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	<title>Torquemada &#187; Camilla Longo Giordani</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>Gone Girl &#8211; L&#8217;amore bugiardo</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Feb 2015 12:08:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Camilla Longo Giordani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Un Fachiro al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Buttiglieri]]></category>
		<category><![CDATA[David Fincher]]></category>
		<category><![CDATA[Gone Girl - L'amore bugiardo]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Del Vescovo]]></category>
		<category><![CDATA[Manuel Lasaponara]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[X Regia: David Fincher Sceneggiatura: Gillian Flinn Anno: 2014 Durata: 149&#8242; Produzione: USA Fotografia: Jeff Cronenweth Montaggio: Kirk Baxter, Angus Wall Scenografia: Donald Graham Burt Costumi: Trish Summerville Colonne sonore: Trent Reznor, Atticus Ross Interpreti: Ben Affleck, Rosamund Pike, Carrie Coon, Kim Dickens Link di riferimento TRAMA Al quinto anno di matrimonio con Amy, Nick perde il suo lavoro di scrittore e decide di trasferirsi in Missouri per aprire un bar insieme alla gemella Margot. Ma all&#8217;anniversario di nozze Amay sparisce nel nulla. RECENSIONI Il giorno del loro quinto anniversario l’improvvisa e inaspettata scomparsa di Amy Dunne rompe la consuetudine di]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: left"><span title="X" class="cap"><span>X</span></span></p>
<p style="text-align: right"><strong>Regia</strong>: David Fincher</p>
<p style="text-align: right"><strong>Sceneggiatura</strong>: Gillian Flinn</p>
<p style="text-align: right"><strong>Anno</strong>: 2014</p>
<p style="text-align: right"><strong>Durata</strong>: 149&#8242;</p>
<p style="text-align: right"><strong>Produzione</strong>: USA</p>
<p style="text-align: right"><strong>Fotografia</strong>: Jeff Cronenweth</p>
<p style="text-align: right"><strong>Montaggio</strong>: Kirk Baxter, Angus Wall</p>
<p style="text-align: right"><strong>Scenografia</strong>: Donald Graham Burt</p>
<p style="text-align: right"><strong>Costumi</strong>: Trish Summerville</p>
<p style="text-align: right"><strong>Colonne sonore</strong>: Trent Reznor, Atticus Ross</p>
<p style="text-align: right"><strong>Interpreti</strong>: Ben Affleck, Rosamund Pike, Carrie Coon, Kim Dickens</p>
<p style="text-align: right"><a href="https://unfachiroalcinema.wordpress.com/2015/01/29/gone-girl-david-fincher/"><strong>Link di riferimento</strong></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>TRAMA</strong></p>
<p style="text-align: justify">Al quinto anno di matrimonio con Amy, Nick perde il suo lavoro di scrittore e decide di trasferirsi in Missouri per aprire un bar insieme alla gemella Margot. Ma all&#8217;anniversario di nozze Amay sparisce nel nulla.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>RECENSIONI</strong></p>
<p style="text-align: justify">Il giorno del loro quinto anniversario l’improvvisa e inaspettata scomparsa di Amy Dunne rompe la consuetudine di un matrimonio, che agli occhi di tutti sembrava perfetto. Ma niente è ciò come sembra e l’ombra del dubbio si allunga sulla felicità della loro unione e sulla figura del marito.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://cdn.collider.com/wp-content/uploads/gone-girl-teaser-posters-slice.jpg" alt="" width="600" height="200" /></p>
<p style="text-align: justify">Gli indizi si accumulano, gli investigatori sono alla ricerca di un colpevole, i media alla disperata caccia di un capro espiatorio, e il puzzle piano piano si configura. L’ameno paesino di provincia americana con le case bianche e i vialetti ben curati che sonnecchiava in letargo si tinge di quelle tinte cupe che solo Fincher sa dare e ben presto l’interesse morboso della comunità su cui soffia l’attenzione ossessiva dei media solletica le violenze più latenti. Ma nulla è come sembra.</p>
<p style="text-align: justify">Si tratta di un film perfetto, anche troppo. Fincher gioca con virtuosismo con i generi e i personaggi, invertendo più volte vittima e carnefice e trasformando proporzionalmente ai colpi di scena il registro della pellicola, che da thriller diviene Noir, per poi sfiorare l Horror e terminare in una Dark commedy graffiante sul matrimonio, descritto come luogo di manipolazioni e compromessi narcisistici ma ancor di più sulle sproporzioni e sui non luoghi dell’intimità ormai cannibalizzati dalla ferocia delle regole dell’apparenza e dei media.</p>
<p style="text-align: justify">Il film ha ritmo, una bellissima atmosfera, dialoghi intelligenti ed un estetica perfetta ma non coinvolge fino ino in fondo ed è quasi corrotto dalla stessa bravura e dalla vanità celebrale del suo regista che è la croce e la delizia di un’opera che lascia allibiti ma non emoziona che è indiscutibile ma non riesce a diventare un capolavoro.</p>
<p style="text-align: justify;padding-left: 300px"><strong>Voto 7,5</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Luca Del Vescovo</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: justify">Come spesso accade, il titolo originale, seppur più sbrigativo e impersonale, surclassa quello tradotto in italiano, che, riecheggiando un genere di film romantico e strappa lacrime, incuriosisce solamente quella fetta di pubblico dai gusti meno ricercati. Lo stesso incipit si presenta, ingannevolmente, talmente lezioso e sdolcinato da far invidia alla migliore lovestory hollywoodiana. Attraverso un flash-back, la protagonista Amy (interpretata da Rosamund Pike) ci regala squarci del suo passato: l&#8217;incontro con Nick (Ben Affleck), il primo bacio, la prima notte e la proposta di matrimonio; il tutto sfumato in una realtà dai contorni onirici, favolistici. Siamo di fronte a un Amore astratto, velleitario, retorico, il cui oggetto non è tanto la persona concreta ma la proiezione del desiderio di perfezione, di elevazione rispetto al grigiore della quotidianità. E come in ogni favola che si rispetti, anche questa storia “è troppo bella per essere vera”, e da una pioggia di zucchero filato si passa brutalmente al presente e a schizzi di sangue fresco sul fornello della cucina. Dov&#8217;è Amy?</p>
<p style="text-align: justify"><img class=" aligncenter" src="http://cinecaverna.altervista.org/wp-content/uploads/2014/12/gone-girl4.png?f34681" alt="" width="396" height="219" /></p>
<p style="text-align: justify">Thriller, giallo che prevarica i limiti del genere e sfocia nel noir, Gone Girl ha un intreccio complesso, un&#8217;architettura labirintica, in alcune parti fin troppo contorta. Alla fine lo stesso David Fincher sembra aver perso qualche filo (non stupitevi se alcuni passaggi rimarranno irrisolti e in sospeso), senza però compromettere la struttura logica generale del film.</p>
<p style="text-align: justify">Tutta la vicenda si snoda intorno a Amy, che catalizza l&#8217;attenzione del pubblico su di sé, lasciando in ombra gli altri personaggi. Rosamund Pike interpreta un personaggio camaleontico: dalla “super figa che mangia pizza fredda e rimane una 42” alla casalinga depressa e frustrata. Dalla cattiva ragazza che beve birra e mangia junk food a donna cruenta, senza scrupoli e pietà. La protagonista calza a pennello in ognuno di questi ruoli e allora sorge naturale chiedersi: ma chi è veramente Amy? Depredata della sua vera identità, che ha affibbiato alla sua controparte letteraria “la mitica Amy”, si è spersonalizzata, svuotata: può essere solo ciò che gli altri vogliono che ella sia. Accanto a un personaggio così sfaccettato contrasta un Ben Affleck inetto, preda degli eventi, incapace di prendere decisioni autonome, pavido burattino mono espressivo.</p>
<p style="text-align: justify">David  Fincher inscena un finto “delitto perfetto”, che, come Hitchcock insegna, è per sua natura “imperfetto” e la verità, inesorabile, viene a galla. Ma se il pubblico e i personaggi del noir in bianco e nero erano affamati di verità, in Gone Girl non è così. Non c&#8217;è più posto per il vero, per l&#8217;autentico. La verità rimane latente, svilita e subordinata a un ordine superiore di luccicanti menzogne.</p>
<p style="text-align: justify;padding-left: 300px"><strong>Voto: 7,5</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Camilla Longo Giordani</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: justify">Questa pellicola propone un&#8217;interessante panoramica della vita coniugale nelle sue contraddizioni e nei suoi agi, tra le bugie e il fallimento amoroso e la mancata realizzazione del sogno di coppia, e che coppia, poi, con due protagonisti di questo calibro. Belli e affascinanti, talmente tanto che il buon Fincher dedica una serie infinita di inquadrature ai vari profili di Affleck, mostrato in tutta la sua beltà da muscoloso Adone Casanova, meno alla Amy interpretata da Rosamund Pike (scelta, pare, tra svariati nomi importanti, come quello di Charlize Theron) quasi da accentuarne l&#8217;oscurità del personaggio, da rendere ancora più marcato l&#8217;alone di indefinito mistero intorno alla sua magra figura. Insomma, belli e affascinanti – abbiamo detto – ricchi, giovani, interessanti: tutti gli ingredienti per arrivare al famigerato american dream. Ma cosa va storto? Dov&#8217;è l&#8217;inghippo? Più radicato di un qualsiasi disagio, più particolare di una qualsiasi nevrosi: l&#8217;insoddisfazione perenne che muove intricatissimi fili di disamore, disistima e rabbia, fino ad arrivare al punto di rottura di un delicato raso che mantiene l&#8217;unione, fino all&#8217;ossessione del rimanere uniti nonostante tradimenti e stanchezza, per una serie di ben architettate pressioni psicologiche, violenze mentali che portano alla destrutturazione non solo del personaggio, ma dell&#8217;io proprio ed unico di tutti e ognuno.</p>
<p style="text-align: justify"><img class=" aligncenter" src="http://www.allrock.it/wp-content/uploads/2015/01/Rosamund-Pike.jpg" alt="" width="396" height="207" /></p>
<p style="text-align: justify">Un Fincher assolutamente inusuale, questo di Gone Girl, lontano dalla raffinata crudeltà di Seven, distante dalla cruenta schizofrenia di fight club, come unico condivisibile scenario: l&#8217;animo umano, nelle sue più cavernose contraddizioni. Belle le riprese a due respiri, la storia battuta in due tempi, da una parte, Nick che si angoscia per uscire pulito dalle probabile accuse, mentre la Amy ormai lontana sorseggia il suo drink, in piscina, godendosi le altrui angosce. Fincher frega ancora, fino alla fine, il proprio spettatore, che si scervella per arrivare a carpirne il possibile sbocco. La conclusione del film lascia con il classico amaro in bocca, l&#8217;impossibilità di uscire da una gabbia matrimoniale soffoca e inquieta, e soprattutto inquieta come tutta la narrazione sia mossa e manipolata da faziosi mass media che gestiscono ad hoc le situazioni e le verità, siano queste presunte o tangibili. Contestualmente, però, è un film sopravvalutato dal quale ci si aspetta certamente di più, almeno per il buon nome del regista che lo coordina, almeno per sopperire ai tempi lunghi di immagini ridondanti a cui si è costretti, che sforano di poco l&#8217;obbiettivo di portare in scena un così delicato ecosistema, e di poco si sfiora anche l&#8217;Oscar, nonostante le svariate nomination.</p>
<p style="text-align: justify;padding-left: 330px"><strong>Voto: 7</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Alessandra Buttiglieri</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: justify">Dimensione privata e dimensione pubblica, verità e menzogna, fedeltà e tradimento, perdono e vendetta. Fincher torna nella calda culla del genere Thriller per raccontarci la crisi della coppia moderna, tra recessione economica e tradimenti. La deriva dell’amore, fino all’estremo.  Ma forse c&#8217;è di più. Dall&#8217;idilliaco primo bacio avvolto (letteralmente) in una nuvola di zucchero Nick e Amy imboccano una strada che li porterà dritti all&#8217;odio reciproco, con sacrifici mal digeriti, cappi psicologici, ricatti economici e menzogne. La coppia si sgretola. Tutto ciò che segue è un racconto ad orologeria, con forzati sviluppi narrativi e personaggi caricaturali che trasformano nel bene e nel male il semplice thriller in dramma grottesco, toccando corde dissonanti. Si percepisce l&#8217;ingombrante doppio ruolo della sceneggiatrice (già autrice del best seller di partenza) che fa pesare la matrice del film. Espedienti come la lettura del diario e la caccia al tesoro sembrano ricalcare il tedioso Lettere da una sconosciuta (Max Ophuls, 1948), lasciando un sapore letterario al palato, portando a percepire il peso della pagina a scapito delle immagini. La falsità, come male sociale, cinge l&#8217;universo di Gone Girl. In ogni suo aspetto la corruzione è totale, non c&#8217;è scampo per niente e nessuno e l&#8217;ovvia soluzione psichica di difesa dell&#8217;uomo appare “mal comune mezzo gaudio”, così va il mondo. Fincher non ci sta, ci racconta i retroscena e fa emergere una verità che spesso resta chiusa tra quattro mura, ci permette di entrare nelle teste dei protagonisti per darci l&#8217;inequivocabile verità e la confronta con la verità presunta, quella sociale. Il risultato è un evidente scarto.</p>
<p style="text-align: justify"><img class=" aligncenter" src="https://thenypost.files.wordpress.com/2014/09/gone-girl-df-01826cc_rgb.jpg" alt="" width="381" height="254" /></p>
<p style="text-align: justify">Quest&#8217;affresco sociale risulta però in qualche modo incompiuto: si prova fatica a seguire i processi che costruiscono questo mondo malgrado siano fondamentali per la percezione reale, gli attanti non creano coinvolgimento e trasformano i propri, complessi, pensieri in novelle rappresentazioni delle maschere della commedia dell&#8217;arte, creando  contrapposizioni nette e semplificate (buono-cattivo, ingenuo-manipolatore).</p>
<p style="text-align: justify">Personaggi esageratamente stereotipati come le conduttrici di talk show fanno pensare che la lettura debba prendere nuove direzioni, uscire dall&#8217;empatia che il thriller crea necessariamente con determinati personaggi, allo scopo di assumere una visione sopraelevata della vicenda, distante dal sentimento. Lo straniamento che ne consegue è indispensabile per creare la condizione adatta alla percezione della critica alla società, che Fincher non voleva sottacere. Siamo schiavi della nostra immagine e dei processi che la costruiscono e  la demoliscono. La verità non è importante e forse non lo è mai stata; stiamo vivendo il  passaggio evolutivo che ci porterà ad essere solo ed esclusivamente immagini, il nostro alter ego. Si esce dall&#8217;universo reale e si entra in quello della finzione. L&#8217;ipocrisia regna in questo nuovo mondo e non possiamo far altro che stare al gioco, accettando il fatto che non esiste l&#8217;amore ma solo una rappresentazione dello stesso. La famiglia, punto cardine della società, è un simulacro, una messa in scena: simbolo vuoto dello smarrimento della società occidentale che, vittima di se stessa, è costretta a replicare immagini ormai prive di senso.</p>
<p style="text-align: justify">Il sorriso ebete di Nick (un Ben Affleck molto a suo agio nel ruolo), mantenuto anche in circostanze inopportune (vedi la veglia), sarà una delle pietre che affosseranno la sua immagine. Perché ciò che appare, è. Forse è per far emergere questo concetto che Fincher ha volutamente lasciato buchi nella storia senza calcare la mano sull&#8217;approfondimento dei personaggi; da questo punto di vista le varie incongruenze narrative (peccato capitale per un thriller) non sono così gravi. Ma oltre a questa critica, per altro banale, cosa ci lascia questo film? Un buon ritmo ma con forzati espedienti, frivole citazioni (dalla rapina di Amy – Thelma e Louise, all’assassinio di Desi Collings – Basic Instinct), buone prove attoriali e poco altro.</p>
<p style="text-align: justify;padding-left: 300px"><strong>Voto 5,5</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Manuel Lasaponara</strong></p>
<hr />
<p style="text-align: center"><strong>Luca Del Vescovo: 7,5</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Camilla Longo Giordani: 7,5</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Alessandra Buttiglieri: 7</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Manuel Lasaponara: 5,5</strong></p>
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		<title>Le 120 giornate di Sodoma</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2015 16:58:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Camilla Longo Giordani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[De Sade]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Sessualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Pasolini e de Sade. O meglio, de Sade e Pasolini. Incuriosita, volli leggere qualcosa del celebre marchese e in biblioteca era disponibile soltanto Le 120 giornate di Sodoma. Dopo la sudata lettura, non ancora paga, decisi di vedere il film fratello diretto da Pasolini nel 1920, Salò o le 120 giornate di Sodoma. Per tutti coloro a cui è mistero, o poco conosciuto, Donatien-Alphonse-François de Sade, meglio noto come Marchese de Sade o il Divin marchese, nasce a Parigi a metà Settecento. Scrittore, poeta, filosofo poliedrico, il Conte da subito si distingue come fervente esponente dell&#8217;ala più estrema del libertinaggio,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>asolini e de Sade. O meglio, de Sade e Pasolini.<br />
Incuriosita, volli leggere qualcosa del celebre marchese e in biblioteca era disponibile soltanto <strong><em>Le 120 giornate di Sodoma</em></strong>. Dopo la sudata lettura, non ancora paga, decisi di vedere il film fratello diretto da <strong>Pasolini nel 1920, <em>Salò o le 120 giornate di Sodoma</em></strong>.</p>
<p>Per tutti coloro a cui è mistero, o poco conosciuto, Donatien-Alphonse-François de Sade, meglio noto come Marchese de Sade o il Divin marchese, nasce a Parigi a metà Settecento. Scrittore, poeta, filosofo poliedrico, il Conte da subito si distingue come fervente esponente dell&#8217;ala più estrema del libertinaggio, nonché dell&#8217;illuminismo radicale e materialista. Il suo nome, come evidente, sta all&#8217;origine del termine sadismo, in virtù della materia trasgressiva e perversa dei suoi romanzi e dell&#8217;ostinata ricerca del piacere fulcro del suo pensiero filosofico. Macchiatosi di abusi sessuali, violenze, sodomia e con condotta  –vorrei ben dire– non molto decorosa, il Marchese viene rinchiuso in prigione e poi in manicomio, periodo in cui prenderà luce gran parte della sua produzione.<br />
Ma al bando le ciance.</p>
<p>Con un immediato richiamo al <em>Decameron </em>(per quanto riguarda la cornice narrativa e strutturale), si è stagliato sotto i miei occhi un racconto ben oltre ogni limite dell’immaginabile. Dopo un incipit conviviale e comico –anche se a tratti noioso, considerata la prodigalità di particolari dell’autore– il marchese si addentra in una narrazione che si rivela ogni pagina più cruenta e atterrente. Un linguaggio aulico, risonante dà forma, senza tralasciare il minimo particolare, a <strong>svariate pratiche sodomitiche, descrivendo, lungi da qualsiasi censura morale, ogni tipo di mania</strong>: umiliazioni, ignominie, violenze, torture e delitti. I quattro libertini, sprezzanti di ogni religione, di ogni Dio, di ogni legge morale e sociale, si abbandonano a lascivie, orgogliosi della loro condotta.<br />
Le vittime sono sia maschi che femmine, ma la donna è considerata un essere di dignità di gran lunga inferiore rispetto all’uomo: disprezzata soltanto a causa dell’attributo sessuale (guai a mostrare una vagina a un libertino! Solo il deretano verrà apprezzato) e per quelle inclinazioni alla pietà e alla sensibilità proprie del carattere femmineo. Risulta quindi evidente <strong>il carattere maschilista</strong> impresso a tutta la narrazione, carattere che forse risulta ancor più marcato nel film di Pasolini, dove i ragazzi, sin da subito, si fanno coinvolgere dalle infamie dei padroni con manifesto piacere, indossando i panni dei carnefici a meraviglia, mentre le ragazze (con l’unica eccezione delle tre mezzane), rimangono dall’inizio alla fine vittime sofferenti.  –Per un opposto punto di vista rimando alla <em>Venere in Pelliccia </em>di Masoch, dove è la donna a essere padrona e carnefice.–</p>
<p>Definito, prima di romanzo, documento scientifico (svariati psichiatri nel corso della storia hanno attinto, in relazione ai propri studi, a tal scritto), appare ai miei occhi un documento disumano, che, proprio in virtù di tale disumanità, si afferma in tutta la sua umanità: <strong>è messo a nudo e rappresentato tutto ciò che di bestiale l’uomo porta e nasconde dentro di sé</strong>.  –Un richiamo a <em>Lord of the flies</em>: cosa succede se si lasciano dei ragazzini, privi di qualsiasi educazione sociale e culturale, soli in un’isola in preda ai loro istinti primordiali? –<br />
Gli stessi libertini si autodefiniscono anarchici, e quale condizione migliore, nella quale poter sfogare tutte le proprie pulsioni ignobili celate, se non quella di una totale libertà? In realtà i libertini delle regole ce le hanno, ma risultano puramente arbitrarie, fragili e mutevoli.<br />
In <em>Sodoma </em>si va oltre la condizione anarchica che riporta in superficie quell’istintività latente e soffocata dall’involucro sociale: assistiamo <strong>a un elogio, a una sublimazione dell’atroce</strong>: matricidi, incesti e torture; <strong>perché la massima eccitazione dei sensi deriva esclusivamente dal delitto</strong>.<br />
La denuncia sociale diventa centrale nel film pasoliniano e raggiunge il culmine in quelle ultime scene agghiaccianti, che sono nient’altro che lo specchio dei maltrattamenti e torture inflitte nei campi di concentramento  –a tal proposito rimando a un altro celebre film <em>Il portiere di notte</em>, dove il binomio vittima-carnefice è accostato ancora una volta a quello nazista-ebreo –. Anche in de Sade possiamo ritrovare un riflesso della società del tempo: l’uomo posto al centro di tutto, fautore della propria realtà, libero di scegliere e agire è fondamento della visione illuminista settecentesca e, spingendoci oltre, preludio della visione nietzschiana.<br />
Due capolavori dell’arte e della psicologia umana.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;amore che ti meriti</title>
		<link>http://www.torquemada.eu/2015/01/08/lamore-che-ti-meriti/</link>
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		<pubDate>Thu, 08 Jan 2015 13:23:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Camilla Longo Giordani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Lifestyle]]></category>
		<category><![CDATA[Bignardi]]></category>
		<category><![CDATA[L'amore che ti meriti]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo L&#8217;acustica perfetta uscito nel 2012, torna nelle librerie Daria Bignardi con il suo quarto romanzo, L&#8217;amore che ti meriti, edito da Mondadori. Per quanto non avessi mai letto nulla di Daria Bignardi, sono partita un poco diffidente. Spesso succede che se si è diventati famosi perché conduttori televisivi, ci sono buone possibilità che si è diventati anche famosi scrittori proprio e solo perché conduttori. Ma limitarsi a tali pregiudizi forse è sciocco quanto riduttivo e sono andata oltre. Con una prosa a singhiozzi, spezzata, dove proliferano i punti e gli a capo –guai a fare un periodo lungo almeno]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify;"><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>opo <i>L&#8217;acustica perfetta </i>uscito nel 2012, torna nelle librerie <b>Daria Bignardi</b> con il suo quarto romanzo, <i><b>L&#8217;amore che ti meriti</b></i>, edito da Mondadori.<br />
Per quanto non avessi mai letto nulla di Daria Bignardi, sono partita un poco diffidente. Spesso succede che se si è diventati famosi perché conduttori televisivi, ci sono buone possibilità che si è diventati anche famosi scrittori proprio e solo perché conduttori. Ma limitarsi a tali pregiudizi forse è sciocco quanto riduttivo e sono andata oltre.<br />
Con una prosa a singhiozzi, spezzata, dove proliferano i punti e gli a capo –guai a fare un periodo lungo almeno quanto una riga!– prende avvio la narrazione. <b>È la storia di una famiglia, di un rapporto madre e figlia, di una discesa nelle viscere di una memoria che si fa sempre più intricata, misteriosa e inaspettata</b>. Antonia, figlia di Alma, scopre di avere uno zio che non ha mai visto, perché è scomparso a Ferrara quando lui e la madre erano poco più che adolescenti. Il motivo della sparizione è l’eroina: Marco, detto Maio, si era bucato la prima volta per gioco e non era stato lui a volerlo ma Alma, curiosa e sicura che rimanesse un episodio unico. Antonia, incinta del commissario Leo, parte per Ferrara, pronta e combattiva per l’assidua ricerca e per scoprire la verità, a ogni costo.<br />
Su uno <b>scheletro narrativo ben articolato</b>, si sviluppa con efficacia l&#8217;intreccio, che, seppur complicato e aggrovigliato, si dispiega, di pagina in pagina, con chiarezza, senza mai perdere il baricentro. <b>Il lettore non è mai lasciato solo e confuso </b>a brancolare per le strade di Ferrara e anche la continua alternanza tra passato e presente è utilizzata abilmente, conferendo una sfumatura di vivacità alla narrazione. La suspense aumenta in un climax crescente e il lettore diventa ogni capitolo più curioso di scoprire la verità, insieme con Antonia.<br />
<b>I difetti però non mancano</b>. Una lettura che alla nascita sarebbe potuta essere ritmata e scorrevole, si appesantisce per un <b>corredo, per lo più superfluo, di descrizioni, dialoghi e pause narrative</b>.<br />
L’autrice dedica troppo spazio alle inessenziali problematiche di look di Antonia, alle sue considerazioni estetiche sui passanti, sulle persone che incontra e conosce. Ma a noi lettori che cosa interessa di come è vestita Antonia, di come porta i capelli la barista, di come Leo non apprezzi gli orecchini a forma di teschio perché troppo azzardati? Si veda, ad esempio, questo passaggio: «Ero tentata di mettere gli orecchini a forma di teschio ma poi ho tenuto i soliti cerchietti tribali di cocco nero che Leo chiama “i tuoi gioielli da punk”. I teschi gialli sarebbero stati troppo anche per lui».<br />
Anche nel descrivere i personaggi, l’autrice si sofferma in <b>prolisse descrizioni presentando dettagli spesso inutili e ricadendo in alcuni cliché</b>. Il marito poliziotto, per esempio, è, ovviamente, coraggioso, brillante e sa sempre cosa dire e come rincuorare la sua donna. Non a caso, sarà lui a dare la chiave per risolvere il mistero. Il padre, Franco, aderisce perfettamente allo stereotipo di professore universitario: austero, serio, alienato tra libri e giornali, che si esprime sempre e solo attraverso citazioni dotte, meglio se in latino, e continue allusioni e vaghi riferimenti letterari. I dialoghi tra padre e figlia, poi, sono inverosimili: continui botta e risposta pregni di un intellettualismo compiaciuto ben poco reale, se non ridicolo.<br />
Nonostante i punti deboli, <i>L&#8217;amore che ti meriti, </i><b>a metà tra un romanzo e un giallo, è un libro leggero, di facile lettura e in grado di coinvolgere il lettore</b>.</p>
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