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	<title>Torquemada &#187; Beatrice Speroni</title>
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	<description>Torquemada è una rivista di inquisizione telematica, uno spazio condiviso dove esprimere il proprio pensiero in modo libero, ben argomentato ma soprattutto incendiario</description>
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		<title>H2O: quando diamo per scontato un diritto da difendere</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2015 11:20:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Speroni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hai mai pensato all’acqua come ad un diritto inalienabile? Il 22 marzo è stato il “World Water Day”: ricordiamoci dell’acqua, bene insostituibile. “L’acqua pura per bevanda… sconviene, perché questa è troppo poco stimolante, mette troppa mollezza e rilassatezza nei corpi e troppi sudori facilita”. Questa è la balzana idea sostenuta da Domenico Cervesi, ahimè ancora a metà del 1800, quando si pensava che il vino fosse la bevanda ideale, da preferire, e si continuava imperterriti a credere che l’acqua fosse fonte di gravissime malattie. Infatti, mentre i romani trascorrevano le loro giornate alle terme, tra bagni e saune, i medioevali sono stati i]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child " style="text-align: justify" align="CENTER"><span title="H" class="cap"><span>H</span></span>ai mai pensato all’acqua come ad un diritto inalienabile? Il 22 marzo è stato il “<strong>World Water Day</strong>”: ricordiamoci dell’acqua, bene insostituibile.</p>
<p style="text-align: justify">“L’acqua pura per bevanda… sconviene, perché questa è troppo poco stimolante, mette troppa mollezza e rilassatezza nei corpi e troppi sudori facilita”. Questa è la balzana idea sostenuta da Domenico Cervesi, ahimè ancora a metà del 1800, quando si pensava che il vino fosse la bevanda ideale, da preferire, e si continuava imperterriti a credere che l’acqua fosse fonte di gravissime malattie. Infatti, mentre i romani trascorrevano le loro giornate alle terme, tra bagni e saune, i medioevali sono stati i primi a temere l’acqua e a non usarla affatto, preferendo vivere tra pulci e pidocchi, certo, ma vivere. Perchè per loro <strong>acqua significava: veleno micidiale.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Che dire di Versailles, 1700? <strong>Lì l’acqua era tabù</strong>, le donne si lavavano (forse) una volta all’anno, indossavano parrucche per intrappolare i tanti parassiti annidati tra i capelli e si cospargevano di profumi e oli con la speranza di nascondere il proprio odore nauseabondo.</p>
<p style="text-align: justify">E pensare che oggi, invece, l’acqua è definita <strong>“oro blu”</strong>, il <strong>“nuovo petrolio”</strong> e ci sono anche molte guerre, soprattutto nell’America Latina, che hanno come oggetto del loro contendere questo composto, il più semplice e il più versatile dell’Universo, due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, la molecole alla base della vita, che gli scienziati cercano sugli altri pianeti. L’acqua è l’ “ingrediente” principale del nostro corpo, un uomo può vivere circa un mese senza mangiare nulla, ma non può sopravvivere più di due giorni senza bere.<br />
<strong>Usiamo l’acqua in qualsiasi nostra attività</strong>: la beviamo, ci laviamo, cuciniamo, puliamo le nostre case, la usiamo per irrigare i campi e nei processi industriali. Ogni anno i consumi aumentano ed è un’escalation che non conosce limiti, anche se questo vale soltanto nei paesi ricchi, non in quelli del terzo mondo.</p>
<p style="text-align: justify">Purtroppo, infatti, al giorno d’oggi ancora <strong>molte persone non hanno la possibilità di servirsi di acqua potabile</strong>; in Asia e Africa sono milioni i bambini che muoiono ogni anno perché si ammalano dopo aver bevuto acqua sporca … O per non averne bevuto abbastanza.</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/artacqua2.jpg"><img class="size-medium wp-image-2376 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/artacqua2-300x199.jpg" alt="artacqua2" width="300" height="199" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, nei paesi industrializzati, <strong>l’acqua continua ad essere un business</strong> e se sulla carta, la Risoluzione ONU del 2010, <strong>il diritto all’acqua è un diritto umano universale e inalienabile</strong>, non lo è poi nei fatti, dato che l’acqua viene trattata al pari di una qualsiasi merce che crea mercato e guadagno.<br />
Levissima, Ferrarelle, Boario, Sant’Anna, Panna, Fiuggi… l’acqua in bottiglia muove un giro d’affari di centinaia di miliardi di euro, soprattutto in Europa, specialmente in Italia, anche se l’acqua del rubinetto è altrettanto buona e fa bene anche al portafoglio.</p>
<p style="text-align: justify">L’acqua è sempre più scarsa, più inquinata, più rara e se si vuole garantire a tutti l’accesso all’acqua potabile lo si può fare lottando per <strong>arrestare i processi di privatizzazione e mercificazione e mettendosi in gioco per rendere l’acqua un vero bene comune, equamente condiviso.</strong><br />
Condivisione: questa è la parola chiave. Creare, omogeneità tra i consumi permetterebbe di evitare, in futuro, gravi problematiche legate alla reperibilità di acqua potabile.<br />
Al giorno d’oggi, invece, esistono solo grandi squilibri: si va dai 4/5 litri che un italiano fa scorrere per lavarsi i denti, al litro di acqua circa che i nomadi dei deserti del mondo si fanno bastare per una intera giornata.</p>
<p style="text-align: justify">La nostra nazione è, infatti, tra i <strong>maggiori consumatori di acqua potabile</strong> e un italiano su due compra ancora acqua in bottiglia, con la convinzione che abbia un sapore migliore… e per abitudine.<br />
Sfortunatamente non esiste un’altra alternativa: il primo passo avanti per migliorare le cose si può fare solo se si è disposti in primo luogo a cambiare se stessi, le proprie consuetudini, il proprio modo di pensare e a mobilitarsi per salvare questo bene partendo dal semplice gesto di chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/artacqua3.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2377" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/artacqua3-300x224.jpg" alt="artacqua3" width="300" height="224" /></a></p>
<p style="text-align: justify">In Italia, poi, le produzioni agricole assorbono circa il 70% dei consumi, ma purtroppo è tanta l’acqua che fuoriesce dagli impianti e non raggiunge i campi. Per tagliare queste perdite si potrebbero usare <strong>nuovi sistemi di irrigazione</strong>, come quello “goccia a goccia”, grazie al quale si fornisce acqua in quantità precise alle singole piante.<br />
Nel settore secondario, invece, si potrebbe puntare su riciclaggio e riutilizzo dell’acqua impiegata nei processi industriali, che viene normalmente scaricata come rifiuto.</p>
<p style="text-align: justify">Andando avanti di questo passo stiamo rischiando di arrivare, nel 2020, con tre miliardi di persone senza accesso all’acqua potabile e allora dovremo <strong>sviluppare sistemi nuovi per la depurazione e desalinizzazione dell’acqua di mare</strong>, che ci costeranno miliardi e miliardi di euro e metteremo ancor più in crisi la nostra economia già seriamente ammalata.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>La nostra civiltà di consumi si sta trasformando in quella degli sprechi</strong>, a partire da quel bene prezioso e sempre più raro che è l’ “oro blu”. Se le cose non cambieranno subito e in fretta fra pochi anni il vero problema non sarà la scarsità di cibo… ma di acqua.</p>
<p style="text-align: justify">Rischierà l’estinzione?</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/artacqua1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2375" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/04/artacqua1-300x250.jpg" alt="artacqua1" width="300" height="250" /></a></p>
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		<title>Shiloh, figlia di Jolie-Pitt: “Chiamatemi John” e Joshua/Leelah: “Mi sento una ragazza”. Le due storie che stanno scuotendo l’America.</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jan 2015 16:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Speroni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lifestyle]]></category>
		<category><![CDATA[Brangelina]]></category>
		<category><![CDATA[Leelah Josh Alcorn]]></category>
		<category><![CDATA[Shiloh]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Transessualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Molto probabilmente in questi giorni avrete sentito parlare del “caso” Shiloh Nouvel/John: alla prima del film Unbroken, diretto da Angelina Jolie, l’attrice si è presentata con tutta l’allegra e variegata famigliola al seguito. Ma ad attirare l’attenzione dei media e accendere il dibattito non è stata la presenza della numerosa combricola Jolie-Pitt, piuttosto di un suo membro: la figlia primogenita della coppia, Shiloh Nouvel. La bambina, apriti o cielo, era vestita da maschio, in giacca e cravatta come i fratelli. Tanti rotocalchi americani, compresi Us weekly, Ok, Lifestyle, hanno messo in prima pagina lo scoop che, stando alle passate dichiarazioni]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><span title="M" class="cap"><span>M</span></span>olto probabilmente in questi giorni avrete sentito parlare del “caso” Shiloh Nouvel/John: alla prima del film <em>Unbroken</em>, diretto da Angelina Jolie, l’attrice si è presentata con tutta l’allegra e variegata famigliola al seguito.</p>
<p>Ma ad attirare l’attenzione dei media e accendere il dibattito non è stata la presenza della numerosa combricola Jolie-Pitt, piuttosto di un suo membro: la figlia primogenita della coppia, Shiloh Nouvel. La bambina, apriti o cielo, era vestita da maschio, in giacca e cravatta come i fratelli.</p>
<p>Tanti rotocalchi americani, compresi <em>Us weekly</em>, <em>Ok</em>, <em>Lifestyle</em>, hanno messo in prima pagina lo scoop che, stando alle passate dichiarazioni della Jolie, dello scoop ha veramente poco. Già nel 2010, infatti, la Jolie aveva raccontato in una intervista a <em>Vanity Fair</em>, che Shiloh si sentiva un ragazzo e aveva chiesto ai genitori di portare i capelli corti. Pitt aveva aggiunto: “We&#8217;ve got to call her John” (“Dobbiamo chiamarla John”).</p>
<p>I “Brangelina”, da sempre molto aperti, internazionali, multietnici, difensori dei diritti degli omosessuali, impegnati in cause umanitarie, filantropi, hanno poi, negli anni, assecondato le richieste della piccola, che ha fatto il suo debutto sul red carpet vestita così come si sente di essere: un maschiaccio. Ora Shiloh Nouvel/John ha 8 anni; all’epoca del “coming out” ne aveva 4.</p>
<p>È possibile che in così tenera età l’identità sessuale di una persona si sia già formata? È possibile che sappia già chi e come vuole essere? E che abbia gusti ormai già definiti?</p>
<p>A rispondere, e in modo affermativo, è la storia di Joshua Alcorn (17), di Kings Mills in Ohio, Stati Uniti, morto appena pochi giorni fa, il 28 dicembre, investito da un trattore mentre “passeggiava” in autostrada.</p>
<p>Le circostanze della vicenda devono ancora essere chiarite. Potrebbe trattarsi di un suicidio, in realtà, visto il messaggio comparso su profilo <em>Tumblr</em> (è una via di mezzo tra un social vero e proprio e un sito di microblogging) del ragazzo, messaggio programmato per comparire dopo una certa ora. Il post, intitolato <em>Suicide Note</em>, è straziante, commovente, fa capire quanto possa essere difficile vivere in un corpo percepito come sbagliato: infatti Leelah, così Joshua amava definirsi, ha confessato nella nota: “<em>mi sento una ragazza intrappolata nel corpo di un ragazzo da quando avevo quattro anni</em>”. Il post parla poi della scoperta di cosa significhi “transessuale”, all’età di 14 anni, e della reazione estremamente negativa dei genitori, ferventi cattolici:</p>
<p>“<em>Dopo dieci anni di confusione avevo finalmente capito chi ero. L’ho detto subito a mia mamma e lei ha reagito molto negativamente, dicendomi che era una fase, che non sarei mai stato davvero una ragazza, che Dio non fa errori e che ero io a essere sbagliata. Se state leggendo questa lettera: cari genitori, non dite così ai vostri figli. Anche se siete cristiani o siete contro i transessuali, non dite mai questa cosa a nessuno: specialmente ai vostri figli. Non otterrete niente a parte far sì che odino se stessi. È esattamente quello che è successo a me.</em>”</p>
<p><a href="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/alcorn.jpg"><img class="size-medium wp-image-798 aligncenter" src="http://www.torquemada.eu/wp-content/uploads/2015/01/alcorn-225x300.jpg" alt="alcorn" width="225" height="300" /></a></p>
<p>Leelah prosegue raccontando delle sedute presso “bigotti terapisti cristiani”, dell’atteggiamento per nulla comprensivo dei genitori, del ritiro dalla scuola pubblica e dal divieto di non usare i social impostole dalla famiglia. Nel post compaiono anche accenni al rapporto con gli amici e i compagni di classe, abbastanza aperti, ma non così legati a Leelah come lei, invece, si sentiva di essere legata a loro: “<em>Piacevo agli unici amici che pensavo di avere per il solo motivo che mi vedevano per cinque giorni ogni settimana</em>”.</p>
<p>Questo ragazzo “sbagliato” ha passato giorni, anzi, anni di vita tra la delusione dei genitori e la crudeltà della solitudine, tra circostanze dure e provanti, che lo hanno portato a scrivere: “<em>Non sarò mai felice. Potrò vivere il resto della mia vita come un uomo solo che desidera essere una donna oppure come una donna ancora più sola che odia se stessa. </em>(&#8230;)<em> La gente dice che “le cose cambiano” ma nel mio caso non è vero. Le cose peggiorano. Le cose peggiorano ogni giorno</em>.”</p>
<p>Queste sono le motivazioni che hanno portato Leelah a compiere il gesto estremo: sapere di non avere la possibilità di essere se stessa e di essere felice ed amata. Nella parte finale della sua lettera, Leelah ha lasciato una sorta di testamento, che riportiamo anche nella versione originale:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<em>As for my will, I want 100% of the things that I legally own to be sold and the money (plus my money in the bank) to be given to trans civil rights movements and support groups, I don’t give a s***t which one. The only way I will rest in peace is if one day transgender people aren’t treated the way I was, they’re treated like humans, with valid feelings and human rights. Gender needs to be taught about in schools, the earlier the better. My death needs to mean something. My death needs to be counted in the number of transgender people who commit suicide this year. I want someone to look at that number and say “that’s f****d up” and fix it. </em><em>Fix society. Please.</em></p>
<p><em>Goodbye,</em></p>
<p><em>(Leelah) Josh Alcorn</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<em>Per quel che riguarda le mie volontà, voglio che il 100 per cento delle cose che possiedo sia venduto e che il denaro (più i soldi che ho da parte in banca) siano donati a un movimento per il sostegno e per i diritti delle persone transessuali, non importa quale. L’unico momento in cui riposerò in pace arriverà quando le persone transessuali non saranno più trattate come sono stata trattata io: quando saranno trattate da esseri umani, con sentimenti validi, sinceri e legittimi, e con dei diritti umani. Le questioni di genere devono essere insegnate a scuola, prima è e meglio è. La mia morte deve significare qualcosa. La mia morte dev’essere contata tra quelle dei transessuali che si sono suicidati quest’anno. Voglio che qualcuno guardi a quel numero e dica “questa cosa è assurda”, e si occupi di sistemarla. Sistemate la società. Per favore.</em></p>
<p><em>Addio,</em></p>
<p><em>(Leelah) Josh Alcorn</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La storia di Leelah è davvero triste. Molto triste. Sconvolge e fa riflettere su quanta difficoltà ci sia, ancora oggi, ad accogliere il “diverso”, chi ha il coraggio di esporsi, chi è se stesso fino in fondo. Nel 2007 è stato pubblicato da “<em>The American Association of Suicidology</em>” uno studio su questo tema specifico, dal titolo “<em>Transgender youth and life-threatening behaviors</em>” in cui i curatori, Arnold H. Grossman e Anthony R. D&#8217;Augelli, hanno osservato come lo stato di “sexual minority” in cui si trovano persone omosessuali e bisessuali sia un fattore di rischio che può portare al suicidio; tuttavia, spiegano Grossman e D’Augelli, “<em>questo fattore  non è stato studiato tra i giovani transgender. Cinquantacinque giovani transgender hanno riferito loro comportamenti potenzialmente letali . Quasi la metà del campione ha riferito di aver seriamente pensato di perdere la vita e un quarto ha segnalato tentativi di suicidio. Fattori significativamente correlati all’aver fatto un tentativo di suicidio includevano l’ideazione del gesto legata all&#8217;identità transgender; esperienze di abusi verbali e fisici in famiglia; una più bassa stima del proprio aspetto fisico </em>(&#8230;)<em>. Lo status di minoranza sessuale è un fattore chiave di rischio per comportamenti pericolosi tra i giovani transgender</em>”.</p>
<p>Le storie di John e Leelah, dunque, sono simili e diverse allo stesso tempo: in un caso c’è l’accettazione da parte della famiglia, dall’altro il rifiuto; alla base, però, in entrambi i casi, il sentirsi nel corpo sbagliato. L’America già da anni si sta interrogando su come agire nei confronti di questi giovani e di queste famiglie: ora tocca a noi. È giunto il momento di “mettere a posto” la nostra società, definitivamente.</p>
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		<title>Da “Sei troppo giusto!” a “You’ve got the SWAG!”: come si sta evolvendo lo slang giovanile?</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2014 16:32:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Speroni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lifestyle]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Globalizzazione, musica e social network sono i responsabili del cambiamento. SWAG, LOL, YOLO, BAE: questi sono solo alcuni dei termini dello slang giovanile “made in the USA” che, attraversato l’oceano, si stanno diffondendo anche nel vecchio continente, Italia compresa. Sono ormai lontani i ricordi degli anni Ottanta, quando nel Bel Paese dominava il “movimento paninaro”, nato ai piedi della Madonnina e diffusosi poi fino a Roma; questa sorta di sottocultura giovanile, l’ultima, in realtà, ad avere avuto una sua storia e diffusione all’interno del nostro Paese, aveva, oltre a uno specifico modo di vestire, anche un proprio modo di parlare:]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="first-child "><strong><span title="G" class="cap"><span>G</span></span>lobalizzazione, musica e social network sono i responsabili del cambiamento.</strong><br />
<i>SWAG, LOL, YOLO, BAE</i>: questi sono solo alcuni dei termini dello <b>slang giovanile “made in the USA”</b> che, attraversato l’oceano, si stanno diffondendo anche nel vecchio continente, Italia compresa.</p>
<p align="JUSTIFY">Sono ormai lontani i ricordi degli anni Ottanta, quando nel Bel Paese dominava il <b>“movimento paninaro”, nato ai piedi della Madonnina </b>e diffusosi poi fino a Roma; questa sorta di sottocultura giovanile, l’ultima, in realtà, ad avere avuto una sua storia e diffusione all’interno del nostro Paese, aveva, oltre a uno specifico modo di vestire, anche un proprio modo di parlare: per esempio “fare una volpinata” significava “fare una cosa molto furba”; “sei troppo scarso/troppo giusto” erano espressioni usate per indicare disapprovazione/approvazione, soprattutto in riferimento all’abbigliamento<b>; il “gino” era il ragazzo fuori moda, che non riusciva, spesso, a “cuccare”,</b> cioè a “fare colpo” a un appuntamento galante, appuntamento al quale il paninaro poteva decidere di non presentarsi (“fare pacco” voleva dire, infatti, “dare buca”).<br />
<b>Poche erano le tracce di anglismi</b>. La maggior parte delle parole, infatti, erano nate a Milano e nelle principali città italiane dove il movimento si era sparso: <b>tutto era rigorosamente “fatto in casa”.</b> Ora, invece, le cose stanno cambiando: internet, la globalizzazione, la diffusione dell’inglese, l’uso dei social network sono i principali responsabili. <b>Non esiste più una cultura giovanile italiana</b>, con un suo gergo e un suo codice modaiolo, anche se alcune marche e oggetti rimangono indicatori di un preciso status sociale di appartenenza.<br />
Il teenager/giovane italiano può dire “Hai stile!”, ma sa bene <b>che il termine dell’inglese americano </b> <i><b>SWAG</b></i><b> rende meglio l’idea</b>. Perché? Perché campeggia su molte t-shirt, maglie, cappelli, indumenti e accessori, di catene soprattutto low-cost, presso le quali si riforniscono i teen.<br />
<b>Nella rete, invece, domina, ormai dal 2011, il termine </b><i><b>LOL</b></i>, acronimo di “<i>Laughing Out Loud</i>”: il ridere a crepapelle. Il termine, nato tra le chat dei social e dei forum, ha avuto molto successo, tanto da essere inserito nell’Oxford English Dictionary. È usatissimo anche in Italia, tanto da essere <b>italianizzato in “lollissimo”, sinonimo di divertentissimo</b>.<br />
L’inglese sembra avere un suo appeal. Lo dimostra anche il prevalere di un’altra espressione estera, <i>YOLO</i> (“<i>You Only Live Once</i>”, in italiano “vivi una volta sola”) sul ben più classico carpe diem. Alla diffusione di quest’altro acronimo ha contribuito la fortuna della cultura musicale d’oltre oceano, hip hop e non solo.<b> YOLO è stato usato da Zayn Malik in una delle prime interviste degli One Direction</b> e, nel 2011, dal cantante Drake nel suo album, <i>The Motto</i>. Ai latinismi si preferiscono gli anglismi dunque, anche nel paese latino per eccellenza quale è il nostro.<br />
<b>Più recente l’affermazione di </b><i><b>BAE</b></i>, dovuta anch’essa all’impressionante influenza del panorama musicale americano. L’espressione è diventata celebre perché è stata usata, tra gli altri, da Pharrel e Miley Cyrus. In generale è un’abbreviazione di <i>babe</i>, ma potrebbe anche stare per “<i>Before Anyone Else</i>” (“prima di qualsiasi altro”, per dare importanza esclusiva ad una persona in una relazione di amore o amicizia) o per “<i>Bitches Always Eating</i>”, modo di dire nato nei ghetti <b>per indicare persone sovrappeso o obese</b>.<br />
<b>Siamo arrivati a una svolta, a un punto epocale di evoluzione cultuale, linguistica, estetica</b>. Tutto ciò con cui ci rapportiamo, musica, lingua e vestiti, sebbene rechi tracce evidenti di un processo di globalizzazione che è ormai giunto a una fase matura, non viene da noi avvertito come un prodotto globale, come qualcosa di “esterno” e, quindi, importato. <b>Non esiste più la percezione della differenza</b>, per esempio, tra una cultura giovanile italiana e la cultura giovanile di un qualsiasi altro Paese… perché non esiste più una reale cultura giovanile italiana!<br />
<b>La globalizzazione</b> ha avuto dei vantaggi (e svantaggi) economici e commerciali notevoli, ma ha anche avuto un impatto radicale su quello che può essere genericamente definito il lifestyle e <b>ha realmente e radicalmente trasformato tutto il mondo in Paese</b>, amalgamando e omologando, livellando: è sempre più raro, se non impossibile, assistere, in Italia, alla nascita di una moda, di un’abitudine, di un movimento o di uno slang che non sia derivato da modelli americani o, in generale, esteri.<br />
Questo è un bene o un male? Ai posteri l’ardua sentenza.</p>
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