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	<title>Torquemada &#187; Brigata Libero Mercato</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Sons of Liberty &#8211; Ribelli per la libertà</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2015 15:06:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Bresolin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[È arrivata su History Channel la miniserie-evento che ripercorre la lotta per la libertà di un gruppo di giovani uomini che hanno cambiato il corso della storia. Sam Adams e suo cugino John, Paul Revere, John Hancock e Joseph Warren: gli eroi che hanno reso l’America una nazione. Gli episodi sono andati in onda negli Stati Uniti a gennaio di quest&#8217;anno, mentre in Italia la è andato in onda il 3, il 10 e 17 marzo. La serie è stata girata in Romania, mentre il tema musicale è stato composto da Hans Zimmer. La miniserie è ambientata a Boston, nel Massachusetts, e ripercorre le fasi]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify">È arrivata su <strong><span title="H" class="cap"><span>H</span></span>istory Channel</strong> la miniserie-evento che ripercorre la lotta per la libertà di un gruppo di giovani uomini che hanno cambiato il corso della storia. <strong>Sam Adams</strong> e suo cugino <strong>John</strong>, <strong>Paul Revere</strong>, <strong>John Hancock</strong> e <strong>Joseph Warren</strong>: gli eroi che hanno reso l’America una nazione.</p>
<p style="text-align: justify">Gli episodi sono andati in onda negli Stati Uniti a gennaio di quest&#8217;anno, mentre in Italia la è andato in onda il 3, il 10 e 17 marzo. La serie è stata girata in Romania, mentre il tema musicale è stato composto da <strong>Hans Zimmer</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">La miniserie è ambientata a Boston, nel Massachusetts, e ripercorre le fasi iniziali della Guerra di indipendenza americana, con i primi moti rivoluzionari ed i negoziati del Secondo congresso continentale, che porteranno alla<strong> Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d&#8217;America </strong>nel<strong> 1776.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Sons of Liberty</strong> prende il nome da una omonima <strong>società segreta</strong>, esistita attorno al 1770. Il principale obiettivo di questa società era quello di fomentare la rivoluzione contro la madrepatria a causa dell&#8217;imposizione di numerosi dazi sulle colonie d&#8217;oltremare; tra tutti, i dazi sullo zucchero (<strong>Sugar Act</strong>), la tassa sui fogli stampati (<strong>Stamp Act</strong>), e quella sul Tè (<strong>Tea Act</strong>). I Sons of Liberty si resero protagonisti di numerosi atti vandalici contro gli abusi del governo britannico. Il più celebre rimane infatti quello del <strong>Boston Tea Party</strong>, la scintilla della Rivoluzione americana: Sam Adams, insieme a un gruppo di patrioti americani, travestiti da pellerossa, assalgono una nave britannica ancorata nel porto di Boston e gettano a mare il suo prezioso carico di tè.</p>
<p style="text-align: justify">Una miniserie certo importante che ci aiuta a comprendere il significato della Rivoluzione Americana. <strong>Hannah Arendt</strong> ha spesso sottolineato come nelle rivoluzioni sia la <strong>liberazione</strong> il momento più esaltante, attraverso un atto simbolico con cui il popolo rompe i propri legami con l&#8217;oppressione (il Boston Tea Party certamente), ma, ci ricorda, il fine ultimo delle rivoluzioni è l&#8217;instaurazione della<strong> libertà</strong>. E la libertà può essere instaurata solo attraverso la costituzione di ordine politico capace di rendere liberi. La rivoluzione americana è certamente riuscita in questo e, infatti, la sua<strong> Costituzione</strong> ne<strong> </strong>rappresenta il punto più alto: naturale conclusione della rivoluzione eppure, a sua volta, inizio di un nuovo Stato, gli Stati Uniti d&#8217;America, e inizio del costituzionalismo moderno.</p>
<p style="text-align: justify">Eppure, sempre secondo la <strong>Arendt</strong>, questa rivoluzione così pienamente riuscita, produttrice di una carta fondamentale capace di garantire a tutti i cittadini diritti civili e libertà, non esercitò, purtroppo, una grande influenza sul periodo storico successivo, a differenza di un&#8217;altra grande rivoluzione del &#8216;700: quella <strong>francese</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">P.S. La bandiera dei <i>Sons of Liberty</i> era composta da sette strisce rosse e sei bianche.</p>
<div id="catlinks" class="catlinks" style="text-align: justify"></div>
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		<title>La  Proprietà PrOvata: cose che non vanno nell’articolo 42 della Costituzione</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jan 2015 08:33:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Bresolin]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
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		<description><![CDATA[Durante il corso degli studi scolastici a tutti sarà certamente capitato di studiare, o almeno di leggere, la nostra Costituzione, di leggere attentamente i principi fondamentali, i diritti e doveri dei cittadini e via discorrendo, e certamente vi sarete sicuramente domandati, scorrendola, ormai giunti a più di trenta e passa articoli….ma la proprietà privata? … dove l’hanno messa? che fina ha fatto? Mentre sale la vostra preoccupazione di averla magari saltata, distrattamente, arrivate all’articolo 42 e la trovate; finalmente, era ora! Certamente vi sarete domandati, dato che il 42 non è proprio un numero piccolo, perché non le abbiano dedicato,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>urante il corso degli studi scolastici a tutti sarà certamente capitato di studiare, o almeno di leggere, la nostra <b>Costituzione</b>, di leggere attentamente i principi fondamentali, i diritti e doveri dei cittadini e via discorrendo, e certamente vi sarete sicuramente domandati, scorrendola, ormai giunti a più di trenta e passa articoli….ma la <b>proprietà privata</b>? … dove l’hanno messa? che fina ha fatto?</p>
<p>Mentre sale la vostra preoccupazione di averla magari saltata, distrattamente, arrivate all’<b>articolo 42</b> e la trovate; finalmente, era ora! Certamente vi sarete domandati, dato che il 42 non è proprio un numero piccolo, perché non le abbiano dedicato, data la sua grande importanza, un piccolo articoletto tra i sopracitati principi fondamentali, o almeno un cenno tra i diritti e i doveri dei cittadini (dove sarebbe stata in compagnia di altrettanti importantissimi diritti, come la libertà personale, di domicilio, di segretezza della corrispondenza)&#8230; <b>non è forse un diritto</b>? <b>Si</b>! ma l’avete trovata sbattuta lì tra i rapporti economici. <b>Perchè?</b></p>
<p><b>La parola ad un insigne costituzionalista.</b></p>
<p>Per cercare di dare una risposta esaustiva a questi interrogativi vorrei affidarmi all’autorevole voce di un Giudice emerito della Corte Costituzionale (di cui è stato Vice-Presidente), dove ha prestato i suoi alti servigi dal 2005 fino all’estate del 2014, <b>Luigi Mazzella</b>, intervistato dal giornalista torinese Sandro Gros-Pietro nel libro <b>“Debole di Costituzione”</b> (Mondadori). Il libro individua quelle che per l’insigne costituzionalista sono le “debolezze” della nostra Carta Fondamentale.</p>
<p><strong><strong> </strong></strong></p>
<p><b>Un passo indietro, la proprietà nel diritto romano. </b></p>
<p>A far meritare al nostro Paese la fama di <b>“culla del diritto”</b> è certamente stata la disciplina della proprietà nel diritto romano. I romani, un popolo stanziale, fondavano il proprio diritto su due pilastri: nel “<i>neminem laedere”</i>, cioè nell pacifica convivenza degli esseri umani nei loro rapporti reciproici, e nella <i>“proprietà privata”,</i> cioè nel rapporto dell’uomo con le cose (<i>res</i>).</p>
<p><strong><strong> </strong></strong></p>
<p><b>Il disposto Costituzionale.</b></p>
<p><b>L’articolo 42</b> stabilisce al primo comma che <i>“</i><i>La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati”. </i>Cosa ovvia! ma non è così. Perchè l’articolo prosegue con il secondo comma, che recita <i>“</i><i>La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la </i><b><i>funzione sociale</i></b><i> e di renderla accessibile a tutti.”  “</i><b><i>Hic sunt Leones”</i></b> direbbero i romani. La <b>proprietà</b> è sempre stato <b>IL diritto individuale per eccellenza</b>, <b>cardine di ogni ordinamento giuridico</b> che si rispetti, come quello romano; ispirazione per le Costituzioni dei paesi occidentali. La nostra Carta <b>invece</b>, con il secondo comma, mette in luce la <b>prevalenza dell’aspetto economico della proprietà</b>, e non quello individuale che le è proprio, ecco perchè la sua disciplina è posta tra i rapporti economici: e non manca di sottolinearne chiaramente la <b>funzione sociale</b>.</p>
<p><strong><strong> </strong></strong></p>
<p><b>La funzione sociale della proprietà.</b></p>
<p>Negli ordinamenti d’impronta liberale costituisce un vero e proprio “<b>nonsense”</b>, una contraddizione in termini, predisporre degli strumenti giuridici per assicurare una “funzione sociale” alla proprietà degli individui.</p>
<p>La formulazione dell’articolo 42 risulta perciò<b> criptica e ambigua</b>, poiché risulta assai <b>complicato capire quale si la funzione sociale della proprietà di un privato cittadino</b>:</p>
<p>Le funzioni sono attività umane (es: le azioni di un individuo, di un organo, di un ente), e possono essere sì svolte anche nell’interesse di una collettività; ma non è così per <b>la proprietà privata</b>, che in quanto <i>res</i>, non assolve altra funzione se non quella di soddisfare l’interesse individuale a goderne per sé o per la propria famiglia. Così se la proprietà pubblica assolve propriamente ad una funzione sociale (es: il giardino pubblico) così non può essere per la proprietà privata (es: il giardino di una casa).</p>
<p><strong><strong> </strong></strong></p>
<p><b>Trovare un senso ad una disposizione “criptica”.</b></p>
<p>Nella nostra Carta si è voluto perseguire una linea di tendenza diversa da quella delle altre Costituzioni degli Stati occidentali. <b>Pur rimanendo la collettivizzazione della proprietà un concetto estraneo alla nostra Carta e tradizione giuridica</b>, <b>lo “spirito” dell’articolo 42 rimane contrario non solo a quello di altre Costituzioni, ma anche alla nostra più antica tradizione giuridica romanistica</b>. Quale dunque è il senso di una tale disposizione?</p>
<p><b>Tutto il disposto del secondo comma non è che in funzione del del terzo comma</b>, secondo cui <i>“La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, </i><b><i>espropriata</i></b><i> per</i> <b><i>motivi d&#8217;interesse generale</i></b><i>”. </i></p>
<p><strong><strong> </strong></strong></p>
<p><b>LA PROPRIETA’ PR</b><b>O</b><b>VATA: le problematiche per l’espropriazione e il diritto europeo.</b></p>
<p>Se apparentemente non sembrerebbero esservi sostanziali differenze con altri ordinamenti giuridici, il problema si pone in modo drammatico, con l’esporpirazione, per<b> l’entità degli indennizzi</b>. Il secondo comma serve per convalidare e rafforzare una vecchia prassi italiana; quella di corrispondere per i beni soggetti ad espropriazione, <b>un valore risibile</b>, molto lontano dal valore veniale o di mercato del bene, giustificandone l’espropriazione stessa con non ben definiti <b>motivi d&#8217;interesse generale</b><i>.</i></p>
<p>Il disposto dell’articolo 42, reboante e stentoreo, ha creato non gravi problemi  anche alla nostra stessa permanenza nell’Unione Europea. La <b>Corte Costituzionale</b> ha dovuto fare un<b> “triplo salto mortale” </b>per rendere coerenti con le più recenti (rispetto alla nostra costituzione) regole comunitarie, le nostre norme sugli indennizzi per i beni esporpriativi.</p>
<p><strong><strong> </strong></strong></p>
<p><b>Le responsabilità.</b></p>
<p>L’articolo 42 rimane una <b>prova</b> di come la nostra Costituzione, più che in altre Carte europee, abbia sofferto la presenza in parlamento di un <b>forte Partito Comunista</b>, che ha ispirato orientamenti tutt’altro che liberali, predisponendo un’<b>insufficiente tutela costituzionale</b> della proprietà privata. Oggi quel partito sembra essersi dissolto nel nulla, sepolto da quegli ideali cattolici propri della nostra cultura e tradizione, <b>anche se</b>, almeno nella sua componente politica di sinistra (Dossetti e La Pira), non erano molto dissimili da quelli marxistici. Anche se Papa Francesco ha detto che Marx non ha inventato nulla e che ha copiato le sue teorie da Cristo, si può dire che anche l’integralismo cattolico di Dossettiani, Lapiriani e Co., con il passare degli anni, si sia notevolmente diluito nei suoi eredi del Partito Democratico.</p>
<p><strong><strong> </strong></strong></p>
<p>Si può concludere che in un periodo in cui si discute di<b> riforme costituzionali</b>, varrebbe la pena prendere in seria considerazione una ri-stesura completa dell’articolo 42, considerando il fatto che l’accenno alla <b>funzione sociale</b> della proprietà<b> ci abbia </b>notevolmente <b>complicato la vita</b>, non solo nel nostro ambito nazionale, ma anche a livello europeo: <b>eliminare tale accenno non sarebbe certo un male.</b></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Enzo Tortora, un eroe liberale</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 17:45:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Portonera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché una rubrica che si chiama “Brigata libero mercato” dedica il proprio articolo a Enzo Tortora e non a Luigi Einaudi, Friedrich von Hayek o Milton Friedman? Perché una rubrica che ha un titolo come il nostro, sceglie di cominciare la propria vita con un articolo dedicato ai temi della giustizia e non dell’economia? Primo, perché Enzo Tortora è uno dei miei eroi ed è bene che sappiate, cari lettori, che molti degli articoli di questa rubrica saranno dedicati alla storia e agli insegnamenti dei miei diversi eroi. Secondo, perché – come abbiamo fissato nero su bianco (o pixel su]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>erché una rubrica che si chiama “Brigata libero mercato” dedica il proprio articolo a Enzo Tortora e non a Luigi Einaudi, Friedrich von Hayek o Milton Friedman? Perché una rubrica che ha un titolo come il nostro, sceglie di cominciare la propria vita con un articolo dedicato ai temi della giustizia e non dell’economia? Primo, perché Enzo Tortora è uno dei miei eroi ed è bene che sappiate, cari lettori, che molti degli articoli di questa rubrica saranno dedicati alla storia e agli insegnamenti dei miei diversi eroi. Secondo, perché – come abbiamo fissato nero su bianco (o pixel su pixel, fate voi) sul nostro “manifesto” – questa rubrica non è e non sarà mai solo un concentrato di discorsi economici, un’apologia del solo liberismo: sarà un’appassionata difesa della Libertà. Quella libertà per cui Enzo Tortora combatté la battaglia più importante della sua vita.</p>
<p>Il Collegio Augustinianum ha ospitato, martedì 18 novembre, una conferenza dal titolo “«Il Caso Italia. Enzo Tortora e la battaglia per la “giustizia giusta”», al cui interno sono intervenuti l’avvocato Raffaele Della Valle – avvocato e legale di Tortora – e il professore Guido Vitiello, dell’Università La Sapienza di Roma – giornalista e autore di “Non giudicate”, un libro fondamentale per la coscienza di qualsiasi <i>garantista</i> vero: di chi, cioè, per dirla con Leonardo Sciascia, crede nel diritto e nella giustizia e sa per questo che “giudicare” è la più dolorosa e terribile delle necessità.</p>
<p>Grazie alla testimonianza diretta dell’avvocato Della Valle, che visse in prima linea e in prima persona il terribile calvario (e la coraggiosa battaglia che ne seguì) di Enzo Tortora, è stato possibile ricostruire “il più grande esempio di macelleria giudiziaria del nostro Paese”, come ebbe a definirlo Giorgio Bocca. È stato possibile ricostruire il modo in cui Enzo Tortora, da stimato e rispettato giornalista e presentatore (uno che alle nove di sera andava a letto con un libro di Karl Popper, come ha raccontato la figlia Silvia), si ritrovò – la mattina del 17 giugno 1983 – “trasformato” in un mostro; trasformato da un paio di manette strette ai polsi e date in pasto ai giornali, da un’accusa infamante e oltraggiosa mossagli contro sulla base di non si sa quali prove o indizi, da un trattamento del tutto simile a quello riservato al povero Jean Calas del “Trattato sulla Tolleranza” di Voltaire. Enzo Tortora era un camorrista: così era stato deciso prima di ogni indagine, verifica e processo. Come raccontato proprio dall’avvocato Della Valle, Enzo Tortora si trovò costretto a vivere una storia dal sapore kafkiano, segnata dal “combinato disposto” tra l’insipienza e i clamorosi errori della magistratura e l’accanimento mediatico: dopo un’assurda e mostruosa condanna in primo grado, ci vorranno infatti quasi 4 anni perché si accertasse, in Appello e Cassazione, che non era solo “innocente”, ma addirittura “estraneo” a ciò che gli veniva contestato. Enzo Tortora dimostrò, in più di un’occasione, la sua completa e assoluta integrità: momento centrale della serata è stata la lettura della lettera con cui Tortora chiese – formalmente – al proprio avvocato Della Valle di non richiedere alcuna “subordinata” in Appello rispetto a una sua possibile “non assoluzione”. Come ribadito dall’avvocato Della Valle, Tortora non era uomo di compromessi: voleva che fosse fatta interamente luce sulla verità del suo caso. O colpevole o innocente.</p>
<p>Dopo la rievocazione storica del caso Tortora, è stato grazie al professore Vitiello che si è attualizzata la vicenda, evidenziandone il lascito, a più di trent’anni di distanza. Dopo tutto questo tempo – nonostante il proliferare di indegne strumentalizzazioni e improvvidi paragoni – Enzo Tortora rimane un eroe per tutte le “brave persone” d’Italia. Se le sofferenze e il martirio che ha subito non fossero stati veri, si potrebbe dire di lui che è stato il protagonista di una leggenda: egli affrontò, infatti, i meccanismi impazziti di una “giustizia” “ingiusta”, impunita e <i>impersonale</i> (come sottolineato proprio da Vitiello, dal rapporto di polizia che apre la vicenda alle considerazioni del PM Olivares in Appello che la chiude, continua a ripetersi un “<i>si vuole</i> Tortora dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti”: ma chi è che lo vuole e perché lo vuole non si è mai chiarito) in cui fu a forza gettato. Egli “tenne”, come tenne – prima di lui, ma stavolta solo nelle pagine di un romanzo meraviglioso – l’avvocato Francesco Paolo Di Blasi, del “Consiglio d’Egitto”. Egli riuscì a spezzare quei meccanismi, riuscì a vedersi proclamato innocente (lasciando noi con il dubbio che non lo fossero quelli che lo avevano perseguitato). E dalla sua vicenda giudiziaria, Tortora uscì vittorioso, affranto e distrutto: e ne morì, lasciando che il cancro completasse l’opera cominciata da altri. Ma ciò che rende Tortora davvero eroico non è solo l’aver combattuto: è il non aver combattuto solo per sé. Non è stato il «caso Tortora», è stato (ed è ancora) il «caso Italia»: egli parlava (e parla ancora) “per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti e sono troppi”. Perché quello che successe a Tortora succede ancora e può succedere a chiunque di noi: e noi non siamo Tortora, non abbiamo la sua volontà e la sua forza.</p>
<p>“Dove eravamo rimasti?” si chiese Enzo Tortora al suo ritorno in tv, il 20 febbraio 1987, riprendendo l’eco dell’“Heri dicebamus” di Luigi Einaudi. Forse sarebbe stato più corretto dire: dove siamo rimasti? Siamo infatti sempre lì, purtroppo. Siamo sempre di fronte all’anomalia giuridica e giudiziaria di questo Paese, il Paese che più che per Cesare Beccaria andrebbe forse ricordato per Diego Marmo, il pm che trascinò Tortora alla gogna. O per la classe politica della fine degli anni ’80 che pensò bene di tradire e vanificare il risultato del Referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, l’ultima battaglia e vittoria politica di Enzo Tortora. Una classe politica e una giudiziaria degne eredi di quelle che, sul finire del ‘600, avevano mandato a morte Giangiacomo Mora, protagonista della manzoniana “Storia della Colonna infame”.</p>
<p>Enzo Tortora ha impiegato tutte le sue forze nella battaglia per una “giustizia” che fosse “giusta” per tutti: per la sicurezza del cittadino, per le garanzie dell’imputato, per la dignità del carcerato, per il lavoro del magistrato. Responsabilità civile, separazione delle carriere, ridimensionamento della carcerazione preventiva: questi e molti altri temi devono essere al centro di una proposta di riforma della giustizia. Questi devono essere tra le priorità di una nuova agenda politica per il Paese. E lo devono essere specialmente per chi si professa liberale e garantista, per chi – alla maniera dei libertarian statunitensi – “crede nella libertà, senza alcun ‘ma’ dopo”. Perché, come disse proprio Enzo Tortora alla figlia Silvia, «esiste forse battaglia più liberale di questa?».</p>
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		<title>Brigata Libero Mercato</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 17:32:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Portonera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Com’è adesso il nostro amato Belpaese? Così bello che è più facile fare impresa in Botswana che qui. Così bello da vantare il record di pressione fiscale tra le economie sviluppate. Così bello che, nelle classifiche mondiali sulle libertà economiche, è a un passo dall’essere inserito tra i Paesi “mostly unfree”, in compagnia di Guatemala, Uganda, Mongolia, Burkina Faso e Nicaragua. Com’è che noi vogliamo il nostro amato Belpaese? Così bello che l’80% degli studenti di scuole superiori, alla domanda “cosa vuoi fare da grande?”, risponde: l’imprenditore. Così bello da poter vantare il record di investimenti interni e esterni in]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>om’è adesso il nostro amato Belpaese? Così bello che è più facile fare impresa in Botswana che qui. Così bello da vantare il record di pressione fiscale tra le economie sviluppate. Così bello che, nelle classifiche mondiali sulle libertà economiche, è a un passo dall’essere inserito tra i Paesi “mostly unfree”, in compagnia di Guatemala, Uganda, Mongolia, Burkina Faso e Nicaragua.<br />
Com’è che noi vogliamo il nostro amato Belpaese? Così bello che l’80% degli studenti di scuole superiori, alla domanda “cosa vuoi fare da grande?”, risponde: l’imprenditore. Così bello da poter vantare il record di investimenti interni e esterni in attività produttive, grazie a un sistema fiscale, una legislazione, una burocrazia e una giustizia leggeri e certi. Così bello che, nelle classifiche mondiali sulle libertà economiche, si trovi in compagnia di Hong Kong, Australia, Danimarca, Estonia e Stati Uniti.<br />
Di chi è la colpa se il nostro Belpaese è <i>così</i> e non <i>come lo vogliamo</i>? E cosa si può fare perché il nostro Belpaese sia come lo vogliamo e non resti così com’è adesso? Rispondere a queste due domande, attraverso l’analisi dei fatti, è la <i>mission</i> di “Brigata libero mercato”. Politici e intellettuali vi hanno raccontato a tutte le ore del giorno e della notte che la colpa del disastro che stiamo vivendo è del “liberismo”? Beh, noi – a costo di recitare la parte di “avvocati del diavolo”, laddove saremo solo “avvocati del buon senso” – vi mostreremo che è vero piuttosto il contrario e cioè che in Italia non stiamo morendo di <i>liberismo</i>, ma del suo esatto opposto: di un oppressivo, diffuso, soffocante <i>statalismo</i>.<br />
Vi mostreremo, cosa ancora più importante, che il nostro non è solo un discorso <i>economico</i>: “Brigata libero mercato” non è e non sarà solo una difesa del liberismo, sarà una difesa della Libertà. Sarà una difesa di ciò che ha reso la nostra Italia, la nostra Europa, il nostro Occidente – oggi così stanchi, annoiati e sotto attacco – “grandi”.<br />
Se ci siamo dati proprio questo nome è perché i simboli – in battaglia, specie per una piccola brigata come la nostra – sono importanti: e non c’è modo migliore di difendere ciò che ci sta a cuore, se non partendo dall’appassionata e convinta difesa del sistema di <i>free market</i>.<br />
Libero mercato, rule of law, democrazia, società civile: sono queste le quattro colonne su cui abbiamo edificato il nostro mondo e sulle quali edificheremo pure “Brigata libero mercato”.</p>
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