<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Torquemada &#187; Il Fachiro al Cinema</title>
	<atom:link href="http://www.torquemada.eu/author/fachiroalcinema/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.torquemada.eu</link>
	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
	<lastBuildDate>Sat, 11 Feb 2017 20:06:31 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
		<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
		<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.0.32</generator>
	<item>
		<title>Mr. Nobody</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2016/02/15/mr-nobody_kierkegaard_chiara-gatti-2/</link>
		<comments>http://www.torquemada.eu/2016/02/15/mr-nobody_kierkegaard_chiara-gatti-2/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 15 Feb 2016 14:14:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema e filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Kierkegaard e Mr. Nobody]]></category>
		<category><![CDATA[Mr. Nobody e il problema della scelta]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni film]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.torquemada.eu/?p=3071</guid>
		<description><![CDATA[N Regia: Jaco Van Dormael Sceneggiatura: Jaco Van Dormael Anno: 2009 Durata: 138&#8242; Nazione: Belgio, Francia, Canada, Germania Fotografia: Christophe Beaucarne Montaggio: Susan Shipton, Matyas Varess Scenografia: Sylvie Olivé Costumi: Ulla Gothe Colonna sonora: Pierre Van Dormael Interpreti: Jared Leto, Sarah Polley, Diane Kruger, Lihu Dan Pham, Rhys Ifans, Natasha Little Link originale sul Fachiro RECENSIONE Mr. Nobody, diretto da Jaco Van Dormael nel 2009, è un film in cui fantascienza e filosofia si mescolano ambiziosamente. Le tematiche sono molte, forse troppe: le teorie sull’origine dell’universo, l’amore, l’effetto farfalla e il senso dell’esistenza (sempre ammesso che esistiamo davvero). In questa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="N" class="cap"><span>N</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: Jaco Van Dormael</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: Jaco Van Dormael</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2009</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 138&#8242;</p>
<p style="text-align: right"><strong>Nazione</strong>: Belgio, Francia, Canada, Germania</p>
<p style="text-align: right"><strong>Fotografia</strong>: Christophe Beaucarne</p>
<p style="text-align: right"><strong>Montaggio</strong>: Susan Shipton, Matyas Varess</p>
<p style="text-align: right"><strong>Scenografia</strong>: Sylvie Olivé</p>
<p style="text-align: right"><strong>Costumi</strong>: Ulla Gothe</p>
<p style="text-align: right"><strong>Colonna sonora</strong>: Pierre Van Dormael</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Jared Leto, Sarah Polley, Diane Kruger, Lihu Dan Pham, Rhys Ifans, Natasha Little</p>
<p style="text-align: right">Link originale sul <a href="//unfachiroalcinema.wordpress.com/2016/01/20/mr-nobody_chiara-gatti/">Fachiro</a></p>
<p><strong>RECENSIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify">Mr. Nobody, diretto da Jaco Van Dormael nel 2009, è un film in cui fantascienza e filosofia si mescolano ambiziosamente. Le tematiche sono molte, forse troppe: le teorie sull’origine dell’universo, l’amore, l’effetto farfalla e il senso dell’esistenza (sempre ammesso che esistiamo davvero). In questa analisi useremo come chiave di lettura la questione della scelta.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“Se mescoli il purè di patate con la salsa, non puoi più separarli, è per sempre. Il fumo che esce dalla sigaretta di papà non entra più nella sigaretta. Non possiamo tornare indietro. Per questo è così difficile scegliere. Devi fare le scelte giuste. E finché non hai scelto, tutto rimane possibile.”</em></p>
<p style="text-align: justify">La voce narrante coincide con quella del protagonista, Nemo Nobody, rispettivamente in latino e in inglese, Nessuno Nessuno. La pellicola si articola in modo caotico e confusionario tra le varie vite di Nemo, le quali si intrecciano continuamente, dispiegandosi e acquisendo significato solo negli ultimi minuti. Esse sono tante quante le scelte da lui affrontate. La prima diramazione si ha nel momento in cui il protagonista bambino deve scegliere se vivere con il padre o la madre, appena separati. Tale decisione influenzerà il futuro, gli incontri, gli amori. Seguendo l’una conoscerà Anna, ma in base alla risposta data quando lei gli proporrà di fare un bagno con i suoi amici si aprono a lui nuove strade. Accettando se ne innamorerà fino a sposarla, rifiutando la perderà per sempre e la guarderà da lontano, in stazione, mentre lei tiene le mani ai bambini che ha avuto con un altro uomo, e si chiederà “perché mai le ho detto: &lt;io non nuoto con gli idioti&gt;?”</p>
<p style="text-align: justify">Seguendo il padre invece si innamora di Elise, ragazza complessa che a sua volta ama Stefano e che lo rifiuta alla sua prima dichiarazione. Scegliendo se tornare da lei e ritentare, Nemo diventerà o un uomo immensamente ricco, sposato con Jean, o il marito di Elise, che alla fine cederà alle sue proposte.</p>
<p><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2016/01/mr-nobody.jpg" rel="attachment wp-att-686"><img class="wp-image-686 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2016/01/mr-nobody.jpg?w=300" alt="mr nobody" width="361" height="195" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Non solo le scelte di Nemo influenzano il suo futuro, ma anche la più piccola decisione presa da qualsiasi altra persona o l’evento più insignificante, come il volo di un uccello. Tale teoria si chiama effetto farfalla: anche il più piccolo avvenimento può causare conseguenze di enorme importanza. Un disoccupato brasiliano non potrà andare al lavoro e cucinerà un uovo sodo, creando un microclima nella stanza, una piccola differenza di temperatura, e due mesi dopo una forte pioggia cadrà dalla parte opposta del mondo. Una tra le tante goccioline cadrà sul biglietto con il numero di Anna, cancellandolo, e Nemo la perderà di nuovo. Un uccellino volerà proprio nel momento in cui l’uomo attraversa la strada in macchina, sbattendo contro il parabrezza. Nemo non riuscirà a mantenere il controllo dell’auto, cadendo in un lago e morendo annegato. Questi sono solo alcuni dei tristi finali delle sue innumerevoli vite.</p>
<p style="text-align: justify">Ma in realtà, Mr. Nobody è vivo o morto? Ha sposato Anna, Jean o Elise? Ha seguito il padre o la madre? Questo si chiede un giornalista che intervista Nemo nel 2092, le risposte dell’anziano cento diciottenne sono confuse ma la domanda che gli propone è chiara: “Come puoi essere così sicuro di essere mai esistito?” e segue una grave dichiarazione: “Tu non esisti. E io nemmeno. Noi viviamo solo nell’immaginazione di un bambino di nove anni. Siamo immaginati da un bambino di nove anni messo di fronte a una scelta impossibile.” Così svela il significato di tutto il film, sfiorando l’antico problema della rappresentazione e suscitando le domande: la realtà esiste o è solo un’illusione della mente? Ciò gli uomini percepiscono è verità o sogno, illusione collettiva?</p>
<p style="text-align: justify">Nemo Nobody è un bambino diverso dagli altri. Tutti i non nati conoscono passato, presente e futuro, ma prima della venuta al mondo gli angeli dell’oblio toccano le labbra di ognuno, creando un fossetta a facendo scordare ogni conoscenza. Nemo però è stato dimenticato, così prima di prendere una scelta è in grado di predire le conseguenze di essa. Allora Nemo non è mai morto, non ha sposato né Anna, né Elise, né Jean, e non è mai stato intervistato nel 2092. È un bambino di nove anni messo di fronte a una scelta impossibile, vivere con la madre e con il padre. Prima di sapere a quali conseguenze avrebbe portato la sua scelta non era in grado di decidere. Ora che le conosce, che ha previsto tutte le sue possibili vite, non è comunque in grado di farlo. Perderà Anna, o rifiutando sgarbatamente un bagno, o nel momento in cui una goccia d’acqua cancellerà il suo numero, o morendo in un incidente auto. Divorzierà da Jean, che non ha mai amato e che ha condannato a una vita dolorosa. Sarà infelice con Elise, che morirà il giorno del matrimonio per lo scoppiò di un furgone nel mezzo del traffico, o che si ammalerà di depressione e lascerà la famiglia.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“Negli scacchi è chiamato Zugzwang… quando l’unica mossa possibile… è quella di non muovere.”</em></p>
<p style="text-align: justify">Nemo è un bambino di nove anni davanti ai binari di una stazione di campagna. Vicino a lui c’è suo padre, sul treno in partenza la madre. Di fronte a una decisione impossibile rincorre il treno, seguendolo potrebbe ancora salire con la madre, rimanendo a terra stare con il padre, ma nessuna delle vite future lo renderà felice. Così prende una terza strada, corre nella campagna, giunge in un bosco, raccoglie una foglia e soffia, sperando di aver alterato il futuro.</p>
<p><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2016/01/mr-nobody-3.jpg" rel="attachment wp-att-687"><img class="wp-image-687 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2016/01/mr-nobody-3.jpg?w=300" alt="mr nobody 3" width="356" height="237" /></a></p>
<p style="text-align: justify">L’immagine del bambino di fronte al treno evoca il concetto kierkegaardiano di angoscia: la vertigine della libertà, delle infinite possibilità negative che incombono sul suo futuro gli impediscono di prendere una scelta. Nemo rimane fermo, immobile nell’indecisione, nell’equilibrio instabile tra le opposte alternative, e compie la scelta di non scegliere, consapevole che finché non si imbocca una strada tutto rimane possibile.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“Ciò che io sono è un nulla; questo procura a me e al mio genio la soddisfazione di conservare la mia esistenza al punto zero, tra il freddo e il caldo, tra la saggezza e la stupidaggine, tra il qualche cosa e il nulla come un semplice forse” (Kierkegaard).</em></p>
<p><strong>Voto: 8</strong></p>
<p><strong>Chiara Gatti</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.torquemada.eu/2016/02/15/mr-nobody_kierkegaard_chiara-gatti-2/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il Piccolo Principe</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2016/01/15/il-piccolo-principe_giulia-difeliciantonio/</link>
		<comments>http://www.torquemada.eu/2016/01/15/il-piccolo-principe_giulia-difeliciantonio/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2016 17:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Di Feliciantonio]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni film]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.torquemada.eu/?p=3040</guid>
		<description><![CDATA[P Regia: Mark Osborne Sceneggiatura: Irene Brignull Anno: 2015 Durata: 108&#8242; Nazione: Francia Montaggio: Carole Kravetz Aykanian, Matt Landon Scenografia: Celine Desrumaux, Lou Romano Colonna sonora: Richard Harvey, Hans Zimmer Articolo originale sul Fachiro TRAMA Un aviatore, una bambina, una volpe e un fiore. Adattamento dell&#8217;opera letteraria francese più letta al mondo. La fiaba moderna per eccellenza. RECENSIONE Anche i Piccoli Principi crescono&#8230; ed io non ci avevo mai pensato. Eppure, conservando i suoi riccioli biondi, ha corso il rischio dei baobab, ha smesso di annaffiare la sua rosa, di annusarla e ammirarla, non guarda più i tramonti, nemmeno quando è triste, non]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="P" class="cap"><span>P</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: Mark Osborne</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: Irene Brignull</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2015</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 108&#8242;</p>
<p style="text-align: right"><strong>Nazione</strong>: Francia</p>
<p style="text-align: right"><strong>Montaggio</strong>: Carole Kravetz Aykanian, Matt Landon</p>
<p style="text-align: right"><strong>Scenografia</strong>: Celine Desrumaux, Lou Romano</p>
<p style="text-align: right"><strong>Colonna sonora</strong>: Richard Harvey, Hans Zimmer</p>
<p style="text-align: justify">Articolo originale sul <a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2016/01/10/il-piccolo-principe_giulia-di-feliciantonio/">Fachiro</a></p>
<p style="text-align: justify"><b>TRAMA</b></p>
<p style="text-align: justify">Un aviatore, una bambina, una volpe e un fiore. Adattamento dell&#8217;opera letteraria francese più letta al mondo. La fiaba moderna per eccellenza.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>RECENSIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify">Anche i Piccoli Principi crescono&#8230; ed io non ci avevo mai pensato. Eppure, conservando i suoi riccioli biondi, ha corso il rischio dei baobab, ha smesso di annaffiare la sua rosa, di annusarla e ammirarla, non guarda più i tramonti, nemmeno quando è triste, non è più alla ricerca di un amico. Ora il Piccolo (Grande?) Principe non sa più vedere la pecore attraverso le casse ed un serpente boa che mangia un elefante assomigliava così tanto a un cappello (e se gli avessero offerto la pillola che, placando la sete, ti fa risparmiare 53 minuti, l&#8217;avrebbe presa?). Crescendo è diventato un lavoratore, un po&#8217; imbranato, che vive su di un pianeta che è molto più grande di lui, senza luce né tramonti. Un vigile vanitoso sorveglia il pianeta buio, un Re, solo se le condizioni sono favorevoli, ti conduce sul tetto dove il Piccolo (Grande?) Principe lavora per un uomo d&#8217;affari, che prima si accontentava di possedere le stelle ma ora ne ha creato un business.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="wp-image-670 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2016/01/piccolo_principe_2.jpg?w=300" alt="Piccolo_principe_2" width="369" height="203" /></p>
<p style="text-align: justify">Sapevo che tutti i grandi sono stati bambini una volta e che pochi di essi se ne ricordano, ma ho sempre creduto che il Piccolo Principe fosse un&#8217;eccezione. Invece no! Ed è così che feci la conoscenza del Signor Principe, che non voleva una pecora e che non sentiva la mancanza della sua rosa. Forse meritavano più rispetto i ricordi di tutti quelli che, crescendo, hanno continuato ad avere un Piccolo Principe a fianco, ogni istante, che ti chiedeva quale fosse il tono di voce del tuo nuovo amico e quali fossero i suoi giochi preferiti, che, come lui, ti ha insegnato a simpatizzare per quella strana personcina che accendeva e spegneva il lampione del suo piccolissimo pianeta, senza poter dormire, perché non pensava solo a se stesso. Il Piccolo (grande?) Principe è quindi cresciuto, diventando un adulto, un po&#8217; stonato, in un mondo scuro e così diverso dal B612. I ricordi dei lettori sono però tranquillizzati dall&#8217;avvento di una Piccola Principessa che, con il suo aeroplano ed una volpe silenziosa, tenta un difficile obbiettivo: far ricordare il Signor Principe quello che è stato.</p>
<p style="text-align: justify">Crescere non è un problema, il problema è dimenticare.</p>
<p style="padding-left: 330px"><strong>Voto: 8</strong></p>
<p><strong>Giulia Di Feliciantonio</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.torquemada.eu/2016/01/15/il-piccolo-principe_giulia-difeliciantonio/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Star Wars VII &#8211; Il lato chiaro della Forza</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2016/01/02/star-wars-vii-il-risveglio-della-forza_zoia_duzzo_coletti/</link>
		<comments>http://www.torquemada.eu/2016/01/02/star-wars-vii-il-risveglio-della-forza_zoia_duzzo_coletti/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 02 Jan 2016 18:42:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Coletti]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Duzzo Fedeli]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Longoni]]></category>
		<category><![CDATA[Mossa Kansas City]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni film]]></category>
		<category><![CDATA[Serena Zoia]]></category>
		<category><![CDATA[Star Wars]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.torquemada.eu/?p=3026</guid>
		<description><![CDATA[W Regia: J. J. Abrams Sceneggiatura: Lawrence Kasdan, J. J. Abrams, Michael Arndt Anno: 2015 Durata: 135’ Nazione: USA Fotografia: Daniel Mindel Montaggio: Mary Jo Markey, Maryann Brandon Scenografia: Rick Carter, Darren Gilfort Costumi: Mchael Kaplan Colonna sonora: John Williams Interpreti: Daisy Ridley, Adam Driver, Harrison Ford, Mark Hamill, Carrie Fisher, John Boyega, Oscar Isaac, Andy Serkis, Domhnail Gleeson, Anthony Daniels, Peter Mayhew, Max von Sydow Recensione originale su Fachiro TRAMA Luke Skywalker è scomparso ma esiste una mappa che rivela il luogo in cui è nascosto. Sullo sfondo una nuova guerra, fra la Resistenza e le forze oscure del Primo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="W" class="cap"><span>W</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: J. J. Abrams</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: Lawrence Kasdan, J. J. Abrams, Michael Arndt</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2015</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 135’</p>
<p style="text-align: right"><strong>Nazione</strong>: USA</p>
<p style="text-align: right"><strong>Fotografia</strong>: Daniel Mindel</p>
<p style="text-align: right"><strong>Montaggio</strong>: Mary Jo Markey, Maryann Brandon</p>
<p style="text-align: right"><strong>Scenografia</strong>: Rick Carter, Darren Gilfort</p>
<p style="text-align: right"><strong>Costumi</strong>: Mchael Kaplan</p>
<p style="text-align: right"><strong>Colonna sonora</strong>: John Williams</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Daisy Ridley, Adam Driver, Harrison Ford, Mark Hamill, Carrie Fisher, John Boyega, Oscar Isaac, Andy Serkis, Domhnail Gleeson, Anthony Daniels, Peter Mayhew, Max von Sydow</p>
<p style="text-align: right">Recensione originale su <a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2015/12/28/star-wars-vii-martinotta_rovelli_coletti_longoni_zoia/">Fachiro</a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>TRAMA</strong></p>
<p style="text-align: justify">Luke Skywalker è scomparso ma esiste una mappa che rivela il luogo in cui è nascosto. Sullo sfondo una nuova guerra, fra la Resistenza e le forze oscure del Primo Ordine.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>RECENSIONI</strong></p>
<p style="text-align: justify">Star Wars non è un film qualunque e ha provocato uno scisma fra i Fachiri. Ecco le prime tre recensioni, che rappresentano il &#8220;lato chiaro&#8221; della Forza. Per il &#8220;lato oscuro&#8221; potete resistere qualche giorno oppure&#8230; fare un salto <a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2015/12/28/star-wars-vii-martinotta_rovelli_coletti_longoni_zoia/">qui</a>.</p>
<h2 style="text-align: center"><strong>LATO CHIARO DELLA FORZA</strong></h2>
<p style="text-align: justify">Ogni episodio di Star Wars può essere considerato in due modi: prendendolo singolarmente oppure collocandolo all’interno della saga che dal 1977 gode di un numero incalcolabile di appassionati in tutto il mondo. Se lo si considera “slegato”, The Force Awakens è un potente blockbuster, che riesce a coinvolgere il pubblico e mantiene un ritmo serrato per tutti i suoi 135 minuti. La regia di Abrams è impeccabile: sa cosa vuole fare, sa cosa il pubblico desidera, sa come realizzarlo e il suo gesto tecnico è assolutamente preciso e pulito. Niente è collocato casualmente e persino il lens flare, vera e propria firma di Abrams, è usato con più garbo e parsimonia rispetto alle esagerazioni dei precedenti film del regista. I personaggi sono completi ed è istantaneo empatizzare con Finn (Boyega), Rey (Ridley), Han Solo (Ford) e il nuovo droide targato Disney BB-8; gli effetti speciali, poi, sono veramente straordinari (sia in 2D, sia in 3D, dove si nota un’attenzione notevole per la resa visiva). Complessivamente si tratta di un prodotto ben riuscito, compatto, una buona pellicola di fantascienza che sa coinvolgere dall’inizio alla fine. Anche le nuove generazioni e chi non ha mai visto prima un film della saga possono facilmente essere convinti di trovarsi di fronte a un film che nel suo insieme funziona e coinvolge. E’ necessario però porre questo settimo episodio all’interno di una cornice cinematografica più ampia, per comprendere il peso sull’economia della saga delle Guerre Stellari.</p>
<p style="text-align: justify">The Force Awakens si presenta con una trama molto simile a quella del quarto episodio (l’unico e primo “Guerre Stellari”, divenuto poi “Una Nuova Speranza”) con innumerevoli citazioni e punti di contatto con la trilogia classica (episodi IV-V-VI). Il droide che custodisce un messaggio cruciale per il destino della galassia, il “cattivo” che indossa una maschera nera, la gigantesca figura che compare sotto forma di ologramma e la stazione spaziale dal potere distruttivo immenso, sono tutti elementi che farebbero pensare più a un remake che ad un sequel. Se da un lato questa sterzata verso un ritorno alle origini dopo la trilogia prequel (episodi I-II-III) è molto apprezzabile, dall’altro lato il film si scontra con più di trent’anni di aspettative dei fan, che sicuramente desideravano qualcosa di molto più innovativo rispetto a un eccessivo e quasi frustrante richiamo al passato. Le differenze dalla trilogia classica, però, ci sono e sono decisamente delle novità per l’universo Star Wars. I personaggi hanno una caratterizzazione molto più approfondita rispetto a quasi tutti gli episodi precedenti: sono spaventati, distrutti, aggrappati a flebili speranze, figli di una galassia che affronta da decenni continui conflitti e che ci illudevamo avesse finalmente trovato pace con il sesto episodio della saga. Finn ad esempio è un traditore, un fuggitivo, e ha un’infanzia mai vissuta che lo porta ad essere totalmente spaesato in un mondo al di fuori delle crudeltà del Primo Ordine. Rey è una rivelazione, un personaggio femminile forte ma in continua attesa di una famiglia che l’ha abbandonata; nel complesso una figura ben riuscita, con l’interpretazione della Ridley convincente e soprattutto coinvolgente. La scena della sua fuga dalla spada laser, potente reliquia ereditata dalla famiglia Skywalker, e poi il “passaggio di testimone” della stessa spada a Luke (Hamill) sono una metafora che rappresenta bene il rapporto con la trilogia originale. Esiste un legame forte, ancora presente, con gli episodi IV-V-VI, che però non è limitante, bensì costruttivo per una nuova trilogia con i suoi personaggi tormentati e le sue dinamiche più moderne. Di questo legame un esempio lampante è il personaggio di Kylo Ren (Driver), che venera la figura di Darth Vader (questa volta chiamato con il nome originale), indossa una maschera come il suo idolo, non per necessità o per nascondere una deformità, ma per coprire l’innocenza di un volto giovanissimo e spaventato. Non è l’antagonista spietato e freddo, granitico e solenne del quarto episodio, ma un adolescente a pezzi, con meccanismi di difesa immaturi e quasi patetici (l’acting-out incontrollabile con la spada laser schiantata sulle pareti). Kylo Ren ha però una crescita forte (la svolta è il confronto col padre sulla base Strakiller e il colpo di scena seguente) che lo porterà a diventare un personaggio ancora più complesso e dovremo aspettarcelo molto più potente nei film successivi.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/images-11.jpg" rel="attachment wp-att-655"><img class="wp-image-655 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/images-11.jpg?w=300" alt="images (1)" width="406" height="169" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Anche la colonna sonora, che a un primo ascolto convince poco, è tuttavia coerente con lo spirito del settimo episodio: le epiche fanfare rimaste nella memoria di tutti sono solo un sussurro sullo sfondo, come quelle leggende sui Jedi e sulla Forza, mentre vengono introdotti temi nuovi, che non conosciamo ancora, ma che sanno comunque celebrare adeguatamente il “risveglio” del titolo. Han Solo, Chewbecca, Leia, Luke, RD-D2 e C3PO hanno ancora un’importanza cruciale e, soprattutto per i primi tre, svolgono un ruolo decisivo nel film, ma non sono sicuramente i protagonisti. Il settimo episodio ha dovuto infatti scrollarsi di dosso la pesante eredità cinematografica della trilogia classica (simboleggiata dalle rovine delle astronavi imperiali su Jakku) senza però rinnegarla, ed ha anche voluto conservare e ampliare i temi portanti di tutta la saga. Viene affrontato e arricchito il tema della paternità (vista sia dall’ottica del genitore che da quella del figlio), così come i temi della scelta, della tentazione, dell’amicizia e della crescita.</p>
<p style="text-align: justify">Abrams è figlio di Lucas; come noi è cresciuto con il mito intergenerazionale delle Guerre Stellari e ha saputo farne tesoro. L’influenza Disneyana si sente (oltre al marketing forsennato, le famose “strizzatine d’occhio” ai fan sono ben presenti), ma non è disturbante e il film mostra una coerenza robusta con tutta la saga in ogni momento, dall’incipit, alle transizioni tra sequenze, fino alla biologia delle creature, al design delle astronavi e ai pianeti “uniformi” di Lucas. The Force Awakens pecca forse di troppa paura del nuovo e meritava un finale un po’ più originale, ma è sicuramente un episodio “di raccordo”, completo e solido, il trampolino di lancio per una trilogia più attuale e avvincente. Il record di incassi conferma che c’è ancora interesse per questa saga che di padre in figlio coinvolge appassionati di tutto il mondo e continuerà a farlo anche con questa nuova trilogia. Per quanto riguarda i prossimi film l’aspettativa è altissima, soprattutto per l’ episodio VIII con la regia di Rian Johnson, regista di <em>Looper</em> (2012) e di tre tra i più potenti episodi della fortunata serie <em>Breaking Bad</em> (tra cui lo straordinario “Ozymandias”).</p>
<p style="text-align: right"><strong>Voto. 7,5</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Davide &#8220;Duzzo&#8221; Fedeli</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: justify">Partiamo da un dato di fatto: bello o brutto che sia, un film di Star Wars merita sempre di essere visto. Se non altro perché, per l’indiscussa fama della trilogia originale, è destinato a rimanere come un momento saliente nella storia del cinema. Bendisposti o meno, è tempo di riconoscere che Star Wars non è più soltanto composto dagli episodi IV-V-VI; e se anche la trilogia prequel è stata percepita da molti come un tradimento dello spirito originario dei film, ciò non toglie che essa faccia ormai indelebilmente parte dell’universo di Star Wars. Lo stesso discorso vale per questa nuova trilogia in corso d’opera. Ma tale consapevolezza porta con sé una grande tentazione: quella di adagiarsi sugli allori delle glorie passate col rischio di realizzare un prodotto di scarsa qualità che tanto venderà comunque. È dunque questo il caso di Star Wars VII?</p>
<p style="text-align: justify">Parliamo della sceneggiatura. Esistono due generi di finali aperti: quello che ti lascia con l’ansia di cosa accadrà in seguito e quello che presagisce una svolta epica. La cinematografia contemporanea ci ha abituati a storie che si concludono sempre di meno: ricordiamo, per contrasto, che l’episodio IV, per quante possibilità narrative lasci aperte, si può vedere come film a sé stante e che la trama dell’episodio VI, <em>Il ritorno dello Jedi</em>, poteva essere seguita anche da chi non aveva visto i precedenti. Ma da J. J. Abrams, coautore di una serie piena di colpi di scena come <em>Lost</em>, non ci si poteva aspettare un film senza una chiusura sul culmine narrativo. Ciò che dà carica allo spettatore, tuttavia, è il fatto che questo finale non è il solito cliffhanger in cui non si sa come ci si salverà o, peggio, in cui, quando tutto sembra concluso, il male ritorna di nascosto (come uova che si schiudono sottoterra): alla fine del film abbiamo invece la certezza che Luke Skywalker farà nuovamente il suo ingresso nella storia, con tutta la sua neo-acquisita autorevolezza.</p>
<p style="text-align: justify">Se prima di vedere questo film ci fossimo immedesimati in chi l’ha creato, il primo punto di preoccupazione sarebbe stato il fatto che si tratta della ripresa di una serie ferma da un decennio e, peggio, che il precedente film di cui questo è sequel, <em>Il ritorno dello Jedi</em>, ha ormai trentadue anni di età. Infine, il termine di confronto naturale, il primo film di Guerre Stellari, risale addirittura al lontano ‘77. In tutti questi anni, i film della LucasArts sono diventati un classico per generazioni di spettatori, sotto ogni aspetto, compresa la colonna sonora. I personaggi e le loro vicende si sono cristallizzati nella mente e nell’immaginario collettivo proprio come le note dei titoli di testa sono diventate un motivo, per così dire, fischiettabile. Perciò, un bel giorno, un compositore e uno sceneggiatore si trovano di fronte ad un grande dilemma: come prendere un tema (musicale o narrativo) talmente noto da essere considerato un classico e riuscire comunque a creare, a partire da esso, qualcosa di completamente nuovo? Aiuta, ma non basta, l’entusiasmo travolgente dei collaboratori, certi di entrare nella leggenda come abbiamo visto nel dietro-le-quinte dedicato al Comic-Con. Ci vuole un grande compositore per realizzare ciò che John Williams ci ha fatto udire nei trailer: quei famosi temi li risentiamo come trasfigurati, resi familiari e, al tempo stesso, alieni.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-2.jpg" rel="attachment wp-att-638"><img class="wp-image-638 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-2.jpg?w=300" alt="star wars 2" width="424" height="212" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Questa è la chiave con cui abbiamo voluto interpretare, in ambito narrativo, la quasi troppo appariscente affinità di questo episodio VII con il IV. Forse avrebbe giovato ritrovare quella stessa genialità musicale e quegli stessi toni epici dei trailer anche nel film; o avrebbe giovato una trama più autoconclusa. Eppure proprio la mancanza di quel contrasto tra toni cupi e misticheggianti del pianoforte e toni brillanti degli ottoni che speravamo di ritrovare anche nel film (ma che, in fondo, sappiamo pure essere stati scritti per qualcosa!); proprio l’apparente inutilità di certi personaggi che compaiono senza alcun passato e scompaiono altrettanto misteriosamente (magari anche interpretati da attori di grande calibro, come l’immenso Max von Sydow); proprio questi elementi, insomma, ci portano a chiederci se ciò che ci appare come un insieme di buchi nella trama non sia in realtà la preparazione di enormi colpi di scena.</p>
<p style="text-align: justify">Veniamo ora ai personaggi, vecchi e nuovi.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="wp-image-646 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-chewi-han.jpg?w=300" alt="star wars chewi han" width="369" height="193" /></p>
<p style="text-align: justify">Sugli attori storici c’è poco da dire. Mark Hamill/Luke non pronuncia una parola, ma recita con lo sguardo in quell’unica scena indimenticabile che lo vede fissare la giovane Rey con un volto incupito e segnato dal tempo, ma allo stesso tempo con occhi fiammeggianti e un’aura mistica di forza e saggezza che il suo personaggio forse non ha mai posseduto in tale misura. Carrie Fisher è sufficientemente credibile come Leia, ma non si pone mai al centro dell’attenzione e nel caso del suo personaggio, nel contesto di questo film, è un grande merito. Harrison Ford, pur essendo probabilmente il “meglio conservato” del terzetto, interpreta un personaggio per il quale, più di tutti gli altri, la vecchiaia rischia di essere appariscente; ciononostante, gestisce bene la versione canuta di Han Solo facendoci piacevolmente ritrovare aspetti peculiari della sua personalità, come, ad esempio, nella scena in cui si scopre il suo doppio gioco con i due clan criminali rivali oppure quando, sul pianeta/arma Starkiller, reagisce malamente alla notizia che Finn vi aveva lavorato come semplice inserviente e non ha, dunque, conoscenza approfondita dei segreti militari della base.</p>
<p style="text-align: justify">Riguardo i nuovi personaggi, sapevamo che J. J. Abrams ha voluto scegliere per le parti principali attori poco conosciuti; ciò nonostante è stata creata nel pubblico una notevole aspettativa, in particolar modo per quanto riguarda Kylo Ren, il nuovo nemico mascherato, e Rey, protagonista femminile del film.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-rey-2.jpg" rel="attachment wp-att-639"><img class="wp-image-639 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-rey-2.jpg?w=300" alt="star wars rey 2" width="389" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Le eroine femminili sono come la banana o la liquirizia in un piatto di ristorante (Masterchef docet): estremamente difficili e soprattutto rischiose da impiegare, eppure, se saggiamente inserite nel contesto, sanno dare una marcia in più e una caratterizzazione originale al tutto. Quello di Rey è, in effetti, un personaggio interessante: ha un background di povertà su un pianeta desertico, come Anakin e Luke Skywalker, ma in tale contesto, anzitutto, la scopriamo priva dei melliflui sentimenti buonisti del piccolo Anakin di episodio I. In questo deserto, poi, Rey vive un dramma di separazione familiare, ma non nel presente, come il giovane e smarrito Luke di episodio IV, bensì nel passato: Rey è già fortificata dal tempo, si è ingegnata per sopravvivere, sa combattere. Insomma, è tosta: prova ne è anche (sempre che non vi siano ulteriori motivi ancora celati) il fatto che apprende le vie della forza con una rapidità che farebbe arrossire il povero Luke e il suo X-Wing impantanato su Dagobah; eppure, nonostante ciò, non riesce proprio ad apparire come una spocchiosa ragazza prodigio, prima della classe. Sarà merito dell’astuta regia e/o della recitazione tra il frustrato e l’incazzato della Ridley. Solo il tempo (coi prossimi film) lo dirà.</p>
<p style="text-align: justify">Di Adam Driver &#8211; o forse, più precisamente &#8211; del suo personaggio, si potrebbero dire molte cose negative: è un nemico molto lontano da quello che ci si aspettava e si sperava di incontrare, considerata la caratura del leggendario Darth Vader. Se nei vecchi film Darth Vader, nome scelto a somiglianza delle parole “Dark Father”, è padre oscuro, in questa pellicola il giovane Kylo Ren è più che altro un adolescente disturbato. L’interpretazione di Driver, voluta oppure no (come diranno i maligni), va in tale direzione. Eppure è proprio in questo essere giovane instabile e psicopatico che si può trovare la chiave di volta della sua figura inquietante: non ha senso come “dark father”, ma è assolutamente credibile come giovane disadattato, non necessariamente astuto e brillante, che si picchia da solo sulle ferite per sentire il dolore ed esaltare la forza del lato oscuro in combattimento o che distrugge parti della sua stessa nave quando le cose non vanno come previsto. Molto diverso, insomma, dal freddo e calmo Vader che stritola a distanza il suo sottoposto che lo ha deluso. Che tutto ciò sia voluto?</p>
<p style="text-align: justify">Dopo l’uscita degli episodi I-II-III una delle scelte maggiormente rimproverate a George Lucas è stato il massiccio uso della computer grafica: ebbene, da questo punto di vista l’episodio VII segna una gradita inversione di tendenza e un ritorno alla “fisicità” della trilogia originale. Ben vengano dunque costumi, miniature, riproduzioni del Millenium Falcon a grandezza naturale, robot animati da persone e non dal computer; ben venga anche la decisione del regista di girare su pellicola e non in digitale. Forse questo non basta per compensare i difetti del film, ma certo è un grande passo in avanti nella giusta direzione.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-rey.jpg" rel="attachment wp-att-640"><img class="wp-image-640 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-rey.jpg?w=300" alt="star wars rey" width="384" height="192" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Un altro aspetto di questo episodio VII che non lascia indifferenti è la fotografia (e la retrostante <em>concept art</em>). Già dai trailer si poteva intuire la portata del lavoro svolto in questo senso &#8211; penso in particolar modo al gioco di luci ed ombre nella scena in cui una minuscola Rey si cala nel ventre immenso dell’incrociatore imperiale abbattuto su Jakku &#8211; e il film da questo punto di vista non delude affatto. Alcune inquadrature colpiscono particolarmente la fantasia dello spettatore, soprattutto se affezionato alla trilogia originale: la carcassa dell’incrociatore lungo l’orizzonte di Jakku, quasi come la rovina di un passato dimenticato (perfetto parallelo visivo per il fatto che gli eventi degli episodi IV-V-VI siano ormai considerati alla stregua di favole); la maschera deformata di Darth Vader, misteriosamente recuperata dai resti della Morte Nera; le lunghe fila degli assaltatori del Primo Ordine schierate davanti ad un ben riuscito generale Hux, con l’acceso contrasto di bianco, nero e rosso; il grandioso scenario naturale che circonda Rey nella sua ascesa verso Luke. Anche le scelte cromatiche sono particolarmente curate. Jakku è un pianeta di sabbia e polvere, esattamente come Tatooine, ma i colori, più sfumati del giallo polenta del pianeta di Luke Skywalker, gli conferiscono un aspetto per certi versi più antico e solenne. Il cromatismo contribuisce anche ad accrescere la tensione del duello finale tra Rey e Kylo Ren, in cui larga parte hanno il rosso e il blu delle spade laser che si incrociano sul fondo della foresta coperta di neve.</p>
<p style="text-align: justify">Che dire, in conclusione, di questo film? Certamente non è un film che dorme sugli allori!</p>
<p style="text-align: right"><strong>Voto: 8</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Guido Longoni</strong> e <strong>Serena Zoia</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: right"><strong>“Usa la</strong><strong> Mossa, Luke! </strong><strong>Come J.J. Abrams ha trollato due generazioni di spettatori”</strong></p>
<p style="text-align: justify">Prima di cominciare, vorrei sperare sia a tutti voi familiare quel celebre concetto patafisico noto come <a href="http://tvtropes.org/pmwiki/pmwiki.php/It/MossaKansasCity">“Mossa Kansas City”</a>, reso famoso da Bruce Willis in “Slevin – Patto Criminale”. Tuttavia, a beneficio di quanti abbiano trascorso gli ultimi dieci anni in un rottame arrugginito, disperso nelle vastità desertificate del pianeta Jakku, si potrebbe descriverla come quella peculiare manovra strategica alla base di ogni truffa ben riuscita, la formula stessa del furto con destrezza. La Mossa Kansas City è “quando loro guardano a destra e tu vai a sinistra”, questo lo sapete tutti. Quello di cui invece potreste non esservi accorti è che, da un paio di anni a questa parte, la più grande multinazionale dell’intrattenimento esistente ha investito una considerevole porzione delle sue sostanze nella realizzazione della più colossale Mossa Kansas City mai concepita a memoria d’uomo, e per di più sotto gli occhi attoniti del mondo intero. Sto parlando di una truffa faraonica. Sto parlando di un colpo da settecento milioni di dollari, <em>merchandise</em> escluso. Sto parlando, l’avrete intuito, del settimo capitolo della saga di Star Wars, “Il Risveglio della Forza”. Ma andiamo con ordine.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>1. Giocare a scacchi con il Wookie</strong></p>
<p style="text-align: justify">Per la corretta esecuzione di una Mossa Kansas City sono richieste un bel po’ di persone, ma quando il CEO della Disney (che, per ragioni di chiarezza espositiva, supporremo sia Topolino) ha cominciato a pianificare il modo migliore per separare due generazioni di nerd dai loro risparmi, deve essere apparso chiaro che c’era solo un uomo all’altezza del compito. Per resuscitare la saga cinematografica che più di ogni altra ha influito sulla declinazione massificata dell’immaginario post-moderno, Topolino non poteva che affidarsi a J.J. Abrams. J.J. Abrams, ormai lo sappiamo bene, non è un uomo con una visione. Da “Alias” a “Star Trek”, non lo abbiamo mai conosciuto come un regista che potesse attingere ad un immaginario personale definito e riconoscibile. Non è Tarantino. Non è Burton. Ma non è nemmeno George Miller o Gareth Edwards. Quando i titoli di testa di un film recitano “di Terry Gilliam” o “di Guillermo Del Toro”, si sa già che, nel bene o nel male, si sta per assistere ad un’opera caratterizzata da una precisa impronta autoriale, da scelte estetiche inconfondibili. Abrams invece no. Abrams è camaleontico, si adatta alla domanda. Abrams non ti dà quello che vuole, ti dà sempre e soltanto quello che vuoi. Questo non fa certo di lui un artista visionario, ma ne fa un uomo d’azienda di grande successo, e pertanto perfetto per un compito arduo come quello che lo attendeva. Perché ripotare sullo schermo Star Wars, significava soprattutto rilanciarne il <em>brand, </em>reduce da quel maldestro tentativo di dirottamento conosciuto come “Trilogia Prequel”. E questo significava radunare un <em>fandom</em> diviso, frammentato e contraddittorio, convincere gli scettici, accontentare gli azionisti, arruolare una nuova infornata di consumatori nati dopo il crollo delle Torri Gemelle. Significava vendere un fottio di pupazzetti, di poster, di peluche, di ciabatte, di cofanetti dvd, di zuppiere a forma di droide. Di più, bisognava fare tutto ciò senza infrangere l’aura di magia che da sempre circonda il <em>franchise, </em>senza incrinare la sottile patina di nostalgica familiarità che permea i vecchi giocattoli. In altre parole, occorreva spacciare un’operazione commerciale per una rimpatriata: era necessario che uomini cresciuti con Han Solo come fratello maggiore fossero contenti di comprare ai loro figli la spada crociata di Kylo Ren. Non era soltanto una missione impossibile. Era come giocare una partita a scacchi olografici con un enorme Wookie, pronto a strapparti le braccia al minimo accenno di una mossa sbagliata. E questo Topolino lo sapeva. E il mondo lo sapeva. E anche J.J. Abrams lo sapeva, e per questo ha deciso di barare.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-4.jpg" rel="attachment wp-att-648"><img class=" wp-image-648 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-4.jpg?w=300" alt="star wars 4" width="338" height="220" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>2. Non dargliela vinta, dargliela <em>vintage</em></strong></p>
<p style="text-align: justify">Quel demonio di Jar Jar Abrams ha barato, e l’ha fatto magnificamente. C’erano orde di critici cinematografici, pletore di appassionati e semplici mitomani armati di connessione ADSL che non aspettavano altro che emettere una sentenza inappellabile di inadeguatezza, che si fregavano le mani al pensiero di bollare ogni nuova idea, ogni trovata inedita come “non all’altezza della Trilogia Originale”, consacrata sull’altare della loro preadolescenza. Il pubblico di Abrams era composto da gente che, già al momento di comprare le prevendite, sperava ardentemente di rimanerci fregata. E J.J. li ha fregati, ma non come si aspettavano. Mentre loro guardavano a destra, lui è andato a sinistra. Invece di prestare il fianco con un sequel vero e proprio, eccolo sfilare dal cilindro un reboot/remake/pastiche della Trilogia Originale. Potete dimenticarvi qualcosa di nuovo e di vulnerabile: il giovane Abrams si è peritato di estrarre Lawrence Kasdan (lo sceneggiatore de “L’Impero Colpisce Ancora”, “Il Ritorno dello Jedi”, nonché dei “Predatori dell’Arca Perduta”, ecc.) dal blocco di grafite in cui aveva dimorato negli ultimi dieci anni, dargli una scaldata al microonde, e rimetterlo in pista con rinnovata verve. E’ stato così che, con la sfacciata semplicità delle truffe migliori, è stata presentata al mondo una versione riveduta e aggiornata di “Una Nuova Speranza”, adattata con grande mestiere alla sensibilità delle nuove leve, svezzate con saghe <em>Young Adult</em> e abituate ad una infinita <em>escalation</em> tecnologica. “Il Risveglio della Forza” è un film per ragazzi in grado di accettare senza battere ciglio che lo Starkiller altro non sia che una Morte Nera 6S. Pronti ad accogliere Rey da tutte le Katniss che l’hanno preceduta. Educati alla cultura del <em>vintage</em>, secondo cui l’analogico è accattivante, purché coadiuvato dal digitale. L’utilizzo dosato di personaggi e attori della vecchia guardia è stata in questo senso una componente essenziale della strategia elaborata dalla <em>joint venture</em> Topolino-Abrams: il loro scopo era quello di fornire un tiepido senso di continuità ai quarantenni che, in loro assenza, si sarebbero trovati faccia a faccia con nuovi mitemi, lontani anni luce dalla loro comprensione, almeno quanto la nuova Xbox della loro prole. Ostentando un rispetto intessuto di occhiolini, riverenze e citazioni ben calibrate, il regista di “Lost” si è guadagnato il diritto di scherzare con la fanteria spaziale, tributando il dovuto ai santi del passato. Anche se si fosse limitato a quanto sopra, il piano metacinematografico di cui si è finora discusso sarebbe già degno di ammirazione, un <em>bluff</em> così ben interpretato da meritare il plauso anche di chi l’ha chiamato. Ma ciò che davvero rende “Il Risveglio della Forza” la più grande Mossa Kansas City di sempre, quasi sublime nella sua maliziosità, è il trattamento che riserva al suo antagonista.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-1.jpg" rel="attachment wp-att-641"><img class="wp-image-641 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-1.jpg?w=300" alt="star wars 1" width="386" height="193" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>3. Il lato oscuro della Mossa</strong></p>
<p style="text-align: justify">Kylo Ren è senza dubbio il personaggio più interessante a esordire nel nuovo capitolo di Guerre Stellari: un apprendista stregone acerbo e frustrato, un post-adolescente irritabile e irritante che si è consegnato al Lato Oscuro più per dispetto che per una spontanea inclinazione, e per questo perennemente esposto alla tentazione del Bene. I trailer lo avevano mostrato sempre nascosto dietro ad un inquietante radiatore metallico che ne mascherava le fattezze, si presume per non confondere eccessivamente le aspettative del pubblico. Nel film, d’altro canto, si è optato per mostrarne molto presto il volto reale, quello goffo e immusonito di Adam Driver, rivelandone i paramenti per ciò che effettivamente sono: un travestimento, un <em>cosplay</em> da signore del Male dietro cui nascondere le fragilità e i dubbi di un ragazzino smarrito, coinvolto in una partita molto più grande del suo desiderio di emancipazione dal padre. Il più immediato precedente di Kylo Ren nell’immaginario collettivo è in questo senso ravvisabile in Draco Malfoy, il rivale di Harry Potter a cui sono imposti gli abiti e i modi del Mangiamorte: entrambi votati al Male dal caso e dalle circostanze, guidati da cattivi maestri e tuttavia incapaci di abbracciare fino in fondo la loro parte peggiore.</p>
<p style="text-align: justify">Come era prevedibile, l’invenzione di Darth Malfoy ha diviso il pubblico e la critica, e creato intorno a sé fazioni: chi ne ha osannato la modernità (pochi), e chi ha visto in lui un Lord Fauntleroy bizzoso e incapace di sostenere il peso del ruolo di antagonista principale (molti). Kylo Ren è l’unico vero elemento di novità presente all’interno di “Il Risveglio della Forza” ed è sintomatico osservare come abbia polarizzato tutte le critiche di inadeguatezza di cui sarebbe stato bersagliato il regista, se avesse deciso di affrontare frontalmente il suo pubblico rimodellando integralmente la Galassia lontana lontana. E allora perché J.J. Abrams, le cui doti di illusionista sono indubbie, ha deciso di scoprire le sue carte in modo apparentemente avventato, dando in pasto ai suoi detrattori un personaggio imperfetto? La risposta si nasconde in un’ombra nera, che si allunga sinistra sull’operazione di <em>revival</em> architettata da Topolino e soci, l’ombra di uno spettro rantolante che si aggira nei meandri della cultura pop da più di trent’anni: l’ombra di Darth Vader. Darth Vader rappresenta il fulcro e la spina dorsale della fortuna di Star Wars, è una figura talmente iconica da poter reclamare un posto nel nuovo <em>pantheon</em> occidentale, accanto a Marylin Monroe e Godzilla. E ove dal gigionesco revisionismo di Abrams possono scaturire copie degli altri topoi della Trilogia Originale, Darth Vader non avrebbe potuto essere replicato, perché la stessa genesi della tragica leggenda di Anakin Skywalker è frutto di contingenze imponderabili, che hanno travalicato le intenzioni stesse dei suoi autori. E’ nozione comune che il cavaliere nero del post-moderno fosse stato inizialmente concepito come un antagonista secondario, un potente scagnozzo al soldo dell’Imperatore. La presenza scenica e l’immediato impatto visivo del suo costume persuasero Lucas, in sede di seconda stesura de “L’Impero Colpisce Ancora”, a garantirgli una posizione centrale nelle vicende come padre perduto di Luke, instradando così la saga sui binari che oggi conosciamo.</p>
<p style="text-align: justify">Vader è il colpo di genio. E’ il lampo di ispirazione che nobilita e eleva un’opera per molti versi derivativa, e un guizzo del genere non avrebbe potuto essere ripetuto da Abrams all’interno del suo sterile laboratorio, nemmeno se ci avesse provato. Lo stesso Lucas non era riuscito a ripetere sé stesso, come tristemente dimostrato dalla Trilogia Prequel. Tutto ciò poneva il buon Jar Jar Abrams di fronte ad un secondo rompicapo, forse ancor più cruciale del primo: se nessun successore avrebbe mai potuto eguagliare Darth Vader, e quest’ultimo non poteva essere riesumato, come trovare un antagonista degno di reggere il confronto? La soluzione adottata sconfina nella prestidigitazione: mentre tutti guardavano a destra, seguendo la pedissequa reiterazione del primo capitolo della Trilogia Originale, e perciò attendendo il sorgere di un nuovo, epocale <em>villain</em>, J.J. Abrams ha svicolato di nuovo a sinistra, invertendone il paradigma. Anziché mostrarci la parabola di redenzione del <em>badass </em>per antonomasia<em>, </em>nel suo film avremmo assistito alla corruzione di un pivello, destinata tuttavia a culminare in un gesto ricco di pathos classico. Abituati a confrontarci con un monolite nero di maestosa malvagità, da cui ogni efferatezza era lecito aspettarsi, ci siamo trovati di fronte ad uno spilungone nevrile e impacciato, che quasi all’improvviso uccide Han Solo. Del resto, Edipo non era nessuno prima di pugnalare suo padre.</p>
<p style="text-align: justify">La pellicola si conclude così, con la promessa del Supremo Leader Snoke di concludere l’addestramento di Kylo Ren, e con essa si esaurisce l’apporto di J.J. Abrams alla mitologia delle Guerre Stellari. Spetterà ad altri l’impresa di trasformare un ragazzino antipatico nel titanico cattivo di cui i nerd hanno bisogno, ma che in fondo non meritano. In quanto a voi, una volta che la giostra dell’<em>hype </em>avrà chiuso i battenti<em>,</em> potrete ben dire ai vostri nipoti di aver visto in azione un autentico maestro dell’inganno. Racconterete di essere stati testimoni di una doppia Mossa Kansas City, realizzata con perizia da un Signore dei Sith. Perché proprio questa è la vera natura di quel piccolo <em>geek</em> occhialuto dal sorriso beffardo, a dispetto di tutte le vostre facili ironie: Darth Disney.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-topolino.jpg" rel="attachment wp-att-643"><img class="size-full wp-image-643 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/12/star-wars-topolino.jpg" alt="star wars topolino" width="300" height="194" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>***</strong></p>
<p style="text-align: justify">Nello spazio di questo breve approfondimento si è scelto di non indagare nel dettaglio “Il Risveglio della Forza”: l’opera è tutt’ora nelle sale, e mentre queste righe vengono scritte l’Internet si prodiga nel vivisezionarla fotogramma per fotogramma. Ogni possibile lettura viene esplorata, e presto si dovrà cominciare a immaginarne di nuove. Per questa ragione si è preferito dedicare qualche riflessione alla sua filosofia, alle ragioni che sottendono al recupero di una saga leggendaria, ai principi informatori della sua attualizzazione. Perché questo nuovo capitolo di Star Wars non è un capolavoro di arte cinematografica ma, risultati alla mano, è un vero trattato sullo <em>show-business</em>, frutto di una esperienza affinata nel corso di decenni dall’Imperatore Topolino e dai suoi gregari. Per ciascuno dei motivi sopra esaminati, è una guida pratica al <em>blockbuster</em> nel ventunesimo secolo, e come tale le generazioni future dovranno studiarlo a memoria, se sperano di superarlo. E chi questo non l’ha capito, chi parla ancora con tono perentorio di incertezze nel montaggio, di ritmo incostante e buchi di sceneggiatura, ma in fondo non ci si raccapezza e questo film non sa se amarlo od odiarlo, è il primo a essere rimasto fregato. Forse stava semplicemente guardando a destra.</p>
<p style="text-align: right"><strong>Voto al film: 7</strong></p>
<p style="text-align: right"><strong>Voto all’operazione cinematografica: 10</strong></p>
<p style="text-align: right">“Non è forse l’attesa di Star Wars, essa stessa Star Wars?</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Alberto Coletti</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: center"><strong>VOTI</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Davide “Duzzo” Fedeli</strong>: 7,5</p>
<p style="text-align: center"><strong>Serena Zoia e Guido Longoni</strong>: 8</p>
<p style="text-align: center"><strong>Alberto Coletti</strong>: 7</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.torquemada.eu/2016/01/02/star-wars-vii-il-risveglio-della-forza_zoia_duzzo_coletti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Abacuc</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/11/07/abacuc_stefano-malosso/</link>
		<comments>http://www.torquemada.eu/2015/11/07/abacuc_stefano-malosso/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 07 Nov 2015 08:56:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Abacuc]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ferri]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Malosso]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.torquemada.eu/?p=2971</guid>
		<description><![CDATA[A Regia: Luca Ferri Anno: 2015 Durata: 85&#8242; Nazione: Italia Interpreti: Dario Bacis Articolo originale RECENSIONE Tra le rivelazioni delle uscite degli ultimi mesi, “Abacuc” di Luca Ferri (nelle sale dal 2 novembre) riprende in mano il filo reciso del cinema cosiddetto sperimentale per costruire, o decostruire, un viaggio grottesco nel Nord Italia dominato da scempi urbanistici e edili di ogni tipo, viaggio al termine della notte alla fine del quale non rimane che rifugiarsi nel cimitero, luogo-simbolo della morte di ciò che è stato definito postmoderno (e, per dirla con l&#8217;ultimo Houellebecq, morte dell&#8217;intera civiltà occidentale, finalmente accordata all&#8217;etimo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="A" class="cap"><span>A</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: Luca Ferri</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2015</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 85&#8242;</p>
<p style="text-align: right"><strong>Nazione</strong>: Italia</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Dario Bacis</p>
<p style="text-align: right"><a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2015/11/06/abacuc_stefano-malosso/">Articolo originale</a></p>
<p><strong>RECENSIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify">Tra le rivelazioni delle uscite degli ultimi mesi, “Abacuc” di Luca Ferri (nelle sale dal 2 novembre) riprende in mano il filo reciso del cinema cosiddetto sperimentale per costruire, o decostruire, un viaggio grottesco nel Nord Italia dominato da scempi urbanistici e edili di ogni tipo, viaggio al termine della notte alla fine del quale non rimane che rifugiarsi nel cimitero, luogo-simbolo della morte di ciò che è stato definito postmoderno (e, per dirla con l&#8217;ultimo Houellebecq, morte dell&#8217;intera civiltà occidentale, finalmente accordata all&#8217;etimo che la vuole assimilata al concetto di tramonto). Un tramonto ferocemente iconoclasta, quello intessuto dalle immagini in bianco e nero girate in super8 da Ferri e dalla colonna sonora analogica e post-atomica del compositore Dario Agazzi, che non rinuncia però al taglio sarcastico fatto di fendenti ora apparentati al teatro dell&#8217;assurdo (“Io leggo Lacan”, ci confessa lo scheletro affrescato) ora provocatori (“Chi ascolta jazz è un eiaculatore precoce”; ”Paradossi delle reliquie: i prepuzi di Gesù erano dodici”).</p>
<p style="text-align: justify"><img class="wp-image-605 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/11/12204514_10207927663618207_363626530_n.jpg?w=300" alt="12204514_10207927663618207_363626530_n" width="444" height="176" /></p>
<p style="text-align: justify">Film sulle rovine e sulla monumentalità della rovine, come ha avuto modo di scrivere il suo autore, Abacuc vede come protagonista un uomo di duecento chili, quasi immobile, lontano dalle emozioni e dalla parola, protagonista di una sorta di remake di “L&#8217;ultimo uomo sulla terra”; Abacuc è un Buster Keaton oltre il declino, è il cadavere di Keaton che si aggira in un Paese ormai tumefatto. Come il Jack Nance di Eraserhead, vive in una piéce che ne racconta allo stesso tempo la condizione di superstite e di testimone dello stato terminale di un&#8217;epoca: non rimane che sperare, spogliando un petalo dopo l&#8217;altro una margherita nel mi-ama-non-mi-ama fanciullesco, che ci sia (ancora) qualcuno ad amarlo.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="wp-image-606 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/11/12204678_10207927663658208_1187296725_n.jpg?w=300" alt="12204678_10207927663658208_1187296725_n" width="386" height="257" /></p>
<p style="text-align: justify">Abacuc si pone, o è posto, a tutti gli effetti come una marionetta senza spettatore, catapultato al centro di un teatro finzionale che cortocircuita con la realtà, squarciandola e rivoltandola su se stessa. Nessun tipo di costruzione narrativa è più possibile: ad Abacuc e al suo vago pellegrinare non resta che ascoltare una voce meccanica ad una cornetta che, attraverso la reiterazione di citazioni del passato, lo conduce ad un continuo e inesorabile vicolo cieco, al termine del quale il linguaggio perde la sua valenza di segno e di testimonianza. Cosa rimane? Rimangono la contemplazione estetica, le macerie dei secoli, i volti dei defunti esposti sulle lapidi accompagnati da improbabili storie, montate e rimontate casualmente come in una letteratura combinatoria mortifera. Non è finzione e non è documentario: siamo nella frattura, nella lacuna, nel buco nero del linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify"><img class=" wp-image-608 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/11/12212247_10207927663578206_308307834_n.jpg?w=300" alt="12212247_10207927663578206_308307834_n" width="349" height="262" /></p>
<p style="text-align: justify">“La musica, come tutte le arti, ha l&#8217;umile compito di descrivere la propria fine”, ci suggerisce la voce meccanica che accompagna l&#8217;esistenza di Abacuc. E il cinema di Ferri sembra voler inseguire il suo protagonista, la sua marionetta, proprio verso la fine di ogni modalità della rappresentazione. L&#8217;arte cinematografica deve implodere in se stessa, ricercare le proprie rovine (si agita il cadavere di Walter Benjamin) e, una volta trovata la propria estinzione, sperare in una rinascita. Abacuc si pone in questo senso come un superamento totale (e totalizzante) della storia del cinema: è slapstick comedy ma è oltre, è cinema delle avanguardie ma è oltre, è documentario ma è oltre, è soprattutto racconto post-moderno, ma oltre. Col suo lungo canto funebre, in questo Kaddish per immagini e musiche, Ferri firma un atto fortemente politico, uno sguardo allarmato e provocatorio sul cinema contemporaneo, spogliandolo delle facili epiche quotidiane e riportando l&#8217;attenzione sulla funzione espressiva e quasi oltraggiosa dell&#8217;occhio cinematografico, che qui assume le sembianze del volto incancellabile di Abacuc.</p>
<p style="text-align: right"><strong>Voto: 8</strong></p>
<p style="text-align: right"><strong>Stefano Malosso</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.torquemada.eu/2015/11/07/abacuc_stefano-malosso/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Lonbraz Kann</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/06/25/lonbraz-kann_francesco-foschini-2/</link>
		<comments>http://www.torquemada.eu/2015/06/25/lonbraz-kann_francesco-foschini-2/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2015 18:51:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Festival Cinema Africano Asia e America Latina]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Fracensco Foschini]]></category>
		<category><![CDATA[Lonbraz Kann]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.torquemada.eu/?p=2781</guid>
		<description><![CDATA[Y Regia: David Constantin Sceneggiatura: David Constantin e Sabrina Compeyron Anno: 2015 Durata: 88’ Nazione: Mauritius, Francia Fotografia: Sabine Lancelin Montaggio: Morgane Spacagna Musica: Subhash DHUNOOHCHAND Interpreti: Danny Bhowaneedin, Raj Bumma, Nalini Aubeeluck Link originale TRAMA Una fabbrica di lavorazione della canna da zucchero dove hanno lavorato generazioni e generazioni di mauriziani chiude i battenti e al posto delle piantagioni sorge un cantiere per la costruzione di ville di lusso. RECENSIONE I bellissimi paesaggi mauriziani fanno da sfondo a una situazione critica che sembra non riuscire ad arrestarsi. Marco, Rosario e il non più giovane Bissoon, protagonisti del film, devono assistere]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="Y" class="cap"><span>Y</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: David Constantin</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: David Constantin e Sabrina Compeyron</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2015</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 88’</p>
<p style="text-align: right"><strong>Nazione</strong>: Mauritius, Francia</p>
<p style="text-align: right"><strong>Fotografia</strong>: Sabine Lancelin</p>
<p style="text-align: right"><strong>Montaggio</strong>: Morgane Spacagna</p>
<p style="text-align: right"><strong>Musica</strong>: Subhash DHUNOOHCHAND</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Danny Bhowaneedin, Raj Bumma, Nalini Aubeeluck</p>
<p style="text-align: right"><a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2015/06/12/lonbraz-kann_francesco-foschini/">Link originale</a></p>
<p><strong>TRAMA</strong></p>
<p>Una fabbrica di lavorazione della canna da zucchero dove hanno lavorato generazioni e generazioni di mauriziani chiude i battenti e al posto delle piantagioni sorge un cantiere per la costruzione di ville di lusso.</p>
<p><strong>RECENSIONE</strong></p>
<p>I bellissimi paesaggi mauriziani fanno da sfondo a una situazione critica che sembra non riuscire ad arrestarsi. Marco, Rosario e il non più giovane Bissoon, protagonisti del film, devono assistere impotenti alla distruzione della loro fabbrica per lasciare il posto alla costruzione di moderne case di lusso.  Un problema che lascia indifferenti le diverse società del mondo, dove ognuno guarda ai propri interessi, ma non lascia indifferente quella mauriziana: un popolo legato fortemente al culto del passato e alle tradizioni, dove ogni singolo gesto quotidiano diventa ricco di significato simbolico.</p>
<p>Le terre mauriziane sono fotografate in maniera potente e mai banale da Sabine Lancelin, ogni singola inquadratura fa entrare in ambienti familiari e bucolici, dove pare di avvertire il profumo del tè appena versato e la dolcezza dello zucchero appena spremuto dalle canne.</p>
<p><img class=" aligncenter" src="http://www.siff.net/assets/Images/festival/2015/films/S/SugarcaneShadows.jpg" alt="" width="430" height="232" /></p>
<p>David Constantin con <em>Lonbraz Kann</em>, ha voluto dar voce alla sua comunità in modo originale e sentito. I volti inquadrati dalla macchina da presa fanno quasi pensare a una serie di ritratti, visi che hanno vissuto ogni singolo attimo di libertà, prima che questa venisse loro sottratta. Fanno da contrappunto le evocative musiche originali di Subhash Dhunoohchand.</p>
<p>Un film nato per riflettere sulle persone, e soprattutto per farle riflettere sugli aspetti negativi che può avere la globalizzazione in tanti Paesi. Una traccia importante di una realtà troppo poco conosciuta all’“ombra delle canne” da zucchero del titolo originale.</p>
<p><strong>Voto: 8-</strong></p>
<p><strong>Francesco Foschini</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.torquemada.eu/2015/06/25/lonbraz-kann_francesco-foschini-2/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Cenerentola</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/04/08/cenerentola/</link>
		<comments>http://www.torquemada.eu/2015/04/08/cenerentola/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2015 09:31:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Cenerentola]]></category>
		<category><![CDATA[Cinefabis]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni film]]></category>
		<category><![CDATA[Sabrina Di Stefano]]></category>
		<category><![CDATA[Walt Disney]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.torquemada.eu/?p=2339</guid>
		<description><![CDATA[C Regia: Kenneth Branagh Sceneggiatura: Aline Brosh Mc Kenna, Chris Weitz Soggetto: Charles Perrault Anno: 2015 Durata: 112’ Nazione: USA Fotografia: Haris Zambarloukos Montaggio: Martin Walsh Scenografia: Dante Ferretti Costumi: Sandy Powell Colonna sonora: Patrick Doyle Interpreti: Lily James, Richard Madden, Cate Blanchett, Helena Bonham Carter Link originale TRAMA Il sipario si apre sulla vita felice di una bellissima bambina di nome Ella, che all’improvviso perde la madre e resta sola con l&#8217;amato padre. Quando la ragazza sarà già cresciuta, il padre si risposerà con Lady Tramaine, donna tirannica e arrampicatrice, che si trasferirà in casa insieme alle sue due]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: left"><span title="C" class="cap"><span>C</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: Kenneth Branagh</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: Aline Brosh Mc Kenna, Chris Weitz</p>
<p style="text-align: right"><strong>Soggetto</strong>: Charles Perrault</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2015</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 112’</p>
<p style="text-align: right"><strong>Nazione</strong>: USA</p>
<p style="text-align: right"><strong>Fotografia</strong>: Haris Zambarloukos</p>
<p style="text-align: right"><strong>Montaggio</strong>: Martin Walsh</p>
<p style="text-align: right"><strong>Scenografia</strong>: Dante Ferretti</p>
<p style="text-align: right"><strong>Costumi</strong>: Sandy Powell</p>
<p style="text-align: right"><strong>Colonna sonora</strong>: Patrick Doyle</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Lily James, Richard Madden, Cate Blanchett, Helena Bonham Carter</p>
<p style="text-align: right"><a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2015/04/04/cenerentola_sabrina-di-stefano_cinefabis/"><span style="text-decoration: underline">Link originale</span></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>TRAMA</strong></p>
<p style="text-align: justify">Il sipario si apre sulla vita felice di una bellissima bambina di nome Ella, che all’improvviso perde la madre e resta sola con l&#8217;amato padre. Quando la ragazza sarà già cresciuta, il padre si risposerà con Lady Tramaine, donna tirannica e arrampicatrice, che si trasferirà in casa insieme alle sue due ottuse figlie. Durante un viaggio di lavoro il padre verrà a mancare ed Ella, rimasta ormai sola, si troverà ad affrontare la cattiveria della matrigna e delle sorellastre che la ribattezzeranno Cenerentola, costringendola da padrona  di casa quale era, a diventare la loro stessa sguattera. Disperata, tenta di fuggire  nella foresta dove incontrerà Kit, un giovane apprendista alla corte del re, che poi si scoprirà essere il principe. Incoraggiata da quest’ incontro Cenerentola decide di partecipare ad un ballo reale a cui potranno aderire tutti i sudditi del regno. Nonostante la matrigna le proibirà di presenziare, Ella, grazie all’aiuto magico di una singolare fata madrina, riuscirà come una principessa a danzare su scarpette di cristallo con il suo principe, ma attenzione “a mezzanotte a casa perché l’incantesimo svanirà!” Il  principe cosi  verrà lasciato solo in balia del suo sogno d’amore con una delle scarpette di cristallo di Ella, persa durante la fuga da palazzo. Lui cercherà la fanciulla per tutto il regno fino a quando, beh,  il finale lo sapete tutti…</p>
<p style="text-align: justify"><strong>RECENSIONI</strong></p>
<p style="text-align: justify">“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”. Supponiamo, partendo da lontano, che sia stato questo noto aforisma di  Shakespeare a portare lo strashakespeariano Kenneth Branagh a voler dirigere la rivisitazione Disney del cult degli anni 50. Anche perché la pellicola, di influenze teatralmente shakespeariane, ne ha ben poche; questo risulta alquanto difficile da digerire, quando si assiste a  una Cenerentola cosi Disney diretta, invece, dal più affascinante degli Amleto.</p>
<p style="text-align: justify">La storia molto simile alla corrispondente versione animata,  anzi un quasi duplicato, se non fosse per topi veri e non parlanti, può deluderci da una parte o illuderci dall’altra. Ciò succede in considerazione del fatto che noi spettatori  siamo ormai abituati alle numerose fiabe stravolte degli ultimi anni, come il remake <em>Maleficent</em> o le liberamente ispirate trame delle non proprio  principesse della serie <em>Once upon a time</em>.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/04/maxresdefault.jpg"><img class="  wp-image-514 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/04/maxresdefault.jpg?w=300" alt="maxresdefault" width="346" height="144" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Una cosa è certa: l’eccezionale  scelta del premio oscar Cate Blanchett col ruolo di matrigna, fa in modo che questa pellicola trovi il suo posto insieme a tutte le recenti altre, dove il villain sovrasta di gran lunga l’eroina e dove cattive Disney del calibro di  Angelina Jolie, Charlize Theron e Julia Roberts si impossessano totalmente dello schermo. Meravigliosa Cate Blanchett cosi come meravigliosa l’entrata in scena di Helena Bonham Carter, eccentrica fata madrina, che aiutata dalla magia e dal suo modo straordinario di impersonare ruoli sopra le righe, tinge di una straordinaria  stravaganza la pellicola, restituendo per un attimo al film l’incanto della fiaba originale. Seppur aggiungendo a tutti questi dettagli la fastosità delle scenografie del premio oscar Dante Ferretti, quest’opera cinematografica resta comunque un lavoro molto equilibrato e forse troppo prudente. Branagh è stato attento a non uscire dal confine stereotipato del fantastico,se non comunque, cautamente, nel finale. La ragazza , infatti, si presenterà davanti al principe, grazie al coraggio e alla gentilezza lasciatele in eredità dalla madre, coi suoi stracci, cosi come è, come donna e come Cenerentola. Il messaggio sembra essere questo: se mi ami devi prendermi  e accettarmi cosi come sono, perché nel mio mondo le principesse non esistono più. Malgrado questo atto di emancipata risolutezza, questa pellicola non riesce a rispecchiare l’universo femminile nella sua peculiare modernità, ovvero l’universo delle Cenerentole nella più intrigante delle favole, la vita.</p>
<p style="text-align: justify;padding-left: 300px"><strong>Voto: 6,5</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Sabrina Di Stefano</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: justify">L’ultima versione cinematografica di Cenerentola mi ha deluso parecchio. Ingannata dalla presenza del grande Kenneth Branagh dietro la macchina da presa (insomma non uno a caso ma colui che prima di girare americanate come Thor e Iron Man 2 si dava ai drammi shakespeariani, bellissimo il suo Hamlet del 1996) pensavo che questa versione di Cenerentola fosse più matura e gotica (quasi con un tocco alla Tim Burton dei tempi d’oro, diciamo che la presenza della moglie, Helena Bonham Carter, non ha fatto altro che aumentare questa mia convinzione), invece mi sono ritrovata a vedere un filmetto Disney che nulla aggiunge all’incantevole favola animata del 1950.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/04/f16bb0d825.jpg"><img class="  wp-image-513 aligncenter" src="https://unfachiroalcinema.files.wordpress.com/2015/04/f16bb0d825.jpg?w=300" alt="f16bb0d825" width="345" height="190" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La storia è esattamente la versione edulcorata, già riportata al cinema decine di volte, della famosa fiaba popolare riscritta dai fratelli Grimm, quindi tutti i personaggi cattivi non sono cattivissimi e quelli buoni sono buonissimi. Mancano tutti gli aspetti più dark quasi horror della storia, che avrebbero reso decisamente più interessante questa nuova e inutile Cenerentola (ad esempio nella fiaba le sorellastre si tagliano una il ditone del piede e l’altra il calcagno per cercare di indossare le scarpetta di cristallo e, una volta che il Principe Azzurro sposa Cenerentola, due colombe cavano gli occhi alle due sorellastre invidiose). L’unico elemento aggiunto, capace di dare valore alla trasposizione cinematografica e a rendere più moderni e contemporanei i personaggi, sta nella loro maggiore sfaccettatura psicologica. Cenerentola non è relegata ad un ruolo passivo e non è una semplice fanciulla che sogna di incontrare il suo principe, ma arriverà a sposarlo solo dopo averlo conosciuto e voluto. Nella versione animata la relazione si sviluppa in una sola serata, nella favola il tempo di due balli mentre in quella di Kenneth Branagh Ella (Cinder-Ella) incontra il principe nel bosco e, ignorando la sua vera identità, ha tutto il tempo per innamorarsene prima del grande ricevimento a palazzo. Questo aspetto, seppur interessante, non riesce ad arricchire il film della giusta dose di maturità per poter piacere agli adulti e allo stesso tempo risulta incapace di coinvolgere i più piccoli.</p>
<p style="padding-left: 330px"><strong>Voto 6-</strong></p>
<p><strong>Cinefabis</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: center"><strong>VOTI</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Sabrina Di Stefano: 6,5 </strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Cinefabis: 6-</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.torquemada.eu/2015/04/08/cenerentola/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sobre la Marxa: The Creator of the Jungle</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/03/31/fachiro_al_cinema_sobre-la-marxa_francesco-foschini/</link>
		<comments>http://www.torquemada.eu/2015/03/31/fachiro_al_cinema_sobre-la-marxa_francesco-foschini/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2015 08:26:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Foschini]]></category>
		<category><![CDATA[Jordi Morató]]></category>
		<category><![CDATA[Re della giungla]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni film]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.torquemada.eu/?p=2267</guid>
		<description><![CDATA[M Regia: Jordi Moratò Sceneggiatura: Jordi Moratò Anno: 2014 Durata: 77’ Produzione: Spagna Colonna sonora: Charly Torrebadella Interpreti: Josep Pijiula Alias Garrel, Jordi Moratò TRAMA L&#8217;eremita Garrel è un moderno Tarzan che ha scelto di vivere  all&#8217;interno di una foresta costruendo da solo la propria casa sugli alberi, al solo scopo di &#8220;tenersi occupato&#8221;, di essere sempre &#8220;in movimento&#8221; (da qui il titolo). RECENSIONE “L’acqua è l’inizio, il fuoco è la fine”.  Sobre la Marxa, opera d&#8217;esordio dello spagnolo Jordi Morató, mette a nudo il rapporto drammatico tra l’uomo e l&#8217;imperativo della civilizzazione. Vincitore del secondo premio a Filmmaker 2014 per essere “una riflessione]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: left"><span title="M" class="cap"><span>M</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: Jordi Moratò</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: Jordi Moratò</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2014</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 77’</p>
<p style="text-align: right"><strong>Produzione</strong>: Spagna</p>
<p style="text-align: right"><strong>Colonna sonora</strong>: Charly Torrebadella</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Josep Pijiula Alias Garrel, Jordi Moratò</p>
<p><strong>TRAMA</strong></p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;eremita Garrel è un moderno Tarzan che ha scelto di vivere  all&#8217;interno di una foresta costruendo da solo la propria casa sugli alberi, al solo scopo di &#8220;tenersi occupato&#8221;, di essere sempre &#8220;in movimento&#8221; (da qui il titolo).</p>
<p><strong>RECENSIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify">“L’acqua è l’inizio, il fuoco è la fine”.  <em>Sobre la Marxa, </em>opera d&#8217;esordio dello spagnolo Jordi Morató, mette a nudo il rapporto drammatico tra l’uomo e l&#8217;imperativo della civilizzazione. Vincitore del secondo premio a Filmmaker 2014 per essere “una riflessione sul senso più profondo dell&#8217;arte, dove il puro gioco diventa un&#8217;irrinunciabile esperienza di crescita e continuo confronto con l&#8217;ambiente”.</p>
<p style="text-align: justify">Un racconto fra documentario e fiction, dove la realtà si interseca con la fantasia. Il giovane Morató si è fatto portavoce della storia di Garrell, alias Josep Pujiula, eccentrico personaggio che “ha costruito un’intera città dove nessuno vive”, a pochi passi dal piccolo centro urbano di Argelaguer, in Catalogna.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/sabag.jpg"><img class=" wp-image-2269 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/03/sabag-300x168.jpg" alt="sabag" width="387" height="217" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Tutto è iniziato 45 anni fa. La voglia di evadere da un mondo “saturo di civiltà” si è fatta sempre più pressante. Così, il bizzarro Garrell ha cominciato a costruire una vera e propria città di legno, stringendo un forte contatto con la natura e il ritorno al primitivo. Dal 1991 gli si è affiancato Aleix Oliveras, all’epoca 14enne. Armato di telecamera, Oliveras si è fatto osservatore della vita di Garrell. Il rifiuto di tornare alla civiltà è uno degli aspetti fondamentali dell’opera di Morató: “Sono nella giungla. Ho tutto quello di cui ho bisogno e non voglio avere niente a che fare con l’uomo civilizzato” afferma Garrell.</p>
<p style="text-align: justify">Il Tarzan catalano gioca &#8211; assieme al nipote &#8211; al ruolo dell’uomo-scimmia, lotta contro un caprone, caccia un coniglio, cucina del pesce appena pescato, si lancia in pozze d’acqua&#8230; Il tutto con estrema disinvoltura divertita. Nemmeno un gruppo di vandali motorizzati (per esigenze di copione) riuscirà a fermare la sua vocazione di eremita. Ma dovrà poi fare i conti con dei veri vandali che non hanno seguito alcuna sceneggiatura scritta, quelli che hanno bruciato l’intera città costruita con fatica e ucciso tutti gli animali presenti. “Realtà e finzione si fondono in un’unica immagine”.</p>
<p style="text-align: justify">I danni subìti nel suo “mondo” hanno cambiato il pensiero del protagonista: “Stupidi uomini civilizzati. Rompete la nostra pace”. Dopo 15 anni di duro lavoro per costruire tutto quello che ha sempre sognato, Garrell si è rimboccato le maniche e ha rifatto tutto da capo. Più grande, più immenso di prima. In pochi anni ha ricreato quello che gli era stato spazzato via dal fuoco, l’elemento cardine della civiltà, l’elemento che provoca la morte delle cose: “Tra acqua e fuoco c’è sempre qualcosa che muore e qualcosa che nasce”.</p>
<p style="text-align: justify">Passano gli anni, i capelli diventano via via sempre più bianchi e la sua storica Renault 4 viene rottamata: Garrell è arrivato al punto in cui non può più occuparsi del suo microcosmo incontaminato lontano dalla civiltà. La foresta è stata definita pericolosa dalle forze dell’ordine e lui accetta di ritirarsi. Distrugge tutto. Da creatore si è fatto distruttore, chiudendo così un cerchio vitale. Ora ha poco meno di un’ottantina d’anni, ma &#8211; ci fa sapere Morató &#8211; gioca ancora nella foresta come quando era bambino. Il suo momento di gloria non si è mai spento, l’acqua della sua vita non si è mai prosciugata. È rimasto il re della giungla, della sua giungla.</p>
<p style="padding-left: 330px"><strong>Voto: 8</strong></p>
<p><strong>Francesco Foschini</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.torquemada.eu/2015/03/31/fachiro_al_cinema_sobre-la-marxa_francesco-foschini/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Si alza il vento</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/03/25/si-alza-il-vento_sabrina-di-stefano/</link>
		<comments>http://www.torquemada.eu/2015/03/25/si-alza-il-vento_sabrina-di-stefano/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2015 08:18:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Hayao Miyazaki]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sabrina Di Stefano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.torquemada.eu/?p=2178</guid>
		<description><![CDATA[V Titolo originale: Kaze Tachinu Regia: Hayao Miyazaki Sceneggiatura: Hayao Miyazaki Anno: 2013 Durata: 126&#8242; Nazione: Giappone Montaggio: Takeshi Seyama Colonna sonora: Joe Hisaishi “Vola solo chi osa farlo” (Sepulveda) Quanto è assillante questa metafora per gli intellettuali di tutti i tempi, quale prepotente brama di riscatto dal disagio della vita terrena li spinge a cercare nel volo la liberazione ultima? Il folle volo di Ulisse è il gesto di tutti coloro che hanno voluto oltrepassare il confine e andare lì, dove la realtà non basta a placare quel senso di avvilimento che caratterizza l&#8217;anima di un sognatore; ci si deve spingere oltre, in un]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: left"><span title="V" class="cap"><span>V</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Titolo originale</strong>: Kaze Tachinu</p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: Hayao Miyazaki</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: Hayao Miyazaki</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2013</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 126&#8242;</p>
<p style="text-align: right"><strong>Nazione</strong>: Giappone</p>
<p style="text-align: right"><strong>Montaggio</strong>: Takeshi Seyama</p>
<p style="text-align: right"><strong>Colonna sonora</strong>: Joe Hisaishi</p>
<p style="text-align: right">“Vola solo chi osa farlo” (Sepulveda)</p>
<p style="text-align: justify">Quanto è assillante questa metafora per gli intellettuali di tutti i tempi, quale prepotente brama di riscatto dal disagio della vita terrena li spinge a cercare nel volo la liberazione ultima? Il folle volo di Ulisse è il gesto di tutti coloro che hanno voluto oltrepassare il confine e andare lì, dove la realtà non basta a placare quel senso di avvilimento che caratterizza l&#8217;anima di un sognatore; ci si deve spingere oltre, in un luogo dove sia possibile far volare un aereo con un dito, un luogo allo stesso tempo dentro di noi e fuori di noi, nelle colonne d&#8217;Ercole della nostra immaginazione. Miyazaki rende esplicito fin dalla prima scena di cosa parlerà la sua opera e, nella dimensione onirica della storia, fa rivivere personaggi realmente esistiti. Così facendo, nella sua ultima fatica registica, proietta sul protagonista la propria passione per il disegno e pone finalmente in scena il racconto di eterno bambino sognatore che ha impiegato “dieci anni” per realizzare un progetto e che vuole fermarsi lasciando nel cuore delle persone un faticoso messaggio: sperare.</p>
<p style="text-align: justify">In un Giappone impressionista e popolato come un quadro di Brueghel, cresce Jirou Horikoshi, rimasto negli annali per aver progettato il caccia giapponese Mitsubishi A6M Zero, per lungo tempo considerato il miglior aereo da combattimento, prima utilizzato per l’attacco a sorpresa a Pearl Harbor e in seguito utilizzato dai giovani piloti kamikaze per i loro voli suicidi contro la flotta americana. Ma il messaggio politico non è quello di esaltare una macchina di morte ma quello di esaltare il genio creativo di qualcuno che a causa di una “miopia” carica di connotazioni simboliche, non può volare ma può solo progettare. “Il viaggio di inverno” di Shubert che si ode da quella finestra aperta sulle buie strade tedesche, è quello di Jirou, è quello dell’eroe romantico che cerca il senso della vita abitando un mondo tutto dentro di sé.</p>
<p style="text-align: justify"><img class=" aligncenter" src="http://www.daringtodo.com/wp-content/uploads/2013/08/YHjE34E.jpg" alt="" width="372" height="201" /></p>
<p style="text-align: justify">La ricerca tecnica e storica di Miyazaki è estenuante, ogni dettaglio è maniacale. La trasposizione del reale però viene mitigata dal dialogo onirico con l’ingegnere Caproni che risulta essere esilarante, soprattutto per il simpatico stereotipo, in cui il Maestro , innamorato dell’Italia inquadra il nostro famoso progettista. Caproni da buon italiano è allegro, attaccato alla famiglia e al” buon vino”.Questa descrizione è supportata dal geniale Hisahishi che contamina di mandolino una meravigliosa colonna sonora.</p>
<p style="text-align: justify">In questa sottile atmosfera di dormiveglia, dove il terremoto e la guerra hanno il suono di un luttuoso lamento, “le vent se leve il faut tenter de vivre” e aereoplani di carta e pastelli fanno da sfondo al tenero amore di Jirou e Naoko, amore che spezza il ritmo minuzioso della trama e lo profuma di leggerezza e di quella bellezza e perfezione che caratterizza l’opera d’arte giapponese. Ma quando si alza il vento, la facilità che fa volare un cappello galeotto dalla tua testa è la stessa con cui la vita ti porta via le persone che ami, cosi la malattia porta via Naoko che scompare invitando jirou, che cammina tra le macerie del proprio talento diventato arma di distru.zione, a vivere.</p>
<p style="text-align: justify"><img class=" aligncenter" src="http://www.vertigo24.net/files/2014/09/news/si-alza-il-vento-1.jpg" alt="" width="368" height="199" /></p>
<p style="text-align: justify">Le opere di Miyazaki ti lasciano sempre qualcosa nel cuore, essere rapiti dall’essenziale semplicità dei sentimenti di cui è composta la vita è sempre calorosamente disarmante. Qualcuno dirà che non c’è la solita magia del maestro in Si alza il Vento, ma dopo il viaggio ghibli questa meta finale non ha bisogno di troppe invenzioni per splendere. Quindi grazie Miyazaki per questa pellicola e per le altre, grazie di aver dato a noi adulti la possibilità di sentirci bambini e grazie per non averci lasciato soli in questa meravigliosa e malinconica via di fuga che è quella dell’immaginazione.</p>
<p style="padding-left: 330px;text-align: justify"><strong>Voto: 9</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Sabrina di Stefano</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.torquemada.eu/2015/03/25/si-alza-il-vento_sabrina-di-stefano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La mafia uccide solo d&#8217;estate</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/03/18/la_mafia_uccide_solo_estate-daniele_somenzi/</link>
		<comments>http://www.torquemada.eu/2015/03/18/la_mafia_uccide_solo_estate-daniele_somenzi/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2015 22:38:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Somenzi]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Pif]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.torquemada.eu/?p=2113</guid>
		<description><![CDATA[F Regia: PierFrancesco Diliberto Sceneggiatura: Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto, Marco Martani Anno: 2013 Durata: 90’ Produzione: Italia Fotografia: Roberto Forza Montaggio: Cristiano Travaglioli Scenografia: Marcello Di Carlo Costumi: Cristiana Ricceri Colonna sonora: Santi Pulvirenti Interpreti: Cristiana Capotondi, Pierfrancesco Diliberto, Ginevra Antona, Alex Bisconti, Claudio Gioè Link originale TRAMA La storia accompagna il protagonista Arturo nella sua giovinezza fino alla prima età adulta, raccontando il suo punto di vista sui fatti accaduti a Palermo tra gli anni 80 e i primi anni 90. RECENSIONE Chi ha seguito i lavori di Pierfrancesco Diliberto – in arte “Pif” – ritroverà in questa sua prima]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="F" class="cap"><span>F</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: PierFrancesco Diliberto</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto, Marco Martani</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2013</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 90’</p>
<p style="text-align: right"><strong>Produzione</strong>: Italia</p>
<p style="text-align: right"><strong>Fotografia</strong>: Roberto Forza</p>
<p style="text-align: right"><strong>Montaggio</strong>: Cristiano Travaglioli</p>
<p style="text-align: right"><strong>Scenografia</strong>: Marcello Di Carlo</p>
<p style="text-align: right"><strong>Costumi</strong>: Cristiana Ricceri</p>
<p style="text-align: right"><strong>Colonna sonora</strong>: Santi Pulvirenti</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Cristiana Capotondi, Pierfrancesco Diliberto, Ginevra Antona, Alex Bisconti, Claudio Gioè</p>
<p style="text-align: right"><strong><a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2014/12/24/la-mafia-uccide-solo-destate/">Link originale</a></strong></p>
<p><strong>TRAMA</strong></p>
<p>La storia accompagna il protagonista Arturo nella sua giovinezza fino alla prima età adulta, raccontando il suo punto di vista sui fatti accaduti a Palermo tra gli anni 80 e i primi anni 90.</p>
<p><strong>RECENSIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify">Chi ha seguito i lavori di Pierfrancesco Diliberto – in arte “Pif” – ritroverà in questa sua prima opera da regista la stessa concretezza delle puntate de “Il testimone”, con le sue inchieste divertenti, leggere ma con un punto di vista sempre mirato a restituire un’immagine concreta della persona che intervistava.</p>
<p>In “La mafia uccide solo d’estate” il regista è stato in grado, con inaspettata semplicità, di far vivere una situazione per lui importante e drammatica, in una modalità quasi priva di giudizio nei confronti degli avvenimenti, ma descrivendoli con gli occhi di un bambino e poi di un adolescente e poi di un adulto disinteressato alla situazione in sé.</p>
<p><img class=" aligncenter" src="https://alcet85.files.wordpress.com/2013/12/la-mafia-uccide-solo-d-estate-pif-racconta-cosa-nostra-ai-giovani_h_partb.jpg?w=361&amp;h=216" alt="" width="361" height="216" /></p>
<p style="text-align: justify">È proprio questa acriticità che permette allo spettatore di mettersi nei panni dell’altro e riconoscere l’importanza di conoscere questa storia, che è la nostra storia, così vicina nel tempo ma così lontana nella memoria di chi come me è nato nei primi anni 80.</p>
<p style="text-align: justify">Il paragone con “La vita è bella” di Benigni alla fine della visione è stato praticamente automatico, perché Pif parla di relazione, vissuti, lavoro, amore, famiglia con una grande spensieratezza falciata in alcuni tratti da quello che poi succede in strada durante il film. Significativa anche la sequenza finale – che naturalmente non sveliamo – che passa in maniera molto diretta un messaggio semplice ed esplicito: “Non dimenticare il passato. Anzi! E’ importante conoscerlo e viverlo per costruire un futuro migliore”.</p>
<p><strong>Voto: 7,5</strong></p>
<p><strong>Daniele Somenzi</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.torquemada.eu/2015/03/18/la_mafia_uccide_solo_estate-daniele_somenzi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Foxcatcher</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/03/14/foxcatcher_stefano-losi/</link>
		<comments>http://www.torquemada.eu/2015/03/14/foxcatcher_stefano-losi/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2015 10:17:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Il Fachiro al Cinema]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Foxcatcher]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Losi]]></category>
		<category><![CDATA[Wrestling]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.torquemada.eu/?p=2027</guid>
		<description><![CDATA[B Regia: Bennett Miller Sceneggiatura: Dan Futterman, E. Max Frye Anno: 2014 Durata: 134’ Nazione: USA Fotografia: Greig Fraser Montaggio: Stuart Levy Scenografia: Jess Gonchor Costumi: Kasia Walicka-Maimone Colonna sonora: Mychael Danna Interpreti: Channing Tatum, Mark Ruffalo, Steve Carrel, Sienna Miller Link originale TRAMA Biopic sportivo che racconta la storia, tragica e affascinante, di due lottatori professionisti e di un eccentrico multimilionario. RECENSIONE La nota di apertura ‘tratto da una storia vera’, quando posta all’inizio di certi film, sembra sfidare la realtà. Succede in Foxcatcher. Ma non perché il film cerchi con una messa in scena eversiva o effetti speciali di]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify"><span title="B" class="cap"><span>B</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: Bennett Miller</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: Dan Futterman, E. Max Frye</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2014</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 134’</p>
<p style="text-align: right"><strong>Nazione</strong>: USA</p>
<p style="text-align: right"><strong>Fotografia</strong>: Greig Fraser</p>
<p style="text-align: right"><strong>Montaggio</strong>: Stuart Levy</p>
<p style="text-align: right"><strong>Scenografia</strong>: Jess Gonchor</p>
<p style="text-align: right"><strong>Costumi</strong>: Kasia Walicka-Maimone</p>
<p style="text-align: right"><strong>Colonna sonora</strong>: Mychael Danna</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Channing Tatum, Mark Ruffalo, Steve Carrel, Sienna Miller</p>
<p style="text-align: right"><a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2015/02/21/foxcatcher_stefano-losi/">Link originale</a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>TRAMA</strong></p>
<p style="text-align: justify">Biopic sportivo che racconta la storia, tragica e affascinante, di due lottatori professionisti e di un eccentrico multimilionario.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>RECENSIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify">La nota di apertura ‘tratto da una storia vera’, quando posta all’inizio di certi film, sembra sfidare la realtà. Succede in <em>Foxcatcher</em>. Ma non perché il film cerchi con una messa in scena eversiva o effetti speciali di dilatare i limiti del reale. I fatti sono sufficienti per spingerci a porre la solita domanda, se la realtà a volte è più inverosimile della finzione. Certo, gli eventi di <em>Foxcatcher</em> saranno esagerati per ottenere una trama più interessante, ma poco importa. Ciò che importa è che ci troviamo davanti a una storia reale incredibile. John E. du Pont, cadetto cinquantenne della famiglia Du Pont, tra le casate più antiche e ricche dell’aristocrazia industriale americana, cerca ossessivamente una grande vittoria personale da aggiungere alla sala dei trofei della dinastia. E chiama un atleta di ventisette anni, Mark Schultz, reduce di un’infanzia e una condizione sociale difficili, già medaglia d’oro di lotta greco-romana alle olimpiadi dell’ottantaquattro. In vista dei prossimi giochi, lo invita a vivere e allenarsi con altri lottatori nella sua tenuta di famiglia: Foxcatcher. Un’imponente villa bianco perla al centro di una riserva sconfinata, punteggiata di cottage, stalle per purosangue e monumenti alla guerra di indipendenza. Tra tutto questo, una palestra fornita delle migliori attrezzature per l’allenamento alla lotta greco-romana. Ma il termine inglese, <em>wrestling</em>, rende meglio l’idea: uno sport all’apparenza poco raffinato, quasi degradante agli occhi dell’alta società, praticato nel mondo a livello poco più che dilettantistico. Qui si scatena il contrasto destabilizzante del film, che non si concentra, ed è un punto a suo favore, sulla scontata differenza di classe tra i personaggi, ma sull’opposizione di due mentalità. I colori e gli edifici accentuano il contrasto interiore. Il rosso e giallo acceso della palestra, contro i legni eleganti e i prati all’inglese della residenza. E ben presto, questo scontro tra modi di vivere si trasforma nello scontro tra l’uomo medio, forse proletario, e la follia. John Du Pont, milionario dal naso aquilino, ornitologo filatelico filantropo, rigorosamente in quest’ordine come sottolinea lui stesso, lentamente cela l’incomprensibilità dell’uccello dietro a un semplice bisogno di gloria. I primi piani di volatili impagliati nella magione aiutano a dare un’idea del personaggio e ricordano <em>Birds</em> di Hitchcock. Circondato da Du Pont, dalle foto d’epoca e i trofei di caccia che sono poi una sua estensione, Mark è un ragazzone taciturno, indifeso di fronte all’enigma del suo ospite. Così, con un obbiettivo evidente, l’oro alle olimpiadi di Seoul, i personaggi procedono verso un punto di collisione. L’arrivo del fratello di Mark a gestire il team Foxcatcher ritarda con successo il momento di deflagrazione delle parti, ma è una conclusione inevitabile. Anche l’enorme ricchezza di du Pont contribuisce a questo senso di ineluttabilità che imbeve il film. Non tanto nel senso di una potenza economica concreta capace di comprare azioni violente, quanto sotto forma di una forza gravitazionale che attrae inavvertitamente i personaggi nella trappola innescata da loro stessi. Il finale non può essere che scontato. Alcune situazioni ridicole dovute alla bizzarria del milionario smorzano una meccanica dei personaggi che può condurre soltanto a un esito preciso. Ma l’obbiettivo del film non è quello di stupire attraverso colpi di scena. Lo stupore lo provoca il senso di disagio costante di un contrasto insanabile ma educato tra i protagonisti. È chiaro dall’inizio che non può funzionare tra Mark e Du Pont. I gesti in ogni scena lo dimostrano. Eppure, per tutto il corso del film, nessuno rivendica un torto, nessuno si scompone. Per quanto invadente nelle immagini, il conflitto non è mai materializzato in frasi che superano una mera constatazione superficiale. E il film gode di questa tensione sconcertante che unisce le scene e rafforza la continuità della narrazione. Il finale potrebbe sembrare deludente, ma non vuole rappresentare la semplice conclusione della vicenda; forse la fine autentica risiede in quel corridoio sotterraneo, sconnesso, viscerale da cui finalmente esce allo scoperto Du Pont.</p>
<p style="padding-left: 360px"><strong>Voto: 8</strong></p>
<p><strong>Stefano Losi</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.torquemada.eu/2015/03/14/foxcatcher_stefano-losi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
