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	<title>Torquemada &#187; Esteri</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Turchia, Curdi, IS: chi spara a chi?</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Aug 2015 15:47:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Decenni di faticose trattative ed estenuanti confronti per raggiungere un accordo di pace. Una decina di giorni scarsi per mandarlo nuovamente in soffitta. Triste realtà delle relazioni fra Turchia e curdi turchi, capeggiati dal Partito dei Lavoratori (PKK), normalizzatesi in un&#8217;ottica pacifica da ormai quasi due anni e ora di nuovo al capolinea.  Non è durata la tregua riconosciuta da ambo le parti nel 2013 e di nuovo svanita nel nulla dopo le turbolenze di fine luglio, che hanno provocato nuovi bombardamenti e incursioni dell&#8217;esercito turco contro basi e milizie del PKK curdo. Perché?   Il 20 luglio un attacco]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>ecenni di faticose trattative ed estenuanti confronti per raggiungere un accordo di pace. Una decina di giorni scarsi per mandarlo nuovamente in soffitta. Triste realtà delle relazioni fra Turchia e curdi turchi, capeggiati dal <strong>Partito dei Lavoratori (PKK)</strong>, normalizzatesi in un&#8217;ottica pacifica da ormai quasi due anni e ora di nuovo al capolinea.  Non è durata la tregua riconosciuta da ambo le parti nel <strong>2013</strong> e di nuovo svanita nel nulla dopo le turbolenze di fine luglio, che hanno provocato nuovi bombardamenti e incursioni dell&#8217;esercito turco contro basi e milizie del PKK curdo. Perché?</p>
<p> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-1.png"><img class="size-medium wp-image-2861 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-1-300x200.png" alt="Immagine 1" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Il <strong>20 luglio</strong> un attacco kamikaze poi rivendicato da IS provoca 20 vittime nella città curda turca di <strong>Suruc</strong>. Al confine siriano esplode la rabbia della popolazione. Nella regione della Turchia sud-orientale è ancora viva la memoria del caro prezzo con cui i curdi pagarono la vittoria contro il califfato nella città di <strong>Kobane</strong> nell&#8217;apparente indifferenza turca. Reparti dell&#8217;esercito di Ankara erano infatti schierati a poche centinaia di metri dalla città, sul confine siriano, senza per questo assumere alcun ruolo attivo nella battaglia, anche quando la situazione per i miliziani curdi appariva particolarmente critica. L&#8217;accusa: Ankara si è mostrata incapace di proteggere la popolazione se non addirittura è stata passivamente complice della strage, <strong>chiudendo un occhio sull&#8217;attività dello Stato Islamico in chiave anti-curda.</strong> Di qui, il <strong>22 luglio</strong>, l&#8217;assassinio di due poliziotti turchi, accusati di presunta connivenza con gli attentatori. La reazione del governo di <strong>Recep Tayyip Erdogan</strong> non si fa attendere: da quella  stessa settimana  hanno preso il via i <em>raid</em> contro le installazioni militari del PKK nelle montagne del nord Iraq e nel sud-est Turchia. Due anni di flebile tregua spazzati via nel giro di meno di una settimana.</p>
<p> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-2.jpg"><img class="size-medium wp-image-2860 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-2-300x202.jpg" alt="Immagine 2" width="300" height="202" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Occorre però fare un ulteriore passo indietro. Cosa sta a monte della latente tensione curdo-turca, oltre la causa prossima dell&#8217;attentato di Suruc? Non si può nascondere come gli attriti tra il governo di Ankara e i militanti curdi del PKK siano aumentati esponenzialmente dopo le elezioni tenutesi lo scorso <strong>7 giugno</strong>, in cui l&#8217;<strong>HDP</strong>, il Partito curdo ha ottenuto l&#8217;accesso in parlamento mediante il superamento della soglia di sbarramento del 10% imposta per entrare nel parlamento turco. Non solo, il crollo di consensi dell&#8217;AKP – il partito Giustizia e Libertà del primo ministro Erdogan – ha creato una situazione politica instabile: l&#8217;AKP, pur rimasto partito di maggioranza, si è visto impossibilitato a formare un governo autonomo. È di pochi giorni fa la notizia delle dimissioni di Ahmet Davbutoglu, premier incaricato dal presidente Erdogan, della formazione di un nuovo governo. Con ogni probabilità si andrà a <strong>nuove elezioni a inizio novembre</strong>. L&#8217;impasse politica ha perciò determinato un repentino cambio di strategia in politica estera del governo turco.</p>
<p> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-3.jpg"><img class="size-medium wp-image-2863 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-3-300x199.jpg" alt="Immagine 3" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Di qui la duplice offensiva di Erdogan contro curdi e estremisti islamici, entrambi gruppi etichettati come terroristi dal governo turco. L&#8217;inizio di una politica aggressiva sia nei confronti del PKK che dell&#8217;IS sembra essere funzionale ad un duplice scopo nella politica estera turca. <em>In primis</em>, a vantaggio di Erdogan giocherebbe una <strong>minimizzazione dell&#8217;influenza curda</strong> nella politica interna turca, magari tornando a elezioni anticipate e sfruttando l&#8217;onda lunga del conflitto anti-curdo in chiave nazionalistica per strappare voti a destra, ottenere la maggioranza e formare un nuovo governo più saldo e autonomo a livello parlamentare. In secondo luogo l&#8217; <em>escalation</em> militare nei confronti di IS, con l&#8217;inizio di <em>raid</em> diretti e la concessione ai droni USA della base aerea di Incirlik &#8211; una strategia più aggressiva contro i miliziani dello Stato Islamico &#8211; mira a <strong>strappare ai partiti curdi</strong> quali il PKK turco, l&#8217;YPG siriano e il KRG iracheno <strong>la <em>leadership</em> nella lotta allo Stato Islamico.</strong> Il Daesh si è così tramutato da <em>“useful enemy”</em> &#8211; secondo le parole di Sinan Ulgen, esperto di politica turca – utile per limitare l&#8217;influenza curda, a nemico da colpire con forza per mettere all&#8217;angolo le ambizioni territoriali e politiche curde. Ma pur sempre utile ad affermare un ruolo della Turchia più forte nello scacchiere mediorientale.</p>
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		<title> Yemen, o Arabia Felix. Oggi poi non troppo</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2015 14:46:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bombe. Di nuovo bombe su Aden, nello Yemen. Ci si era illusi che il cessate il fuoco di cinque giorni  definito a fine maggio avrebbe partorito qualche significativa soluzione politica nell&#8217;ambito di quella che è una delle situazioni più calde dello scacchiere mediorientale. Ad oggi la guerra civile si protrae da settembre, quando il gruppo ribelle Houthi di matrice sciita costrinse il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, &#8216;Abd Rabbih Mansur Hadi al-Hadi, a fuggire dalla capitale Sana&#8217;a e a rifugiarsi nella strategica città di Aden. La presa de facto del potere da parte dei ribelli sciiti, a detta di molti]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="B" class="cap"><span>B</span></span>ombe. Di nuovo bombe su Aden, nello Yemen. Ci si era illusi che il cessate il fuoco di cinque giorni  definito a fine maggio avrebbe partorito qualche significativa soluzione politica nell&#8217;ambito di quella che è una delle situazioni più calde dello scacchiere mediorientale. Ad oggi la guerra civile si protrae da settembre, quando il gruppo ribelle Houthi di matrice sciita costrinse il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, <strong>&#8216;Abd Rabbih Mansur Hadi</strong> <strong>al-Hadi</strong>, a fuggire dalla capitale Sana&#8217;a e a rifugiarsi nella strategica città di Aden. La presa <em>de facto</em> del potere da parte dei ribelli sciiti, a detta di molti e in particolare dell&#8217;Arabia Saudita, supportati militarmente e politicamente dall&#8217;Iran, minaccerebbe il transito del traffico petrolifero nel cruciale stretto di Bal al-Mandab, tra mar Rosso e Oceano Indiano. Per contrastare questa minaccia buona parte del <strong>mondo arabo sunnita</strong>, in particolare nazioni come <strong>Marocco, Egitto, Giordania Sudan più cinque paesi arabi del Golfo</strong>, si è schierata apertamente con l&#8217;ex presidente destituito Hadi contro il nuovo ordine. Da inizio anno i bombardamenti aerei allo scopo di allontanare dalle zone calde e influenti – leggi: la capitale Sana&#8217;a e il porto di Aden – a opera della coalizione di paesi arabi a guida saudita i miliziani Houthi si sono intensificati.</p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto1-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2829" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto1-1-300x219.jpg" alt="Foto1 (1)" width="300" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Perché? Il motivo di un contrasto così deciso all&#8217;avanzata delle milizie sciite Houthi – dal nome del loro fondatore, <strong>Hussein Badr al-Din al-Houthi</strong>, morto nel 2004 in un tentativo di sommossa separatista – è il sospetto da parte dell&#8217;Arabia Saudita che dietro questa offensiva ci sia il grande nemico di Riiad, l&#8217;Iran sciita. Alcune fonti vicine all&#8217;<em>intelligence</em> saudita affermano di aver visto esponenti di spicco delle forze ribelli in visita alla città santa di Qom in Iran. Inoltre si teme per un blocco eventuale dei traffici marittimi petroliferi del <strong>Bal al-Mandab</strong>, con Teheran a giovarsi di un eventuale blocco commerciale. Riiad non vede affatto di buon occhio un&#8217;eventualità di questo genere e sta ammassando a titolo precauzionale 150.000 soldati al confine per tutelarsi.</p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto2-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2830" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto2-1-300x173.jpg" alt="Foto2 (1)" width="300" height="173" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Ma perché coinvolgere anche gli altri paesi sunniti? Perché un&#8217;egemonia iraniana forte non è vista di buon occhio questo tipo di movimenti, come l&#8217;<strong>Ansar Allah</strong> (partigiani di Dio) dei ribelli Huthi in Yemen così come si mostrano abbastanza diffidenti delle milizie sciite impiegate in Iraq e in Siria contro l&#8217;IS. Senza dimenticare che anche l&#8217;IS si è affacciato in Yemen e ha colpito il 30 marzo con autobombe moschee accusate di essere affiliate ai ribelli sciiti, considerati eretici, in quanto sciiti, dai seguaci del califfo <strong>Abu Bakr al-Baghdadi</strong>. Bisogna anche tenere a mente che vi sono numerose cellule di <strong>AQAP (<em>Al-Qaeda in the Arabian Peninsula</em>)</strong> attive <em>in loco</em>, anche se opposte alle cellule IS come <em>modus operandi</em> e principi. La situazione yemenita riflette lo stesso caso dell&#8217;Iraq e della Siria, dove le cellule IS si scontrano anche con i miliziani di al-Nusra (Al-Qaeda in Siria e Iraq) oltre che con le forze governative e curde.</p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto3.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2831" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto3.jpg" alt="Foto3" width="277" height="182" /></a></p>
<p style="text-align: justify">È chiaro che lo Yemen è un laboratorio per la risoluzione della crisi mediorientale tra Iraq e Siria perché è di fondamentale importanza capire come si evolveranno i rapporti tra le potenze di Iran e Arabia Saudita. Un accordo che bilanci le sfere di influenza e porti le due potenze al dialogo piuttosto che allo scontro armato, potrebbe beneficiare anche la <strong>lotta contro l&#8217;IS</strong>, con un impegno congiunto sunnita-sciita che ora è solo allo stato sperimentale in alcune città dell&#8217;Iraq come <strong>Ramadi e Tikrit</strong> ma che potrebbe evolvere in maniera ben più costruttiva se supportata da accordi pacifici e non scontri armati per spartirsi la travagliata area yemenita. Un tempo <strong>Arabia Felix</strong> per i romani, come sarà questa Arabia dipenderà ora da sauditi e iraniani. Dalle cui decisioni -sia detto per inciso – dipenderà anche la sorte di circa <strong>dieci milioni di persone</strong> ridotte nel paese alla fame e sull&#8217;orlo della povertà, che da un eventuale conflitto trarrebbero solo ulteriore miseria.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Grecia e Unione Eurasiatica: un matrimonio che (per il momento) &#8220;non s&#8217;ha da fare&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2015 01:45:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Centini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da almeno 5 anni a questa parte l&#8217;Europa politica (l&#8217;Unione Europea, cioè il costrutto finanziario e non l&#8217;Europa &#8220;reale&#8221;) è sottoposta a tre spinte disgregative convergenti, una da sud, una da est e una dal centro. Queste tre crisi sono: la disgregazione (foraggiata o meno) dell&#8217;ordine politico nel mondo arabo-africano venutosi a creare dopo la fine dell&#8217;URSS e contestuale assalto alla Siria di Assad, l&#8217;inceppamento del motore europeo indipendentemente dalla crisi economica globale, e la rinascita di un fronte orientale con Mosca, quasi chiuso nel decennio 1998-2008. Queste tre spinte diventano particolarmente potenti nella parte sud-orientale del Mediterraneo, dove un]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a almeno 5 anni a questa parte l&#8217;<strong>Europa politica (l&#8217;Unione Europea, cioè il costrutto finanziario e non l&#8217;Europa &#8220;reale&#8221;) è sottoposta a tre spinte disgregative convergenti, una da sud, una da est e una dal centro. Queste tre crisi sono: la disgregazione (foraggiata o meno) dell&#8217;ordine politico nel mondo arabo-africano</strong> venutosi a creare dopo la fine dell&#8217;URSS e contestuale assalto alla Siria di Assad, l&#8217;inceppamento del motore europeo indipendentemente dalla crisi economica globale, e la rinascita di un fronte orientale con Mosca, quasi chiuso nel decennio 1998-2008.</p>
<p style="text-align: justify">Queste tre spinte diventano particolarmente potenti nella parte sud-orientale del Mediterraneo, dove un paese come la Grecia, statualmente debole e ridotto negli anni a frontiera discrasica della NATO sul mondo mediorientale, soffre le infiltrazioni dei tre processi sopracitati.</p>
<p style="text-align: justify">La Grecia, come capitalismo esile ed esposto agli equilibrismi monetari e politici (mancando di un comparto industriale di una certa consistenza e un economia legata al turismo) <strong>ha subito sentito i contraccolpi della crisi tricefala che ha smosso le acque dal 2010 circa in poi. Il risultato ovvio è stata la progressiva debolezza del governo greco, che fino alla vittoria di Syriza (25 Gennaio 2015) aveva colpevolmente rinunciato ad opporsi alla progressiva sostituzione delle agenzie eurocratiche allo Stato legittimo greco</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">La presidenza Tsipras, dichiaratamente riformista, non ha quindi smagnetizzato la Grecia attivamente, ma il suo governo ha labilmente intepretato un processo popolare endogeno, che porta la Grecia fuori dalla dicotomia Europa-Euro, verso però lidi ignoti. Tsipras non ha saputo far altro che prender tempo, e flirtare con la Russia, che vanta da molti anni un ottimo rapporto con la Grecia post-Euro.</p>
<p style="text-align: justify">La discrasia tra il processo endogeno del tutto comprensibile (stante il fallimento totale della cura-Troika) e l&#8217;attendismo di Tsipras e Varoufakis ha portato la Grecia in un limbo in cui i tre aspetti della statualità greca, Militarismo (A), Diplomazia (B), e Burocrazia (C), prendono strade diverse.</p>
<p style="text-align: justify">In questo contesto di caos, in cui la Troika detiene il pallino del gioco (giacchè ha molte armi con cui ricattare Atene) si sono fatte strade in alcuni gruppi di contropensiero antiatlantista lontane prospettive di un avvicinamento della Grecia ai BRICS, soprattutto dopo il viaggio di Tsipras a Mosca (8 Aprile), con contestuali contumelie tedesche. <strong>Un avvicinamento che però pare appartenere alla fantasia, soprattutto se da un piano economico-monetario (adesione alla Banca dei BRICS) ci si sposta su un piano di corposità politica, con la Grecia che entra nell&#8217;Unione Eurasiatica promossa da Mosca</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/06/Tsipras-Putin.jpg"><img class=" wp-image-2815 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/06/Tsipras-Putin-300x241.jpg" alt="Tsipras Putin" width="403" height="324" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">La discrasia che ricordavano poc&#8217;anzi tra l&#8217;effettivo corso del paese-Grecia e l&#8217;attendismo dei suoi governanti, non giustifica uno scatto centometristico verso lo scioglimento dei legami formali con l&#8217;Euro-Occidente e un involata verso le pianure eurasiatiche. A<strong>lla realtà socio-economica popolare si contrappone un governo che, seppur spregiudicato, appare pienamente inserito nella logica eurocratica di mantenimento dello status quo,</strong> e francamente incapace di dare uno strappo al declino in cui, da solo, ha voluto porsi in compagnia (&#8220;La Grecia non uscirà dall&#8217;Euro&#8221; ripeteva Tsipras in campagna elettorale, e ha continuato a ripeterlo anche una volta presidente).</p>
<p style="text-align: justify">Vediamo alcuni motivi per cui un effettivo avvicinamento della Grecia ai BRICS e in particolare all&#8217;Unione Eurasiatica promossa da Mosca.</p>
<p style="text-align: justify">A) <strong>Da un punto di vista militare l&#8217;esercito è ridotto ai minimi termini, per svariati ragioni</strong>. Storicamente, dopo la soppressione della dittatura militare dei colonnelli (1975) l&#8217;esercito è stato rigidamente controllato dagli apparati civili, e il ridotto zoccolo demografico/economico è dissanguato per mantenere una coltre militare con la Turchia (sebbene siano frequenti passaggi di personale di grado all&#8217;interno delle logiche NATO tra i due paesi) e un presidio ad alto valore aggiunto a Cipro sulla linea che divide l&#8217;isola tra la Grecia e la Turchia<strong>. La recente crisi economica ha accellerato questi processi, e ormai l&#8217;esercito greco è ridotto ad un agenzia di controllo immigrazione</strong>. Seppur di robusta cultura ortodossa e genericamente ben disposto verso Mosca, culturalmente parlando, la marina (il comparto più strutturato) e l&#8217;aviazione sono terreno di caccia della NATO. Non da ultimo la Grecia ha partecipato ad Ottobre 2014 ad un esercitazione generale NATO nel Mediterraneo (chiarendo quindi la sua eventuale partecipazione ad una cordata anti-siriana o anti-russa). <strong>Uno spiraglio verso un futuro filorusso potrebbe essere l&#8217;accordo con Mosca, nonostante le sanzioni, per alcuni pezzi di ricambio per sistemi di difesa aerea, siglato a Dicembre 2014. Tuttavia sia la non sponsorizzazione dell&#8217;accordo sia la relativa pochezza dello stesso lasciano pensare che esso sia solo normale routine, normale scambio tecnologico nell&#8217;ambito militare.</strong></p>
<p style="text-align: justify">In generale la mancanza di peso dell&#8217;esercito nella catena di montaggio nelle decisioni politiche e l&#8217;ingerenza, anche economica, degli USA sul comparto militare (nel 2010 gli Stati Uniti hanno venduto il 42 % degli armamenti necessari ai greci, seguiti da altri due paesi NATO, Francia e Germania) impediscono che il comparto militare e in generale l&#8217;esercito possano essere un reale pungolo verso l&#8217;Unione Eurasiatica.</p>
<p style="text-align: justify">B) <strong>La Grecia è un paese diplomaticamente diviso tra un lontano legame ortodosso e un presente mediterraneo-occidentale</strong>. Legata a doppio filo alla militanza NATO della Turchia, con la quale forma un tutt&#8217;uno strategico (tanto che furono proprio gli States a premere perchè entrassero insieme nella NATO, nel 1952, durante il primo allargamento). L&#8217;unica vera faglia militare, quella con la Turchia (giacchè quella con la Macedonia è una boutade su un nome, poca cosa) è forzosamente rimarginata dal paternalismo sovranazionale di Washington. <strong>Ultimamente la Grecia ha però firmato sia le sanzioni contro la Russia</strong> (Settembre 2014) <strong>sia l&#8217;allargamento delle stesse non molto dopo</strong>. Atene si è allineata alla vulgata atlantista anche astenendosi (come quasi tutti i paesi del blocco europeo) riguardo alla proposta putiniana di mettere al bando il revisionismo nazista, quando un governo di Sinistra avrebbe quasi importo un adesione alla proposta russa.</p>
<p style="text-align: justify">A dimostrazione del bipolarismo del governo greco tuttavia stanno le parole del ministro degli esteri Kotzias, che a Febbraio 2014, dopo un colloquio con Lavrov, parlava della necessità di cercare altre vie, che non fossero le sanzioni, per dialogare con la Russia.</p>
<p style="text-align: justify">L<strong>a Grecia diplomaticamente è particolarmente costretta dai lacciuoli eurocratici, e può quindi permettersi meno di quanto non potrebbe fare Berlino, o Parigi, ma anche Roma</strong>. E&#8217; pur vero che nessuna reprimenda, nemmeno flatus vocis è giunta da Atene, in riferimento all&#8217;allargamento delle sanzioni o come abbiamo visto, almeno sulla questione storia del Nazismo. Un voto contrario non solo avrebbe polarizzato la opinione pubblica greca ma avrebbe ragionevolmente galvanizzato alcuni paesi dentro la UE che malsopportano la russofobia spinta (Ungheria,Rep.Ceca ecc).</p>
<p style="text-align: justify">Bisogna quindi chiedersi in che modo Atene pensa di utilizzare diplomaticamente un appoggio gracile alla Russia. <strong>Probabilmente la Grecia spera in una risoluzione travagliata ma positiva del conflitto in Ucraina</strong> (vedi l&#8217;interesse per gli accordi di Minsk) e di diventare in futuro mediatrice tra Mosca e Bruxelles.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/06/Eurasiatic-Emblem.png"><img class="size-medium wp-image-2816 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/06/Eurasiatic-Emblem-300x148.png" alt="Eurasiatic Emblem" width="300" height="148" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><i>                                                                                 Emblema ufficiale dell</i><b><i>&#8216;Unione Economica Eurasiatica </i></b><br />
<strong>C) I segmenti pesanti del paese sono più interessati ad una apertura al credito europeo che a sfidare apertamente la Troika con provocazioni filorusse.</strong> La Banca Centrale Greca è una roccaforte della reazione eurocratica, ed essendo la voce in capitolo più grande per gli investimenti greci e l&#8217;economia ellenica in generale preme per una risoluzione filo-europea della crisi. Anche le parole concilianti rivolte da Putin a Tsipras l&#8217;8 Aprile, durante la sua visita a Mosca, si sono comunque concluse con una rassicurazione del Presidente russo circa la non volontà russa di minare la stabilità politica europea.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Un campo in cui il gran capitale greco può trovare conveniente una ripolarizzazione verso la Russia potrebbe essere quello dell&#8217;energia, con la sponda garantita da Tsipras al progetto di Turkish Steam che coinvolgerebbe anche la Fed.Russa</strong>. L&#8217;energia è il reale ventre molle dell&#8217;eurocratismo, e da qui può partire la magnetizzazione russa del Capitale greco, il quale tuttavia rimane largamente legato, controvoglia, al campo occidentale.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Anche a livello di partiti l&#8217;unico che si sia schierato con convinzione con Mosca è Alba Dorata, che ha recentemente partecipato ad alcune rassegne politiche della galassia nazional-rivoluzionaria a Mosca</strong>. Alba Dorata da qualche anno, dopo aver superato la sua vicinanza con Slovobda (in modo simile a quanto ha fatto Forza Nuova in Italia), preme per un avvicinamento della Grecia alla Russia, sia in funzione antieuropea che antiamericana. <strong>Il resto dei partiti greci tuttavia registra posizioni farraginose</strong> (PASOK e Nea Dimokratia )<strong> o improntate all&#8217;opportunismo</strong> (Syriza, come ricordavamo), <strong>o apertamente filorusse ma solo per quanto concerne la questione ucraina</strong> (KKE).<br />
A queste condizioni, a meno di stravolgimenti (che potrebbero essere un nuovo governo magari a guida Alba Dorata o una sterzata vampiresca della Troika) epocali,<strong> l&#8217;adesione di Tsipras all&#8217;Unione Eurasiatica rimane solamente una carta buona da giocare per esacerbare il dialogo con i soloni eurocratici. Più probabile rimane l&#8217;adesione alla ba</strong><strong>nca dei BRICS, che tuttavia rimane troppo legata a progetti diplomatici e non politici tout court. Nel qual caso quest&#8217;adesione non sarebbe impossibile, ma solo poco produttiva su un piano di rapporti di forza</strong>.</p>
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		<title>Le onde del Mediterraneo e il naufragio della politica UE</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2015 11:58:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le onde. Il mare. Il mar Mediterraneo. Da sempre luogo di viaggi storici: migrazioni, colonizzazioni, sanguinosi conflitti. Ma anche di viaggi letterari, dove il viaggio attraverso questo mare assumeva i connotati di una vera e propria metafora di vita: vita di Odisseo, di Teseo, di Enea e tanti altri eroi. Oggi invece la metafora di una vita in viaggio si trasforma nella triste realtà di dieci, cento, mille vite di profughi perdute per sempre nei profondi fondali del mar Bianco di Mezzo, al-Baḥr al-Abyaḍ al-Mutawassiṭ, secondo la definizione araba. Sì perché vi sono oltre ad africani e asiatici, uomini dell&#8217;Africa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>e onde. Il mare. Il mar Mediterraneo. Da sempre luogo di viaggi storici: migrazioni, colonizzazioni, sanguinosi conflitti. Ma anche di viaggi letterari, dove il viaggio attraverso questo mare assumeva i connotati di una vera e propria metafora di vita: vita di Odisseo, di Teseo, di Enea e tanti altri eroi. Oggi invece la metafora di una vita in viaggio si trasforma nella triste realtà di dieci, cento, mille vite di profughi perdute per sempre nei profondi fondali del mar Bianco di Mezzo,<em> al-Baḥr al-Abyaḍ al-Mutawassiṭ</em>, secondo la definizione araba.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2680" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto1-300x174.jpg" alt="ansa - andrea acquarone - IMMIGRAZIONE:ALTRI SBARCHI A LAMPEDUSA MENTRE ARRIVA PREMIER" width="300" height="174" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Sì perché vi sono oltre ad africani e asiatici, uomini dell&#8217;Africa sub-sahariana, anche numerosi siriani e mediorientali tra le vittime. Viaggiano su catapecchie naviganti che a malapena possono essere definite imbarcazioni su cui scafisti senza scrupolo li imbarcano sotto la minaccia anche di pistole. A loro l&#8217;esito della traversata interessa relativamente se comparato al denaro incassato in precedenza all&#8217;imbarco: le ultime stime parlano di un giro di affari compreso <strong>tra i 300 e i 600 milioni di euro</strong>. A rimpinguare le casse degli scafisti nell&#8217;ultimo periodo, la massiccia affluenza di <strong>profughi siriani</strong>: più danarosi dei loro compagni di sventura africani, sono decisi a sborsare <strong>somme decisamente più alte</strong> per la traversata e creano una concorrenza anche all&#8217;interno dei gruppi di profughi. L&#8217;aumento della disponibilità di liquidi e quindi di anche di navigli su cui imbarcare profughi in continua crescita e ad una <strong>preparazione scientifica dei gruppi di scafisti</strong> &#8211; conoscono le leggi europee e le regole di Frontex &#8211; ha portato il fenomeno a raggiungere picchi drammatici. Picchi che se dovessero perdurare nella loro intensità porterebbero, secondo le stime, porterebbero a <strong>30.000 morti</strong> nel Mediterraneo quest&#8217;anno. E questo apre questioni che interessano tanto l&#8217;Europa al suo interno ma anche nei suoi rapporti con i paesi limitrofi.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2681" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto2-300x197.jpg" alt="Foto2" width="300" height="197" /></a></p>
<p style="text-align: justify">In primo luogo manca da mesi a questa parte una chiara visione europea d&#8217;insieme. Il <strong>deficit di politica estera</strong> dell&#8217;Unione Europea è messo spietatamente a nudo da situazioni come questa, dove a singoli stati – leggi: Italia &#8211; è richiesto di gestire situazioni che richiedono una visione più d&#8217;insieme e a lungo termine e meno basata sull&#8217;efficienza individuale dello stato, mentalità dominante nei paesi nordici tra cui, non ultima, quella <strong>Germania</strong> che è ad ora punto centrale e fulcro della politica europea. Il deficit di lungimiranza politica vede come conseguenza immediata un affollamento sopra ogni norma di buon senso e igiene di centri accoglienza di un solo paese, quando da tempo &#8211; correva l&#8217;anno 2013 &#8211; paesi nordeuropei come la Svezia hanno annunciato la concessione di asilo indiscriminata per i profughi siriani. Ma la contraddizione in termini è che ben poco viene fatto per favorire la mobilità dei profughi nel territorio europeo, permettendo loro di trovare rifugio e sistemazione. E questo fomenta in paesi come l&#8217;Italia i populismi di chi è stufo di vedere il proprio paese essere l&#8217;unico ad assumersi l&#8217;onere dell&#8217;emergenza, tuonando <strong>&#8216;rispediamo indietro i barconi&#8217;</strong>. Tutto questo in barba alla norma internazionale del <strong>non-refoulement</strong> che impedisce di rispedire i migranti dai paesi in cui in pericolo non erano solo le loro sostanze ma anche la loro stessa vita.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto3-1.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-2684" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto3-1-300x134.png" alt="Foto3 (1)" width="300" height="134" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La mancanza di una <strong>foreign policy</strong> europea, un comune indirizzo politico nelle relazioni internazionali condiziona pesantemente la risoluzione di crisi come quella che attualmente attanaglia il Mediterraneo. Una miopia così pesante rischia di impedire di vedere l&#8217;evidente connessione tra la mala gestione della crisi siriana con conseguente appoggio dei &#8216;<strong>ribelli moderati</strong>&#8216;, avvento dello Stato Islamico, massacri a carattere etnico e religioso e <strong>crisi libica</strong> con l&#8217;eliminazione del <strong>colonnello Gheddafi</strong>. Perché l&#8217;Occidente in senso lato e l&#8217;UE nello specifico ha sempre fondato finora la propria politica mediterranea sull&#8217;appoggio di regimi più o meno autoritari &#8211; <strong>Ben Ali</strong> a Tunisi e <strong>Hosni Mubaraq</strong> al Cairo &#8211; in grado di garantire un minimo standard di sicurezza anche sulle transizione migratorie nel Mediterraneo. Tutto questo è venuto meno con l&#8217;avvento delle primavere arabe, che però non hanno portato agli sperati risultati di democratizzazione pura come ipotizzato in Occidente. Semplicemente la mancanza di uomini forti al potere ha frantumato l&#8217;unità politica &#8211; ora in Libia ci sono ben due governi- degli stati della sponda sud del Mediterraneo. Non si è capito come e dove queste transizioni potessero portare Egitto, Tunisia e Siria. Si è pensato che questi paesi potessero democratizzarsi da sé, né più né meno dei paesi occidentali. Non si è mai pensato che per via della cultura e della mentalità differente degli ambienti tunisino, egiziano e siriano le soluzioni democratiche potessero non contemplare le medesime categorie di pensiero europeo. Nessun appoggio a forme di governo diverse da quelle già in voga in Europa, insomma.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto4.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2682" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto4-300x199.jpg" alt="Foto4" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Questo vuoto decisionale nelle relazioni internazionali senza l&#8217;appoggio convinto a leader di paesi della primavera araba autonomi ha creato una pericolosa inversione di tendenza che, vuoi per ragioni di sicurezza dovuta all&#8217;eccessivo caos post-crollo di regimi e all&#8217;incapacità di governi &#8211; vedi Morsi in Egitto &#8211; sia di controllare la sicurezza e proporre soluzioni credibili ha portato al ritorno, in particolare in Egitto, a regimi più stabili ma al tempo stesso militarizzati e poco democratici. Per reinterpretare la situazione che ora si è creata urge una seria riflessione in merito a una politica estera comune e poi in merito alla risoluzione delle crisi siriana e libica. Forse un compromesso è possibile, ma senza cercare di imporre un modello predefinito o calato dall&#8217;alto, bensì adattandosi di volta in volta alle esigenze del paese. Perché, le democrazie in Europa non sono forse nate così?</p>
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		<title>LA VITTORIA SOVIETICA 70 ANNI DOPO: TRA PATRIOTTISMO, PROPAGANDA E IMPERIALISMO</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2015 11:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pasquin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da settimane ormai in tutti gli angoli della Russia si preparano i festeggiamenti di quella che è la ricorrenza più importante dell’anno, la più sentita tra la popolazione e allo stesso tempo quella più cara al governo centrale. Si tratta della “Giornata della Vittoria” (День Победы), che cade il 9 maggio e celebra la vittoria di quella che nell’ex-blocco sovietico è conosciuta come la “Grande guerra patriottica”. L’8 maggio 1945, presso il quartier generale della quinta armata sovietica a Berlino-Karlshorst, venne firmata la resa incondizionata della Germania nazista, già sancita il giorno precedente con un documento sottoscritto a Rheims, in]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="JUSTIFY"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a settimane ormai in tutti gli angoli della Russia si preparano i festeggiamenti di quella che è la ricorrenza più importante dell’anno, la più sentita tra la popolazione e allo stesso tempo quella più cara al governo centrale. Si tratta della <strong>“Giornata della Vittoria” (День Победы), che cade il 9 maggio e celebra la vittoria di quella che nell’ex-blocco sovietico è conosciuta come la “Grande guerra patriottica”</strong>. L’8 maggio 1945, presso il quartier generale della quinta armata sovietica a Berlino-Karlshorst, venne firmata la resa incondizionata della Germania nazista, già sancita il giorno precedente con un documento sottoscritto a Rheims, in Francia. L’accordo entrò in vigore alle 23.01 ora di Berlino, quando a Mosca era già il giorno successivo.</p>
<div id="attachment_2607" style="width: 230px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/1ea82c2df44249402255782b73e3568e1.png"><img class="wp-image-2607" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/1ea82c2df44249402255782b73e3568e1-170x300.png" alt="" width="220" height="388" /></a><p class="wp-caption-text">Il manifesto per i 70 anni della commemorazione</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">La ricorrenza iniziò ad avere un certo significato in occasione del suo ventennale nel 1965, in epoca Brežneviana, tornando ad essere definitivamente giorno festivo. A partire dagli anni ’60 non solo a Mosca, ma anche in altre città dell’Unione Sovietica, si iniziarono ad organizzare parate militari con cerimonie presso i memoriali ai caduti in guerra e al milite ignoto. La tradizione si è conservata anche in seguito allo smembramento dell’URSS e dal 1995 è ripresa l’usanza della parata sulla Piazza Rossa a Mosca. Quest&#8217;anno sono previsti grandi festeggiamenti, visto che si celebra il settantesimo giubileo.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">La passerella della festa deve essere impeccabile e già da fine aprile è possibile percepire la frenesia in centro città (non solo a Mosca, ma in qualunque delle capitali degli 85 stati federati russi): le strade, solitamente disastrate a causa della losca gestione dei finanziamenti pubblici, vengono rattoppate e ripulite dal fango, le fioriere vengono rinvasate e le aiuole ripiantate, da ogni lampione sventolano il tricolore russo e i colori della festa, il nero e l’arancio, ogni giorno ci sono deviazioni forzate del trasporto pubblico per permettere le prove generali della parata. Le celebrazioni coinvolgono naturalmente anche le scuole, con disegni e cartelloni dei più piccoli e con vere e proprie marce militari in divisa dei più grandi.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">La domanda (lecita) che sorge spontanea è:<strong> Quale può essere il significato di una tale celebrazione settant’anni dopo la fine della guerra? È davvero una festa del popolo o è una cerimonia calata dall’alto?</strong></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><strong>Il 9 maggio è innanzitutto una festa patriottica, sentita da tutte le classi sociali</strong>, al contrario ad esempio della nostra Liberazione, su cui si crea sempre qualche distinguo a causa dell’uso politico che se ne è fatto in passato. Il motto tra la gente è &#8220;<em>Io ricordo, io sono orgoglioso”</em>: il riferimento va all’opposizione al nazi-fascismo, tema di tradizione sovietica ancora caro ai russi (basti pensare alla propaganda filogovernativa a proposito dei “fascisti ucraini”), ma anche e soprattutto va ai ventitré milioni di cittadini sovietici, tra militari e civili, che persero la vita durante il conflitto (13,6% della popolazione), perdite di gran lunga superiori alle altre potenze che presero parte alla guerra. Grande importanza rivestono gli ormai pochi veterani di guerra ancora in vita, che in occasione di molteplici eventi pubblici sfoggiano una pioggia di medaglie sulle proprie divise.</p>
<div id="attachment_2594" style="width: 510px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/mosca_parata.jpg"><img class="wp-image-2594" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/mosca_parata-1024x576.jpg" alt="mosca_parata" width="500" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Parata sulla Piazza Rossa</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">C’è però qualcosa di più che il semplice ricordo del sacrificio dei padri, considerando che altre tragedie della storia del popolo sovietico, quali le purghe staliniane e la grande carestia in Ucraina, non godono di una tale risonanza (anche mediatica). La celebrazione della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, ultimo grande successo dell’Unione Sovietica all’alba della Guerra Fredda, pare anche (e soprattutto) l’occasione per rimarcare il carattere imperialista della Russia e la sua importanza nello scacchiere mondiale. Per quale ragione altrimenti scomodare la propria tecnologia bellica e i propri reparti militari in parate che non hanno pari nel mondo?<strong> Il 9 maggio è una vetrina per la Russia stessa, è la rappresentazione davanti all’opinione pubblica interna del potere di quello che ancor oggi è l’<em>Impero</em> russo, di quel potere che ha permesso il “ritorno a casa della Crimea” </strong>sotto gli occhi di un Occidente impotente e che permette di salvaguardare la propria zona di influenza sponsorizzando stati cuscinetto come Abkhazia, Ossezia del Sud e Nuova Russia.</p>
<div id="attachment_2603" style="width: 360px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/nastro.jpg"><img class="wp-image-2603" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/nastro-300x168.jpg" alt="nastro" width="350" height="197" /></a><p class="wp-caption-text">Volontari distribuiscono gratuitamente il Nastro di San Giorgio</p></div>
<p class="western" align="JUSTIFY">Lo stesso Vladimir Putin ha contribuito nei suoi anni di governo ad accrescere l’importanza della festa dal punto di vista propagandistico. Dal 2008 la parata moscovita è tornata a comprendere anche la tecnologia bellica (il 9 maggio non vi sarà quindi molta differenza tra il panorama di Mosca e quello di Donetsk), mentre <strong>dal 2005 è iniziata la tradizione della distribuzione pubblica del “Nastro di San Giorgio”, oggi chiave dei festeggiamenti</strong>. Il nastro di San Giorgio non è una bandiera e non è uno stemma, ma in questo periodo assume molta più importanza del tricolore russo: è un nastro di stoffa a strisce nere e arancio e si rifà direttamente all’onorificenza sovietica della <em>“Medaglia per la vittoria sulla Germania nella grande guerra patriottica 1941-1945”</em>, conferita ai reduci nel dopoguerra, che a sua volta prese spunto dalla massima onorificenza militare di epoca zarista, l’allora <em>“Ordine di San Giorgio”</em>. Il nastro viene distribuito gratuitamente tra i mesi di aprile e maggio, non solo in Russia ma anche all’estero (Italia compresa).</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Il semplice nastro è quindi il simbolo della partecipazione alle celebrazioni del 9 maggio, sfoggiato in bella vista sul cruscotto delle automobili e sul volante di ogni autobus, così come sulle borse o sulle giacche delle signore a passeggio. È il vero biglietto d’entrata (gratuito) ai festeggiamenti, il collante che cementifica l’unità dei russi e della Federazione in questi giorni di festa. Vi è però una differenza: conclusi i festeggiamenti e tornati i soldati nelle caserme la città torna alla normalità, tolte le bandiere e lasciate le strade a sgretolarsi. Il nastro, al contrario, resta appeso nelle automobili, nei bus e nei luoghi pubblici. Resta come simbolo di una vittoria che fu e… come monito di una vittoria che può ancora essere.</p>
<p class="western" align="JUSTIFY">Di recente è sorto un altro contrasto, complici il surriscaldarsi della confronto USA-Russia in Europa orientale e la rinnovata politica imperialista di Mosca: i separatisti filo-russi in Ucraina hanno iniziato ad esporre accanto alle bandiere di Lugansk e Donetsk proprio il Nastro di San Giorgio, che <strong>ha assunto quindi l’ulteriore significato di appartenenza alla sfera di influenza russa in contrapposizione a quella ucraina filo-americana</strong>, causando non poche proteste tra i reduci di guerra di Kiev, che si oppongono alla strumentalizzazione del nastro, considerato un patrimonio storico comune a tutte le ex-repubbliche sovietiche.</p>
<p>Tutto è ormai pronto per i festeggiamenti e il nastro è già da tempo appeso al mio zaino. Perché, diciamocelo: <strong>senza nastro, che festa sarebbe?</strong></p>
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		<title>Le lacrime di coccodrillo versate sul Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2015 17:46:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Roselli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La morte insensata di centinaia di disperati al largo delle coste libiche non dovrebbe indurci a discutere poi chissà quanto. I politicanti di professione fanno semplicemente il loro mestiere riversando sul nemico elettorale la &#8220;responsabilità&#8221; di questa tragedia&#8230; Ma noi che cosa abbiamo da dire? Nulla. Dopo aver letto la prima pagina del quotidiano preso sul sedile della Metro, dopo aver spento la rassegna del TG1 o di Sky Tg24 torneremo alle nostre vite, ai nostri problemi, alle nostre priorità. Lo starei per fare anch&#8217;io se non riuscissi a togliermi dalla testa quel fastidioso pensiero che mi mette di fronte]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>a morte insensata di centinaia di disperati al largo delle coste libiche non dovrebbe indurci a discutere poi chissà quanto. I politicanti di professione fanno semplicemente il loro mestiere riversando sul nemico elettorale la &#8220;responsabilità&#8221; di questa tragedia&#8230; Ma noi che cosa abbiamo da dire?</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Nulla. Dopo aver letto la prima pagina del quotidiano preso sul sedile della Metro, dopo aver spento la rassegna del TG1 o di Sky Tg24 torneremo alle nostre vite, ai nostri proble</strong><span class="text_exposed_show"><strong>mi, alle nostre priorità</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify"><img class=" wp-image-2491 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Barcone-300x199.jpg" alt="Barcone" width="359" height="238" /></p>
<p style="text-align: justify">Lo starei per fare anch&#8217;io se non riuscissi a togliermi dalla testa quel fastidioso pensiero che mi mette di fronte ad un&#8217;angosciante verità: <strong>mentre io mi danno per l&#8217;esame che non riuscirò a preparare in questo mese, ci sono persone (magari anche di poco più grandi di me) che hanno abbandonato quest&#8217;esistenza terrena nella stiva di una barcaccia</strong>. Che hanno avuto modo di contare i minuti in cui l&#8217;ossigeno lentamente si esauriva nel loro sarcofago.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><span class="text_exposed_show">P</span>er questo qualcosa, alla fin fine, la dirò. E dirò innanzitutto che non mi farei particolari problemi di ordine morale ad espropriare i beni di tutta la marmaglia subproletaria che in questo momento esulta sotto ai post di Matteo Salvini o nei commenti di Libero,  per investirli, magari, nell&#8217;ennesimo Mare Nostrum.</strong> <strong>Il fatto è che questo non cambierebbe assolutamente nulla. </strong></p>
<p style="text-align: justify">Nella polemica sullo &#8220;sciacallaggio&#8221; subito traghettata dal PD e dalla sua lista civetta SEL, infatti, se proprio dovessi trovare qualcuno &#8220;meno nel torto&#8221; <strong>sarebbero proprio Salvini. Perché non è con un&#8217;imponente flotta di pattugliamento per il Mediterraneo che si eviteranno altre stragi di migranti: Laura Boldrini e gli editorialisti dell&#8217;Espresso più svegli lo sanno benissimo. </strong></p>
<div class="text_exposed_show">
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Salvini-boldrini.jpg"><img class=" wp-image-2492 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Salvini-boldrini-300x178.jpg" alt="Salvini boldrini" width="369" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify">I viaggi della morte si contrastano solo nel prevenirli. Ed un tempo, diciamolo, li prevenivamo eccome con degli ottimi rapporti diplomatici con la Libia socialista del Presidente Muammar Gheddafi. <strong>Finché un giorno del 2011, gli stessi che oggi fingono di strapparsi i capelli per questa stage, hanno preferito mettere al comando di Tripoli gli scafisti. E lo hanno preferito per ragioni di sudditanza politica ed economica,  dettate dalla falsa sicurezza che contraddistingue l&#8217;arido  burocrate al servizio  del Sovrano, </strong>ma ben nascoste dietro a grida senza senso inneggianti alla democrazia, alla libertà e all&#8217;abbattimento di ogni dittatura<strong>.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Ora, quelle grida si tramutano in lacrime (più o meno sincere) di coccodrillo, <strong>lacrime di coccodrillo che si riversano al largo delle coste libiche dove giacciono tante, troppe, vittime del loro vigliacco opportunismo politico</strong>.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Gheddafi.jpg"><img class=" wp-image-2495 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/Gheddafi-300x168.jpg" alt="Gheddafi" width="386" height="216" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right">                          <em><strong>Lorenzo Roselli, </strong>lo ieromonaco</em></p>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>Cuba, dal comunismo al socialismo: le prove di un cambiamento</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2015 08:13:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è la percezione diffusa che le riforme varate a Cuba a partire dagli anni `90 abbiano riguardato essenzialmente l&#8217;economia, senza però intaccare la natura comunista dello Stato. Questa tesi è sostenuta sia da alcuni nemici di Cuba, che hanno interesse a screditarla, continuando a bollarla come un arretrato regime totalitario, sia da alcuni suoi sostenitori, cui preme &#8211; per ragioni altrettanto ideologiche &#8211; sottolineare l&#8217;immutata realtà comunista di questo Stato. Tuttavia, la realtà è ben differente. Al tempo stesso, però, non è neanche appropriato asserire che Cuba non abbia più alcunché di socialista, stante le sue aperture al mercato. Introduzione]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>&#8217;è la percezione diffusa che le riforme varate a Cuba a partire dagli anni `90 abbiano riguardato essenzialmente l&#8217;economia, senza però intaccare la natura comunista dello Stato</strong>. Questa tesi è sostenuta sia da alcuni nemici di Cuba, che hanno interesse a screditarla, continuando a bollarla come un arretrato regime totalitario, sia da alcuni suoi sostenitori, cui preme &#8211; per ragioni altrettanto ideologiche &#8211; sottolineare l&#8217;immutata realtà comunista di questo Stato. Tuttavia, la realtà è ben differente. <strong>Al tempo stesso, però, non è neanche appropriato asserire che Cuba non abbia più alcunché di socialista, stante le sue aperture al mercato.</strong></p>
<p style="text-align: center"><em>Introduzione</em></p>
<p style="text-align: justify">Innanzitutto, però, occorre chiarire un momento i termini in questione. <strong>Nel marxismo, s’intende per socialismo, la fase in cui lo Stato, sotto la dittatura del proletariato, socializza i mezzi di produzione, preparando quindi il passaggio al comunismo vero e proprio</strong>. Tuttavia, storicamente, con l’etichetta socialismo si designavano tutti quei movimenti che miravano, in qualche modo, alla socializzazione dei mezzi di produzione, per cui Marx ed Engels prendono le distanze dai vari socialismi utopici o reazionari. È così che <strong>il socialismo, nel XX secolo, passa ad indicare le correnti riformiste o moderate del socialismo</strong> (socialdemocrazia, socialismo riformista, socialismo nazionale), in contrasto con il comunismo bolscevico. La stessa dottrina sociale cattolica si interroga a proposito dei cambiamenti all’interno del movimento socialista (cfr. Quadragesimo Anno e Octogesima Adveniens).</p>
<p style="text-align: justify">La cartina di tornasole dei cambiamenti a Cuba, non solo come prassi contingente, ma come vera e propria missione programmatica, si ha nella vasta riforma della Costituzione operata nel 1992. <strong>La Costituzione della Cuba rivoluzionaria risale in realtà al 1976</strong>, ben diciassette anni dopo la conquista del potere. In precedenza, era teoricamente ancora in vigore la Costituzione democratica e progressista del 1940, sia pure ormai scavalcata dalla legislazione rivoluzionaria dei primi anni ’60. Con la normalizzazione delle istituzioni compiuta nel 1975 (I Congresso del Partito Comunista di Cuba), fu quindi varata una Costituzione ispirata a quella sovietica. Viceversa,<strong> nel 1992, dopo il collasso del blocco sovietico, e in piena crisi economica, prima ancora di approntare altre riforme, furono effettuati importanti cambi alla Costituzione</strong>.</p>
<p style="text-align: center"><em>Dalla classe alla nazione</em></p>
<p style="text-align: justify">Guardiamo innanzitutto al <strong>preambolo</strong>, dove – nonostante rimanga per lo più invariato – compresi i riferimenti positivi al marxismo-leninismo, all’internazionalismo proletario, al socialismo e al comunismo come unica via per liberare l’uomo da ogni sorta di sfruttamento, e all’edificazione di una società comunista – <strong>già si notano alcune differenze eloquenti</strong>. Laddove, nel 1976, i Cubani erano «guidati dal marxismo-leninismo» e «appoggiati (…) nell’amicizia fraterna e la cooperazione dell’Unione Sovietica e altri Paesi socialisti e nella solidarietà dei lavoratori e popoli dell’America Latina e del mondo», ora sono «guidati dall’ideario di José Martí e le idee politico-sociali di Marx, Engels e Lenin» e «appoggiati (…) nell’amicizia fraterna, l’aiuto, la cooperazione e la solidarietà dei popoli del mondo, specialmente quelli dell’America Latina e dei Caraibi». Il fine ultimo, in compenso, resta il medesimo, espresso con una citazione di Martí: «il culto dei Cubani alla dignità piena dell’uomo».</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/martillo-y-la-hoz-fidel-ernesto-vasquez.jpg"><img class="size-medium wp-image-2470 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/martillo-y-la-hoz-fidel-ernesto-vasquez-278x300.jpg" alt="martillo-y-la-hoz-fidel-ernesto-vasquez" width="278" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Poi, <strong>circa la natura dello Stato</strong>, la vecchia Costituzione afferma (art. 1) che la «Repubblica di Cuba è uno Stato socialista di operai e contadini e altri lavoratori manuali e intellettuali», che (art. 4) «tutto il potere appartiene al popolo lavoratore (…) che si fonda nella ferma alleanza della classe operaia con i contadini e gli altri ceti lavoratori urbani e rurali, sotto la direzione della classe operaia». Inoltre, il Partito Comunista è qualificato (art. 5) come “avanguardia organizzata marxista-leninista della classe operaia”. Al contrario nella nuova Costituzione non si parla più di “classe” in alcun luogo: Cuba è «uno Stato socialista di lavoratori» (art. 1), la cui sovranità «risiede nel popolo, dal quale emana tutto il potere dello Stato» (art. 3), mentre il Partito Comunista è ora «martiano e marxista-leninista, avanguardia organizzata della nazione cubana» (art. 5).</p>
<p style="text-align: center"><em>Dal materialismo alla libertà religiosa</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Un altro cambiamento fondamentale, specialmente dal nostro punto di vista, è quello relativo alla religione</strong>. Se, in epoca sovietica (art. 54), «lo Stato socialista, che basa la sua attività ed educa il popolo nella concezione scientifica materialista dell’universo, riconosce e garantisce la libertà di coscienza, il diritto di ciascuno a preferire qualsiasi credenza religiosa e a praticare, nel rispetto della legge, il suo culto di riferimento», pure è «illegale e punibile opporre la fede o la credenza religiosa alla Rivoluzione, all’educazione o al compimento dei doveri di lavorare, difendere la patria in armi, riverire i suoi simboli e gli altri doveri stabiliti dalla Costituzione». Infatti,<strong> i credenti non potevano all’epoca essere iscritti al Partito</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Invece, nella nuova Cuba, esplicitamente (art. 8) «lo Stato riconosce, rispetta e garantisce la libertà religiosa»</strong> e «Le distinte credenze e religioni godono di uguale considerazione», mentre <strong>scompare ogni riferimento sia alla “concezione scientifica materialista dell’universo”, sia all’opposizione tra fede e Rivoluzione</strong>. Anche la<strong> politica educativa e culturale</strong> (art. 38) non si fonda più nella «concezione scientifica del mondo, stabilita e sviluppata dal marxismo-leninismo», bensì nei «progressi della scienza e della tecnica, l’ideario marxista e martiano, la tradizione pedagogica progressista cubana e universale».</p>
<p style="text-align: justify">Non solo, ma ora lo Stato, oltre a proteggere (art. 35) «la famiglia, la maternità e il matrimonio», ora «riconosce nella<strong> famiglia</strong> la cellula fondamentale della società e le attribuisce responsabilità e funzioni essenziali nella educazione e la formazione delle nuove generazioni». Peraltro,<strong> il matrimonio</strong> è sempre stato definito (art. 36) come «unione volontariamente concertata di un uomo e di una donna con capacità legali, al fine di condurre vita in comune». Il cosiddetto “same sex marriage” sarebbe quindi incostituzionale a Cuba. Infine, un nuovo capitolo (III), con l’art. 34, è introdotto per regolare la condizione dei residenti stranieri, fino ad allora non prevista a livello generale.</p>
<p style="text-align: center"><em>Dal comunismo al socialismo</em></p>
<p style="text-align: justify">Al contrario,<strong> se parliamo di proprietà ed economia, i cambiamenti sono stati meno radicali, ma non meno importanti</strong>. Cuba continua ad avere un «sistema socialista di economia basata sulla proprietà socialista di tutto il popolo sui mezzi di produzione e nella soppressione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo» (art. 14). Tuttavia, ora si specifica che si parla di mezzi «fondamentali». Allo stesso modo, laddove (art. 15) si stabiliva la proprietà statale di tutta una serie di risorse e beni fondamentali, ora si specifica (a scanso di equivoci!) che «questi beni non possono trasmettersi in proprietà a persone naturali o giuridiche, salvo i casi eccezionali in cui la trasmissione parziale o totale di alcun obiettivo economico sia destinata ai fini dello sviluppo del Paese e non influenzino i fondamenti politici, sociali ed economici dello Stato». Insomma, sono posti comunque dei paletti che evitino eventuali privatizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify">Infatti, tanto quanto prima (art. 16) «lo Stato organizza, dirige e controlla l’attività economica nazionale», prima «d’accordo col Piano unico di Sviluppo Economico-Sociale», di matrice sovietica, mentre ora, più genericamente, «conformemente ad un piano che garantisca lo sviluppo programmato del Paese». Sempre però si presume che «partecipino attivamente e coscientemente i lavoratori di tutte le branche dell’economia e delle altre sfere della vita sociale». L’unico fine che viene meno è «la capacità per compire i doveri internazionalisti del nostro popolo» – che all’epoca si riferiva alle missioni militari internazionaliste. Inoltre, precedentemente il commercio estero (art. 18) era «funzione esclusiva dello Stato», mentre ora questo lo «dirige e controlla».</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/CubaRevolucion.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2467" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/CubaRevolucion-300x224.jpg" alt="CubaRevolucion" width="300" height="224" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Infine, esattamente come prima, anche adesso (art. 19-20), lo Stato «riconosce la proprietà dei piccoli agricoltori sulla loro terra e altri mezzi e strumenti di produzione», nonché il diritto ad associarsi, a organizzarsi in cooperative e a vendere le terre, con diritto di preferenza allo Stato. Inoltre, resta immutato (art. 21) il diritto alla proprietà personale sulle entrate e risparmi provenienti dal proprio lavoro, sull’abitazione e altri beni, nonché su quei «mezzi e strumenti di lavoro personale o famigliare, che non si usino per sfruttare il lavoro altrui». L’unica differenza importante è qui l’inserimento di un nuovo articolo (23), con cui «lo Stato riconosce la proprietà delle imprese miste, società e associazioni economiche che si costituiscono conformemente alla legge».</p>
<p style="text-align: center"><em>Conclusione</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Come si può vedere, Cuba resta costituzionalmente, ma anche nella pratica, un Paese del tutto socialista, privo di quelle ambiguità che appaiono nella Repubblica Popolare Cinese o in Vietnam, dove le multinazionali straniere trovano così conveniente delocalizzare la produzione</strong>. I cambiamenti, dal punto di vista economico, hanno riguardato soprattutto la prassi, per cui lo Stato resta sì agente centrale della pianificazione economica, ma è affiancato da aziende miste con capitali stranieri, cooperative agricole – che sono state espanse ampiamente negli anni ’90 – e lavoro privato, a conduzione famigliare, specialmente nell’ambito dei servizi. Insomma, non solo la proprietà personale, quella frutto del lavoro delle singole famiglie, è garantita, ma è anche possibile assumere personale dipendente, che aiuti il proprietario nel suo lavoro. È proibita semmai la rendita parassitaria sullo sfruttamento del lavoro altrui.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, è nella sfera ideologica e politica che più di tutte si vede la marcata presa di distanza con il comunismo storico novecentesco</strong>. Al di là dei richiami al marxismo-leninismo e al comunismo, si è preso atto che la comunità politica non è la sola classe operaia (a Cuba minoritaria), bensì tutta la nazione lavoratrice, inclusi i piccoli agricoltori proprietari e i lavoratori autonomi. E allo stesso modo, il materialismo scientifico è stato abbandonato in favore di una prospettiva plurale, dove il socialismo marxiano convive con il nazionalismo democratico martiano, e il ruolo della religione nella società è riconosciuto e tutelato. Quest’ultimo fattore non è indifferente, se si tiene conto dell’importante ruolo che ebbero<strong> i cattolici</strong>, da Padre Varela a José Antonio Echevarria, nello sviluppo della nazione e della Rivoluzione cubana.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Stanti i fatti, è evidente che continuare a presentare Cuba come un bunker veterocomunista, dove vige una feroce dittatura stalinista e la Chiesa è perseguitata, è errato tanto quanto elevare questo Paese ad ultimo baluardo del marxismo-leninismo di fronte al liberal-capitalismo</strong>. Sono categorie ideologiche, del tutto prive di riscontro nella realtà. Oggi, possiamo dire che il trentennio effettivamente comunista (1961-1992), non rappresenta altro che una fase, dovuta anche a contingenze storiche, nello sviluppo della Rivoluzione cubana, dal 1953 ad oggi.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/172VictoriaCUBA.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2468" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/172VictoriaCUBA-196x300.jpg" alt="172VictoriaCUBA" width="196" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>Il futuro non è la prossima settimana.</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2015 13:46:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Serena Taurino]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Se nel lungo periodo saremo tutti morti, nel breve invece siamo tutti invalidi resi ciechi da irrefrenabile impazienza. Osservando il susseguirsi di dichiarazioni sull’andamento della economia europea, sembra quasi di guardare un film di Charlie Chaplin: ognuno degli attori va in giro meccanicamente e senza la minima idea di ciò che fa. Ci sono poi i commenti dei “comuni mortali”, di chi legge il giornale e ascolta il telegiornale  e comprende, forse, un terzo di ciò che succede. Ma si sa, “gli italiani sono tutti allenatori” a tavola. Allora, lungi, dal volerci assurgere a demiurgo della economia europea o,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>e nel lungo periodo saremo tutti morti, nel breve invece siamo tutti invalidi resi ciechi da irrefrenabile impazienza. Osservando il susseguirsi di dichiarazioni sull’andamento della economia europea, sembra quasi di guardare un film di Charlie Chaplin: ognuno degli attori va in giro meccanicamente e senza la minima idea di ciò che fa.</p>
<p style="text-align: justify">Ci sono poi i commenti dei “comuni mortali”, di chi legge il giornale e ascolta il telegiornale  e comprende, forse, un terzo di ciò che succede. Ma si sa, “gli italiani sono tutti allenatori” a tavola.</p>
<p style="text-align: justify">Allora, lungi, dal volerci assurgere a demiurgo della economia europea o, peggio, di quella italiana, ci avventuriamo nella lettura di qualche scritto di “addetti ai lavori” e cerchiamo di capire cosa succede se il futuro è adesso, quando parliamo di investimenti e innovazione.</p>
<p style="text-align: justify">Partiamo da un lavoro del 2011 a firma di Andrew Haldane, chief economist della Banca di Inghilterra, e del suo collega Richard Davies. Da una robusta analisi su dati panel dal 1980 al 2009, i due economisti dimostrano come in ambito finanziario la visione a breve termine sia statisticamente ed economicamente significativa. Nel periodo in esame, infatti, nel Regno Unito e negli USA, i cash-flow a cinque anni sono scontati a tassi più appropriati per quelli a otto anni; i cash-flow a dieci anni vengono valutati come se fossero a 16 e quelli a più di 30 anni sono scarsamente valutati.  Il lungo è breve. Le scelte finanziarie, come altre scelte di vita, vengono sintonizzate su lunghezze d’onda più corte. Gli autori utilizzano una metodologia basata sul modello tradizionale di analisi costi-benefici e “equity pricing”. La presenza di logica di breve termine significherebbe che gli agenti scontano eccessivamente i  flussi di cassa futuri. Gli investimenti non vengono intrapresi, anche se il tasso di sconto (dopo aver incluso il premio di rischio) suggerisce l’opportunità razionale di investire in una determinata azienda.</p>
<p style="text-align: justify">Tralasciando di addentrarci nelle cause di questo comportamento, ci preme sottolineare quanto i due economisti concludono: anche piccoli eccessi di attualizzazione possono avere grandi effetti cumulativi. In questo modo, sia gli investimenti che la crescita si smorzano.</p>
<p style="text-align: justify">Questa logica del venture capital è alla base dell’operazione di smantellamento del mito che lo vede foriero di imprese innovative, nonché della sua capacità di generare crescita, portata avanti dalla economista Mariana Mazzucato nel suo bel libro “Lo Stato innovatore”. In realtà, anche altri economisti sottolineano come l’orizzonte del venture capital sia quello della “uscita anticipata” dall’investimento, a causa degli onorari di gestione e delle gratifiche incassate in caso di rendimenti elevati. Quindi la maggior parte dei finanziamenti, soprattutto in settori di ricerca e sviluppo, si concentra su progetti che prevedono di arrivare alla fase di commercializzazione della “scoperta” entro i tre, cinque anni (Gosh e Nanda, 2010). Tuttavia, in alcuni settori come ad esempio quello biotecnologico o energetico, l’arco temporale richiesto dal processo di esplorazione scientifica è più ampio, oltre a richiedere la disponibilità ad accettare un insuccesso.</p>
<p style="text-align: justify">Esattamente il contrario di quanto avvenuto progressivamente nelle ultime decadi, stando a Lazonick e Mazzucato (2013), che dimostrano come la cosidetta “finanziarizzazione” della economia sia dovuta a un eccesso di speculazione e in particolar modo a due fattori. Il primo riguarda la tendenza del settore finanziario a cedere prestiti a se stesso, piuttosto che alla “economia reale”.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>Il secondo concerne una eccessiva concentrazione di finanziamenti ad opera delle grandi corporation in attività altamente profittevoli nel breve periodo &#8211;  acquisizioni e fusioni (M&amp;A) &#8211; contemporaneamente ad un progressivo disimpegno in attività redditizie sul lungo periodo come ricerca e sviluppo (R&amp;D).</p>
<p style="text-align: justify">In questo modo, la finanza non è né lo “schumpteriano” eforo del capitalismo, né il settore privato gioca il suo ruolo di investitore a la Keynes. In sostanza, banche e fondi di venture capital sono diventati “risk-averse”.  Un recente studio del Mit (2013) fa notare come il problema reale nel campo della innovazione sia la mancanza di un settore privato interessato a investire prepotentemente in ricerca e sviluppo. Al contrario di quanto accadeva negli anni ’60 all’interno di aziende come Xerox, Bell e altre, oggi esiste un vuoto spaventoso di laboratori di ricerca all’interno delle grandi corporations.</p>
<p style="text-align: justify">Questo accade in virtù della miopia da “breve termine” del settore e della visione del venture capital focalizzata sulla “uscita” entro tre anni, solitamente attraverso una offerta pubblica iniziale (IPO) (Lazonick and Tulum, 2011). Tuttavia, questo modo di agire, questo tipo di finanza può servire a sviluppare quelli che Mazzucato chiama “gadgets”, ovvero prodotti che si basano sull’assemblaggio di tecnologia già esistente (famoso è, nel libro, l’esempio dell’iPhone), ma certamente non serve a generare le “onde lunghe” del futuro.</p>
<p style="text-align: justify">Le ricette per cambiare questo modo di agire vanno da una maggiore trasparenza, una governance più forte, cambiamenti negli incentivi e nelle remunerazioni degli executive manager (Mazzucato fa notare come le stock option siano uno degli strumenti più adatti a questo tipo di finanza dall’occhio corto), fino a tasse e sussidi, laddove necessario.</p>
<p style="text-align: justify">Non è una questione di quantità degli investimenti, secondo Mazzucato, quanto la qualità di questi. In tempi di quantitative easing da parte della BCE e di “tesoretto” da spendere per il governo italiano, riteniamo che una strategia mirata da navigante con la bussola ben orientata sia essenziale. La Germania ha lavorato bene e predicato male. Dovremmo guardare a cosa ha fatto, più che soffermarci su cosa dice. Investire in settori strategici, che definiscono l’orizzonte del futuro piuttosto che quello dell’uscio di casa.</p>
<p style="text-align: justify">E’ difficile vincere il futuro, se pensiamo esso sia la prossima settimana.</p>
<p style="text-align: justify">Serena Fiona Taurino</p>
<p style="text-align: justify"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Per “economia reale”, si intende crescita produttiva sia nel settore manifatturiero che dei servizi, e creazione di nuovi posti di lavoro.</p>
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		<title>L&#8217;infamia di Reagan</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2015 17:42:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Virga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, Ronald Reagan si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità. Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! D’altronde, questa è gente]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: left"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span> Presidenti degli Stati Uniti – come i leader delle grandi potenze in generale – non sono in genere noti per essere degli stinchi di santo, ma in questa “galleria degli orrori” dei volti dell’imperialismo a stelle e strisce, <strong>Ronald Reagan</strong> si guadagna sicuramente un posto d’onore. Trovare di che parlarne male, non è certo difficile, né si tratta di una novità.</p>
<p style="text-align: justify">Quello che, invece, stupisce è che presso alcuni cattolici (o presunti tali) sia considerato non solo un grande statista (affermazione perlomeno discutibile) ma addirittura uno statista cristiano (il che è proprio fuori di discussione)! <strong>D’altronde, questa è gente che, dopo 124 anni di encicliche sociali in cui i Pontefici spiegano il contrario, ancora si ostina a credere che il liberismo (o, peggio ancora, il neoliberismo!) sia compatibile con la fede cattolica.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Come anticipato, <strong>delle colpe di Reagan ci sarebbe molto da narrare,</strong> come pure dei presunti meriti. Primo fra tutti, quello di aver combattuto l’aborto. In realtà, tante belle parole ma, dati alla mano, ci risulta che il tasso percentuale di aborti negli Stati Uniti non è mai stato così alto come durante il suo mandato. Del resto, se si fa macelleria sociale…</p>
<p style="text-align: justify">Parliamo pur sempre, del resto, di <strong>un attore prestato alla politica che riteneva che la cura per un Paese segnato dalle gravi ingiustizie sociali, frutto del liberismo, fosse applicare maggiore liberismo.</strong> Anche se – a dirla tutta – è quanto meno discutibile togliere i soldi ai contribuenti per commissionare alle grandi industrie belliche un riarmo generale, con tanto di fantasmagorici scudi spaziali di dubbia utilità – a maggior ragione quando si è già la principale potenza mondiale, con un rilevante distacco sulla seconda, quanto a produzione economica, ricerca tecnologica, consenso diplomatico, proiezione aeronavale e posizionamento strategico. Non ho grande dimestichezza con l’opera di <strong>Hayek</strong>, ma dubito fortemente che approvasse un simile e ingiustificato aumento della spesa pubblica.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Che poi questo dispiegamento di forze sia servito davvero a vincere la Guerra Fredda, è tutto da vedere</strong>. Molti studiosi pensano piuttosto che il crollo del blocco sovietico abbia avuto cause endogene (cfr. Strobe Talbott), in particolare con l’affermazione di Gorbaciov (cfr. Robert G. Kaiser), o che addirittura l’atteggiamento di Reagan abbia ritardato questo processo (cfr. Charles W. Kegley). Altri ancora osservano che dal 1984 l’approccio fu invece molto più conciliante (cfr. Beth A. Fischer). In ogni caso, persino i suoi stessi consiglieri (es. Robert McFarlane e Jack Matlock) hanno in seguito ammesso che l’intenzione reale non era portare l’Impero del Male al collasso, ma piuttosto migliorare le relazioni tra le superpotenze, partendo da una posizione di forza. Ma ora non pretendiamo che i liberisti abbiano studiato la storia, e men che meno quella delle relazioni internazionali!</p>
<p style="text-align: justify">Ad ogni modo, <strong>fatto sta che il guitto della Casa Bianca ha lanciato negli anni ’80 una serie di offensive in tutto il mondo per rilanciare l’egemonia statunitense</strong>.<strong> I suoi alleati</strong> in questa <strong>“ultima crociata contro il bolscevismo”</strong>, da parte loro, erano ancora più imbarazzanti di lui. Passi <strong>Saddam</strong> sguinzagliato contro Khomeini, con tanto di gas, mine e oltre un milione di morti; passi pure <strong>il Sudafrica bianco</strong> deciso a mantenere il dominio razziale sui popoli dell’Africa meridionale… ma della creazione di <strong>Al-Qaeda</strong>, <strong>col compagno di merende Osama Bin Laden</strong>, e quindi del <strong>jihadismo islamico</strong> come lo conosciamo oggi, retrospettivamente, avremmo fatto volentieri a meno.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, l’apice di queste eroiche gesta, su cui voglio sollevare l’attenzione, è stato compiuto proprio nel cortile di casa. Parliamo dunque dell’<strong>intervento reaganiano in America Centrale</strong>, riassunto magistralmente da un saggio dello storico J<strong>ohn A. Coatsworth, contenuto nella “Cambridge History of Cold War”</strong> (che non è proprio “Il Manifesto”).</p>
<p style="text-align: justify">Ora, gli interventi statunitensi in America Latina non sono mai stati una novità. <strong>Solo durante la Guerra Fredda, sono stati rovesciati ventiquattro governi, perlopiù democraticamente eletti</strong> – dei quali <strong>quattro per intervento militare diretto</strong>, <strong>tre attraverso la CIA</strong>, e <strong>i restanti golpe sono stati subappaltati alle forze militari locali</strong>, i cui quadri erano spesso e volentieri addestrati dagli stessi USA, per difendere il mondo libero dalle dittature fasciste prima, e comuniste poi (quando si dice l’eterogenesi dei fini…). Come risultato,<strong> nel 1977, solo Costa Rica e Venezuela erano Paesi stabili con governi liberamente eletti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">A questo punto, il democratico Carter, sulla scia di Kennedy, cominciava a chiedersi se non fosse il caso di contrastare il comunismo, promuovendo democrazia e giustizia sociale, ossia alleviando quelle condizioni di estrema oppressione e miseria che spingevano i popoli del Continente nelle braccia del socialismo rivoluzionario. Inutile dire che le élite locali, pur di non perdere i propri privilegi, non erano molto inclini ad usare altri metodi di pacificazione sociale, oltre alla tortura e agli squadroni della morte… ma qualche progresso era stato fatto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il repubblicano Reagan era intervenuto però a gamba tesa fin dalla campagna elettorale, accusando Carter di debolezza e promettendo di usare il pugno di ferro contro la minaccia comunista</strong>. In particolare, nel 1979, i <strong>rivoluzionari sandinisti del Nicaragua</strong> avevano finalmente abbattuto la pluridecennale dittatura della famiglia <strong>Somoza</strong>, e la guerriglia si era estesa nei vicini <strong>El Salvador</strong> e <strong>Guatemala</strong>. Fortunatamente, il prode “crociato della libertà” era pronto a ricacciare i comunisti all’inferno.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2353" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/ronald_reagan_ranch-300x200.jpg" alt="Reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Peccato che la minaccia comunista in America Latina non esistesse se non nella propaganda reaganiana</strong>. I movimenti rivoluzionari della regione consistevano in <strong>fronti di liberazione nazionale, dove convivevano varie correnti ideologiche</strong>, dai comunisti ai nazionalisti ai cristiano-sociali. <strong>L’URSS</strong> era troppo lontana e impegnata per intervenire e <strong>aveva sempre guardato di cattivo occhio il sostegno cubano ad altri movimenti rivoluzionari</strong> in quella che era tacitamente considerata dal Cremlino come riserva statunitense.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Lo stesso Nicaragua sandinista</strong> non solo ricevette aiuti sovietici e cubani in misura minore rispetto a quelli provenienti da altri Paesi europei e americani, ma soprattutto <strong>non implementò mai una politica comunista d’imposizione di un Partito unico e collettivizzazione dei mezzi di produzione</strong>, e tantomeno abbandonò l’Organizzazione degli Stati Americani. A margine, è anche interessante osservare come questo piccolo Stato vanti tuttora le leggi più restrittive al mondo in materia d’aborto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quello che invece era fin troppo reale era la natura estremamente repressiva delle dittature centroamericane</strong>. In un contesto dove un’oligarchia di latifondisti e <em>compradores</em>, insieme alle grandi multinazionali statunitensi, sfruttava masse rurali in condizioni di sussistenza, dominavano giunte militari, in confronto alle quali persino Pinochet poteva a buon diritto passare per socialdemocratico. <strong>Qui, anche contro la stessa opinione pubblica statunitense</strong> – che fin dai tempi del Vietnam cominciava a porsi problemi riguardo alle manifestazioni più brutali del proprio imperialismo –,<strong> Ronnie Reagan diede il meglio di sé</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Al confine tra Honduras e Nicaragua, la CIA, con l’aiuto d’istruttori militari argentini</strong> (sì, quelli che facevano volare i dissidenti in mare), <strong>organizzò elementi della ex-Guardia Nazionale di Somoza, per formare i famigerati Contras</strong>, finanziati dal Congresso e armati attraverso il narcotraffico e la vendita di armi all’Iran. <strong>Non pago di ciò, il governo statunitense, in totale violazione del diritto internazionale, minò i porti nicaraguegni, infischiandosene poi bellamente del verdetto di risarcimento emesso dalla Corte dell’Aia</strong>. Insomma, il rispetto della legalità valeva solo quando si trattava di tollerare la sentenza Roe vs Wade…</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Dopo una serie di sonore sconfitte sul campo per opera delle forze regolari, i Contras ricorsero al terrorismo contro obiettivi civili, causando oltre 30.000 morti</strong>. Alla fine, incapaci di prevalere direttamente, gli USA accettarono un compromesso con il governo sandinista, che perse di misura le elezioni del 1990. Queste si svolsero in un contesto di esasperazione popolare di fronte alla prepotenza statunitense e videro la vittoria di una coalizione di centrodestra finanziata dagli Stati Uniti e guidata da <strong>Violeta Chamorro</strong>, il cui padre era stato assassinato da Somoza.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2352" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/0128-wires-reagan-300x200.jpg" alt="0128-wires-reagan" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>In Guatemala, la guerriglia contro la dittatura militare era radicata nelle popolazioni indigene maya</strong> che vivevano lì da millenni. <strong>Anche qui Reagan provvide a fornire ampio sostegno economico, in particolare al nuovo governo del Generale Efraín Ríos Montt</strong>, convertito alla fede evangelica, <strong>che nel 1982 era subentrato, via golpe, al Generale García Lucas</strong>. Siccome la semplice repressione politica è troppo poco, <strong>in appena un anno di potere, prima di essere deposto da un nuovo golpe, Ríos Montt distrusse 686 villaggi e uccise 50.000-75.000 indigeni</strong>, conquistandosi un processo per genocidio (attualmente in corso). <strong>In totale, in questo periodo, su una popolazione guatemalteca di 6.500.000 abitanti (nel 1980), si ebbero 200.000 morti </strong>(per il 93% ad opera dello Stato e per l’83% di etnia maya)<strong> e 1 milione di rifugiati</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, è al <strong>Salvador</strong> che spetta la palma nella lotta contro il comunismo ateo e omicida. <strong>Il 24 marzo 1980, l’Arcivescovo conservatore Óscar Arnulfo Romero, Primate di El Salvador, vertice della gerarchia cattolica nel Paese, fu assassinato dai servizi militari mentre celebrava Messa nella Cattedrale, durante la Consacrazione, per aver criticato la repressione del regime</strong>. <strong>Non soddisfatti, la mattina successiva, durante le esequie, esplosero una bomba e spararono dalle finestre del Palazzo Presidenziale, causando 38 morti tra i fedeli</strong>. Inutile dire che neanche Hitler e Stalin si erano mai sognati di fare una cosa del genere, senza neanche attendere la fine della Messa e istituire un processo farsa! Oggi, Romero è Beato in quanto Martire, a controprova che si è trattato di <strong>una vera e propria persecuzione contro la Chiesa Cattolica</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Infatti, più avanti, vista la sgradevole tendenza del clero a schierarsi con i più deboli, minacciarono lo sterminio dei gesuiti presenti nel Paese</strong>. A dicembre, per festeggiare l’elezione di Reagan, i militari rapirono, stuprarono e uccisero quattro religiose statunitensi impegnate nell’assistenza dei poveri. Carter, sdegnato, ritirò l’appoggio economico, ma questo fu subito reintegrato dal “Nostro” il mese seguente. <strong>Grazie a questo decisivo sostegno, l’esercito salvadoregno resistette, l’offensiva dei ribelli fu respinta e il massacro dei civili proseguì indisturbato</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Tuttavia, ben presto il regime si accorse che cominciavano a scarseggiare gli uomini da arruolare, ma presto fu trovata la soluzione: l’arruolamento – anche coatto, ricorrendo a raid nelle scuole – di ragazzi, anche di 14-15 anni</strong>. In piena guerra civile, l’80% delle forze governative e il 30% dei guerriglieri era composto da minorenni. Questo fenomeno è alla base della nascita di violentissime gang giovanili come la <strong>Mara Salvatrucha 13</strong>. In ogni caso, si stima un totale di <strong>75.000 morti (per l’85% causati dal regime), di cui oltre la metà sotto il mandato di Reagan, e 500.000 rifugiati su una popolazione di 4.500.000 (1980)</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">In conclusione, a fare i conti, il motto “Meglio morti che rossi” non è mai stato tanto vero, se consideriamo che su una popolazione totale – per questi tre Stati – di circa 12.500.000 abitanti (nel 1975), i morti ammontano al 2,84% e i rifugiati al 16%. Questi ultimi, tra l’altro, si diressero in maggior parte negli Stati Uniti, dove chiesero di essere accolti come rifugiati politici. <strong>Naturalmente, mentre gli esuli cubani erano accolti a braccia aperte e coccolati dal governo statunitense, i profughi centramericani erano rifiutati e costretti alla clandestinità: solo il 9-11% dei nicaraguegni, il 2,6% dei salvadoregni e l’1,8% dei guatemaltechi ottenne asilo politico – sempre grazie alle cristiane virtù d’accoglienza e ospitalità dell’amico Reagan, beninteso</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma, viste le sue preclare virtù di <em>Defensor Fidei</em> sovraelencate, che aspettano i cattoliberisti a chiedere la canonizzazione del loro novello Luigi IX?</p>
<p style="text-align: justify">P.S. Raccontatemi pure di quando Chávez e Castro facevano sparare agli arcivescovi.</p>
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		<title>Cosa accadrebbe se ci trovassimo all&#8217;improvviso senza la Regina Elisabetta?</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2015 10:37:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Bresolin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Giulia. &#8220;God Save our gracious Queen! Long live our noble Queen, God save the Queen!&#8221;. Così recitano i primi tre versi dell&#8217;Inno Nazionale del Regno Unito. Tranquilli, la Regina gode di ottima salute, e a settembre, la durata del suo regno supererà quello della regina Vittoria. Un traguardo certo storico; ma non dimentichiamo che la regina Elisabetta ha ormai 89 anni e, nonostante la Regina Madre se ne sia andata a 102 anni (e questo le fa ben sperare) il suo funerale, soprannominato &#8220;The bridge&#8221;, è stato pianificato già da tempo. Per il Regno Unito la morte della sua regina sarebbe un salasso&#8230; Come riporta]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="A" class="cap"><span>A</span></span> Giulia.</p>
<p style="text-align: justify"><em>&#8220;God Save our gracious Queen! Long live our noble Queen, God save the Queen!&#8221;. </em>Così recitano i primi tre versi dell&#8217;Inno Nazionale del Regno Unito. Tranquilli, la Regina gode di ottima salute, e a settembre, la durata del suo regno supererà quello della regina Vittoria. Un traguardo certo storico; ma non dimentichiamo che la regina <strong>Elisabetta</strong> ha ormai <strong>89 anni</strong> e, nonostante la Regina Madre se ne sia andata a 102 anni (e questo le fa ben sperare) il suo funerale, soprannominato<strong> &#8220;The bridge&#8221;</strong>, è stato pianificato già da tempo.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Incoronazione-Elisabetta-II.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2056" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Incoronazione-Elisabetta-II-224x300.jpg" alt="Incoronazione Elisabetta II" width="224" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Per il Regno Unito la morte della sua regina sarebbe un salasso&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify">Come riporta il quotidiano<strong> la Stampa</strong>, quello della di lei dipartita  sarà un giorno triste, per i suoi devoti sudditi certamente, ma, non di meno, anche per le casse dello stato britannico. Una ricerca compiuta dal giornalista inglese <strong>Rob Price</strong> ha preso in considerazione una s<strong>erie di accadimenti</strong> successivi alla morte della sovrana: la <strong>Borsa</strong> dovrebbe chiudere per un breve periodo, così come tutti gli uffici della City. Verrebbe proclamato un <strong>lutto nazionale</strong> per almeno 12 giorni, la BBC modificherà ovviamente i suoi palinsesti,  rinunciando a mandare in onda commedie e show, con una prevedibile perdita di fatturato pubblicitario. Solamente i due giorni di vacanza dal lavoro per il <strong>funerale</strong> e per <strong>l’incoronazione di Carlo</strong> (o di William? ops&#8230;) costeranno tra <strong>1</strong> e <strong>5 miliardi</strong> di sterline per il Pil. Ci saranno poi i costi per le cerimonie, tutt’altro che indifferenti.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/XAG101-416_2010_104014_med.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2025" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/XAG101-416_2010_104014_med-300x195.jpg" alt="XAG101-416_2010_104014_med" width="300" height="195" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Ma non è tutto: Bisognerà ovviamente cambiare tutte le effigi che la ritraggono, presenti nelle <strong>banconote</strong> e in tutte le <strong>monete</strong>, da sostituire con quelle del successore. Lo stesso per i <strong>francobolli</strong>. Tutto quello che oggi porta l&#8217;insegna personale reale &#8220;<strong>E II R&#8221; </strong> (Elisabetta II Regina) dovrà essere sostituito, e non solo gli stendardi militari e le mille altre insegne&#8230;. gli inglesi, da bravi sudditi, la sigla l&#8217;hanno anche apposta su tutti gli elmetti della polizia e su tutte le cassette postali. Andranno cambiati anche tutti i <strong>passaporti</strong>, sui quali è riportata scritta la richiesta a &#8220;Sua Maestà&#8221; (Her Majesty) di lasciar passare il titolare del documento. Verrà anche modificato lo stesso Inno nazionale, da &#8220;God Save the Queen&#8221; a &#8220;God Save the King&#8221;. Cambierà anche l’aspetto di <strong>Trafalgar Square</strong>. Sul quarto pilastro, rimasto vuoto per 150 anni, verrà quasi sicuramente eretto un monumento in suo onore.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/E-II-R.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2058" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/E-II-R-300x225.jpg" alt="E II R" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>&#8230; E per non parlare della successione al trono.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Secondo l&#8217;ordine di successione dinastica al trono d&#8217;Inghilterra, a succedere ad Elisabetta sarà <strong>Carlo</strong>, ma sono in molti a sostenere che tra il principe del Galles e la madre ci sia un <b>patto segreto</b> per la rinuncia al trono in favore di <strong>William</strong>, secondo in linea di successione. Non è una novità: in passato frequenti tradimenti ai danni della compianta <b>Diana</b> e i numerosi strafalcioni gli avevano di fatto alienato il consenso dei sudditi, tanto che il <b>passaggio di testimone</b> al figlio maggiore sembrava un fatto assodato. Eppure negli ultimi anni ha saputo risollevarsi, adottando un basso profilo che gli ha consentito di evitare ulteriori attacchi da parte della stampa scandalistica; in questo sicuramente aiutato da <strong>Camilla</strong>, che, sicuramente non all&#8217;altezza di sostituire nell&#8217;immaginario collettivo l&#8217;immagine Diana, ha comunque dimostrato al popolo britannico di essere una degna componente della famiglia reale. E così non deve stupire se i <b>sondaggi</b> ci dicono che nonostante William e Kate mandino le folle in visibilio, i cittadini britannici preferirebbero vedere Carlo e Camilla nei panni di <b>re e principessa consorte</b>.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/39_0.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2057" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/39_0-300x300.jpg" alt="39_0" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">A quanto riportato dal sito di Dagospia, Carlo starebbe già da due anni, informalmente, <strong>&#8220;co-reggendo&#8221;</strong> al trono: la prima apparizione congiunta madre-figlio, in una cerimonia di grande portata simbolica, è datata all&#8217;8 maggio del 2013, in occasione dell&#8217;inaugurazione dell&#8217;anno parlamentare che si tiene alla <strong>Camera dei Lord</strong>, dove era seduta sul podio in compagnia del figlio Carlo e di Camilla. Per l&#8217;occasione, lungo il tragitto tra palazzo reale e parlamento, Carlo e Camilla seguivano il corteo a bordo della <strong>Glass Coach</strong>, la carrozza reale per antonomasia. Non bastasse, nel novembre dello stesso anno, Carlo sostituì la Regina al <strong>summit</strong> dei paesi del Commonwealth, l&#8217;associazione delle ex-colonie britanniche, in Sri Lanka. <strong>&#8220;Una poltrona per due&#8221;</strong> secondo la stampa inglese, ma non sempre, come insegna la storia, un reggente diventa poi re per davvero.</p>
<p style="text-align: justify">E&#8217; proprio il caso, insieme ai nostri amici inglesi, di fare nostri anche gli ultimi due versi della prima strofa dell&#8217;Inno Nazionale: <em>&#8220;long to reign over us, </em><em>God save the Queen!&#8221;</em></p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Regina_Elisabetta_II_Annigoni.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2059" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Regina_Elisabetta_II_Annigoni-203x300.jpg" alt="Regina_Elisabetta_II_Annigoni" width="203" height="300" /></a></p>
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