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	<title>Torquemada &#187; Michele Meroni</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Turchia, Curdi, IS: chi spara a chi?</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Aug 2015 15:47:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Decenni di faticose trattative ed estenuanti confronti per raggiungere un accordo di pace. Una decina di giorni scarsi per mandarlo nuovamente in soffitta. Triste realtà delle relazioni fra Turchia e curdi turchi, capeggiati dal Partito dei Lavoratori (PKK), normalizzatesi in un&#8217;ottica pacifica da ormai quasi due anni e ora di nuovo al capolinea.  Non è durata la tregua riconosciuta da ambo le parti nel 2013 e di nuovo svanita nel nulla dopo le turbolenze di fine luglio, che hanno provocato nuovi bombardamenti e incursioni dell&#8217;esercito turco contro basi e milizie del PKK curdo. Perché?   Il 20 luglio un attacco]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>ecenni di faticose trattative ed estenuanti confronti per raggiungere un accordo di pace. Una decina di giorni scarsi per mandarlo nuovamente in soffitta. Triste realtà delle relazioni fra Turchia e curdi turchi, capeggiati dal <strong>Partito dei Lavoratori (PKK)</strong>, normalizzatesi in un&#8217;ottica pacifica da ormai quasi due anni e ora di nuovo al capolinea.  Non è durata la tregua riconosciuta da ambo le parti nel <strong>2013</strong> e di nuovo svanita nel nulla dopo le turbolenze di fine luglio, che hanno provocato nuovi bombardamenti e incursioni dell&#8217;esercito turco contro basi e milizie del PKK curdo. Perché?</p>
<p> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-1.png"><img class="size-medium wp-image-2861 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-1-300x200.png" alt="Immagine 1" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Il <strong>20 luglio</strong> un attacco kamikaze poi rivendicato da IS provoca 20 vittime nella città curda turca di <strong>Suruc</strong>. Al confine siriano esplode la rabbia della popolazione. Nella regione della Turchia sud-orientale è ancora viva la memoria del caro prezzo con cui i curdi pagarono la vittoria contro il califfato nella città di <strong>Kobane</strong> nell&#8217;apparente indifferenza turca. Reparti dell&#8217;esercito di Ankara erano infatti schierati a poche centinaia di metri dalla città, sul confine siriano, senza per questo assumere alcun ruolo attivo nella battaglia, anche quando la situazione per i miliziani curdi appariva particolarmente critica. L&#8217;accusa: Ankara si è mostrata incapace di proteggere la popolazione se non addirittura è stata passivamente complice della strage, <strong>chiudendo un occhio sull&#8217;attività dello Stato Islamico in chiave anti-curda.</strong> Di qui, il <strong>22 luglio</strong>, l&#8217;assassinio di due poliziotti turchi, accusati di presunta connivenza con gli attentatori. La reazione del governo di <strong>Recep Tayyip Erdogan</strong> non si fa attendere: da quella  stessa settimana  hanno preso il via i <em>raid</em> contro le installazioni militari del PKK nelle montagne del nord Iraq e nel sud-est Turchia. Due anni di flebile tregua spazzati via nel giro di meno di una settimana.</p>
<p> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-2.jpg"><img class="size-medium wp-image-2860 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-2-300x202.jpg" alt="Immagine 2" width="300" height="202" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Occorre però fare un ulteriore passo indietro. Cosa sta a monte della latente tensione curdo-turca, oltre la causa prossima dell&#8217;attentato di Suruc? Non si può nascondere come gli attriti tra il governo di Ankara e i militanti curdi del PKK siano aumentati esponenzialmente dopo le elezioni tenutesi lo scorso <strong>7 giugno</strong>, in cui l&#8217;<strong>HDP</strong>, il Partito curdo ha ottenuto l&#8217;accesso in parlamento mediante il superamento della soglia di sbarramento del 10% imposta per entrare nel parlamento turco. Non solo, il crollo di consensi dell&#8217;AKP – il partito Giustizia e Libertà del primo ministro Erdogan – ha creato una situazione politica instabile: l&#8217;AKP, pur rimasto partito di maggioranza, si è visto impossibilitato a formare un governo autonomo. È di pochi giorni fa la notizia delle dimissioni di Ahmet Davbutoglu, premier incaricato dal presidente Erdogan, della formazione di un nuovo governo. Con ogni probabilità si andrà a <strong>nuove elezioni a inizio novembre</strong>. L&#8217;impasse politica ha perciò determinato un repentino cambio di strategia in politica estera del governo turco.</p>
<p> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-3.jpg"><img class="size-medium wp-image-2863 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/08/Immagine-3-300x199.jpg" alt="Immagine 3" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Di qui la duplice offensiva di Erdogan contro curdi e estremisti islamici, entrambi gruppi etichettati come terroristi dal governo turco. L&#8217;inizio di una politica aggressiva sia nei confronti del PKK che dell&#8217;IS sembra essere funzionale ad un duplice scopo nella politica estera turca. <em>In primis</em>, a vantaggio di Erdogan giocherebbe una <strong>minimizzazione dell&#8217;influenza curda</strong> nella politica interna turca, magari tornando a elezioni anticipate e sfruttando l&#8217;onda lunga del conflitto anti-curdo in chiave nazionalistica per strappare voti a destra, ottenere la maggioranza e formare un nuovo governo più saldo e autonomo a livello parlamentare. In secondo luogo l&#8217; <em>escalation</em> militare nei confronti di IS, con l&#8217;inizio di <em>raid</em> diretti e la concessione ai droni USA della base aerea di Incirlik &#8211; una strategia più aggressiva contro i miliziani dello Stato Islamico &#8211; mira a <strong>strappare ai partiti curdi</strong> quali il PKK turco, l&#8217;YPG siriano e il KRG iracheno <strong>la <em>leadership</em> nella lotta allo Stato Islamico.</strong> Il Daesh si è così tramutato da <em>“useful enemy”</em> &#8211; secondo le parole di Sinan Ulgen, esperto di politica turca – utile per limitare l&#8217;influenza curda, a nemico da colpire con forza per mettere all&#8217;angolo le ambizioni territoriali e politiche curde. Ma pur sempre utile ad affermare un ruolo della Turchia più forte nello scacchiere mediorientale.</p>
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		<title> Yemen, o Arabia Felix. Oggi poi non troppo</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2015 14:46:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bombe. Di nuovo bombe su Aden, nello Yemen. Ci si era illusi che il cessate il fuoco di cinque giorni  definito a fine maggio avrebbe partorito qualche significativa soluzione politica nell&#8217;ambito di quella che è una delle situazioni più calde dello scacchiere mediorientale. Ad oggi la guerra civile si protrae da settembre, quando il gruppo ribelle Houthi di matrice sciita costrinse il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, &#8216;Abd Rabbih Mansur Hadi al-Hadi, a fuggire dalla capitale Sana&#8217;a e a rifugiarsi nella strategica città di Aden. La presa de facto del potere da parte dei ribelli sciiti, a detta di molti]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="B" class="cap"><span>B</span></span>ombe. Di nuovo bombe su Aden, nello Yemen. Ci si era illusi che il cessate il fuoco di cinque giorni  definito a fine maggio avrebbe partorito qualche significativa soluzione politica nell&#8217;ambito di quella che è una delle situazioni più calde dello scacchiere mediorientale. Ad oggi la guerra civile si protrae da settembre, quando il gruppo ribelle Houthi di matrice sciita costrinse il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, <strong>&#8216;Abd Rabbih Mansur Hadi</strong> <strong>al-Hadi</strong>, a fuggire dalla capitale Sana&#8217;a e a rifugiarsi nella strategica città di Aden. La presa <em>de facto</em> del potere da parte dei ribelli sciiti, a detta di molti e in particolare dell&#8217;Arabia Saudita, supportati militarmente e politicamente dall&#8217;Iran, minaccerebbe il transito del traffico petrolifero nel cruciale stretto di Bal al-Mandab, tra mar Rosso e Oceano Indiano. Per contrastare questa minaccia buona parte del <strong>mondo arabo sunnita</strong>, in particolare nazioni come <strong>Marocco, Egitto, Giordania Sudan più cinque paesi arabi del Golfo</strong>, si è schierata apertamente con l&#8217;ex presidente destituito Hadi contro il nuovo ordine. Da inizio anno i bombardamenti aerei allo scopo di allontanare dalle zone calde e influenti – leggi: la capitale Sana&#8217;a e il porto di Aden – a opera della coalizione di paesi arabi a guida saudita i miliziani Houthi si sono intensificati.</p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto1-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2829" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto1-1-300x219.jpg" alt="Foto1 (1)" width="300" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Perché? Il motivo di un contrasto così deciso all&#8217;avanzata delle milizie sciite Houthi – dal nome del loro fondatore, <strong>Hussein Badr al-Din al-Houthi</strong>, morto nel 2004 in un tentativo di sommossa separatista – è il sospetto da parte dell&#8217;Arabia Saudita che dietro questa offensiva ci sia il grande nemico di Riiad, l&#8217;Iran sciita. Alcune fonti vicine all&#8217;<em>intelligence</em> saudita affermano di aver visto esponenti di spicco delle forze ribelli in visita alla città santa di Qom in Iran. Inoltre si teme per un blocco eventuale dei traffici marittimi petroliferi del <strong>Bal al-Mandab</strong>, con Teheran a giovarsi di un eventuale blocco commerciale. Riiad non vede affatto di buon occhio un&#8217;eventualità di questo genere e sta ammassando a titolo precauzionale 150.000 soldati al confine per tutelarsi.</p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto2-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2830" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto2-1-300x173.jpg" alt="Foto2 (1)" width="300" height="173" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Ma perché coinvolgere anche gli altri paesi sunniti? Perché un&#8217;egemonia iraniana forte non è vista di buon occhio questo tipo di movimenti, come l&#8217;<strong>Ansar Allah</strong> (partigiani di Dio) dei ribelli Huthi in Yemen così come si mostrano abbastanza diffidenti delle milizie sciite impiegate in Iraq e in Siria contro l&#8217;IS. Senza dimenticare che anche l&#8217;IS si è affacciato in Yemen e ha colpito il 30 marzo con autobombe moschee accusate di essere affiliate ai ribelli sciiti, considerati eretici, in quanto sciiti, dai seguaci del califfo <strong>Abu Bakr al-Baghdadi</strong>. Bisogna anche tenere a mente che vi sono numerose cellule di <strong>AQAP (<em>Al-Qaeda in the Arabian Peninsula</em>)</strong> attive <em>in loco</em>, anche se opposte alle cellule IS come <em>modus operandi</em> e principi. La situazione yemenita riflette lo stesso caso dell&#8217;Iraq e della Siria, dove le cellule IS si scontrano anche con i miliziani di al-Nusra (Al-Qaeda in Siria e Iraq) oltre che con le forze governative e curde.</p>
<p style="text-align: center"> <a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto3.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2831" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/07/Foto3.jpg" alt="Foto3" width="277" height="182" /></a></p>
<p style="text-align: justify">È chiaro che lo Yemen è un laboratorio per la risoluzione della crisi mediorientale tra Iraq e Siria perché è di fondamentale importanza capire come si evolveranno i rapporti tra le potenze di Iran e Arabia Saudita. Un accordo che bilanci le sfere di influenza e porti le due potenze al dialogo piuttosto che allo scontro armato, potrebbe beneficiare anche la <strong>lotta contro l&#8217;IS</strong>, con un impegno congiunto sunnita-sciita che ora è solo allo stato sperimentale in alcune città dell&#8217;Iraq come <strong>Ramadi e Tikrit</strong> ma che potrebbe evolvere in maniera ben più costruttiva se supportata da accordi pacifici e non scontri armati per spartirsi la travagliata area yemenita. Un tempo <strong>Arabia Felix</strong> per i romani, come sarà questa Arabia dipenderà ora da sauditi e iraniani. Dalle cui decisioni -sia detto per inciso – dipenderà anche la sorte di circa <strong>dieci milioni di persone</strong> ridotte nel paese alla fame e sull&#8217;orlo della povertà, che da un eventuale conflitto trarrebbero solo ulteriore miseria.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le onde del Mediterraneo e il naufragio della politica UE</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2015 11:58:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le onde. Il mare. Il mar Mediterraneo. Da sempre luogo di viaggi storici: migrazioni, colonizzazioni, sanguinosi conflitti. Ma anche di viaggi letterari, dove il viaggio attraverso questo mare assumeva i connotati di una vera e propria metafora di vita: vita di Odisseo, di Teseo, di Enea e tanti altri eroi. Oggi invece la metafora di una vita in viaggio si trasforma nella triste realtà di dieci, cento, mille vite di profughi perdute per sempre nei profondi fondali del mar Bianco di Mezzo, al-Baḥr al-Abyaḍ al-Mutawassiṭ, secondo la definizione araba. Sì perché vi sono oltre ad africani e asiatici, uomini dell&#8217;Africa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>e onde. Il mare. Il mar Mediterraneo. Da sempre luogo di viaggi storici: migrazioni, colonizzazioni, sanguinosi conflitti. Ma anche di viaggi letterari, dove il viaggio attraverso questo mare assumeva i connotati di una vera e propria metafora di vita: vita di Odisseo, di Teseo, di Enea e tanti altri eroi. Oggi invece la metafora di una vita in viaggio si trasforma nella triste realtà di dieci, cento, mille vite di profughi perdute per sempre nei profondi fondali del mar Bianco di Mezzo,<em> al-Baḥr al-Abyaḍ al-Mutawassiṭ</em>, secondo la definizione araba.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2680" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto1-300x174.jpg" alt="ansa - andrea acquarone - IMMIGRAZIONE:ALTRI SBARCHI A LAMPEDUSA MENTRE ARRIVA PREMIER" width="300" height="174" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Sì perché vi sono oltre ad africani e asiatici, uomini dell&#8217;Africa sub-sahariana, anche numerosi siriani e mediorientali tra le vittime. Viaggiano su catapecchie naviganti che a malapena possono essere definite imbarcazioni su cui scafisti senza scrupolo li imbarcano sotto la minaccia anche di pistole. A loro l&#8217;esito della traversata interessa relativamente se comparato al denaro incassato in precedenza all&#8217;imbarco: le ultime stime parlano di un giro di affari compreso <strong>tra i 300 e i 600 milioni di euro</strong>. A rimpinguare le casse degli scafisti nell&#8217;ultimo periodo, la massiccia affluenza di <strong>profughi siriani</strong>: più danarosi dei loro compagni di sventura africani, sono decisi a sborsare <strong>somme decisamente più alte</strong> per la traversata e creano una concorrenza anche all&#8217;interno dei gruppi di profughi. L&#8217;aumento della disponibilità di liquidi e quindi di anche di navigli su cui imbarcare profughi in continua crescita e ad una <strong>preparazione scientifica dei gruppi di scafisti</strong> &#8211; conoscono le leggi europee e le regole di Frontex &#8211; ha portato il fenomeno a raggiungere picchi drammatici. Picchi che se dovessero perdurare nella loro intensità porterebbero, secondo le stime, porterebbero a <strong>30.000 morti</strong> nel Mediterraneo quest&#8217;anno. E questo apre questioni che interessano tanto l&#8217;Europa al suo interno ma anche nei suoi rapporti con i paesi limitrofi.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2681" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto2-300x197.jpg" alt="Foto2" width="300" height="197" /></a></p>
<p style="text-align: justify">In primo luogo manca da mesi a questa parte una chiara visione europea d&#8217;insieme. Il <strong>deficit di politica estera</strong> dell&#8217;Unione Europea è messo spietatamente a nudo da situazioni come questa, dove a singoli stati – leggi: Italia &#8211; è richiesto di gestire situazioni che richiedono una visione più d&#8217;insieme e a lungo termine e meno basata sull&#8217;efficienza individuale dello stato, mentalità dominante nei paesi nordici tra cui, non ultima, quella <strong>Germania</strong> che è ad ora punto centrale e fulcro della politica europea. Il deficit di lungimiranza politica vede come conseguenza immediata un affollamento sopra ogni norma di buon senso e igiene di centri accoglienza di un solo paese, quando da tempo &#8211; correva l&#8217;anno 2013 &#8211; paesi nordeuropei come la Svezia hanno annunciato la concessione di asilo indiscriminata per i profughi siriani. Ma la contraddizione in termini è che ben poco viene fatto per favorire la mobilità dei profughi nel territorio europeo, permettendo loro di trovare rifugio e sistemazione. E questo fomenta in paesi come l&#8217;Italia i populismi di chi è stufo di vedere il proprio paese essere l&#8217;unico ad assumersi l&#8217;onere dell&#8217;emergenza, tuonando <strong>&#8216;rispediamo indietro i barconi&#8217;</strong>. Tutto questo in barba alla norma internazionale del <strong>non-refoulement</strong> che impedisce di rispedire i migranti dai paesi in cui in pericolo non erano solo le loro sostanze ma anche la loro stessa vita.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto3-1.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-2684" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto3-1-300x134.png" alt="Foto3 (1)" width="300" height="134" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La mancanza di una <strong>foreign policy</strong> europea, un comune indirizzo politico nelle relazioni internazionali condiziona pesantemente la risoluzione di crisi come quella che attualmente attanaglia il Mediterraneo. Una miopia così pesante rischia di impedire di vedere l&#8217;evidente connessione tra la mala gestione della crisi siriana con conseguente appoggio dei &#8216;<strong>ribelli moderati</strong>&#8216;, avvento dello Stato Islamico, massacri a carattere etnico e religioso e <strong>crisi libica</strong> con l&#8217;eliminazione del <strong>colonnello Gheddafi</strong>. Perché l&#8217;Occidente in senso lato e l&#8217;UE nello specifico ha sempre fondato finora la propria politica mediterranea sull&#8217;appoggio di regimi più o meno autoritari &#8211; <strong>Ben Ali</strong> a Tunisi e <strong>Hosni Mubaraq</strong> al Cairo &#8211; in grado di garantire un minimo standard di sicurezza anche sulle transizione migratorie nel Mediterraneo. Tutto questo è venuto meno con l&#8217;avvento delle primavere arabe, che però non hanno portato agli sperati risultati di democratizzazione pura come ipotizzato in Occidente. Semplicemente la mancanza di uomini forti al potere ha frantumato l&#8217;unità politica &#8211; ora in Libia ci sono ben due governi- degli stati della sponda sud del Mediterraneo. Non si è capito come e dove queste transizioni potessero portare Egitto, Tunisia e Siria. Si è pensato che questi paesi potessero democratizzarsi da sé, né più né meno dei paesi occidentali. Non si è mai pensato che per via della cultura e della mentalità differente degli ambienti tunisino, egiziano e siriano le soluzioni democratiche potessero non contemplare le medesime categorie di pensiero europeo. Nessun appoggio a forme di governo diverse da quelle già in voga in Europa, insomma.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto4.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2682" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/05/Foto4-300x199.jpg" alt="Foto4" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Questo vuoto decisionale nelle relazioni internazionali senza l&#8217;appoggio convinto a leader di paesi della primavera araba autonomi ha creato una pericolosa inversione di tendenza che, vuoi per ragioni di sicurezza dovuta all&#8217;eccessivo caos post-crollo di regimi e all&#8217;incapacità di governi &#8211; vedi Morsi in Egitto &#8211; sia di controllare la sicurezza e proporre soluzioni credibili ha portato al ritorno, in particolare in Egitto, a regimi più stabili ma al tempo stesso militarizzati e poco democratici. Per reinterpretare la situazione che ora si è creata urge una seria riflessione in merito a una politica estera comune e poi in merito alla risoluzione delle crisi siriana e libica. Forse un compromesso è possibile, ma senza cercare di imporre un modello predefinito o calato dall&#8217;alto, bensì adattandosi di volta in volta alle esigenze del paese. Perché, le democrazie in Europa non sono forse nate così?</p>
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		<title>Solo i paesi islamici possono sconfiggere l&#8217;IS. Ecco perché</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2015 14:41:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le rappresaglie più decise, dure e rapide contro l&#8217;uccisione di ostaggi da parte dell&#8217;IS sono arrivate dai paesi musulmani. Non dagli Stati Uniti, né da alcuna nazione europea. L&#8217;uccisione del pilota giordano Muath al-Kasasbeh e la decapitazione di ventuno lavoratori egiziani copti presenti in Libia non sono passate impunite. I governi di Amman e del Cairo si sono mostrati risoluti nell&#8217;attuare la rappresaglia a fronte della sorte toccata ai propri cittadini. Nel giro di poche ore bombardieri e caccia sono decollati dall&#8217;Egitto e dalla Giordania alla volta di Libia e Siria dove hanno bombardato installazioni militari dei jihadisti dello Stato]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>e rappresaglie più decise, dure e rapide contro l&#8217;uccisione di ostaggi da parte dell&#8217;IS sono arrivate dai paesi musulmani. Non dagli Stati Uniti, né da alcuna nazione europea. L&#8217;uccisione del pilota giordano <strong>Muath al-Kasasbeh</strong> e la decapitazione di ventuno lavoratori egiziani <strong>copti</strong> presenti in Libia non sono passate impunite. I governi di Amman e del Cairo si sono mostrati risoluti nell&#8217;attuare la rappresaglia a fronte della sorte toccata ai propri cittadini. Nel giro di poche ore bombardieri e caccia sono decollati dall&#8217;<strong>Egitto</strong> e dalla <strong>Giordania</strong> alla volta di Libia e Siria dove hanno bombardato installazioni militari dei jihadisti dello Stato Islamico. Forze speciali egiziane hanno attaccato direttamente miliziani dell&#8217;IS, facendo morti e prigionieri. Il medesimo intervento di forze speciali è stato minacciato dalla Giordania. Nei paesi arabi come mai da mesi a questa parte nella lotta all&#8217;<strong>IS</strong> si sono levate forti e nette voci a condanna dei jihadisti. Il rettore dell&#8217;<strong>Università di Al-Azhar</strong> del Cairo, una delle massime autorità del mondo musulmano sunnita, ha parlato di <strong>“crocifissione, decapitazione e mutilazione”</strong> quale esemplare punizione per i miliziani dell&#8217;IS.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Foto_1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1983" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Foto_1-300x200.jpg" alt="Foto_1" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Se in un primo momento erano i paesi occidentali a perseguire una politica che contemplasse anche l&#8217;opzione militare, ora sono i <strong>paesi musulmani</strong> in quanto coinvolti direttamente dalla morte di loro connazionali, a prendere l<strong>&#8216;iniziativa in campo militare</strong> e a invocare a gran voce <strong>vendetta</strong> contro gli assassini. E se un&#8217;iniziativa militare decisa e una aperta <strong>condanna</strong> nei confronti dell&#8217;IS arrivano da paesi esponenti di quella religione stessa che i miliziani si vantano di professare e porre a fondamento delle loro azioni, allora la carica ideologica che colpisce lo Stato Islamico è di <strong>peso specifico molto superiore alle bombe</strong> sganciate da qualsiasi aereo della coalizione a <strong>guida occidentale</strong>. La guerra impostata dall&#8217;IS è ideologica, proprio come ideologica è la denominazione dello stato, che si auto-definisce fondato sui precetti della religione islamica e fa della propaganda mediante audio- e video-messaggi il fulcro della sua azione. Un&#8217;azione fortemente mediatica, cui una risposta altrettanto mediatica (vedi <strong>re Abdullah di Giordania</strong>, fotografato in assetto di guerra e alla guida dei bombardamenti contro l&#8217;IS), condita da uno stroncamento da autorevoli esponenti dell&#8217;Islam può infliggere un duro colpo nel breve termine.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Foto_2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1984" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/Foto_2-300x290.jpg" alt="Foto_2" width="300" height="290" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Ma nel<strong> medio e lungo termine</strong>? È lecito domandarsi se i governi di Giordania ed Egitto perseguiranno in maniera sistematica la lotta allo stato islamico o si limiteranno ad una rappresaglia di <strong>forte impatto mediatico</strong> ma di <strong>scarsa efficacia a lungo termine</strong>. La forte delegittimazione subita dallo Stato Islamico agli occhi del mondo musulmano fa pensare come un <strong>coinvolgimento sistematico dei paesi musulmani</strong> possa costituire la chiave di volta per una svolta nel conflitto mediorientale. Per sradicare l&#8217;opinione che siano solo i civilizzati paesi occidentali a poter affrontare, colpire e sconfiggere la barbarie che caratterizza lo Stato Islamico. Per eliminare la convinzione che lo Stato Islamico abbia in realtà un qualche legame fondato con l&#8217;Islam o che sia peggio ancora legittimato dal mondo musulmano e dalle sue massime autorità e governi.</p>
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		<title>La jihad anti-istruzione di Boko Haram</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Feb 2015 12:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venite a scuola solo per prostituirvi. Quindi cosa ci fate ancora qui, a scuola? È il 14 aprile a Chibok, una piccola cittadina nella provincia di Borno, nel nord-est della Nigeria. A parlare sono i guerriglieri di Boko Haram alle oltre 200 studentesse appena prese in ostaggio. Oggigiorno non si sa molto di più sulla loro sorte, solo che alcune coraggiose – circa una quarantina &#8211; sono riuscite a scappare saltando dai camion dove erano state caricate per essere portate chissà dove ed essere oggetto di chissà quale destino. “Le venderemo e le faremo sposare” ha candidamente osservato il leader]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><em><span title="V" class="cap"><span>V</span></span>enite a scuola solo per prostituirvi. Quindi cosa ci fate ancora qui, a scuola?</em> È il 14 aprile a <strong>Chibok</strong>, una piccola cittadina nella provincia di Borno, <strong>nel nord-est della Nigeria</strong>. <strong>A parlare sono i guerriglieri di Boko Haram alle oltre 200 studentesse appena prese in ostaggio</strong>. Oggigiorno non si sa molto di più sulla loro sorte, solo che alcune coraggiose – circa una quarantina &#8211; sono riuscite a scappare saltando dai camion dove erano state caricate per essere portate chissà dove ed essere oggetto di chissà quale destino. “Le venderemo e le faremo sposare” ha candidamente osservato <strong>il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau</strong>. Come una macchina nuova da vendere al miglior offerente. Una macchina da figli. Shekau e il suo gruppo concepiscono unicamente la figura femminile come dedita ai lavori di casa e all&#8217;allevamento dei figli e <strong>rigettano pertanto ogni forma di istruzione femminile e più in senso lato ogni tipo di educazione occidentale</strong>. In questo caso – avrebbero detto gli antichi romani – nomen omen: Boko sta per “istruzione occidentale” e haram per “proibita” in lingua Hausa, il dialetto nigeriano più diffuso.</p>
<p style="text-align: justify">Obiettivo dichiarato del gruppo terroristico è sradicare l&#8217;educazione di tipo occidentale introdotta nel paese con<strong> l&#8217;arrivo degli inglesi nel 1903</strong>, sfruttando un sentimento popolare che spesso la vede connessa non solo con il ricordo – negativo – del passato coloniale ma anche con <strong>l&#8217;immagine del governo di Goodluck Jonathan, in preda alla corruzione</strong>. Alla corruzione si aggiunge la povertà del nord del paese, lontano dai ricchi giacimenti di petrolio del sud e l&#8217;ignoranza diffusa. Povertà che viene sfruttata dai terroristi come base per l&#8217;arruolamento di volontari kamikaze: <strong>alle famiglie dei kamikaze viene infatti accordato un congruo compenso per l&#8217;atto di eroismo del loro congiunto</strong>. Non ultimi sono i raccapriccianti episodi di bambine kamikaze nei mercati di Maiduguri e Posko, nella provincia di Borno.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/boko-haram.jpg"><img class="wp-image-1495 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/boko-haram-300x179.jpg" alt="Boko Haram" width="362" height="216" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Sin dalla sua nascita nel 2002 con <strong>l&#8217;ex leader (defunto nel 2009) Muhammad Yusuf</strong>, il gruppo ha promosso lo studio nelle scuole coraniche come forma unica di istruzione e limitata ai bambini di sesso maschile. <strong>Oltre all&#8217;istruzione coranica unica, due sono gli altri punti fondamentali del programma del gruppo: il rispetto della Shari&#8217;a come unica forma di regolazione giuridica e la fondazione di un califfato islamico</strong>. Dal 2009, con la morte di Yusuf e l&#8217;avvento di Shekau si è avuto una progressiva escalation violenta nella strategia di condotta del gruppo, in precedenza avvezzo ad azioni prevalentemente di guerriglia. Ora il modus operandi è completamente diverso: le diverse cellule, fortemente autonome tra loro e decentrate rispetto al comando centrale, operano non solo mediante l&#8217;estensione delle classiche tattiche di guerriglia come la<em> hit-and-run</em> (mordi e fuggi) su vasta scala, ma anche tramite l&#8217;uso di <em>IED</em> (<em>Improvised Explosive Devices</em>) contro obiettivi sia civili che militari, ordigni esplosivi improvvisati, rapimenti di massa finalizzati al pagamento di un riscatto, attentati kamikaze. <strong>L&#8217;epicentro di questa carneficina è la provincia nord-orientale di Borno, al confine con Ciad, Camerun e Niger</strong>, dove nei primi giorni di gennaio si è registrata una spietata operazione di pulizia etnica nei pressi del lago Ciad, in particolare nella città di Baga, con oltre 2000 morti secondo le fonti non ufficiali. Tantomeno lascia illusioni sul prosieguo della strategia del terrore il fatto che gli uomini di Abubakar Shekau abbiano rilasciato di 28 degli 80 ostaggi fra donne e bambini rapiti lo scorso 15 gennaio.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/boko-haram-logo.png"><img class=" wp-image-1496 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/boko-haram-logo-300x205.png" alt="boko haram logo" width="348" height="238" /></a></p>
<p style="text-align: justify">I dati dell&#8217;offensiva di Boko Haram sono eloquenti: <strong>oltre 3.300 morti lo scorso anno solare, 2.000 solo con la strage di Baga all&#8217;inizio dell&#8217;anno solare, famiglie distrutte e disperse, studenti trucidati nei dormitori come a Buni Yaga, sempre nella provincia di Borno,crollo delle iscrizioni alle scuole nella provincia (da 24 000 a 5 000 iscritti) e più di cento istituti chiusi per timore di atti violenti</strong>. L&#8217;emergenza è totale, dal campo umanitario, con migliaia di profughi in fuga verso i vicini Camerun, Niger e Ciad. Il governo nigeriano sembra invece fin troppo tranquillo e fiducioso a riguardo della questione, forse si sta preoccupando maggiormente per la salvaguardia dalla violenza delle prossime elezioni, in programma il prossimo 14 febbraio. Ma se i bambini nigeriani verranno lasciati a se stessi, indifesi non solo dalle truppe ma dalla prospettiva di una educazione che atrofizzi i loro neuroni ripetendo acriticamente versi del Corano senza formarsi una coscienza pensante, non ci sarà da sorprendersi della continua proliferazione di movimenti come Boko Haram, che hanno nella povertà, nella paura e nell&#8217;ignoranza i loro migliori amici.</p>
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		<title>Tunisia: quando una rondine non fa primavera   </title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2015 19:01:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Meroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ricorreva ieri il terzo anniversario della fuga in Arabia Saudita del dittatore di Tunisia Ben Ali, allontanatosi dal paese in seguito ai disordini scoppiati nel paese nel dicembre 2010. In quei giorni il suicidio dell&#8217;ambulante tunisino Mohamed Bouzizi, immolatosi con la benzina il 17 dicembre 2010 nella città di Sidi Bouzid contribuì a gettare ulteriore benzina sul fuoco della rabbia popolare nello stato nordafricano. Il malcontento popolare, già latente per le continue e violente repressioni contro il dissenso attuate dal regime del generale Ben Ali, ulteriormente rinfocolato dalla forte inflazione che andò a colpire i prezzi dei generi alimentari, esplose]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify;"><span title="R" class="cap"><span>R</span></span>icorreva ieri il terzo anniversario della fuga in Arabia Saudita del dittatore di Tunisia Ben Ali, allontanatosi dal paese in seguito ai disordini scoppiati nel paese nel dicembre 2010. In quei giorni il suicidio dell&#8217;ambulante tunisino Mohamed Bouzizi, immolatosi con la benzina il 17 dicembre 2010 nella città di Sidi Bouzid contribuì a gettare ulteriore benzina sul fuoco della rabbia popolare nello stato nordafricano. Il malcontento popolare, già latente per le continue e violente repressioni contro il dissenso attuate dal regime del generale Ben Ali, ulteriormente rinfocolato dalla forte inflazione che andò a colpire i prezzi dei generi alimentari, esplose in maniera definitiva. Le manifestazioni di piazza dilagarono in tutto il paese, e ancorché duramente represse, a poco a poco sgretolarono le fondamenta del potere del regime tunisino.  I disordini interni alla società civile tunisina sono stati ritenuti comunemente i primi segnali del cosiddetto fenomeno delle “primavere arabe”, una serie di rivolte che hanno coinvolto tra l&#8217;altro paesi come Libia, Egitto, Siria, Yemen oltre che la Tunisia stessa. Ben Ali e la sua consorte Leila Trabelsi furono costretti alla fuga all&#8217;alba del 14 gennaio 2011 in Arabia Saudita, da dove non sono mai stati più estradati. Sulla testa dell&#8217;ex-dittatore tunisino, salito al potere nel 1985 con l&#8217;avallo delle autorità occidentali (in particolare italiane), pendono due condanne definitive a 35 anni per corruzione e appropriazione indebita nonché un ergastolo per la corresponsabilità nell&#8217;uccisione di 43 manifestanti durante le manifestazioni esplose in numerose piazze tunisine. Piazze che si sono tornate a riempire in occasione delle celebrazioni per la vittoria alle ultime elezioni del partito secolare Nidaa Tounes ( di Tunisia) sul partito di ispirazione islamica Ennahda, che ha governato il paese dal 2011 ad oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/zine-el-ben-ali.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-840" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/zine-el-ben-ali-226x300.jpg" alt="zine-el-ben-ali" width="226" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il quadro politico tunisino sembra ad un significativo punto di svolta dopo la doppia vittoria del partito laico alle elezioni parlamentari di ottobre e al ballottaggio delle presidenziali di dicembre che hanno visto l&#8217;insediamento del loro leader Beij Caid Essebsi (a destra nella foto) su Moncef Marzouki (a sinistra), presidente uscente nonché noto esponente per i diritti umani eletto come presidente di unità nazionale nel 2011, immediatamente dopo la caduta del regime. Essebsi, un ottantottenne con alle spalle un ruolo attivo nel regime di Ben Ali, ha avuto il merito di reinventare la propria figura politica come tecnocrate di esperienza e di porsi alla guida di un movimento laico in contrapposizione al nascente movimento islamista Ennahda. In questo senso la vittoria di Essebsi incarna la medesima tendenza al rifiuto del governo di partiti di matrice islamista sovrapponibile al ritorno al potere dei generali in Egitto con la figura di Mohammed al-Sisi, dopo la breve parentesi targata Morsi-Fratelli Musulmani. Il rifiuto dell&#8217;islamismo politico si sta rivelando una costante delle esperienze delle cosiddette “primavere arabe”, dove per timore di degenerazioni violente si sta tornando a preferire l&#8217;ottica che veda restringere le libertà del cittadino in cambio di maggior sicurezza e <em>de facto</em> il ritorno ai regimi militari precedenti le primavere arabe.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Essebsi-Marzouki.jpg"><img class="size-medium wp-image-841 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Essebsi-Marzouki-300x153.jpg" alt="Essebsi-Marzouki" width="300" height="153" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La vittoria del partito di Essebsi ha di fatto posto fine all&#8217;era di governi turbolenti a guida del partito islamico Ennahda Le continue proteste per l&#8217;incapacità del partito islamico a far fronte ai fenomeni di corruzione e insicurezza generale culminati nell&#8217;esplosione della violenza terroristica in alcune regioni tunisine da una parte e nell&#8217;omicidio dei due deputati dell&#8217;opposizione dall&#8217;altro hanno contribuito alla caduta nell&#8217;ottobre 2013 alla caduta del governo di Ennahda e alla nascita del governo di unità nazionale presieduto da Mehdi Jomaa. Governo che ha contribuito a promulgare una nuova costituzione nel gennaio 2014 e una nuova legge elettorale approvata nel maggio 2014.  Con la riforma del sistema elettorale si sono presentate novità di peso nella strutturazione dei partiti, laddove è stata imposta per legge la parità di quote (50% -50%) fra donne e uomini candidati. Questo ha imposto ai partiti la necessità di confrontarsi con la condizione femminile delle donne tunisine che, benché comunemente ritenute le più istruite del mondo arabo, ancora faticano ad emergere. Faticano ad emergere a livello politico anche per i meccanismi della legge elettorale tunisina, che presenta un proporzionale puro senza premi di maggioranza che certo non favorisce le già poche donne capolista nel neonato sistema partitico del paese magrebino. Tanto che sono state lette più donne (3) nel partito islamico che nel partito di Essebsi (una sola). Un paradosso. Ma le donne tunisine faticano ad emergere a livello giuridico in quanto la costituzione ha stabilito che i diritti delle donne siano “complementari” ai diritti dell&#8217;uomo. Un sostanziale passo indietro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Tunisia.jpg"><img class="size-medium wp-image-842 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/Tunisia-300x168.jpg" alt="Tunisia" width="300" height="168" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;interrogativo più urgente riguarda ora la formazione del nuovo governo. Dato che Nidaa Tounes non ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi ma solo il 37% dei consensi totali, dovrà necessariamente accordarsi con altre forze politiche. Determinante capire quale sarà la composizione della coalizione di governo, se vi sarà o meno l&#8217;inclusione del partito islamico Ennahda in una sorta di governo di unità nazionale, oppure si perseguirà una strategia di contrapposizione fra il fronte laico-secolarista, che vanta tra le sue file anche ex esponenti del regime di Ben Ali, e il fronte islamista. Da capire anche che ruolo deciderà di giocare Slim Riahi, imprenditore con la nomea di &#8216;Berlusconi di Tunisia&#8217; che ha ottenuto il 4,8% dei voti. Il ruolo che l&#8217;Occidente deciderà di giocare o meno nel sostegno a Essebsi (come accaduto in passato con Ben Ali) e al suo governo sarà determinante al pari l&#8217;inclusione del partito Ennahda nell&#8217;esperienza di governo. L&#8217;eventuale esclusione del partito islamista potrebbe certamente portare maggiore omogeneità nel raggruppamento governativo, magari forte di forze come quelle del centro ancora legate al passato regime, e maggiore stabilità e sicurezza nel paese, cosa che Ennahda e i suoi governi hanno dimostrato a più riprese di non essere in grado di dare. Il prezzo da pagare per una apparente pacificazione nell&#8217;area sembra costituito dall&#8217;esclusione dell&#8217;Islam dal potere secolare. Esclusione che rischia però di precludere l&#8217;apertura di uno spiraglio nella ricerca di una via araba alla democrazia che tenga conto delle peculiarità dell&#8217;area nordafricana. Si rischia che la rondine delle rivolte anti-Ben Ali abbia cantato invano, senza aprire la strada ad una vera primavera di mutamento del quadro sociale prima ancora che politico dei paesi arabi.</p>
<a href="http://www.torquemada.eu/2015/01/15/tunisia-quando-una-rondine-non-fa-primavera/#gallery-829-1-slideshow">Clicca per vedere lo slideshow.</a>
<p style="text-align: right;"><i>(Foto di Marco Castaldelli)</i></p>
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