su quel palco a condividere le sue idee è stata maleducatamente ammutolita, ha combattuto brillantemente (e vittoriosamente!) un&#8217;epica battaglia nella sua solitudine ed eroicità -sebbene egli sia per temperamento quanto di più lontano dall&#8217;eroe in senso classico-. Una simile celebrazione sarebbe del tutto meritata, visto che <strong>nel marasma animalista di chi insiste ad opporsi alla sperimentazione animale con fuorvianti argomenti scientifici, Filippi è invece uno dei pochissimi oggi (e forse il primo per autorevolezza) che nei suoi interventi pubblici riporta la questione alle fondamenta etico-politiche che le sono proprie. Tuttavia, cercando di trattenermi da un elogio sfegatato, mi concentrerò piuttosto sulle conseguenze spettacolari che ha avuto, in un confronto tra vivisezionisti e antivivisezionisti, l’uso da parte di questi ultimi di argomenti esclusivamente etico-politici. </strong></p>
<p>Quando è chiaro a monte che si tratta di una pratica inaccettabile, diventa irrilevante se la vivisezione possa dare risultati utili o no al progresso scientifico: da una prospettiva antispecista, che rifiuti cioè la discriminazione su base di “specie”, è tanto ingiusto sacrificare (questa parola è spaventosamente significativa e non mi sorprende sentirla adoperata dagli stessi vivisettori!) un topo quanto un uomo del terzo mondo (entrambe queste vie, per inciso, una legalmente e l’altra no, sono state battute dai grandi marchi farmaceutici). Purtroppo fino ad oggi i rappresentanti del movimento animalista si sono quasi sempre affidati ad argomenti tutti dati e statistiche (spesso astrusi e strampalati), tesi a dimostrare come la ricerca sugli animali produca risultati inutili ai fini del progresso scientifico (e pertanto vada abbandonata). In questo senso la discussione si è sempre più tecnicizzata ed arenata nelle sacche di una disputa asfissiante tra medici, biologi ed altri specialisti. Al contrario, <strong>l’ultimo evento di Bergamo</strong> e gli altri immediatamente precedenti che hanno visto la partecipazione di Filippi <strong>fanno riflettere su come sarebbe bene ritornare a parlare dell’illegittimità etica della vivisezione e lasciare perdere gli altri argomenti indiretti</strong>. Così facendo si spalancherebbe a nuovi orizzonti il dibattito, si sbaraglierebbero le obiezioni futili e inadeguate degli avversari, si metterebbe a fuoco il nucleo del problema e al contempo se ne paleserebbe la continuità con gli altri fronti di lotta sostenuti dal movimento (abolizione delle carne e delle pellicce, opposizione ai circhi e a ogni altra forma di sfruttamento e mercificazione degli animali).</p>
<p><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='680' height='413' src='http://www.youtube.com/embed/8MK3xsGypYc?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0' allowfullscreen='true'></iframe></span></p>
<p>La conferenza del 12 ottobre si intitolava <strong>&#8220;Sperimentazione animale? Come va avanti la medicina&#8221;</strong> e vi hanno partecipato gli scienziati Stefano Casola, Massenzio Fornasier e Pier Giuseppe Pelicci (oltre al suddetto Remuzzi, che faceva da arbitro e moderatore del dibattito) e il filosofo Massimo Reichlin. A sostenere invece la causa dell&#8217;abolizione della sperimentazione animale (ma sarebbe più corretto dire a spese degli animali) c&#8217;erano Massimo Filippi e la mai abbastanza lodata <strong>Serena Contardi, filosofa e blogger</strong>. Come accennavo però, Serena non ha dato il meglio di sé in questa occasione, perché dopo le ripetute aggressioni verbali del (presunto) moderatore, non ha avuto praticamente modo di spiegarsi.</p>
<p>Se mi è concessa una breve digressione, nel marzo di quest&#8217;anno ho avuto il piacere di organizzare un incontro (<a title="Animali in laboratorio" href="https://www.youtube.com/watch?v=ITR21a5y9iE" target="_blank">una battaglia campale</a>) sullo stesso argomento nella mia Università. Il mio contributo è stato minimo: mi limitavo a introdurre gli ospiti e a redarguire il pubblico più cafone. Tuttavia me ne sono andato soddisfatto per non aver lasciato al pubblico la minima impressione di faziosità. Pur avendo in odio la vivisezione, alla fine gli esponenti di Pro-Test da un lato e gli animalari beceri dall&#8217;altro non avevano ben capito da che parte stessi (solo in seguito, per giustificare la loro magra figura, Pro-test e la pagina Facebook &#8220;A favore della Sperimentazione Animale&#8221; mi hanno tacciato di parzialità). A Bergamo invece a differenza di me il Dottor Remuzzi (che pure, sempre a differenza di me, non è uno studentello ma può vantare meriti esorbitanti nel suo campo di studi) ha tenuto una condotta ripugnante per la sua arroganza e parzialità.</p>
<p>Stavo dicendo che<strong> Remuzzi ha tacitato Serena Contardi mettendola davanti ad alternative assurde e spiazzanti, degli aut aut</strong> come &#8220;immoliamo una zanzara per modificarla geneticamente o lasciamo morire di malaria 5 milioni di bambini africani?&#8221; ed interrompendola mentre tentava di argomentare. I quesiti mefistofelici posti dal Remuzzi alla Contardi, che collocavano l’intero dibattito in un clima emergenziale (in parafrasi: “Ebola incombe! Occorre subito una strage di macachi per scovare una soluzione, non possiamo permetterci il lusso di riflettere”), hanno spinto a dissociarsi persino chi, come lui, si trovava lì per difendere la sperimentazione animale: si veda nel video l’intervento del Dottor Casola, alla fine del cinquantaseiesimo minuto.</p>
<p><strong>Il filosofo Massimo Reichlin</strong> ha tenuto una posizione piuttosto ambigua, ma è alquanto sconveniente giocare ai moderati quando ne passa della vita o della morte degli animali chiusi nei laboratori (per non parlare di quelli che li hanno preceduti o che li sostituiranno dopo che saranno stati uccisi). La parafrasi è mia: “la filosofia animalista, se così la si può definire, contiene delle provocazioni giovevoli alla scienza perché questa accresca le misure precauzionali nel trattamento degli animali da laboratorio, ma è un errore pensare che essi meritino la stessa considerazione degli esseri umani e che dunque non possano essere usati come cavie”.  Le argomentazioni che portava si rifacevano ad autori stantii di stampo liberale, per cui “le scimmie antropomorfe sono simili a noi e vanno risparmiate, invece gli insetti e i roditori sono stupidi e ci assomigliano di meno, per cui procediamo tranquillamente a vivisezionare loro”.</p>
<p>In generale gli altri relatori pro-sperimentazione si sono rifugiati in una serie di tecnicismi anodini e disquisizioni normative, interessanti forse per gli addetti ai lavori, ma completamente insignificanti di fronte ad una critica antispecista della sperimentazione animale. Volare basso descrivendo come funziona e come viene regolata la sperimentazione animale, non vale affatto a giustificarne l’esistenza. Così come è irrilevante tornare a <strong>ribadire di continuo che gli animali</strong> <strong>utilizzati come strumenti di laboratorio sono sempre meno numerosi e appartengono a specie “poco nobili” (!)</strong> o che (quale menzogna!) sono sempre trattati sotto anestesia. Remuzzi in particolare, non senza una certa morbosità, ha elencato almeno dieci volte le seguenti categorie: topi, ratti, moscerini della frutta, piccoli pesci. Che si tratti di animali socialmente poco considerati e di piccole dimensioni è evidente, ma basta questo a renderli “sacrificabili”?</p>
<p><strong>Il Dottor Casola</strong> (non che ce ne fosse il bisogno) ha fatto sfoggio di una serie di slogan che hanno messo a nudo <strong>l’antropocentismo di fondo</strong> del pensiero dominante: “la nostra missione è aiutare l’essere umano”, “è importante l’essere umano, non il fatto di metterlo sullo stesso piano degli altri animali”. Anche <strong>il Professor Pelicci,</strong> con la sua retorica tosca bonaria e suadente, non è stato da meno e ha saputo trincerarsi bene dietro a un muro di senso comune. <strong>Quando Filippi ha invitato i colleghi presenti, se davvero come dicono hanno a cuore il benessere animale, a seguire gli animalisti nelle proteste contro i circhi o il consumo di carne (forme di sfruttamento chiaramente non indispensabili alla sopravvivenza umana), Pelicci si è schermito sostenendo di avere “un rapporto soddisfacente con gli animali”.</strong> Forse qualcuno dovrebbe rammentargli che ogni rapporto presuppone una relazionalità e che gli animali detenuti nei laboratori da cui egli trae i dati per i suoi studi, se solo potessero, non si direbbero certo soddisfatti del rapporto che hanno con lui.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-252" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Bergamo-Scienza-01.jpg" alt="Bergamo Scienza 01" width="230" height="229" /></p>
<p>Varrebbe la pena di spendere qualche parola sulla brutale e sconcertante nonchalance con cui il Dottor Remuzzi ha chiuso il dibattito, affermando che i relatori erano in sostanza tutti d&#8217;accordo e che comunque la sperimentazione animale tra vent&#8217;anni (?!) non sarà più necessaria. Ma la peggiore delle grossolanità da lui pronunciate è quella con cui ha esordito, a proposito della necessità di <strong>non usare l’espressione “vivisezione” come intercambiabile con “sperimentazione animale”: s</strong>econdo Remuzzi, essere vivisezionati significa subire un intervento chirurgico da vivi, per cui anche lui (che sciando si ruppe un ginocchio) o chi ha subito un&#8217;operazione simile può considerare a buon diritto di essere stato vivisezionato. A tanta malafede, orrida e lampante, per fortuna non è mancata una risposta di Filippi: “<strong>C’è una differenza fondamentale tra i pazienti umani e gli animali sperimentati, che i pazienti umani si ammalano da soli e vengono loro in ospedale e possono firmare una cartella ed uscirsene. Non credo che gli animali da esperimento scelgano loro di ammalarsi, vengano loro e amino stare in gabbia e decidano di uscire quando vogliono.</strong> […] Non giochiamo sulle parole: &lt;&lt;vivisezione&gt;&gt; non l’ho mai usata, sono contento che qui si usi &lt;&lt;sperimentazione animale&gt;&gt; (se vogliamo essere più precisi usiamo &lt;&lt;sperimentazione sugli animali&gt;&gt;), ma non si giochi sulla sofferenza…”.</p>
<p>I discorsi scientifici (o pseudo-scientifici) sulla inutilità e l&#8217;arretratezza della vivisezione come metodo di ricerca, per quanto a qualcuno possano apparire inoppugnabili e rassicuranti,  stanno ritardando gravemente il dibattito sulla liceità della sperimentazione animale.<strong> Sono convinto che argomenti come quelli di Filippi a Bergamo, cioè una critica alla distinzione ideologica tra &#8220;uomo&#8221; e &#8220;animale&#8221; (darwinianamente ispirata) e un attacco più esteso alla società e ai valori che rendono possibile la reificazione e lo sterminio dei non umani, debbano tornare al più presto a farla da padroni</strong> in tutte le occasioni di confronto pubblico.</p>
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		<title>Spezzare il pane</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 14:40:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Losi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inquisizione Vegana]]></category>
		<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Animalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Antispecismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Origini del cristianesimo]]></category>
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		<description><![CDATA[Siedereste mai alla stessa tavola con un cannibale? Riuscireste a diffondervi serenamente in pacati conversari con chi vi siede di fronte, mentre il vostro sguardo cade inavvertito sul suo piatto per riconoscervi un arto, le interiora, il volto di un qualche signore o signora straziato e cucinato abilmente dal cuoco di turno? Con ogni probabilità il cannibale prosegue senza troppi scrupoli la tradizione culinaria della sua famiglia e del paese di origine, razzista e classista convinto o semplicemente sbadato, non metterebbe mai in discussione la liceità del fiero pasto che sta consumando. Che la persona di cui si sta nutrendo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><strong><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>iedereste mai alla stessa tavola con un cannibale?</strong> Riuscireste a diffondervi serenamente in pacati conversari con chi vi siede di fronte, mentre il vostro sguardo cade inavvertito sul suo piatto per riconoscervi un arto, le interiora, il volto di un qualche signore o signora straziato e cucinato abilmente dal cuoco di turno? Con ogni probabilità il cannibale prosegue senza troppi scrupoli la tradizione culinaria della sua famiglia e del paese di origine, razzista e classista convinto o semplicemente sbadato, non metterebbe mai in discussione la liceità del fiero pasto che sta consumando. Che la persona di cui si sta nutrendo sia stata massacrata in una scorribanda nel paese dove abitava e sia stata poi messa in commercio sotto forma di braciola, oppure sia stata cresciuta prigioniera in una gabbia e quindi giustiziata, al vostro cannibale è fondamentalmente indifferente. Obiettategli pure che farebbe bene a mangiare altro, a ribellarsi a tanto scempio, e<strong> vi risponderà elogiando la squisitezza della pietanza o accusandovi di moralismo. Vi darà del pazzo oppure penserà che siete deboli di stomaco</strong> (indi delle femminucce e degli smidollati). Magari vi esporrà la sua visione delle cose, spiegandovi perché il morto trasformato in polpette meritava quella fine: probabilmente era straniero, un nemico, un essere inferiore, una sorta di automa in preda ai suoi istinti, sola parvenza di un individuo senziente (il limpido docetismo dei carnivori). <strong>Sicuramente era un sconosciuto: nessuno mangerebbe volentieri un amico o un conoscente.</strong></p>
<p>Alcuni attivisti animalisti, i più radicali (nel senso distorto e deteriore del termine), sostengono l&#8217;inopportunità per chi si considera antispecista di sedere allo stesso desco dei mangiatori di carne. <strong>Nell&#8217;<a title="Gary Yourofsky" href="https://www.youtube.com/watch?v=KUYK-S4wqz0" target="_blank">intervista di Pisa a Gary Yourofsky</a>, egli racconta di aver rotto completamente i rapporti con i suoi parenti, dai quali è stato sempre e completamente incompreso</strong>: durante una delle molte conferenze che tiene negli Stati Uniti, gli è capitato di passare nelle vicinanze della sua città d&#8217;origine. Ha quindi colto l&#8217;occasione per rivederli, a patto che almeno quella volta mangiassero vegano anche loro. Quando il cuginetto ha ordinato un hamburger vegetariano (double cheese!), il santo degli animali (quelli non umani) si è alzato e ha lasciato furioso il ristorante.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Gary-Yourofsky.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-243" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Gary-Yourofsky-300x225.jpg" alt="Gary Yourofsky" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>Certamente non ci sono eccezioni in cui giustificare l&#8217;uso e il consumo di prodotti animali. Non è mai accettabile picchiare, sfruttare, stuprare qualcuno.</strong> Se siamo davvero antispecisti e pensiamo che una violenza inferta ad un animale non umano è altrettanto grave di quella inferta ad un nostro conspecifico, è auto evidente l&#8217;orrore morale di pranzare in comunione con chi avvalla certe pratiche e certe ideologie. <strong>Tuttavia credo che un simile rifiuto, nelle attuali circostanze, porterebbe ad un isolamento e ad un settarismo da parte della ancora sparuta comunità antispecista &#8220;vegana&#8221; che acuirebbe la sua distanza con il resto della società</strong>. Un netto rifiuto in questo caso sarebbe di ostacolo a quella libera circolazione delle idee, a quel dialogo salutare e a quella quotidiana frequentazione che ogni giorno consapevolizza sempre più gente e contribuisce a dissipare quella cortina di ignoranza che avvolge la realtà dello sfruttamento animale.</p>
<p>L&#8217;aderenza severa e senza sconti alle loro convinzioni, per quanto bizzarre ed eterodosse potessero risultare inizialmente agli occhi del mondo pagano, ha portato<strong> i primi cristiani</strong> a conquistare l&#8217;Occidente in meno di quattrocento anni, nonostante o anzi in virtù del loro settarismo ed isolazionismo. Ma gli stravolgimenti politici, sociali, economici e culturali, che auspicabilmente si accompagnerebbero alla liberazione degli animali non umani, sarebbero di una portata ben superiore a quelli attuatisi con la rivoluzione cristiana, nella tarda antichità. Anche per questo motivo, <strong>ora che le idee dell’antispecismo hanno appena cominciato a diffondersi, credo che sia necessaria un&#8217;apertura e una tolleranza maggiore di quelle che si usarono allora</strong>.</p>
<p>Inoltre non oso immaginare nell’esperienza normale di ciascun attivista odierno (che abbia adottato una dieta vegana) l’ulteriore complicazione che insorgerebbe se dovesse separarsi ad ogni pasto dai propri colleghi o familiari. Considerando il numero ridotto di vegani in circolazione, la vita gli diventerebbe impossibile <strong>a meno che decidesse di ritirarsi in via definitiva in una comune vegana</strong> (di cui credo ne esistano forse un paio sul territorio nazionale, attualmente).</p>
<p>E’ inconfutabile il piacere di stare insieme a tavola e parlare del più e del meno:<strong> il cibo e le bevande sono un formidabile aggregante sociale. A maggior ragione non bisogna lasciarsi scappare occasioni come il pranzo e la cena, le più banali e reiterate, per dar loro un senso politicamente positivo.</strong>  Bisogna tener conto che tante volte si persuaderanno i propri compagni a modificare in maniera incisiva le loro idee e le loro abitudini non con la filosofia dialettica e i sillogismi, ma con la forza spiazzante del buon esempio: le scelte alimentari sono e restano un fatto sociale, prima che razionale. Insomma, sebbene per essere perfettamente coerente (in teoria) un bravo antispecista dovrebbe rifiutarsi di condividere il momento del pasto con chi divora il corpo di un altro animale, a volte (come in questo caso) il compromesso è d’obbligo.</p>
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