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	<title>Torquemada &#187; Giuseppe De Lorenzo</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>L&#8217;ambientalismo ci sta rovinando</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2015 19:40:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chiamatela pure sindrome della botte piena e della moglie ubriaca. In termini tecnici si chiama NIMBY (Not In My Back Yard, cioè non nel mio cortile): l&#8217;insieme &#8211; spesso numeroso &#8211; di persone che protestano contro centrali elettriche, piattaforme petrolifere e ogni sorta di infrastruttura di interesse pubblico che debba attraversare la propria città o regione. Se c&#8217;è il minimo rischio possa inquinare, fatela da un&#8217;altra parte. Questa malattia ha investito in maniera preponderante i movimenti ambientalisti. In particolar modo su un tema cardine della vita economica della società europea, cioè l&#8217;Energia. Senza elettricità non andremmo molto lontano. Chi sta]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>hiamatela pure sindrome della botte piena e della moglie ubriaca. In termini tecnici si chiama <strong>NIMBY</strong> (Not In My Back Yard, cioè <em>non nel mio cortile</em>): l&#8217;insieme &#8211; spesso numeroso &#8211; di persone che protestano contro centrali elettriche, piattaforme petrolifere e ogni sorta di infrastruttura di interesse pubblico che debba attraversare la propria città o regione. <strong>Se c&#8217;è il minimo rischio possa inquinare, fatela da un&#8217;altra parte.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Questa malattia ha investito in maniera preponderante i movimenti ambientalisti. In particolar modo su un tema cardine della vita economica della società europea, cioè l&#8217;Energia. <strong>Senza elettricità non andremmo molto lontano</strong>. Chi sta leggendo queste righe non potrebbe farlo, se non avesse di che alimentare il suo computer o lo smartphone. Senza elettricità dovremmo tornare a conservare il cibo nelle cantine a suon di sale, pepe e metodi per affumicare la carne. Di energia viviamo: il problema risiede nel come generare la corrente di cui abbiamo bisogno. <strong>Perché produrne è inquinante. Molto. E qui casca l&#8217;asino</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/BUNGA_KELANA_3-scontro-a-Singapore-petrolio-in-mare1.jpg"><img class="alignleft wp-image-2537" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/BUNGA_KELANA_3-scontro-a-Singapore-petrolio-in-mare1-300x146.jpg" alt="BUNGA_KELANA_3-scontro-a-Singapore-petrolio-in-mare1" width="447" height="219" /></a>In un recente libro intitolato <strong>&#8220;Nuove Energie&#8221;, Giuseppe Recchi,</strong> presidente dell&#8217;Eni, si scaglia contro Europa ed ambientalisti, rei di aver <strong>ideologicamente sbarrato la strada a tutti gli idrocarburi</strong> in nome della riduzione delle emissioni e dell&#8217;<strong>inutile rincorsa alle fonti rinnovabili</strong>. Il terrorismo mediatico e l&#8217;incapacità politica dei molti governanti europei ha reso l&#8217;Europa fanalino di coda del mondo industrializzato, per il semplice fatto di essersi castrata volontariamente nel punto più dolente dei processi di crescita economica: la disponibilità di risorse energetiche a basso costo per le imprese e per le famiglie, costrette le une a non poter competere con le altre aziende straniere e le altre a pagare una sovrattassa energetica che riduce i consumi.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>In Europa paghiamo l&#8217;energia più cara del mondo</strong>. Più degli USA e in misura molto maggiore di quanto non possa fare un imprenditore in Cina e in Brasile. I motivi sono semplici: corsa sfrenata alle rinnovabili, recessione economica e ricorso crescente al carbone (più inquinante, ma enormemente più vantaggioso).</p>
<p style="text-align: justify">Tutto nasce dalla decisone assunta dalla <strong>Commissione europea</strong> di porsi come obiettivo il raggiungimento di una cometa, sperando di poterci arrivare con un aquilone. Nel 2009 è stato stabilito <strong>l&#8217;obiettivo 20/20/20:</strong> ridurre del 20% le emissioni di gas serra, aumentare fino al 20% la quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili e aumentare del 20% l&#8217;efficienza energetica. Tutto bello, ma utopico e dannoso. Soprattutto per via delle medicine che sono state sottoposte ad un paziente impreparato a riceverle: <strong>enormi incentivi economici alle rinnovabili</strong> (10 miliardi complessivi in Italia che pesano sulla bolletta di tutti i cittadini per un 18%) e la creazione nel 2005 dell&#8217;<em><strong>Emission Trading System.</strong> </em>Un &#8220;mercato dell&#8217;inquinamento&#8221;: se vuoi inquinare devi pagare, acquistando quote di emissioni di gas serra.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>I risultati, come detto, non sono stati quelli sperati.</strong> Con la crisi economica la quantità di energia richiesta dalle imprese in deficit di produzione si è ridotta e quindi l&#8217;offerta quote presenti nel mercato ha superato la richiesta. Inquinare costava sempre meno ed investire sul carbone diventava relativamente più vantaggioso. <strong>È così che la generazione elettrica a carbone è aumentata dal 37% nel 1990 al 41% nel 2011.</strong> Nonostante, anzi, grazie alle politiche ambientaliste.</p>
<p style="text-align: justify">Chiariamo. <strong>L&#8217;attenzione verso la sostenibilità ambientale dell&#8217;attività economica è indubbiamente positiva</strong>. Ma occorre affrontare la questione con spirito razionale, non ideologico. Quell&#8217;ideologia che ha pervaso è tuttora alimenta le lotte ambientaliste e localiste in tutta Europa. L&#8217;ideologia, appunto, della moglie ubriaca e della botte ancora piena. Perché chi protesta contro petroliere, centrali a carbone, centrali a gas e chi più ne ha più ne metta (ma ho assistito anche a manifestazioni contro l&#8217;eolico), spesso <strong>si scorda di vivere in una società immersa nel petrolio.</strong> Tutto quello che ci circonda è direttamente prodotto con un derivato dell&#8217;oro nero o è creato grazie all&#8217;utilizzo di energia prodotta con idrocarburi. Farne a meno è praticamente impossibile. Si pensi alla plastica, alle auto, ai computer, alle componenti per le cellule fotovoltaiche e finanche alle medicine: aspirine, antibiotici e supposte.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>E proprio alle supposte viene da pensare quando si guarda alle scelte energetiche dell&#8217;Europa</strong>, unita solo a parole. Molti paesi europei hanno detto un secco &#8220;no&#8221; al nucleare, e nessuno sforzo viene ancora fatto per sfruttare le risorse di <strong><em>shale gas</em></strong> presenti nel Vecchio Continente. Riserve non enormi, ammette anche Recchi, ma comunque indispensabili in un periodo di crisi economica dove risparmiare sull&#8217;energia potrebbe significare la sopravvivenza di una impresa produttiva. Provare per credere. <strong>Gli Stati Uniti in pochi anni, grazie al gas ottenuto dalla frantumazione delle rocce, sono diventati da importatori di energia a esportatori</strong>. La rivoluzione dello <em>shale gas</em> ha prodotto un rimescolamento geopolitico. I prezzi dell&#8217;Energia enormemente bassi hanno reso l&#8217;economia statunitense incredibilmente competitiva che, infatti, è uscita dalla recessione ben prima di noi. Gli europei sono ancora impantanati nei regolamenti comunitari e, impauriti dalle proteste ambientaliste, hanno frenato questa nuova tecnologia.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Difendere il pianeta è un diritto.</strong> Sacro ed anche positivo. Ma non si può fermare il mondo e puntare alla &#8220;decrescita felice&#8221; quando un intero continente comincia a riscoprire la povertà e l&#8217;immobilismo economico. Investire sulle tecnologie per ridurre l&#8217;inquinamento è doveroso. <strong>Ma non si può pensare di frenare la macchina economica</strong> fino a che un genio del politecnico avrà capito come trarre energia in grandi quantità da una fonte inesauribile e del tutto &#8220;green&#8221;. L&#8217;innovazione va avanti per piccoli passi, puntare sullo Shale Gas (e perché no, anche sul nucleare) e sulle tecnologie ad esso collegato è lungimirante, non criminale nei confronti dell&#8217;ambiente. Perché va ricordato: <strong>la scoperta del petrolio</strong>, riducendo il ricorso all&#8217;olio animale, <strong>&#8220;ha salvato più balene di Greenpeace&#8221;.</strong> E ci ha reso la grande economia che eravamo. Ora invece siamo al palo. Anche per colpa degli ambientalisti.</p>
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		<title>Letta si dimette, ma per un anno ha preso lo stipendio senza lavorare</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2015 17:36:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Enrico Letta si è dimesso. Anzi, non ancora. Si dimetterà non appena firmerà il contratto del suo nuovo lavoro: direttore della Scuola di Affari Internazionali di Parigi. Ruolo importante, che si confà ad uno studioso (prima che un politico) che ha dimostrato di conoscere la materia. La notizia è dunque importante. L’ex Presidente del Consiglio, defenestrato da Renzi senza molti complimenti, molla la poltrona e rinuncia a stipendio e futura pensione da parlamentare. Almeno così ha detto, intervistato da Fabio Fazio: «Voglio fare politica vivendo del mio lavoro». Avrebbe potuto rimanere al suo posto e continuare a prendere stipendi ed]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><b><span title="E" class="cap"><span>E</span></span>nrico Letta si è dimesso. </b>Anzi, non ancora. Si dimetterà non appena firmerà il contratto del suo nuovo lavoro: direttore della Scuola di Affari Internazionali di Parigi. Ruolo importante, che si confà ad uno studioso (prima che un politico) che ha dimostrato di conoscere la materia.</p>
<p style="text-align: justify">La notizia è dunque importante. L’ex Presidente del Consiglio, defenestrato da Renzi senza molti complimenti, <b>molla la poltrona e rinuncia a stipendio e futura pensione da parlamentare</b>. Almeno così ha detto, intervistato da Fabio Fazio: «Voglio fare politica vivendo del mio lavoro». Avrebbe potuto rimanere al suo posto e continuare a prendere stipendi ed indennità varie, arrivando nell’ombra fino a fine legislatura. Di questo gli va dato atto. <b>Però…c’è un però</b>.<br />
L’annuncio televisivo è stato cercato e studiato. Un comunicato in diretta che lo porterà a lasciare l’incarico sotto un’ottima luce. «Finalmente uno che rinuncia ai soldi», penserà in coro l’elettorato unanime. <b>Eppure l’ultimo anno da deputato, sotto questo punto di vista, quello dello stipendio, non tutto è così limpido come appare.</b><br />
<a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/image1.jpg"><img class="alignleft wp-image-2476 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/image1-225x300.jpg" alt="image" width="225" height="300" /></a>Dopo il cambio della guardia a Palazzo Chigi con Matteo Renzi, <b>Letta è scomparso dal Parlamento</b>. A Montecitorio trovare l’ex Premier in buvette o in Transatlantico era impresa ardua, figuriamoci in Aula. Dopo circa un mese di assenza ha fatto il suo nuovo ingresso alla Camera tra gli applausi dei presenti, tutti compassionevolmente vicini a colui che aveva subito un brutto scherzo poco cordiale da parte di Renzi. Ma Enrico non s’è perso d’animo. Non si è lasciato trascinare dallo scontro politico e s’è dedicato ad altro. Con tutte le sue forze. <b>Tra i 630 deputati della Repubblica, infatti, il pisano occupa la 539° posizione per indice di produttività. </b>Solo in pochi hanno fatto peggio di lui nell’attività parlamentare. I dati parlano chiaro e li ha raccolti openpolis.it, sito che monitora tutto quello che accade tra le mura dei Palazzi. <b>20% di presenza in Aula, 40 % di assenze: in numeri assoluti Letta ha partecipato a 1.976 votazioni su 8.837.</b> Non moltissime. Anzi, piuttosto poche.<a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/image2.jpg"><img class="alignright wp-image-2477 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/image2-300x200.jpg" alt="image" width="300" height="200" /></a><br />
Bisogna ovviamente considerare che nel periodo in cui è stato Primo Ministro (circa tremila votazioni, 40% del totale) era assente giustificato, proprio a ragione della missione cui era stato chiamato da Giorgio Napolitano. Ma il dato che sorprende più di tutti è quello che riguarda l’ultimo anno di legislatura, cioè <b>da quel fatidico 21 febbraio del 2013</b>, quando Renzi gli scippò l’incarico. <b>Da quel dì Enrico ha cominciato a girare l’Italia e l’Europa. </b>Per pensare, ha detto lui. Per immaginare una nuova proposta politica «diversa dal conformismo che vedo adesso», ha ribadito. Ha preso il suo fagotto e città dopo città ha visitato il Belpaese per raccogliere spunti politici. E nel frattempo? <b>È rimasto</b> <b>deputato, con annessi e connessi: stipendi, indennità, rimborso spese, telefono e quant’altro</b>. Immaginate un impiegato cui è stata negata una promozione e che per evitare scontri con il direttore dell’azienda si assenta per più 365 giorni dal luogo di lavoro, continuando a percepire lo stipendio. Impossibile ovunque, ma non in Parlamento.<br />
Dopo l’abbandono di Palazzo Chigi la presenza di <b>Enrico Letta in Aula per votare è bassissima.</b> Nel mese corrente, ad esempio, bisogna risalire al primo di Aprile per trovare finalmente una seduta dove l’ex Premier abbia espresso il proprio consenso o dissenso ad una proposta di legge. “Assente, Assente, Assente”…è l’impietoso elenco registrato da openpolis.it.<br />
C’è dell’altro. <b>Tra i 73 “voti chiave” </b>(cioè quelli di maggior rilevanza politica e pubblica) <b>che la Camera ha espresso dall’insediamento di Renzi a oggi, Letta è stato assente al 60% di questi.</b> Dov’era? In giro. A pensare e scrivere il suo libro. L’ha ammesso lui stesso in un incontro all’Università Cattolica: «Sono stati mesi molto proficui per me – cito a memoria – perché ho potuto osservare il Paese e raccoglierne le necessità». Ottimo. Ma qualche passaggio in più alla Camera sarebbe stato gradito. In fondo votare leggi e presentarne di altre è il lavoro principale di un politico. Non tanto «girare il Paese».</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/image3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2478" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/image3-200x300.jpg" alt="image" width="200" height="300" /></a>I pochi che visitano il sito della Camera potranno notare che la pagina dedicata al deputato Pd non è propriamente zeppa di informazioni su attività, voti, emendamenti e proposte di legge. Guardare per credere. <b>Non v’è traccia di interpellanze, mozioni, risoluzioni o interrogazioni parlamentari. </b>Il numero di proposte di legge è limitato, sia quelle in cui appare come primo firmatario sia in quelle su cui ha apposto una firma di appoggio all’iniziativa di un collega. Per la precisione, <b>dal 28 febbraio 2014 ad oggi, sono solo 6 le iniziative legislative e il numero di emendamenti presentati è nullo.</b></p>
<p style="text-align: justify">Giù il cappello di fronte a Letta che rinuncerà allo stipendio. Raccoglierà il plauso di molti (ed anche il nostro): non è roba da tutti i giorni. Allo stesso modo, però, <b>non è comune per gli italiani potersi assentare per gran parte dei giorni lavorativi, mantenendo inalterato stipendio</b>. Enrico Letta avrebbe fatto forse meglio a non sbandierare in Tv la decisione di lasciare il Parlamento, presentandolo come un atto di responsabilità verso gli italiani. Il tentativo di costruirsi la verginità del politico-che-non-vive-di-politica non può dimenticare quanto fatto da un anno a questa parte. E noi questo, tra un plauso e l&#8217;altro, siamo costretti a ricordarlo.</p>
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		<title>Non solo il Tribunale di Milano: basta poco per ammazzare un politico</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Apr 2015 14:27:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Gli omicidi compiuti all&#8217;interno del Tribunale di Milano lasciano sgomenti. Non solo per la morte delle persone coinvolte. Ma per le falle incredibili al sistema di sicurezza di un luogo esposto inevitabilmente al rischio di attentati di qualsiasi natura. Buchi difensivi che però non sono prerogativa del Palazzaccio, quanto un modo diffuso, direi &#8220;italiano&#8221;, di intendere la sicurezza. Da un ingresso si entra mostrando solo il tesserino, che potrebbe facilmente essere di un&#8217;altra persona o falsificato dilettantisticamente. Come è possibile? Incredibile, ma non strano. Non in Italia. Siamo al Parlamento, durante i tre giorni dell&#8217;elezione al Quirinale di Mattarella. Le]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify">Gli omicidi compiuti all&#8217;interno del <strong>Tribunale di Milano</strong> lasciano sgomenti. Non solo per la morte delle persone coinvolte. Ma per le <strong>falle incredibili al sistema di sicurezza</strong> di un luogo esposto inevitabilmente al rischio di attentati di qualsiasi natura. Buchi difensivi che però non sono prerogativa del <i>Palazzaccio</i>, quanto <strong>un modo diffuso, direi &#8220;italiano&#8221;, di intendere la sicurezza</strong>. Da un ingresso si entra mostrando solo il tesserino, che potrebbe facilmente essere di un&#8217;altra persona o falsificato dilettantisticamente. Come è possibile? Incredibile, ma non strano. Non in Italia.</div>
<div style="text-align: justify"></div>
<div style="text-align: justify"></div>
<div style="text-align: justify">Siamo al <strong>Parlamento</strong>, durante i tre giorni dell&#8217;<strong>elezione al Quirinale di Mattarella</strong>. Le misure di sicurezza sono elevate, soprattutto dopo che un folle di nome Preiti con una pistola ha costretto per tutta la vita in sedia a rotelle un carabiniere che presidiava <strong>Palazzo Chigi.</strong> La piazza di fronte a Montecitorio è chiusa, come da protocollo. <strong>Si entra solo se autorizzati, se dipendenti della Camera o mostrando un tesserino da giornalista.</strong> Non avevo nulla di tutto ciò. Ma il livello dei controlli era simile a quello del tribunale milanese.</div>
<div style="text-align: justify"></div>
<div style="text-align: justify"></div>
<div style="text-align: justify">Il primo giorno<strong> ho chiesto ad un deputato Cinque Stelle</strong> appena conosciuto di farmi passare con lui. Nessuno ha verificato i miei documenti, né cosa portavo nello zaino. <strong>Nemmeno l&#8217;onorevole si è preoccupato molto, mi ha solo chiesto: &#8220;vuoi farti esplodere?&#8221;</strong>. Di certo non l&#8217;avrei detto a lui. Il secondo giorno mi è bastato fingere di aver perso il tesserino da giornalista. Il carabiniere ci ha creduto e mi ha lasciato passare. Nessuno, di nuovo, ha controllato cosa avessi addosso. Il giorno dell&#8217;elezione di Mattarella ero ormai un volto noto e potevo entrare ed uscire dalla piazza a piacimento. <strong>Se avessi avuto un&#8217;arma, avrei potuto colpire chiunque</strong>. Tutti i senatori e deputati che da Piazza Colonna sono passati per entrare in Aula: <strong>Monti, Minzolini, Guerini, Serracchiani e molti altri.</strong> Nessuno si è preoccupato di controllare chi fossi. Meglio per me, che ho potuto scrivere il mio reportage. Ma la sicurezza? Il rischio terrorismo? E stiamo parlando di luoghi istituzionali durante giorni di ressa parlamentare.</div>
<div style="text-align: justify"></div>
<div style="text-align: justify"></div>
<div style="text-align: justify">Ah, dimenticavo: il terzo giorno portavo con me una valigia. <strong>Se dentro ci fosse stata una bomba&#8230; </strong></div>
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		<title>Voglio votare solo uomini: no alle &#8220;preferenze rosa&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2015 09:38:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Io le donne non le voglio votare. Punto. Nella mia scheda elettorale, non voglio Chiara o Federica. Sia che il mio voto valga per le elezioni regionali, sia che porti al potere di un piccolo comune vicino a Fratta Todina, sia che elegga i rappresentanti alla Camera dei Deputati (il Senato no perché – si dice – non lo voteremo più). Potrei sforzarmi di scrivere “Andrea”, ma solo se accompagnato da un’incontrovertibile dichiarazione di mascolinità che chiarifichi il nome ambivalente. Voglio dare la mia preferenza a soli uomini. Non è misoginia, ma naturale richiesta di poter godere del sacrosanto diritto]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>o le donne non le voglio votare</strong>. Punto. Nella mia scheda elettorale, non voglio Chiara o Federica. Sia che il mio voto valga per le elezioni regionali, sia che porti al potere di un piccolo comune vicino a Fratta Todina, sia che elegga i rappresentanti alla Camera dei Deputati (il Senato no perché – si dice – non lo voteremo più). <strong>Potrei sforzarmi di scrivere “Andrea”, ma solo se accompagnato da un’incontrovertibile dichiarazione di mascolinità</strong> che chiarifichi il nome ambivalente. Voglio dare la mia preferenza a soli uomini. <strong>Non è misoginia, ma naturale richiesta di poter godere del sacrosanto diritto di libertà</strong>. Contro una legge, come quella elettorale umbra, che invece obbliga a votare disgiunto-per-genere. Puoi dare due preferenze, ma devono essere di sesso diverso, altrimenti la seconda la annullano.</p>
<p style="text-align: justify">La piccola e poco vistosa <strong>Assemblea regionale dell’Umbria</strong> è da poco madre di un nuovo sistema di voto, partorito il 19 febbraio scorso per poter affrontare nel prossimo maggio il responso delle urne. <strong>Le Regioni, come noto, hanno la possibilità di scriversi le regole delle tornate elettorali come gli pare e piace</strong>. Lo Stato ha messo a disposizione una normativa nel lontano 1968, firmata dall’allora Presidente Saragat, che dettava le linee guida e permetteva di eleggere i Consigli regionali senza dover pensare a nulla di nuovo. Molte Regioni si sono accontentate, altre no e con il tempo sono anche cresciute nel numero. Gestendo in maniera fantasiosa la loro autonomia legislativa sul tema.</p>
<p style="text-align: justify">Nulla di strano, quindi, se la presidente della Regione Umbria <strong>Catiuscia Marini</strong> ha deciso di emanare nuovi sistemi elettorali. Eppure, tra le tante novità inserite nella legge, solo una mi ha provocato una reazione scomposta. Non violenta, ma d’irritazione profonda. <strong>La preferenza di genere</strong>, appunto.</p>
<p style="text-align: justify">A dire il vero, non è una novità nell’alveo delle leggi elettorali italiane (cosa che non depone a suo favore, ovviamente: non mi butto dal pozzo se in molti lo fanno). Dal 2012 una normativa statale prevede questo tipo di preferenza per tutti i comuni con più di 5.000 abitanti, con lo scopo – c’è scritto – di <strong>«riequilibrare le rappresentanze di genere».</strong> Come se la parità dei sessi fosse simile alla pasta della pizza in fase di preparazione, quando hai messo troppa acqua e per far si che alla fine diventi una margherita e non una porcheria, sei costretto ad aggiungere farina in continuità. Fino a riequilibrare. Poi s’impasta e tutto si mischia: uomini e donne pareggiati per legge. Con «tante grazie» al merito e ai voti conquistati da quelli che saranno esclusi-per-sesso.</p>
<p style="text-align: justify">Tra pizze e Consigli regionali non ci sono molte somiglianze. E nemmeno tra donne e calzoni (per precisare: quelli con la mozzarella e il prosciutto – a me i funghi non piacciono –, non il capo d’abbigliamento. Sennò poi mi accusano di sessismo). Il problema è un altro ed è semplice: in nome di un certo buonismo fasullo, di una corrente femminista ipocrita, <strong>la nuova legge elettorale umbra dà la possibilità di scrivere due preferenze sulla scheda e poi dimezza quello stesso diritto</strong>. Obbligando chi s’avventura (e già son pochi) tra le tendine elettorali delle scuole italiane a scegliere non due persone che stima, o anche solo sue amiche da tempo, ma due sessi opposti. Se entrambi sono figli di Adamo o entrambe assomigliano ad Eva, niente da fare. Un maschio e una donna. Altrimenti la seconda preferenza, quale che sia, sarà annullata.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quale democrazia è quella che t’impone il sesso del tuo candidato preferito?</strong> Quale democrazia è quella che indirizza obbligatoriamente l’elettore a scegliere un candidato del sesso-forte e un’aspirante consigliera del gentil-sesso, quando – magari – vorrebbe eleggere due donne o due uomini perché li valuta più capaci, più coerenti al proprio modo di pensare?</p>
<p style="text-align: justify">A ben vedere, <strong>c’è poca differenza con i plebisciti di mussoliniana memoria</strong>. Anche tra fasci e aquile imperiali si diceva che la gente andava volontariamente al voto a dire sì o no ad una lista di candidati. Le elezioni c’erano, la libertà di scelta non del tutto. Come con le preferenze di genere: si è liberi di scegliere, ma non del tutto. Se non piace al legislatore metà del mio diritto, questo sarà buttato nel cestino.</p>
<p style="text-align: justify">A condannare la meritocrazia in nome del solo merito di essere estremamente <em>politically correct </em>ci pensavano già <strong>le «quote rosa». Esse stesse un qualcosa di abominevole</strong>. <strong>Figuriamoci le «preferenze rosa»</strong>.</p>
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		<title>Ascoltavo Radio Londra dalla mia gavetta</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Feb 2015 16:36:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Asolo è un piccolo paese nel trevigiano, bello come molti dei luoghi nascosti della nostra penisola. Un paese che regala alcune eleganze, dalla rocca del XII secolo alla spoglia chiesa che un tempo ospitò la cattedra vescovile. E poi, a raffigurare la vitalità produttiva dell’area, il consolato rumeno ancora oggi situato in piazza, con la sua bandiera ad indicare antichi rapporti commerciali che risalgono alla fine dell’Ottocento. L’Italia è fatta di piccoli gioielli, non solo architettonici. Anche culturali. Come la mostra sulle radio storiche, un percorso culturale promosso dall’associazione Il Pardo che parte dalla fine dell’Ottocento ed arriva alla fine]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="A" class="cap"><span>A</span></span>solo è un piccolo paese nel trevigiano</strong>, bello come molti dei luoghi nascosti della nostra penisola. Un paese che regala alcune eleganze, dalla rocca del XII secolo alla spoglia chiesa che un tempo ospitò la cattedra vescovile. E poi, a raffigurare la vitalità produttiva dell’area, il consolato rumeno ancora oggi situato in piazza, con la sua bandiera ad indicare antichi rapporti commerciali che risalgono alla fine dell’Ottocento. <strong>L’Italia è fatta di piccoli gioielli, non solo architettonici. Anche culturali</strong>. Come la <strong>mostra sulle radio storiche</strong>, un percorso culturale promosso dall’associazione <em>Il Pardo</em> che parte dalla fine dell’Ottocento ed arriva alla fine degli anni Sessanta del Novecento. Una mostra. Nulla di particolare, se all’ingresso non si fosse proposto come <strong>guida appassionata (e gratuita) Silvano Gazzola</strong>, a cui attribuiamo circa settant’anni, sperando di non sbagliare di troppo.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0154.jpg"><img class="alignleft wp-image-1844 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0154-300x225.jpg" alt="IMG_0154" width="300" height="225" /></a>«Volete vedere <strong>come si trasmettevano i messaggi con il telegrafo</strong>?», ci racconta fiero con un accento veneto solo a tratti difficilmente comprensibile. Era il metodo di comunicazione usato <strong>prima dell’arrivo di Guglielmo Marconi</strong>. Innovativo, certo, ma necessitava due cose: lunghe connessioni elettriche su cui far correre gli impulsi delle lettere in <strong>codice morse;</strong> e soprattutto, di telegrafisti specializzati, capaci di inviare 65 caratteri al minuto, anche se «<em>mi n’ho</em> conosciuto uno che arrivava fino a 150 e non aveva bisogno di leggere i segni per capire cosa era stato trasmesso: un orecchio straordinario».</p>
<p style="text-align: justify">Ed è incredibile notare con quale minuziosità è stato preparato il <strong>percorso didattico sull’evoluzione del segnale radio</strong>, dai primi esperimenti sulla pila ai generatori e rudimentali lettori di onde elettromagnetiche. Tutto fedelmente ricostruito. Poi, <strong>la lunga storia delle radio che svilupparono l’intuizione del fisico italiano</strong>. «Non vi potete sbagliare con le date: dal ’31 al ’33 le facevano con forma a tempietto, poi arrivarono quelle verticali, solo dopo hanno pensato di farle orizzontali». Forme che raccontano anche un contenuto, quello delle trasmissioni che stavano crescendo nel tempo, mentre si cercava di ridurre il prezzo di uno strumento che stava portando un po’ di novità nelle case della gente. «<strong>Quella che vedete lì</strong>, nonostante pesasse uno sproposito, viene considerata la prima radio trasportabile: <strong>costava qualcosa come tre campetti di terra</strong>». Non poco, se si considera con l’agricoltura si portava avanti una famiglia.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0141.jpg"><img class="alignright wp-image-1841 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0141-300x225.jpg" alt="IMG_0141" width="300" height="225" /></a>L’importanza della radio, com’è noto, non mancarono di comprenderla Hitler e Mussolini</strong>. La propaganda di entrambi i regimi ne fece grande uso. «Nel 1933 Hitler arrivò al potere e Goebbels chiese ai suoi tecnici di mettere a punto una radio più economica. Così venne prodotta la <strong>VE 301 W</strong>. Costava 75 marchi, circa 340 lire. Un terzo di quanto non occorresse fino a quel giorno per comprarne una: un terzo di campetto di terra, per intenderci». E quando si parla di propaganda, anche i nomi hanno un significato spesso importante: «Guardate il numero sul modello: 301. <strong>Le prime due cifre, il 30, indicano il giorno e l’ultima, l’1, il primo mese dell’anno: è la data della salita al potere del </strong><strong>Führer</strong>».</p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignleft wp-image-1848 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_01401-255x300.jpg" alt="IMG_0140" width="255" height="300" />Mussolini arrivò subito dopo con la <strong>radio rurale</strong>, più bella delle tedesche grazie alle mascherine decorative che ne arricchivano la cassa. <strong>Il Duce obbligò le case del fascio e le scuole di campagna ad acquistarne una</strong>, a un prezzo politico di 700 lire, per assicurarsi che oltre «alle interessanti trasmissioni sull’agricoltura <strong>tutti potessero ascoltare i suoi discorsi</strong>». Silvano, la nostra guida, è una persona curiosa che sa come investire il visitatore delle sue passioni. «Volete sentire come gli italiani ascoltarono la dichiarazione di guerra? Ecco», ci ha detto premendo il pulsante che faceva risuonare dalla Radio Rurale il tanto famoso «vincere e vinceremo». <strong>Perché la storia si racconta anche attraverso gli oggetti</strong>, dai mezzi di guerra che rivoluzionarono il modo di combattere a quelli che gli ruotarono attorno. Per i conflitti mondiali e per quelli civili, fu una radio a descriverne i drammi e le speranze: come la <strong>Radio Balilla</strong>, ad esempio, dotata di una mascherina con il fascio littorio stilizzato e le grandi lettere a comporre il nome della gioventù mussoliniana. «Questa è una delle più rare e costose che ci siano oggi in circolazione. Servivano venti metri di antenna per farla funzionare, ma <strong>costava solo 430 lire</strong>. Ancora troppo per il popolo, ma era un prezzo <strong>sufficientemente basso per i funzionari e i gerarchi fascisti</strong>. Loro potevano comprarla. Così, <strong>dopo l’8 settembre</strong>, furono quasi tutte distrutte. Prima facevano scomparire la mascherina, cercando di salvare almeno l’apparecchio, ma ben presto chiunque l’aveva la eliminò». Perché? «<strong>Se arrivavano i partigiani e la trovavano in casa ne deducevano che il proprietario fosse una spia o un gerarca del regime. E gli sparavano in testa</strong>».<a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_01371.jpg"><img class="aligncenter wp-image-1847 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_01371-280x300.jpg" alt="IMG_0137" width="280" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Dall’altra parte, invece, la storia <strong>della prigionia nei campi tedeschi dei militari italiani</strong> che non presero parte alla Repubblica di Salò. Chiusi lì dentro, non avevano notizie della guerra. Tranne <strong>Oliviero Olivieri</strong> e i suoi commilitoni, che nei Lager costruirono una radio con mezzi di fortuna trovati o rubati nel campo di prigionia. Questa storia, la storia di <strong>Radio Caterina</strong> – come è stata chiamata – venne <strong>raccontata da Giovannino Guareschi</strong>. Lui, Silvano, l’ha ricostruita dalle fotografie ed ora è perfettamente funzionante. Era stata fatta con barattoli di conservanti spianati, fil di ferro, stagnola dei pacchetti di sigarette e «<strong>poteva essere smontata e rimontata in un minuto</strong>, per questo le guardie non l’hanno mai trovata». «Quando staccarono la corrente alla baracca che utilizzavano per alimentare la radio, decisero di costruire una pila come quella di Volta: un dischetto di rame, un dischetto di zinco e una garza imbevuta di un acido. Dopo averne provati alcuni rubati dall’infermeria, presero l’urina dei pozzi neri. Funzionava e a rigenerarla ci pensava il prete, unico ad avere l’accesso a locali con la corrente: la nascondeva sotto la tonaca». <strong>Radio Caterina divenne famosa, molto più di quella di un altro italiano prigioniero, Giulio Borgogno</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignright wp-image-1840 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/IMG_0158-300x225.jpg" alt="IMG_0158" width="300" height="225" />Essendo tecnico specializzato, veniva utilizzato dai tedeschi per riparare le radio rotte dei lager. Poteva così accedere ai magazzini, dove rubò l’occorrente per costruirsi la sua. «Per non farla trovare<strong>, s’inventò di fare in modo che entrasse dentro la gavetta</strong>. Dopo aver mangiato, bastava una pulita e poteva essere nuovamente usata senza il timore di essere scoperti». Ascoltava così Radio Londra.</p>
<p style="text-align: justify">È la storia raccontata e ricostruita attraverso un apparecchio. Una storia che parte da fine ‘800 ed investe agli anni Sessanta. <strong>Uno strumento che ha segnato la vita degli italiani</strong>. Un mezzo di comunicazione potente, uno svago particolare per le famiglie. Fino a quando «arrivò quella cosa lì, quella scatola che ha ucciso la Radio».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Silvano indicava la Televisione, senza nascondere una vena malinconica</strong>.</p>
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		<title>Expo2015, appalti e CL: cosa c’è dietro il sì di Alfano a Mattarella</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Feb 2015 09:48:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<description><![CDATA[C’è un motivo se Alfano e il Nuovo Centrodestra hanno ceduto alle pressioni di Matteo Renzi e votato Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica. È un filo rosso che lega direttamente Roma a Milano, il Quirinale all’Expo2015, passando per il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti: l’ultimo appiglio di Cl al treno dell’esposizione universale. Facciamo alcuni passi indietro. Il giorno simbolo del crollo del sistema Cl è datato 26 ottobre 2012, quando il consiglio regionale della Lombardia si dimise in massa aprendo la strada alle elezioni anticipate e, soprattutto, alla conclusione di un’era. Quella di Roberto Formigoni, dal 1995 governatore]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>’è un motivo se Alfano e il <strong>Nuovo Centrodestra hanno ceduto alle pressioni di Matteo Renzi</strong> e votato Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica. È un filo rosso che lega direttamente Roma a Milano, il Quirinale all’Expo2015, passando per il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti: <strong>l’ultimo appiglio di Cl al treno dell’esposizione universale</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/2483.jpg"><img class="alignleft wp-image-1625 size-full" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/2483.jpg" alt="2483" width="213" height="146" /></a>Facciamo alcuni passi indietro. Il giorno simbolo del <strong>crollo del sistema Cl</strong> è datato 26 ottobre 2012, quando il consiglio regionale della Lombardia si dimise in massa aprendo la strada alle elezioni anticipate e, soprattutto, alla conclusione di un’era. Quella di <strong>Roberto Formigoni, dal 1995 governatore della Regione Lombardia</strong> e responsabile indiscusso delle sue eccellenze e dei suoi affari. Abbandonando il Pirellone, confermò che il rammarico più grande sarebbe stata la certezza non poter partecipare all’evento espositivo Expo2015 alla guida della “sua” regione. Ma, soprattutto, quello di <strong>non poter controllare tutto ciò che c’è sotto: appalti, opere, infrastrutture</strong>. La palla, infatti, passò a <strong>Roberto Maroni</strong> che ha esautorato la vecchia dirigenza e inserito una nuova <em>governance</em> meno legata al movimento di Don Giussani.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>L’Expo, in tutto questo, rappresentava e tuttora rappresenta una ghiotta opportunità: impossibile farsela scappare</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/expo_2015-300x112.jpg"><img class="aligncenter wp-image-1626 size-full" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/expo_2015-300x112.jpg" alt="expo_2015-300x112" width="300" height="112" /></a>Quando Milano ottenne a Parigi l’assegnazione per l’esposizione universale, superando ampiamente la città turca Smirne, la <strong>rete di relazioni e di governo di Cl poteva vantare innumerevoli sostegni</strong>. Oltre Formigoni al Pirellone, in quegli anni Milano era governata da <strong>Letizia Moratti</strong>, che alla Compagnia delle Opere non è mai stata legata, ma che contava nella giunta due assessori provenienti proprio dall’area <em>ciellina</em>. Infine, Cl andò a infoltire le nutrite schiere del <strong>governo Berlusconi</strong> in carica dal maggio del 2008.</p>
<p><strong style="font-weight: bold !important"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/ministero_delle_infrastrutture_e_dei_trasporti_preview.png"><img class="alignright wp-image-1624 size-full" style="float: right" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/ministero_delle_infrastrutture_e_dei_trasporti_preview.png" alt="ministero_delle_infrastrutture_e_dei_trasporti_preview" width="200" height="200" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify">Il dramma, pero, inizia proprio a Milano. <strong>La Moratti nel 2011 perde le elezioni e i molti accusano Cl </strong>di non averne sostenuto a sufficienza la candidatura. In quei giorni, intanto, comincia a venir meno il sodalizio che legava Cl a Forza Italia e Berlusconi. Due anni dopo, la crisi definitiva: <strong>la formazione del Nuovo Centrodestra, in cui Formigoni e Maurizio Lupi</strong>, due ciellini storici, ricoprono ruoli di primo piano. <strong>Inparticolare, occupano il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.</strong> Perché?</p>
<p style="text-align: justify">Andiamo con ordine. Il versante politico e delle poltrone è solo una parte della crisi di Cl in tutta la Lombardia. <strong>L’altro colpo l’ha ricevuto dalla Procura di Milano, che ha messo il naso – e le manette – negli affari di Expo2015</strong>. Quando nel maggio del 2014 le carte dell’inchiesta arrivano alla cronaca giudiziaria, i nomi più in vista sono in qualche modo collegati a Cl. «Comunione e Liberazione non c’entra» &#8211; ha più volte ripetuto Lupi &#8211; «il punto è la responsabilità personale di ognuno di noi e se qualcuno sbaglia deve pagare». Certo. Ma non basta: <strong>i collegamenti tra l’area <em>ciellina</em> e gli affari per l’opera espositiva trovano riscontri da più parti</strong>. <strong>Antonio Rognoni</strong>, di Cl e fedele formigoniano, viene arrestato nell’ambito dell’inchiesta mentre è a <strong>capo dell’Ilspa, la società Infrastrutture Lombarda</strong> che ha gestito tutti gli appalti della regione nell’era Formigoni e patteggia tre anni di reclusione. Nell’informativa della Guardia di Finanza nell’ambito della stessa inchiesta si legge: «L&#8217;indagine ha svelato una fitta rete di relazioni e di <strong>rapporti affaristici</strong> intessuta dagli avvocati <strong>Carmen Leo e Fabrizio Magri&#8217; soggetti legati alla Compagnia delle Opere</strong> ed agli ambienti della Presidenza della Regione Lombardia». Ancora. <strong>Gianstefano Frigerio</strong>, uno dei principali indagati, nelle intercettazioni parla di <strong>Manutencoop</strong>, cooperativa rossa travolta dallo scandalo, affermando che l’azienda «al di là di quello che pensa Rognoni, <strong>è ‘così’ con Cl</strong>» e che lo stesso Lupi è loro amico. Ancora. Secondo Dagospia, Frigerio si vanta al telefono con <strong>Enrico Maltauro</strong> (ad dell’omonima impresa edile e anche lui indagato per la cupola Expo) del fatto di poter contare sull’ex Senatore di Forza Italia <strong>Luigi Grillo che a Lupi «fa praticamente da sottosegretario». </strong></p>
<p style="text-align: justify">Ovviamente, il Ministro ha più volte smentito e non ci sentiamo di accusare nessuno senza il responso dei giudici.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/1.jpg"><img class="alignleft wp-image-1623 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/1-185x300.jpg" alt="1" width="185" height="300" /></a>Quello che però colpisce è il colpo inferto a Comunione e Liberazione nella sua roccaforte lombarda.</strong> Dopo aver perso Milano e la Regione a pochi mesi dall’evento espositivo che porterà fama e soldi all’ombra della madonnina, <strong>a Cl non è rimasto che aggrapparsi al Ministero delle Infrastrutture</strong>. Antonio Rognoni, infatti, era il collegamento tra il ministro e gli appalti sul territorio lombardo ed ora Lupi può gestire Expo solo attraverso il Tavolo Ministeriale aperto per garantire il completamento delle opere.</p>
<p style="text-align: justify">Si capisce: i <strong>numeri dell’Expo sono impressionanti</strong> per quanto riguarda gli investimenti, ed una parte molto consistente di questi vengono proprio <strong>dal Ministero di cui Lupi è a capo</strong>. In un triennio per il solo dicastero, <strong>11,5 miliardi di investimenti più 9,3 di trasferimenti alle imprese</strong>. E dal cinque maggio 2014 ulteriori <strong>141 milioni di euro</strong> per il Parcheggio di Cascina Merlata, la Metro 4, l’accessibilità ferroviaria Malpensa T1 e T2 e altre opere di collegamento per la zona dell’Expo. Insomma, bocconi succulenti.</p>
<p style="text-align: justify">Per questo, quando la notte tra venerdì 30 e sabato 31 gennaio, giorno dell’elezione di Mattarella, <strong>Alfano si è trovato a decidere se appoggiare o meno il candidato di Renzi, i pensieri sono volati anche agli appalti dell’Expo</strong>. Il Ministro dell’Interno ha smentito ricatti, ma è impensabile che, votando scheda bianca, i centristi potessero sperare di mantenere tutti i dicasteri che tutt’ora guidano. In particolare, quello dei Trasporti. Dopo l’addio al Pirellone e a Palazzo Marino, <strong>senza Maurizio Lupi alla sede di Piazzale di Porta Pia, a Cl non sarebbe rimasto alcun collegamento con Expo2015</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Ecco dunque spiegato il dietrofront: votate Mattarella.</p>
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		<title>Forza Italia: dal partito di plastica all&#8217;ectoplasma</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Feb 2015 07:27:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Forza Italia non è esplosa, perché non può esplodere qualcosa che non c’è: ormai questo partito è un ectoplasma. La teoria politica deve produrre necessariamente delle etichette per catalogare le esperienze partitiche che sono nate e si sono sviluppate nella scena politica nazionale ed internazionale. C’è stato il Partito di Notabili dell’800 che ha lasciato il posto ai Partiti di Massa, in Italia rappresentati dal Pci e dalla Dc. Caratterizzati da grandi numeri di aderenti ed elevata partecipazione degli iscritti alla vita del partito, sono scomparsi sotto i colpi dei Partiti Pigliatutto, non imbrigliati dalle logiche ideologiche tipiche dei decenni]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><em><span title="F" class="cap"><span>F</span></span>orza Italia non è esplosa, perché non può esplodere qualcosa che non c’è: ormai <strong>questo partito è un ectoplasma</strong></em>. La teoria politica deve produrre necessariamente delle etichette per catalogare le esperienze partitiche che sono nate e si sono sviluppate nella scena politica nazionale ed internazionale. C’è stato il <strong><em>Partito di Notabili</em> dell’800</strong> che ha lasciato il posto ai <strong><em>Partiti di Massa</em></strong>, in Italia rappresentati dal Pci e dalla Dc. Caratterizzati da grandi numeri di aderenti ed elevata partecipazione degli iscritti alla vita del partito, sono scomparsi sotto i colpi dei <strong><em>Partiti Pigliatutto</em></strong>, non imbrigliati dalle logiche ideologiche tipiche dei decenni precedenti e senza radicamento sul territorio. <strong>Poi, c’è (o c’era) il partito di Berlusconi</strong>. Venne <strong>soprannominato da Ernesto Galli della Loggia come il <em>Partito di Plastica</em></strong>, ad indicare il suo completo asservimento alle logiche e alle volontà del capo. Un partito che venti anni dopo la storica vittoria del 1994 si ritrova ad essere definito un «ectoplasma» da Maurizio Bianconi, deputato di Forza Italia con una storia in Alleanza Nazionale e passato dal Popolo della Libertà. Proviamo a capire perché.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/congresso-pdl-600x300.jpg"><img class="aligncenter wp-image-1589 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/congresso-pdl-600x300-300x150.jpg" alt="congresso-pdl-600x300" width="300" height="150" /></a>L’elezione del Presidente della Repubblica</strong>, che ha visto il centrodestra in ordine sparso nel presentarsi alla conta dei voti per Sergio Mattarella, <strong>ha dimostrato non tanto la morte (politica) di Forza Italia e – in parte – del suo leader</strong>, ma ha messo a nudo le debolezze intrinseche del «partito di plastica» per come era stato pensato da Berlusconi, analizzato da Galli della Loggia ed osannato da molti osservatori. In effetti, era sembrato la carta vincente del Cavaliere e forse lo è stato davvero, ma <strong>ha lasciato dietro di sé un vuoto che rende incerto il futuro dell’intera area di centrodestra</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">In un’intervista al Foglio del 2009 il professor Galli Della Loggia spiegava che il termine «plastica» era una metafora per descrivere un partito che «rimane informe se non c’è il mago della plastica che gli dà forma e funzione», vale a dire che senza la spinta di Berlusconi e la sua straripante capacità mediatica ed organizzativa, <strong>il partito sarebbe rimasto senza forma, perdente e per definizione sterile: cioè incapace di autorigenerarsi e sopravvivere al suo capo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">«Berlusconi è il vincente» &#8211; diceva Galli della Loggia &#8211; «il suo partito non conta nulla». Questi ultimi giorni lo hanno dimostrato: il Cavaliere ha perso capacità contrattuale, è stato messo all’angolo da Renzi e ha sbagliato alcune scelte tattiche, tra cui quella di provare a ricucire con Alfano invece di dare il benestare a Mattarella sin dal primo giorno. <strong>Il crollo del Cavaliere l’ha privato di quella “bacchetta magica” capace di disegnare il partito al proprio seguito</strong> e di farlo funzionare.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/l43-maurizio-bianconi-130122182840_big.jpg"><img class="aligncenter wp-image-1587 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/l43-maurizio-bianconi-130122182840_big-300x200.jpg" alt="l43-maurizio-bianconi-130122182840_big" width="300" height="200" /></a>«Non posso pensare che un partito di centrodestra muore se si ritira il leader» &#8211; ha detto Bianconi &#8211; «perché <strong>il partito di centrodestra rappresenta dei valori precisi che c’erano prima, con Berlusconi e ci saranno dopo</strong>». Seppur il ragionamento sia giusto, lascia da parte una constatazione fin troppo evidente e cioè che a destra non è rimasta alcuna struttura e alcun politico in grado di utilizzare il partito di plastica per renderlo vincente. <strong>Per questo è dunque destinato a morire insieme al suo modellatore, Berlusconi</strong>. I motivi, e le relative colpe, sono due: il primo, la natura stessa del «partito di plastica», che era nato per seguire il ritmo del Cav. ed era per costituzione stessa volontariamente informe. La seconda ragione è l’incapacità di tutta la classe politica di rendersi autonoma, in particolare i dirigenti di Alleanza Nazionale. <strong>Confluita nel Pdl, An non è stata in grado di portare in dote la propria cultura politica e partitica che avrebbe permesso al Popolo della Libertà di generarsi su nuove basi</strong>, pur non dimenticando l’origine leggera e non burocratizzata di Forza Italia.</p>
<p style="text-align: justify">Lo stesso Galli della Loggia considerava positiva l’aggregazione di An e Fi, formazioni con due culture partitiche e strutture organizzative così diverse, perché l’una avrebbe potuto mitigare l’altra, permettendo alla prima di proporsi come forza di governo e alla seconda di sopravvivere nel futuro alla prevedibile scomparsa dall’agone politico del proprio leader<strong>. Il punto di sutura che le ha unite è stato la tendenza di entrambi ad essere tendenzialmente leaderistici</strong>, seppur sue due basi differenti: An per conformazione ideologica, mentre Forza Italia perché nata dalla spinta di un carisma in grado di mobilitare grandi masse di elettori.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Alleanza Nazionale</strong> (o chi ad essa si richiamava), invece, si è accontenta dei voti portati al proprio mulino dall’imprenditore di Arcore, ha governato in qualche importante città e ha ottenuto posti di potere. Ma <strong>non si è curata di sostenere la formazione di giovani amministratori, di una nuova classe dirigente e non ha dispiegato molte energie in una proposta culturale di (centro)destra</strong>. Certo, nel Pdl coesistevano provenienze differenti, dai democristiani ai socialisti, ma proprio perché la componente di An si presentava come la più potenzialmente coesa, avrebbe potuto guidare lo sforzo di sintesi e produzione delle élite future. Così non è stato e nel tempo non si è venuta a creare quella rete di protezione alla disfatta dei leader che solo una struttura partitica capace di formarne di nuovi può assicurare. L’area di centrodestra è tornata quindi a spezzettarsi nelle sue diverse parti originarie, dai cattolici di Ncd ai Fratelli d’Italia.</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-1588 size-medium" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/02/alleanza-nazionale-300x182.jpg" alt="alleanza-nazionale" width="300" height="182" /></p>
<p style="text-align: justify">È necessario notare che nello schieramento che per anni si è alternato al centrosinistra al governo del paese, <strong>l’unica formazione capace di rifondarsi per tornare a vincere è stata la Lega Nord</strong>. Un partito con una struttura ben definita, federale anche nella forma-partito, da cui sono emerse personalità in grado di ottenere la guida della Regione Lombardia e di quella Veneto, di passare sopra gli scandali che avevano colpito la vecchia guardia e di <strong>adattare la propria fisionomia alle nuove sfide imposte dal segretario Salvini</strong>. Lasciando da parte il giudizio sulla capacità di governo, la Lega Nord si è dimostrata in grado di usare il partito anche come vivaio per la nuova classe dirigente.</p>
<p style="text-align: justify">Intanto, Sergio Mattarella al Colle segna l’ennesimo colpo al «partito di plastica» che in tanti già si propongono in vario modo di riformare<strong>. Raffalele Fitto</strong> chiede di azzerare le cariche e ricominciare da capo, facendo le primarie (proposta discutibile: può risolvere il problema della scelta del capo ma non l’inconsistenza di tutto il resto del corpo partitico). <strong>Michela Biancofiore</strong> ha annunciato «Squadra Italia», una sorta di piccolo aggregato che si «stringa attorno al Presidente Berlusconi». <strong>Il senatore D’anna</strong>, invece, ritiene necessario convocare un Consiglio Nazionale per scegliere il Coordinamento Nazionale e il Consiglio di Direzione. Tutte parole che procurano l’orticaria ai teorici del partito leggero. Forse nessuna delle tre proposte potrà essere sufficiente.</p>
<p>Il punto politico sta nel fatto che <strong>il centrodestra avrebbe dovuto produrre un partito di “plastica dura”</strong>: leggero, leaderistico, ma almeno capace di mantenere una forma propria anche senza Berlusconi. Così non è stato. E il futuro non si preannuncia roseo.</p>
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		<title>Reportage da Montecitorio/3. Mattarella Presidente, torna la Dc, addio centrodestra</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jan 2015 23:15:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Viva Mattarella. Mattarella persona per bene. Mattarella politico vero. Mattarella democristiano d&#8217;oro. Alla fine, quando il neo Presidente della Repubblica ha ormai conquistato il Quirinale, tutti concordano sulla &#8220;personalità di alto livello che abbiamo finalmente eletto&#8221;. Sembrano quasi tutti contenti mentre escono dal portone principale di Montecitorio. Facce rilassate a sinistra, qualche muso lungo a destra. &#8220;Non ci è piaciuto il metodo&#8221;, ci ripete allo sfinimento Giovanardi, &#8220;ma sulla personalità nulla da dire&#8221;. Anche se qualche strascico se lo lascia dietro, soprattutto a destra con Forza Italia che ha votato nella totale anarchia e Ncd che vede le dimissioni di]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><strong><span title="V" class="cap"><span>V</span></span>iva Mattarella</strong>. Mattarella persona per bene. Mattarella politico vero. Mattarella democristiano d&#8217;oro. Alla fine, quando il neo Presidente della Repubblica ha ormai conquistato il Quirinale, tutti concordano sulla <strong>&#8220;personalità di alto livello che abbiamo finalmente eletto&#8221;.</strong> Sembrano quasi tutti contenti mentre escono dal portone principale di Montecitorio. Facce rilassate a sinistra, qualche muso lungo a destra. <strong>&#8220;Non ci è piaciuto il metodo&#8221;, ci ripete allo sfinimento Giovanardi</strong>, &#8220;ma sulla personalità nulla da dire&#8221;. Anche se qualche strascico se lo lascia dietro, soprattutto a destra con Forza Italia che ha votato nella totale anarchia e Ncd che vede le dimissioni di due importanti esponenti, il Capogruppo Sacconi e la portavoce Barbara Saltamartini.</p>
<p style="text-align: justify">Cos&#8217;ha di così divisivo Mattarella?<strong> Quel suo sguardo vagamente disinteressato verso ciò che sta facendo</strong>, quella sua totale mancanza dalle battute Ansa da almeno sei anni, quel suo profilo così tanto istituzionale e partitico da essere quasi scontato, possono aver spaccato &#8211; di nuovo &#8211; un centrodestra già ampiamente disastrato?<strong> No. Il merito, o la colpa, è ancora tutta di Renzi</strong> e dei suoi collaboratori, Guerini in particolare. Una trama tessuta anche stamattina in maniera certosina.</p>
<p style="text-align: justify">Sono appena le otto di mattina e <strong>Alfano ha già riunito i suoi per firmare il documento che lo vincolerà a votare Mattarella</strong> e a rimanere nella coalizione di governo. Praticamente un disastro. Al Bar Illy il cronista sta facendo finta di leggere il giornale per ascoltare alcune frasi dei discorsi parlamentari più curiosi, quelli fatti durante la colazione. <strong>Entra Piero Ichino</strong>, senatore di Scelta Civica e giuslavorista, per un cornetto alla crema e un cappuccino. Un collega gli si avvicina per fare una infelice battuta: <strong>&#8220;allora, stasera pasta fatta a mano?&#8221;. Ichino non capisce. &#8220;Beh, stesa con il&#8230; Mattarella&#8221;</strong>, prova a spiegare cercando di suscitare ilarità. Ichino abbozza per compassione all&#8217;infelice battuta, ma il siparietto spiega più di molte altre dichiarazioni<strong> lo stato d&#8217;animo degli elettori della maggioranza</strong>. Sicurezza e rilassatezza. Anche perché la scena che si profila è quella di una lunga marcia di trolley tirati dai grandi elettori pronti a lasciare Roma nel pomeriggio per godersi un fine settimana di vacanza. <strong>&#8220;Però non ho comprato ancora il biglietto&#8221;, ci tiene a precisare un deputato risalendo piazza Colonna</strong>. Sicurezza e rilassatezza, almeno negli esponenti Pd di secondo piano. I capigruppo, Lorenzo Guerini (vicesegretario Pd), Graziano Del Rio e altri sono meno inclini a lasciarsi andare a previsioni chiare, forse memori dei franchi tiratori di soli due anni fa.</p>
<p style="text-align: justify">La mattinata scorre veloce. <strong>Scillipoti comunica a favor di telecamere di &#8220;disobbedire a Berlusconi e votare per il siciliano Mattarella&#8221;</strong> e non sarà il solo. Lui è l&#8217;emblema di una debacle del partito del Cavaliere che sarà ancora più evidente a partita conclusa. Gasparri prova a giocare la carta della minaccia, dicendo che &#8220;Renzi é stato strafottente, e a volte di strafottenza di muore&#8221;. Vero o sbagliato che sia, i volti dei forzisti raccontano tutta la crisi del centrodestra. <strong>Berlusconi ha perso potere contrattuale e Romani lo sa</strong>. Tant&#8217;è che le dichiarazioni le lancia camminando, irritato ovviamente da come sia finita la vicenda Quirinale.<strong> Raffaele Fitto nel frattempo minaccia e chiede di radere al suolo Forza Italia.</strong> Mentre lo spoglio è in corso un vecchio democristiano dà un consiglio non richiesto all&#8217;ex governatore della regione Puglia: &#8220;la Dc è durata a lungo perché quando c&#8217;erano dei problemi ci si sedeva al tavolo e si trovava un accordo. Mai fino ad arrivare alle grida che ho sentito&#8230;&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Sembrerà strano, ma nel 2015, ancora,<strong> il tema ricorrente nelle parole dei politici è proprio la balena bianca</strong>. Rocco Buttiglione, Giovanardi, Beppe Fioroni, tutti concordano nel dire che <strong>&#8220;per andare alla Terza Repubblica son dovuti tornare ancora alla Prima&#8221;</strong>. Vero, perché Mattarella è la Democrazia Cristiana in pieno. &#8220;Non c&#8217;è niente da fare&#8221; &#8211; dice Buttiglione &#8211; &#8220;la Dc ha formato la migliore classe dirigente e ancora l&#8217;Italia deve tornare a quella esperienza&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Intanto, dentro il Palazzo, Laura Boldrini precede con lo spoglio e all&#8217;esterno l&#8217;avvenuta elezione viene salutata dalle urla di disapprovazione dei pochi manifestanti asserragliati da tre giorni davanti all&#8217;Aula del Parlamento. <strong>Fuori fischi, dentro applausi. Viva Mattarella, Mattarella persona per bene. Viva la Dc.</strong> E così inizia l&#8217;esodo da Montecitorio: l&#8217;esercito dei trolley può tornare a casa.</p>
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		<title>Reportage da Montecitorio/2 Una commedia in attesa della vera partita</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jan 2015 20:03:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Roma. Che quella odierna sarebbe stata una giornata con poche emozioni lo si evinceva facilmente dalla tranquillità con cui deputati e senatori raggiungevano Piazza Monte Citorio. Indubbiamente l&#8217;elemento più frizzante era il forte vento freddo. Il resto era come se fosse in un limbo: non sono mancate dichiarazioni al vetriolo tra le parti politiche, da Ncd verso Pd, dai falchi di Forza Italia contro le colombe e così via. Ma sono stati gli atti di una commedia di secondo piano che oggi doveva tenere in caldo il pubblico per il gran finale di domani (almeno così spera il Presidente del]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="R" class="cap"><span>R</span></span>oma. Che quella odierna sarebbe stata una giornata con poche emozioni lo si evinceva facilmente dalla<strong> tranquillità con cui deputati e senatori raggiungevano Piazza Monte Citorio</strong>. Indubbiamente l&#8217;elemento più frizzante era il forte vento freddo. Il resto era come se fosse in un limbo: non sono mancate dichiarazioni al vetriolo tra le parti politiche, da Ncd verso Pd, dai falchi di Forza Italia contro le colombe e così via. <strong>Ma sono stati gli atti di una commedia di secondo piano che oggi doveva tenere in caldo il pubblico per il gran finale di domani</strong> (almeno così spera il Presidente del Consiglio Renzi). <strong>Pippo Civati</strong>, l&#8217;eterno scissionista del Pd che minaccia ma non rende mai effettiva la sua fuoriuscita, prima di diventarne nemico giurato è stato un renziano di ferro. Di lui il Presidente del Consiglio diceva essere il vero autore dei contenuti politici della prima Leopolda. Condividono, inoltre, l&#8217;impostazione giovanile: per questo Civati non parla di commedia, ma <strong>di &#8220;grande fiction&#8221;, in cui Berlusconi e il Premier, guidando i loro attori comprimari, starebbero fingendo di litigare per poi continuare ad amoreggiare sulle riforme e tutto il resto</strong>, come se nulla fosse avvenuto. &#8220;É una coppia così affiatata&#8221; che di certo Mattarella non sarà quel famoso dito che non bisogna mai mettere tra moglie e marito.</p>
<p>Per strada i politici rilasciano dichiarazioni, si rifiutano o cercano i giornalisti in base allo stato d&#8217;animo dei loro rispettivi partiti. Gli eletti del Pd non si sottraggono ai microfoni, raccontano di aver proposto il Presidente giusto e con le modalità corrette. Per<strong> Debora Serracchiani, Mattarella è un &#8220;nome cui è difficile dire di no, anche per Ncd e Fi&#8221;</strong>. Tuttavia, non sembra essere così lineare la partita, soprattutto a chi nel bar di via degli Uffici del Vicario si godeva un caffè gentilmente offerto da un collega. <strong>Paolo Romani</strong>, sbilanciandosi più di quanto forse potrebbe, mentre prende la tazzina va a pescare con piene mani negli affari di<strong> Angelino Alfano: &#8220;non credo che voterà Mattarella&#8221;</strong>, dice prima di abbandonare il bar virando in direzione opposta alla Camera dove, in teoria, sarebbero già iniziate le operazioni di voto. <strong>Verrà smentito la sera stessa</strong>.</p>
<p>Che il Nuovo Centrodestra stesse ancora ragionando sul da farsi era evidente. I pochi che si vedono in giro evitano educatamente le domande e non si fermano per scambiare due parole. Lo hanno fatto solo l&#8217;ex sindaco di Milano <strong>Albertini e Rocco Buttiglione, ma per dire che nulla era deciso e la questione rimandata ad una riunione serale</strong>. Il tutto intorno all&#8217;ora di pranzo, quando già la seconda votazione aveva dato responso negativo.</p>
<p>Le incognite della giornata ruotano attorno alle mosse dell&#8217;Area popolare. Lo sa la Serracchiani, pronta ad aprire eventualmente una discussione interna alla maggioranza di governo per ridiscutere alcuni punti, o &#8211; chissà &#8211; la partecipazione stessa di Ncd all&#8217;esecutivo.</p>
<p><strong>Un Ministro importante come quello dell&#8217;Interno può votare diversamente da quanto fanno gli altri partiti della coalizione senza generare una crisi?</strong> Forse no. E infatti per <strong>Sergio Chiamparino</strong>, presidente della Regione Piemonte, sarebbe &#8220;strano se un funzionario di governo di primo piano con un ruolo delicato non votasse il Presidente della Repubblica&#8221;. Alfano avvisato, mezzo salvato.</p>
<p>Di umore differente i forzisti del &#8220;Silvio stai attento che Renzi ti frega&#8221;. Tra loro, <strong>Augusto Minzolini</strong>, sempre molto disponibile nel concedersi alle domande, probabilmente remore di quando al freddo a raccogliere la dichiarazione del Craxi di turno toccava a lui.  <strong>Minzolini è convinto che Berlusconi abbia fatto &#8220;una lettura sbagliata del momento politico&#8221;</strong>. Sarà l&#8217;atmosfera effettivamente particolare, sarà il caso, ma anche l&#8217;ex direttore del Tg1 ha fatto ricorso ad una metafora teatrale per definire la situazione politica che si stava venendo a creare. Quello che in molti chiamavano negativamente <strong>&#8220;il teatrino della politica, è tornato ad essere la politica vera&#8221;</strong>, e chi non si adegua alla trama ne rimarrà fuori. Merito, o colpa, di Renzi.</p>
<p><strong>&#8220;Matterella ce la farà?&#8221;&#8216; si chiedevano oggi i molti che ieri si erano concentrati sul Patto del Nazareno</strong>. I più che ruotano attorno a Palazzo Chigi sono pronti a giurare di sì. Ma forse qualcosa scricchiola e i numeri non sono così larghi. Il dissidente del M5S <strong>Walter Rizzetto</strong>, che ha abbandonato il Movimento poco prima dell&#8217;inizio delle elezioni per il Quirinale, era stato accusato di essersi venduto per poco alle esigenze del Partito Democratico. Eppure, a microfoni spenti confessa di essere a capo di una nutrita pattuglia di grandi elettori che alla quarta votazione, quella decisiva, indicherà il nome di Stefano Rodotà. Uno schiaffo agli ex colleghi cinque Stelle che avevano escluso il costituzionalista dalle Quirinarie sul blog di Grillo, preferendogli Prodi e Bersani. <strong>Ma forse il vero schiaffo è per Renzi e la Serracchiani, perché al loro dettagliato elenco di fedeli avrebbero dovuto  togliere i venti del piccolo plotone di Rizzetto</strong>. Rimanendo con dei margini molto risicati, argini labili con cui difendersi dai franchi tiratori.</p>
<p>Di sera cede Alfano e torna all&#8217;ovile: voterà Mattarella. Domani non sarà più una commedia.</p>
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		<title>Reportage da Montecitorio. Tra il Nazareno e Mattarella a vincere è stato Fitto</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 22:25:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Lorenzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sarà una coincidenza, ma la strada che percorriamo per raggiungere Piazza Montecitorio porta con sé numerosi significati. Risaliamo vicolo dei Serpenti, dove ha casa l&#8217;ultimo inquilino del Colle, Giorgio Napolitano. E allora viene da pensare alle dimissioni di Capodanno e l&#8217;incognita che, ancora, cade sul Paese. Sul suo futuro Capo dello Stato, incastrato in una partita che é ben lontana dall&#8217;essere risolta. Poco più avanti, incrociamo via Nazionale, sede della Banca d&#8217;Italia. Ed allora viene da pensare che il prossimo presidente possa venire proprio da quegli uffici e che porti il nome di Piercarlo Padoan oppure dell&#8217;attuale Governatore Visco. Renzi]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>arà una coincidenza, ma la strada che percorriamo per raggiungere Piazza Montecitorio porta con sé numerosi significati. <strong>Risaliamo vicolo dei Serpenti, dove ha casa l&#8217;ultimo inquilino del Colle, Giorgio Napolitano</strong>. E allora viene da pensare alle dimissioni di Capodanno e l&#8217;incognita che, ancora, cade sul Paese. Sul suo futuro Capo dello Stato, incastrato in una partita che é ben lontana dall&#8217;essere risolta. <strong>Poco pi</strong><strong>ù</strong><strong> avanti, incrociamo via Nazionale, sede della Banca d&#8217;Italia</strong>. Ed allora viene da pensare che il prossimo presidente possa venire proprio da quegli uffici e che porti il nome <strong>di Piercarlo Padoan oppure dell&#8217;attuale Governatore Visco</strong>. Renzi non ha ancora fatto il nome di Mattarella quando la strada ci porta a fianco del Palazzo della Consulta. Ed allora viene da pensare che l&#8217;eletto potrebbe essere un ex giudice della Corte Costituzionale, come Amato oppure proprio quel Mattarella che, mentre ci avviciniamo alla Camera, Renzi sta proponendo all&#8217;assemblea del Pd come candidato di punta. In quel momento inizia una forte pioggia.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>La decisione di Renzi rompe il patto, ha poi detto Berlusconi</strong>. Utile all&#8217;unità del partito, ripetono invece i deputati piddini che in carovana si riversano in Aula per votare. Sembrano rilassati, poiché tutto sommato sanno di dover votare scheda bianca.</p>
<p style="text-align: justify">Intorno a Montecitorio i giornalisti guardano sui tablet il discorso del segretario Pd di fronte ai suoi parlamentari e ai delegati regionali, sottolineando il lungo applauso ricevuto dal Premier nel momento in cui si sbilancia sul padre del Mattarellum. <strong>&#8220;Dimostra che non ci saranno franchi tiratori&#8221;, si dice sicuro qualcuno. Tuttavia, l&#8217;aria che si respira tra i grandi elettori non </strong><strong>é</strong><strong> cos</strong><strong>ì</strong><strong> distesa</strong>. I cinque stelle sorridono, ma suggeriscono di star attenti, perché Mattarella sarebbe un nome di facciata, che nasconde dell&#8217;altro. E non sono gli unici a crederlo.</p>
<p style="text-align: justify">Intanto, però, dall&#8217;ingresso di via del Parlamento 24, <strong>Raffaele Fitto si avvicina a Montecitorio con un sorriso sarcastico che significa soddisfazione</strong>. Scivola senza rispondere  tra le domande dei cronisti: piove sul bagnato per Forza Italia, ma Fitto può festeggiare. Almeno in parte. É questo il punto politico centrale della giornata trascorsa dentro e fuori l&#8217;emiciclo: <strong>&#8220;Fitto aveva ragione?&#8221; </strong><strong>è</strong><strong> la domanda che scorre tra le labbra dei deputati e senatori di Forza Italia</strong>. Lucio Malan, interpellato su questo punto, prima di rispondere fa una lunga pausa ed un respiro che lasciano intendere un rospo da mandare giù che pesa più di quanto riesca ad ammettere: &#8220;Letta lo aveva capito, Renzi non mantiene le promesse e questa cosa Fitto l&#8217;aveva già detta da tempo&#8221;. Una dichiarazione che spiega quel sorriso beffardo con cui il leader della fronda forzista è entrato in Aula. <strong>Fitto sa di aver vinto. E sar</strong><strong>à</strong><strong> pi</strong><strong>ù</strong><strong> d&#8217;uno a dargli ragione.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Infatti, Passeggiando su via degli Uffici del Vicario, rinchiuso in un lungo impermeabile e coperto da un cappello che gli nasconde tutto il viso, il <strong>senatore D&#8217;Anna</strong> evita, non riconosciuto, la ressa di telecamere che assediano i suoi colleghi. Ma anche lui, come Fitto, non ha stampato in volto la tensione che invece ricopre altri esponenti del centrodestra. <strong>&#8220;Berlusconi </strong><strong>é</strong><strong> come Maradona&#8221; &#8211; ci dice &#8211; &#8220;ad una certa et</strong><strong>à</strong><strong> pu</strong><strong>ò</strong><strong> fare l&#8217;allenatore, non la mezz&#8217;ala&#8221;.</strong> La sensazione, infatti, è che Berlusconi abbia ceduto, fidandosi di Renzi senza essere in grado di metterlo con le spalle al muro, finendoci lui stesso. Con i suoi &#8220;cattivi consiglieri&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">E proprio mentre la pioggia dà un po&#8217; di tregua e molti dei deputati e senatori scivolano via disinteressati al finale già scritto della prima elezione, al palazzo dei Gruppi parlamentari <strong>arriva Silvio Berlusconi. Nemmeno una parola, se non quella gi</strong><strong>à</strong><strong> risuonata sulle bocche di tutti i suoi collaboratori: &#8220;Renzi ha tradito il patto</strong>&#8220;. La tensione è evidente sul volto del Cavaliere e, se non sta bluffando, non nasconde la forte irritazione. La stessa che, incurante della pioggia che scende copiosa sul suo ombrello, <strong>Michela Biancofiore</strong> porta stampata sulla chioma bionda. La colpe <strong>di Renzi</strong>, a sua detta, sarebbero quelle di &#8220;non esser stato coerente&#8221;, perché <strong>&#8220;ha dimostrato di non essere gagliardo, ma un reazionario</strong>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify">Intorno al Patto ruotano tutti i ragionamenti dei grandi elettori. Mattarella lo nominano in pochi, qualcuno forse per scaramanzia, altri perché non lo considerano il problema principale<strong>. La questione &#8220;</strong><strong>é</strong><strong> nei modi&#8221;, come si affretta a sostenere Daniela Santanch</strong><strong>é</strong>, la quale non ha alcun veto contro il candidato del Premier. <strong>Sul Nazareno casca l&#8217;asino, che ancora nessuna ha capito chi sia</strong>. Se Renzi, che ha fatto il passo più lungo della gamba o Berlusconi, che non ha più alcun potere contrattuale. Da via del Parlamento, dove vediamo entrare in maggioranza frondisti di entrambi gli schieramenti politici, molti sostengono che ad aver perso sia Berlusconi. Altri, invece, sono certi che la &#8220;partita sia ancora aperta&#8221;. Ma dalla voce sembra più una speranza che una dichiarazione di guerra.</p>
<p style="text-align: justify">I diversi ingressi per l&#8217;Aula sono uno vicino all&#8217;altro e quando ormai il sole è calato sul cupolone,  ognuno di essi ospita le dichiarazione di una formazione differente. I più silenziosi, ovviamente, sono i rappresentati del Pd. <strong>Non mancano invece di dire la loro i pentastellati Airola e Martelli, sostenendo che &#8220;l&#8217;inciucio non </strong><strong>è</strong><strong> ancora venuto fuori</strong>, il patto del Nazareno non verrà intaccato dal nome di Mattarella&#8221;. E il vero candidato? &#8220;Forse Finocchiaro, non lo so. La cosa certa è che quello che stanno facendo ora è una commedia: tutte balle. <strong>Il nazareno va avanti</strong>&#8220;. Eventualità contro cui sono disposti anche a &#8220;votare Prodi alla quarta votazione, se lo deciderà la rete&#8221;. Ma, forse, lo faranno anche senza il via libera dei militanti.</p>
<p style="text-align: justify">Le strade che circondano il Parlamento, nel frattempo, si sono svuotate. Non pervenuti rappresentanti del partito di Angelino Alfano, il più nei guai di tutti<strong>. Perch</strong><strong>é</strong><strong> Matterella era fuori dai suoi schemi, da quelli che credeva di aver disegnato da una parte con Berlusconi e dall&#8217;altra con Renzi. Non l&#8217;hanno ascoltato</strong>. &#8220;Non mi sembra questo quello che si era detto&#8221; &#8211; si lascia sfuggire Cicchitto &#8211; &#8220;non so se lo voteremo, di sicuro il Pd sta occupando tutte le cariche del Potere e Renzi ha scelto una figura incapace di controbilanciare la sua indole straripante&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Mattarella, in questa giornata tra l&#8217;Aula e le strade della Capitale </strong><strong>è</strong><strong> attore comprimario</strong>. In fondo, é ancora presto per il fischio finale. Alcuni già esultano, molti si dimostrano irritati. Le piace Mattarella senatore Tremonti?, chiediamo all&#8217;ex Ministro che cercava di svignarsela da una strada secondaria. &#8220;Non vede che piove? Non parlo&#8221;. Ecco, appunto. <strong>Perch</strong><strong>é</strong><strong> sul nome nessuno ha molto da dire.</strong></p>
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