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	<title>Torquemada &#187; Santo Uffizio</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>La risposta di Varoufakis a Renzi (TRADUZIONE INTEGRALE)</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2015 01:45:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo la traduzione integrale in italiano della risposta che Yanis Varoufakis, già ministro delle finanze ellenico, ha dato sul suo blog [questo il link dell&#8217;originale http://yanisvaroufakis.eu/2015/09/22/a-message-for-mr-rentzi/] al Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi che lo aveva bersagliato con una inelegante boutade, dopo l&#8217;insuccesso elettorale alle elezioni di domenica scorsa della lista Unità Popolare, per la quale Varoufakis aveva dichiarato di votare.  Il primo ministro italiano Matteo Renzi (clicca qui per il suo discorso) ha gioito per “essersi sbarazzato di me”, alludendo al mio “ritiro” dalla “scena” come ad una prova che gli “apostati” (leggi quelli che dividono i loro partiti) finiscono buttati a]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><em><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>ubblichiamo la traduzione integrale in italiano della risposta che Yanis Varoufakis, già ministro delle finanze ellenico, ha dato sul suo blog [questo il link dell&#8217;originale <a href="http://yanisvaroufakis.eu/2015/09/22/a-message-for-mr-rentzi/" target="_blank">http://yanisvaroufakis.eu/2015/09/22/a-message-for-mr-rentzi/</a>] al Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi che lo aveva bersagliato con una inelegante boutade, dopo l&#8217;insuccesso elettorale alle elezioni di domenica scorsa della lista Unità Popolare, per la quale Varoufakis aveva dichiarato di votare. </em></p>
<p style="text-align: justify">Il primo ministro italiano Matteo Renzi (clicca <a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2015/09/21/direzione-pd-renzi-a-minoranza-scissioni-a-sinistra-anche-sto-varoufakis-se-lo-semo-tolti/416834/" target="_blank">qui</a> per il suo discorso) ha gioito per “essersi sbarazzato di me”, alludendo al mio “ritiro” dalla “scena” come ad una prova che gli “apostati” (leggi quelli che dividono i loro partiti) finiscono buttati a mare. La sua è una illusione motivata. <strong>Lo scorso luglio “loro” si sono “sbarazzati” di qualcosa di molto più importante rispetto a me.</strong> Qui c’è il mio messaggio al primo ministro italiano…</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il signor Renzi mi dipinge come un apostata che ha lasciato SYRIZA e che adesso si trova nella savana della politica. La verità è più complessa.</strong> Diversamente da molti dei miei compagni, io sono rimasto leale al programma di SYRIZA che ci ha visto eletti quel 25 gennaio come il partito unito che ha ridato la speranza ai Greci e ai popoli Europei. Speranza per cosa? Speranza di farla finita una volta per tutte con le <strong>formule di salvataggio “extend-and-pretend”</strong> <em>[quelle in cui si dilazionano i termini del prestito e si riducono i tassi di interesse, pretendendo alla nuova scadenza il suo ammontare e gli interessi sugli interessi n.d.r.]</em>, che costano all’Europa un caro prezzo, e che hanno condannato la Grecia alla depressione permanente facendoci presagire altre politiche fallimentari per il resto d’Europa.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Cos’è successo?</strong> Sotto la coercizione formidabile dei governanti europei, compreso il signor Renzi (il quale si è rifiutato di discutere in modo avveduto le proposte della Grecia) il mio primo ministro, <strong>Alexis Tsipras, è stato soggetto il 12 e 13 luglio ad incredibili prepotenze</strong>, a manifeste intimidazioni e ricatti, a pressioni inumane. <strong>Il signor Renzi ha giocato un ruolo di primo piano nella gazzarra, ha contribuito ad “ammorbidire” Alexis con la “tattica del poliziotto buono”, ripetendo sempre la stessa solfa: “se non cedi ti distruggono – per favore digli di sì”.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Alexis ed io abbiamo diviso le nostre strade perché eravamo in disaccordo sul fatto che “loro” stessero bluffando o meno, e sul fatto che noi, in ogni caso, avessimo avuto o non avessimo avuto il diritto morale e politico di firmare l’ennesimo accordo che non avremmo potuto onorare, consegnando le chiavi di quello che è rimasto allo stato Greco ad una troika spietata. <strong>È stato, e rimane, un dissidio tra me e Alexis.</strong></p>
<p style="text-align: justify">In seguito a questa divergenza, Alexis ha forzato <strong>una inversione a U nella politica di SYRIZA</strong> riguardo i prestiti extend-and-pretend (accettandoli per la prima volta nella storia di SYRIZA, seppur come mali necessari), e di conseguenza, una larga fetta di membri del partito ha deciso che non poteva seguirlo ancora, giù per questo cammino. <strong>È non è stato solo il segmento di Unità Popolare ad aver lasciato. C’è stata gente come Tasos Koronakis, il segretario del partito, io stesso e molti, molti altri che non hanno mai condiviso l’agenda di Unità Popolare.</strong> Noi non fummo apostati, solo compagni che non credevano che SYRIZA dovesse diventare il nuovo PASOK, che non hanno voluto ingrossare le fila dei partiti scheggia, frammenti di altri, come Unità Popolare; e che hanno scelto di stare fuori da queste tristi elezioni parlamentari, che non avrebbero dovuto (e non l’hanno fatto), produrre un parlamento in grado di dar vita ad un programma di riforme effettivamente realizzabile per la Grecia.</p>
<p style="text-align: justify">Torniamo a Mr. Renzi adesso.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Mr. Renzi, ho un messaggio per te. Puoi rallegrarti quanto vuoi </strong>riguardo al fatto che non sono più ministro delle finanze, e nemmeno in parlamento.<strong> Ma non ti sei affatto “sbarazzato” di me. Io sono politicamente vivo e scalciante</strong>, come mi ricorda la gente quando cammino per le strade del tuo bellissimo paese. No, <strong>quello di cui ti sei sbarazzato, partecipando a quella ignobile orgia contro Alexis Tsipras e la democrazia greca lo scorso luglio, è stata la tua integrità personale di democratico europeo. E, può darsi, anche della tua anima.</strong> Grazie al cielo questa non è una cosa irreversibile. Ma prima <strong>devi fare ammenda seriamente</strong>. Non vedo l’ora che tu possa di nuovo tornare ad essere uno dei democratici d’Europa.</p>
<div id="attachment_2344" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/pd_ren12.jpg"><img class="wp-image-2344 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/pd_ren12-300x193.jpg" alt="pd_ren12" width="300" height="193" /></a><p class="wp-caption-text">Matteo Renzi</p></div>
<p style="text-align: justify"><em>Ci sono due tipi di persone, da una parte quelli che partecipano allo sviluppo di un determinato pensiero (o nella politica, quelli che prendono le decisioni necessarie ad attuare un certo piano), e dall&#8217;altra parte ci sono gli stupidi. </em><em>I secondi fanno tutto quello che fanno i primi, e si distinguono soltanto quando parlano: si illudono di essere dotati dicendo quello che gli altri presumibilmente pensano, ma non si sognerebbero mai di dire.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Credo che il commento alla dichiarazione odierna di Renzi possa essere ridotto a questa affermazione generale.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Traduzione e commento di Eugenio Runco.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Grassetto nostro.</em></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>Expo&#8217; 15: &#8220;siam pronti alla sopravvivenza&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2015 00:12:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Italia il primo maggio 2015 non lo scorderemo facilmente. È stato diverso da ogni altro primo maggio. È stato il primo maggio dell&#8217;EXPO e dei NO-EXPO, della profanazione del Canto degli Italiani e della violenza dei contestatori di professione. Un primo maggio che è stato tutto fuorché la festa del lavoro. In sintesi, a uno sguardo attento, questo primo maggio si candida a divenire la data simbolo della deriva nichilistica di un&#8217;intera nazione ormai farsescamente allo sbando. Partiamo dall&#8217;inno. Forse a livello giuridico, anche volendolo, sarebbe impossibile punire i responsabili della storpiatura di uno dei versi più significativi del]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child western" align="justify"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>n Italia il primo maggio 2015 non lo scorderemo facilmente. È stato diverso da ogni altro primo maggio.<strong> È stato il primo maggio dell&#8217;EXPO e dei NO-EXPO, della profanazione del Canto degli Italiani e della violenza dei contestatori di professione. Un primo maggio che è stato tutto fuorché la festa del lavoro. In sintesi, a uno sguardo attento, questo primo maggio si candida a divenire la data simbolo della deriva nichilistica di un&#8217;intera nazione ormai farsescamente allo sbando</strong>.</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Partiamo dall&#8217;inno. Forse a livello giuridico, anche volendolo, sarebbe impossibile punire i responsabili della storpiatura di <strong>uno dei versi più significativi del testo di Mameli (il </strong></span></span><strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«Siam pronti alla morte» cambiato in «Siam pronti alla vita»</span></span></strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>), ma sotto un profilo politico, culturale e morale questa “renzata” merita di essere definita una vergogna che, più in profondità, rivela la somma tristezza di quest&#8217;epoca edonista ed individualista</strong>. Infatti cosa c&#8217;è di più ignobile dell&#8217;omettere, nel corso della cerimonia inaugurale di un evento che dovrebbe rilanciare la nostra nazione, <strong>una parola che, nella sua tragicità, testimonia il massimo grado dell&#8217;amore per la propria patria</strong>? È vero, in quest&#8217;epoca la parola morte fa paura (eccezion fatta, per le sensibilità liberal, quando provocata dall&#8217;eutanasia o dall&#8217;aborto). <strong>La morte evoca sofferenza e sacrificio, cose che fanno tremare i polsi specie a chi è cresciuto con l&#8217;illusione, tutta occidentale e tutta contemporanea, della “ricerca della felicità” come unico scopo della vita</strong>. Non è facile spiegare, come ebbe scandalosamente a fare Aleksandr Sol</span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">ženičyn</span></span> <span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">dalla cattedra di Harvard nel 1978, con la sua barba da saggio russo d&#8217;altri tempi, che </span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«</span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">s</span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">e l&#8217;uomo fosse nato, come sostiene l&#8217;umanesimo, solo per la felicità, non sarebbe nato anche per la morte. <strong>Ma poiché è corporalmente votato alla morte, il suo compito su questa terra non può essere che ancor più spirituale: non l&#8217;ingozzarsi di quotidianità, non la ricerca dei sistemi migliori di acquisizione, e poi di spensierata dilapidazione, dei beni materiali, ma il compimento di un duro e permanente dovere, così che l&#8217;intero cammino della nostra vita diventi l&#8217;esperienza di un&#8217;ascesa soprattutto morale: che ci trovi, al termine del cammino, creature più elevate di quanto non fossimo nell&#8217;intraprenderlo</strong></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">».</span></span></span></p>
<p><span class='embed-youtube' style='text-align:center; display: block;'><iframe class='youtube-player' type='text/html' width='680' height='413' src='http://www.youtube.com/embed/YRYUZ1bw2d8?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' frameborder='0' allowfullscreen='true'></iframe></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Rimuovere dall&#8217;inno italiano la parola morte, sublimazione massima del sacrificio per un ideale più grande della vita stessa,<strong> non è solo cattivo gusto, ma espressione del rivoltante nonsenso nichilistico dell&#8217;epoca odierna, avvolta da una cappa di materialismo che tutto fagocita e tutto rovina: dalle sovranità degli Stati alle relazioni tra i sessi</strong>. Somma ignoranza poi se si pensa che <strong>l&#8217;Italia pone le sue fondamenta di lingua e cultura proprio sulla riflessione su morte e aldilà della “</strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Divina Commedia</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">”</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> dantesca, nonché la propria mitologia patriottica sui foscoliani “</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Sepolcri</i></span></span></span></strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>”</strong>.</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> Somma offesa alla nostra identità se si pensa che dalla canzone</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i> “All&#8217;Italia”</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> di Leopardi all&#8217;estetismo guerresco di D&#8217;Annunzio, la mistica della patria italiana risulta inscindibile dal richiamo al sacrificio supremo che, come un filo rosso di sangue, unisce i momenti focali della nostra storia nazionale. Ma del resto, ad essere cinici, rinunciare al grido «siam pronti alla morte» è anche l&#8217;ammissione di una grande verità: <strong>oggi, in Italia e in gran parte dell&#8217;Occidente, chi sarebbe disposto a morire per un ideale come la patria o la fede? Probabilmente in pochissimi. E questo è ciò che rende miserabile la nostra epoca più di ogni altra cosa. E quello che ci rende più deboli e vulnerabili nei confronti di chi invece possiede, seppur spesso in maniera scomposta e storpiata, un&#8217;identità forte e radicata</strong>. Spiritualmente desertificato dal capitalismo post-borghese, l&#8217;Occidente crede ormai solo nelle mai soddisfatte voglie dell&#8217;io, spinte al più grottesco parossismo. Tuttavia anche il «siam pronti ealla vita» suscita perplessità: <strong>a quale vita dovrebbero essere pronti, per esempio, i giovani italiani, immersi in un eterno provvisorio, privi di lavoro o schiacciati dalla precarietà, impossibilitati o quasi a costruire una famiglia e progetti stabili</strong>? «Siam pronti alla sopravvivenza» sarebbe stato sicuramente più corretto.</span></span></span></p>
<p class="western" style="text-align: center" align="justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/no-expo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2563" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/no-expo-300x191.jpg" alt="no expo" width="300" height="191" /></a></p>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">Nelle sue “</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>Lezioni spirituali per giovani samurai</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">” Yukio Mishima scriveva: </span></span></span></p>
<blockquote>
<p class="western" align="justify"><em><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«<strong>noi viviamo in un&#8217;epoca di esistenze assolutamente fiacche ed ambigue. Raramente incontriamo la morte, </strong>la medicina ha compiuto enormi progressi ed i giovani non temono più né la tisi, che decimava gli organismi più deboli, né l&#8217;arruolamento, che intimoriva i ventenni delle epoche trascorse<strong>. In mancanza di pericoli mortali, l&#8217;unico modo in cui i giovani riescono ad assaporare la sensazione di essere vivi è la ricerca forsennata del sesso, oppure la partecipazione a movimenti politici, motivata semplicemente dal desiderio di esercitare la violenza</strong>».</span></span></span></em></p>
</blockquote>
<p class="western" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"> Non occorre generalizzare, ma mai parole furono più adatte <strong>a spiegare la furia vandalica dei </strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><i>black bloc </i></span></span></span></strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium"><strong>che hanno messo a ferro e fuoco Milano. Per loro, deteriori sottoprodotti del sessantottismo militante, la politica è solo una scusante per sfogare un desiderio di violenza frutto di mancanza di senso, noia e frustrazione. Cosa aspettarsi del resto da chi contesta la globalizzazione e l&#8217;americanismo su basi anarcoidi, libertarie o post-trotzkiste tutt&#8217;altro che alternative all&#8217;ideologia dominante</strong>? Un&#8217;ideologia che, per dirla con Costanzo Preve, <strong>fa da supporto </strong></span></span></span><strong><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">al nuovo </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">«</span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">ipercapitalismo liberalizzato post-borghese e </span></span></span><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">post-proletario, all&#8217;insegna della grottesca teologia sociologica del “vietato vietare”</span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">», avente nella cosiddetta “controcultura” americana e nel &#8217;68 europeo i propri miti fondativi</span></span></span></strong><span style="font-family: 'Palatino Linotype', serif"><span style="font-size: medium">. C&#8217;è quindi un filo rosso (non di sangue!) che lega, inconsapevolmente o meno, il renzismo obamiano e i devastatori delle strade milanesi. Entrambi impensabili senza l&#8217;americanismo, entrambi nemici dell&#8217;Italia. <strong>Quell&#8217;Italia per cui non si è più pronti alla morte</strong>.</span></span></p>
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		<title>I quaderni neri di Heidegger: quando la filosofia fa notizia non è più filosofia</title>
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		<pubDate>Sun, 31 May 2015 13:54:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un primo contributo su Torquemada del filosofo e giornalista Andrea Lugoboni. Qualche tempo fa era il New realism di Ferraris. Ora è l’antisemitismo dei Quaderni neri del filosofo Martin Heidegger a riempire le terze pagine dei giornali. La filosofia fa notizia. E il lettore subodora che dietro quel nero, quelle immagini di svastiche e braccia tese, ci sarà qualche oscuro fatto di cronaca, qualche agghiacciante delitto. D’altra parte un articolo di solito si legge perché accende fantasie e curiosità. Ma tutto ciò vale per la filosofia? Heidegger non sarebbe probabilmente d’accordo. Così scriveva alla filosofa Hannah Arendt (la sua amante]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><em><span title="U" class="cap"><span>U</span></span>n primo contributo su Torquemada del filosofo e giornalista Andrea Lugoboni.</em></p>
<p style="text-align: justify">Qualche tempo fa era il New realism di Ferraris. Ora è l’antisemitismo dei Quaderni neri del filosofo Martin Heidegger a riempire le terze pagine dei giornali. La filosofia fa notizia. E il lettore subodora che dietro quel nero, quelle immagini di svastiche e braccia tese, ci sarà qualche oscuro fatto di cronaca, qualche agghiacciante delitto. D’altra parte un articolo di solito si legge perché accende fantasie e curiosità. Ma tutto ciò vale per la filosofia? Heidegger non sarebbe probabilmente d’accordo. Così scriveva alla filosofa Hannah Arendt (la sua amante ebrea):</p>
<p style="text-align: justify">«Forse il giornalismo planetario è il primo spasimo di questa desertificazione incipiente di tutti gli inizi e della loro trasmissione»</p>
<p style="text-align: justify">La desertificazione era quella della tecnica, del dominio che l’uomo moderno voleva esercitare sul mondo attraverso il suo sapere matematico. Modernità, capitalismo, America, andavano insieme per il pensatore tedesco. Di qui la desertificazione, la dimenticanza di quel legame decisivo tra poesia e verità, quest’ultima trasformata in mezzo di controllo e asservimento. Cosa avrebbe detto quel montanaro egocentrico di Heidegger se, nella sua baita spersa nella foresta nera, avesse letto i titoli dei giornali di oggi? Proprio lui, che in Essere e tempo, la sua opera principale, aveva detto che il contrario della vera filosofia è l’affidarsi a quella curiosità, che vuol saper un po’ di tutto, senza approfondire niente. Senza fare i conti, potremmo tranquillamente continuare, con l’angoscia che prende l’uomo quando sperimenta lo spaesamento del nulla, dell’inabitabile che sta sul limite del nostro mondo di significati. E da cui il mondo stesso proviene. Può il giornalismo porsi in ascolto della verità, rifuggendo l’urgenza della notizia? Necessariamente sì, attraverso un’onestà intellettuale che racconti i fatti nella loro complessità, con un linguaggio comprensibile. Necessariamente sì, se esso tiene presente però i suoi limiti per così dire “epistemologici”. Proprio per questo necessariamente “no”, in quanto non può sostituirsi ai dibattiti degli studiosi di professione, che di solito ( ma non necessariamente) dovrebbero avere luogo nelle università. Anche la querelle heideggeriana non fa eccezione: dare giudizi troppo frettolosi sulla filosofia di Heidegger, in un articolo di giornale rischia sempre di essere fuori luogo. L’argomentazione tende sempre a essere poco precisa, e il ricorso a luoghi comuni una tentazione forte. A chi si chiede che cosa ci sia da salvare della filosofia heideggeriana oggi, si potrebbe rispondere come segue. Proprio Heidegger aveva messo in guardia dall’identificare la verità con il sentito dire, con il si dice. Questo aspetto centrale e decisivo della sua filosofia richiama ogni giornalista al suo dovere, quello di riportare fatti, pur sapendo che l’interpretazione filosofica di quelli spetta a qualcun altro (spesse volte). Ma non dimenticandosi mai, che i fatti puri, sono una pura fantasia. Ogni fatto rimanda sempre a un soggetto conoscente e al suo bagaglio di esperienze, valori e significati che costituiscono il suo modo di conoscere. Mestiere duro, quello del giornalista. Anche perché, i lettori, anche quelli che non frequentano i libri di filosofia, devono sempre capire qualcosa di ciò che sta accadendo. Un requisito che non va certo d’accordo con il carattere elitario della filosofia.</p>
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		<title>Qualcosa cambierà, vedrai? Christos Ikonomou: libri dell’Atene contemporanea</title>
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		<pubDate>Sun, 24 May 2015 12:03:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Christos Ikonomou]]></category>
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		<category><![CDATA[Il bene verrà dal mare]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura greca]]></category>
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		<description><![CDATA[In anteprima assoluta in Italia, il nostro grecista d&#8217;eccezione e carissimo amico Giacomo Leo (il nom de plume è molto vicino a quello &#8220;reale&#8221;) recensisce per Torquemada il nuovo libro dello scrittore Christos Ikonomou, &#60;&#60;Il bene verrà dal mare&#62;&#62;: uscito in Grecia lo scorso autunno, ne stiamo ancora aspettando la traduzione italiana. Per fortuna che abbiamo Leo! Dopo il successo di Qualcosa capiterà, vedrai (2010), Christos Ikonomou ha pubblicato nell’autunno scorso Il bene verrà dal mare. In attesa di vederlo anche nelle librerie italiane tentiamo uno sguardo d’insieme, provvisorio, sull’autore. Mentre i ministri del nuovo governo Tsipras fanno il tour d’Europa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><em><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>n anteprima assoluta in Italia, il nostro grecista d&#8217;eccezione e carissimo amico Giacomo Leo (il nom de plume è molto vicino a quello &#8220;reale&#8221;) recensisce per Torquemada il nuovo libro dello scrittore Christos Ikonomou, &lt;&lt;Il bene verrà dal mare&gt;&gt;: uscito in Grecia lo scorso autunno, ne stiamo ancora aspettando la traduzione italiana. Per fortuna che abbiamo Leo!</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Dopo il successo di <em>Qualcosa capiterà, vedrai</em> (2010), Christos Ikonomou ha pubblicato nell’autunno scorso <em>Il bene verrà dal mare</em></strong>. In attesa di vederlo anche nelle librerie italiane tentiamo uno sguardo d’insieme, provvisorio, sull’autore.</p>
<p style="text-align: justify">Mentre i ministri del nuovo governo Tsipras fanno il tour d’Europa per convincere i loro omologhi europei delle scelte di cambiamento che intendono fare, qualcosa già è cambiato nelle case e nei locali greci. Un clima nuovo, che è tutto fatto di speranza. Non è a caso che il sempre più popolare – in Grecia – Tsipras ha scelto questa parola-chiave: gli elettori non hanno bisogno di progetti spiegati nel dettaglio, ardui a comprendersi, ma solo sapere che qualcosa sarebbe cambiato: imboccare una nuova via era più di quanto i greci potessero sperare guardando al futuro. Insistentemente di speranza – ma non a scopo politico, è anzi uno slogan «esistenziale» per lui – parla Christos Ikonomou (Atene 1970). Traduttore dall’inglese (<strong>ha tradotto i classici Conrad e Twain, ma anche il contemporaneo Matthew Dicks e una ponderosa storia politica della Russia di Orlando Figes</strong>), è apparso sulla scena letteraria greca ormai dodici anni fa. Nel 2003 pubblicò la breve raccolta di racconti <strong><em>La donna al cancello</em></strong> (Η γυναίκα στα κάγκελα, 134 pp.), libro rimasto inedito fuori di Grecia. Già in questo prima prova si coglievano le caratteristiche che, con l’avanzare del successo di pubblico e di critica, ha riconfermato in seguito: <strong>una letteratura della contraddizione; della sofferenza</strong>; la scelta del racconto come forma unica di espressione. In questo primo libro infatti storie diversissime si intrecciavano in un caotico caleidoscopio, dove i protagonisti sono spesso persone sofferenti, nel fisico o nell’anima: <strong>donne che si trascinano zoppicanti, alcoolisti, cantanti senza voce; non credenti che interrogano straziati il Vangelo; sono persone che potete incontrare al Pireo, a Creta, a Salonicco, dovunque. È la contraddizione che, presente nella vita di tutti noi, balza all’occhio dello scrittore, più profondo, che guarda «sotto il primo strato di realtà». Non è una scrittura «profetica», come è stata definita nel 2010 all’uscita del suo secondo libro, ma una scrittura che mirava a rendere partecipe il lettore del panorama di sconfitta e tormento che si rivelava allo scrittore.</strong> Per fare questo i personaggi devono essere credibili: non potevano essere dei tormentati Amleto che sembrano cercare ‘a bella posta’ i loro problemi; dovevano essere persone vere, straziate dai tormenti del quotidiano, posti fin nella più prosaica materialità – senza via d’uscita – di fronte ai problemi latenti nella vita di ognuno. Ciò che spaventa il lettore alle prime pagine è proprio questo: la sconcertante materialità del problema; ma questa è solo l’apparenza, non è forma letteraria di un preteso materialismo dell’autore (che tiene molto a sottolineare anzi come i personaggi vivano una vita loro, non da burattini). <strong>Non è la letteratura del cuore ferito, della mente popolata di fantasmi, ma della «ferita da cui gocciola il sangue», come egli stesso l’ha definita: una ferita che si vede, si può toccare; di più: si può anche sanare.</strong> Ecco perché nel guardare avanti si trova la speranza.</p>
<p style="text-align: justify">Tesi verso il futuro sono i titoli dei suoi libri successivi: <em>Qualcosa capiterà, vedrai </em>e<em> Il bene verrà dal mare</em>. Nell’uno e nell’altro Ikonomou sceglie ancora l’economica, densa forma del racconto, dilatandolo in dimensioni e cesellandolo con sempre maggior precisione nel secondo. I racconti di <em>Qualcosa capiterà, vedrai</em> (titolo originale Κάτι θα γίνει, θα δείς, 2010; traduzione italiana di Alberto Gabrieli, Editori Riuniti 2012, 224 pp.) sono sedici, tutti compresi tra le trenta pagine del lungo <em>Mao</em> e le otto de<em> I pinguini fuori dall’ufficio contabilità</em>, e mettono a fuoco una realtà più circoscritta: sono tutti ambientati nei quartieri popolari del Pireo, tra Nikea e Drapetsona, Keratsini e Kaminia, alla periferia di Atene e periferia simbolica di tutta la Grecia<strong>.</strong> Chi era giunto ad Atene dalla periferia (come la famiglia di <em>Esci e bruciale</em> da Creta) sperando di trovare fortuna nel centro vitale della Grecia si ritrova sospinto ai margini di questo grande centro; scopre poi che <strong>la Grecia tutta è periferia</strong>: se avessero voluto salvare la mamma unica soluzione sarebbe stata andare in Germania. È questa una delle linee di contraddizione che segna i racconti. Come una collana di perle ammaccate che sbattono l’una all’altra i racconti sono legati da figure di protagonisti che tornano sullo sfondo di altre, spesso nel racconto successivo o vengono anticipati (il che è significativo di quanto coerente sia il progetto di Ikonomou, di fronte a una forma narrativa che è spesso usata proprio per disimpegnare lo scrittore dalla costruzione di un quadro rigido). <strong>Lo scrittore Nicola Lagioia, entusiastico lettore dei racconti, lo definì «una delle più toccanti cronache sulla recessione». In realtà i racconti, usciti nel pieno della bufera del 2010, erano stati scritti tra il 2004 e il 2010, cioè negli anni in cui, dopo lo spettacolare trionfo delle Olimpiadi di Atene (2004) la Grecia sembrava vivere la sua stagione migliore</strong>: i bilanci (apparentemente) a posto, il turismo fiorente, le infrastrutture costruite in vista delle Olimpiadi un asso nella manica per lo sviluppo del paese. Ma questo è, per usare un’espressione ricorrente dello scrittore, era solo «il primo strato della realtà». Come la fiumana del progresso impressiona solo da lontano, Ikonomou ha dovuto cercare la crisi esistenziale nei condomini del Pireo, ben prima che stati di indigenza tali e quali quelli vissuti dai personaggi venissero raccontati dalle parole fredde e impersonali dei rapporti statistici governativi. Il narratore non fa i conti con la classe dirigente: <strong>non è realismo o neorealismo, non scrittura di denuncia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Molti racconti sono stati estratti dalla critica da queste sedici perle come migliore frutto dell’opera. Tra questi vale la pena di ricordare il racconto eponimo, <em>Qualcosa capiterà, vedrai</em>. Questo racconto svela la matrice anti-realistica del testo. Alle frasi brevissime, da parlato quotidiano, caratterizzate da un compiacimento per l’impoetico (al punto che si potrebbe fare un lungo catalogo di improperi e volgarità, unito a continui riferimenti al denaro, alla fatica, al caldo del sudore, all’odore del fumo) si contrappone uno slancio in avanti, nel futuro. La protagonista teme di perdere la propria casa, ma è rassicurata da una scena assurda che ha visto: una storia nella storia, che si potrebbe a ragione intitolare <em>Il congiungimento dei corpi</em> (come un altro racconto del libro), quella di <strong>due ragazzi che per non lasciarsi mai si incollano tra di loro</strong>. Un personaggio non capisce questa assurdità, si vocifera siano tossicodipendenti, sono giovani e strani, è evidente: <strong>eppure per Niki, la protagonista, donna delle pulizie con uno sfratto incombente, lo slancio e il sorriso dei due, le loro poche parole, il silenzio che li avvolge li trasforma in un’ipostasi della capacità di sognare, fin nell’assurdo</strong>. La metafora del congiungimento dei corpi si fa realtà: ecco tutto il surrealismo di Ikonomou. Raccontare la realtà non basta, perché non è un giornalista; questa piccola storia, riportata da diversi personaggi del racconto, ha il sapore del mito prosaico: apre strade alla ragione anche nella sua intrinseca assurdità. Se essi sono giunti a questo atto estremo, anche Niki potrà trovare un modo per tenere la sua casa. Significativamente il finale manca quasi sempre nei racconti: <strong>sono spezzoni di vita, non conoscono i ristretti orizzonti della narrativa, con antefatto-corpo-conclusione artefatti. </strong>Il lavoro di Ikonomou si appunta sulla lingua e sulla ricerca di un senso in perenne tensione.</p>
<p style="text-align: justify"><em>Mao</em>, il racconto più lungo, è un&#8217;altra storia significativa. Ikonomou qui è abile a creare un ambiente nella mente del lettore: la figura di Mao, che sembra fin dalla nascita fisicamente estraneo al suo mondo e si autoestrania, è un baluardo contro il clima di paura che la crescente insicurezza crea nelle case. Egli si propone quando ogni altra sicurezza viene a mancare. Anche qui, è da notare, la famiglia giunge dalle isole dell’Egeo. <strong>La crudeltà e il disonore sono pervasivi: appartengono ai comportamenti degli uomini verso le donne, degli uomini con gli animali, dei gesti, delle parole, degli sguardi. </strong>La società appare frantumata in questo lungo racconto in cui il lettore si sente spaesato dal non capire chi parli. È un coro popolare la voce del racconto, voce che entra nei bar e segue Mao su e giù per le vie in cui fa la ronda, che raccoglie i continui commenti di tanti personaggi senza volto.</p>
<p style="text-align: justify">Non stupisce che questo prezioso libro abbia vinto il <em>Premio Nazionale per il Racconto in Grecia</em> e abbia ricevuto dei fondi governativi per la pubblicazione anche all’estero. Ciò segnala una notevole coscienza anche negli ambienti della critica letteraria greca del rapporto tra la crisi economica ed esistenziale e la missione della buona letteratura, che è l’unica, in tempo di crisi, che valga a muovere il nostro interesse. Di fonte a tanta produzione letteraria appiattita sul presente, che cerca solo di arrivare in testa alle classifiche di vendita per qualche settimana, <strong>il tempo della crisi, il nostro, ha bisogno di opere impegnative, che tolgano ai libri una caratteristica: l’accessorietà, l’essere utile passatempo per chi ha tempo da passare, l’inutilità. Se tutto ciò che è superfluo va messo da parte laddove viene a mancare il necessario, è anche d’obbligo cercare nella letteratura il vero necessario, l’irriducibile umano. </strong></p>
<p style="text-align: justify">Simile prova giustifica grandi aspettative nel pubblico. Non proveremo a soffocarle, ma anzi a caricarle. <strong>L’autunno scorso è infatti uscito – per ora solamente in greco</strong> – Το καλό θα ‘ρθει από τη θάλασσα (uscito a settembre 2014, per i tipi di Polis, casa editrice ateniese) che possiamo qui tradurre &lt;&lt;<strong>Il bene verrà dal mare</strong>&gt;&gt;. Si tratta di un libro molto diverso dal precedente, nato però da un’idea già concepita prima di <em>Qualcosa capiterà, vedrai</em>. <strong>Questo è il primo articolo pubblicato in Italia riguardo a questo libro: si potrebbe pensare a una stranezza. Una recensione prima del libro? In realtà è un lavoro fondamentale guardare oltre i confini del nostro paese: creare interesse intorno a un libro, un film, un’opera d’arte non ancora importata nel nostro paese è una scelta di libertà. </strong>Se ci dovessimo rassegnare a ciò che le case editrici ci offrono, non ci accontenteremmo troppo facilmente? Creare un interesse per ciò che ancora non è stato importato significa rovesciare il gioco, e <strong>ridare ai lettori il controllo della letteratura</strong>. Significa anche un&#8217;altra cosa: di fronte all’espandersi nelle librerie degli English books in lingua originale si è visto un progressivo ridursi (quando non sparire) di altre lingue originali. <strong>Di fronte all’aumentare della conoscenza delle lingue straniere sembra che solo ciò che è scritto in inglese sia però significativo, perché esso è la lingua del mondo, ci riguarda ormai tutti: gli altri paesi producono letterature esotiche a cui si dedicano pochi specialisti</strong>; sono libri che dicono qualcosa solo a chi è inserito in quella cultura. Invece è facile constatare che non è così; dovremmo invece più accostarci a paesi che geograficamente, economicamente e linguisticamente sono più vicini a noi; nel caso della Grecia e dei Balcani è poi necessario valutare il notevole impatto della cultura italiana su queste culture.</p>
<p style="text-align: justify">Giustifichiamo questo digressione: il mare da cui «verrà il bene» – così dice uno dei protagonisti – <strong>è il Mediterraneo</strong>, mare in cui è immersa buona parte del nostro paese, il mare <strong>in cui è immersa l’unica isola che fa da sfondo alle quattro storie del nuovo libro</strong>. L’isola, mai nominata nel libro, è stata riconosciuta in Serifo per via di alcuni toponimi; ma l’importante è il suo essere isola. Infatti questa sua essenza racchiude la contraddizione produttiva di tutto il libro: essa non conosce orizzonti perché da ogni parte c’è solo il piatto mare; è al contempo una trappola. La linea direttrice del libro è affatto opposta a quella di <em>Qualcosa capiterà, vedrai</em>: qui il problema è quello della migrazione interna (problema comune a molti paesi europei), che si svolge però al contrario rispetto alle vicende storiche. <strong>Mentre la storia ci segnala enormi afflussi di migranti verso Atene e la creazione di quartieri per migranti poveri come gli infiniti isolati del Pireo, qui i migranti sono arrivati su un isola dell’Egeo da Atene, da Larissa e da Salonicco, le città più industrializzate del paese. L’isola si spacca così tra due gruppi, quello degli stranieri e quello dei nativi.</strong> Al centro del libro sono proprio i rapporti conflittuali tra queste due comunità, strette nei confini dell’isola, dove – come in un laboratorio – la realtà sociale può essere osservata a livello minimo, con numeri limitati, ma traendone senso valido per comunità assai più ampie. L’opera ha raccolto numerosissime critiche positive. I quattro racconti, più lunghi dei precedenti pubblicati da Ikonomou, sono tutti legati da una trama comune. Il primo racconto, Θα σας καταπιώ τα όνειρα («Vi ingoierò i sogni») ha per protagonista <strong>Tassos</strong>, forse la figura più memorabile del libro. <strong>È un «eroe tragico» secondo lo stesso scrittore</strong>, perché, segno di contraddizione per l’isola, da straniero immigrato non si schiera nettamente con la comunità degli immigrati; sceglie di cercare una conciliazione con l’altra comunità. Questa definizione di personaggio tragico segna un notevole stacco con la produzione precedente: laddove il Pireo era popolato di personaggi grigi, senza una missione, un ideale per cui combattere (o al massimo da anti-eroi come Mao), Tassos compie una scelta eticamente vagliata di cui ha previsto i rischi; è un autosacrificio volontario. Al contempo <strong>si mantiene su un livello sociale basso: il suo scopo è vivere una vita appena dignitosa</strong>, come i personaggi di <em>Qualcosa capiterà, vedrai</em>. Diversissima è anche la marcia della lingua: questi personaggi, colti nella loro autocoscienza, necessitano di uno spazio di libera espressione che esuli dai sogni (spesso semplici azioni irrealistiche) o dalle azioni; <strong>così trovano senso densi monologhi caratterizzati da un certo lirismo, il lirismo della speranza, del non sentirsi in trappola nel passato o schiacciati dal presente. Il sogno di Tassos è l’unità della comunità; non è un sogno, è un progetto da costruire.</strong></p>
<p>Σκότωσε τον Γερμανό («Uccise il tedesco») mette a tema proprio la libertà della scelta. Questa scelta deve orientarsi liberamente, secondo il protagonista Chronis, nel bene o nel male, senza restrizioni.</p>
<p>Το Καλό θα ‘ρθει από τη θάλασσα («Il Bene verrà dal mare»), racconto eponimo della raccolta, narra la vicenda in un padre che cerca tutte le notti il proprio figlio scomparso.</p>
<p>Χαρταετοί τον Ιούλιο («Aquiloni a luglio») è quasi una favola, che nella sua apertura all’eterea leggerezza si scontra con il male terreno e la fatica del vivere. I due protagonisti fanno volare un bell’aquilone colorato con delle lanterne davanti al loro ristorante bruciato da un nemico; rifiutano di cadere nella disperazione.</p>
<p>Non diciamo oltre, sperando che questo sia bastato a caricare le attese. Attendiamo di vedere uscire tradotto per il pubblico italiano <em>Il Bene verrà dal mare</em> – attenti, il traduttore potrebbe scegliere un titolo diverso! Intanto possiamo leggere <em>Qualcosa cambierà, vedrai</em> e appuntare Ikonomou tra gli autori contemporanei di «buona letteratura»; e mentre leggiamo non potremo evitare la domanda: <strong>Cambierà qualcosa? Arriverà ‘il bene’?Da dove?</strong></p>
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		<title>Expo sì, Expo no, Expo un cavolo!</title>
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		<pubDate>Sat, 23 May 2015 17:52:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Centri social]]></category>
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		<description><![CDATA[Expo sì, Expo no, Expo un caz! – per parafrasare una vecchia canzone di Ricky Gianco. Nel mio caso è andata proprio così: assunto da Coop Lombardia a tempo determinato, sono stato licenziato ancora prima di metterci piede, a Expo. Avrei dovuto lavorare nel rutilante “Supermercato del Futuro”, avevo già completato un periodo di formazione teorica e di addestramento pratico in un Ipercoop, e mi avevano anche già dato le uniformi – stilosissime come solo noi italiani sappiamo fare, casual senza rinunciare all’eleganza. Il giorno prima dell’inaugurazione del mega evento, però, vengo convocato nella sede centrale. Ci spiace signor C.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><em><span title="E" class="cap"><span>E</span></span>xpo sì, Expo no, Expo un caz!</em> – per parafrasare una vecchia canzone di Ricky Gianco. Nel mio caso è andata proprio così: assunto da <strong>Coop Lombardia</strong> a tempo determinato, sono stato licenziato ancora prima di metterci piede, a Expo. Avrei dovuto lavorare nel rutilante<strong> “Supermercato del Futuro”</strong>, avevo già completato un periodo di formazione teorica e di addestramento pratico in un Ipercoop, e mi avevano anche già dato le uniformi – stilosissime come solo noi italiani sappiamo fare, casual senza rinunciare all’eleganza.</p>
<p>Il giorno prima dell’inaugurazione del mega evento, però, vengo convocato nella sede centrale. Ci spiace signor C. – afferma contrito il signore dell’ufficio personale – il nostro rapporto di lavoro termina qui. Il motivo? – chiedo. La Questura di Milano non le ha rilasciato il pass per accedere all’area Expo – risponde. E aggiunge: Non ne sappiamo le ragioni. Capisce che se non può entrare in Expo e noi l’abbiamo assunta per lavorare ad Expo, <strong>da parte nostra il contratto decade. Arrivederci.</strong></p>
<p>Potete immaginare la mia faccia da triglia dopo questa metaforica pedata nel sedere. <strong>Cosa mai avrò fatto di male, essendo un giovanotto incensurato?.</strong> Penso a mia madre che mi dice di tagliarmi le basette una buona volta, al fatto di preferire il nero per il mio abbigliamento (è che sono negato con l’abbinamento dei colori), al fatto di ostinarmi ad andare ai cortei e a frequentare gli spazi sociali. Qualunque sia la ragione, forse sono troppo brutto per rappresentare l’eccellenza italica oppure qualche funzionario zelante pensa che sia potenzialmente pericoloso per Expo, peraltro su basi inesistenti. Quel che è certo è che non ricevo nulla di scritto, né dall’azienda né dalla Questura. Meno male che “La Coop sei tu”.</p>
<p>Così ora mi ritrovo senza un lavoro e con un licenziamento non ben motivato. Alla faccia degli slogan su occupazione, opportunità e rilancio, nella Milano di Expo succede anche questo. <strong>Non sapevo a che santo votarmi, poi per fortuna m’è apparso San Precario.</strong></p>
<p><em>Questo articolo, comparso per la prima volta su <a href="http://www.precaria.org/" target="_blank">Precaria</a>, è stato scritto da Ugo Fosco.</em></p>
<p style="text-align: right"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/precarietà.jpg"><img class="size-full wp-image-2701 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/precarietà.jpg" alt="precarietà" width="213" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;invisibilizzazione che legittima il sessismo</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Feb 2015 22:21:18 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Inquisizione Vegana]]></category>
		<category><![CDATA[Binarismo sessuale]]></category>
		<category><![CDATA[Ecofemminismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Nei post a venire ci capiterà qualche volta di trattare tematiche legate all&#8217;ecofemminismo e ai queer studies in rapporto all&#8217;antispecismo. Pensiamo che possa essere utile per aprire ed anticipare il dibattito condividere su questa rubrica l&#8217;intervento di Michela Angelini al secondo incontro di Liberazione Generale, che si è tenuto a Verona il 24 maggio scorso. Ringraziamo l&#8217;autrice per la gentile concessione e rimandiamo, oltre che al sito del Collettivo Anguane (da dove abbiamo preso il pezzo), anche al blog della rivista di critica antispecista Liberazioni, dove è disponibile una versione ampliata dello stesso testo. In foto, il secondo matrimonio a Las]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><em><span title="N" class="cap"><span>N</span></span>ei post a venire ci capiterà qualche volta di trattare tematiche legate all&#8217;ecofemminismo e ai queer studies in rapporto all&#8217;antispecismo. Pensiamo che possa essere utile per aprire ed anticipare il dibattito condividere su questa rubrica <strong>l&#8217;intervento di Michela Angelini al secondo incontro di Liberazione Generale</strong>, che si è tenuto a Verona il 24 maggio scorso. <strong>Ringraziamo l&#8217;autrice per la gentile concessione</strong> e rimandiamo, oltre che al sito del Collettivo <a href="http://anguane.noblogs.org/?p=2368" target="_blank">Anguane </a>(da dove abbiamo preso il pezzo), anche al blog della rivista di critica antispecista <a href="http://liberazioni.noblogs.org/?p=306" target="_blank">Liberazioni</a>, dove è disponibile una versione ampliata dello stesso testo. In foto, il secondo matrimonio a Las Vegas di Mario Adinolfi, tra gli ispiratori del movimento tradizionalista <a href="http://sentinelleinpiedi.it/" target="_blank">Le Sentinelle in Piedi</a> e fondatore del quotidiano <a href="http://www.lacrocequotidiano.it/" target="_blank">La Croce</a>. </em></p>
<p><strong>Il sesso, da sempre, viene usato come pretesto per legittimare la superiorità dell&#8217;uomo sulla donna</strong>: il maschio, per natura forte e irascibile, domina famiglia, clan, stato. La femmina, per natura votata alla maternità, è relegata all&#8217;accudimento della famiglia e a ruoli che richiedano una certa empatia e propensione alla cura, come l&#8217;infermiera o la maestra. <strong>Cosa divide i maschi dalle femmine?</strong> I diversi genitali? Il diverso sistema ormonale? Le differenze cromosomiche? Oppure è solo una costruzione sociale per dividere l&#8217;umanità in oppressi ed oppressori? <strong>Il binarismo sessuale è principio organizzatore della società</strong> e la paura del potenziale sovversivo insito in ogni persona transessuale ed omosessuale è troppo forte per non essere visto come minaccia per la “normalità”.</p>
<p>Non si ha diritto ad avere un&#8217;identità legale femminile se non si è prima proceduto ad un&#8217;eliminazione dei genitali maschili. L&#8217;immagine della donna trans non operata è l&#8217;unica opzione di transessualità, accostata costantemente ad ambienti trasgressivi e al limite della legalità, cosa che rende agli occhi del pubblico la categoria “transessuali” formata da sole persone poco raccomandabili e poco affidabili. <strong>Ci insegnano che il genitore coincide con un ruolo stereotipato chiamato “madre” o “padre”</strong>, quindi automaticamente che la genitorialità omosessuale e transessuale sono inaccettabili. Non si può mettere in crisi la società sessista, preferendo l&#8217;essere sé stessi invece di adattarsi alla comune morale: <strong>alle persone transessuali è consentito rientrare nella norma rendendo il loro corpo confondibile con un corpo natio di quel sesso e alle persone omosessuali di vivere tranquillamente ad ogni livello sociale nascondendo il proprio orientamento sessuale.</strong></p>
<p><strong>Una società che vedesse convivere famiglie eterogenitoriali con famiglie omogenitoriali, monogenitoriali e famiglie allargate su quali basi fonderebbe il sessismo?</strong> Se i bambini fossero abituati fin dall&#8217;asilo a conoscere figli delle sopracitate categorie e se non esistesse alcun pregiudizio verso esse, come potrebbe essere la famiglia primo luogo dove si viene educati al sessismo? Se si potesse migrare di genere senza dover essere sottopost* a perizie psichiatriche, se i ruoli genitoriali non sono fossero più divisi in madre e padre ma unificati sotto la parola “genitore”, se l&#8217;uomo avesse la possibilità di accudire i figli neonati e la donna, neomamma, potesse lavorare e continuare a far carriera, <strong>se i bambini fossero educati in modo neutro e senza ricorrere continuamente a stereotipi di genere, cosa succederebbe alla nostra società?</strong></p>
<p>In una società senza pressione genderista, in cui tutti possono incarnare l&#8217;espressione di genere che sentono propria, in cui tutti possono essere genitore, quanti finirebbero fuori da quelle gabbie imposte dal sistema? Se ognuno potesse esprimere il proprio potenziale senza doversi continuamente confrontare con le categorie uomo -maschio- patriarca e donna -femmina- madre, <strong>su quali presupposti si reggerebbero il sessismo per essere ancora legittimato?</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>DALLE CILIEGIE AL ‘LEGGIO UMANO’: DUE RIPOSI A CONFRONTO</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Feb 2015 14:35:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Barocci]]></category>
		<category><![CDATA[Caravaggio]]></category>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e pubblichiamo l&#8217;articolo dell&#8217;amico e collaboratore Simone Pagliaro La Sacra Famiglia che si concede un po’ di sosta, stanca per il viaggio che deve portarla in Egitto, lontano da Erode e dalle sue terribili intenzioni, è uno dei temi sacri più cari alla pittura rinascimentale e non solo. Fonte canonica è senz’altro il Vangelo di Matteo (2, 13-15), ma saranno soprattutto i Vangeli apocrifi a costellare di eventi gioiosi e prodigiosi il viaggio della famiglia profuga: si tratta di un repertorio notevolmente immaginifico, che ben si adatta alla resa pittorica del racconto. Prenderemo in esame – ben consapevoli del]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " align="JUSTIFY"><em><span title="R" class="cap"><span>R</span></span>iceviamo e pubblichiamo l&#8217;articolo dell&#8217;amico e collaboratore Simone Pagliaro</em></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">La </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><b>Sacra Famiglia</b></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"> che si concede un po’ di sosta, stanca per il viaggio che deve portarla in Egitto, lontano da Erode e dalle sue terribili intenzioni, è uno dei temi sacri più cari alla pittura rinascimentale e non solo. Fonte canonica è senz’altro il </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><b>Vangelo di Matteo </b></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">(2, 13-15), ma saranno soprattutto i Vangeli apocrifi a costellare di eventi gioiosi e prodigiosi il viaggio della famiglia profuga: si tratta di un repertorio notevolmente immaginifico, che ben si adatta alla resa pittorica del racconto.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Prenderemo in esame – ben consapevoli del carattere intuitivo e personale dei commenti, che non hanno, naturalmente, alcuna pretesa d’esaustività – due celebri realizzazioni pittoriche del </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Riposo durante la fuga in Egitto</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, entrambe compiute negli ultimi anni del Cinquecento, quella di </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><b>Federico Barocci</b></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"> e quella di </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><b>Michelangelo Merisi da Caravaggio</b></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">. Si tratta di due artisti grosso modo coevi, eppure molto distanti: mentre il Barocci persegue, nella pittura di </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>historia</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, un ideale di decoro del soggetto idealizzato, Caravaggio – lo ha recentemente dimostrato, tra gli altri, Vittorio Sgarbi – sceglie di rappresentare una realtà senza finzioni. Questa sostanziale differenza, che farà precipitare il grande Caravaggio nell’oblio sostanzialmente fino agli inizi del Novecento (il Bellori lo accusa, infatti, di dipingere soggetti presi dalla strada, dalle osterie, dalle bettole che egli stesso frequenta, dissoluto com’è), emerge chiaramente dal confronto tra i due dipinti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Il </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Riposo</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"> del Barocci, che oggi si trova nella Pinacoteca Vaticana, fu commissionato al pittore da Simonetto Anastagi per la chiesa del Gesù di Perugia e fu realizzato tra il 1570 e il 1573. Una pittura evanescente, che ‘evapora’ i contorni delle cose, pone al centro Maria, lei che, con lo sguardo basso, custodisce, meditandolo in cuor suo, tutto ciò che aveva visto e udito nei giorni del parto (cfr. Lc 2, 19). Bella e aggraziata, coi capelli composti, la Madonna è colta nell’atto di riempire una piccola coppa con l’acqua del ruscello, preludio di un gesto che ripeterà il Battista, quando, raccolta l’acqua del Giordano, la riverserà sul capo di Cristo. Alle sue spalle, il vecchio Giuseppe stacca dall’albero un ramo di ciliegie scarlatte, simbolo del sangue che Gesù verserà per riscattare l’uomo dalla morte e dal peccato. Il suo manto aranciato, sollevato dal girarsi improvviso, sembra voler partecipare alla sua premura di padre legale, mentre il piccolo Gesù (in effetti, un bimbo già cresciuto), corrisponde al suo gesto con un tenero sorriso. È – forse – proprio nella tenerezza di questo sguardo che si colloca la cifra espressiva di questo dipinto, romanticamente conosciuto come </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>La Madonna delle ciliegie</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">. Un quarto attore, discosto rispetto alla Sacra Famiglia, è l’umile asinello che contempla la scena: sembra quasi pronto a portare in groppa il Cristo per il suo ingresso trionfale a Gerusalemme. È una scena idealizzata, ricca di simboli: la Bibbia rappresenta ancora il grande lessico iconografico sfogliato dagli artisti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Caravaggio dipinge il </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Riposo durante la fuga in Egitto</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"> (ora conservato a Roma, nella Galleria Doria Pamphilj) nei suoi primi anni romani, tra il 1595 e il 1596. Siamo nell’autunno incipiente, sul far della sera, nei pressi di una radura, sulla riva di un fiume. Il paesaggio rievoca i quadri di Giorgione, ma anche le atmosfere nebbiose dell’ambiente lombardo. La Madonna (probabilmente la stessa modella del quadro della </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Maddalena convertita</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">) s’è addormentata. Il suo sonno esprime la serenità d’una donna che tiene tra le braccia suo figlio, nonché la fatica del viaggio. Abbigliata di un magnifico manto rosso fuoco, abbraccia teneramente il bambino (questa volta un neonato) e appoggia il proprio viso al suo. È una donna vera, reale, una di quelle che si incontrano per strada, e stringe al suo seno un bimbo altrettanto reale; è colta nel momento in cui il sonno la pervade e la mano si lascia cadere inerte. Giuseppe, pur affaticato, rimane a vegliare sui due. È seduto sul sacco delle masserizie, con accanto il fiasco del vino. Miracolosamente appare il vero protagonista della scena, un angelo che suona il violino. Giuseppe diviene, così, un ‘leggio umano’: non contempla misticamente la figura divina, ma regge uno spartito speciale (sulla partitura è segnato, infatti, come ha dimostrato la Trinchieri Camiz, l’</span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>incipit</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"> di un mottetto di Noel Baldewijn, tratto dal </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Cantico dei Cantici</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">). Certo, il padre adottivo è colpito da quell’angelo così sensuale, che, se non avesse le ali pennute, sarebbe un altro ragazzo di strada, uno dei tanti che popolano i dipinti giovanili di Caravaggio. L’osservatore può ammirarlo di schiena, con la svolazzante tunica immacolata madida di luce. Da dietro la pianta, l’asino vigila con occhio attento, quasi umanizzato. È una scena armoniosa, carica di poesia e, nel contempo, di verità. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Nella figura del padre legale di Cristo, che in entrambi i dipinti compie un gesto ‘centrale’, è ben visibile la ‘distanza’ di Caravaggio dalla pittura del suo tempo. Da un Giuseppe tenero e sorridente, vecchio, ma ancora vigoroso ed elegante, che porge al figlio un ramo di ciliegie, si passa ad un Giuseppe che si fa leggio, dai tratti più grossolani e scavati, solcato da rughe profonde, dall’evidente stempiatura. Forse tale ‘distanza’ si legge, in particolare, in quell’umano e involontario gesto dei piedi che, callosi e reali, si sfiorano l’un l’altro per scaldarsi, quasi mossi da un brivido.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><b><img class="alignnone size-full wp-image-1727" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/carabbaggio.jpg" alt="carabbaggio" width="250" height="201" /></b></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><b>Bibliografia</b></span></span></p>
<ul>
<li><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Pierluigi De Vecchi – Elda Cerchiari</span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>I tempi dell’Arte. Dal Gotico Internazionale al Rococò</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, Milano, Bompiani, 2000.</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Vittorio Sgarbi</span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Caravaggio</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, Milano, Skira, 2005.</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Vittorio Sgarbi</span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Il punto di vista del cavallo. Caravaggio</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, Milano, Bompiani, 2014.</span></span></li>
<li><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">Gianfranco Ravasi</span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, </span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium"><i>Le meraviglie dei Musei Vaticani</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif"><span style="font-size: medium">, Milano, Mondadori, 2014.</span></span></li>
</ul>
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		<title>Zoécomunismo? Un&#8217;intervista ad Aldo Sottofattori</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2015 18:41:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inquisizione Vegana]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Sottofattori]]></category>
		<category><![CDATA[Antispecismo]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Galileo]]></category>
		<category><![CDATA[Natura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Da circa un anno vive il sito web criticadelleteologieeconomiche.net. Si tratta di un sito che presenta un solo documento, un pamphlet dal titolo “Il cannocchiale di Galileo” scritto da Aldo Sottofattori, un attivista del movimento per la liberazione animale. Il contenuto di questo libretto, però, non è dedicato agli animali, ma al modo con il quale gli umani si relazionano con il mondo. Il lavoro è originale offrendo una tesi che può essere definita certamente eretica. Ne parliamo con l’autore. Quale motivazione ti ha spinto a scrivere “Il cannocchiale di Galileo”? La disperazione. Vedo un mondo che si sta spegnendo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a circa un anno vive il sito web <strong><a href="http://www.criticadelleteologieeconomiche.net/" target="_blank">criticadelleteologieeconomiche.net</a></strong>. Si tratta di un sito che presenta un solo documento, <strong>un pamphlet dal titolo <a href="http://www.criticadelleteologieeconomiche.net/il%20cannocchiale%20di%20galileo.pdf" target="_blank">“Il cannocchiale di Galileo”</a> scritto da Aldo Sottofattori</strong>, un attivista del movimento per la liberazione animale. Il contenuto di questo libretto, però, <strong>non è dedicato agli animali, ma al modo con il quale gli umani si relazionano con il mondo</strong>. Il lavoro è originale offrendo una tesi che può essere definita certamente eretica. Ne parliamo con l’autore.</p>
<p><i> Quale motivazione ti ha spinto a scrivere “Il cannocchiale di Galileo”?</i></p>
<p>La disperazione. Vedo un mondo che si sta spegnendo sotto il peso delle sue contraddizioni e non mi do pace. Contemporaneamente ho la certezza (una certezza “soggettiva”, d’accordo…) che tutte le ricette che le èlite della specie umana, sotto ogni latitudine, tentano di attuare saranno destinate a un doloroso fallimento. Questo  è un motivo di vera angoscia per chi è stato allevato con l’assoluta fede nel progresso e, giunto nella parte finale della sua vita, vede<strong> il mondo avvitarsi in convulsioni politiche, economiche, culturali e ambientali</strong>. In particolare temo per le nuove generazioni. Loro non sanno cosa le aspetta.</p>
<p><i> La tua ultima frase, mette un po’ in apprensione; ma prima dimmi: perché hai scelto questo titolo?</i></p>
<p>Tutti conoscono la storia. Galileo, messo a punto il cannocchiale, invitò invano Bellarmino e gli altri membri del Sant&#8217;Uffizio a guardare il cosmo attraverso lo strumento. La Chiesa di allora non poteva accettare la sfida, poiché non era pronta a mettere in discussione i fondamenti &#8220;letteralisti&#8221; delle Sacre Scritture e si rifiutò di &#8220;vedere&#8221; ciò che era evidente al semplice sguardo. Analogamente, <strong>oggi i nuovi &#8220;bellarmini&#8221; ben situati nelle istituzioni politiche ed economiche del mondo non vogliono porre lo sguardo dove nuovi strumenti inducono a guardare</strong>. Insomma, mi è sembrato un titolo adeguato.</p>
<p><i> Dunque torniamo alla frase inquietante: cosa si devono aspettare le nuove generazioni dal futuro che immagino vada inteso come assai ‘prossimo’?</i></p>
<p>Niente di buono. Il motivo è semplice. La nostra vita, la vita della nostra specie intendo, dipende da come la società riproduce se stessa.<strong> La scienza che pretende di dare delle risposte, anzi, di organizzarci la vita, è l’economia. La politica svolge soltanto una funzione sussidiaria</strong> e se riceviamo l’impressione contraria è soltanto perché l’economia sembra possedere un carattere di naturalità che in realtà non le appartiene. Allora, per vedere qual è il nostro futuro, <strong>è necessario considerare cosa ci propongono le varie scuole economiche</strong>. Nel pamphlet ho usato una griglia a maglie larghe e ho descritto le allucinazioni dell’economia neoclassica, neokeynesiana e, sotto certi aspetti, neomarxista. Inoltre ho considerato anche i frammenti piuttosto inconsistenti che derivano dall’ambientalismo e dall’approccio alla “decrescita”. Bene, <strong>tutti questi modelli sono controadattativi per la specie umana</strong> (per la stramba teoria della decrescita va fatto un discorso a parte) e assolutamente fatali perché conducono l’umanità in un cul di sacco da cui uscirà soltanto a grave prezzo. Tutte queste teorie, o abbozzi di teorie non considerano un nodo assolutamente ineludibile che se non verrà riconosciuto e sciolto il tempo produrrà gravi effetti irreversibili sul piano sociale e ambientale</p>
<p><i> Quale sarebbe il nodo che ritieni “ineludibile”? </i></p>
<p>Nella storia c’è stato un punto di passaggio ricco di implicazioni. È stato quando l’umanità ha incominciato a tagliare il cordone ombelicale con la natura. Da quel momento<strong> la natura è diventata esterna all’umano, qualcosa da manipolare</strong> senza che la retroazione generata dalle sue pratiche lo riguardasse. Insomma la natura è diventata un insieme di quinte teatrali ridefinibili a piacimento dagli attori e scenografi che salivano sul palco. Qualche momento di <strong>questo passaggio è contrassegnato dall’invenzione di un termine sorprendentissimo: “animale”.</strong> “Animale”, più che una parola, è uno strumento: se ci pensiamo un attimo, serve per definire qualcosa di strumentale con il quale l’umano si autosepara da tutto il resto del vivente decidendo per sé uno statuto ontologico diverso per qualità anziché per grado. La nascita del termine “animale” traccia l’origine di un divorzio catastrofico. Ne abbiamo anche una prova nel senso comune degli umani: c’è più vicinanza tra un gorilla e un moscerino rispetto a quella esistente tra un umano e un gorilla e la parola “animale” lo certifica. Ebbene tutto questo possiede implicazioni nella stessa organizzazione sociale e i fallimenti della scienza economica l’attestano: se noi non siamo parte della natura ne consegue che le leggi che operano all’interno di essa non possiedono capacità di agire retroattivamente sulla società. Negando questo principio ci avviciniamo a un punto di catastrofe. Mi piace ricordare le ultimissime righe di un libro che tutti dovrebbero leggere: “Il Secolo Breve” di Eric Hobsbawm. In esse il grande storico ci ricorda che se cercheremo di costruire il futuro come prolungamento del presente o del passato falliremo miseramente entrando in un periodo così buio da non sapere come potremo uscirne. Dalla pubblicazione del libro ad oggi sono accadute molte cose che rendono ancora più chiari i passi che dovremo obbligatoriamente compiere. Ma questi passi obbligati, nessuno vuole compierli. Anzi, ogni scuola economica rifugge da essi come il diavolo l’acqua santa.</p>
<p><i> Quindi il Cannocchiale di Galileo costituisce un attacco alla scienza economica…</i></p>
<p><strong>Il Cannocchiale costituisce un attacco alla scienza economica così come si è costituita e come – nella prospettiva di gruppi antisistema – si vorrebbe che si costituisse.</strong> In realtà, come scrivo nell’introduzione, <strong>di una scienza economica seria ne abbiamo davvero bisogno</strong>. Da essa dipende il modo con cui la società deve riprodursi per ricercare quella felicità che costituisce lo sfondo inalienabile dell’aspirazione umana. Ma non siamo ancora a questo punto: fino a prova contraria <strong>continuo a pensare che nei dipartimenti economici delle università si insegni solo teologia.</strong></p>
<p><i> Ancora una precisazione: il tuo approccio è ecologista. Sbaglio?</i></p>
<p>Sì e no. <strong>Il mio è un approccio certamente ecologista, ma preferisco non usare questa parola</strong> perché colonizzata da umani che pur avendo e perseguendo riguardo per l’ambiente, continuano a perseverare nell’idea della separazione dell’umano dalla natura. In tal modo, qualora potessero mettere in atto le loro concezioni, reintrodurrebbero inevitabili malfunzionamenti in quella fondamentale fase rigenerativa che è la riproduzione sociale. <strong>In una conferenza, un mio caro amico, Massimo Filippi, ha introdotto di sfuggita il termine “zoécomunista” per indicare una società solidale fusa nella comunità del vivente.</strong> È un termine che mi piacerebbe si diffondesse per definire il nuovo approccio.</p>
<p><i> Cosa faresti se un economista appartenente alle scuole che hai criticato ti dimostrasse che la tesi su cui si basa il Cannocchiale è sbagliata o inconsistente?</i></p>
<p>Beh, avrebbe un solo modo per demolire seriamente la tesi del Cannocchiale: dimostrare che ogni popolazione che risiede in Occidente può vivere del suo, al massimo scambiando merci sulla base del contenuto materia-energia da esse possedute, e non su base monetaria. Inoltre dovrebbe dimostrare come, in tale contesto, sia possibile sviluppare le politiche economiche espansive auspicate anche da politici, sindacalisti, cittadini e anime belle. <strong>In questo caso potrei mangiarmi il dattiloscritto. Anzi, mi impegno a farlo se qualcuno riuscirà a dimostrarlo.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La Grecia e l&#8217;ultima chance dell&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2015 11:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esilio]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<category><![CDATA[Generazione Erasmus]]></category>
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		<description><![CDATA[Siamo sinceramente orgogliosi di pubblicare un articolo dell&#8217;amico Giovanni Carissimo: blogger, attivista e scienziato politico, panificatore. &#160; Cominciare un articolo con note autobiografiche &#8211; soprattutto se ha l&#8217;ambizione di dare qualche spunto di riflessione &#8211; non mi è mai sembrato un granché interessante. Tuttavia mi viene da fare un&#8217;eccezione, nella speranza di spiegare meglio quel che mi passa per la testa.Ho ventotto anni ed una laurea specialistica in &#8216;economia, politica e istituzioni internazionali'; oggi sono un lavoratore precario, uno dei tanti che si arrabattano. Appartengo con orgoglio a quella che certi giornalisti etichettano come &#8216;generazione Erasmus': sia nel corso degli studi che dopo, infatti, ho usufruito delle occasioni che l&#8217;Unione Europea mi]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><em><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>iamo sinceramente orgogliosi di pubblicare un articolo dell&#8217;amico Giovanni Carissimo: <a href="http://bollettinobaltico.blogspot.it/" target="_blank">blogger</a>, attivista e scienziato politico, panificatore.</em></p>
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<div id="msgText_preview223" dir="ltr">Cominciare un articolo con note autobiografiche &#8211; soprattutto se ha l&#8217;ambizione di dare qualche spunto di riflessione &#8211; non mi è mai sembrato un granché interessante. Tuttavia mi viene da fare un&#8217;eccezione, nella speranza di spiegare meglio quel che mi passa per la testa.Ho ventotto anni ed una laurea specialistica in &#8216;economia, politica e istituzioni internazionali'; oggi sono un lavoratore precario, uno dei<br />
tanti che si arrabattano. Appartengo con orgoglio a quella che certi giornalisti etichettano come &#8216;generazione Erasmus': sia nel corso degli studi che dopo, infatti, ho usufruito delle occasioni che l&#8217;Unione Europea mi ha offerto per accrescere le mie competenze e vivere in altri paesi membri. Ho svolto un tirocinio ad Amsterdam ed uno a Jerez de la Frontera (Andalusia); ho studiato all&#8217;università di Santiago de Compostela e lavorato in una biblioteca lituana con il Servizio di Volontariato Europeo (Sve). In tutti questi anni non ho mai dubitato che il mio futuro fosse saldamente radicato nell&#8217;Unione, e ho sempre sperato che l&#8217;Europa potesse in qualche modo aiutare l&#8217;Italia a superare le sue numerose anomalie (gerontocrazia, maschilismo, razzismo, clientelismo, corruzione, scollamento delle istituzioni dalle vite delle persone, ecc) e &#8211; perché no &#8211; anche aiutarla a sprovincializzarsi e diventare, finalmente, un paese più civile, più accogliente, più aperto e rispettoso delle differenze.Intendiamoci, sono stato e resto molto critico sulle scelte alla base dei trattati fondativi e della maggior parte delle azioni dell&#8217;Unione: fondamenta di tipo monetario anziché politico e sociale; scarso peso del Parlamento (l&#8217;unico corpo democraticamente eletto dai cittadini); chiusura razzista verso migranti e rifugiati provenienti dal bacino del Mediterraneo; imposizione di politiche economiche neoliberiste che, dopo aver salvato chi ha contribuito a causare la crisi, rovinano la vita della maggior parte della popolazione. La lista e le argomentazioni sarebbero molte, ma immagino ci siamo capiti (e poi non è questa la sede in cui entrare in dettaglio).È con questo spirito che, dal 22 al 26 gennaio scorsi, ho partecipato alla Brigata Kalimera, la delegazione italiana di appoggio a Syriza promossa dal gruppo di organizzazioni, partiti e pezzi di società civile che si sono riconosciuti nell&#8217;appello &#8220;Cambia la Grecia, cambia l&#8217;Europa&#8221;. Giusto per far capire meglio chi sono, preciso di non aver mai avuto la tessera di alcun un partito e di essere sempre stato attivo nei movimenti sociali, prima della scuola, poi dell&#8217;università (contro i tagli ai finanziamenti pubblici e le riforme privatizzatrici) e successivamente nel territorio in cui abito, all&#8217;interno del variegato mondo degli spazi autogestiti.Ho deciso di andare ad Atene perché non ne posso più di avere la nausea ogni volta che leggo il giornale, di avere quasi trent&#8217;anni e l&#8217;unica certezza di vivere peggio della generazione dei miei genitori. Sono volato ad Atene perché la paura deve cambiare di lato: non più tra le fila di precari, esodati, disoccupati, pensionati, lavoratori, ma tra quelle di banchieri, speculatori, grossi e grassi imprenditori e i loro tristi referenti politici, che passo a passo stanno svuotando il senso della democrazia e trasformando l&#8217;Europa in una oligarchia economico-finanziaria.</p>
<p>E con questo vengo al dunque: oggi, di fronte all&#8217;oltranzismo ottuso con cui i vertici europei insistono nel rifiutare il negoziato con il governo greco di Syriza, la mia fiducia verso l&#8217;Europa si è incrinata tanto da essere sul punto di infrangersi.</p>
<p>Non penso di essere particolarmente originale: nella mia stessa condizione ci sono milioni di giovani in tutto il continente, stretti tra disoccupazione alle stelle, lavori di merda, assenza di prospettive, precarietà occupazionale e, a cascata, precarietà esistenziale. Ne ho incontrati tanti ad Atene in quei giorni, da vari angoli dell&#8217;Unione, così come ne incontro a decine nella vita di tutti i giorni che si snoda tra Milano e il suo hinterland nord-est.</p>
<p>L&#8217;orgogliosa resistenza della Grecia ai memorandum della Troika e al dogma dell&#8217;austerità mi ha restituito una sferzata di speranza ed entusiasmo dopo anni di preoccupazione e di cupezza. La società greca ha risposto alla crisi umanitaria creata dalle politiche neoliberiste con l&#8217;autorganizzazione: una fitta rete di ambulatori e farmacie gratuiti, mense e punti di distribuzione di cibo, mercati a chilometro zero senza intermediari della grande distribuzione, comitati di opposizione agli sfratti, scuole di greco per migranti, centri culturali di quartiere ha fatto sì che il tessuto sociale non si lacerasse e che non si diffondesse la feroce e stupida ideologia della guerra tra poveri &#8211; la stessa che i nazisti di Alba Dorata e le destre identitarie del resto d&#8217;Europa stanno tentando di rendere egemone. La vittoria elettorale di Syriza non si può comprendere a fondo senza questa consapevolezza: il voto della maggioranza dei greci e delle greche è andato verso la forza politica percepita come l&#8217;unica in grado di farsi interprete ed incanalare in un cambio sistemico le istanze della società che resiste e risponde alla crisi con più democrazia (reale), più solidarietà, più partecipazione popolare. L&#8217;esatto opposto del progetto a &#8220;larghe intese&#8221; dei vari Juncker, Dijsselbloem, Draghi, Schultz, Renzi, Merkel, Hollande, Cameron, Rajoy e soci.</p>
<p>Oggi, per concludere, nei confronti della Grecia si gioca una partita che ha come posta in gioco l&#8217;ultima chance dell&#8217;Europa: l&#8217;ultima occasione di costruire un&#8217;Europa sociale che metta al primo posto le persone e non i profitti, il benessere e non i mercati. Sarà una partita lunga e dura, durissima, di cui la Grecia è solo il primo tempo, e da cui non possiamo restare fuori. Se vincerà il partito arcigno dell&#8217;austerità neoliberista non solo la Grecia, ma tutti gli altri paesi membri avranno perso, Italia in primis.</p>
<p>E a noi della &#8216;generazione Erasmus&#8217;, per non continuare a patire l&#8217;esclusione e la frustrazione sofferte fino ad oggi, probabilmente non rimarrà che la strada dell&#8217;esilio.</p>
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		<title>Liberté</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jan 2015 13:06:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Santo Uffizio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[Giornata della Memoria]]></category>
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		<description><![CDATA[Un soffio che apre il respiro. E&#8217; lo sguardo che guarda lontano. E&#8217; la parola che alza speranza. E&#8217; la critica al servizio della giustizia. Dopo il terribile episodio parigino, i leader europei e occidentali hanno marciato stretti l&#8217;uno all&#8217;altro. Fratelli di un sentire ideale che pensiamo ci tenga lontani da fanatismi e ideologie.&#8221;Je suis Charlie&#8221; scritto in bianco su fondo nero credo sia diventato la foto del profilo Facebook dell&#8217;anno. Quasi tutti siamo stati Charlie almeno per un&#8217;ora. A Parigi si. Ma a Jenin non ci va nessuno. Mi domando, leggendo questa notizia, cosa abbia a che fare la]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="U" class="cap"><span>U</span></span>n soffio che apre il respiro. E&#8217; lo sguardo che guarda lontano. E&#8217; la parola che alza speranza. E&#8217; la critica al servizio della giustizia.</p>
<p>Dopo il terribile episodio parigino, i leader europei e occidentali hanno marciato stretti l&#8217;uno all&#8217;altro. Fratelli di un sentire ideale che pensiamo ci tenga lontani da fanatismi e ideologie.&#8221;Je suis Charlie&#8221; scritto in bianco su fondo nero credo sia diventato la foto del profilo Facebook dell&#8217;anno. Quasi tutti siamo stati Charlie almeno per un&#8217;ora.</p>
<p>A Parigi si. Ma a Jenin non ci va nessuno.</p>
<p>Mi domando, leggendo questa notizia, cosa abbia a che fare la libertà di pensiero e parola con la cancellazione di una mostra in memoria della Shoah.</p>
<p>La causa: l&#8217;aver creato un collegamento simbolico fra la situazione dei bambini ebrei di allora e i bambini palestinesi di oggi.</p>
<p>I volti dei primi nel campo di concentramento di Terezin e i volti dei bambini del campo profughi Jenin. Due situazioni che &#8211; nella idea della ideatrice della mostra &#8211; testimoniano un&#8217;unica grande tragedia: i diritti negati. E i disegni poi. I disegni di anime innocenti che raccontano un&#8217;altra grande verità: i bambini, ebrei e palestinesi, hanno gli stessi sogni.</p>
<p>Non si può mai parlare della situazione palestinese. Né criticare Israele. La solita logica del tifo da stadio ci distingue in &#8220;anti-semiti&#8221; e &#8220;sionisti&#8221;. Come se fosse tutto così semplice, limpido, facile. O sei con me o contro di me.</p>
<p><em>&#8220;&#8230; si sarebbe corso il rischio di fare mal informazione e confusione su due piani storici e di consistenza differenti.&#8221; </em>sostiene l&#8217;Assessore alla Cultura della Comunità ebraica di Milano.</p>
<p style="text-align: justify">Ci è stato detto che la Giornata della Memoria è stata istituita per ricordare uno dei crimini più grandi della storia. Perché non avvenga mai più.<br />
Mi domando cosa non debba avvenire mai più. Che un intero popolo sia tenuto prigioniero, in condizioni penose, eliminato per motivazioni razziali, religiose, politiche?</p>
<p>Oppure che nessuno mai possa non dico usare violenza &#8211; mi concederete di assumere per dato il mio ripudio per essa &#8211; ma anche solo alzare la voce contro le politiche messe in atto dall&#8217;attuale governo Israeliano?</p>
<p>E&#8217; come se &#8211; bloccata da una ferita che non si rimargina mai &#8211; l&#8217;Europa faccia iniziare e finire tutto lì. Nell&#8217;istante di un evento funesto accaduto ben 74 anni fa. Quasi un secolo.</p>
<p>Non c&#8217;è alito di vento, nè orizzonte aperto. La parola è mozzata e la critica viene spenta.</p>
<p>Nessuna ragione laica in nome della quale discutere ai tavoli dei trattati. Lasci o raddoppi. Vivi o muori. Questa logica binaria non concede scampo.<br />
E la complessità delle moderne democrazie vi muore.</p>
<p>Libertà.</p>
<p style="text-align: justify"><i>Articolo di <strong>Serena Taurino</strong>.</i></p>
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