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25 June 2017

Foxcatcher

Foxcatcher

B

Regia: Bennett Miller

Sceneggiatura: Dan Futterman, E. Max Frye

Anno: 2014

Durata: 134’

Nazione: USA

Fotografia: Greig Fraser

Montaggio: Stuart Levy

Scenografia: Jess Gonchor

Costumi: Kasia Walicka-Maimone

Colonna sonora: Mychael Danna

Interpreti: Channing Tatum, Mark Ruffalo, Steve Carrel, Sienna Miller

Link originale

TRAMA

Biopic sportivo che racconta la storia, tragica e affascinante, di due lottatori professionisti e di un eccentrico multimilionario.

RECENSIONE

La nota di apertura ‘tratto da una storia vera’, quando posta all’inizio di certi film, sembra sfidare la realtà. Succede in Foxcatcher. Ma non perché il film cerchi con una messa in scena eversiva o effetti speciali di dilatare i limiti del reale. I fatti sono sufficienti per spingerci a porre la solita domanda, se la realtà a volte è più inverosimile della finzione. Certo, gli eventi di Foxcatcher saranno esagerati per ottenere una trama più interessante, ma poco importa. Ciò che importa è che ci troviamo davanti a una storia reale incredibile. John E. du Pont, cadetto cinquantenne della famiglia Du Pont, tra le casate più antiche e ricche dell’aristocrazia industriale americana, cerca ossessivamente una grande vittoria personale da aggiungere alla sala dei trofei della dinastia. E chiama un atleta di ventisette anni, Mark Schultz, reduce di un’infanzia e una condizione sociale difficili, già medaglia d’oro di lotta greco-romana alle olimpiadi dell’ottantaquattro. In vista dei prossimi giochi, lo invita a vivere e allenarsi con altri lottatori nella sua tenuta di famiglia: Foxcatcher. Un’imponente villa bianco perla al centro di una riserva sconfinata, punteggiata di cottage, stalle per purosangue e monumenti alla guerra di indipendenza. Tra tutto questo, una palestra fornita delle migliori attrezzature per l’allenamento alla lotta greco-romana. Ma il termine inglese, wrestling, rende meglio l’idea: uno sport all’apparenza poco raffinato, quasi degradante agli occhi dell’alta società, praticato nel mondo a livello poco più che dilettantistico. Qui si scatena il contrasto destabilizzante del film, che non si concentra, ed è un punto a suo favore, sulla scontata differenza di classe tra i personaggi, ma sull’opposizione di due mentalità. I colori e gli edifici accentuano il contrasto interiore. Il rosso e giallo acceso della palestra, contro i legni eleganti e i prati all’inglese della residenza. E ben presto, questo scontro tra modi di vivere si trasforma nello scontro tra l’uomo medio, forse proletario, e la follia. John Du Pont, milionario dal naso aquilino, ornitologo filatelico filantropo, rigorosamente in quest’ordine come sottolinea lui stesso, lentamente cela l’incomprensibilità dell’uccello dietro a un semplice bisogno di gloria. I primi piani di volatili impagliati nella magione aiutano a dare un’idea del personaggio e ricordano Birds di Hitchcock. Circondato da Du Pont, dalle foto d’epoca e i trofei di caccia che sono poi una sua estensione, Mark è un ragazzone taciturno, indifeso di fronte all’enigma del suo ospite. Così, con un obbiettivo evidente, l’oro alle olimpiadi di Seoul, i personaggi procedono verso un punto di collisione. L’arrivo del fratello di Mark a gestire il team Foxcatcher ritarda con successo il momento di deflagrazione delle parti, ma è una conclusione inevitabile. Anche l’enorme ricchezza di du Pont contribuisce a questo senso di ineluttabilità che imbeve il film. Non tanto nel senso di una potenza economica concreta capace di comprare azioni violente, quanto sotto forma di una forza gravitazionale che attrae inavvertitamente i personaggi nella trappola innescata da loro stessi. Il finale non può essere che scontato. Alcune situazioni ridicole dovute alla bizzarria del milionario smorzano una meccanica dei personaggi che può condurre soltanto a un esito preciso. Ma l’obbiettivo del film non è quello di stupire attraverso colpi di scena. Lo stupore lo provoca il senso di disagio costante di un contrasto insanabile ma educato tra i protagonisti. È chiaro dall’inizio che non può funzionare tra Mark e Du Pont. I gesti in ogni scena lo dimostrano. Eppure, per tutto il corso del film, nessuno rivendica un torto, nessuno si scompone. Per quanto invadente nelle immagini, il conflitto non è mai materializzato in frasi che superano una mera constatazione superficiale. E il film gode di questa tensione sconcertante che unisce le scene e rafforza la continuità della narrazione. Il finale potrebbe sembrare deludente, ma non vuole rappresentare la semplice conclusione della vicenda; forse la fine autentica risiede in quel corridoio sotterraneo, sconnesso, viscerale da cui finalmente esce allo scoperto Du Pont.

Voto: 8

Stefano Losi

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