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	<title>Torquemada &#187; America</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Cuba, dal comunismo al socialismo: le prove di un cambiamento</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2015 08:13:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è la percezione diffusa che le riforme varate a Cuba a partire dagli anni `90 abbiano riguardato essenzialmente l&#8217;economia, senza però intaccare la natura comunista dello Stato. Questa tesi è sostenuta sia da alcuni nemici di Cuba, che hanno interesse a screditarla, continuando a bollarla come un arretrato regime totalitario, sia da alcuni suoi sostenitori, cui preme &#8211; per ragioni altrettanto ideologiche &#8211; sottolineare l&#8217;immutata realtà comunista di questo Stato. Tuttavia, la realtà è ben differente. Al tempo stesso, però, non è neanche appropriato asserire che Cuba non abbia più alcunché di socialista, stante le sue aperture al mercato. Introduzione]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>&#8217;è la percezione diffusa che le riforme varate a Cuba a partire dagli anni `90 abbiano riguardato essenzialmente l&#8217;economia, senza però intaccare la natura comunista dello Stato</strong>. Questa tesi è sostenuta sia da alcuni nemici di Cuba, che hanno interesse a screditarla, continuando a bollarla come un arretrato regime totalitario, sia da alcuni suoi sostenitori, cui preme &#8211; per ragioni altrettanto ideologiche &#8211; sottolineare l&#8217;immutata realtà comunista di questo Stato. Tuttavia, la realtà è ben differente. <strong>Al tempo stesso, però, non è neanche appropriato asserire che Cuba non abbia più alcunché di socialista, stante le sue aperture al mercato.</strong></p>
<p style="text-align: center"><em>Introduzione</em></p>
<p style="text-align: justify">Innanzitutto, però, occorre chiarire un momento i termini in questione. <strong>Nel marxismo, s’intende per socialismo, la fase in cui lo Stato, sotto la dittatura del proletariato, socializza i mezzi di produzione, preparando quindi il passaggio al comunismo vero e proprio</strong>. Tuttavia, storicamente, con l’etichetta socialismo si designavano tutti quei movimenti che miravano, in qualche modo, alla socializzazione dei mezzi di produzione, per cui Marx ed Engels prendono le distanze dai vari socialismi utopici o reazionari. È così che <strong>il socialismo, nel XX secolo, passa ad indicare le correnti riformiste o moderate del socialismo</strong> (socialdemocrazia, socialismo riformista, socialismo nazionale), in contrasto con il comunismo bolscevico. La stessa dottrina sociale cattolica si interroga a proposito dei cambiamenti all’interno del movimento socialista (cfr. Quadragesimo Anno e Octogesima Adveniens).</p>
<p style="text-align: justify">La cartina di tornasole dei cambiamenti a Cuba, non solo come prassi contingente, ma come vera e propria missione programmatica, si ha nella vasta riforma della Costituzione operata nel 1992. <strong>La Costituzione della Cuba rivoluzionaria risale in realtà al 1976</strong>, ben diciassette anni dopo la conquista del potere. In precedenza, era teoricamente ancora in vigore la Costituzione democratica e progressista del 1940, sia pure ormai scavalcata dalla legislazione rivoluzionaria dei primi anni ’60. Con la normalizzazione delle istituzioni compiuta nel 1975 (I Congresso del Partito Comunista di Cuba), fu quindi varata una Costituzione ispirata a quella sovietica. Viceversa,<strong> nel 1992, dopo il collasso del blocco sovietico, e in piena crisi economica, prima ancora di approntare altre riforme, furono effettuati importanti cambi alla Costituzione</strong>.</p>
<p style="text-align: center"><em>Dalla classe alla nazione</em></p>
<p style="text-align: justify">Guardiamo innanzitutto al <strong>preambolo</strong>, dove – nonostante rimanga per lo più invariato – compresi i riferimenti positivi al marxismo-leninismo, all’internazionalismo proletario, al socialismo e al comunismo come unica via per liberare l’uomo da ogni sorta di sfruttamento, e all’edificazione di una società comunista – <strong>già si notano alcune differenze eloquenti</strong>. Laddove, nel 1976, i Cubani erano «guidati dal marxismo-leninismo» e «appoggiati (…) nell’amicizia fraterna e la cooperazione dell’Unione Sovietica e altri Paesi socialisti e nella solidarietà dei lavoratori e popoli dell’America Latina e del mondo», ora sono «guidati dall’ideario di José Martí e le idee politico-sociali di Marx, Engels e Lenin» e «appoggiati (…) nell’amicizia fraterna, l’aiuto, la cooperazione e la solidarietà dei popoli del mondo, specialmente quelli dell’America Latina e dei Caraibi». Il fine ultimo, in compenso, resta il medesimo, espresso con una citazione di Martí: «il culto dei Cubani alla dignità piena dell’uomo».</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/martillo-y-la-hoz-fidel-ernesto-vasquez.jpg"><img class="size-medium wp-image-2470 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/martillo-y-la-hoz-fidel-ernesto-vasquez-278x300.jpg" alt="martillo-y-la-hoz-fidel-ernesto-vasquez" width="278" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Poi, <strong>circa la natura dello Stato</strong>, la vecchia Costituzione afferma (art. 1) che la «Repubblica di Cuba è uno Stato socialista di operai e contadini e altri lavoratori manuali e intellettuali», che (art. 4) «tutto il potere appartiene al popolo lavoratore (…) che si fonda nella ferma alleanza della classe operaia con i contadini e gli altri ceti lavoratori urbani e rurali, sotto la direzione della classe operaia». Inoltre, il Partito Comunista è qualificato (art. 5) come “avanguardia organizzata marxista-leninista della classe operaia”. Al contrario nella nuova Costituzione non si parla più di “classe” in alcun luogo: Cuba è «uno Stato socialista di lavoratori» (art. 1), la cui sovranità «risiede nel popolo, dal quale emana tutto il potere dello Stato» (art. 3), mentre il Partito Comunista è ora «martiano e marxista-leninista, avanguardia organizzata della nazione cubana» (art. 5).</p>
<p style="text-align: center"><em>Dal materialismo alla libertà religiosa</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Un altro cambiamento fondamentale, specialmente dal nostro punto di vista, è quello relativo alla religione</strong>. Se, in epoca sovietica (art. 54), «lo Stato socialista, che basa la sua attività ed educa il popolo nella concezione scientifica materialista dell’universo, riconosce e garantisce la libertà di coscienza, il diritto di ciascuno a preferire qualsiasi credenza religiosa e a praticare, nel rispetto della legge, il suo culto di riferimento», pure è «illegale e punibile opporre la fede o la credenza religiosa alla Rivoluzione, all’educazione o al compimento dei doveri di lavorare, difendere la patria in armi, riverire i suoi simboli e gli altri doveri stabiliti dalla Costituzione». Infatti,<strong> i credenti non potevano all’epoca essere iscritti al Partito</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Invece, nella nuova Cuba, esplicitamente (art. 8) «lo Stato riconosce, rispetta e garantisce la libertà religiosa»</strong> e «Le distinte credenze e religioni godono di uguale considerazione», mentre <strong>scompare ogni riferimento sia alla “concezione scientifica materialista dell’universo”, sia all’opposizione tra fede e Rivoluzione</strong>. Anche la<strong> politica educativa e culturale</strong> (art. 38) non si fonda più nella «concezione scientifica del mondo, stabilita e sviluppata dal marxismo-leninismo», bensì nei «progressi della scienza e della tecnica, l’ideario marxista e martiano, la tradizione pedagogica progressista cubana e universale».</p>
<p style="text-align: justify">Non solo, ma ora lo Stato, oltre a proteggere (art. 35) «la famiglia, la maternità e il matrimonio», ora «riconosce nella<strong> famiglia</strong> la cellula fondamentale della società e le attribuisce responsabilità e funzioni essenziali nella educazione e la formazione delle nuove generazioni». Peraltro,<strong> il matrimonio</strong> è sempre stato definito (art. 36) come «unione volontariamente concertata di un uomo e di una donna con capacità legali, al fine di condurre vita in comune». Il cosiddetto “same sex marriage” sarebbe quindi incostituzionale a Cuba. Infine, un nuovo capitolo (III), con l’art. 34, è introdotto per regolare la condizione dei residenti stranieri, fino ad allora non prevista a livello generale.</p>
<p style="text-align: center"><em>Dal comunismo al socialismo</em></p>
<p style="text-align: justify">Al contrario,<strong> se parliamo di proprietà ed economia, i cambiamenti sono stati meno radicali, ma non meno importanti</strong>. Cuba continua ad avere un «sistema socialista di economia basata sulla proprietà socialista di tutto il popolo sui mezzi di produzione e nella soppressione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo» (art. 14). Tuttavia, ora si specifica che si parla di mezzi «fondamentali». Allo stesso modo, laddove (art. 15) si stabiliva la proprietà statale di tutta una serie di risorse e beni fondamentali, ora si specifica (a scanso di equivoci!) che «questi beni non possono trasmettersi in proprietà a persone naturali o giuridiche, salvo i casi eccezionali in cui la trasmissione parziale o totale di alcun obiettivo economico sia destinata ai fini dello sviluppo del Paese e non influenzino i fondamenti politici, sociali ed economici dello Stato». Insomma, sono posti comunque dei paletti che evitino eventuali privatizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, tanto quanto prima (art. 16) «lo Stato organizza, dirige e controlla l’attività economica nazionale», prima «d’accordo col Piano unico di Sviluppo Economico-Sociale», di matrice sovietica, mentre ora, più genericamente, «conformemente ad un piano che garantisca lo sviluppo programmato del Paese». Sempre però si presume che «partecipino attivamente e coscientemente i lavoratori di tutte le branche dell’economia e delle altre sfere della vita sociale». L’unico fine che viene meno è «la capacità per compire i doveri internazionalisti del nostro popolo» – che all’epoca si riferiva alle missioni militari internazionaliste. Inoltre, precedentemente il commercio estero (art. 18) era «funzione esclusiva dello Stato», mentre ora questo lo «dirige e controlla».</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/CubaRevolucion.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2467" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/CubaRevolucion-300x224.jpg" alt="CubaRevolucion" width="300" height="224" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Infine, esattamente come prima, anche adesso (art. 19-20), lo Stato «riconosce la proprietà dei piccoli agricoltori sulla loro terra e altri mezzi e strumenti di produzione», nonché il diritto ad associarsi, a organizzarsi in cooperative e a vendere le terre, con diritto di preferenza allo Stato. Inoltre, resta immutato (art. 21) il diritto alla proprietà personale sulle entrate e risparmi provenienti dal proprio lavoro, sull’abitazione e altri beni, nonché su quei «mezzi e strumenti di lavoro personale o famigliare, che non si usino per sfruttare il lavoro altrui». L’unica differenza importante è qui l’inserimento di un nuovo articolo (23), con cui «lo Stato riconosce la proprietà delle imprese miste, società e associazioni economiche che si costituiscono conformemente alla legge».</p>
<p style="text-align: center"><em>Conclusione</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Come si può vedere, Cuba resta costituzionalmente, ma anche nella pratica, un Paese del tutto socialista, privo di quelle ambiguità che appaiono nella Repubblica Popolare Cinese o in Vietnam, dove le multinazionali straniere trovano così conveniente delocalizzare la produzione</strong>. I cambiamenti, dal punto di vista economico, hanno riguardato soprattutto la prassi, per cui lo Stato resta sì agente centrale della pianificazione economica, ma è affiancato da aziende miste con capitali stranieri, cooperative agricole – che sono state espanse ampiamente negli anni ’90 – e lavoro privato, a conduzione famigliare, specialmente nell’ambito dei servizi. Insomma, non solo la proprietà personale, quella frutto del lavoro delle singole famiglie, è garantita, ma è anche possibile assumere personale dipendente, che aiuti il proprietario nel suo lavoro. È proibita semmai la rendita parassitaria sullo sfruttamento del lavoro altrui.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, è nella sfera ideologica e politica che più di tutte si vede la marcata presa di distanza con il comunismo storico novecentesco</strong>. Al di là dei richiami al marxismo-leninismo e al comunismo, si è preso atto che la comunità politica non è la sola classe operaia (a Cuba minoritaria), bensì tutta la nazione lavoratrice, inclusi i piccoli agricoltori proprietari e i lavoratori autonomi. E allo stesso modo, il materialismo scientifico è stato abbandonato in favore di una prospettiva plurale, dove il socialismo marxiano convive con il nazionalismo democratico martiano, e il ruolo della religione nella società è riconosciuto e tutelato. Quest’ultimo fattore non è indifferente, se si tiene conto dell’importante ruolo che ebbero<strong> i cattolici</strong>, da Padre Varela a José Antonio Echevarria, nello sviluppo della nazione e della Rivoluzione cubana.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Stanti i fatti, è evidente che continuare a presentare Cuba come un bunker veterocomunista, dove vige una feroce dittatura stalinista e la Chiesa è perseguitata, è errato tanto quanto elevare questo Paese ad ultimo baluardo del marxismo-leninismo di fronte al liberal-capitalismo</strong>. Sono categorie ideologiche, del tutto prive di riscontro nella realtà. Oggi, possiamo dire che il trentennio effettivamente comunista (1961-1992), non rappresenta altro che una fase, dovuta anche a contingenze storiche, nello sviluppo della Rivoluzione cubana, dal 1953 ad oggi.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/172VictoriaCUBA.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2468" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/172VictoriaCUBA-196x300.jpg" alt="172VictoriaCUBA" width="196" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>Sons of Liberty &#8211; Ribelli per la libertà</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2015 15:06:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Bresolin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[È arrivata su History Channel la miniserie-evento che ripercorre la lotta per la libertà di un gruppo di giovani uomini che hanno cambiato il corso della storia. Sam Adams e suo cugino John, Paul Revere, John Hancock e Joseph Warren: gli eroi che hanno reso l’America una nazione. Gli episodi sono andati in onda negli Stati Uniti a gennaio di quest&#8217;anno, mentre in Italia la è andato in onda il 3, il 10 e 17 marzo. La serie è stata girata in Romania, mentre il tema musicale è stato composto da Hans Zimmer. La miniserie è ambientata a Boston, nel Massachusetts, e ripercorre le fasi]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify">È arrivata su <strong><span title="H" class="cap"><span>H</span></span>istory Channel</strong> la miniserie-evento che ripercorre la lotta per la libertà di un gruppo di giovani uomini che hanno cambiato il corso della storia. <strong>Sam Adams</strong> e suo cugino <strong>John</strong>, <strong>Paul Revere</strong>, <strong>John Hancock</strong> e <strong>Joseph Warren</strong>: gli eroi che hanno reso l’America una nazione.</p>
<p style="text-align: justify">Gli episodi sono andati in onda negli Stati Uniti a gennaio di quest&#8217;anno, mentre in Italia la è andato in onda il 3, il 10 e 17 marzo. La serie è stata girata in Romania, mentre il tema musicale è stato composto da <strong>Hans Zimmer</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">La miniserie è ambientata a Boston, nel Massachusetts, e ripercorre le fasi iniziali della Guerra di indipendenza americana, con i primi moti rivoluzionari ed i negoziati del Secondo congresso continentale, che porteranno alla<strong> Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d&#8217;America </strong>nel<strong> 1776.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Sons of Liberty</strong> prende il nome da una omonima <strong>società segreta</strong>, esistita attorno al 1770. Il principale obiettivo di questa società era quello di fomentare la rivoluzione contro la madrepatria a causa dell&#8217;imposizione di numerosi dazi sulle colonie d&#8217;oltremare; tra tutti, i dazi sullo zucchero (<strong>Sugar Act</strong>), la tassa sui fogli stampati (<strong>Stamp Act</strong>), e quella sul Tè (<strong>Tea Act</strong>). I Sons of Liberty si resero protagonisti di numerosi atti vandalici contro gli abusi del governo britannico. Il più celebre rimane infatti quello del <strong>Boston Tea Party</strong>, la scintilla della Rivoluzione americana: Sam Adams, insieme a un gruppo di patrioti americani, travestiti da pellerossa, assalgono una nave britannica ancorata nel porto di Boston e gettano a mare il suo prezioso carico di tè.</p>
<p style="text-align: justify">Una miniserie certo importante che ci aiuta a comprendere il significato della Rivoluzione Americana. <strong>Hannah Arendt</strong> ha spesso sottolineato come nelle rivoluzioni sia la <strong>liberazione</strong> il momento più esaltante, attraverso un atto simbolico con cui il popolo rompe i propri legami con l&#8217;oppressione (il Boston Tea Party certamente), ma, ci ricorda, il fine ultimo delle rivoluzioni è l&#8217;instaurazione della<strong> libertà</strong>. E la libertà può essere instaurata solo attraverso la costituzione di ordine politico capace di rendere liberi. La rivoluzione americana è certamente riuscita in questo e, infatti, la sua<strong> Costituzione</strong> ne<strong> </strong>rappresenta il punto più alto: naturale conclusione della rivoluzione eppure, a sua volta, inizio di un nuovo Stato, gli Stati Uniti d&#8217;America, e inizio del costituzionalismo moderno.</p>
<p style="text-align: justify">Eppure, sempre secondo la <strong>Arendt</strong>, questa rivoluzione così pienamente riuscita, produttrice di una carta fondamentale capace di garantire a tutti i cittadini diritti civili e libertà, non esercitò, purtroppo, una grande influenza sul periodo storico successivo, a differenza di un&#8217;altra grande rivoluzione del &#8216;700: quella <strong>francese</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">P.S. La bandiera dei <i>Sons of Liberty</i> era composta da sette strisce rosse e sei bianche.</p>
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		<title>L&#8217;infamia di Reagan</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2015 17:42:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, Ronald Reagan si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità. Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! D’altronde, questa è gente]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: left"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span> Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, <strong>Ronald Reagan</strong> si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità.</p>
<p style="text-align: justify">Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! <strong>D’altronde, questa è gente che, dopo 124 anni di encicliche sociali in cui i Pontefici spiegano il contrario, ancora si ostina a credere che il liberismo (o, peggio ancora, il neoliberismo!) sia compatibile con la fede cattolica.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Come anticipato, <strong>delle colpe di Reagan ci sarebbe molto da narrare,</strong> come pure dei presunti meriti. Primo fra tutti, quello di aver combattuto l’aborto. In realtà, tante belle parole ma, dati alla mano, ci risulta che il tasso percentuale di aborti negli Stati Uniti non è mai stato così alto come durante il suo mandato. Del resto, se si fa macelleria sociale…</p>
<p style="text-align: justify">Parliamo pur sempre, del resto, di <strong>un attore prestato alla politica che riteneva che la cura per un Paese segnato dalle gravi ingiustizie sociali, frutto del liberismo, fosse applicare maggiore liberismo.</strong> Anche se – a dirla tutta – è quanto meno discutibile togliere i soldi ai contribuenti per commissionare alle grandi industrie belliche un riarmo generale, con tanto di fantasmagorici scudi spaziali di dubbia utilità – a maggior ragione quando si è già la principale potenza mondiale, con un rilevante distacco sulla seconda, quanto a produzione economica, ricerca tecnologica, consenso diplomatico, proiezione aeronavale e posizionamento strategico. Non ho grande dimestichezza con l’opera di <strong>Hayek</strong>, ma dubito fortemente che approvasse un simile e ingiustificato aumento della spesa pubblica.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Che poi questo dispiegamento di forze sia servito davvero a vincere la Guerra Fredda, è tutto da vedere</strong>. Molti studiosi pensano piuttosto che il crollo del blocco sovietico abbia avuto cause endogene (cfr. Strobe Talbott), in particolare con l’affermazione di Gorbaciov (cfr. Robert G. Kaiser), o che addirittura l’atteggiamento di Reagan abbia ritardato questo processo (cfr. Charles W. Kegley). Altri ancora osservano che dal 1984 l’approccio fu invece molto più conciliante (cfr. Beth A. Fischer). In ogni caso, persino i suoi stessi consiglieri (es. Robert McFarlane e Jack Matlock) hanno in seguito ammesso che l’intenzione reale non era portare l’Impero del Male al collasso, ma piuttosto migliorare le relazioni tra le superpotenze, partendo da una posizione di forza. Ma ora non pretendiamo che i liberisti abbiano studiato la storia, e men che meno quella delle relazioni internazionali!</p>
<p style="text-align: justify">Ad ogni modo, <strong>fatto sta che il guitto della Casa Bianca ha lanciato negli anni ’80 una serie di offensive in tutto il mondo per rilanciare l’egemonia statunitense</strong>.<strong> I suoi alleati</strong> in questa <strong>“ultima crociata contro il bolscevismo”</strong>, da parte loro, erano ancora più imbarazzanti di lui. Passi <strong>Saddam</strong> sguinzagliato contro Khomeini, con tanto di gas, mine e oltre un milione di morti; passi pure <strong>il Sudafrica bianco</strong> deciso a mantenere il dominio razziale sui popoli dell’Africa meridionale… ma della creazione di <strong>Al-Qaeda</strong>, <strong>col compagno di merende Osama Bin Laden</strong>, e quindi del <strong>jihadismo islamico</strong> come lo conosciamo oggi, retrospettivamente, avremmo fatto volentieri a meno.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, l’apice di queste eroiche gesta, su cui voglio sollevare l’attenzione, è stato compiuto proprio nel cortile di casa. Parliamo dunque dell’<strong>intervento reaganiano in America Centrale</strong>, riassunto magistralmente da un saggio dello storico J<strong>ohn A. Coatsworth, contenuto nella “Cambridge History of Cold War”</strong> (che non è proprio “Il Manifesto”).</p>
<p style="text-align: justify">Ora, gli interventi statunitensi in America Latina non sono mai stati una novità. <strong>Solo durante la Guerra Fredda, sono stati rovesciati ventiquattro governi, perlopiù democraticamente eletti</strong> – dei quali <strong>quattro per intervento militare diretto</strong>, <strong>tre attraverso la CIA</strong>, e <strong>i restanti golpe sono stati subappaltati alle forze militari locali</strong>, i cui quadri erano spesso e volentieri addestrati dagli stessi USA, per difendere il mondo libero dalle dittature fasciste prima, e comuniste poi (quando si dice l’eterogenesi dei fini…). Come risultato,<strong> nel 1977, solo Costa Rica e Venezuela erano Paesi stabili con governi liberamente eletti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">A questo punto, il democratico Carter, sulla scia di Kennedy, cominciava a chiedersi se non fosse il caso di contrastare il comunismo, promuovendo democrazia e giustizia sociale, ossia alleviando quelle condizioni di estrema oppressione e miseria che spingevano i popoli del Continente nelle braccia del socialismo rivoluzionario. Inutile dire che le élite locali, pur di non perdere i propri privilegi, non erano molto inclini ad usare altri metodi di pacificazione sociale, oltre alla tortura e agli squadroni della morte… ma qualche progresso era stato fatto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il repubblicano Reagan era intervenuto però a gamba tesa fin dalla campagna elettorale, accusando Carter di debolezza e promettendo di usare il pugno di ferro contro la minaccia comunista</strong>. In particolare, nel 1979, i <strong>rivoluzionari sandinisti del Nicaragua</strong> avevano finalmente abbattuto la pluridecennale dittatura della famiglia <strong>Somoza</strong>, e la guerriglia si era estesa nei vicini <strong>El Salvador</strong> e <strong>Guatemala</strong>. Fortunatamente, il prode “crociato della libertà” era pronto a ricacciare i comunisti all’inferno.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2353" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch-300x200.jpg" alt="Reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Peccato che la minaccia comunista in America Latina non esistesse se non nella propaganda reaganiana</strong>. I movimenti rivoluzionari della regione consistevano in <strong>fronti di liberazione nazionale, dove convivevano varie correnti ideologiche</strong>, dai comunisti ai nazionalisti ai cristiano-sociali. <strong>L’URSS</strong> era troppo lontana e impegnata per intervenire e <strong>aveva sempre guardato di cattivo occhio il sostegno cubano ad altri movimenti rivoluzionari</strong> in quella che era tacitamente considerata dal Cremlino come riserva statunitense.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Lo stesso Nicaragua sandinista</strong> non solo ricevette aiuti sovietici e cubani in misura minore rispetto a quelli provenienti da altri Paesi europei e americani, ma soprattutto <strong>non implementò mai una politica comunista d’imposizione di un Partito unico e collettivizzazione dei mezzi di produzione</strong>, e tantomeno abbandonò l’Organizzazione degli Stati Americani. A margine, è anche interessante osservare come questo piccolo Stato vanti tuttora le leggi più restrittive al mondo in materia d’aborto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quello che invece era fin troppo reale era la natura estremamente repressiva delle dittature centroamericane</strong>. In un contesto dove un’oligarchia di latifondisti e <em>compradores</em>, insieme alle grandi multinazionali statunitensi, sfruttava masse rurali in condizioni di sussistenza, dominavano giunte militari, in confronto alle quali persino Pinochet poteva a buon diritto passare per socialdemocratico. <strong>Qui, anche contro la stessa opinione pubblica statunitense</strong> – che fin dai tempi del Vietnam cominciava a porsi problemi riguardo alle manifestazioni più brutali del proprio imperialismo –,<strong> Ronnie Reagan diede il meglio di sé</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Al confine tra Honduras e Nicaragua, la CIA, con l’aiuto d’istruttori militari argentini</strong> (sì, quelli che facevano volare i dissidenti in mare), <strong>organizzò elementi della ex-Guardia Nazionale di Somoza, per formare i famigerati Contras</strong>, finanziati dal Congresso e armati attraverso il narcotraffico e la vendita di armi all’Iran. <strong>Non pago di ciò, il governo statunitense, in totale violazione del diritto internazionale, minò i porti nicaraguegni, infischiandosene poi bellamente del verdetto di risarcimento emesso dalla Corte dell’Aia</strong>. Insomma, il rispetto della legalità valeva solo quando si trattava di tollerare la sentenza Roe vs Wade…</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Dopo una serie di sonore sconfitte sul campo per opera delle forze regolari, i Contras ricorsero al terrorismo contro obiettivi civili, causando oltre 30.000 morti</strong>. Alla fine, incapaci di prevalere direttamente, gli USA accettarono un compromesso con il governo sandinista, che perse di misura le elezioni del 1990. Queste si svolsero in un contesto di esasperazione popolare di fronte alla prepotenza statunitense e videro la vittoria di una coalizione di centrodestra finanziata dagli Stati Uniti e guidata da <strong>Violeta Chamorro</strong>, il cui padre era stato assassinato da Somoza.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2352" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan-300x200.jpg" alt="0128-wires-reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>In Guatemala, la guerriglia contro la dittatura militare era radicata nelle popolazioni indigene maya</strong> che vivevano lì da millenni. <strong>Anche qui Reagan provvide a fornire ampio sostegno economico, in particolare al nuovo governo del Generale Efraín Ríos Montt</strong>, convertito alla fede evangelica, <strong>che nel 1982 era subentrato, via golpe, al Generale García Lucas</strong>. Siccome la semplice repressione politica è troppo poco, <strong>in appena un anno di potere, prima di essere deposto da un nuovo golpe, Ríos Montt distrusse 686 villaggi e uccise 50.000-75.000 indigeni</strong>, conquistandosi un processo per genocidio (attualmente in corso). <strong>In totale, in questo periodo, su una popolazione guatemalteca di 6.500.000 abitanti (nel 1980), si ebbero 200.000 morti </strong>(per il 93% ad opera dello Stato e per l’83% di etnia maya)<strong> e 1 milione di rifugiati</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, è al <strong>Salvador</strong> che spetta la palma nella lotta contro il comunismo ateo e omicida. <strong>Il 24 marzo 1980, l’Arcivescovo conservatore Óscar Arnulfo Romero, Primate di El Salvador, vertice della gerarchia cattolica nel Paese, fu assassinato dai servizi militari mentre celebrava Messa nella Cattedrale, durante la Consacrazione, per aver criticato la repressione del regime</strong>. <strong>Non soddisfatti, la mattina successiva, durante le esequie, esplosero una bomba e spararono dalle finestre del Palazzo Presidenziale, causando 38 morti tra i fedeli</strong>. Inutile dire che neanche Hitler e Stalin si erano mai sognati di fare una cosa del genere, senza neanche attendere la fine della Messa e istituire un processo farsa! Oggi, Romero è Beato in quanto Martire, a controprova che si è trattato di <strong>una vera e propria persecuzione contro la Chiesa Cattolica</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Infatti, più avanti, vista la sgradevole tendenza del clero a schierarsi con i più deboli, minacciarono lo sterminio dei gesuiti presenti nel Paese</strong>. A dicembre, per festeggiare l’elezione di Reagan, i militari rapirono, stuprarono e uccisero quattro religiose statunitensi impegnate nell’assistenza dei poveri. Carter, sdegnato, ritirò l’appoggio economico, ma questo fu subito reintegrato dal “Nostro” il mese seguente. <strong>Grazie a questo decisivo sostegno, l’esercito salvadoregno resistette, l’offensiva dei ribelli fu respinta e il massacro dei civili proseguì indisturbato</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, ben presto il regime si accorse che cominciavano a scarseggiare gli uomini da arruolare, ma presto fu trovata la soluzione: l’arruolamento – anche coatto, ricorrendo a raid nelle scuole – di ragazzi, anche di 14-15 anni</strong>. In piena guerra civile, l’80% delle forze governative e il 30% dei guerriglieri era composto da minorenni. Questo fenomeno è alla base della nascita di violentissime gang giovanili come la <strong>Mara Salvatrucha 13</strong>. In ogni caso, si stima un totale di <strong>75.000 morti (per l’85% causati dal regime), di cui oltre la metà sotto il mandato di Reagan, e 500.000 rifugiati su una popolazione di 4.500.000 (1980)</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">In conclusione, a fare i conti, il motto “Meglio morti che rossi” non è mai stato tanto vero, se consideriamo che su una popolazione totale – per questi tre Stati – di circa 12.500.000 abitanti (nel 1975), i morti ammontano al 2,84% e i rifugiati al 16%. Questi ultimi, tra l’altro, si diressero in maggior parte negli Stati Uniti, dove chiesero di essere accolti come rifugiati politici. <strong>Naturalmente, mentre gli esuli cubani erano accolti a braccia aperte e coccolati dal governo statunitense, i profughi centramericani erano rifiutati e costretti alla clandestinità: solo il 9-11% dei nicaraguegni, il 2,6% dei salvadoregni e l’1,8% dei guatemaltechi ottenne asilo politico – sempre grazie alle cristiane virtù d’accoglienza e ospitalità dell’amico Reagan, beninteso</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, viste le sue preclare virtù di <em>Defensor Fidei</em> sovraelencate, che aspettano i cattoliberisti a chiedere la canonizzazione del loro novello Luigi IX?</p>
<p style="text-align: justify">P.S. Raccontatemi pure di quando Chávez e Castro facevano sparare agli arcivescovi.</p>
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		<title>I numeri dell&#8217;Uruguay di Mujica</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Dec 2014 11:22:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Marrone]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 30 Novembre scorso si è svolto il ballottaggio per l’elezione del nuovo presidente dell’Uruguay e, senza disattendere i pronostici elettorali, il candidato della coalizione di centro-sinistra del Frente Amplio, Tabarè Vazquez, ha ottenuto il 53,6% dei consensi, circa 1.226.105 voti, superando lo sfidante del Partido Nacional, Lacalle Pou, attestatosi al 41,1% , circa 939.074 voti. Alla luce di questi risultati, il 1° Marzo 2015 inizierà ufficialmente il terzo mandato del Frente Amplio e il secondo per l’oncologo Vazquez, il quale ha già ricoperto l’incarico dal 2005 al 2010, precedendo proprio l’attuale presidente uscente Josè “Pepe” Mujica. Quest’ultimo gode di]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " align="JUSTIFY"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>l 30 Novembre scorso si è svolto il <b>ballottaggio per l’elezione del nuovo presidente dell’Uruguay</b> e, senza disattendere i pronostici elettorali, <b>il candidato della coalizione di centro-sinistra del Frente Amplio, Tabarè Vazquez, ha ottenuto il 53,6% dei consensi</b>, circa 1.226.105 voti, <b>superando lo sfidante del Partido Nacional, Lacalle Pou, attestatosi al 41,1% </b>, circa 939.074 voti. Alla luce di questi risultati, <b>il 1° Marzo 2015 inizierà ufficialmente il terzo mandato del Frente Amplio e il secondo per l’oncologo Vazquez</b>, il quale ha già ricoperto l’incarico dal 2005 al 2010, precedendo proprio l’attuale presidente uscente <b>Josè “Pepe” Mujica</b>.<br />
<b>Quest’ultimo gode di grande popolarità nel suo paese</b>, come dimostra il fatto che il 65% dei connazionali approva l’operato del suo governo, <b>ma ne riscontra altrettanta all’estero</b>: in Europa e , <b>in particolar modo, in Italia</b>; infatti, il mite “Pepe” può contare su molti sostenitori nella penisola, i quali hanno tessuto le sue lodi in molti modi e in molte occasioni, suggerendo anche di imitare il presidente sudamericano e di prendere in prestito alcune delle sue idee applicandole da noi. <b>Come si spiega questo grande sostegno? In modo molto semplice: “Pepe” ha fatto molte cose buone, peccato che non siano necessariamente quelle sbandierate dai nostrani sostenitori.</b> Ricorderemo tutti il grande spazio mediatico riservato al presidente Mujica non molto tempo fa, ma ricorderemo altrettanto bene <b>tutti che i grandi meriti attribuiti al presidente erano essenzialmente due: la legalizzazione dell’intera filiera della marijuana e l’introduzione dell’aborto nell’ordinamento uruguayano.</b> Questi due provvedimenti, uniti alla quasi commovente umiltà del presidente, hanno reso “Pepe” amatissimo nel nostro paese e hanno legittimato il grande consenso formatosi attorno alla sua figura. <b>La realtà, invece, è un’altra: gli italici sostenitori di Mujica hanno sponsorizzato solo i meriti più discutibili del governo uscente,</b> soprattutto quello della liberalizzazione della cannabis, usandoli per legittimare qualcosa del genere anche nel nostro paese, dimenticando le vere “cose buone” fatte il questi anni e, naturalmente, tralasciando le promesse non mantenute durante il mandato presidenziale.<br />
Al di là dei grandi “meriti” e della grande personalità di questo presidente, <b>l’Uruguay di Mujica è cambiato moltissimo e in meglio sotto molti punti di vista</b>. Nel <b>2013</b>, l’economia ha registrato un <b>tasso di crescita pari al 4,4%, </b>confermata sempre<b> tra il 3-4% nel 2014</b>; <b>la disoccupazione è stabilmente attestata al livello frizionale del 6,8% e il PIL pro-capite si aggira attorno ai 18.300 dollari</b>: tutto questo vuol dire che <b>l’Uruguay ha raggiunto diversi traguardi economici che hanno determinato un buon miglioramento del livello di vita complessivo dei suoi abitanti, come dimostra il fatto che la povertà estrema sia stata ridotta dal 5% allo 0,5% e che la popolazione che vive sotto la soglia di povertà sia dell’11% mentre dieci anni fa era del 39%.</b><br />
Ma la lista delle cose veramente positive non si ferma al campo economico: infatti, durante il mandato del presidente Mujica, <b>il paese sudamericano ha intrapreso una importante politica energetica, basata sulle energie rinnovabili, in particolar modo sull’eolico, che permetterà entro il 2016 di coprire il 30% del fabbisogno nazionale</b> e di esportare energia al grande vicino del nord, cioè il Brasile.<br />
Infine,<b> l’Uruguay detiene con il Cile un importante primato: quello di paese meno corrotto del Sud America</b>.<br />
<b>Se quelle elencate poco sopra sono i veri meriti dell’azione del governo uscente, dobbiamo, d’altro canto, sottolineare che molte delle promesse fatte nel 2010 non sono state mantenute nel corso del mandato</b> e questo costituisce il vero punto dolente dell’era Mujica, tralasciato, forse consapevolmente, dai nostrani sostenitori di “Pepe”. A dispetto della crescita e del complessivo miglioramento della vita della popolazione uruguayana, <b>ci sono dati economici e non che possono destare qualche preoccupazione o, al limite, far storcere il naso agli sponsor di casa del presidente.</b> Partendo sempre dallo scenario economico, <b>se è vero che la crescita è stata robusta nel corso degli ultimi anni, parallelamente, è aumentata l’inflazione, passata dal 7% del 2012 all’8,52% del 2014, con la possibilità di balzare al 9,18% entro il Marzo del 2015</b>; se è vero che il PIL è aumentato, è parimenti vero che <b>la ricchezza nel paese non è distribuita in modo equilibrato e la forbice tra ricchi e poveri rimane larga</b>; infine, <b>è interessante notare come l’Uruguay, recentemente, sia stato ribattezzato “Svizzera del Sud America” a causa di una legislazione particolarmente apprezzata dagli investitori esteri, fondata sul più assoluto rispetto del segreto bancario, della protezione degli investitori e dell’assenza di controlli sui movimenti di capitali</b>, che rende questo piccolo paese una sorta di paradiso fiscale di fatto.<br />
Lasciando l’ambito economico, <b>possiamo notare come il tasso di criminalità del paese sia, negli ultimi anni, aumentato, soprattutto all’interno delle fasce di popolazione più giovani, e come la maggior parte dei detenuti stia scontando pene per reati collegati alla droga e al narcotraffico; inoltre, in un paese di circa 3.400.000 abitanti, almeno 200.000 uruguayani fanno uso di marijuana quotidianamente.</b><br />
<b>Passando ora alle promesse disattese</b>, il mite “Pepe” lascia un buon numero di questioni irrisolte al suo successore Vazquez. In primo luogo, <b>nel 2010 il governo si era impegnato a contenere la pressione fiscale piuttosto elevata nel paese</b> e, non a caso, qualche giorno prima del ballottaggio, Tabarè Vazquez ha assicurato che non aumenterà le tasse; <b>sempre cinque anni fa, gli uruguayani si erano sentiti dire che il governo avrebbe migliorato il sistema scolastico</b>, <b>quello universitario e il settore della ricerca, ma, secondo ricerche condotte a livello pan-sudamericano, gli studenti uruguayani sono i meno preparati, soprattutto nelle materie scientifiche</b>. Infine, <b>Mujica aveva promesso di porre rimedio al problema della sicurezza dei cittadini</b>, ma, come abbiamo già detto, le cose non sembra che siano andate in questo senso.<br />
<b>Sembra potersi affermare che, stante l’indubbia grandezza del personaggio, il mandato del presidente si sia caratterizzato per molte luci e numerose ombre</b>; queste ultime, però, non oscurano i grandi meriti del governo uscente e i grandi passi in avanti fatti dal paese negli ultimi anni. Così, <b>in conclusione, i nostrani sostenitori più che osannare “Pepe” per l’aborto o la marijuana farebbero meglio ad elogiarlo per aver continuato e sospinto il suo paese lungo il cammino della prosperità e aver contribuito a costruire uno Stato che si sta lasciando alle spalle la dittatura e che è, ormai, entrato a pieno titolo nelle democrazie mature e stabili</b>.</p>
<a href="http://www.torquemada.eu/2014/12/26/i-numeri-delluruguay-di-mujica/#gallery-557-1-slideshow">Clicca per vedere lo slideshow.</a>
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		<title>Cuba: cinquanta sfumature di rosso</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2014 12:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Leta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="Q" class="cap"><span>Q</span></span>uesti i fatti: <b>il 17 dicembre il presidente degli Stati Uniti d&#8217;America, Barack Obama, e il presidente della Repubblica di Cuba, Raul Castro, hanno ripreso i rapporti diplomatici dopo un astio tra i due stati durato sessant&#8217;anni</b>. Sono stati <b>liberati</b> tre dei cinque <b>agenti dell&#8217;anti-terrorismo cubani</b>, imprigionati in America nel 2001 mentre cercavano di sgominare tentativi golpisti nell&#8217;isola caraibica. In cambio, gli statunitensi hanno ottenuto la liberazione di <b>un contractor americano</b> e di <b>un cittadino cubano &#8211; che lavorava al soldo dell&#8217;intelligence americana -</b> detenuti nelle carceri dello stato socialista.<img class="size-medium wp-image-516 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/libertad-para-los-cinco-heroes-blog_jpg-1-300x187.jpg" alt="libertad-para-los-cinco-heroes-blog_jpg-1" width="300" height="187" /><br />
La ripresa dei contatti -ottenuta grazie alla <b>mediazione della Santa Sede</b> &#8211; è stata variamente interpretata nel mondo ed ha dato adito a numerevoli congetture. <b>C&#8217;è stato chi ha inteso in questi fatti la fine del Comunismo cubano ed il ritorno di Cuba all&#8217;interno dello scacchiere geo-politico statunitense</b>, in quella che sembrerebbe, dunque, essere una resa senza condizioni, aggravata dalla senilità dei fratelli Castro. <b>Ci sono state, però, riletture opposte: alcuni, infatti, hanno attribuito ai cubani una grande vittoria diplomatica</b>, per aver condotto alla pari uno scambio di prigionieri con una delle più potenti nazioni al mondo riportando in patria “los cincos”, per la cui liberazione si era creato un movimento d&#8217;opinione internazionale. <b>Un&#8217;altra delle bizzarre teorie di alcuni politologi della domenica immaginava a Cuba la creazione di uno stato capitalista monopartitico &#8211; una sorta di modello cinese &#8211; garantito e protetto dal nemico yankee!</b><br />
Ora, <b>è difficile immaginare realmente quale sarà il futuro delle relazioni cubano-americane</b>, allontanandosi dal piano delle congetture. Tuttavia, ci sono dei punti che possono meglio spiegarci questa svolta storica e grazie ai quali, forse, può essere più comprensibile la dinamica degli eventi futuri. <b>Gli Stati Uniti hanno abbandonato ormai da tempo la fobia maccartista in favore di altri “nemici pubblici”</b>; inoltre, <b>il Sud America</b>, che reclamano sin dalla dottrina Monroe (elaborata 200 anni fa) come una sorta di loro possedimento esclusivo <b>è retto, in questo momento, da 11 governi di sinistra o centro-sinistra con cui è consigliabile un accordo o quantomeno un dialogo, pena l&#8217;esclusione delle imprese americane da importanti e vicini mercati in via di sviluppo.</b><br />
<img class="alignnone size-medium wp-image-517 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/cuba_mjgby.T0-300x200.jpg" alt="cuba_mjgby.T0" width="300" height="200" /></p>
<p><b>D&#8217;altro canto, però, anche Cuba affronta un problema centrale per la sua sopravvivenza economica.</b> Infatti, <b>il principale alleato dello stato socialista nell&#8217;ALBA è quel Venezuela in cui il dopo-Chavez è abbastanza incerto </b>e la leadership di Maduro è molto meno salda di quella del principale artefice della “rivoluzione bolivariana” e grande amico di Fidel.Inoltre,<b> la stessa sinistra sudamericana non solo è molto frastagliata ma rischia di subire notevoli tracolli elettorali,</b> come testimonia il caso del <b>PT</b> che nelle ultime due elezioni brasiliane ha perso quasi il 10% di consensi (qualcosa come 4 mln di voti).<br />
Un&#8217;ipotetica svolta politica conservatrice in Sudamerica e nei paesi sponsor di Cuba &#8211; un&#8217;isola non solo geograficamente parlando, visto il pluridecennale embargo voluto dagli USA &#8211; sarebbe, forse, fatale per la Repubblica cubana. <b>Probabilmente, prima di dare riletture ideologicamente troppo marcate e di compiere “requiem” prematuri sarebbe d&#8217;uopo considerare le contingenze sincroniche in cui è avvenuto lo scambio di prigionieri</b>, prassi normale anche tra nazioni in formale stato di guerra, pensiamo agli accordi israelo-palestinesi o ad i più recenti dialoghi tra russi ed ucraini. <b>Gli unici dati certi sono le parole dei rappresentanti delle nazioni interessate</b> ed a sentire i cubani, il loro Socialismo è tutt&#8217;altro che morto. <b>Raul Castro, infatti, ha detto che «Ogni Paese ha il diritto inalienabile di scegliere il suo sistema politico. Nessuno deve pensare che il miglioramento dei rapporti con gli Stati Uniti significhi che Cuba rinunci alle sue idee»</b>. Castro ha anche detto che <b>i cambiamenti dovranno essere graduali per creare un sistema di «comunismo prospero e sostenibile»</b>. Inoltre, i lavori attualmente in corso dell&#8217;Assemblea Nazionale del potere popolare si concentrano proprio sulle riforme e sull&#8217;armonizzazione legislativa ed economica del regime comunista cubano: nessuno smantellamento, almeno così pare.<br />
Il giornalista e guerrigliero argentino <b>Jorge Masetti</b>, parlando di Cuba sosteneva che &#8220;Existen dos Cubas: la creada para la exportación y la auténtica, la que pugna por ser integralmente una república&#8221;. <b>Quale che sia il futuro delle relazioni cubano-americane, l&#8217;auspicio più condivisibile è che di <b>“Cuba Libre” non rimanga solo il cocktail.</b><br />
<img class="alignnone size-medium wp-image-520" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Raul-Castro-4.jpg" alt="Raul Castro - 4" width="300" height="250" /><img class="alignnone size-medium wp-image-519" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Fidel_Castro_PNW-208x300.jpg" alt="Fidel_Castro_PNW" width="208" height="300" /></b></p>
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		<title>Le migliori sfide al Senato di queste Midterm election</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Dec 2014 16:26:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nelle ultime Mid term election, tenutesi negli Stati Uniti, la battaglia più accesa, tra il partito Repubblicano (GOP, Grand Old Party) e quello Democratico (Dem), è stata quella per il controllo del Senato (la Camera era già stata conquistata dal GOP nelle elezioni del 2010). Secondo il disegno voluto dai Padri Fondatori nella Costituzione americana il potere legislativo negli Stati Uniti è prerogativa del Congresso degli Stati Uniti, che si suddivide in due rami: La Camera dei Rappresentanti (435 membri, eletti in rapporto alla popolazione dello stato di provenienza), espressione del popolo, e il Senato degli Stati Uniti (100 membri,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="N" class="cap"><span>N</span></span>elle ultime<b> Mid term election</b>, tenutesi negli Stati Uniti, la battaglia più accesa, tra il partito Repubblicano (GOP, Grand Old Party) e quello Democratico (Dem), è stata quella per il <b>controllo del Senato</b> (la Camera era già stata conquistata dal GOP nelle elezioni del 2010).<br />
Secondo il disegno voluto dai Padri Fondatori nella Costituzione americana il <b>potere legislativo</b> negli Stati Uniti è prerogativa del <b>Congresso degli Stati Uniti</b>, che si suddivide in due rami: La <b>Camera dei Rappresentanti</b> (435 membri, eletti in rapporto alla popolazione dello stato di provenienza), espressione del popolo, e il <b>Senato degli Stati Uniti</b> (100 membri, 2 membri per ogni stato), espressione dei singoli stati. Entrambe le camere hanno gli stessi poteri (<b>bicameralismo perfetto</b>), tranne in tema tributario, riservato ai membri della Camera. Nelle elezioni legislative, che si tengono ogni <b>due anni</b>, vengono rinnovati tutti i seggi della Camera, un terzo del Senato (i senatori rimangono dunque in carica 6 anni) e le amministrazioni degli stati. Le <b>Mid-term election </b>sono così denominate perchè ricorrono proprio nel mezzo del mandato presidenziale (che dura quattro anni).</p>
<p style="text-align: justify"><b>La Guerra per il Senato</b><br />
In queste ultime Mid term election i Repubblicani contendevano ai Democratici il controllo del Senato: questo infatti, per via del suo particolare metodo di rinnovo, era rimasto a maggioranza Democratica. Dei <b>36 seggi in palio</b>, per i sondaggisti, 17 erano sicuri per il GOP, 11 per i Dem: erano dunque 8 gli stati “in bilico” (<b>toss-up</b> come si dice), di questi 6 sono andati al GOP, 1 ai Dem, mentre un’altro attende il ballottaggio (ma potrebbe facilmente andare in mano ai repubblicani): Una vittoria del GOP che conquista 23 su 36 seggi, il che gli ha consentito di ribaltare a proprio favore la maggioranza al Senato, ora di 53. Ampliando anche la loro maggioranza alla Camera, ora il <b>GOP ha il controllo del Congresso</b>, gettando la Presidenza Obama nella situazione di governare senza una maggioranza in parlamento.</p>
<p style="text-align: justify">Vediamo le sfide più accese negli stati che erano considerati <b>toss-up</b>:</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Midterm2014-Senate-1.tif"><img class="alignnone size-medium wp-image-413" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Midterm2014-Senate-1.tif" alt="Midterm2014-Senate (1)" width="1" height="1" /></a><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Midterm2014-Senate-1.tif"><img class="alignnone size-medium wp-image-413" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Midterm2014-Senate-1.tif" alt="Midterm2014-Senate (1)" width="1" height="1" /></a><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Midterm2014-Senate-1.tif"><img class="alignnone size-medium wp-image-413" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Midterm2014-Senate-1.tif" alt="Midterm2014-Senate (1)" width="1" height="1" /></a><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Midterm2014-Senate.png"><img class="size-medium wp-image-503 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2014/12/Midterm2014-Senate-300x206.png" alt="Midterm2014-Senate" width="300" height="206" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><b>1) North Carolina</b>: per il seggio in palio in questo stato si sono mobilitati i “pezzi grossi” dei due partiti: i democratici coniugi <b>Bill e Hillary Clinton</b>, e i due ex candidati repubblicani alla presidenza <b>John McCain e Mitt Romney</b>. I Dem sono stati sconfitti nonostrante il sostengo di Hillary, che pare non abbia portato bene nemmeno agli altri candidati da lei sostenuti: infatti, anche negli altri stati, quasi nessuno di questi è stato eletto.</p>
<p style="text-align: justify"><b>2) Colorado</b>: stato passato ai democratici sotto la presidenza Obama, qui il senatore uscente democratico ha giocato la sua campagna elettorale sui <b>“temi etici”</b>, attaccando le posizioni più conservatrici del rivale repubblicano, con l’obiettivo di mobilitare a suo favore il <b>voto femminile</b>, considerato decisivo persino dal presidente Obama, che pochi giorni prima del voto aveva cercato di ingraziarselo. Ma non è bastato, e il seggio è andato al candidato del GOP.</p>
<p style="text-align: justify"><b>3) Iowa</b>: qui la candidata repubblicana (appoggiata dal Tea Party)<b> Joni Ernst</b>, veterana di guerra dell’Iraq con un passato da <b>allevatrice di maiali</b>, è stata per questo mira dei comici americani: lei ha saputo scherzarci su, sostenendo che l’essere cresciuta castrando maiali l’avrebbe aiutata a castrare la spesa pubblica federale. Alla fine ha vinto l’unico seggio in palio.</p>
<p style="text-align: justify"><b>4) Alaska</b>: in uno stato tendenzialmente repubblicano, sei anni fa un democratico vinse di un solo punto sul suo sfidante. Nelle ultime elezioni è però stato sconfitto dal candidato del GOP <b>Dan S. Sullivan</b>, che durante le elezioni primarie del suo partito ha avuto un non trascurabile problema: infatti Dan S. Sullivan si era candidato per il posto da Senatore, mentre <b>Dan A. Sullivan</b>, sindaco di Anchorage, per il posto di Vice-Governatore: oltre agli errori dei media che spesso pubblicavano le foto del candidato sbagliato, anche gli elettori repubblicani che hanno partecipato alle primarie non sapevano distinguere l’uno dall’altro. A peggiorare la situazione, è concorsa la volontà di entrambi i candidati di non utilizzare il secondo nome nella scheda, sostenendo entrambi di essere l’unico, “vero”, Dan Sullivan.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>5)</strong> <b>Kansas</b>: per il seggio in palio in questo stato i Dem non hanno presentato alcun candidato, preferendo affidarsi ad un indipendente, che ha saputo tenere testa al senatore uscente del GOP in uno <b>stato “ultra-repubblicano”</b>, fino a far temere a quest’ultimi, a pochi giorni dal voto, di perdere il seggio, poi comunque largamente vinto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>6)</strong><b> New Hampshire</b>: similmente al caso dell’Alaska, nel 2010 (in un elezione suppletiva a causa della morte del senatore in carica) fu la vittoria del repubblicano <b>Scott Brown</b>, in Massachusetts, a destare scalpore in uno stato storicamente democratico. Brown (avvocato con un passato da “uomo più sexy d’America”) vinse ma non venne però riconfermato nel 2013. Ci ha dunque riprovato nel vicino New Hampshire, contro la senatrice democratica uscente ed ex governatrice <b>Jeanne Shaheen</b>. I sondaggi hanno segnano per giorni un <b>testa a testa </b>per la conquista del seggio. Decisivo è stato, almeno in questa occasione, l’intervento di <b>Hillary Clinton</b> che, mobilitando il voto femminile e accusando il candidato del GOP di aver votato contro una legge sull’equo-compenso per le donne lavoratrici, ha permesso la vittoria dei Dem.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>7)</strong> <b>Georgia</b>: in uno stato tradizionalmente repubblicano il GOP ha scelto, per il seggio da rinnovare, <b>David Perdue</b>, un <b>super-manager</b> nel settore privato, presentatosi come <b>outsider</b> del partito. La rivale democratica <b>Michelle Nunn</b> aveva invece lavorato tutta la vita nel settore del <b>non-profit</b>. La democratica ha dunque giocato tutta la campagna sull’incapacità del suo avversario di capire le difficoltà della <b>gente “normale”</b>, in uno stato primo in classifica percentuale per la disoccupazione. Ha fatto presa più del previsto ma la vittoria è comunque andata al candidato del GOP.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>8)</strong> <b>Louisiana</b>: qui la questione è stata complicata per i Dem, in uno stato tra i più <b>critici </b>sull’operato del presidente Obama. Lo sfidante repubblicano ha dunque puntato sul fallimento delle politiche dell’amministrazione federale. Ma a rendere più difficoltosa la sfida tra il GOP e i Dem è intervenuto un terzo incomodo:<b> un’altro repubblicano</b>,<b> Rob Maness</b>, ex ufficiale dell’aviazione, sostenuto dal Tea Party, balzato agli onori dei comici statunitensi per uno spot elettorale in cui ammansiva dei coccodrilli. Nonostante la divisione nel campo avversario, i Dem non sono riusciti ad approfittarne, e la Lousiana è andata al<b> ballottaggio (Runoff)</b>.</p>
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		<title>Le migliori sfide negli Stati di queste Midterm election</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Dec 2014 16:23:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nelle ultime Mid term election, tenutesi negli Stati Uniti, la battaglia più accesa, tra il partito Repubblicano (GOP, Grand Old Party) e quello Democratico (Dem), è stata oltre a quella per il Senato, anche quella per l’elezione dei Governatori. Nelle elezioni legislative, che si tengono ogni due anni, vengono rinnovati oltre che la Camera e un terzo del Senato, anche le amministrazioni degli stati. Nelle Mid-term election che ricorrono proprio nel mezzo del mandato presidenziale, vengono rinnovate le amministrazioni di ben ben 38 dei 50 stati che compongono gli Stati Uniti. Di queste 38 competizioni, 13 sono risultate molto difficili]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="N" class="cap"><span>N</span></span>elle ultime<b> Mid term election</b>, tenutesi negli Stati Uniti, la battaglia più accesa, tra il partito Repubblicano (GOP, Grand Old Party) e quello Democratico (Dem), è stata oltre a quella per il Senato, anche quella per <b>l’elezione dei Governatori</b>.<br />
Nelle elezioni legislative, che si tengono ogni <b>due anni</b>, vengono rinnovati oltre che la Camera e un terzo del Senato, anche le amministrazioni degli stati. Nelle <b>Mid-term election </b>che ricorrono proprio nel mezzo del mandato presidenziale, vengono rinnovate le amministrazioni di ben ben 38 dei 50 stati che compongono gli Stati Uniti. Di queste <b>38 competizioni</b>, 13 sono risultate molto difficili da prevedere e abbastanza curiose per il loro esito, per la presenza di candidati indipendenti ma sopratutto per la presenza di candidati futuri “presidenziabili” per la corsa del GOP alla Casa Bianca nel 2016.<br />
<b>La Guerra per i Governatori</b><br />
I <b>Dem</b> sono risultati vincitori in 9 stati, nettamente nelle loro storiche roccaforti: California, New York, Vermont e Oregon. In <b>Pennsylvania</b> i Dem hanno sconfitto il governatore repubblicano uscente eletto nel 2010, rompendo una<b> “regola aurea” </b>della politica statunitense: cioè che in Pennsylvania il governatore cambi colore ciclicamente ogni 8 anni.<br />
Il <b>GOP</b> è risultato vincitore in 24 stati, nettamente in Alabama, Iowa, Nevada, New Mexico, Ohio, Oklahoma, South Dakota, Tennessee, Texas e Wyoming e a sorpresa nel <b>Maryland</b> (stato storica roccaforte Dem nel Nord-Est). Emblematico il caso dell’<b>Ohio</b> che, pur venendo da quattro anni di amministrazione repubblicana, nell’ultima elezione presidenziale (nel 2012), ha svolto, insieme alla Florida, il ruolo del “ballerino” (o <b>“swing state”</b> come si dice), determinando, con risultati favorevoli ai Dem, la sconfitta del candidato repubblicano Mitt Romney (nel 2008 con John McCaine) e consentendo a Barack Obama la riconferma (e prima ancora l’ascesa) alla Casa Bianca.<br />
Il <b>Vermont</b> attende ancora il ballottaggio tra il governatore democratico uscente Peter Shumlin e quello repubblicano dopo una difficile “corsa a tre”. Il candidato Dem è tra l’altro il leader dell’associazione dei governatori democratici.<br />
Vediamo allora le 13 sfide più accese negli stati considerati <b>toss-up</b>:<br />
<b>1) Alaska</b>: Il successore di Sarah Palin, il governatore repubblicano Sean Parnell, sembrava avviarsi verso una facile riconferma, ma i Dem, per queste elezioni, hanno deciso di appoggiare un <b>candidato indipendente, Bill Walker</b>. Questa formazione, inconsueta nel panorama politico americano, è stata fortemente voluta dal più potente sindacato americano (<b>Afl-Cio</b>) e ha provocato un vero terremoto politico, dato che il GOP è risultato sconfitto “in casa”.<br />
<b>2) Arizona</b>: Con la governatrice repubblicana Jan Brewer, impossibilitata a candidarsi a causa dei due mandati consecutivi, la corsa nel “Grand Canyon State” è stata estremamente competitiva. Il candidato democratico ha saltato le primarie, in quanto era stato il solo a presentarsi, mentre il candidato repubblicano <b>Doug Ducey</b>, uscito con sofferenza vincitore dalle primarie, ha ottenuto molto tardi il sospirato endorsement dei colleghi-avversari, che gli ha consentito di vincere.<br />
<b>3) Colorado</b>: Dopo essere stato eletto nel 2010 con la complicità di un GOP in stato confusionale, il governatore democratico <b>John Hickenlooper</b> non ha vissuto quattro anni tranquilli: decisiva la bocciatura della sua proposta di introdurre limiti più restrittivi al Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti (quello che prevede il diritto di portare armi). La battaglia vinta dai sostenitori della Costituzione ha entusiasmato la base repubblicana, ma non è stata bastata per evitare la riconferma del governatore democratico<br />
<b>4) Connecticut: </b>Segnalato molto presto dai sondaggisti come stato “toss-up”, il governatore domocratico <b>Dan Malloy</b> ho dovuto ri-affrontare il ricchissimo candidato repubblicano ex ambasciatore durante l’amministrazione Bush. Nonostante la consolidata tradizione “liberal” (tendenza politica favorevole ai Dem) del Connecticut, la vittoria dei Dem è stata di misura.<br />
<b>5) Florida</b>: Diventato governatore nel 2010 dopo aver vinto di misura sia primarie che elezioni, anche nel 2014 il repubblicano Rick Scott ha dovuto penare parecchio per sedersi sulla poltrona di governatore; infatti non è né un politico carismatico né troppo popolare tra i militanti locali – i vertici del GOP lo tenevano quasi “nascosto” durante i comizi tenuti nel 2012 da Romney. La Florida, al pari dell’Ohio, resta comunque uno “swing state” decisivo per il GOP. Caso curioso, il suo sfidante democratico è stato un ex governatore repubblicano. <b>Nota per il futuro</b>: Senatore per la Florida è il repubblicano <b>Marco Rubio</b>, giovane latino americano, molto carismatico, venuto dal Tea Party (di cui ha tenuto molto poco) che per la sua dote di piacere sia all’elettorato conservatore, sia a quello latino, è considerato un “presidenziabile” per il GOP.<br />
<b>6) Georgia: </b>Il governatore uscente del GOP, <b>Nathan Deal</b>, ha dovuto affrontare per la riconferma un candidato democratico dal cognome prestigioso, Jason Carter, nipote dell’ex presidente <b>Jimmy Carter</b>. Ma sfortunatamente per quest’ultimo, la Georgia non è più lo stato che nel 1970 elesse il nonno governatore, laddove neanche Obama nel 2008, pur con la notevole mobilitazione della comunità nera, riuscì a prevalere sull’avversario John McCain.<br />
<b>7) Hawaii: </b>Le Hawaii sono uno degli stati più Dem di tutta l’Unione. Ma negli ultimi decenni il fortissimo apparato democratico ha cominciato a cedere, arrivando nel 2002 a consentire a Linda Lingle, candidata rapubblicana, di conquistare per la prima volta la poltrona di governatore per il GOP. Trascorsi i due mandati, la Lingle ha lasciato spazio alla candidatura suo vice, sconfitto però nel 2010 dall’ex hippy Neil Abercombie, che quest’anno è stato a sua volta sconfitto alle primarie democratiche da<b> David Ige</b>. Nonostrante il vice della Lingle ci abbia riprovato, la storia elettorale dello stato ha dato ragione alla vittoria dei democratici.<br />
<b>8) Illinois: </b>Obama, a meno di un mese dalle elezioni, è dovuto correre personalmente nel “suo stato” per tentare di evitare la sconfitta del governatore democratico uscente Pat Quinn. Il candidato repubblicano <b>Bruce Rauner</b> è partito molto forte nei sondaggi: Quinn è stato infatti un pessimo governatore, ma non peggiore del suo predecessore, anch’egli Dem, (condannato a 14 anni di carcere per corruzione) che nel 2006, rieletto, provò a vendere il seggio senatoriale di Obama al miglior offerente.<br />
<b>9) Kansas</b>: un governatore repubblicano uscente che è stato in (grande) difficoltà in Kansas è una notizia rara. I quattro anni di mandato del governatore <b>Sam Brownback</b> sono stati molto controversi, e hanno messo in luce una spaccatura sempre più evidente tra l’anima conservatrice e quella moderata del GOP, che ha permesso al candidato democratico di conquistare un modesto vantaggio nei sondaggi. Ha comunque pesato, nella riconferma del governatore, la tradizione repubblicana dello stato.<br />
<b>10) Maine:</b> in questo stato comunque a tradizione democratica, non sono rare le <b>“corse a tre”</b> (un democratico, un repubblicano e un indipendente). Ed è stato proprio grazie ad un’insolita (almeno per gli States) corsa a tre che, nel 2010, il repubblicano <b>Paul LePage</b> è riuscito a vincere. I Dem quest’anno hanno puntato su un candidato che, se eletto, sarebbe diventato il primo governatore dichiaratamente gay nella storia degli Stati Uniti.<br />
<b>11) Massachusetts</b>: La decisione del Dem Deval Patrick (il primo governatore afroamericano del Massachusetts) di non ricandidarsi nel 2014 ha aperto la porta alla candidatura di Martha Coakley, nota per essere stata sconfitta da un repubblicano nel 2010 nella sfida per ereditare il seggio del Senato che era stato di Ted Kennedy. Il GOP ha ricandidato <b>Charles Baker </b>(quattro anni fa perse onorevolmente contro il governatore Dem uscente) che è riuscito ad annullare il suo svantaggio nei sondaggi fino ad una strepitosa vittoria. Una doppia sconfitta per la Coakley, che, oltre a essere clamorosa, significa la fine della sua carriera politica.<br />
<b>12) Michigan</b>: Il governatore repubblicano <b>Rick Snyder</b> era considerato uno dei candidati del GOP maggiormente a rischio. Con Detroit sempre più Dem e il resto dello stato che mantiene la sua tradizione filo-repubblicana, il voto decisivo è stato quello dei sobborghi.<br />
<b>13) Wisconsin</b>: Dopo essere diventato il primo governatore degli Stati Uniti a sopravvivere a un Recall, i sondaggisti si aspettavano che <b>Scott Walker</b> avrebbe navigato verso una facile rielezione nel 2014. Ma non sono stati fatti i conti con l’estrema polarizzazione dell’elettorato. Nello stato di Joe McCarthy e del sindacalismo a stelle e strisce, ha giocato favorevolmente al governatore uscente la durissima battaglia per l’abolizione della contrattazione collettiva.<br />
<b>Nota per il futuro</b>: Scott Walker, per le presidenziali del 2016, è considerato come un “presidenziabile” dal GOP, in grado di unificare sia la base movimentista sia l’establishment del partito; uscito indenne dal voto, Walker può seriamente iniziare a guardare verso Washington.</p>
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		<title>La fine dell’Era Obama</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Dec 2014 16:19:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sono passati due anni da quando Barack Obama, all’annuncio della vittoria alle ultime elezioni presidenziali, pubblicò una foto in cui abbracciava la moglie Michelle, accompagnata dalle parole «four more years» (altri quattro anni): nel giro di un&#8217;ora quell&#8217;immagine diventò, secondo la NBC, la più ri-twittata di sempre. Oggi è ormai trascorsa la metà di questi quattro anni, molte cose sono accadute, ed è ormai chiaro a tutti come la presidenza Obama si avvii verso un mesto tramonto: i repubblicani hanno vinto le elezioni di Midterm, hanno mantenuto la loro maggioranza alla Camera e l’hanno conquistata al Senato. Le elezioni di]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify;"><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>ono passati due anni da quando <b>Barack Obama</b>, all’annuncio della vittoria alle ultime elezioni presidenziali, pubblicò una foto in cui abbracciava la moglie Michelle, accompagnata dalle parole <b>«four more years»</b> (altri quattro anni): nel giro di un&#8217;ora quell&#8217;immagine diventò, secondo la NBC, la più ri-twittata di sempre. Oggi è ormai trascorsa la metà di questi quattro anni, molte cose sono accadute, ed è ormai chiaro a tutti come la presidenza Obama si avvii verso un mesto tramonto: i repubblicani hanno vinto le <b>elezioni di Midterm</b>, hanno mantenuto la loro maggioranza alla Camera e l’hanno conquistata al Senato.</p>
<p style="text-align: justify;">Le elezioni di Midterm, che occorrono nel mezzo di ogni mandato presidenziale, sono intese come una specie di <b>referendum sull’operato del presidente </b>in carica: l’amministrazione Obama ne esce dunque sonoramente bocciata; fatale è stata la mobilitazione dell&#8217;elettorato bianco e conservatore, mentre l’elettorato giovanile, femminile, afroamericano e ispanico, la base elettorale che gli aveva permesso la vittoria nel 2008 e nel 2012, è rimasto a guardare. Nonostante il successo elettorale, resta comunque difficile dire se i repubblicani vinceranno anche le prossime elezioni presidenziali, previste nel 2016.</p>
<p style="text-align: justify;">“<b>Uno spettro si aggira per la Casa Bianca”</b><br />
Da tempo uno spettro si aggirava alla Casa Bianca: il fantasma di <b>Jimmy Carter</b>. Anch’egli democratico, nel 1976 divenne presidente attraverso una strepitosa vittoria, proprio come Obama. <b>La sua presidenza si rivelò grandiosa nelle aspettative quanto grandiosa nelle delusioni</b>, sopratutto in politica estera (vedi la crisi degli ostaggi americani in Iran). Carter finì malissimo, sconfitto pesantemente quattro anni dopo dal candidato repubblicano, Ronald Reagan.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se Obama ha ottenuto la riconferma, la pesante sconfitta elettorale è la logica conseguenza del <b>basso gradimento nei sondaggi </b>del suo operato:<br />
Aveva promesso investimenti sulle energie rinnovabili, la fine dell’interventismo militare, la riforma della finanza e la chiusura della base/carcere di Guantanamo: di tutte queste promesse se ne è fatto nulla. L’unico impegno mantenuto è stata la famosa riforma sanitaria, l’Obamacare, che si è rivelata un mostruoso fallimento, anche frutto dei troppi compromessi. <b>Troppi gli errori fatti in politica estera</b>, che hanno minato la sua leadership.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Un biennio rosso</b><br />
Ora, il presidente, lasciato solo e in posizione di minoranza, dovrà vedersela con avversari repubblicani forti e determinati. Sui provvedimenti economici in primis dovrà lottare con il Campidoglio, lotta che rischia di paralizzare la sua l&#8217;azione: La riforma dell&#8217;immigrazione, quella fiscale, i provvedimenti sul budget saranno oggetto del fuoco di fila dei repubblicanil. Anche l&#8217;<b>Obamacare</b> rischia qualcosa, perchè i repubblicani vorranno certamente modificarla: non potranno abolirla, come vorrebbero le ali più radicali, perchè ormai milioni di americani ne beneficiano, ma proveranno a ridimensionarla.</p>
<p style="text-align: justify;">Potrà però condurre la politica estera, che è una prerogativa presidenziale, ma anche in questo caso<b> il Campidoglio vorrà dire la sua</b>. Il primo banco di prova sarà certamente la guerra contro lo Stato Islamico: i repubblicani vogliono inviare truppe di terra a combattere in Siria e in Iraq. Gli americani non hanno infatti perdonato al loro presidente di aver sottovalutato il pericolo dell’Isis. Obama potrà comunque bypassare l&#8217;ostruzionismo repubblicano in Parlamento firmando degli<b> ordini esecutivi</b>, cosa che ha già fatto negli ultimi mesi, ma questi sono provvedimenti molto limitati; serve l’accordo con il Congresso per l&#8217;approvazione delle leggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi due anni di presidenza Obama sarà dunque costretto a <b>giocare sulla difensiva</b>, messo all’angolo dalla nuova maggioranza parlamentare repubblicana che sembra aver ritrovato la coesione dopo la vittoria alle elezioni di Midterm, quelle che sanciscono<b> la fine dell&#8217;Era di Obama.</b></p>
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